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27 luglio 2012 5 27 /07 /luglio /2012 04:56

Sappiamo che quando si dà un giudizio non molto positivo su un libro si rischia di cadere nella presunzione, ma la valutazione personale proprio perché è tale, non deve dispiacere all'autore; però quando leggo un manuale che parla di filosofia devo trovare determinati requisiti e la stessa cosa vale per quei libri che trattano di cose filosofiche. 
Qualche anno fa erano molto in voga dei libri che avevano la pretesa di spiegare la filosofia in modo simpatico, erano scritti da un autore che doveva la sua notorietà in gran parte al mezzo televisivo. Non era un insegnante di filosofia, né un docente universitario, né un laureato in filosofia, probabilmente aveva fatto il liceo classico, insomma aveva masticato un poco di filosofia, in grandi linee conosceva alcuni aspetti ma la sua "riduzione" trovava sicuramente il riscontro favorevole di coloro i quali non avevano mai letto un testo filosofico. L'autore in questione non ha scritto più libri del genere e non poteva essere diversamente, lo sapevamo noi studenti di filosofia che di lui invidiavamo solo il successo letterario. 


DIDATTICA 

"Cinquanta Grandi Idee di Filosofia" di Ben Duprè non può essere messo sullo stesso piano di quel genere di libri a cui ho fatto riferimento nelle righe precedenti, non è un manuale ma è stato scritto con lo spirito del sunto, cosa intendo per spirito del sunto? In cinquanta brevi capitoli l'autore vorrebbe spiegare argomenti che necessiterebbero di ben altra trattazione, l'intenzione è ammirevole e l'operazione in parte è riuscita; la scrittura è brillante, sul piano del rigore non si può rivolgere all'autore alcuna critica, ma è troppo poco per capire cinquanta idee? E poi perché proprio cinquanta? Se mettiamo una dietro l'altra le idee che i filosofi hanno generato dai pre-socratici fino ai nostri giorni, constateremo che le idee sono centinaia di migliaia e che spesso sono concatenate le une alle altre. 

Prendiamo ad esempio il capitolo che tratta dell'Estetica, Duprè presenta un breve saggio intitolato "cos'è l'arte?" Manca una trattazione di quella che può essere considerata l'opera principale sul giudizio estetico: "La Critica della facoltà di giudizio", non ci si può domandare su cosa sia l'arte senza fare un riferimento a Kant in modo sistematico anche se l'intenzione dell'autore è quella di spiegare in modo non complicato questioni che hanno reimpito biblioteche intere. 
Un altro esempio: la trattazione del problema del peccato originale, del male e del libero arbitrio è ben impostata ma non vi è alcun riferimento al tomismo, assenti del tutto i riferimenti teologici così come mancano quelli bibliografici. E' una valutazione ex post "viziata" dall'approfondimento, ma non è un ipercriticismo spocchioso, bensì è l'impressione che sarebbe la medesima da parte di qualsiasi studente di filosofia. So che è sbagliata la prospettiva, ma è una valutazione personalissima. 


L'ANGOLO PERSONALE 

Non è marginale invece la buona intenzione dell'autore, divulgare i principi della filosofia, i grandi interrogativi che da sempre accompagnano l'uomo; non c'è dubbio che restringere solo in ambito specialistico determinate questione significherebbe eliminare il 98 per cento dei potenziali lettori. 
Non posso che esprimere un giudizio meno severo che non contraddice quanto detto prima, credo che il più grande errore che sia stato ingenerato riguardo alla filosofia sia quello di averla man mano ristretta ad un ambito accademico e questo ha portato ad una sua marginalità nell'ambito del sapere umano. 
Assistiamo da tempo (uso il plurale riferendomi a molti che avendo studiato filosofia condividono questa mia posizione) all'attività degli iniziati della filosofia che con spocchia si sono chiusi nella loro torre d'avorio. 
Chi sono questi iniziati? Alcuni accademici che saranno del tutto ininfluenti in ambito filosofico, non si tratta della magnifica schiera dei "professori tedeschi" a cui apparteneva Hegel, Kant, Nietzsche e tutti gli altri, ma di fruitori di cose altrui, di cose già dette, di ripetitori a cui manca persino l'intuizione dell'esegeta. 

Allora ben vengano i Duprè che lanciano corde dalla torre d'avorio e ben vengano tutti coloro che divulgano (con rigore) determinate tematiche; le questioni di carattere etico (leggere i capitoli 25 "Gli animali provano dolore?" e 26 "Gli animali hanno diritti?") riguardano tutti, quello che è importante invece è non liquidare in modo semplicistico questioni complesse facendole diventare complicate. 

Duprè non pretende di fare lo storico della filosofia ma bisogna riconoscergli che, dal punto di vista divulgativo, è riuscito nell'intento, peccato per la brevità dell'opera, poco più di 200 pagine è poca cosa. Di contro invece è apprezzabile la presenza delle illustrazioni e la copertina rigida, la veste grafica rende agevole la lettura, quel che basta per non fare prendere il libro e metterlo da parte. 

La lettura dell'opera è consigliata a tutti gli spiriti pensanti, alcune delle domande che vengono poste da Duprè ognuno, almeno una volta, se le è chieste. Ma oltre alle domande bisogna argomentare una risposta, l'autore in questo ha centrato l'obiettivo aiutando il lettore a trovare la bussola. 



  • Bisogna essere dei grandi ignoranti per rispondere a tutto quanto ci viene richiesto. (Voltaire


ma oguno di noi deve ricordare sempre quanto ha detto Socrate

  • So di non sapere

 Libro divulgativo che pone domande più o meno impegnative.

 

Scritto di proprietà dell'autore, già pubblicato anche altrove.

 

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Published by Caiomario - in Filosofia

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