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4 dicembre 2014 4 04 /12 /dicembre /2014 10:15

LO STIVALE

 

1 Io non sono della solita vacchetta,

   Nè sono uno stival da contadino;

   E se paio tagliato coll'accetta,

   Chi lavorò non era un ciabattino:

   Mi fece a doppie suola e alla scudiera,

  E per servir da bosco e da riviera.

2 Dalla coscia giù giù fino al tallone

  Sempre all'umido sto senza marcire;

  Son buono a caccia e per menar di sprone,

  E molti ciuchi ve lo posson dire:

  Tacconato di solida impuntura,

  Ho l'orlo in cima e in mezzo la costura.

3 Ma l'infilarmi poi non è sì facile,

   Nè portar mi potrebbe ogni arfasatto:

   Anzi affatico e stroppio un piede gracile,

   E alla gamba dei più son disadattato;

   Portarmi molto non potè nessuno,

   M'hanno sempre portato un po' per uno.

4 Io qui non vi farò la litania

  Di quei che fur di me desiderosi:

  Ma così quae là per bizzarria

  Ne citerò soltanto i più famosi,

  Narrando come fui messo a soqquadro,

  E poi come passai da ladro in ladro.

5 Parrà cosa incredibile: una volta,

  Non so come, da me presi il galoppo,

  E corsi tutto il mondo a briglia sciolta;

  Ma camminar volendo un poco troppo,

  L'equilibrio perduto, il proprio peso

  In terra mi portò lungo e disteso.

6 Allora vi successe un parapiglia;

   E gente d'ogni risma e d'ogni conio

   Pioveano  di lontano le mille miglia,

   Per consiglio d'un Prete o del Demonio:

   Chi mi prese al gambale e chi alla fiocca,

   Gridandosi tra loro: bazza a chi tocca.

7 Volle il Prete a dispetto della Fede,

   Calzarmi coll'aiuto e da sè solo;

   Poi sentì che non fui fatto al suo piede,

   E allora qua e là mi dette a nolo:

   Ora alle mani del primo occupante

   Mi lascia e per lo più fa da tirante.

8 Facea col Prete a picca, e le calcagna

   Volea piantarci un bravazzon Tedesco,

   Ma più volte scappare in Alemagna

   Lo vidi sul caval di San Francesco:

   In seguito tornò; ci s'è spedato,

   Ma tutto fin a qui non m'ha infilato.

9 Per un secolo e più è rimasto vuoto,

  Cinsi la gamba a un semplice mercante;

  Mi riunse costui, mi tenne in moto,

  E seco mi portò fino in Levante:

  Ruvido sì,  ma non  mancava un ette,

  E di chiodi ferrato e di bullette.

10 Il mercante arricchì, credè decoro,

    Darmi un po' più di garbo e d'apparenza;

    Ebbi lo sprone, ebbi la nappa d'oro,

    Ma un tanto scapitai di consistenza;

    E gira, gira, veggo in conclusione

    Che le prime bullette eran più lontane.

11 In me non si vedea grinza nè spacco,

    Quando giù di ponente un birichino

    Da una galera mi saltò sul tacco,

    E si provò a ficcare anco il zampino;

    Ma largo largo non vi stette mai,

    Anzi un giorno a Palermo lo stroppiai.

12 Fra gli altri dielttanti oltramontani,

     Per infilarmi un certo re di picche

     Ci si messe co' piedi e colle mani;

     Ma poi rimase lì come berlicche,

     Quando un cappon, geloso del pollaio

     Gli minacciò di fare il campanaio.

13 Da bottega a compir la mia rovina

     Saltò fuori in quel tempo, o giù di lì,

     Un certo professor di medicina,

     Che per camparmi sulla buccia, ordì

     Una tela di cabale e d'inganni

     Che fu tessuta poi per trecent'anni.

14 Mi lisciò, mi coprì di bagatelle,

     E a forza d'ammollienti e d'impostura,

     Tanto raspò che mi strappò la pelle;

     E chi dopo di lui mi prese in cura,

     Mi concia tuttavia colla ricetta

     Di quella scuola iniqua e maledetta.

15 Ballottato così di mano in mano,

    Da una fitta d'arpie preso di mira,

    Ebbi a soffrire un Gallo e un Catalano

    Che si messero a fare a tira tira:

    Alfin fu Don Chisciotte il fortunato,

    Ma gli rimasi rotto e sbertucciato.

16 Chi m'ha veduto in piede a lui, mi dice

     Che lo Spagnuolo mi portò malissimo:

     M'insafardò di morchia e di vernice,

     Chiarissimo fui detto ed illustrissimo;

     Ma di sottecche adoperò la lima,

     E mi lasciò più sbrendoli di prima.

17 A mezza gamba, di color vermiglio,

    Per segno di grandezza e per memoria,

   M'era rimasto solamente un Giglio;

   Ma un Papa mulo, il diavol l'abbia in gloria,

   Ai barbari lo diè, con questo patto

   Di farne una corona a un suo mulatto.

18 Da quel momento ognuno in santa pace

    La lesina menando e la tanaglia,

    Cascai dalla padella nella brace:

    Vicerè, birri, e simile canaglia,

    Mi fecero angherie di nuova idea,

    Et diviserunt vestimenta mea.

19 Così passato d'una in altra zampa

    D'animalacci zotici e sversati,

    Venne a mancare in me la vecchia stampa

    Di quei piedi diritti e ben piantati,

    Co' quali, senza andar mai di traverso

    Il gran giro compiei dell'universo.

20 Oh povero stivale! ora confesso

     Che m'ha gabbato questa matta idea:

     Quand'era tempo d'andar da me stesso,

     Colle gambe degli altri andar volea;

     Ed oltre a ciò, la smania inopportuna

     Di mutar piede per mutar fortuna.

21 Lo sento e lo confesso; e nondimeno

     Mi trovo così tutto in isconquasso,

     Che par che sotto mi manchì il terreno

    Se mi provo ogni tanto a fare un passo;

    Chè, a forza di lasciarmi malmenare,

    Ho persa l'abitudine di andare.

22 Ma il più gran male me l'han fatto i preti,

     Razza maligna e senza discrezione;

     e l'ho con ceti grulli di poeti,

     Che in oggi si son dati al bacchettone:

    Non c'è Cristo che tenga: i Decretali

    Vietano ai preti di portar stivali.

23 E intanto eccomo qui roso e negletto

     Sbrancicato da tutti, e tutto mota;

     E qualche gamba da gran tempo aspetto

     Che mi levi di grinze e che mi scuota;

     Non tedesca, s'intende, nè francese,

     Ma una gamba vorrei del mio paese.

24 Una già n'assaggiai d'un certo Sere,

     Che, se non mi faceva il vagabondo,

     In me potea vantar di possedere

     Il più forte stival di mappamondo:

    Ah! una nevata in quelle corse strambe

    A mezza strada gli gelò le gambe.

25 Rifatto allora sulle vecchie forme,

     E riportato allo scorticatoio,

     Se fui di peso e di valore enorme,

     Mi resta a mala pena il primo cuoio;

     E per tapparmi i buchi nuovi e vecchi

     Ci vuol altro che spago e piantastecchi.

26 La spesa è forte, e lunga è la fatica:

     Bisogna ricucir brano per brano;

     Ripulir le pillacchere; all'antica

     Piantar chiodi e bullette, e poi pian piano

     Ringambalar la polpa ed il tomaio;

     Ma per pietà badate al calzolaio!

27 E poi vedete un po': qua son turchino,

     Là rosso e bianco, quassù giallo e nero;

     Insomma a toppe come un Arlecchino:

     Se volete rimettermi davvero,

     Fatemi, con prudenza e con amore,

     Tutto d'un pezzo e tutto d'un colore.

28 Scavizzolate all'ultimo se v'è

     Un uomo purchè sia, fuorchè poltrone;

     E se quando a costui mi trovo in piè,

     Si figurasse qualche buon padrone

     Di far con meco il solito mestiere,

     Lo piglieremo a calci nel sedere.

   

  

_______________________________________________

L'Italia che, per la sua forma, ricorda quella di uno stivale, racconta la sua storia; la finzione allegorica (Italia/stivale) è utilizzata dal Giusti per ripercorrere le principali vicende politiche  del passato che avevano portato l'talia ad essere un paese asservito agli interessi delle potenze straniere dopo la parentesi napoleonica che portatrice degli ideali della Rivoluzione francese aveva acceso tante speranze in molti italiani. La presenza di alcune imprecisioni storiche ma  non si può non concordare con  il Fanfani che su questo punto scrive: «Uno storico dirà che questo lavoro è molto difettoso, perchè ci è molta confusione, perchè si sono trascurati molti fatti gravissimi , e messi in campo altri di lieve importanza, saltandosi spesso di palo in frasca; il poeta, per altro, il letterato e il politico, si accorderanno a lodarne la fantasia, il brio, la elocuzione ed il senno». Va tuttavia rilevato che di questa imprecisione il Giusti era ben consapevole visto che nel componimento volle precisare la mancanza con queste parole: «Ma qui e là per bizzarria / Nè citerò soltanto i più famosi». La poesia è quindi una ricostruzione storica in chiave poetica, piacevole  per il lettore che ripassa fatti e vicende dove lo Stivale è il primo attore e i conquistatori stranieri che in tutte le epoche hanno cercato di dominare l'Italia, i comprimari, Comprimari dannosi ma mai quanto il governo dei preti, ritenuto dal Giusti, il più pernicioso di tutti i mali (Ma il male più grande me lo hanno fatto i preti, razza maligna e senza discrezione). Se i preti hanno sempre fatto male all'Italia, ancora peggiori sono stati, per l'autore, tutti quegli adulatori (E ce l'ho con certi grulli di poeti/Che in oggi si sono dati al bacchettone) che mostrarono una falsa devozione componendo inni sacri per compiacere le gerarchie ecclesiastiche.

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1 Io non sono fatto della solita pelle di scarsa qualità (vacchetta), nè sono uno stivale da contadino e anche se sembro tagliato con l'accetta, chi mi fece non era un ciabattino, mi fece con la suola doppia e alla scudiera (gli stivali alla scudiera, erano quegli stivali che arrivavano sopra le ginocchia) per potere resistere alle prove più difficili in ogni condizione (E per servir da bosco e da riviera).

2 Dal nord al sud sempre circondato dal mare, sto senza marcire, e molti asini ve lo possono dire (secondo il Fanfani il poeta allude a quei principi indegni che governavano l'Italia):tacconato (annota il commentatore scelto da Gian Galeazzo Tenconi che si dicono  «tacconate quelle calzature a doppia suola tutte impuntite di forte spago l'una con l'altra, per modo che le anse o inginocchiature di esso vendono a toccar terra»  con una solida cucitura (allude ai monti), ho le Alpi in cima e gli Appennini al centro.

3 Ma governarmi non è così facile così come non mi potrebbe governare ogni volgare imbroglione (Arfasatto: «Dicesi famigliarmente de l'Uomo dappoco, tra il meschino e il triviale, ed anche d'un volgare raggiratore» Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico, Edizioni Fratelli Melita, Genova, 1990, p.78). Anzi affatico e faccio stancare un piede storpio (stroppio:il Giusti utilizza un termine dialettale diffuso nella lingua parlata di alcune regioni italiane) e non sono adatto alla gamba dei più; Nessuno potè governarmi  per lungo tempo, mi hanno sempre governato  in tanti per un periodo breve (M'hanno sempre portato un po' per uno).

4 Io non vi farò un elenco noioso (litania: «una serie di invocazioni a Dio, alla Madonna e ai Santi, in senso figurato filastrocca noiosa serie di nomi e di lamentele». Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, Milano 1963 p.452) di tutti coloro i quali furono desiderosi di conquistarmi, ma così qua e là a casaccio citerò soltanto i più famosi raccontando come fui messo a soqquadro e come passai di ladro in ladro.

5 Oggi potrebbe sembrare una cosa poco credibile, ma una volta, non so come, incomincia a correre al galoppo e corsi in tutto il mondo a briglia sciolta; ma per troppa ambizione, perduto l'equilibrio, il mio peso stesso mi portò a terra disteso (il Giusti dice che solo una volta l'Italia, riferendosi all'Impero Romano, conquistò il mondo, ma l'ambizione smisurata degli imperatori romani fu causa della sua rovina; sappiamo  oggiche furono molteplici le cause che determinarono la caduta dell'Impero Romano,  fra cui la rilassatezza dei costumi e la corruzione.

6 Allora accadde un gran trambusto (parapiglia: iniziarono le ruberie e l'Italia venne saccheggiata),  dietro consiglio di un Papa o di un Demonio gente di tutte le razze mi invase (il Giusti allude alle invasioni barbariche che resero l'Italia terra di nessuno; in alcuni casi lo straniero giunse in Italia chiamato dal Papa, da qui l'accostamento  del Papa al Demonio, ricorda il Fanfani che i Franchi vennero chiamati per liberare l'Italia dai Longobardi, riferendosi in particolare all'appoggio dato dal papato al re franco Carlo Magno). Chi conquistò una parte, chi un'altra, incitandosi a vicenda e gridandosi: buona fortuna (bazza a chi tocca: anche in questo caso ci viene in aiuto il Fanfani che annota: «Dicesi nel gioco dei Trionfi, quando senza trionfo si piglia la carta dell'avversario, Di qui bazza prendesi comunemente per buona fortuna».

7 Volle il Papa a dispetto della Fede (si noti che il Giusti utilizza la lettera maiuscola, contrapponendo il Papa alla Fede, un papato certamente più attento agli interessi del potere temporale che a quelli, a cui a buon titolo gli spettano, della Fede. L'autore si riferisce a Stefano II a cui vennero concessi nel 756 da parte di Pipino il Breve i territori che erano fino ad allora sotto il dominio longobardo. Come è noto non si trattò di un atto di liberalità ma di un atto politico in quanto Stefano II nel 754 lo incoronò re dopo che ebbe sconfitto Astolfo, re dei longobardi) governarmi coll'aiuto e senza; poi resosi conto che non era all'altezza (Poi sentì che non fui fatto al suo piede), ni diede in affitto qua e là (ossia divise l'Italia concedendo territori all'uno e all'altro: ora mi lascia sotto il governo del primo straniero occupante che viene, limitandosi a sostenere l'usurpatore di turno (e per lo più fa da tirante).

8 Un fanfarone Tedesco  che rivaleggiava con il Papa voleva stabilirsi  in Italia (le calcagna/ Volea piantarci), ma lo vidi più volte tornarsene in Germania con le pive nel sacco (il riferimento è a Federico Barbarossa). In seguito è tornato ma non è  mai riuscito a governare tutti i territori (In seguito tornò: ci si è spedato / Ma tutto fino a qui non m'ha infilato).

9 Per oltre un secolo rimasi libero dallo straniero (Per un secolo e più rimasto vuoto), fui sottomesso dalle repubbliche marinare che portarono il mio nome fino in Oriente. Duro sì, ma non mi mancava proprio nulla (non mancava un ette).

10 Le repubbliche marinare mi arricchirono, mi diedero decoro, mi diedero i simboli della nobiltà (Ebbi lo sprone, ebbi la nappa d'oro) ma dall'altra parte persi di potenza, e prova uno, prova l'altro arrivai alla conclusione che era meglio il primo mercante.

11 In me non si vedevano nè grinze nè rotture, quando da ponente un birichino (allude a Carlo d'Angiò) da una galera piombò nel taccò (si rifersice all'Italia meridionale) e anche lui ebbe mire di conquista, ma comodo comodo non stette mai, anzi un giorno lo ridussi in malo modo a Palermo ( si riferisce all'evento accaduto a Palermo nel 1282 meglio noto con il nome di Vespri siciliani).

12 Fra gli altri dilettanti venuti d'oltralpe (parla lo Stivale ma è il poeta che esprime il suo giudizio senza appello nei confronti di tutti gli stranieri che volevano dominare l'Italia), vi era un certo re di picche (si riferisce a Carlo VIII re di Francia che, senza successo, tentò nel 1494 di conquistare il Regno di Napoli, ma sconfitto, tornò in Francia) che tentò in tutti i modi di sottomettermi (Ci si messe co' piedi e colle mani), ma poi rimase lì a tergiversare (Ma poi rimase lì come berlicche), quando un cappone, geloso del suo pollaio  lo minaccò di fare il campanaio (Quando un cappone, geloso del pollaio: si riferisce a Pier Capponi che rispose con tono  di sfida alla frase minacciosa di Carlo VIII «allora noi suoneremo le nostre trombe» con la frase «e noi faremo suonare le nostre campane».

13 Da una bottega sbucò fuori un professor di medicina ( si riferisce a Cosimo de' Medici che da mercante abile e senza scrupoli, arrivò a governare Firenze) che per vivere alle mie spalle ordì una tela di inganni che durò poi per 300 anni.

14 Mi lisciò e mi coprì di cose di poco valore (bagatelle), e fingendo di trattarmi con tutte le attenzioni tanto raschiò che mi scorticò  la pelle (ossia: da un lato finse di essere premuroso nei miei confronti, ma dall'altra parte impose tante di quelle tasse che mi tolse ogni risorsa); dopo la Signoria dei Medici, venne un'altra casata (si riferisce ai Lorena) che usò  tuttavia gli stessi metodi di quella scuola ingiiusta e maledetta.

15 Sballottato così di mano in mano, preso di mira da un numero considerevole di arpie, soffrì  prima a causa di un Francese  (allude a Francesco I), poi di uno Spagnolo (si riferisce a Carlo V) che si affrontarono a lungo tra di loro per avermi; alla fine fu Carlo V (Don Chisciotte) il fortunato che ebbe la meglio, ma mi prese oramai sfiancato e senza risorse ( Ma gli rimasi rotto e sbertucciato).

16 Chi mi ha visto sotto il suo dominio ni dice che (Chi m'ha veduto in piede a lui, mi dice) che lo Spagnolo  mi governò malissimo, mi impiastricciò con la morchia (il residuo nerastro lasciato dall'olio d'oliva) e con la vernice, fui definito chiarissimo ed illustrissimo, ma di nascosto egli (Carlo V) mi spremette così tanto che mi lasciò  più povero di prima (E mi lasciò più sbréndoli di prima: letteralmmente: mi lasciò più straqcci di prima « sbréndolo/1pl. -i(region. tosc.) pezzo di vestito cascante; brandello Etimologia: ← affine a brandello e brindello.».http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=sbrendolo.

17 A mezza gamba, di color vermiglio mi è rimasto/Per segno di grandezza e per memoria/M'era rimasto solamente un Giglio;L'autore fa riferimento al giglio rosso simbolo della Repubblica fiorentina e quando parla del Papa mulo si riferisce a Clemente VII che si rivolse a Carlo V per fare insediare a Firenze Alessandro de' Medici detto "il Moro"  per via del colore della pelle (Giusti utilizza il termine mulatto per questo motivo).

18 Da quel momento in poi cascai dalla padella nella brace (in questa sestina l'autore utilizza due termini che si riferiscono agli attrezzi usati abitualmente da un calzolaio: la lesina e la tenaglia).  Vicerè, sbirri e canagli della stessa pasta fecero su di me nuovi soprusi e si divisero le mie vesti.

19 Così passato da un padrone ad un altro, gentaglia ingorante e rozza, mi venne a mancare la forma (la stampa) di quei piedi diritti e ben piantati (si riferisce ai Romani) con i quali senza mai andare di traverso, girai per tutto il mondo (Il gran giro compiei dell'universo).

20 Oh povero Stivale! ora confesso chi mi ha ingannato questa matta idea: quando era il momento di camminare con le mie gambe, ho voluto camminare con quelle degli altri e oltre a ciò ebbi la voglia inopportuna di cambiar padrone per trovare condizioni migliori (Ed oltre a ciò, la smania inopportuna/Di mutar piede per mutar fortuna).

21 Lo sento e lo ammetto; ciononostante mi trovo ridotto male (isconquasso) al punto che mi sembra che mi manchi la terra sotto i piedi, se provo ogni tanto a fare un passo (Se mi provo ogni tanto a fare un passo: il componimento fu scritto nel 1836 e l'autore allude ai tentativi di insurrezione e di fermento che già vi erano stati nella penisola italiana; Giustì morì nel 1850 e non potè quindi assistere a ciò che accadde nel 1859 nel Granducato di Toscana quando, in seguito alle spinte rivoluzionare, i Lorena furono costretti ad abdicare; da quel momento in poi cesserà definitivamente l'influenza degli Asburgo nel Granducato di Toscana); a forza di farmi malmenare ho perso l'abitudine a camminare da solo).

22 Ma il male più grande me lo hanno fatto i preti, razza maligna e senza discrezione (Giusti che non assunse mai posizioni giacobine, condivideva però lo spirito anticlericale dell'epoca, atteggiamento giustificato dal cattivo comportamento del papato che per secoli aveva pensato solo a rafforzare il proprio potere temporale con inganni e corruzioni, spesso stringendo alleanze con i più spietati sovrani stranieri). Ma in particolare ce l'ho soprattutto con quei poeti che si sono messi ad ostentare in maniera ipocrita una esagerata devozione. Non si può utilizzare il nome di Cristo per fare i propri interessi, il diritto canonico (I Decretali)  vieta che i preti debbano occuparsi del governo (Non c'è Cristo che tenga: i Decretali/vietano ai preti di portar stivali).

23 E intanto eccomi qui pieno di rancore e abbandonato, maltrattato da tutti e tutto pieno di fango (tutto mota), E da molto tempo attendo che qualche gamba  mi levi da queste grinze e che mi dia una scossa, non una gamba tedesca nè francese, ma italiana.

24 Una già ne provai di un certo Sere (allude a Napoleone Bonaparte) che se non avesse fatto il vagabondo (se non avesse deciso di andare in giro per l'Europa a far conquiste) si sarebbe potuto vantare di possedere il più forte paese del mondo. Ah! gli fu fatale la campagna di Russia (Ah! una nevata in quelle corse strambe/A mezza strada gli gelò le gambe).

25 Riportato allora nelle condizioni di prima (Rifatto allora sulle vecchie forme: dopo la caduta di Napoleone, nel Congesso di Vienna del 1815 venne deciso di restaurare il vecchio ordine e così tutti i despoti che erano stati spazzati via da Napoleone, tornarono a governare i lori stati. E se un tempo ebbi molta importanza, ora mi resta poco o nulla (Mi resta a mala pena il primo cuoio).  E per risolvere questa situazione ogni rimedio serve poco.

26 L'impresa è ardua, bisogna riunire tutti gli staterelli in un solo stato, sbarazzarsi di tutti gli schizzi di fango che mi sono stati gettati addosso, ma per carità fate attenzione a chi deve governare. (In queste strofe l'autore ricorre ancora all'allegoria dello stivale attingendo dalla terminologia che avrebbe usato un calzolaio dei  suoi tempi; parole come  bullette, tomaio e, nei versi sopra, tirante, piantastecchi sono oggi diventate desuete   nell'arte del cucire e del riparare le scarpe).

27 E poi fate un po' di attenzione: qua ho una bandiera di color turchino, là rosso bianca, quassù giallo e nero, insomma assomiglio alle toppe di Arleccchino. Se davvero volete rifarmi, rifatemi con prudenza e amore ma tutto d'un pezzo e dello stesso colore (la speranza di Giusti è quella di avere un unico stato sotto un'unica bandiera).

28 In ultimo scovate un uomo purchè non sia non sia un pusillanime; e nel caso in cui mi dovessi trovare governato da costui ed egli si dovesse comportare da tiranno come tutti gli altri (Di far con meco il solito mestiere) lo cacceremo via a calci nel sedere.

                                                   

Caiomario

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