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20 giugno 2018 3 20 /06 /giugno /2018 05:12
Kant: Critica della ragion pratica

Essere “conseguente” è il più stretto obbligo di un filosofo: eppure è anche quello che viene meno frequentemente rispettato. - Kant -

Critica della ragion pratica

Con la  Critica della ragion pratica (1788) Kant affronta la dimensione morale che era stata presentata come scienza impossibile nella Critica della ragion pura. Se dal punto di vista teoretico la trattazione dell'etica e della metafisica non possono essere giustificate razionalmente, il loro recupero è possibile seguendo un'altra strada. Kant riconoscendo che la metafisica è un'esigenza insopprimibile dello spirito umano ne recupera il valore argomentando sui valori che sovrintendono la vita morale.

Chiarimento

Il termine metafisica viene utilizzato da Kant in un'accezione diversa rispetto a quella che si riferisce alla realtà soprasensibile; Kant accantona la trattazione della metafisica come scienza delle cause prime e affronta la questione dei principi che regolano la vita morale.La  metafisica a cui si riferisce Kant nella Critica della ragion pratica va intesa pertanto in tale senso. Prima della pubblicazione della Critica della ragion pratica, venne pubblicata la Fondazione della metafisica dei costumi (1785) dove Kant, come chiaramente si evince dal titolo, si occupa della trattazione della metafisica dei costumi ossia dei principi che regolano la vita morale.

Il problema della legge morale è per Kant quello della sua efficacia, in altri termini quando una legge morale acquista i valori di universalità ed assolutezza? Per comprendere l'argomentazione utilizzata per determinare l'ubi consistam della legge morale, bisogna fare un collegamento con le conclusioni a cui pervenne nella Critica della ragion pura a proposito delle idee come forme a priori della ragione. (si veda anche: Critica della ragion pura) Le idee della ragione non servono a fare conoscere la realtà, dal punto di vista teoretico non aggiungono nulla ma rivelando il bisogno dell'uomo per la dimensione spirituale qual'è il loro rapporto con la parte interna dello spirito umano? Nello specifico come "inquadrare" idee come quelle della libertà, dell'immortalità e dell'esistenza di Dio? E soprattutto come trovare un "punto d'appoggio" per questi concetti che presi tutti insieme sono un'esigenza insopprimibile per la vita interna dell'uomo?

Kant spiega che dei tre concetti solo la libertà è possibile nel senso che noi sappiamo che esiste ma non sappiamo come è fatta, la libertà come si vedrà successivamente costituisce l'essenza della legge morale. La libertà - spiega Kant - è dimostrata da una legge apodittica della ragion pratica mentre le idee di immortalità e di Dio esistono in quanto si appoggiano all'idea di libertà ma non ne possiamo determinare la possibilità.Attraverso l'uso della ragione pratica, ciò che era negato nella ragione pura e visto come un problema, diventa un'affermazione della loro esigenza.

Chiarimento

Quando Kant parla di ragion pratica si riferisce all'uso pratico della ragione pura o speculativa; l'idea di libertà è una legge apodittica nel senso che una legge evidente della sfera morale mentre le idee di immortalità e di Dio non posseggono questa evidenza e per trovare la loro ragion d'essere si devono poggiare sull'idea di libertà.

Kant sicuro del limite sotto il punto di vista teoretico delle idee di immortalità e dell'esistenza di Dio invita coloro i quali sostengono il contrario di condividere le loro certezze ma dato che essi non vogliono perché non possono farlo, non rimane che dimostrarne la possibilità dal punto di vista della ragion pratica. Kant si rende conto che potrebbe apparire una contraddizione il fatto  che ciò che viene negato dal punto di vista della ragione speculativa lo si ammetta dal dal punto di vista pratico, tuttavia chiarisce subito questo aspetto affermando che la realtà di quelle idee non viene pensata in senso teoretico, cioè non permette una conoscenza del soprasensibile,  ma viene ammessa come determinazione necessaria della volontà.

Chiarimento

Se la libertà in quanto noumeno appartiene al mondo dell'apparenza e quindi le si nega una realtà oggettiva come è possibile concepirlo dal punto di vista della ragione pratica? Kant afferma che l'obiezione nasce da un equivoco o meglio da un cattivo inquadramento del problema, sino a che la libertà è vista come idea psicologica non è possibile uscire da questo circolo vizioso mentre una sua valutazione dal punto di vista trascendentale (considerandola come forma a priori della ragione) si sarebbe ammessa la necessità del suo impiego problematico nella ragione speculativa.
Kant distingue la facoltà del conoscere dalla facoltà del desiderare, la prima fa parte della ragione pura speculativa mentre la seconda indica l'esigenza della ragione pratica.

 

La ragione pratica si occupa dei fondamenti della determinazione della volontà, la prima questione che Kant si pone è la seguente: "la ragione pura può pervenire per lo meno alla determinazione della volontà"? Kant poi fa chiarezza sul compito della critica della ragion pratica che ha l'obbligo  "distogliere la ragione empiricamente condizionata dalla pretesa di fornire, essa sola, il fondamento esclusivo di determinazione della volontà". Il procedimento seguito nell'analisi della ragion pratica è inverso da quello della ragion pura dai concetti si passa ai principi e infine alla sensazione.

Chiarimento

L'inizio da cui prende le mosse Kant è la legge della causalità per la libertà, un principio pratico puro, i principi pratici sono delle massime che hanno un duplice peculiarità: sono soggettivi se riferiti alla volontà del singolo soggetto, sono oggettivi se si riconosce la loro condizione come valida per ogni essere umano.

Kant distingue tra  leggi pratiche che hanno un valore oggettivo e massime che hanno valore soggettivo e che non possono valere per tutti gli esseri umani. La legge morale quindi per essere efficace deve essere universale ed assoluta; la legge morale per essere tale deve presentarsi come un imperativo come un dovere. A riguardo Kant  precisa che " Gli imperativi valgono quindi oggettivamente, e sono del tutto distinti dalle massime come principi soggettivi". Bisogna distinguere però tra imperativi ipotetici ed imperativi categorici, i primi sono delle semplici prescrizioni pratiche ma non leggi, i secondi devono essere validi indipendentemente dalle condizioni contingenti e valide per tutti. Il discrimine tra due imperativi è la valutazione di ciò che è giusto. Kant fa un esempio: si supponga che si dica a qualcuno di non dire mail il falso, questa regola o meglio l'applicazione di questa regola dipende dalla volontà di ciascuno. Proprio il fatto che dipenda dalla volontà costituisce l'oggettività dell'imperativo, le leggi pratiche pertanto dipendono solo dalla volontà e non dalla legge di causalità. 

Un principio pratico materiale al contrario si fonda su delle condizioni soggettive e non può essere una legge pratica, la loro ragion d'essere risiede nel principio dell'amor di sé o nella felicità. Si tratta di facoltà di desiderare inferiori che non sarebbero possibili se non ci fosse una facoltà di desidera superiore: la volontà. In una legge pratica la ragione determina immediatamente immediatamente e non per l'intervento di motivi pratici contingenti; Kant ammette come legittimi i desideri di benessere e l'aspirazione alla felicità, ma tali sentimenti non sono originari sono dipendenti, L'uomo è felice se si verificano determinate condizioni e le prescrizioni pratiche che riguardano il piacere e il dispiacere non possono assurgere a leggi universali in quanto si fondano su principi del tutto soggettivi per cui il sentimento di piacere come quello di dispiacere  vero questo o quell'oggetto può valere per uno ma non per l'altro.

 Chiarimento

Il motivo per cui il "principio dell'amor di sé" non sia eguale in tutti gli uomini, non è però la vera ragione per cui non possa essere considerato una legge pratica; anche ammettendo che tutti gli uomini siano concordi sul contenuto di questo principio, non si può parlare di legge pratica, si tratta di un imperativo ipotetico che dipende da fatti contingenti. 
Una legge è pratica quando è riconosciuta a priori dalla ragione e non attraverso l'esperienza. La stessa  regola vale per le leggi della natura, nella meccanica, ad esempio, due fenomeni concordanti  possono definirsi leggi, solo le si conosce a priori.

I motivi contingenti relativi alle circostanze non possono adattarsi ad una legislazione universale né interna, né esterna; una massima valida erga omnes deve essere pensata indipendente dai fenomeni e questa indipendenza si chiama "libertà", una legge universale è tale se la volontà è libera, nel senso - chiarisce Kant - trascendentale della parola. Perché una volontà sia libera bisogna trovare il fondamento che la giustifica e questo fondamento non deve dipendere dai fenomeni, dalla contingenza del mondo sensibile.

La nostra conoscenza della legge morale, si chiede Kant, deriva dalla libertà o dalla legge pratica? Dalla libertà non può dipendere in quanto la sua conoscenza non è immediata in quanto ne abbiamo coscienza dopo un concetto negativo, non dipende dall'esperienza che è il regno dei fenomeni  e i fenomeni sono, come si è visto,  la realtà contingente pertanto la legge  morale ha veramente efficacia sull'uomo se è legge del dovere in assoluto, il suo carattere essenziale è l'universalità e la immutabilità.

Legge fondamentale della ragion pura pratica. - Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale.

La regola dice solo che bisogna comportarsi in un certo modo, è pertanto incondizionata come lo è un postulato di geometria. La legge fondamentale della ragion pratica è la condizione di tutte le altre massime e non si trae dall'esperienza, la coscienza di questa legge è un fatto della ragione, non perché derivi da precedenti dati razionali "ma perché ci si impone di per se stessa come una proposizione sintetica a priori, non fondata su alcuna intuizione, né pura né empirica".

Noi chiamiamo questa legge fondamentale: legge morale e questa legge è universale.

Chiarimento

La legge morale è universale non sono per gli uomini ma anche per tutti gli altri esseri finiti compreso, Dio. Kant però  precisa che  gli esseri finiti sono mossi da una volontà pura ma non da una volontà santa ". La legge morale è la legge del dovere come tale in assoluto, è un imperativo che comanda categoricamente, la volontà dipende solo da questa legge che impone di svolgere una determinata azione, questo obbligo si chiama dovere.  La legge morale include anche Dio nel senso che il concetto di santità che compete a Dio è un modello a cui tendere. L'espressione "include addirittura l'Essere infinito, come intelligenza suprema"  pertanto si presta a degli equivoci in quanto Dio non può dipendere dal alcuna legge pratica costrittiva come del resto precisa lo stesso Kant. 

L'unico principio a cui soggiace questa legge è l'autonomia della volontà, l'indipendenza della  ragion pratica è quindi assoluta libertà da ogni oggetto desiderato; è pertanto la volontà quale principio formale ad essere libera, se si dovesse ascrivere alla ragion pratica qualsiasi condizionamento materiale cesserebbe di essere libera.

Paradossalmente il contrario della legge morale risiede nella ricerca della propria felicità perché quando si persegue questo obiettivo la legge morale è subordinata ad una causa empiricamente condizionata. A tal proposito Kant fa questo esempio:

Se un amico, a cui del resto vuoi bene, credesse di giustificarsi presso di te di una falsa testimonianza ch'egli abbia dato, adducendo in primo luogo il dovere sacro, secondo lui, di promuovere la propria felicità, e in secondo luogo enumerando i vantaggi che in tal modo si è procurato - vantando la prudenza seguita per rendersi sicuro da qualsiasi possibilità d'essere scoperto, anche da parte di te medesimo, a cui comunica il segreto unicamente per poterlo smentire in qualunque momento -; e poi sostenesse, con tutta serietà, di avere compiuto un vero dovere umano; tu, o gli rideresti direttamente in faccia, o ti ritrarresti da lui con orrore".

Chiarimento

Bisogna quindi distinguere tra l'amore di sé e la moralità, pertanto l'aspirazione alla felicità anche qualora fosse un'aspirazione universale (rivolta a tutta l'umanità) non potrebbe definirsi universale ma generale. Sulle regole generali quindi non si può fondare alcuna legge pratica in quanto una cosa è consigliare, un'altra prescrivere Inoltre - osserva Kant - non si può prescrivere ad alcuno di essere felice, in quanto è impossibile comandare quella che è la legittima aspirazione di ogni essere umano semmai si possono consigliare le vie per conseguire la felicità

Kant per spiegare la legge morale fa un paragone con la parte analitica della Critica della ragion pura speculativa: le intuizioni di spazio e di tempo rappresentano il dato primitivo che permette la conoscenza a priori, senza oggetti sensibili però non è possibile alcuna conoscenza. Sono quindi le funzioni a priori della sensibilità che permettono di collocare nel tempo e nello spazio le impressioni che diventano percezioni, attraverso questa funzione a priori noi possiamo dare forma a impressioni che rimarrebbero informi. Cosi come avviene per le intuizioni empiriche, anche la legge morale fornisce un fatto del tutto inspiegabile che innesca questo meccanismo: al mondo dei sensi viene data una forma intelligibile che libera la legge stessa da qualsiasi condizionamento. Nella ragion pratica speculativa l'unificazione delle intuizioni empiriche avviene nei giudizi, il giudizio è il concetto puro o categoria che non dipende dalla materia, parimenti la legge morale è la legge intelligibile di un mondo sovrasensibile e ciò che permette di unificare i dati del mondo sensibile è la volontà buona, la volontà buona è la stessa ragion pratica che si pone da sé, in totale autonomia e che pone, nel contempo, il dovere. La peculiarità della legge morale è la sua autonomia.

Chiarimento

La differenza tra le "esigenze" della ragion pura e quelle della ragion pratica in realtà sono marcate perché mentre la ragion pura speculativa esige che vi siano delle intuizioni senza le quali non è possibile conoscere sinteticamente a priori un oggetto, le esigenze della ragion pratica non richiedono che "si chiarisca come siano possibili gli oggetti della facoltà del desiderare" ma solo che si chiarisca come la ragione (pratica) possa determinare la massima della volontà. Questa esigenza esige quindi che si chiarisca come si determina la volontà e il fondamento della sua massima.

Come si determina la volontà e il fondamento della sua massima non può avvenire  nella deduzione della legge morale, non può avvenire quindi utilizzando un procedimento uguale a quello della ragion pura speculativa in quanto non può partire dal mondo sensibile ma da una legge di causalità che si trova fuori da quello stesso mondo sensibile. Kant precisa che nel concetto di una  volontà è già contenuto il principio di causalità riferendosi ad una causalità libera non determinata dalle leggi della natura. Il principio di causalità libera a cui fa riferimento Kant non può avere alcuna funzione teoretica ma è ammissibile esclusivamente nell'ambito della ragion pratica.

 

Chiarimento

L'esigenza della moralità viene ammessa da Kant come un postulato della ragion pratica, pertanto ne viene ammessa l'esistenza senza dimostrazione.

Come giustifica Kant il ricorso al principio di causalità libera? Ecco le sue parole:

" Codesto diritto mi compete in ogni caso, in virtù dell'origine pura, e non empirica, del concetto di causa: senza che io mi consideri, son ciò, autorizzato a farne alcun altro uso, se non in riferimento alla legge morale, che determina la sua realtà: in altri termini, un uso pratico". 

Il procedimento argomentativo utilizzato da Kant è quello di svuotare da ogni pretesa teoretica il principio di causalità e impiegandolo in senso pratico per la determinazione delle massime, attraverso questa operazione se ne può quindi ammettere un uso lecito in riferimento ai fenomeni.

Ciò che è importante non è definire ciò che è buono e ciò che è cattivo ma determinare a priori e immediatamente la volontà, determinare le categorie della libertà che permettono di sottoporre a priori il molteplice proveniente dai desideri. Il regno della moralità ha il vantaggio di poter usare le categorie della libertà in un regno che è quello dei fini svincolato completamente da quello teoretico.

Essenziale è che la legge morale rimanga puramente formale, questo significa che l'uomo deve agire per la legge morale, il dovere deve essere compiuto per il dovere. Non è sufficiente che si agisca in conformità al dovere in quanto si avrebbe solo un comportamento che rispetta la legalità  ma che il dovere venga osservato per il dovere (moralità). Kant dice che bisogna agire non semplicemente secondo la "lettera" ma anche secondo lo "spirito", l'unico movente che deve indurre l'uomo ad agire è il senso del dovere, è la legge morale il solo movente che deve spingere ad agire.

Ecco come Kant argomenta il concetto su esposto:

" Il concetto del dovere esige dunque nell'azione, “oggettivamente”, accordo con la legge, e nella sua massima, soggettivamente, rispetto per la legge, come unico modo di determinazione della volontà mediante la legge stessa. Su ciò si fonda la differenza tra la coscienza di aver agito “conformemente al dovere”, e quella di aver agito “per dovere”, cioè per rispetto verso la legge: la prima (la “legalità”) è possibile anche quando pure e semplici inclinazioni siano state i motivi che hanno determinato il volere, mentre la seconda (la “moralità”), cioè il valore morale, dev'essere fatta consistere in ciò, che l'azione avvenga per dovere, ossia unicamente in vista della legge".

Osservare la legge morale è un sentimento che si basa su un sentimento che possiamo conoscere a priori e di cui possiamo intuire la necessità, intuitivamente quindi noi avvertiamo questa necessità che è un obbligo che esiste a priori nell'uomo. Kant parlando del rispetto per la legge morale si esprime con queste parole: 

"Il rispetto per la legge morale è, dunque, un sentimento che nasce su un fondamento intellettuale; e questo sentimento è il solo che possiamo conoscere interamente a priori, e di cui possiamo scorgere la necessità".

e poi precisa che il rispetto per la legge morale non è solo un sentimento oggettivo ma anche soggettivo in quanto, come movente, sollecita il sentimento morale di ciascun essere razionale;  la legge morale depotenzia le pretese egoistiche e le illusioni derivanti dall'amor di sé e dalla superbia. Il ruolo attivo della legge morale procura autorità alla legge stessa e quindi rispetto.L'unico movente morale è quindi il rispetto per la legge morale, le inclinazioni personale vengono limitate a condizione che si rispetti la legge morale. La legge morale poi umiliando la superbia e limitando le inclinazioni è il movente che induce l'uomo non solo a rispettarla sul piano astratto ma anche a vederla come  "fondamento di massime d'una condotta di vita ad essa conforme".  La legge morale non solo induce gli uomini a rispettarla ma  è anche motivo di ispirazione. Rispettare la legge morale significa anche tendere ad essa come modello di ispirazione esattamente come accade per la massima evangelica che dice:  «”Ama Dio al di sopra di tutto, e il tuo prossimo come te stesso”» , questo modello di ispirazione deve essere rispettato per il dovere.

I postulati della ragion pratica:

 

1) La libertà: si è già visto che nell'imperativo etico è fondamentale l'autonomia quale presupposto dell'azione morale. Di conseguenza per l'imperativo etico viene postulata la libertà nel senso che il volere non subisce condizioni da qualsiasi altra causa.  La libertà si pone come dovere sciolto dal mondo sensibile  permettendo all'uomo di sentirsi parte del mondo intelligibile. Attraverso il postulato della libertà si realizza una coincidenza tra libertà e dovere, il dovere è libertà e il dovere è libertà. 

2) L'immortalità dell'anima: Attraverso l'attuazione del dovere in quanto espressione della libertà, l'uomo realizza il sommo bene inteso come stato di pienezza, umana. L'uomo è spinto ad agire dai desideri al culmine dei quali si trova la felicità; il Sommo bene è la sintesi della virtù (bene etico) e della felicità (bene eudemonologico)  ed è possibile in senso pratico solo presupponendo l'immortalità dell'anima. L'immortalità dell'anima è un postulato della ragion pratica che permette di realizzare il sommo bene trascendendo dal tempo e guardando l'esistenza dell'uomo come un'esistenza che sta fuori dal tempo.

3) L'esistenza di Dio:  Si è visto che Libertà, Immortalità dell'anima ed esistenza di Dio non possono essere conosciuti dal punto di vista della ragion pratica speculativa in quanto manca il requisito della fondatezza teoretica, possono però essere ammessi nella sfera della ragion pratica come bisogni insopprimibili dello spirito umano ed essere ammessi come postulati di fede. Kant sostiene che qualora non si ammetta questa esigenza inestirpabile dell'agire umano, verrebbe meno l'appoggio su cui si regge la moralità umana non solo per ciò che concerne la sua realizzazione in modo completo ma anche per quanto concerne i risvolti pratici. 

Il sommo bene può essere raggiunto solo ammettendo l'esistenza di Dio; ma come si può giustificare l'esistenza di Dio senza scivolare nella credulità?

Chiarimento

Kant parte dalla definizione di felicità che così definisce:  “Felicità” è la condizione di un essere razionale nel mondo, a cui, nell'intera sua esistenza, “tutto va secondo il suo desiderio e volere”. Questa condizione non può realizzarsi facendo ricorso ad una causa della natura e l'uomo non può realizzare il perseguimento di questa condizione con le proprie forze. Gli uomini per potere realizzare questo obiettivo hanno il dovere di cercare di promuovere il sommo bene e ciò si può realizzare postulando una causa dell'intera natura, questa causa è Dio.

Ammettere l'esistenza di Dio è un dovere necessario sotto il profilo morale, non si può ammettere il perseguimento della felicità se non se  ne ammette la possibilità e se non si ammette l'esistenza di Dio.  

Ammettere l'esistenza di Dio è un'esigenza di carattere pratico che prende il nome di "fede razionale" , di una fede razionalmente giustificata.

Interessante è l'osservazione che Kant fa sugli Epicurei e sugli Stoici riguardo al loro concetto di felicità. Gli Epicurei avevano assunto un principio morale assolutamente falso in quanto avevano scelto come legge della loro massima una legge arbitraria dipendente dalla inclinazione di ciascuno. Gli Stoici avevano concepito in modo retto la virtù come condizione del sommo bene, tuttavia la loro mancanza risiedeva nel fatto che:

  • estendevano la capacità morale dell'uomo oltre i confini della sua natura;
  • non riconoscevano la felicità come elemento della natura  umana;
  • non consideravano l'altro elemento fondamentale del sommo bene la personale felicità.

In definitiva per Kant l'errore degli Stoici era stato quello di considerare il loro saggio come una persona del tutto indipendente dalla natura (i mali fisici come i dolori)  e come una persona che grazie alla sua eccellenza poteva raggiungere la felicità (nel senso da loro inteso).

La posizione di Kant sul Cristianesimo

Afferma Kant: "La dottrina del cristianesimo, anche se non la si considera ancora come dottrina religiosa, offre su questo punto un concetto del sommo bene (regno di Dio) che è il solo che risponda rigorosamente alle esigenze della ragion pratica".Nel Cristianesimo e solo nel Cristianesimo si realizzano i comandi morali che hanno la loro radice morale nella libertà, tuttavia dato che la legge morale non promette alcuna felicità, la dottrina cristiana supplisce a questa mancanza. Kant è chiaro su questo punto. anche il Cristianesimo non può garantire il perseguimento della felicità ma, attraverso i suoi precetti che sono santi, stimola l'uomo ad osservali finalizzando la sua condotta al raggiungimento della beatitudine eterna. La morale non è e non può essere una dottrina della felicità ma una condizione per conseguirla. Il conseguimento della felicità, della vera felicità dipende dal merito (inteso come osservanza dei precetti evangelici) e la speranza di una felicità incomincia solo con la religione (cristiana). 

Chiarimento

Fede razionale vuol dire fede razionalmente giustificata, la giustificazione è ammissibile nell'ambito della ragion pratica e non significa che permette una conoscenza razionale come avverrebbe nella ragione pura speculativa. 
I postulati sono da intendere come presupposti che hanno una ragion d'essere esclusivamente in senso pratico, autorizzano quindi a pensare a concetti di cui non si potrebbe neppure ammettere la possibilità

Da dove derivano i postulati:

  1. Il postulato della libertà deriva dalla "condizione praticamente necessaria di una durata sufficiente a render perfetta l'esecuzione della legge morale". In questo modo l'uomo può avere il tempo per realizzare la legge morale.
  2. Il postulato dell'immortalità dell'anima deriva " dal necessario presupposto dell'indipendenza dal mondo sensibile, e della capacità di determinare la propria volontà secondo la legge di un mondo intelligibile, cioè secondo la libertà" . L'uomo ha necessità di andare oltre il tempo ed essere indipendente dalle contingenze del mondo sensibile per determinare la propria volontà e raggiungere la propria pienezza.
  3. Il terzo postulato deriva " dalla necessità della condizione per un tal mondo intelligibile, perché possa essere il sommo bene, grazie al presupposto del sommo bene indipendente, cioè dell'esistenza di Dio".Il mondo intelligibile può essere ammesso solo se si ammette l'esistenza di Dio.

 

Il pericolo dell'astrattezza

Kant è consapevole del fatto che l'introduzione di una serie innumerevole di distinguo possa portare all'astrattezza, questo pericolo nasce dalla difficoltà comprensibile di spiegare e giustificare ambiti i cui passaggi non risultano sempre del tutto chiari. Il ricorso ai postulati intesi come presupposti razionalmente giustificati dal punto di vista della ragion pratica, elimina molte problematiche ma non le esaurisce in quanto Kant non esclude la metafisica ma la ammette seppur per questioni di carattere pratico. La morale in Kant non ha il suo fondamento nella metafisica ma è la metafisica che ha il ubi consistam sulla morale.

La finalità a priori

Proprio per cercare di evitare di essere non compreso Kant nella parte finale della Critica della ragion pratica, introduce il concetto della finalità a priori che permette di evitare di cadere nella tentazione di voler conoscere teoreticamente Dio. A tal proposito egli afferma:

".... pervenire, mediante la metafisica, dalla conoscenza di questo mondo al concetto di Dio e alla dimostrazione della sua esistenza, “mediante conclusioni sicure”, è impossibile: perché noi dovremmo conoscere questo mondo come un tutto, il più possibile completo, e quindi, in funzione di ciò, tutti i mondi possibili (in modo da paragonarli con questo); e dovremmo, perciò, essere onniscienti, per dire che il mondo fu possibile solo mediante un “Dio” (così come noi dobbiamo pensare questo concetto)".

Ammettere l'esistenza di Dio dal punto di vista pratico consente quindi di evitare l'utilizzo delle categorie ammesse sono nella ragion pura quando vengono formulati i giudizi. 

 

Il metodo per ottemperare alla legge morale

Come si può determinare un metodo della ragion pratica? In altre parole si chiede Kant come dal punto di vista pratico come si può determinare l'accesso alle leggi della ragion pratica? La questione viene affrontata in modo puntuale nella parte finale dell'opera in quanto è lo stesso Kant a rendersi conto che sottilizzare troppo sulle problematiche di tipo astratto potrebbe rendere inattuabile l'osservanza della legge morale. Per raggiungere questo scopo è importante prima di tutto:

  • rappresentare  le massime come genuini moventi della vita morale. questo per evitare che la loro osservanza sia un fatto semplicemente legale. Questo passaggio permette di evitare che la legge morale venga odiata per il fatto che ognuno ha un concetto di felicità diverso da un altro essere umano. Se un uomo osserva la legge morale solo dal punto di vista legale, la vivrebbe come coercizione e non come un sincero sentire. Ciò che conta non è il rispetto alla lettera della legge (legalità) ma l'introiettare in modo sincero il rispetto per la legge (moralità).

Kant insiste sul fatto che questa rappresentazione venga opportunamente presentata all'animo umano. Dal punto di vista pratico il momento più importante della vita dell'uomo per educarlo alla moralità è quello della gioventù, è questo il periodo in cui diventa proficua un'azione di educazione che possa durare nel tempo. Leggere le biografie dei tempi antichi e moderni può essere utile per conoscere esempi di moralità da seguire o da rifiutare. Tuttavia bisogna evitare di creare esempi di moralità da "eroi da romanzo, che, troppo compiacendosi della loro sensibilità per una grandezza sovrumana, ne approfittano per affrancarsi dall'osservanza di quegli obblighi comuni e praticabili, che ad essi appaiono piccoli e insignificanti".

Kant a questo punto suggerisce di educare un giovinetto di 10 anni alla osservanza della legge morale dicendo di raccontargli  la storia di un uomo onesto che si vorrebbe associare ad una banda di calunniatori che lo vorrebbero ingannare prospettandogli grandi guadagni ottenuti con una condotta riprovevole.  Quest'uomo però resiste a tutte le tentazioni e non cede pur di rimanere fedele ai suoi principi morali. Una storia di questo tipo farà sì che il bambino si senta trasportato dalla mera approvazione all'ammirazione sino alla venerazione di quel comportamento desiderando egli stesso "di poter essere come un uomo del genere".

Tuttavia questo modo di procedere potrebbe non essere proficuo nel caso si avesse a che fare con persone istruite qualora il motivo che dovesse indurre all'azione non si fondasse su un principio elevato ed inderogabile. questo principio è il  «dovere verso Dio».

 L'ideale della santità verso Dio è il solo modello che può garantire l'osservanza della legge morale, l'uomo così perseguendo l'ideale di santità, innalza la sua anima avvertendo nel suo intimo il profondo significato dell'unico solo movente che conta: il dovere verso Dio.

Dal punto di vista pratico si deve quindi partire dal concetto del dovere verso Dio e successivamente fare degli esempi, in tal modo - a parere di Kant- viene salvaguardata la libertà dell'essere umano e nello stesso tempo si coltiva lo sviluppo della libertà interiore, quella parte della coscienza che permette l'osservanza della legge morale.

 

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