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29 gennaio 2015 4 29 /01 /gennaio /2015 14:51

Il saggio "Architettura di una chimera: rivoluzione e complotti in una lettera dell’anarchico Malatesta reinterpretata alla luce di inediti documenti d’archivio" (http://www.universitas-studiorum.it) scritto da Salvatore Mazzariello ed Enrico Tuccinardi, è un lavoro nato da una ricerca appassionante che è durata tre anni e che ha portato gli autori a ricostruire, grazie all'ausilio di documenti d'archivio francesi ed italiani una vicenda che, a distanza di più di un secolo, resta ancora storiograficamente aperta.
Il libro è un’analisi dettagliata della ben nota lettera [nota 1] che il leader anarchico Errico Malatesta inviò da Londra il 18 maggio 1901 ad un compagno sconosciuto di Parigi e che fu intercettata dal Ministero degli Interni di Giolitti. Una missiva che partì dunque, emblematicamente, quattro giorni prima del “suicidio” di Gaetano Bresci nel penitenziario di Santo Stefano e che alludeva ad una misteriosa operazione supportata trasversalmente anche da elementi esterni alla più stretta cerchia anarchica e finalizzata alla realizzazione della agognata rivolta antisabauda.
Il saggio contiene, a tal proposito, degli elementi decisamente innovativi.
Viene, tra l'altro, finalmente individuato, con un buon grado di verosimiglianza, il destinatario della missiva e si appura, contro le precedenti ipotesi storiografiche, la reale e sorprendente identità di quell' “Oreste” che un ruolo tanto importante riveste nell'economia dei fatti che Malatesta lasciava trasparire nella sua missiva. Documenti inediti trovati negli archivi parigini ci hanno consentito inoltre di certificare senza alcun dubbio un concertato soggiorno di Malatesta a Parigi (Neuilly) presso l’ex regina di Napoli Maria Sofia di Baviera (dal 1 al 7 febbraio 1901) e permettono di fare luce su molti degli eventi più pregnanti occorsi in quel frangente.Si tenta di far luce anche sul ruolo, assolutamente non marginale, che ebbe nella vicenda l’enigmatico Angelo Insogna, uomo di fiducia di Maria Sofia, citato espressamente da Malatesta nella lettera, e che come Benedetto Croce segnalerà in una sua dichiarazione pubblicata sulla Stampa di Torino nel 1926, si rivelò essere uno dei principali fulcri di quella che fu probabilmente una incredibile ed articolata “convergenza di interessi”.
Sulla scia di una querelle storiografica mai sopita che ha avuto negli anni passati ulteriore eco a seguito dei lavori (più divulgativi ma nondimeno interessanti) presentati da Arrigo Petacco su Bresci e Maria Sofia, si è tentato di ristabilire una plausibile definizione degli eventi esaminati mantenendo un utilizzo rigoroso delle fonti ed un puntuale confronto con la più qualificata letteratura specialistica.
Indipendentemente dalla condivisione o meno delle conclusioni alle quali sono pervenuti gli autori, va rilevato che tutti questi nuovi dati (quelli strettamente documentali ed archivistici in modo particolare) vengano recepiti e studiati con attenzione dal mondo accademico e da tutti coloro che ancora oggi si interessano a questo passaggio della nostra storia.
Siamo infatti convinti che essi apportino un contributo sostanziale allo status quaestionis.

[nota 1] La lettera fu pubblicata e commentata per la prima volta da Lorenzo Gestri (vedi Lorenzo Gestri, Dieci lettere inedite di Cipriani, Malatesta e Merlino, "Movimento operaio e socialista", a. XVII, n. 4, ottobre-dicembre 1971) che scriveva: “Concludiamo con una lettera del Malatesta, posteriore di alcuni anni alle altre, che contiene alcun elementi interessanti circa la vexata quaestio dei rapporti fra l'agitatore napoletano e l'ex regina di Napoli Maria Sofia. Tale lettera, indirizzata dal Malatesta ad un compagno residente a Parigi, la cui identità non è possibile appurare dai documenti di polizia che la accompagnano, cadde durante il suo viaggio non sappiamo come nelle mani del Questore di Bologna. Trasmessa alla Direzione Generale della P. S., che ne confermava l'autenticità sulla base di un esame calligrafico e ne faceva copia fotostatica, essa veniva rinviata a Bologna, perché il Questore la restituisse a chi gliela aveva procurata onde farla giungere al destinatario. Una copia veniva quindi spedita all'Ambasciatore d'Italia a Parigi, accompagnala da una nota in data 10 agosto 1901 in cui si individuava nella Signora, cui alludeva Malatesta appunto Maria Sofia, in M. , Charles Malato, in " Oddino " il dirigente socialista Oddino Morgari, in Arturo l'anarchico italiano Arturo Campagnoli, ed infine in Oreste, con tutta probabilità Oreste Boffino.”

DATI EDITORIALI

  • Titolo: Architettura di una chimera
  • Sottotitolo: Rivoluzione e complotti in una lettera dell’anarchico Malatesta reinterpretata alla luce di inediti documenti d’archivio.
  • Autori: Enrico Tuccinardi e Salvatore Mazzariello.
  • ISBN: 9788897683728
  • Casa editrice: Universitas Studiorum S.r.l.
  • Luogo: Mantova.
  • Data di pubblicazione: Novembre 2014.
  • Numero di pagine: 184.

QUARTA DI COPERTINA:
"Il 18 maggio del 1901 il più celebre e temuto degli anarchici italiani, Errico Malatesta, all’epoca esiliato a Londra, inviò a un destinatario ignoto una misteriosa lettera, densa di contenuti che alludevano a complotti e macchinazioni rivoluzionarie in Italia. La lettera fu intercettata dai servizi segreti del Ministero dell’Interno, presieduto da Giovanni Giolitti. A meno di un anno da quando, in una calda serata di luglio, un giovane anarchico venuto dall’America, Gaetano Bresci, aveva assassinato il Re d’Italia, lo spettro anarchico tornava a incombere sulla Penisola.
L’anarchismo, agli inizi del XX secolo, si stava trasformando in una minaccia planetaria e in Italia, complici le politiche sociali di uno Stato autoritario e repressivo, rischiava di trovare l’appoggio determinante di un popolo sempre più esasperato. In questo humus storico-politico germoglia e si sviluppa l’intreccio di eventi che fa da sfondo alla missiva di Malatesta. Per la prima volta, grazie a una serie di documenti inediti, vengono identificati i personaggi chiave della lettera e, attraverso un minuzioso lavoro di ricerca svolto in archivi italiani e francesi, viene fatta luce, dopo oltre un secolo, su un appassionante intrigo d’inizio ‘900, che vide coinvolti un gruppo di anarchici italiani residenti all’estero sotto la guida di Errico Malatesta, il governo italiano, con Giolitti e i suoi agenti infiltrati nel milieu anarchico, e persino l’ex regina di Napoli, Maria Sofia, in esilio a Parigi"
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Published by Caiomario - in Libri
23 gennaio 2015 5 23 /01 /gennaio /2015 17:50

Er lunedì piantassimo er servizio

perchè ce venne l'ordine da fori,

er martedì sospesi li lavori,

er mercoledì fu chiuso l'esercizzio.

Giovedì scioperai co' li sartori

perchè mi' moje sta ner sodalizzio,

e venerdì che fecero er comizzio

fui solidale co' li scopatori.

Sabbato s'aspettò la decisione

con una bicchierata socialista

a li compagni della Commissione;

e intanto fu firmata una protesta

contro la borghesia capitalista

che ce fa lavorà pure la festa!

_______________________________

Il sonetto venne scritto nel 1914, a quanto pare gli impenitenti fannulloni dediti a tempo pieno all'assenteismo erano allora diffusi come lo sono oggi, curioso il fatto poi che i fannulloni ideologizzati siano sempre quelli che trovano le scuse più assurde pur di non lavorare. Da sempre i fannulloni serrano le fila sotto la protezione di questo o quella organizzazione sindacal-partitica per difendere i propri privilegi facendosi scudo della loro intoccabilità ad oltranza e ricorrendo alla scusa del diritto acquisito. Che avrebbe detto Trilussa davanti alla pletora di quei dipendenti pubblici che fanno timbrare il cartellino ai colleghi e non vanno a lavorare oppure che si ammalano sempre di venerdì? Probabilmente avrebbe dedicato loro un sonetto dove avrebbe ridicolizzato il tracotante comportamento di chi pensa che la cosa pubblica sia una vacca da mungere per il proprio tornaconto personale.

Caiomario

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Published by Caiomario - in Letteratura - Trilussa
19 gennaio 2015 1 19 /01 /gennaio /2015 13:07

Una povera Pecora imprudente,

passanno un fiume spensieratamente,

cascò nell'acqua, fece: glu-glu-glu,

e nun se vidde più.

Naturarmente, tutte le compagne,

saputo er fatto, corsero sur posto

e incomiciarono a piagne.

- Povera Pecorella!

- Lei ch'era tanto bona!

- Lei che era tanto bella! -

Puro l'Omo ciannò: ma, ne la furia

de dimostraje la pietà cristiana,

invece di strillà: - Povera Pecora! -

strillò: - Povera lana! -

___________________________________

La poesia dialettale vede molti magnifici rappresentanti e uno dei più vivaci ed arguti è il romano Trilussa che continua ad essere apprezzato con rinnovato interesse da intere generazioni di lettori. In questo sonetto, Trilussa, racconta le reazioni contrastanti che vengono suscitate da un evento drammatico come quello della morte. Non sempre quando si esprime il proprio dolore per la dipartita di qualcuno vi è sincero disinteresse, spesso in questa circostanza drammatica viene fuori quello che di più torbido alligna nel pensiero degli individui. Nel sonetto La Pecorella, "l'Omo" non riesce a tacere il vero motivo del suo rammarico per la morte della pecora che, in seguito a questo tragico evento, non avrebbe più prodotto lana. Il dispiacere quindi non è per la pecora ma per il mancato guadagno causato dalla sua morte.

Caiomario

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Published by Caiomario - in Letteratura - Trilussa
14 gennaio 2015 3 14 /01 /gennaio /2015 12:39

Ner mejo de la lotta

fra li Sorci e l'Ucelli,

ce fu la Lega de li Pipistrelli

che s'ariunì d'urgenza in una grotta.

- E noi che famo? - chiese er Presidente,

che pe' paura d'esse compromesso

era rimasto sempre indipennente -

Er Sorcio, ne convengo, c'è parente,

ma de l'ucello se pò di' l'istesso. -

Un Pipistrello che parlava in nome

der gruppo de le Nottole, rispose:

- Prima vedemo come

se metteno le cose.

La vecchia tradizzione der partito

c'insegna de decide l'intervento

all'urtimo momento,

quanno tutto è finito.

Pe' questo aspetterei

che se formi er corteo der vincitore

per imboccasse, senza fa' rumore

framezzo a le bandiere e a li trofei.

Io, infatti, da che vivo,

ogni tre mesi cambio distintivo

e vado appresso a tutti li cortei.

___________________________________

Sonetto sempreverde che confinare nell'ambito della poesia dialettale sarebbe riduttivo ed erroneo, Trilussa scrive in romanesco ma è proprio la forma che dà slancio alle sue formidabili pennellate godibili da tutti quei lettori che ne sanno cogliere il fine sarcasmo e la felice libertà. Trilussa da abile verseggiatore qual'è, colpisce sempre nel segno, evita l'eloquenza e la futilità, arriva al dunque e fa dire all'irriverente popolano quello che nel poeta potrebbe forse suscitare qualche riserbo. Quanto all'opportunismo degli italiani ci sarebbe molto da dire, ci limitiamo ad osservare che non è un vizio nuovo, intere generazioni lo hanno adottato come "filosofia" di vita che poi hanno trasmesso a coloro che venivano dopo.

Caiomario

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Published by Caiomario - in Letteratura - Trilussa
11 gennaio 2015 7 11 /01 /gennaio /2015 10:35

TENETE GLI OCCHI APERTI, ANCHE GLI STILI DI VITA HANNO IL LORO PESO

Bella idea  quella di trascorrere una giornata in completa riflessione cercando di comprendere come ci si può "difendere" da un sistema di vita che è sempre più vissuto passivamente dalla maggior parte degli individui che vivono nell'era contemporanea.
È una bella idea perché permetterebbe agli "uomini di buona volontà" di comprendere le ragioni dell'indignazione di milioni di persone che probabilmente rappresentano una delle più grandi minacce per quel fenomeno incontrollabile che passa sotto il suggestivo nome di "globalizzazione".
Ma dato che pochissimi si attivano in questo esercizio di riflessione, la cosa migliore è quella di comprendere che cosa al livello individuale ognuno di noi può fare per invertire un sistema di abitudini che costa decisamente troppo non solo in termini di risorse individuali, ma anche e soprattutto in termini di risorse ambientali e sociali.

Ritengo tale preambolo necessario in quanto è da sempre che mi occupo del fenomeno della "decrescita" e una spinta ulteriore a ragionare su queste tematiche  mi è stata data dal fenomeno degli "indignati" che in tutto il mondo vedono confluire istanze diverse e critiche verso il sistema attuale delle relazioni economiche. Sia ben inteso che utilizzare il termine "decrescita" provoca inevitabilmente degli equivoci insanabili, credo dunque che bisognerebbe utilizzare l'espressione "crescita responsabile" per comprendere quanto sia folle ed irrazionale pensare che la crescita quando è sinonimo di "produzione continua e di consumo a tutti i costi" non crea progesso ma solo danni irreversibili.
 Già vedere che certi argomenti stanno diventando patrimonio comune delle generazioni più giovani è un'emozione perché significa mantenere desta la speranza che qualcosa potrebbe cambiare in un mondo dove tutto è sempre più interconnesso al punto che non c'è più alcuna differenza tra i desideri di coloro che da decenni "mangiano" la fetta più consistente della torta e gli ultimi arrivati che reclamano il loro pezzo.

Un'occasione unica per riflettere e comprendere tali istanze ci può essere data dal libro di Naomi Klein intitolato "No logo", un libro che ho avuto più volte occasione di leggere e di consultare per trovare una risposta non solo ai miei dubbi, ma anche alle contraddizioni che inevitabilmente accompagnano le nostre scelte individuali.
Il libro non è nuovo, è stato pubblicato per la prima volta nel 2000 e, nonostante siano trascorsi oltre dieci anni dalla prima edizione, continua ad essere il punto di riferimento per tutti coloro che prima hanno contestato il sistema globale di relazioni economche e, poi, hanno preso le contromisure per difendersi da un'economia che sta fagocitando tutto e tutti  meno se stessa.
Probabilmente il fatto che "No logo" sia entrato tra i libri più venduti degli ultimi decenni ha fatto la gioia degli editori, ma nello stesso ha dato una forza straordinaria a una donna che "da sempre" ha anticipato i tempi con le sue analisi lucide e destabilizzanti al punto che le sue idee sono diventate parte integrante delle motivazioni di tutti i movimenti "no global".

LA DELOCALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE

Henry Ford, il vero fondatore del capitalismo o perlomeno colui che aveva compreso come la produzione seriale doveva diventare accessibile alle masse, aveva compreso agli inizi del secolo che i primi che dovevano comprare le autovetture prodotte dalla sua fabbrica, dovevano essere gli operai che le producevano.
Il proposito  di Ford è stata la più grande intuizione del sistema capitalista in quanto allargava le possibilità di accesso alla ricchezza anche a coloro che la determinavano e la producevano: gli operai.
Ford era un conservatore rivoluzionario, un pioniere della produzione di massa che aveva compreso che nessuna società si può reggere con masse enormi di persone che vivono nell'indigenza e nella povertà.
Produrre un bene e sentirlo proprio significa vivere quel bene e difenderlo, di contro i "capitani coraggiosi" di alcune (non tutte) le aziende di beni brandizzati hanno avuto la malsana intuizione di produrre in zone in cui la manodopera a basso costo permette di recuperare 1 o 2 punti sul costo globale di produzione.
Cosa significa questo? Significa avere un risultato esattamente contrario a quello che dovrebbe essere il fine stesso di un'impresa: vendere un bene e fare utili; da una parte, infatti, abbiamo una depressione del mercato interno e dall'altra parte ( paradosso dei paradossi) coloro i quali producono a basso costo non sono in grado di acquistare il bene prodotto per via dei bassi salari.
Esattamente il contrario di quanto sosteneva Henry Ford che nella sua lungimiranza aveva compreso che la produzione responsabile deve, in primis, essere un bene diffuso.
E siccome il fenomeno finisce per portare delle conseguenze che paga tutta la collettività al danno si aggiunge anche la beffa, il bene brandizzato prodotto a basso costo determina un costo sociale che mina le stesse economie degli stati.
Può un operaio che si trova in cassa integrazione e che guadagna 880 euro al mese, acquistare una vetturetta che costa non meno di 10.000 euro? La domanda è retorica e la risposta è ovvia, ma dovrebbe fare riflettere sulle vere ragioni che indignano non solo i giovani ma anche categorie di cittadini che si trovano improvvisamente espulsi dal mondo della produzione ( e senza la possibilità di rientrarci).

...E LE AZIENDE BRANDIZZATE HANNO PRESO LE CONTROMISURE

La Klein va oltre, non si limita ad un'analisi economica delle contraddizioni di tali scelte, ma evidenzia anche il costo in termini ambientali ed umani determinati  dalla delocalizzazione della produzione. Produrre la scarpa da tennis all'ultima moda in paesi in cui non viene riconosciuto alcun diritto ai lavoratori sia per ciò che concerne la sicurezza sul lavoro, sia per quanto riguarda il compenso economico, oltre ad essere immorale è antieconomico.
Molte aziende proprio  in seguito al libro della Klein, hanno dovuto rivedere molte delle loro opzioni scegliendo (volenti o nolenti) la strada della produzione responsabile, altre purtroppo, in nome della flessibilità, invocano la "cinesizzazione" del sistema di produzione.
Si tratta quindi di un tema attualissimo che costituisce una delle ragioni di quel movimento che passa sotto il nome di "indignati" ed è il nodo irrisolto di una classe politica che non riesce a fronteggiare le istanze che provengono dai cittadini contraddicendo, in tal modo, le ragioni stesse della democrazia.
La Klein ha condotto sin dal 2000, un'indagine seria e ben documentata sui movimenti che hanno condotto una battaglia contro questo modo di fare economia di molte  tra le marche più note, oggi molti dei giovani che manifestano nel mondo indignandosi hanno poco più di vent'anni, quando il libro venne pubblicato per la prima volta andavano ancora alle scuole elementari, da allora sono accadute molti fatti che stanno minacciando la tenuta sociale dei sistemi economici occidentali.
La finanza ha preso il posto della produzione e del lavoro (quello vero) e, di fatto l'unica risposta che è stata data dalle autorità monetarie centrali è stata quella di "rimpolpare" le banche che sono state spesso le responsabili e una delle concause della crisi mondiale che sta spazzando via un'intera generazione.
Abbiamo o no più di una ragione per indignarci? Grazie Naomi Klein per il tuo impegno.

Consiglio la lettura del libro, senza riserve, per comprendere anche come le nostre scelte individuali possono spingere molte aziende a produrre in modo responsabile perché, oltre ai profitti, non si può prescindere dalla dimensione etica, questo Henry Ford lo aveva capito.....

 

Caiomario

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Published by Caiomario - in Libri
9 gennaio 2015 5 09 /01 /gennaio /2015 18:43

I TEMPI DELLA NARRAZIONE DEGLI SCRITTI DI THOMAS MANN E LA STRANA STORIA DEL PROFESSOR UNRAT

 Ci sono opere che sembrano essere state concepite per essere trasposte in pellicola e pur non nascendo con questo scopo i tempi di svolgimento delle stesse si prestano bene ad una versione cinematografica della storia narrata. L'esempio più significativo in tutta la storia della letteratura è quello di Omero che è stato probabilmente l'autore più interessante per gli sceneggiatori di tutte le epoche, i tempi di successione della narrazione sia dell'Iliade che dell'Odissea sono talmente veloci che paiono un "canovaccio" nato per il cinema.

Thomas Mann appartiene alla categoria specialissima di questi narratori che riescono con lo scritto ad evocare immagini solo con la parola al punto che coloro che hanno visto la trasposizione cinematografica di un suo scritto finiscono col sovrapporre i due piani dell'espressione artistica.
Mi viene in mente, ad esempio, quell'opera straordinaria che è "Professor Unrat" ( Il professor Unrat) dove si racconta la storia di un insegnante moralista, rigido e bachettone che ad un certo punto conosce una giovane cantante di cabaret, se ne innamora perdutamente e finisce per scivolare nello smarrimento e nel degrado morale più becero.
L'opera citata è importante perché il riferimento al Faust di Goethe sarà un tema ricorrente anche nella successiva elaborazione critica che troviamo nelle pagine di "Nobiltà dello spirito e altri saggi".
Da quelle pagine venne tratto quel capolavoro della cinematografia di tutti i tempi che è "L'angelo azzurro" ed è inevitabile sovrapporre alle parole dell'opera, l'immagine della bellissima Marlene Dietrich.

 La stessa cosa si può dire per un altro racconto di Mann intitolato "Der Tod in Venedig" (La morte a Venezia) da cui è stato tratto il film di Luchino Visconti, "Morte a Venezia", in cui vengono rese appieno le atmosfere del racconto al punto che è consigliabile vedere prima il film come evento preparatore e leggere poi il racconto.

 Personalmente trovo Mann uno degli autori più complessi di quella generazione di narratori europei che ha vissuto nella prima metà del Novecento, ma potrei aggiungere anche Kafka e Doblin a questo "gruppo" di intellettuali difficili e controcorrente.
 Ecco perchè la lettura di questa raccolta intitolata "Nobiltà dello spirito e altri saggi" rivela e completa il pensiero di Mann e può essere un'occasione per confrontarsi con dei temi che nell'epoca attuale sembrano diventati di secondo ordine o comunque "roba" da liquidare come elucubrazioni mentali di pensatori che non vivono la realtà.

LA NOBILTA' DELLO SPIRITO, L'ANTIMODERNITA' IN THOMAS MANN

 Mann era una persona raffinata e gentile, ma la sua indole inquieta lo rendeva poco incline ad adattarsi alla vita pratica al punto che  entrò sin da subito  in conflitto con la società borghese da cui lui stesso proveniva.
Mann ha sempre trattato il tema della "malattia" dell'artista che non riesce a convertirsi alla vita normale dei sani; il  tema di per sè non è nuovo, ma non può essere accantonato per questo nè banalizzato soprattutto oggi,  dato che viviamo in una società dove le leggi economiche dominano ogni aspetto dell'esistenza.
 A maggior ragione quello che Mann sentiva come scacco e impotenza, sembra nell'epoca attuale avere raggiunto le sue estreme conseguenze al punto che la "normalità" dei più è sicuramente meno fedele ai valori del passato rispetto alla "malattia" di quei pochi che ancora credono nei valori dell'umanesimo.
Chi ama i valori dell'umanesimo troverà, in questo scritto essenzialmente autobiografico di Thomas Mann, il volto "antimoderno" dello scrittore tedesco anche se l'antimodernità di Mann si sviluppa sul concetto del mondo moderno come una parodia del classico; in questo senso si spiega l'ammirazione di Mann per Nietzsche che si faceva beffe di ogni forma di classicismo inteso come una copia mal riuscita dei valori dell'epoca classica.
Non c'è dubbio che durante la stesura di questo saggio, Mann guardasse alla situzione politica della Germania e che con "nobiltà dello spirito" si riferisse a dei valori che erano esattamente all'antitesi dell'ideologia nazionalsocialista, ma al di là del fatto storico e contingente la definizione di "nobiltà dello spirito" è difficile da comprendere se non si passa attraverso la cultura classica che per prima elaborò dal punto di vista filosofico tale concetto.

In questo senso c'è molta più filosofia in questi scritti di Mann che non in tutte le inutili pagine di molti intellettuali odierni che si fregiano del titolo di filosofo; Mann è studiato in modo molto superficiale nelle scuole, è un episodio tra gli altri episodi e questo aspetto normalmente viene ignorato da chi è preposto all'insegnamento, eppure quest'opera oltre ad essere squisitamente filosofica può essere considerata una vera e propria lezione di letteratura che permette  di apprendere che significato possa avere avuto per Mann l'espessione "stile letterario".

L'arte del romanzo è pertanto molto di più che uno scrivere storie, sotto questo punto di vista Mann sale in cattedra non limitandosi a commentare le opere altrui (Goethe e Tolstoj in primis) ma elaborando una teoria filosofica e letteraria che è la logica conseguenza delle sue opere letterarie.
Sotto questo profilo Mann è prima scrittore e poi teorico, il percorso da lui seguito è esattamente il contrario di molti critici della letteratura che scrivono sugli altri ma non hanno mai scritto niente che sia degno di essere ricordato.
Altro aspetto importante -a mio parere- rigurda l'aspetto identitario di Mann che, attraverso i saggi contenuti nell'opera, è possibile ricostruire a partire dal retroterra culturale e dalle letture giovanili che lui stesso affrontò, ed ecco allora che Schiller e Goethe sono stati i veri punti di riferimento per tutta la sua elaborazione letteraria successiva.
Se Mann scrittore suscita odio e consensi, Mann critico si rivela uno studioso profondo e stimolante, analitico e puntuale, in questo senso la componente germanica della sua formazione si impone diventando uno stimolo per approfondire e comprendere la complessità della cultura del Novecento.

A chi consiglio la lettura del "tomo":

1) agli appassionati della letteratura;
2) agli apprendisti scrittori di romanzo che vogliano imparare la struttura della narrazione;
3) a chi deve scrivere una tesi di laurea su Checov, Goethe, Tolstoj e ...Mann;
4) agli appassionati di cinema;
5) ai pazienti ( a coloro che hanno pazienza) delle letture complesse (ma non complicate);
6) ai lettori dei sunti "bignameschi" che non permettono di conoscere lo spirito di un autore ma solo di lambirne la scorza. (I miei professori  vietavano la consultazione dei sunti e ora ne comprendo i motivi).

A chi ne sconsiglio la lettura:

1) Ai frettolosi;
2) a coloro che non amano il cinema;
3) ai velinari (neologismo), ai "velisti" per caso della letteratura che navigano a vista e senza avere come punto di riferimento un buon faro;
4) ai seguaci dei "pacchi" e dei concorsi a triplice risposta (chiusa).

In ultimo: il vero bestseller non è il libro più venduto in un determinato periodo di tempo, ma quello che è più venduto in tutti i tempi, l'opera di Mann è senza dubbio da collocare nel secondo gruppo.

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Published by Caiomario - in Libri
6 gennaio 2015 2 06 /01 /gennaio /2015 10:55

PREMESSA

Di Andrea Vitali mi piace la sua capacità di saper raccontare le cose comuni in modo non ordinario, "il suo punto di vista" assomiglia a quello di una telecamera messa su una piazza che riprende ogni cosa, anche le più minute. Raccontare una storia di una piccola comunità anche se romanzata conferendogli una discreta dose di epicità non è cosa facile. Qualche critico severo (che peraltro non ha scritto mai niente di rilevante) ha scritto che Vitali ha inaugurato la strada di un format e l'ha proseguita per gran parte della sua vicenda letteraria. C'è una certa dose di verità in questo, un po' come accade con Camilleri che con il suo Montalbano ha trovato la ricetta inossidabile per una fortuna letteraria che sembra non avere mai fine, Vitali ha anche lui la sua ricetta in cui l'ingrediente prevalente è  spesso la Bellagio degli anni Trenta con i suoi personaggi minori e i dialoghi comuni quelli che non fanno la grande Storia ma fanno parte dei valori condivisi e convissuti di una comunità e ne alimentano leggende, luoghi comuni, valori condivisi e convissuti, speranze e rancori, insomma tutto ciò che si ritrova in ogni comunità e che la rende tale.

IL MIO PUNTO DI VISTA SUL LIBRO

Nell'incipit del libro è riassunta il luogo e l'epoca storica dell'ambientazione del romanzo: siamo ancora a Bellagio, ma l'orologio del tempo va indietro di quasi cento anni rispetto ad altri racconti ambientati negli anni Trenta del Novecento: è il 1843.
 Vitali racconta la storia servendosi della penna come di un telescopio che guarda non dalla terra, ma dalla luna e si fa egli stesso luna, una luna che "stava lì a guardare i formicai del mondo".
Il romanzo prende le mosse da una storia sentita: "la leggenda del morto contento" e Vitali, probabilmente come molti abitanti di Bellagio, ha sentito innumerevoli volte questa storia al punto che ne ha sentito la necessità di toglierla dall'indeterminatezza del racconto orale per dargli una forma compiuta: quella scritta.
Ciò che è  confuso nell'immaginario collettivo prende forma,  i personaggi  e le vicende del romanzo diventano patrimonio di tutti i lettori:

  •  un sarto che nei suoi comportamenti rivela timidezza e che si figura con la fantasia di diventare un meteorologo;
  • una consorte lunatica e facilmente irritabile;
  • due giovanotti di famiglia agiata che muoiono in un naufragio;
  • un'autorità di polizia e giudiziaria dedita ai raggiri
  • ....e c'è la morte che aleggia ed è onnipresente e che viene su dall'acqua ferma del lago.


Il modo di raccontare queste vicende mi è piaciuto così come mi è piaciuta l'idea di partire da un paio di pantaloni che il sarto non riesce a trovare per dare inizio a una storia che assume tutti i contorni tragici della morte, dell'indeterminatezza e della paura.
Lugubre e con sentore di morte diffuso come devono essere tutti i romanzi noir che si rispettano, "La leggenda del morto contento"   ha questo ingrediente di fondo come elemento caratterizzante del genere ma -a mio parere- l'autore sa rompere lo schema precostituito e rende viva la storia con quel sottofondo di rumors presente in ogni comunità fatto di pettegolezzi e di malelingue.
Possiamo forse non gradire questo "bozzettismo" ma un racconto seppur romanzato non deve essere un  resoconto dell'autorità giudiziaria e nel linguaggio di Vitali anche ciò che è nero e lugubre diventa parte viva anche se il trapassato crea un turbamento nel lettore ed è quello che ci vuole per un romanzo "nero" che si rispetta. Rilevo dalla lettura del libro anche un interesse apprezzabile per la storia minore e per le tradizioni popolari di cui le leggende come i miti fanno parte integrante, il merito di Vitali è di aver saputo porre la leggenda del vivo-morto come elemento caratterizzante della comunità di Bellagio quasi come se avesse voluto dedicare un ossequioso omaggio agli antenati del paese lacustre. Una correlazione spazio-temporale che il lettore più accorto sicuramente rileverà e apprezzerà.

L'estate scorsa avevo letto "La figlia del podestà" e mi era piaciuto, lette alcune recensioni troppo severe  su "La leggenda del morto contento"  ho deciso - per spirito di bastian contrario- di leggerlo. Non ne sono rimasto affatto deluso pertanto ne consiglio la lettura.


SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: La leggenda del morto contento
Autore: Andrea Vitali
Editore: Garzanti
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 240

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Published by Caiomario - in Libri
4 gennaio 2015 7 04 /01 /gennaio /2015 12:27

IL PENSIERO UNICO DEL CONSUMO AD OLTRANZA

In un periodo di crisi come l'attuale si assiste ad un proliferare di  testi, articoli, recensioni che parlano di mercato, consumi e crisi, ognuno esprime il suo punto di vista e dà la sua ricetta per fronteggiare quello che è senza dubbio uno dei momenti peggiori dell'economia mondiale a partire dalla grande depressione del '29 che allora  colpì gli Stati Uniti e poi si diffuse poi in tutto il mondo. Ieri come oggi.

L'accostamento tra quella crisi e quella che dal 2008 attanaglia buona parte del mondo occidentale è tuttavia improprio anche se le immagini di file di disperati che attendono di consumare un pasto presso le strutture  di assistenza caritatevoli potrebbe indurre a far pensare che stiamo vivendo una situazione analoga.
Le analogie per quanto concerne le cause tra la crisi del '29 e quella odierna sono moltissime, allora il mondo capitalistico lasciato  libero di fare aveva innescato quella che è stata definita"Una delle più grandi catastrofi della storia", da John M. Keynes,  il più autorevole tra gli economisti moderni.
Che la "legge di mercato"  lasciata senza regole e senza controlli sia uno dei pericoli maggiori per la stessa economia capitalistica, sono ormai d'accordo molti economisti, compresi quelli di scuola liberale, eppure sembra che la lezione del '29 non abbia insegnato nulla perché a differenza del passato la nostra economia rischia di vivere in un perpetuo stato di crisi a causa di un modo di concepire il consumo come unico motore per creare occupazione.

Quando sento parlare di crescita mi chiedo che significato possa avere questa parola che è diventata una sorta di parola magica che va a braccetto con un'altro totem della comunicazione del non senso: "ripresa", e più sento entrambe le parole, più mi rendo conto che non l'economia può essere rivitalizzata solo cambiando radicalmente il modello culturale di concepire i consumi.

GUIDA AI CONSUMI CONTRO LA CRISI, PREZIOSI CONSIGLI CONSUMARE SENZA SPRECARE

Nelle mie frequenti incursioni in libreria sono stato attratto da un libro intitolato "Guida Ai Consumi Contro la Crisi", scritto da autori notissimi: Antonio Lubrano e Vauro; il primo (Lubrano) è un volto televisivo che ha goduto di una grande popolarità per aver ideato e condotto la trasmissione televisiva "Mi manda Lubrano" l'antesignana di tutti i programmi che si occupano di  difesa dei consumatori; il secondo (Vauro) è  altrettanto noto al pubblico televisivo per la sua partecipazione alle trasmissioni di Michele Santoro.
Dalla insolita coppia è nato un libro che più che essere una riflessione sulla crisi del capitalismo, costituisce una preziosa guida pratica su come vivere il consumo e su come difendersi da tutto ciò che ci fa diventare più poveri giorno dopo giorno.

Anche se il libro non è un saggio, la parte introduttiva sembra averne tutte le caratteristiche, alcuni punti meritano di essere condivisi per chi voglia conoscere le tematiche affrontate in chiave di consigli pratici.

Il primo punto almeno sul piano teorico lo condivido in pieno: noi non siamo quel che consumiamo anche se tutto il marketing ci vuole fare credere, ad esempio, che una macchina rispecchia la nostra personalità.
Se René Descartes diceva "Penso dunque sono" per ribadire la centralità del pensiero umano come caratteristica dell'essere e dell'esistere, per molti pubblicitari la parola d'ordine è invece "consumo, dunque sono"; è facile intuire che cambiano completamente le prospettive: consumiamo perché ci identifichiamo in un prodotto e se questa confusione viene portata alle sue estreme conseguenze l'uomo invece di essere un soggetto pensante che consuma consapevolmente diventa una macchina che fagocita ogni cosa per affermare la sua esistenza.
Il secondo punto che mi trova concorde riguarda la confusione ingenerata dall'idea che un'azienda produttrice di beni di mercato tradizionali possa "accreditarsi" (è questo il termine efficacemente utilizzato dal curatore della parte introduttiva) come il tutore del nostro benessere psichico. Non esiste un'azienda che ha questa mission ma vi sono aziende che si sforzano di produrre rispettando diversi principi etici, saperle selezionare è già un passo in avanti per chi voglia seguire i dettati del consumo consapevole.
Il terzo punto meriterebbe un ampio commento in un periodo in cui la parola "delocalizzazione" sembra essere il principio ispiratore di molte aziende; vi sono beni che necessariamente devono essere prodotti dov'è la loro sede naturale; ad esempio le olive all'ascolana sono tali non solo se vengono prodotte seguendo la ricetta tradizionale ma anche se sono prodotte nel territorio geografico di appartenenza, ma questo può valere per i vini e per tanti altri prodotti.

Come potete notare quando si parla di "consumo consapevole" si rischia di utilizzare un'espressione svuotata di  qualsiasi significato, è necessario quindi che ognuno dia il giusto valore alle parole e a quello che esse significano a partire da tutto ciò che consumiamo e che ci serve per vivere.

UN "DIZIONARIO" PRATICO UTILE E CHE SPAZZA VIA OGNI CONFUSIONE

Oltre al contenuto interessantissimo della guida, ciò che più ho apprezzato  è il modo in cui sono stati ordinati gli argomenti affrontati, la scelta di  porli in ordine alfabetico ne favorisce infatti la consultazione e rende la lettura più gradevole. Ad esempio nella lettera A, gli autori trattano diversi argomenti, tra cui l'argomento "Acqua"; tra le diverse notizie presenti sull'argomento, ne è presente una che dovrebbe fare rivedere il proprio modo di fare acquisti in modo sconsiderato: moltissime persone, ad esempio, acquistano l'acqua in bottiglia e ciò costituisce una spesa notevole che incide pesantemente sul bilancio familiare, si è calcolato che la spesa media per famiglia sia di circa 300 euro all'anno, eppure pochissimi consumatori si prendono la briga di sapere che tipo di acqua viene erogata dal proprio rubinetto. Spesso, infatti, la qualità dell'acqua pubblica è migliore di quella acquistata in bottiglia, perché allora buttare dei soldi per un acquisto inutile, soldi che potrebbero essere impiegati per acquisti davvero necessari per l'economia domestica?

ATTENZIONE AGLI ASTERISCHI

Ho sempre avuto una diffidenza per gli asterischi presenti nelle confezioni di molti prodotti, quando vedete un asterisco -avverte Lubrano- incominciate ad allarmarvi perché spesso in un'etichetta c'è tutto e il contrario di tutto. Insomma molte aziende dichiarano una cosa e poi con l'asterisco scrivono in caratteri piccolissimi un'altra cosa. Lubrano fa un esempio che dovrebbe fare pensare: l'espressione "coscia di prosciutto non stagionata" vuole dire semplicemente che non è prosciutto, lo sapevate? Gli esempi presenti sono innumerevoli, ne volete un altro?

COSA HO SCOPERTO, ATTENZIONE AL TARTUFO AL PETROLIO

Grazie alla guida  ho incominciato a guardare bene le etichette e ho scoperto una cosa che ha dell'incredibile. In commercio vi sono dei prodotti tipo l' "olio al tartufo" o "uova al tartufo", sapete che in nessuno di questi prodotti c'è tartufo, ma un derivato del petrolio che si chiama "bismetiltiometano" che ricorda l'aroma del tartufo?
Purtroppo non tutti sanno che la normativa sull'etichettatura è stata fatta apposta per creare confusione tra i consumatori i quali comprano prodotti che non hanno nemmeno una piccola frazione di tartufo.
Per difendersi allora cosa bisogna fare? Acquistare solo prodotti che portano la seguente denominazione:
"Aroma naturale di tartufo", gli altri lasciateli sugli scaffali dei supermercati.



Vi consiglio di procuravi la guida, leggerla con attenzione e poi porvi nei confronti dei prodotti in modo diverso, ne trarrà giovamento il vostro portafoglio e la vostra salute mentale e fisica.




SCHEDA DEL LIBRO

* Titolo: Guida Ai Consumi Contro la Crisi 
* Autori: Antonio Lubrano, Vauro
* Editore: Nuova Giudizio Universale S.r.l.
* Anno di pubblicazione: 2010
* Pagine: 160
* ISBN 978-88-904784-3-7


** Basta girarsi ed essere meno attenti che settete .....è fatta, ci hanno fregati di brutto.......attenzione quindi,  come dice Lubrano: "La situazione peggiora quando all'asterisco ricorre l'industria alimentare".

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Published by Caiomario - in Libri
2 gennaio 2015 5 02 /01 /gennaio /2015 07:23



Segnalo un bel romanzo di Giorgio Bassani intitolato "Dietro la porta", l'edizione del romanzo a cui faccio riferimento è particolarmente preziosa perchè reca un'interessante nota di Enzo Siciliano; oltre a questo titolato intervento, è curiosa la sovracoperta dell'edizione del 1985 dove vi è un particolare dell'opera pittorica di Filippo De Pisis intitolata "Nudino sulla pelle di tigre".


Il titolo "Dietro la porta"  fa parte del cosiddetto ciclo ferrarese, un grande racconto di Ferrara che consta di quattro titoli:

  • Il romanzo di Ferrara I       Dentro le mura
  • Il romanzo di Ferrara II      Gli occhiali d'oro
  • Il romanzo di Ferrara III     Il giardino dei Finzi-Contini
  • Il romanzo di Ferrara IV    Dietro la porta


Questa specifica desta curiosità perchè sembra che "Dietro la porta" sia un continuo dei precedenti romanzi, in realtà questa unificazione nasce per volontà di Bassani che ha voluto dedicare un ciclo di romanzi, sotto il titolo comune   de "Il romanzo di Ferrara", alla borghesia ebraica ferrarese in un periodo che comprende il fascismo e il dopoguerra.
Oltre ai su citati romanzi  il ciclo comprende i seguenti romanzi: "Cinque storie ferraresi", "Gli occhiali d'oro", "Il giardino dei Finzi Contini", "L'airone", "L'odore del fieno".

STORIA DELL'EDIZIONE

"Dietro la porta" è stato pubblicato per la prima volta nel 1964, del 1984 è la I edizione pubblicata nella collana Oscar narrativa, nel 1985 la Arnoldo Mondadori Editore pubblica il romanzo nella collana "Scrittori ialiani e stranieri", quest'ultima edizione è quella in mio possesso.

IL ROMANZO DELL'ADOLESCENZA

"Sono stato molte volte infelice, nella mia vita, da bambino, da ragazzo. da giovane, da uomo fatto, molte volte, se ci ripenso, ho toccato quello che si dice il fondo della disperazione".(1)

Esordisce con queste parole il racconto di Bassani che è una dichiarazione di pessimismo assoluto, un pessimismo che ha attraversato tutte le stagioni della sua esistenza dall'infanzia fino all'età adulta.
Un periodo che ha raggiunto la più assoluta negatività nel periodo che va dall'ottobre 1929 al giugno del 1930 quando frequenta la prima liceo.
Un periodo che Bassani ricorda come doloroso ed è proprio questa sensazione di afflizione che lo perseguiterà per sempre, una situazione di spaesamento e di disagio che si manifestò sin da subito in occasione del primo giorno di scuola osservando le cose stesse che lo circondavano: l'aula che era posta alla fine di un tetro corridoio, i nuovi insegnanti (che davano del Lei) che si caratterizzzavano per una severità e una durezza definite addirittura "carcerarie", i nuovi compagni definiti estranei.
Un'estraneità acuita anche dal fatto di avere "perso" il proprio compagno di banco costretto ad emigrare in un altro isitituto per ripetere l'anno e che si manifesta con un atto di protesta quanto mai singolare. andare ad occupare l'ultimo banco ubicato vicino alla finestra, un'estraneità psicologica che è anche un'estraneità fisica.
Disagio, estraneità, dolore, disapprovazione,  tristezza, queste erano le sensazioni che il giovane Giorgio provava in quella stagione della vita.

LE SECCHIONE BEGHINE

Bassani descrive la composizione dell'aula soffermandosi sui compagni e in particolare sulle compagne, vale la pena citare per intero la descrizione:

"Le due del terzo banco, la Cavicchi e la Gabrieli, la prima grassa grassa, la seconda magra allampanata con un viso slavato e pustoloso da zitella trentenne, rappresentavano quanto era rimasto della decina "femmine" della quinta B: le due più brutte, senza dubbio, grige sgobbone destinate a fare le farmaciste o le professoresse, e da considerarsi alla stregua di puri oggetti............Che noia, che tristezza! Possibile che per andare avanti negli studi le donne dovessero sempre essere così,della specie di beghine avvilite e senza carattere ( non si lavano neanche tanto, le mummie, a giudicare dall'odore di stantio che mandavano!)" (2)

Vorrei soffermarmi su questa descrizione che è un piccolo capolavoro di sintesi narrativa efficace che è già di per sè un commento morale (implicito). La narrazione non è condotta da un punto di vista unitario al contrario si serve di comparazioni diverse che si proiettano nel tempo: le brutte secchione che puzzano di stanti sembrano destinate a fare le farmaciste o le professoresse, curioso questo accostamento, probabilmente le farmaciste e le professoresse nella Ferrara degli anni '30 erano delle bruttone, delle mummie mentre le belle ( la Legnani e la Bernini) erano destinate ad altro, a fare le attrici "altro che stare lì ad ammuffire dietro la porta del liceo!".

IL MIOPE, IL CANNONE E LE NULLITA'

La descrizione dei compagni di classe di quella I liceo prosegue con una sorta di campionario umano che è quello che si ritrova in tutte le classi di tutte le scuole di tutti i tempi.
Bassani tratteggia i compagni di classe con una sorta di affabilità letteraria, umoristica e quasi vendicativa, quasi a voler mettere l'accento sui tratti distintivi più negativi, queste impennate verso l'alto e verso il basso scivolano piacevolmente verso la descrizione parodizzata mantenendo tuttavia una colloquialità che sfocia nell'indiretto quando per esempio riporta il  dialogo con il professor Guzzo.

IL PROFESSOR GUZZO

E' la figura del docente da cui guardarsi continuamente, affetto da "una cattiveria confinante col sadismo" e che era famoso per aver messo l'epigrafe per i Caduti della guerra '15-'18 nella quale c'era scritto:

"Mors domuit corpora - Vicit mortem virtus"

Un'epigrafe che era tutto un programma ed  in linea con una descrizione fisica del personaggio:

"Sui cinqunt'anni, alto, erculeo, con due grandi occhi color ramarro lampeggianti sotto una enorme fronte  alla Wagner, e con due lunghe basette grigie che gli scendevano fino a metà delle guance ossute...."(3)

un incubo!!!

DA ESCLUSO SCEGLIE GLI ESCLUSI

È interessante vedere il percorso di questa autoesclusione che il giovane Giorgio matura istante dopo istante, si sente escluso non perchè viene escluso ma perchè avverte come estraneo alla sua indole di non essere tra gli eletti, sceglie perciò non solo di confinarsi all'ultimo banco ma anche di frequentare un compagno che è invidioso, gretto e meschino.
La scelta di andare incontro alla mediocrità, di affiancarsi ad uno contento "di rimanersene confinato nel limbo di color che son sospesi fra il cinque ed il sei" è anche paura, ricerca, ossessione di una diversità che non sempre emerge ma che si tramuta in impotenza, rassegnazione e incapacità di relazionarsi.
Su questa solitudine adolescenziale di Bassani si è poco parlato mentre molto si è scritto sul suo pessimismo  ma rimane interessante il tentativo di rielaborare narrativamente le ragioni del proprio essere così ed è emblematica la frase finale presente nel romanzo riferita a lui stesso che così si descrive:

"Duro a capire, inchiodato per nascita a un destino di separazione e di livore, la porta dietro la quale ancora una volta mi nascondevo inutile che pensassi di spalancarla. Non ci sarei riuscito, niente da fare. Nè adesso, nè mai" (4)

Il romanzo, al di là delle vicende biografiche dell'autore, è interessante perchè spiega come si formano le scelte valoriali che incominciano con l'età dell'adolescenza e della prima giovinezza; in queta particolare stagione della vita quando il confronto con gli altri non avviene e ci si trova nell'impossibilità di relazionarsi con gli altri, si rafforza la propria convinzione di essere estraneo al mondo, l'epilogo riportato nella parte finale rivela una struggente malinconia e una personalità sommessa di chi non vuole essere protagonista e cerca in tutti i modi di togliere il disturbo.
Non basta quindi la rielaborazione faticosa del proprio passato per uscire fuori da una situazione che diventa esistenziale, non avviene nessun recupero dell'io che appare irrimediabilmente scisso dalla realtà.


*****Una nota positiva dopo tanta malinconia, il libro in mio possesso l'ho pagato Lire 18.000, ora è disponibile ad un prezzo intorno ai 7 euro.....



==NOTE==

(1) Giorgio Bassani, Dietro la porta, Arnoldo Mondadori Editore, 1985, p.7

(2) In op. cit. p.11

(3) in op. cit. p. 15

(4) in op. cit. p.140

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Published by Caiomario - in Libri
2 gennaio 2015 5 02 /01 /gennaio /2015 06:21



Credo che non ci sia cosa migliore che leggere un libro quando si sono spenti i riflettori del tam tam mediatico che lo mettono al centro dell'attenzione e questo vale in particolare per "La solitudine dei numeri primi" scritto da Paolo Giordano. Come dimostra la quantità di opinioni che hanno preceduto questo mio articolo, il libro è stato per un periodo tra i più letti e forse tra quelli che più ha suscitato opinioni contrastanti.
Non mi soffermerò sulla trama di cui potete trovare ampi riassunti sul web, ma vorrei invece porre la vostra attenzione su cosa ho colto del libro e perché il libro sia apprezzabile al di là del fatto che abbia vinto il prestigioso Premio Strega o abbia avuto altri prestigiosi riconoscimenti letterari.
Ho deciso di leggere il libro senza pregiudizi e nonostante la complessità della trama sono arrivato fino in fondo senza neanche accorgermene, il finale aperto è l'unico aspetto che lascia perplessi ma credo che la soluzione adottata dall'autore sia il modo migliore per evitare di concludere la storia in modo scontato.
Il lettore dovrà arrivare alle sue conclusioni e immaginare un destino diverso per i due protagonisti, Alice e Mattia, che non sia quello della favola bella.


"La solitudine dei numeri primi" è un romanzo che  può piacere o non piacere, ma affrontandone la lettura è difficile che possa lasciare indifferenti, non ci sono vie di mezzo, pensare di fare una rapida lettura del libro senza riflettere  sulla condizione esistenziale di tutti i protagonisti in gioco, significa -a mio parere- perdere l'anima del libro;  purtroppo  ho letto in giro diversi giudizi poco generosi e sferzanti, non pochi professionisti della critica hanno infatti  tentato di demolirlo, ma chi si aspetta di leggere un libro dove l'unica cosa importante è  la bella scrittura rimarrà deluso, non è questo l'obiettivo dell'autore che non deve dimostrare nulla sul piano stilistico.
 La durezza delle storie raccontate può provocare un senso di angoscia, ma è angosciante la realtà, piaccia o non piaccia e qualche volta le storie degli altri assomigliano ad una condanna che si vorrebbe ignorare. 

Il romanzo potrebbe essere definito il racconto della crescita, ma anche dell'incontro e dei destini incrociati, un romanzo in cui le vite si incontrano e sembrano compenetrarsi, la similitudine delle esistenze dei  due ragazzi (Alice e Mattia) è il motore dell'intera narrazione, ma se l'architrave che sostiene la struttura può apparire artificiosa, più si va avanti con la lettura più ci si rende conto che la complessità delle vicende  raccontate trasmette un senso di umanità che lascia un segno indelebile nel lettore.

Paradossalmente il grande richiamo mediatico che ha accompagnato "La solitudine dei numeri primi" ha senz'altro accellerato il successo per quanto riguarda le copie vendute, ma ha creato anche molte aspettative in chi sperava di leggere un libro dal contenuto più lieve. Probabilmente la cultura della paura e del controllo porta a non accettare le contraddizioni della vita e i due protagonisti, Alice e Mattia, quando diventano adulti, possono provocare un senso di fastidio in tutte le persone che amano gli sviluppo lineari.
"Vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero" è la frase usata dall'autore che meglio di ogni altra sintetizza il rapporto tra Alice e Mattia e se poi vogliamo andare oltre la storia del romanzo, ci rendiamo conto che questa è esattamente la condizione esistenziale che vivono tanti esseri umani: vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.

Eppure spezzando il circolo vizioso delle proprie prepotenze ed arroganze si riesce a comprendere il mondo apparentemente impenetrabile di questi due destini fino ad un certo punto intrecciati. Poi quando pian piano le emozioni incominciano a ritornare forti "un finale non finale" che sembra un'incompiuta, lascia il lettore con  l'amaro in bocca. Sarebbe stato però banale un finale scontato con Alice e Mattia che finalmente riescono a trovare l'equilibrio interiore, mentre è il futuro è quello che conta anche se non lo conosciamo e al lettore "il dopo" sfugge mentre affiorano i dubbi e gli interrogativi su cosa sarà dei due "numeri primi".

 

Romanzo a due velocità, il lettore se ne vuole comprendere l'essenza deve adattarsi al ritmo.
Ne consiglio la lettura, ora che i riflettori si sono spenti, una lettura pacata e attenta aiuta a comprenderne il significato.

 

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