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17 marzo 2014 1 17 /03 /marzo /2014 06:55

 

 

 

 

 

 

 

 

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Accostarsi al "Trionfo della morte", il più nietzschiano dei romanzi di Gabriele D'Annunzio, può indurre il lettore a confondere l'esteta, come lo intendeva il Vate con il superuomo di Nietzsche, ma il decadentismo non ha niente a che fare con la filosofia di Nietzsche se non per l'influenza che questi ebbe su tutti gli scrittori (D'Annunzio compreso) che credettero di interpretare in modo corretto il pensiero del filosofo tedesco. L'influenza che il filosofo tedesco ebbe su D'Annunzio, è innegabile ma, per ovvie ragioni, fu un'influenza non voluta; nel secondo Novecento, poi, l'accezione del superuomo come individuo slegato da qualsiasi imposizione della morale è quella che ha avuto più successo ed è anche quella che ha contribuito, in maniera determinante, a non comprendere Nietzsche, difatti coloro che sostengono questa tesi sono solitamente quelli che non hanno mai letto le opere di Friedrich Nietzsche
Chi scrive ha cercato di tenere distinti i due piani di pensiero anche se una certa vulgata letteraria tende a sovrapporre i due piani ingenerando un equivoco fuorviante. 
Nietzsche aveva un'idea di uomo che andava oltre (superuomo nel senso di sopra l'uomo) e che rappresentava un modello per il futuro, un uomo che era libero da qualsiasi superstizione e pregiudizio, D'Annunzio invece, sotto questo punto di vista, rappresenta un decadimento dell'idea nietzschiana. 

IL TRIONFO DELLA MORTE UN PASSANTE SI BUTTA DAL PINCIO E SI RINCHIUDONO IN ALBERGO 

Il romanzo si compone di 24 capitoli divisi in sei parti, gli unici protagonisti sono Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio, entrambi sono amanti; gli altri attori sono delle comparse che si muovono dietro la storia tragica dei due. La parola "amante" in D'Annunzio è pregna di sensualità, gronda di fisicità e non è mai foriera di gioioso trasporto, il poeta raccontava storie di amanti maledetti che nella tragedia personale sublimavano se stessi sino ad annullarsi. 

L'inizio del romanzo conferma l'inclinazione di D'Annunzio a narrare episodi che turbano il lettore: siamo sul Pincio, Giorgio e Ippolita stanno passeggiando ad un certo punto una persona si suicida buttandosi nel vuoto. I due che fanno? Vanno a rinchiudersi in un albergo e non avendo altro da fare Giorgio mostra le lettere che le ha scritto e non le ha mani spedito, Ippolita apprende la folle gelosia di lui, ne è turbata. 

LA SEPARAZIONE E LA MAMMA DI LUI 

Giorgio e Ippolita vanno verso l'inevitabile separazione, entrano in gioco le figure femminili della sua famiglia: la mamma e le sorelle. La madre suscita in lui pena e amore, mentre è il padre quello che gli ha dato l'imprinting della violenza, da questa tara è impossibile liberarsi e la figura del padre, anonima e misteriosa, è quella che, in parte, ne condizionerà le scelte. 

PER RITROVARE L'AMORE SI RIFUGIANO IN UN ALBERGO, MA È L'ULTIMA TAPPA PRIMA DEL TRIONFO DELLA MORTE 

Giorgio e Ippolita dopo essersi ritrovati decidono di ritirarsi in un albergo dell'Adriatico abruzzese, la parte del romanzo in cui si descrive questo episodio è tra le più belle, D'Annunzio che di donne certo se ne intendeva, riesce a descrivere in maniera unica il rapporto carnale che lega i due, la sensualità di lei e l'ossessione che lui prova verso la vitalità straripante dell'amante. 
E' l'esito che è infausto e, lascia l'amaro in bocca! Giorgio decide di uccidere Ippolita e poi di togliersi la vita. 



L'ANGOLO PERSONALE 

Giorgio è un raffinato, non c'è dubbio, ma è anche psicologicamente fragile, lo definirei un uomo adulto instabile che prova tenerezza verso una madre tradita da un marito che passa da una donna ad un'altra, ma è anche un uomo sul quale le figure femminili svolgono un'influenza che si trasforma in dipendenza totale. 
Vedo in Giorgio poco superuomo e tanto infantilismo, fatto già negativo di per sé, che si trasforma in pericolosità quando diventa patologia e Giorgio è letteralmente ossessionato dalla figura della madre e dalla sua psicologia fragilissima. 

Ippolita doveva essere molto bella, Giorgio è conquistato dal suo aspetto fisico, il suo è un rapporto carnale che diventa con il tempo sempre più torbido al punto da vedere Ippolita come una Nemica (nel testo la parola è scritta con la lettera maiuscola). Cede a Ippolita diventando trepido e debole, di lei ama tutto: i lunghi capelli che arrivano fino al bacino, le ciocche "ammassate dall'umidità", ma soprattutto il suo essere "cupida e convulsa" che tradotto dal lessico dannunziano significa bramosa di desiderio (insomma era una che amava e voleva essere amata biblicamente parlando). 

Gli alberghi: ci si va per lavoro, per turismo o per amarsi, Giorgio e Ippolita facevano di ogni albergo la loro alcova e purtroppo alla fine anche il luogo in cui trovare la morte; una storia di attrazione fisica che diventa una storia di morte? Questo è il romanzo, Giorgio è un debole e forse uno psicotico, per non essere schiavo della carnalità decide di ammazzare lei e di suicidarsi. È terribile, ma questo esito è sconvolgente, come si può pensare di uccidere una donna perché con la sua bellezza si viene turbati? 

Giorgio è un fallito, la sua inettitudine è pericolosa, annienta se stesso e gli altri e alla fine cosa rimane? Niente, assolutamente niente. 

Di superuomo non c'è niente, l'unica vittima è Ippolita mentre Giorgio è un carnefice. 

S consiglia la lettura del libro, il lettore troverà un linguaggio inconsueto per i nostri giorni, ma affascinante; il romanzo merita poi una lettura perché D'Annunzio anticipa un tema come quello dell'inetto che sarà poi ripreso anche da Kafka e da Pirandello...ma questa è un'altra storia.

 Ippolita la Nemica, Giorgio il carnefice....verso la morte.

 

Scritto di proprietà dell'autore pubblicato anche altrove.

 



 

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Published by Caiomario - in Libri

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