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1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 07:00

La Rivoluzione e i Contadini

Carlo Pisacane

 

 

 

 

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"L'eccidio di Carlo Pisacane e dei suoi compagni" illustrazione tratta da

Storia d'Italia di Francesco Bertolini, illustrata da Lodovico Pogliaghi

con 97 grandi riquadri di  Edoardo Matania.

Fonte immagine:https://www.flickr.com/photos/37667416@N04/4595066636


 

Carlo Pisacane (Napoli 1818 - Salerno 1857) è stata una delle figure più attive del Risorgimento nazionale, partecipò nel 1848 alla Prima guerra d'Indipendenza e fece parte della Commissione di Guerra durante la difesa della  Repubblica Romana  del '49 di cui fu anche capo di stato maggiore.

Dapprima vicino al pensiero di Mazzini, si avvicinò alle posizioni del Cattaneo e dei socialisti francesi. Nel 1857 fu a capo della spedizione nel Regno di Napoli che avrebbe dovuto sollevare i contadini,  partito da Genova si diresse a Ponza dove liberò trecento ergastolani e da Sapri si diresse verso l'interno. La sperata insurrezione delle plebi agricole non vi fu, attaccato dall'esercito borbonico e dagli stessi contadini preferì togliersi la vita per non finire prigioniero dei Borboni

Tra le sue opere vanno annoverati due scritti importanti: La guerra combattuta in Italia negli anni 1848'-49 e i quattro volumi dei Saggi storici, politici, militari sull'Italia.

 

Nel Saggio sulla Rivoluzione Pisacane racconta le condizioni delle plebi agricole nel Regno Borbonico, è interessante ancora oggi riflettere sull'analisi del patriota napoletano, un'analisi che al di là delle ragioni contingenti dell'epoca, ci inducono a comprendere i motivi per cui lo sfruttamento subito si possa trasformare in forme di collaborazione e di collusione con il potere egemonico che è causa dello stesso sfruttamento. Le vittime della brutalità spesso per motivi di autodifesa scelgono di diventare sfruttatori di altri sfruttati e di "saltare" dall'altra parte della barricata una volta che la protesta si è spenta. Per quanto riguarda, invece, le contingenze storiche bisogna sottolineare che il Risorgimento nazionale fu un movimento  in larga parte  condotto dalla borghesia liberale i cui interessi erano del tutto estranei a quelli degli strati  più subalterni della popolazione meridionali. L'assenza di valori condivisi e convissuti ha fin da allora impedito che nascesse una coscienza autenticamente nazionale ma è anche causa dello scarso senso civico che da sempre caratterizza larghi strati della popolazione italiana.

 

 

 

«L'odio ai presenti governi -osserva Pisacane- bastante ad insorgere, trionfata l'insurrezione, s'ammorza; quindi bisogna suscitare una passione, onde bilanciare gli stenti e i rischi della guerra. Il desiderio di libertà, d'indipendenza, l'amor della patria hanno forza grandissima nei cuori di quella balda ed intelligente gioventù, che è sempre prima ad affrontare i pericoli delle battaglie, ma essi soli non bastano; l'Italia trionferà quando il contadino cangerà volontariamente la marra col fucile; ora, per lui, onore e patria sono parole che non hanno alcun significato; qualunque sia il risultato della guerra, la servitù e la miseria lo aspettano. Chi può senza mentire a se medesimo, affermare che le sorti del contadino e del minuto popolo, verificandosi i concetti de' presenti rivoluzionari, subiranno tal cangiamenti da meritare le pene e i sacrifizi necessari a vincere? Il socialismo o se vogliasi usare altra parola, una completa riforma degli ordini sociali, è l'unico mezzo che, mostrando a coloro che soffrono un avvenire migliore da conquistarsi, li sospingerà alla battaglia. Quindi la difficoltà che presenta la guerra, dal nostro risorgimento, i numerosi nemici, l'indole italiana assai difficile a governare, la vita municipale prima a manifestarsi nelle rivoluzioni, il costume, ormai reso seconda natura, di resistere a chi comanda.....costituiscono il fato della nazione; inesorabilmente le è segnato il destino. Schiavitù o socialismo; altra alternativa non v'è.

I rivolgimenti del 48 ebbero precisamente questo carattere: tutto il popolo che si agita, i prìncipi sono travolti dal turbine, ed al termine di questa nuova fase succede una disfatta: ed un nuovo ammaestramento. Popolo e prìncipi hanno mire opposte: quindi diffidenza, dubbia fede, spergiuro, incapacità nè capi; e, dopo tanti sforzi, il popolo altro non guadagnò che persecuzioni ed efferrata tirannide.»

 

 

L'odio nei confronti della classe politica e di governo una volta che è passata l'insurrezione si placa, la rivolta fine a se stessa dimostra tutta la sua labilità in quanto funge da valvola di sfogo ed è mera protesta che non apporta alcun cambiamento.

Perchè si formi una coscienza civile è necessario suscitare una passione, ossia avere un forte convincimento delle proprie idee. Nessuna rivoluzione può avvenire se non viene coinvolto tutto il popolo, scrive Pisacane che solo quando il contadino sostituirà la marra con il fucile si potrà parlare di rivoluzione. Nei tempi attuali, messe da parte le velleità bellicose ed armate si potrebbe dire che i cambiamenti avvengono solo quando la partecipazione è totale e non limitata agli strati più illuminati della popolazione.

Se i concetti espressi dal Risorgimento non riuscirono a muovere le plebi questo fu dovuto al fatto che gli interessi dei rivoluzionari non coincidevano con quelli delle plebi contadine, ma altre cause sono da rinvenire nei particolarismi municipali. Quanta attualità vi è nelle parole di Pisacane! L'Italia divisa e frammentata è ciò che sopravvive delle antiche divisioni e di quello spirito di campanile mai sopito in cui ognuno pensa ai propri interessi.

L'eredità che ci viene dagli antagonismi di Municipi, Signorie e Principati si ripresenta ciclicamente sotto forme diverse e investe sfere dell'agire umano che non sono solo politiche; oltre a questo aspetto costitutivo delle popolazioni nazionali vi è la tendenza a resistere a chi comanda, gli italiani fondamentalmente non hanno fiducia nelle istituzioni statali viste come qualcosa di estraneo e ciò è il risultato di secoli di diffidenza nei confronti dei vari signori e signorotti che non sapevano altro che vessare le popolazioni servendosi degli scagnozzi e dei birri di turno.

Ma ancora oggi valgono le parole di Pisacane: se non vi è una rivoluzione sociale non vi è alternativa alla schiavitù antica che da sempre -aggiungiamo noi -  l'Italia si porta dietro e che impedisce il comune sentire.

 

Rimangono diverse domande che non sembrano avere soluzione: ma al di là delle celebrazioni retoriche che si risolvono nelle mille vie intitolate a Pisacane, cosa rimane delle riflessioni stimolanti dell'uomo politico napoletano? E cosa fa  la classe politica per superare l'antica diffidenza nei confronti dello Stato da parte della popolazione? L'orologio della storia sembra ritornato indietro: alle antiche plebi agricole si sono sostituite pletore di  individui esclusi incapaci di qualsiasi reazione e pronti a tutto pur di risolvere la propria situazione personale.

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Published by Caiomario - in Storia

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