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1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 17:05

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Il giorno della civetta è uno dei romanzi più noti di Leonardo Sciascia che dopo un avvio in cui sono presenti gli echi del Neorealismo tipici di una tradizione letteraria che affonda le sue radici in Verga, Pirandello, Brancati, si avviò a tematiche proprie del Postmoderno dove il motivo del complotto lo portò a utilizzare diversi generi letterari che vanno dal giallo al pamphet.
L'attività letteraria di Sciascia si è contraddistinta per la sua molteplicità di interessi dispiegandosi tra saggistica, romanzi di contenuto storico, critica letteraria e scritti politici.
Quando nel 1961 venne pubblicato Il giorno della civetta, Sciascia ebbe un grande successo e il tema, dapprima affrontato, attraverso il genere letterario del romanzo, diventerà  nei decenni successivi un argomento che Sciascia tratterà in numerosi interventi che non mancarono di provocare laceranti polemiche.
Pur essendo l'intellettuale più esposto nella lotta alla mafia, le sue posizioni sul garantismo gli provocarono numerose accuse, prima fra tutte quella di essere nei fatti un oppositore  troppo tiepido, questo si verificò quando Sciascia prese posizione contro i "professionisti dell'antimafia" accusati di essere dei veri e propri mestieranti istituzionalizzati.

Possiamo inquadrare Il giorno della civetta in quel periodo dell'attività letteraria di Sciascia che va da "Le parrocchie di Regalpetra" (1956) agli anni '70, un periodo caratterizzato dai temi della moralità sempre inquadrati all'interno di una prospettiva illuministica e calati all'interno della storia siciliana, è un periodo questo dove domina sostanzialmente la speranza che qualcosa possa cambiare.
Il giorno della civetta è un romanzo che si inscrive all'interno dello schema dell'inchiesta giudiziaria dove l'indagine poliziesca diventa l'occasione per presentare il contesto mafioso e in cui ogni avvenimento  è frutto della contrapposizione di due personaggi ideologici: il protagonista, il capitano Bellodi e Don Mariano Arena, il capomafia.

È noto che Sciascia modellò il  personagio del capitano Bellodi su una figura reale, quella di un suo amico,Renato Candida, che aveva ai suoi occhi il pregio di incarnare la figura del fedele servitore delle leggi della Repubblica.
Bellodi è infatti un ex partigiano, un fedele servitore dello stato repubblicano, settentrionale, conduce un indagini in Sicilia per scoprire i mandanti di un delitto di mafia di cui è vittima il presidente di una cooperstiva, Salvatore Colasberna.

LA FIGURA DEL CAPITANO BELLODI

Quella di Bellodi è una figura senza tempo che si avvicina molto a quegli eroi in carne ed ossa che rimarranno vittime della mafia e che spesso sono stati lasciati da soli a condurre una lotta impari sia per quanto riguarda i mezzi sia per quanto riguarda l'impossibilità di arrivare a quei livelli superiori che della mafia si servono e con la mafia prosperano.
Qualcuno ha paragonato la figura di Bellodi a quella del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con una differenza fondamentale però, Bellodi in seguito alle sue indagini, venne trasferito mentre Dalla Chiesa, ucciso barbaramente, non riuscì a terminare la sua lotta di contrasto alla mafia, fu costretto, suo malgrado, a passare il testimone.
Quella di Bellodi è quindi una figura letteraria ma anche una figura realmente esistita, una figura che riassume tutti gli eroi dell'antimafia ( non i mestieranti istituzionalizzati), quelli abituati a lottare tutti i giorni con tutta una serie di difficoltà prima di tutto culturali che spesso costituiscono la base dell'omertà, vero e proprio collante di tutto il fenomeno mafioso.

Omertà e connivenze politiche sono le cause, le uniche cause che permettono alla mafia di riprodursi come un idra a sette teste. quando infatti il capitano Bellodi ha una licenza, gli imputati non solo vengono scarcerati ma vengono forniti a loro degli alibi falsi ma perfetti che li scagionano completamente.
Si rabbrividisce leggendo il libro e constatando che nonostante i numerosi arresti di capi e mezzi capi, la mafia riesca a riprodursi con una velocità disarmante ma quello che più sconcerta è il fatto che il livello politico continua ad essere intoccabie, eppure ci sono le sentenze che andrebbero lette per comprendere come la lotta alla mafia non si sia mai fermata e come abbia più volte, nonostante numerose difficoltà, sfiorato e lambito fatti che hanno visto coinvolti eccellenti personaggi. E non è finita!!

LE PAROLE NON SI POSSONO FERMARE

È emblematica la frase pronunciata da Don Mariano Arena a proposito del pericolo delle parole :" e le parole non sono come i cani cui si può fischiare a richiamarli", una frase che si può interpretare in diversi modi, da una parte il fatto che ciò che si scrive e si dice rimane lì come un'iscrizione su una lapide, immutabile nel tempo, incancellabile ma dall'altra parte anche come le parole possano diventare un fiume in piena incontrollabile che porta solo distruzione.
E' nota l'accusa che Sciascia fece contro coloro i quali bollò  come "professionisti dell'antimafia", era il 10 gennaio del 1987 e il "Corriere della Sera" ospitò un articolo di Sciascia che provocò tutta una serie di polemiche non ancora affatto sopite, Sciascia pensava che parlare troppo di mafia portasse a una degenerazione, ma il suo scetticismo almeno dal punto di vista di chi scrive non era condivisibile, più si parla della mafia più si scalfisce giorno dopo giorno il muro di omertà che le ha consentito di prosperare.
Forse parlare di complicità con la mafia è stato eccessivo  nei confronti di Sciascia ma sta di fatto che nessun contrasto può avvenire con un romanzo per quanto importante  ed efficace come "Il giorno della civetta".
In quel famoso articolo, Sciascia sosteneva (a torto a mio parere) che nulla vale di più per fare carriera nella magistratura che prendere dei processi di mafia e ci fu un attacco frontale contro quel galantuomo che è stato Paolo Borsellino, leggere quelle righe è agghiacciante..sappiamo come è andata a finire!

Non si può fare a meno di accostare Il giorno della civetta a quel noto articolo scritto ventisei anni dopo, ma tuttavia sarebbe poco generoso e disonesto intellettualmente, sminuire il valore di un romanzo come "Il giorno della civetta" che appena lo si legge, sembra di averlo letto da sempre.
Tutte le figure del romanzo sono figure che potremmo definire antropologiche della cultura siciliana in cui emergono potenti individualità, le uniche che pur su fronti opposti possono avere dignità nel bene e nel male.
Questa filosofia di vita, questo modello antropologico lo troviamo riassunto nelle parole di Don Mariano Arena, il passo è notissimo anche se spesso le citazioni sono imprecise e parziali.

Dice Don Mariano rivolgendosi al capitano Bellodi:

«Io......ho una certa pratica del mondo, e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire l'umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainc***o e i quaquaraquà....Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini.....E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.....E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito....E infine i quaquaraquà. che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre....Lei anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.....»(Tratto da "Il giorno della civetta").

Parole che sono un esempio di filosofia applicata e che ha le sue radici antropologiche in una cultura dove solo personalità potenti possono lottare tra di loro....nel bene e nel male.

Lettura integrale del testo per capire anche l'Italia di oggi...

Vittorio Mangano, noto anche come lo stalliere di Arcore, condannato nel 2000  per associazione mafiosa è stato  così definito da un noto personaggio politico: "A modo suo un eroe". Non servono commenti!

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Published by Caiomario - in Libri

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