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10 novembre 2014 1 10 /11 /novembre /2014 21:50

Giuseppe Giusti nacque la mattina del 13 maggio 1809 a Monsummano, poi si trasferì con la famiglia a Montecatini e successivamente nel 1828 a Pescia. La biografia   dell'illustre poeta è nota, meno nota è invece la Lettera Autobiografica che lo stesso Giusti scrisse all'amico Atto Vannucci, detta lettera assume una rilevanza storica che va al di là della mera curiosità sui particolari sulla vita raccontati dallo stesso Giusti e che  può essere considerata un vero e proprio testamento letterario che permette  anche  di conoscere il carattere di un autore che scrisse molte poesie all'insegna dell'ironia, dello sberleffo e della satira,  segni distintivi di un'intelligenza acuta ed originale pronta ad usare il pennino come la punta di una spada.

La lettera autobiografica venne scritta dal Giusti il 14 settembre 1844, quando  egli aveva  35 anni, 6 anni prima della morte che lo colse il 31 marzo del 1850. Dalle riflessioni del Giusti emerge la vena malinconica e rinuciataria di chi sta per tirare i remi in barca e fa ( suo malgrado) un bilancio della propria vita. L'uomo Giusti è sincero  ed onesto e, per quanto sofferente per i dolori che lo assalgono, si mostra preoccupato del fatto che qualcuno possa mentire su di lui nel bene o nel male. Al destino che  sembra riservargli dolori e sofferenze, Giusti non si ribella arrivando a dire nella parte conclusiva della lettera: È andata così e bisogna chinare il capo.  Giusti pur accettando rassegnato la propria naturale indolenza, non mostra alcun rimpianto verso quello avrebbe potuto fare ma non ha fatto. Ricorda con riconoscenza e affetto  tutte quelle persone che in un modo  o in un altro lo hanno aiutato e preferendo di non nominarle, mostra un delicato riserbo che è  fortino  nel contempo dei propri sentimenti e di quelli altrui.

TESTO DELLA LETTERA AUTOBIOGRAFICA

« Non crepa un asino

che sia padrone

d'andare al diavolo

senza iscrizione ».

Questi versi scritti anni sono mi fanno temere che qualcuno dopo la mia morte possa essere tentato a scrivere qualcosa di me; e siccome io vivendo mi sono mostrato sempre tale e quale, non vorrei che mi si potessero abbaiare sul sepolcro altri versi dello stesso Scherzo che dicono:

« Ma dall'elogio

Chi ti assicura,

o nato a vivere

senza impostura?

Morto, e al biografo

cascato in mano,

nell'asma funebre

d'un ciarlatano

menti costretto,

e a tuo dispetto

imbrogli il pubblico

dal cataletto ».

Dunque, per mettere le mani avanti, se mai si desse il caso che io me ne dovessi andare, prego te a salvarmi da ogni pericolo, scrivendo poche righe sul conto mio.

Tu sei uomo sincero, di buoni principi e d'indole liberissima, ed è per questo che io voglio mettere la mia memoria nelle tue mani.

Mi sarebbe grave specialmente una lode e un biasimo non meritato, e vorrei o che si tacesse del tutto o che si parlasse di me colla stessa franchezza colla quale ho scritto io medesimo quel poco che lascio.

Sono nato a Monsummano nel 1809 (la mattina del 13 maggio) poi passato con la famiglia a Montecatini e finalmente a Pescia nel 1828.

Della mia prima infanzia noerò, per mera piacevolezza, due buffonate: una che mio padre non volle che la levatrice m'accomodasse il cranio come usano fare, sebbene l'avessi cacciato fuori della forma di un pane di zucchero, motivo per cui sarebbe un'indiscretezza l'accusarmi di aver fatto di testa, e di non essermi assoggettato alle regole dei cervelli rimpolpettati; l'altra che lo stesso mio padre, appena comincia a spiccicare le prime parole, m'insegnò il Canto del Conte Ugolino, e di qui potrebbe darsi che fosse nato l'amore alla poesia e allo studio continuo della Divina Commedia.

A Montecatini fui educato da un prete, buon uomo in fondo, e anco dotto per quello che faceva la piazza, ma subitaneo, collerico e manesco.

Passai a Firenze dell'Istituto Zuccagni, e là veramente cominciai a prendere amore agli studi per le buone maniere e per le amorevoli cure di Andrea Francioni, che riconosco per l'unico maestro che mi sia stato veramente tale, e che ho sempre amato e benedetto di tutto cuore.

Da Firenze passai al Collegio di Pistoja, da Pistoja in quello di Lucca, e di Lucca tornai a Montecatini, riportando poco profitto, poca educazione, e l'intimo convincimento di non essere buono a nulla.

Lssù consumai un anno quasi inutilmente, poi (nel 1826) fui mandato a Pisa a studiare il diritto di contraggenio.

Dopo essere stato tre anni senza conclusione in quel bailamme, tornai a Pescia, dove la famiglia si era già stabilita, e dove sciupai altri tre anni e mezzo in una vita oziosa, noiosa, senza regola e senza scopo.

Gli spropositi fatti e certi fastidioli che allora mi parevano una gran cosa ed ora riconosco per risibilissimi, mi ricacciarono a Pisa e poi a Firenze sotto la bandiera di Giustiniano.

Presi (a dì 18 giugno 1834) i miei titoli di dottore ed avvocato, ma ho sempre lì in carta pecora, senza essermene servito ma neppur nella firma e nelle carte da visita.

Ho sempre avuta poca stima e poca speranza di me stesso, ma in tutto questo tempo era tale la persuasione di non valere un'acca che dentro di me ridevo di chi mi diceva che io ero nato disposto a qualcosa. Soalmente sentiva una certa smania inesplicabile d'impancarmi a ciarlare di letteratura, di leggiucchiare e di scrivere ora versi, ora prose; ma finivo sempre col buttare in un canto i libri e i fogli e tornare a fare lo spensierat mestiere al quale per dire il vero ho inclinato sempre un tantino.

Fino dal 1831, a forza di raspare senza guida e senza concetto, m'era venuto fatto uno scherzo sulle cose d'allora e il favore degli amici, piuttosto che il mio proprio giudizio, mi fece intendere che poteva aprirmisi una via.

Trascurai un pezzo questa specie di vocazione, poi la ripresi quasi per forza e per farne una prova, non sentendomi sicuro di vernirne a capo; e anno per anno ho seguitato, senza presunzione, senz'odio contro nessuno in particolare, e senza tenere per moneta corrente tutto il bene che me ne dicono e tutto il grido che per me ne promettono.

Ho avuto molta facilità d'imparare, ho letto pochi libri, ma credo di averli letti bene assai; del resto sono ignorantissimo di molte cose essenziali da far paura e pietà a me stesso. Questo m'ha sempre umiliato al mio cospetto, e m'ha salvato dal troppo osare e dall'insuperbirmi di quel poco che m'era rimasto nella testa.

Ho avuto molti difetti, non ho mai perseguitato nessuno, e se talvolta mi sono lasciato trasportare dall'indole subitanea, è stato un fuoco di paglia.

Ho amato come si può amare ed ho sentita vivissima l'amicizia.

Dell'amicizia non ho da lagnarmi o sono bagatelle, dell'amore molto, o per colpa mia propria o per colpa d'altri, dimodochè aveva finito per farlo tacere, e m'era riuscito, con molto scapito del cuore e e della mente.

Ho molto sofferto e molto goduto e mi sono troppo scoraggiato nelle disgrazie, e troppo fidato quando le cose mi andavano a seconda.

Mille dure prove, mille disinganni acerbissimi non mi hanno potuto nè mettere in sospetto nè scemare la fiducia nei miei similialtro che a parole, e dopo avere sospirato e fremuto lungamente, ho finito per prendermi anch'io la mia parte della colpa, conoscendomi uomo.

Quel poco che ho pouto scrivere m'ha procacciato molti amici, molto favore, molte compiacenze, che mi sono state un largo compenso ai dolori della vita, di alcuni dei quali non oso parlare apertamente, e desidero che rimangano sepolti meco.

Non faccia ingannoa nessuno l'avermi veduto il più delle volte gaio e svagato: e tenete tutti per certo, che spesso mi sono avvolto e quasi inebetito nella folla per paura di starmene solo con me stesso, e perchè si sospendessero le fiere battaglie che si combattevano in me.

Qualche volta il dolore mi ha fatto ardito, fiero e loquace oltre il dovere; ma quanto ho compatito, quanto ho dimenticato, quante, oh quante, amarezze mi sono ricacciato dentro, per paura di dir troppo, per paura di non essere creduto, per paura di non essere inteso! Ma ho perdonato, e perdonato di cuore, perchè così vuole l'animo mio, e perchè chi sa quanti avrò tormentato anch'io o volendo o non volendo.

Ho molto da arrossire di me stesso, e prego il cielo e gli uomini a volermi essere benigni per quel poco di buono che posso aver fatto, e dimenticare generosamente i miei vizi, i miei errori. Io non me ne scuso e non me ne sono scusato mai, come molti fanno, e posso dire d'aver tentato di correggermene colla speranza di potervi riuscire. Oramai, se non mi basta la vita, valga qualcosa la buona volontà.

Per quanto possano essere corse alcune voci oziose sul conto mio, dichiaro che patita veruna molestia nè per parte del governo nè per parte del pubblico, e rigetto da me la nomea di vittima e di perseguitato, molto più che ho visto parecchi cercarla, scroccarsela e farsene belli.

Ho detto a tutti le cose mie coll'aperta schiettezza dell'uomo che sa di non mentire e di non voler male a nessuno.

Quella mania di far mostra di sè, io non l'ho potuta mai capire nè in me nè in altri, e credo di essere stato accorto bastamente per conoscere il vero biasimo e la vera lode.Ma forse l'amor proprio mi adula, e anco in questo mi rimetto.

Solo ventotto Scherzi dei quali ho lasciato nota nelle mani di un amico carissimo, voglio che siano pubblicati: il resto o non è mio, o lo rifiuto, e prego che non mi sia fatto l'oltraggio d'andare a ripescare tutte le minuzie che mi possono essere cadute dalla penna.

Quelli che li leggeranno, pensino che avrei desiderato, ma forse non potuto fare meglio, e che ho dato poco al mio paese perchè l'ingegno e la salute non mi sono bastati.

Questa scelta che ho fatto tra i miei scritti, non è mia solamente, ma anco consigliata da persone che ho amato e stimato e che meritavano per tutti i lati d'essere ascoltate e obbedite. Non le nomino per non cadere in sospetto di volermi fare appoggio di nomi celebri e reveriti, e per risparmiarea loro le brighe e i fastidi che potrebbero patire per essermi lasciato andare ad un eccesso di gratitudine. Mi conferma in questa risoluzione l'aver veduto quanto poco scrupolo si fanno certuni di mettere nella pèste gli amici e conoscenti, o per poca considerazione, o per zelo soverchio, o perchè trovandosi in salvo, non badano tanto per la minuta a chi può pericolare. Tacerò quei nomi, ma ne porterò meco la memoria e l'affetto come di cosa santa e preziosa al mio cuore, che tante volte si è confortato ed esaltato della loro amicizia.

Protesto più specialmente che non m'appartengono un Sonetto al Contrucci - Il Creatore e il suo mondo - uno Scherzo per la soppressione dell'Antologia - Le croci del 1842 - una Satira a Cesare Cantù - Il Giardino - Il Picciotto - e altre cose di questa fatta, delle quali non mi rammento, e che mi vergognerei di avere scritte.

Debbono essere d'uno di quei mordaci timidissimi, che urlano rimpiattati al primo che passa, vendendo i loro bassissimi odii e le ire meschine come sante e nobili censure.

Se tu volessi parlare delle cose lasciate in tronco potresti dire che oltre parecchi altri Scherzi meditava di scrivereun libretto su i costumi delle nostre montagne, in foggia di commento ai Rispetti che cantano lassù.

Voleva riordinare e dare una forma agli appunti presi sulla «Divina Commedia », lavoro nel quale non avrei forse fatto nulla di nuovo, ma raccolto e ordianto il meglio che n'è stato pensato.

Voleva fare un'operetta sui modi di dire, scegliendo quelli da tenere in corso, da quelli ormai troppo vieti e da mettersi là. Soprattutto mi stava a cuore di condurre a termine l'opera pensata lungamente sui Proverbi dei quali ho fatto raccolta giù giù giorno per giorno, per l'amore della lingua e della sapienza pratica.

Se mi fosse riuscito d'incarnare il mio concetto, sarebbe nato un libro da aversi a mano di tutti; scritto senza boria, senza pompa, senza affetazione nessuna; ma alla buona, all'amichevole, come conviene alla materia. Avrei fatto tesoro specialmente della lingua parlata che non è tenuta in onore quanto bisognerebbe, e sperava di non fare cosa inutile se il tempo e l'ingegno mi si fossero prestati.

Un'ombra di questo lavoro sarà trovata fra i miei fogli e apparirà anco meglio da una lettera indirizzata a Francioni.

Poteva darsi che tentassi anco la Commedia, sebbene m'abbia fatto sempre una paura terribile, e sia persuaso che non vi sarei riuscito.

Inoltre ho almaccato molto col cervello per tentare una specie di Romanzo sul gusto di Don Quichotte o del Gil-Blas, e per quanto non abbia mai presa la penna neppur per cominciare, confesso che da molti anni è stata la mia tentazione quotdiana. Avendo bazzicata gente di ogni risma, mi sentiva in corpo tanta roba da tesserne tre o quattro volumi, ma può essere che sia stato un castello in aria da rovinare alle prime mosse, o da non arrivare mai.

In ogni modo, in tutto ciò che ho scritto o che ho pensato, non ho avuto in mira che di pagare un tributo al mio paese nella moneta che aveva in tasca, la quale se non è d'oro o d'argento, credo almeno che non sia falsa.

Troverai in questa lettera o troppo o troppo poco, poichè l'ho scritta in mezzo ai dolori, spronato dal desiderio che nessuno mentisca sul conto mio.

Tu leva e aggiungi come ti detta la coscienza, e bada che non ti faccia velo l'amicizia passata tra noi. Sii breve, schietto, severo e domanda di me ai più intimi come ai semplici conoscenti, per raccapezzare il vero ch'io non avrò saputo dirti.

Per quanto ne pensino certuni, io non credo che il mio nome debba essere tanto temuto da far segnare col carbone chiunque s'attentasse a rammentarlo; nonostante fai in modo di porti in salvo, stampando fuori d'Italia  e lasciando anonimo il libretto.

Perdonami se ti dò questo carico penoso e scabroso, e non attribuirlo a bramosia di fama, ma come t'ho detto già due volte, al timore d'essere sfigurato o in bene o in male.

L'abuso e il mercato, che si fa dai biografi e dagli epigrafai m'ha fatto ribrezzo quando si trattava d'altri, figurati poi quando si tratta di me!

A questo proposito voglio aggiungere una cosa. Forse la morte verrebbe a tempo per provvedere ai miei bisogni. Io da una cert'epoca in qua mi sentiva quasi isterilito, e forse, seguitando a scrivere, sarei andato a scapitare un tanto, sebbene avessi molta carne al fuoco.

Se udirai qualche benevolo che dica di me: Oh se avesse vissuto più a lungo chi sa cosa avrebbe potuto fare! Rispondigli che forse non avrei fatti nulla di più, e che molto prima d'ammalarmi sentiva o credeva di sentire dei cenni di decadimento. I progetti molti, le forze chi sa?

Se morirò, muoio per un disturbo dal quale non ebbi virtù di difendermi o per debolezza d'animoo per troppa delicatezza di fibra. Già, per il dolore dello zio, io  era disposto alla malinconia, quando il sospetto d'idrofobia, finì per turbarmi. Dopo pochi giorni passò, ma il colpoaveva lasciata una traccia profonda, turbandomi irreparabilmente le funzioni della digestione. Appena avvertita la lesione al basso ventre, mi corse il pensiero alla malattia di famiglia, e per quanto me ne abbiano saputo dire, non ho potuo mai mutare opinione perchè

                                ... io meglio i miei

                                casi d'ogni altro intendo.

È andata così e bisogna piegare il capo.

Ricordati di me, e sii certo che tu sei stato uno di quelli che ho amato grandemente e stimato quanto si può amare e stimare. Tu ne sia un'ultima prova questa lettera scritta in un momento solenne, ma con più serenutà d'animo di quella che io stesso non avrei creduto.

Fino a che barcollava tra la speranza e il timore, mi sentiva meno forte sulle gambe; ora che l'una e l'altro se ne sono andati, mi pare di camminare più spedito.

Prendi un abbraccio e un bacio di congedo dal tuo

                                                                         GIUSEPPE GIUSTI.  »

 

_____________________________________________________

La redazione del presente articolo è avvenuta in data 09/11/ 2014, ogni diritto sulla sola parte commentata è riservato, si autorizza a pubblicare quanto riportato previa citazione dell'autore.

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti

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