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1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 07:42

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/11349203@N02/2306478823 (Album di Luciana Luciana)

 

RITRATTO 

Kahlil Gibran è noto a molti per i suoi aforismi, pensieri brevi di un autore di grandissima umanità che grondava di spiritualità, tra i pensatori del '900 Gibran è stato uno dei più intensi e più forti, leggere le sue opere è emozionante e permette di cogliere particolari che spesso sfuggono a chi come molti di noi è assorbito dalla quotidianità ed è divorato dalla fragilità dell'esistenza. 
Gibran ci conduce con la sua riflessione personale verso itinerari stimolanti che ci fanno andare oltre il dolore e ci fanno riscoprire l'amore inteso come desiderio dell'infinito. Uomo di grandissima cultura ondeggiante tra aneliti mistici e profetici fu senz'altro un visionario tormentato da ascrivere nella schiera sempre più assottigliata dei Maestri. 
Tra poesia, filosofia e arte pittorica, l'attività di Kahlil Gibran si esprime attraverso il ricorso al simbolismo che reinterpreta la realtà togliendo il velo dell'apparenza. 
Solo le grandi personalità come Gibran riescono a trasmettere una visione evocativa della realtà riuscendo a suscitare quelle emozioni profonde che danno un senso alla vita. 


PARTENDO DAGLI AFORISMI 

Qualche anno fa avevo acquistato un cofanetto della collana "Tascabili Economici Newton" in questo cofanetto vi sono una serie di volumetti dedicati alle massime, agli aforismi e ai pensieri brevi di diversi autori tra cui vi è anche Kahlil Gibran; il libretto si intitola "Sabbia e spuma" ed è una miniera di diamanti preziosissimi che rivelano una profonda ed autentica spiritualità difficilmente riscontrabile tra gli autori contemporanei. 
Solo dopo aver gustato gli aforismi, ho voluto approfondire la conoscenza di un autore che rientra in quella categoria dei senza tempo che vanno oltre la letteratura e che sono in grado di influenzare il pensiero di altri uomini. Poi ho scoperto altre opere, ho incominciato con "Il Profeta", da sempre uno dei libri più venduti fino ad approdare a "Gesù figlio dell'uomo", un libro che si può rivelare bellissimo se supportato da un minimo di conoscenza storica e soprattutto se si abbandona l'idea che possa essere un libro agiografico sulla figura di Gesù. 
Il libro è stato pubblicato la prima volta nel 1928, ma non può essere definito un libro datato in quanto la tematica trattata va al di là del tempo contingente legato alla sua elaborazione, la ricostruzione di Gibran non può definirsi storica e sotto questo punto di vista risponde appieno alle esigenze del Cristo delle fede. 

RIFLETTENDO SUL LIBRO

In questi 2000 anni si è parlato molto di Gesù, delineando delle figure opposte a Cristo, sono venute fuori risposte determinate da condizioni filosofiche e da correnti culturali. Oggi questo incontro della cultura cristiana avviene con altre culture mondiali -per inciso Gibran era un cristiano-maronita profondamente imbevuto di cultura araba- , la domanda "Chi è Gesù Cristo" si inserisce anche nel contesto cristiano che stiamo vivendo (ecco perché il libro non può dirsi mai datato), anche i malcontenti nei quali si pone questa domanda, viene fuori un'immagine parziale di Gesù Cristo, perché alcuni hanno risposto a questa domanda enfatizzando l'elemento puramente umano, quasi considerando Gesù Cristo esclusivamente nella concreta prassi politica sociale, altri hanno risposto enfatizzando l'aspetto della redenzione divina e del dogma. 

Gibran si distacca dalla riflessione criticamente condotta, non è questo il suo obiettivo, ma il suo racconto è orientata e sostenuta dalla fede ed è volta a dare una risposta coerente ed organica all'interrogativo fondamentale della fede, cioè chi è Gesù Cristo. 
D'altra parte leggere il libro di Gibran andando al di là della fede è impossibile così come non possiamo considerare Gesù Cristo fuori dall'ambito della fede perché se noi siamo fuori da questo ambito non riusciamo a capire profondamente tutta la dimensione di Gesù Cristo. 

GIBRAN NEL BINARIO TEOLOGICO 

Nel contesto culturale in cui viviamo la Cristologia procede su due binari: il binario gnoseologico e il binario teologico, mi spiego meglio: gnoseologia indica tutto ciò che può essere conosciuto, teologico tutto quello che interpreta, supera la pura conoscenza storica. 
Il testo dell'autore libanese comprende entrambi: nella linea della ricerca gnoseologica prende in esame gli aspetti della figura di Gesù Cristo, nel suo aspetto storico anche se la dimensione biografica costituisce una forzatura in quanto non vi è riscontro nelle scritture neotestamentarie di molti degli episodi raccontati. 

Basta questo allora per poter affermare che la riscrittura romanzata della vita del Nazareno e di altri personaggi vada oltre la gnoseologia? A mio parere no, leggendo il libro anzi si avverte che la problematica attuale non è diversa rispetto a quella degli anni '20 del Novecento. 
Sarebbe un errore pensare di interpretare la vita di Gesù sotto la lente della solo gnoseologia, l'ambiente culturale di oggi risente di due influssi che sono l'illuminismo che ha voluto dare un'interpretazione assoluta alla ragione sconfessando la tradizione, l'autorità e ogni forma di giurisdizione in nome di una ragione assoluta; dall'altra parte alle posizione illuministiche si è contrapposta una forma di restaurazione dei valori a cui, sul piano del pensiero, è corrisposto un tradizionalismo anche teologico. 

Oggi che sono state superate queste due posizioni: una che diceva solo la ragione, una che sosteneva solo la fede, possiamo inquadrare il libro di Gibran nel suo significato più autentico; l'operazione di Gibran va oltre la storia che non è in grado di dare una spiegazione esaustiva di Gesù Cristo. 
L'episodio del dialogo tra Gesù e Giuda Iscariota non è mai avvenuto nei termini descritti, se nei Vangeli ci fosse stata questo episodio, potremo spiegare molte cose sul piano storico, ma la storia non è in grado di spiegare tutto in maniera esaustiva. 

Le coordinate attraverso cui procede Gibran sono storico-teologiche: la teologia aiuta a spiegare chi è Gesù Cristo, "Il mio trono è altro da quello che tu sai vedere....il mio regno non è di questa terra, e il mio seggio non sorge sui teschi dei vostri avi", non è una frase che trova un riscontro testuale in nessuno dei quattro Vangeli, e questa operazione potrebbe suscitare molto scalpore. 
Eppure Gibran dimostra di conoscere benissimo la distinzione che c'è tra il Gesù della storia e quello della predicazione apostolica: Gesù storico era un messia che voleva liberare Israele dalla dominazione romana, il Gesù che veniva predicato nella Chiesa delle origini era il Cristo biblico. 
Gibran presenta quindi Cristo e i personaggi a lui legati o che con lui hanno avuto un rapporto secondo una prospettiva teologica che diventa valore attingendo dai fatti che vengono raccontati nei Vangeli: i fatti in sé non avrebbero valore, serve che questi fatti abbiano un significato e che abbiano una spiegazione. 

I LIMITI (dalla parte dei detrattori) 

* Primo limite: l' eccessiva capacità creativa di Gibran paradossalmente si inscrive nel medesimo atteggiamento delle prime comunità cristiane che avrebbero inventato la stragrande maggioranza dei racconti di Gesù. 

* Secondo limite: la personalità degli evangelisti viene in qualche modo minata, in quanto spesso non vi è alcun riscontro testuale tra quanto raccontato e le fonti. 

I MERITI (dalla parte di Gibran) 

La storia non ci dice che il Figlio di Dio si è incarnato per salvarci, ma la storia ci dice che le prime comunità cristiane presentavano un Cristo annunciato e predicato; Gibran però va oltre e ci presenta il pensiero degli attori che verosimilmente potrebbero avere pensato nel modo in cui viene raccontato. 
Prendiamo, ad esempio il quadro presentato da Gibran sulla figura di Caifa il sommo sacerdote, Gesù è stato mandato a morte da Ponzio Pilato o dal Sinedrio? La questione è stata ed è fonte di contrapposizioni feroci sulle quali in questo contesto non mi soffermo, ma è importante che siano chiari alcuni punti per capire il perché: 

ai Romani del processo religioso non interessava niente, sono i sommi sacerdoti del tempio che processano Gesù, la domanda che gli venne rivolta era anche un'accusa: "Ti sei proclamato veramente Figlio di Dio, il consideri il Messia?". Questo era il capo d'accusa, quando Gibran fa pronunciare a Caifa la seguente frase: "Non si dimentichi che la Torah è il nostro pilastro ed il nostro sostegno" non è lontano da quello che sicuramente egli pensava. 
Ecco allora che noi sappiamo di questo processo religioso secondo quello che ci viene narrato nei Vangeli, ma Gibran va oltre, la sua narrazione rispecchia storicamente la situazione del mondo ebraico, non è una semplice ricostruzione, è la realtà perché riporta a quella condizione esistente. 

C'è da dire poi che il processo non poteva essere fatto neppure per una ragione religiosa, i sommi sacerdoti lo fecero in modo subdolo, non affrontando Gesù de visu, alla luce del solo perché non avevano l'autorità per farlo, lo fecero di notte lasciando Gesù solo. Questo è il momento in cui si manifesta la paura dei discepoli e questo è il momento in cui Simone (detto Pietro), pur avendo un amore sconfinato verso Cristo, lo rinnega. 
Nel momento in cui Gesù rivela chi è, il sinedrio lo accusa di essere contro la religione ebraica, però pur riconoscendo questa affermazione fatta pubblicamente davanti al sinedrio, lo accusano di aver bestemmiato e gli ricordano che non c'era bisogno di prove in quanto era lui stesso ad ammetterlo. 

Non risponde invece al vero il contenuto della frase presente nel libro: "Noi e Ponzio Pilato sapevamo quale minaccia si nascondesse in quell'uomo, e sapevamo che era la prudenza stessa a suggerire di eliminarlo" , la minaccia vera era per il potere religioso, per i Romani l'unico timore era quello che scoppiassero dei disordini. 
L'ostacolo principale per cui Gesù potesse venire accolto dal giudaismo era quello del Messia e quello del Tempio che rappresentava l'emblema, il simbolo dell'unità del giudaismo e quindi distruggerlo significava distruggere tutto il processo religioso, il cammino religioso degli ebrei. 


CONCLUSIONE 

Definire il libro di Kahlil Gibran un testo di religione è riduttivo e fuorviante, è sicuramente però un'opera cristologica che si può inscrivere nella tradizione degli autori che si rifanno alla tradizione primaria. 
Chi vuole affrontare la lettura del testo potrà scorgere il tragico paradosso dell'esperienza cristiana dove la storia spesso non trova riscontro nella fede e viceversa....questa però è l'essenza della ricerca spirituale, teniamone conto.


"Quando la Vita non trova il cantore che ne canti il cuore produce un filosofo che ne esprima il pensiero" (Kahlil Gibran) 


La presente opinione è frutto delle mie riflessioni personali: la teologia mi aiuta a spiegare chi è Gesù Cristo, la storia mi dà la possibilità di avere la certezza di alcuni fatti e avvenimenti.

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose

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