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9 agosto 2012 4 09 /08 /agosto /2012 05:26

Quando si leggono le poesie di Eugenio Montale, si rimane disorientati dinanzi all'uso di un linguaggio arido e scabro, a tratti anche duro e stridente che sembra voler segnare un punto di distacco nei confronti di tutte le espressioni poetiche precedenti spesso caratterizzate da forme stilistiche ampollose e retoriche. 

Abituati a poesie che si sviluppano fornendo un quadro, un'immagine ben definita come nel caso di Leopardi o addirittura stremati dinanzi alla lettura delle odi di Carducci, dinanzi al celeberrimo "M'illumino d'immenso", si rimane attoniti e incapaci di commentare, quasi avvolti dal pessimismo che circonda la concezione che Montale ha della vita. 

I temi della sua lirica sono infatti quelli di una concezione negativa dell'esistenza all'interno della quale si muove un individuo stretta da muri invalicabili e minacciosi; questa concezione trova una sponda in quello che è uno degli sfondi spesso presenti nelle poesie di Montale: il mare. 

È come se l'uomo volesse correre verso la libertà ma dopo aver scalato una montagna, arriva sopra una roccia e davanti a sè non ha altro che il mare che si trova verso orizzonti aperti inavvicinabili. 

Con uno stile scarno e sobrio, Montale riesce ad esprimere tutta l'impotenza dell'uomo dinanzi agli eventi della vita che assomiglia al gioco degli scacchi dove si finisce coll'essere sempre perdenti. 

In questa negazione di ogni possibilità di riscatto, la poesia non fa altro che registrare la nostra impotenza e inefficacia e questo Monatale lo fa con uno stile unico, simile a quello dei grandi lirici greci: le espressioni che usa sono a volte dure, aride e sembrano essere scolpite sulla roccia. 

La poesia di Montale è complessa, non sempre di facile comprensione soprattutto per i temi trattati che spesso sono i temi affrontati dai grandi filosofi ma visti con l'occhio del poeta. 

I termini utilizzati da Montale sono spesso insoliti come insolito è l'uso che ne fa, spesso troviamo aspre assonanze, descrizioni di paesaggi tormentati, a questo proposito prendiamo ad esempio la seguente strofa della poesia "Meriggio", tratta dalla raccolta "Ossi di Seppia": 

"Osservare tra frondi il palpitare 
lontano di scaglie di mare 
mentre si levano tremuli scricchi 
di cicale dai calvi picchi" 

si notino i termini usati: frondi, scricchi, calvi picchi  e si immagini la scena: sembra di trovarsi sopra la collina che sovrasta uno dei tanti tratti della costa ligure e di stare dinanzi alla visione del mare palpitante di scaglie luminose e di strapiombi scoscesi impossibile da percorrere. 

Montale a differenza di Ungaretti, si muove su un piano di assoluto distacco dai sentimenti, quasi con un senso di rassegnazione dove l'unica via consolatoria è la contemplazione oggettiva, si limita quasi a registrare la disperazione dell'uomo perchè le ragioni stesse dell'esistenza sono corrose fin dalle fondamenta, proprio da questa contemplazione della materialità avviene la trasfigurazione spirituale del paesaggio, dove ogni elemento diventa un simbolo denso di significati e capace di comunicare momenti di rara intensità. 
7072306367_b4b13d4b93.jpg

Fonte immagine: http://farm8.static.flickr.com/7276/7072306367_b4b13d4b93.jpg


La poesia di Montale   stimola le riflessione sui grandi temi dell'esistenza: ma non dà risposta.

 

Articolo di proprietà dell'autore, pubblicato anche altrove.

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Published by Caiomario - in Poesia

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