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11 gennaio 2015 7 11 /01 /gennaio /2015 10:35

TENETE GLI OCCHI APERTI, ANCHE GLI STILI DI VITA HANNO IL LORO PESO

Bella idea  quella di trascorrere una giornata in completa riflessione cercando di comprendere come ci si può "difendere" da un sistema di vita che è sempre più vissuto passivamente dalla maggior parte degli individui che vivono nell'era contemporanea.
È una bella idea perché permetterebbe agli "uomini di buona volontà" di comprendere le ragioni dell'indignazione di milioni di persone che probabilmente rappresentano una delle più grandi minacce per quel fenomeno incontrollabile che passa sotto il suggestivo nome di "globalizzazione".
Ma dato che pochissimi si attivano in questo esercizio di riflessione, la cosa migliore è quella di comprendere che cosa al livello individuale ognuno di noi può fare per invertire un sistema di abitudini che costa decisamente troppo non solo in termini di risorse individuali, ma anche e soprattutto in termini di risorse ambientali e sociali.

Ritengo tale preambolo necessario in quanto è da sempre che mi occupo del fenomeno della "decrescita" e una spinta ulteriore a ragionare su queste tematiche  mi è stata data dal fenomeno degli "indignati" che in tutto il mondo vedono confluire istanze diverse e critiche verso il sistema attuale delle relazioni economiche. Sia ben inteso che utilizzare il termine "decrescita" provoca inevitabilmente degli equivoci insanabili, credo dunque che bisognerebbe utilizzare l'espressione "crescita responsabile" per comprendere quanto sia folle ed irrazionale pensare che la crescita quando è sinonimo di "produzione continua e di consumo a tutti i costi" non crea progesso ma solo danni irreversibili.
 Già vedere che certi argomenti stanno diventando patrimonio comune delle generazioni più giovani è un'emozione perché significa mantenere desta la speranza che qualcosa potrebbe cambiare in un mondo dove tutto è sempre più interconnesso al punto che non c'è più alcuna differenza tra i desideri di coloro che da decenni "mangiano" la fetta più consistente della torta e gli ultimi arrivati che reclamano il loro pezzo.

Un'occasione unica per riflettere e comprendere tali istanze ci può essere data dal libro di Naomi Klein intitolato "No logo", un libro che ho avuto più volte occasione di leggere e di consultare per trovare una risposta non solo ai miei dubbi, ma anche alle contraddizioni che inevitabilmente accompagnano le nostre scelte individuali.
Il libro non è nuovo, è stato pubblicato per la prima volta nel 2000 e, nonostante siano trascorsi oltre dieci anni dalla prima edizione, continua ad essere il punto di riferimento per tutti coloro che prima hanno contestato il sistema globale di relazioni economche e, poi, hanno preso le contromisure per difendersi da un'economia che sta fagocitando tutto e tutti  meno se stessa.
Probabilmente il fatto che "No logo" sia entrato tra i libri più venduti degli ultimi decenni ha fatto la gioia degli editori, ma nello stesso ha dato una forza straordinaria a una donna che "da sempre" ha anticipato i tempi con le sue analisi lucide e destabilizzanti al punto che le sue idee sono diventate parte integrante delle motivazioni di tutti i movimenti "no global".

LA DELOCALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE

Henry Ford, il vero fondatore del capitalismo o perlomeno colui che aveva compreso come la produzione seriale doveva diventare accessibile alle masse, aveva compreso agli inizi del secolo che i primi che dovevano comprare le autovetture prodotte dalla sua fabbrica, dovevano essere gli operai che le producevano.
Il proposito  di Ford è stata la più grande intuizione del sistema capitalista in quanto allargava le possibilità di accesso alla ricchezza anche a coloro che la determinavano e la producevano: gli operai.
Ford era un conservatore rivoluzionario, un pioniere della produzione di massa che aveva compreso che nessuna società si può reggere con masse enormi di persone che vivono nell'indigenza e nella povertà.
Produrre un bene e sentirlo proprio significa vivere quel bene e difenderlo, di contro i "capitani coraggiosi" di alcune (non tutte) le aziende di beni brandizzati hanno avuto la malsana intuizione di produrre in zone in cui la manodopera a basso costo permette di recuperare 1 o 2 punti sul costo globale di produzione.
Cosa significa questo? Significa avere un risultato esattamente contrario a quello che dovrebbe essere il fine stesso di un'impresa: vendere un bene e fare utili; da una parte, infatti, abbiamo una depressione del mercato interno e dall'altra parte ( paradosso dei paradossi) coloro i quali producono a basso costo non sono in grado di acquistare il bene prodotto per via dei bassi salari.
Esattamente il contrario di quanto sosteneva Henry Ford che nella sua lungimiranza aveva compreso che la produzione responsabile deve, in primis, essere un bene diffuso.
E siccome il fenomeno finisce per portare delle conseguenze che paga tutta la collettività al danno si aggiunge anche la beffa, il bene brandizzato prodotto a basso costo determina un costo sociale che mina le stesse economie degli stati.
Può un operaio che si trova in cassa integrazione e che guadagna 880 euro al mese, acquistare una vetturetta che costa non meno di 10.000 euro? La domanda è retorica e la risposta è ovvia, ma dovrebbe fare riflettere sulle vere ragioni che indignano non solo i giovani ma anche categorie di cittadini che si trovano improvvisamente espulsi dal mondo della produzione ( e senza la possibilità di rientrarci).

...E LE AZIENDE BRANDIZZATE HANNO PRESO LE CONTROMISURE

La Klein va oltre, non si limita ad un'analisi economica delle contraddizioni di tali scelte, ma evidenzia anche il costo in termini ambientali ed umani determinati  dalla delocalizzazione della produzione. Produrre la scarpa da tennis all'ultima moda in paesi in cui non viene riconosciuto alcun diritto ai lavoratori sia per ciò che concerne la sicurezza sul lavoro, sia per quanto riguarda il compenso economico, oltre ad essere immorale è antieconomico.
Molte aziende proprio  in seguito al libro della Klein, hanno dovuto rivedere molte delle loro opzioni scegliendo (volenti o nolenti) la strada della produzione responsabile, altre purtroppo, in nome della flessibilità, invocano la "cinesizzazione" del sistema di produzione.
Si tratta quindi di un tema attualissimo che costituisce una delle ragioni di quel movimento che passa sotto il nome di "indignati" ed è il nodo irrisolto di una classe politica che non riesce a fronteggiare le istanze che provengono dai cittadini contraddicendo, in tal modo, le ragioni stesse della democrazia.
La Klein ha condotto sin dal 2000, un'indagine seria e ben documentata sui movimenti che hanno condotto una battaglia contro questo modo di fare economia di molte  tra le marche più note, oggi molti dei giovani che manifestano nel mondo indignandosi hanno poco più di vent'anni, quando il libro venne pubblicato per la prima volta andavano ancora alle scuole elementari, da allora sono accadute molti fatti che stanno minacciando la tenuta sociale dei sistemi economici occidentali.
La finanza ha preso il posto della produzione e del lavoro (quello vero) e, di fatto l'unica risposta che è stata data dalle autorità monetarie centrali è stata quella di "rimpolpare" le banche che sono state spesso le responsabili e una delle concause della crisi mondiale che sta spazzando via un'intera generazione.
Abbiamo o no più di una ragione per indignarci? Grazie Naomi Klein per il tuo impegno.

Consiglio la lettura del libro, senza riserve, per comprendere anche come le nostre scelte individuali possono spingere molte aziende a produrre in modo responsabile perché, oltre ai profitti, non si può prescindere dalla dimensione etica, questo Henry Ford lo aveva capito.....

 

Caiomario

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Published by Caiomario - in Libri

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