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1 marzo 2018 4 01 /03 /marzo /2018 17:41

Uno degli argomenti non conclusi che riguarda il modo di acquisire i fatti storici verte sul metodo impiegato per fare ricerca. La branca dell'epistemologia che studia la metodologia storica è l'euristica (da εὑρίσκω, verbo greco che significa scopro, trovo).  L'euristica si occupa essenzialmente sull'uso delle fonti e  metodo di approccio osservato nel campo della ricerca.

Il problema delle fonti o meglio su cosa siano le fonti è fondamentale per lo storico, non c'è ricostruzione storica senza fare riferimento alle fonti. Se questo punto sembra ormai acquisito da tempo,  tanto che la figura dello storico moderno presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto agli storici dell'antichità è altrettanto vero che vi sono state e vi sono "scuole di pensiero" differenti su cosa siano le fonti storiche. La discussione su cosa siano le fonti storiche è una discussione che è nata nell'Ottocento in pieno clima positivistico ma possiamo dire che i primi approcci finalizzati alla classificazione dei fatti e degli eventi sono da fare risalire al periodo illuminista quando incominciarono i primi lavori di sistemazione ordinata dello scibile umano compresa quindi la storia, intesa come narrazione degli eventi passati.

In tutti i manuali viene riportata la distinzione tra fonti dirette o primarie e fonti indirette o secondarie; è possibile quindi schematicamente distinguere:

Fonti scritte tra cui rientrano:

  • le fonti letterarie quali ad esempio documenti istituzionali, opere letterarie e di qualunque altro campo del pensiero  umano;

  • le fonti epigrafiche che pur rientrando nell'ambito generale della scrittura, si caratterizzano per il fatto di essere incise sui più svariati supporti materiali.

Fonti non scritte tra cui vanno annoverate:

  • le fonti iconografiche quali ad esempio dipinti, disegni, immagini incisi etc.

  • le fonti monumentali;

  • le fonti orali che comprendono tutte le testimonianze chi ha vissuto direttamente un fatto o un evento.


 

La distinzione su riportata ha uno scopo pratico, utile sul piano espositivo ma apre delle discussioni su cosa sia una fonte. Una discussione che è ancora in atto e che è iniziata alla fine dell'Ottocento quando lo storico Johann Gustav Droysen, sul piano dottrinario, sentì l'esigenza di dare alla storia una dignità scientifica stabilendo compiti e competenze dello storico. Droysen era ben conscio del fatto che la storia abbracciasse tutta una serie di problematiche che originariamente non avevano a che fare con la storiografia vera e propria. Innanzitutto Drosen sentì l'esigenza di trovare un metodo storico che fosse del tutto autonomo rispetto all'alternativa tra la concezione speculativa e quella materialistica, un'alternativa falsa e che riteneva astratta e di natura essenzialmente spirituale mentre lo storico si sarebbe dovuto muovere nel campo della realtà empirica. Questa esigenza - secondo il Droysen- non doveva essere solo dello storico ma di chiunque operasse nel campo della ricerca e che avesse avuto a che fare con il mondo empirico. Proprio da questa consapevolezza era necessario partire per non perdere il senso per le realtà e per senso per le realtà Droysen riteneva con Wilheelm von Humboldt che si dovesse pervenire alle verità. Sotto questo punto di vista - sosteneva lo storico tedesco - la storia è scienza perché ogni scienza che possa essere definita tale vuole raggiungere la verità.

La storia è una disciplina che si deve occupare di realtà empiriche e per questo è una scienza empirica che deve essere autonoma e che non può avere alcuna commistione con la filosofia e la teologia che operano in altri ambiti e che hanno altre finalità. Oggetto della storia è tuttavia tutto il contenuto di un popolo (Droysen si riferiva al popolo tedesco e nello specifico prussiano) per ciò che concerne il passato, passato che però esercita la sua influenza nel presente che è il risultato di ciò che rimane del passato.  Nella distinzione che Droysen ci ha fornito, possiamo riassumere schematicamente tra  fonti vere e proprie e i cosiddetti "avanzi". La distinzione operata dallo storico prussiano si fonda sulle intenzioni, per Droysen possiamo distinguere fonti intenzionali mediate da fonti immediate ossia scevre da qualsiasi interesse di tipo testimoniale. Il primo passo per una corretta conoscenza storica, è tenere presente che la storia ha a che fare con dei materiali, materiali che possono essere utilizzati ed afferrati in vista di una corretta ricostruzione. Bisogna quindi partire dal materiale che si trova nel presente e andare a ritroso nel passato. A tal proposito Droysen afferma: " Si potrebbe dire che l'essenza della ricerca consiste nel ravvivare i tratti sbiaditi, le tracce latenti nel punto del presente che essa coglie, nel proiettare il lume di una lanterna a ritroso nella notte dell'oblìo" 1.

Ogni punto della realtà è storia, ogni persona è il risultato di un processo storico, il passato è tale nel momento in cui viene interiorizzato riverberandosi nel presente. La comprensione e la forza di un uomo risiedono nella comprensione del passato, soltanto attraverso la conoscenza del passato l'uomo - sostiene convintamente Droysen – non sarebbe spirito.

La storia senza la coscienza del proprio passato, è una storia senza memoria e senza speranza. Droysen poi dice chiaramente che laddove c'è l'impronta della mano umana, c'è storia: è storia l'architettura, la scultura, l'industria, lo Stato, la società, il linguaggio, la religione, la scienza ecc.; non c'è ambito dell'attività umana che non possa non definirsi storica. Ogni storia umana è prima di tutto storia e non esiste uomo se non come risultanza di ciò che “è stato vissuto dalla sua famiglia, dal suo popolo, dalla sua epoca, dalla sua umanità2


 

Nel metodo storico prospettato da Droysen assume una grande rilevanza leanomalie in quanto la ricerca storica non è rivolta a rinvenire leggi universali ma varianti mutabili. Ciò che però caratterizza in maniera unica il metodo storico, la sua quintessenza è il Verstehen, ossia comprendere indagando, l'interpretazione. Nella storia le variabili producono risultati diversi e solo l'interpretazione delle variabili può portare alla comprensione dei fatti.

Nel contempo Droysen argomenta in modo puntuale i limiti del metodo storico che non può comprendere il singolo senza considerare la totalità. Ma quali sono le condizioni che permettono di osservare ? Innanzitutto – sostiene Droysen – gli osservatori si devono trovare nelle medesime condizioni etiche ed intellettuali, solo allora possono comprendere ed interpretare i fatti. La disamina fatta da Droysen passa dall'universale al particolare con uno stile che oggi appare dispersivo, le frequenti disgressioni così evidenti, stridono con il nostro modo di comunicare ma è proprio questa caratteristica che ci mostra non solo lo storico ma l'uomo di cultura straordinaria, dalle conoscenze vaste e solide che con l'esemplificazione rende la sua argomentazione convicente e affascinante.

Non vi può essere attività dell'intrpretare i fatti storici se lo storico non sviluppa la capacità di comprendere tutte le forme in cui si manifesta la cultura umana, a questo proposito Droysen afferma:


 

"Ogni uomo è in certa misura uno storico, ma colui che fa dello ἱσtορεῖν la sua professione, questi ha da compiere qualcosa che è umano in una misura e con un'ampiezza particolari perchè in lui deve compiersi lo γνῶθι σεαυτον del genere umano (almeno nella forma dello ναγιγνώσκεισν, dacchè deve comprendere, leggere l'essente come un divenuto, quasi conoscerlo risalendo all'indietro e fin sino alla sua origine)"3

Al di là del contenuto del metodo indicato da Droysen, ciò che assume una rilevante importanza è il fatto che lo studioso tedesco ha posto le basi della moderna metodologia storica intuendo che l'individuazione delle fonti deve essere un processo continuo che investe tutto l'agire umano, tutto il materiale prodotto umano, l'unico che permette di conoscere ed interpretare il passato.

 

Uno degli argomenti non conclusi che riguarda il modo di acquisire i fatti storici riguarda il metodo impiegato per fare ricerca. La branca dell'epistemologia che studia la metodologia storica è l'euristica (da εὑρίσκω, verbo greco che significa scopro, trovo).  L'euristica si occupa essenzialmente sull'uso delle fonti e  metodo di approccio osservato nel campo della ricerca.

Il problema delle fonti o meglio su cosa siano le fonti è fondamentale per lo storico, non c'è ricostruzione storica senza fare riferimento alle fonti. Se questo punto sembra ormai acquisito da tempo,  tanto che la figura dello storico moderno presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto agli storici dell'antichità è altrettanto vero che vi sono state e vi sono "scuole di pensiero" differenti su cosa siano le fonti storiche. La discussione su cosa siano le fonti storiche è una discussione che è nata nell'Ottocento in pieno clima positivistico ma possiamo dire che i primi approcci finalizzati alla classificazione dei fatti e degli eventi sono da fare risalire al periodo illuminista quando incominciarono i primi lavori di sistemazione ordinata dello scibile umano compresa quindi la storia, intesa come narrazione degli eventi passati.

In tutti i manuali viene riportata la distinzione tra fonti dirette o primarie e fonti indirette o secondarie; è possibile quindi schematicamente distinguere:

Fonti scritte tra cui rientrano:

  • le fonti letterarie quali ad esempio documenti istituzionali, opere letterarie e di qualunque altro campo del pensiero  umano;

  • le fonti epigrafiche che pur rientrando nell'ambito generale della scrittura, si caratterizzano per il fatto di essere incise sui più svariati supporti materiali.

Fonti non scritte tra cui vanno annoverate:

  • le fonti iconografiche quali ad esempio dipinti, disegni, immagini incisi etc.

  • le fonti monumentali;

  • le fonti orali che comprendono tutte le testimonianze chi ha vissuto direttamente un fatto o un evento.


 

La distinzione su riportata ha uno scopo pratico, utile sul piano espositivo ma apre delle discussioni su cosa sia una fonte. Una discussione che è ancora in atto e che è iniziata alla fine dell'Ottocento quando lo storico Johann Gustav Droysen, sul piano dottrinario, sentì l'esigenza di dare alla storia una dignità scientifica stabilendo compiti e competenze dello storico. Droysen era ben conscio del fatto che la storia abbracciasse tutta una serie di problematiche che originariamente non avevano a che fare con la storiografia vera e propria. Innanzitutto Droysen sentì l'esigenza di trovare un metodo storico che fosse del tutto autonomo rispetto all'alternativa tra la concezione speculativa e quella materialistica, un'alternativa falsa e che riteneva astratta e di natura essenzialmente spirituale mentre lo storico si sarebbe dovuto muovere nel campo della realtà empirica. Questa esigenza - secondo il Droysen- non doveva essere solo dello storico ma di chiunque operasse nel campo della ricerca e che avesse avuto a che fare con il mondo empirico. Proprio da questa consapevolezza era necessario partire per non perdere il senso per le realtà e per senso per le realtà Droysen riteneva con Wilheelm von Humboldt che si dovesse pervenire alle verità. Sotto questo punto di vista - sosteneva lo storico tedesco - la storia è scienza perché ogni scienza che possa essere definita tale vuole raggiungere la verità.

La storia è una disciplina che si deve occupare di realtà empiriche e per questo è una scienza empirica che deve essere autonoma e che non può avere alcuna commistione con la filosofia e la teologia che operano in altri ambiti e che hanno altre finalità. Oggetto della storia è tuttavia tutto il contenuto di un popolo (Droysen si riferiva al popolo tedesco e nello specifico prussiano) per ciò che concerne il passato, passato che però esercita la sua influenza nel presente che è il risultato di ciò che rimane del passato.  Nella distinzione che Droysen ci ha fornito, possiamo riassumere schematicamente tra  fonti vere e proprie e i cosiddetti "avanzi". La distinzione operata dallo storico prussiano si fonda sulle intenzioni, per Droysen possiamo distinguere fonti intenzionali mediate da fonti immediate ossia scevre da qualsiasi interesse di tipo testimoniale. Il primo passo per una corretta conoscenza storica, è tenere presente che la storia ha a che fare con dei materiali, materiali che possono essere utilizzati ed afferrati in vista di una corretta ricostruzione. Bisogna quindi partire dal materiale che si trova nel presente e andare a ritroso nel passato. A tal proposito Droysen afferma: " Si potrebbe dire che l'essenza della ricerca consiste nel ravvivare i tratti sbiaditi, le tracce latenti nel punto del presente che essa coglie, nel proiettare il lume di una lanterna a ritroso nella notte dell'oblìo" 1.

Ogni punto della realtà è storia, ogni persona è il risultato di un processo storico, il passato è tale nel momento in cui viene interiorizzato riverberandosi nel presente. La comprensione e la forza di un uomo risiedono nella comprensione del passato, soltanto attraverso la conoscenza del passato l'uomo - sostiene convintamente Droysen – non sarebbe spirito.

La storia senza la coscienza del proprio passato, è una storia senza memoria e senza speranza. Droysen poi dice chiaramente che laddove c'è l'impronta della mano umana, c'è storia: è storia l'architettura, la scultura, l'industria, lo Stato, la società, il linguaggio, la religione, la scienza ecc.; non c'è ambito dell'attività umana che non possa non definirsi storica. Ogni storia umana è prima di tutto storia e non esiste uomo se non come risultanza di ciò che “è stato vissuto dalla sua famiglia, dal suo popolo, dalla sua epoca, dalla sua umanità2


 

Nel metodo storico prospettato da Droysen assume una grande rilevanza leanomalie in quanto la ricerca storica non è rivolta a rinvenire leggi universali ma varianti mutabili. Ciò che però caratterizza in maniera unica il metodo storico, la sua quintessenza è il Verstehen, ossia comprendere indagando, l'interpretazione. Nella storia le variabili producono risultati diversi e solo l'interpretazione delle variabili può portare alla comprensione dei fatti.

Nel contempo Droysen argomenta in modo puntuale i limiti del metodo storico che non può comprendere il singolo senza considerare la totalità. Ma quali sono le condizioni che permettono di osservare ? Innanzitutto – sostiene Droysen – gli osservatori si devono trovare nelle medesime condizioni etiche ed intellettuali, solo allora possono comprendere ed interpretare i fatti. La disamina fatta da Droysen passa dall'universale al particolare con uno stile che oggi appare dispersivo, le frequenti disgressioni così evidenti, stridono con il nostro modo di comunicare ma è proprio questa caratteristica che ci mostra non solo lo storico ma l'uomo di cultura straordinaria, dalle conoscenze vaste e solide che con l'esemplificazione rende la sua argomentazione convicente e affascinante.

Non vi può essere attività dell'intrpretare i fatti storici se lo storico non sviluppa la capacità di comprendere tutte le forme in cui si manifesta la cultura umana, a questo proposito Droysen afferma:


 

"Ogni uomo è in certa misura uno storico, ma colui che fa dello ἱσtορεῖν la sua professione, questi ha da compiere qualcosa che è umano in una misura e con un'ampiezza particolari perchè in lui deve compiersi lo γνῶθι σεαυτον del genere umano (almeno nella forma dello ναγιγνώσκεισν, dacchè deve comprendere, leggere l'essente come un divenuto, quasi conoscerlo risalendo all'indietro e fin sino alla sua origine)"3

Al di là del contenuto del metodo indicato da Droysen, ciò che assume una rilevante importanza è il fatto che lo studioso tedesco ha posto le basi della moderna metodologia storica intuendo che l'individuazione delle fonti deve essere un processo continuo che investe tutto l'agire umano, tutto il materiale prodotto umano, l'unico che permette di conoscere ed interpretare il passato.

1Johann Gustav Droysen, Istorica: lezioni di enciclopedia e metodologia della storia (1857) a cura di Silvia Caianello, 2003, Alfredo Guida Editore, Napoli, 2003, p.88.

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