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31 dicembre 2014 3 31 /12 /dicembre /2014 04:23



Non farò un riassunto sulla fiaba dei fratelli Grimm, la maggior parte delle persone la conoscono o per lo meno sono convinte di ricordarla, per chi non conoscesse la fiaba potete trovare in rete la versione originale.
Prima però di condividere le mie riflessioni vi racconto come ho conosciuto la fiaba di Hänsel e Gretel: da piccolo quando avevo 6 anni,  i miei genitori mi regalarono un bel mangiadischi giallo che era condiviso e che permetteva  a tutta la famiglia di ascoltare i 45 giri; all'epoca non esistevano neanche le musicassette, qualcuno -tra i più "tecnologici"- possedeva le cassette super8, dei mattoni che permettevano di ascoltare la musica in auto e che occupavano molto spazio, ma i dischi 45 giri erano i supporti più diffusi che consentivano di ascoltare musica  che era soprattutto musica leggera.
E' proprio in quel periodo che mia madre cominciò a comprare la magnifica raccolta delle "Fiabe sonore" edita dalla Fabbri Editori, alla fine del libretto riccamente illustrato c'era il disco, Hänsel e Gretel faceva parte della raccolta e quel racconto l'ho ascoltato tante di quelle volte che ho perso il conto.
Poi ho cercato di capire quale fosse il punto della fiaba che, quando ero bambino mi piaceva di più e non c'è dubbio che la parte più paurosa (per questo mi piaceva) era quella della vecchia strega che vuole mettere nel forno i due bambini. Un'altra parte che mi piaceva era quella in cui Hänsel dopo essere stato rinchiuso in una gabbia, fa sentire alla vecchia strega un bastoncino per ingannarla e farle credere che era magro e che non era ancora giunto il momento di cuocerlo a puntino.
Come ho avuto occasione di dire a proposito della matrigna di Cenerentola raccontata da Perrault anche i fratelli Grimm hanno contribuito a creare nella mia  mente un'immagine negativa delle matrigne; anche in Hänsel e Gretel vi è una matrigna, la moglie del taglialegna, il padre naturale dei due bambini.
Chissà perché i favolisti hanno descritto sempre le matrigne come donne cattive, forse perché erano davvero così e in effetti la frase pronunciata dalla moglie non lascia adito ad equivoci: "Come potremo dare da mangiare a loro se non abbiamo niente noi per sfamarci ?"; poi la soluzione per combattere la miseria: abbandonare i bambini nel bosco.
E il padre cosa fa? Acconsente, insomma la matrigna era cattiva ma il padre era uno smidollato. Ecco la conclusione a cui è facile arrivare, ma bisogna pensare che ancora oggi molti bambini vengono abbandonati o venduti perché i genitori non si possono permettere di mantenerli. E' una triste realtà, non è la storia di Hänsel e Gretel!
La fiaba di Hänsel e Gretel mi ha insegnato due cose: bisogna sempre avere una speranza per affrontare la vita e diffidare di tutti coloro che fanno vedere una casa di marzapane. Sono molti quelli che fanno vedere una cosa che sembra bella ma che in realtà è una trappola costruita apposta per cuocerci a puntino.


QUALE EDIZIONE SCEGLIERE

Consiglio di leggere  la fiaba di Hänsel e Gretel tradotta dallo scritto originale dei  fratelli Grimm, altre versioni "morbide" per i bambini sono più brevi ma mancano i particolari e spesso è il particolare che fa la differenza.
A cosa serve leggere una fiaba come quella di Hänsel e Gretel
Rispondo con le parole di Gianni Rodari:
«A cosa servono le fiabe? Se dovessero servire a ispirare buoni sentimenti [......] morirebbero a ogni generazione, ogni volta che la gente si fa un'idea diversa di quelli che sono i "buoni sentimenti. Secondo noi le fiabe servono soprattutto alla formazione della mente: di una mente aperta in tutte le direzioni possibili ».
Una fiaba non serve a niente se vogliamo, ma nasce dalla tradizione orale e rispecchia una realtà -quella popolare- che mostra una cosa che non è mai cambiata: il mondo spesso per i più deboli è ingiusto, ma qualche volta il cattivo finisce male.



Caiomario

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Published by Caiomario - in Libri
31 dicembre 2014 3 31 /12 /dicembre /2014 03:57


Ogni volta che mi capita di parlare di "Ulisse" di James Joyce, mi viene mente una felice espressione di Umberto Eco che ha parlato di "boschi narrativi" per indicare quelle letture intricate che però hanno la rara capacità di appassionare il lettore ma che possono anche  provocargli un senso di repulsione.
Ogni persona che affronta la lettura di un romanzo inizia un suo itinerario, poi il giudizio finale rientra nel gusto personale: un romanzo può essere gradevole e interessante oppure accessibile oppure ancora impegnativo al punto che il lettore deve sforzarsi continuamente per non fare scendere la sua attenzione rischiando di perdere il bandolo della matassa.
"Ulisse" di Joyce ha tutte le caratteristiche descritte, è interessante ma è impegnativo, quando si legge l'ultima parola dell'ultima pagina il lettore però si sentirà soddisfatto dell'impresa e avrà la consapevolezza di avere letto uno dei più grandi capolavori della letteratura del Novecento.
Anticipo pertanto il giudizio finale e ne consiglio la lettura, ma tu caro lettore devi essere consapevole sin dall'inizio che sarà un'impresa ardua, sarai all'altezza di questo romanzo tra i più difficili e complessi che siano mai stati scritti?


1000 PAGINE DOVE SI RACCONTA LA STORIA DI UN ULISSE BORGHESE

James Joyce prima di scrivere il suo Ulisse, decise di fare un'operazione alquanto ardita: riprese l'Odissea e utilizzò il tema dell'avventura, del ritorno, degli amori trasferendolo sul piano comunissimo della vita borghese. L'idea originale appare ancora oggi attuale e ci induce ad una riflessione: chi è oggi l'eroe? Chi può dirsi eroe?
Il novello Ulisse è Leopold Bloom, un agente pubblicitario di mezza età che conduce una vita normalissima e banale (già questo è a mio parere un fatto eroico); Bloom non ha viaggi da affrontare, non incontra ciclopi e maghe, né ninfe ma si trova invischiato in tutta una serie di incidenti che fanno parte della quotidianità. Gli incidenti narrati sono quelli della coscienza, i peggiori perché sono quelli che creano più tormento e Joyce è un maestro nello smontare e rimontare ogni particolare costringendo il lettore a seguire il racconto e a immedesimarsi nelle vicende e nei pensieri dei protagonisti.
Emblematico a tal proposito è l'episodio in cui viene descritto Bloom che si fa la barba, Joyce ha un modo di scrivere insolito pensate come descrive il numero civico 7 riferendosi alla casa dello stesso Bloom:

«Giunto agli scalini del quarto dei numeri dispari equidifferenti, numero 7 di Eccles street, egli inserì meccanicamente.....»

e ancora (riferendosi alla chiave che Bloom aveva dimenticato):

«era nella tasca corrispondente dei pantaloni che aveva indossato il giorno immediatamente precedente».
Gli esempi che si potrebbero fare sono innumerevoli, ma i due riportati sono sufficienti  per capire il modo di scrivere di Joyce che, quando si sofferma sui  particolari, lo fa per provocare il lettore e per rendergli indigesta la lettura. Quando poi Joyce usa espressioni dotte per descrivere cose comuni e per esprimere delle banalità si prende ancora gioco del lettore che se è preparato a questa particolarità finisce col divertirsi e condividerne "le regole" di un linguaggio che indulge nel tecnico.

IL MONOLOGO DI MOLLIE BLOOM E IL SUO FARNETICARE

Non possiamo estrarre delle parti del romanzo a discapito delle altre senza correre il rischio di fare una deprimente  riduzione, merita però fare un riferimento all'ultimo capitolo del romanzo in cui viene raccontato il monologo di Mollie Bloom, la moglie di Leopold. La donna si trova a letto, non riesce a prendere sonno e medita. Si tratta di una delle parti più note del romanzo dove Joyce "segna" tutto quello che passa per la mente di Mollie, il lettore si troverà a passare in rassegna tutta una serie di riferimenti a "briglia sciolta" spesso indecifrabili e che sembrano non avere alcuna apparenza logica, riferimenti che non possono essere conosciuti da chi li apprende ma che costituiscono il modo di procedere del pensiero dell'essere umano abituato a fare dei voli pindarici da un argomento ad un altro.
Chissà -si chiederà il lettore- cosa c'entra la braciola di maiale presa col tè con l ricordo di Gibilterra dove Mollie trascorse la sua gioventù. Apparentemente niente, ma è questo il modo di procedere del pensiero che è indecifrabile quando deve essere interpretato da un altro, ma se noi proviamo ad esplorare la nostra stessa mente ci rendiamo conto che siamo tormentati esattamente come lo è Mollie Bloom.


ULISSE DEL 2012 E.....PENELOPE

Chi è l'Ulisse del 2012? E' colui il quale deve affrontare la sua odissea quotidiana fatta di lavoro che non c'è, di stipendi dimezzati, di vessazioni e ricatti che lo costringono a rampollare da un'idea ad un'altra, di bollette sempre più difficili da pagare, di umiliazioni e di uno Stato che non c'è. E Penelope chi è? È la donna costretta ad abdicare ad ogni scelta decisa da altri, è una donna tormentata che tesse continuamente la sua tela ma il suo Ulisse non scaglierà mai l'arco per liberarla dai Proci che sono sempre lì ad insidiarla fin da quando era bambina, anzi lui stesso, spesso, rappresenta l'insidia più grande e inaspettata.

NOTA FINALE

Joyce riesce con toni parodistici a divertire il lettore, il suo "Ulisse" è vero che costituisce una sfida per qualunque lettore, ma il suo umorismo e la sua ironia bilanciano lo sforzo che alla fine viene premiato; l'avventura quotidiana che ogni uomo deve affrontare è sempre imprevedibile e non sempre siamo in grado di penetrare nella sostanza autentica della realtà ed è quello che fa esattamente Joyce il quale, fissando lo sguardo su un oggetto di uso quotidiano, lo rende simile ad una natura morta. L'indifferenza delle cose esteriori si accompagna al nostro flusso di coscienza impetuoso ed incontenibile.

EDIZIONE CONSIGLIATA

L'edizione che suggerisco è quella pubblicata da Mondadori, nel corso degli anni la casa editrice di Segrate ha ristampato l'opera numerose volte; a mio parere l'edizione migliore è quella pubblicata nel 1960 dalla stessa Mondadori quando si chiamava "Arnoldo Mondadori Editore", la traduzione di Giulio De Angelis continua ad essere quella più aderente al testo di Joyce contraddistinguendosi per lo stile fluido che non crea mai disagio al lettore.

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31 dicembre 2014 3 31 /12 /dicembre /2014 03:37

La lettura di "Despero" di Gianluca Morozzi trasmette un senso di freschezza e quando si arriva all'ultima pagina dispiace che il libro sia troppo breve, ma le sue 157 pagine sono scritte bene e aiutano a superare quel senso di inquietudine e di malinconia che incombe sulla vita quotidiana.

Forse -ed è l'unica riserva che nasce dopo la lettura del libro- rimane un senso di incompiuto nella vita dei lettori più maturi che pensano a quel connubio straordinario che accompagna la vita di molti giovani fatto di amicizia, amore, sogni e musica. Ci sono intere generazioni che non hanno potuto godere appieno di tutti questi "fattori" , ma ce ne sono altre che le hanno elevate a principi di vita rendendo quella stagione della vita come qualcosa di speciale e di unico, almeno fino a che tutto è durato.
Il sentimento dell'amicizia quale è presentata dall'autore è una sensazione fatta di luoghi, di incontri, ma anche di idee, di speranze e di persone vere; non è tanto importante cosa pensa l'autore ma quello che riesce a stimolare nel lettore, compreso quel pizzico di impulsività che può portare anche alla delusione ma che rimane un'esperienza unica da vivere insieme
 E così è anche l'amore, elemento essenziale della vita e di tutte le stagioni a prescindere dall'età ma che nella giovinezza dà le ali per volare come una farfalla e se l'amore fallisce ecco che gli amici possono dare una sferzata d'ottimismo. L'amicizia e l'amore si compenetrano basandosi sulla scelta reciproca e anche gli incontri impossibili diventano meno aspri se c'è un amico pronto a consolare l'illusione che si fa delusione. L'amore è il motore che spinge a fare cose impossibili, a creare storie forse assurde ma sempre appassionanti ed emozionanti.

E' il mistero che affascina e questo si accompagna sempre ai sogni che fanno lavorare l'immaginazione incantando e contagiando anche chi ci circonda, sogni che possono diventare irriverenti ma che sono anche un grido lanciato nell'infinito della mente il cui fine è quello di cambiare la propria vita. E come non mettere in questo straordinario mix la musica (sempre presente in tutto il racconto, una costante che si ritrova quasi in ogni pagina) che con i suoi intrecci e le sue suggestioni rende emozionanti e rivelatrici i nostri rapporti. Un giorno forse passerà tutto, avremo perso di vista gli amici di un tempo ma c'è una linea d'ombra che ci unisce al passato e che ci riporta ai più riposti segreti della nostra vita.

"Despero" è un bellissimo racconto che è come una voce ipnotica che si induce a riflettere e a non predere di vista quello che ci ha portato dove siamo, forse dopo anni sarà perso tutto, ma caparbiamente possiamo salvare quelle tracce che ci permettono di trovare noi stessi. È bello pensare che mentre la vita ha la sua evoluzione naturale  non tutti i granelli della nostra vita sono dispersi; "Despero" forse non avrà la potenza di un racconto visionario ma aiuta a non perdere per sempre quell'universo di parole, di sensazioni e di esperienze che non potranno più diventare il principio categorico della nostra vita.

Il Buscadero, i cofanetti dei Los Lobos, il live dei Grateful Dead, le antologie di Jonnhy Cash...che bellezza e poi la doccia, il frigo aperto, due birre, i fumetti della Marvel e Dc....parole che evocano non solo ricordi, anche da adulti.

NOTA FINALE SUL LINGUAGGIO

"La band significava appartenenza: un Despero non era un fighetto tipo Gold o un caciarone tipo Fegati spappolati, aveva i suoi territori e i suoi Dragon Pub per ubriacarsi di birra il sabato sera, il suo bowling di San Felice per giocare a biliardino con aria in****ata........"

Il linguaggio del libro è questo, realista come quello che si trova in "Ragazzi di vita" di Pasolini, ma l'utilizzo dell'espressione gergale nella narrativa rende un racconto vivo, un racconto fatto di persone vere e non solo un artificio letterario verosimile.

Libro di cui consiglio la lettura..... scritto da un narratore sorprendente!!!

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31 dicembre 2014 3 31 /12 /dicembre /2014 03:20

MONSIGNOR DELLA CASA NORME PRATICHE DI BUONA EDUCAZIONE

 Il "Galateo ovvero de' costumi" venne scritto  da Monsignor Giovanni Della Casa fra il 1551 e il 1556  e venne pubblicato postumo nel 1558; inquadrare il periodo storico in cui l'opera venne scritta ci consente di affrontarne la lettura con un certo distacco valutando le indicazioni dell'autore come istruzioni ad uso e consumo  dell'uomo comune della sua epoca. L'idea di sapersi ben comportare è giunta fino a noi grazie a Dalla Casa che ha, comunque, avuto un merito: quello di aver per primo parlato di norme comuni e di regole di convivenza, ma è stato anche colui che ha teorizzato la supremazia dell'apparenza sulla realtà. Sotto questo punto di vista nessuno meglio di lui ha saputo elevare il conformismo sociale a valore di vita a cui ispirarsi per convivere senza conflitti. È su quest'ultimo punto che vorrei concentrare l'attenzione del lettore, punto che a mio parere rappresenta l'anima stessa dell'opera di Della Casa, il criterio generale a cui il gentiluomo si deve uniformare per vivere in società: non deve mai creare  alcun dispiacere agli altri.

Nel capitolo II del Galateo, l'autore scrive:

"IN CHE CONSISTA L'ESSERE SCOSTUMATO: QUALI ATTI SIENO SPIACEVOLI A QUE' CO' QUALI SI USA, SI DIVIDONO QUESTI SECONDO IL NUMERO DELLE POTENZE DELL'ANIMA, ALLE QUALI SI PUÒ RENDERE NOIA" (Il titolo è scritto in maiuscolo, lo cito come viene riportato nell'edizione pubblicata dall'editore Le Monnier, edizione curata da P.Pancrazi).

Il titolo si presta a diverse riflessioni, intanto Dalla Casa individua gli elementi che fanno sì che uno possa definirsi scostumato, nell'accezione del monsignore scostumato è quello che commette atti spiacevoli agli altri e introduce una personalissima classificazione di questi atti che dipendono dalle "potenze dell'anima" vale a dire non sono uguali in tutti gli individui, c'è che chi commette atti scostumati più o meno gravi, ma tutti questi atti -secondo Dalla Casa- recano offesa agli altri.
Consiglia Dalla Casa di temperare ed ordinare i modi ossia i comportamenti non secondo la propria voglia ma in modo che non siano mai di cattivo gradimento agli altri.
Le due parole d'ordine sono quindi: moderare (temperare) e controllare (ordinare); il principio è valido e lo dice il buon senso, non possiamo, ad esempio, andare a casa di una persona e fare le stesse cose che facciamo a casa nostra in assoluta libertà. Gli esempi  che si possono fare a tal proposito sono innumerevoli, non ne vale la pena elencarli.
Quel che invece è importante sottolineare è la raccomandazione che Dalla Casa dà circa il modo in cui ciò si deve realizzare: è necessario che il gentiluomo non crei dispiacere ma non deve esagerare al punto da apparire un buffone (è proprio questo il termine usato dall'autore).

Avere riguardo per il piacere altrui è una cortesia ma chi esagera diventa fastidioso esattamente come lo zotico che Dalla Casa definisce "scostumato" e "disavvenente"(sgradevole).

Dalla Casa non amava il linguaggio colorito e non approvava coloro i quali usavano le male parole, sotto questo punto di vista era un moralista; insomma il suo giudizio era negativo davanti a un Dante che, ad esempio, nel canto XVIII dell'Inferno, quello dedicato a ruffiani e seduttori usa il termine "P****na".  Dalla Casa non poteva capire Dante, si era fermato alla forma e da buon curiale guardava la parolaccia e non il resto, possiamo quindi dire che Dalla Casa sta al moralismo come Dante sta al giudizio morale.


CURIOSITÀ

  • Monsignor Della Casa aveva una sola ambizione: venire nominato cardinale, il papa Paolo IV lo nominò segretario di stato, ma il suo desiderio di diventare porporato non fu mai esaudito.
  •  Uno degli incarichi a cui Della Casa dedicò le sue energie fu quello di censore librario.
  •  Galateo è l'italianizzazione del termine "Galatheus" ossia Galeazzo, il libro venne dedicato  al vescovo Galeazzo Florimonte. Chissà se sua eccellenza Galeazzo era un uomo gentile, non lo sapremo mai!
  • Nel "Galateo, overo De' costumi"  di Giovanni Della Casa il precettore che insegna i buoni costumi è un "vecchio idiota" ignorante ma gentile; monsignore ci vuole dare un messaggio: "Non serve aver studiato per imparare a stare con gli altri e non sempre chi ha studiato è una persona cortese".





"Adunque con ciò sia cosa che le nostre maniere sieno allora dilettevoli, quando noi abbiamo risguardo all'altrui e al nostro diletto" ( Giovanni Della Casa).

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Published by Caiomario - in Letteratura
31 dicembre 2014 3 31 /12 /dicembre /2014 03:00

LE TAMERICI DI VIRGILIO, PASCOLI E D'ANNUNZIO

I poeti hanno la capacità di saper parlare delle piccole cose in modo semplice soffermandosi sui particolari e Pascoli, più di altri,  ha saputo, con un tono basso, descrivere la realtà agreste dalla quale la maggior parte di noi proviene. Sino a cinque generazioni fa i bis-bis nonni erano contadini e le nostre bis-bis nonne erano lavandare.
Quel mondo agreste non c'è più, ci rimangono però le bellissime 156 liriche di "Myricae", a me carissime per la loro semplicità che Pascoli amava paragonare alle tamerici, delle pianticelle che si trovano anche su certe spiagge e che hanno dei bellissimi fiori di color lillà.  Mi sono riproposto di fare più attenzione alle tamerici quando andrò in campagna o sulle spiagge della Sardegna, perché queste pianticelle sono evocatrici da sempre di bella poesia; anche D'Annunzio parla di "tamerici salmastre ed arse" nella sua "Pioggia del Pineto" ma il più grande poeta che ha elevato a dignità le tamerici è stato Virgilio che scrisse: "iuvant arbusta humilesque mirycae" e questa definizione piacque a Pascoli che intitolò appunto la sua raccolta "Myricae".

LA VERSIONE BREVE E LUNGA DI MYRICAE

Sul numero delle liriche contenute in Myricae giova fare una precisazione che è nota ma che si presta a una riflessione; Pascoli nella prima edizione di Myricae del 1891 pubblicò una raccolta composta da sole ventidue poesie, solo nell'ultima edizione del 1903 (quella che noi oggi leggiamo) Pascoli arrivò a raccogliere centocinquantasei liriche. La scioltezza e la facilità con cui Pascoli arrivava a comporre le sue poesie (alcune espresse secondo la forma metrica del madrigale) nasceva prima di tutto dal riscontro del pubblico dell'epoca che ne apprezzava i "bozzetti" per lo spirito confortante che le caratterizza.


GLI STORNELLI MARCHIGIANI, ANDANDO PER LE CAMPAGNE MA NON CI SONO PIÙ ARATRI E LAVANDARE

Raccontare tutti i testi presenti in Myricae richiederebbe uno spazio non appropriato in questo contesto, segnalo alcune particolarità come l'influenza che ebbero due stornelli marchigiani in quella famosissima lirica intitolata "Lavandare":

"Ritorna, Amore mio, se ci hai speranza, per te la vita mia fa penitenza!/Tira lu viente e nevega li frunna/de qua ha da rvenì fideli amante" (dicono nelle Marche)

"Il vento soffia e nevica la frasca,/e tu non torni ancora nel tuo paese!/quando partisti, come son rimasta!/come l'aratro in mezzo alla maggese". (scrive Pascoli)

Anche questo aspetto è stato sviscerato e non costituisce affatto una novità, ma andando per le colline marchigiane nel periodo autunnale mi capita spesso di vedere le foglie che cadono come neve e di pensare al Pascoli,  in quella campagne però non si vedono più aratri e  lavandare.

LA BALLATA DEL LAMPO E DEL TUONO

Invitando alla lettura di Myricae segnalo una corrispondenza che ti sovverrà caro lettore ogni volta che sentirai un tuono e vedrai un lampo che ti farà ricordare Pascoli; nella raccolta sono presenti due piccole ballate intitolate "Il lampo" e "Il tuono" , due quadretti in cui le parole sono usate come i colori che disegnano due eventi di una natura che appare allucinante.
Il lampo è una delle poesie più belle della raccolta e forse tra le più personali perché -secondo i critici della letteratura- sembra che Pascoli in questa breve lirica abbia voluto ricordare il tragico evento della morte del padre che avvenne durante una notte in cui il cielo era squarciato dai lampi; bellissima pur nella sua brevità è "Il tuono" che riprende il tema della tragica notte in cui venne ucciso suo padre.
Non mi soffermo su quel capolavoro che è "Novembre", osservo solo che ogni volta che arriva l'estate di San Martino è quasi inevitabile pensare a questa lirica di Pascoli che in poche strofe descrive "l'estate fredda dei morti".


NOTE FINALI AD USO DEI POTENZIALI LETTORI

La raccolta edita da Zanichelli ha il pregio della completezza e della continuità nel solco della tradizione, Pascoli pubblicò infatti la sua raccolta definitiva proprio con la casa editrice di Bologna città a lui carissima dove affrontò gli studi universitari e dove nel 1906 succedette alla cattedra di letteratura a quell'altro gigante della nostra cultura  che risponde al nome di Giosuè Carducci.

Myricae si può leggere sempre, non è un'opera pesante ed offre il pregio della brevità, affrontarne la lettura è come entrare in un museo, guardare un quadro, uscire e poi ritornare per guardarne un altro.
Del resto tutta la poesia pascoliana, come ad  esempio i "Canti di Castelvecchio" è apprezzabile perché il Poeta con rapidi tocchi riesce a delineare perfettamente una situazione, altro aspetto importante riguarda il linguaggio usato da Pascoli: non è mai aulico, ma impiega parole tratte dalla vita quotidiana, per questo è accessibile a tutti e tocca le corde della sensibilità di ogni persona che potrà trovare nella raccolta la poesia che più lo rappresenta o nella quale rintraccia ciò che più corrisponde alla propria sensibilità.





 

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30 dicembre 2014 2 30 /12 /dicembre /2014 20:29

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http://www.flickr.com/photos/8623220@N02/8124802719 (Album di The Library of Congress)

 

L'INSENSATEZZA DELLA GUERRA RACCONTATA DA CHI ERA PARTITO....... 

"Mico È Tornato Coi Baffi" di Massimiliano Scuriatti sarebbe uno dei tanti romanzi in cui si parla di un'amicizia interrotta e della guerra ma è molto di più, probabilmente è stata una scommessa editoriale fortunata grazie alla scelta dell'autore di non seguire la strada intrapresa dalla letteratura documentaria; eppure in un breve ma intenso romanzo che si contraddistingue per la qualità narrativa, troviamo una storia autentica raccontata con uno stile unico ed originale, storia nella quale emerge tutta l'insensatezza di un'impresa che, senza retorica, rimane una delle più grandi tragedie nel Novecento: la Grande Guerra.


Leggendo il romanzo mi è capitato di venire coinvolto in quelli che sono stati i ricordi narrati da mio nonno che pur parco nel raccontare i dettagli di quell'esperienza che lo segnò irrimediabilmente nell'animo e nel fisico, doveva avere molto probabilmente un'età vicino a quella di Mico, uno dei tanti ragazzi che vennero mobilitati per entrare nelle fila di un esercito formato in gran parte da classi subalterne la cui origine era prevalentemente contadina.
Non possiamo negare che quella generazione ricca di ideali e di passioni si rese ben presto conto della forza eversiva della guerra che prima di essere un evento bellico fu una tragedia esistenziale e sociale.

Chi si aspetta di leggere un libro come "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque, rimarrà deluso intanto perché "Mico È Tornato Coi Baffi" non è un romanzo autobiografico ma il merito dell'autore sta a mio parere, nell'essere riuscito perfettamente ad entrare nella testa di due giovani dell'Italia meridionale che nel 1914 si trovarono a subire un evento di cui neppure lontanamente avrebbero potuto immaginare gli esiti terribili che ebbe a partire dal numero di vite umane sacrificate.

....E L'INSENSATEZZA DELLA GUERRA VISTA DA CHI NON ERA PARTITO



Potrebbe essere un libro di memorie è invece molto di più: è un libro di memoria dove vengono raccontate due prospettive diverse ma congiunte: quella del giovane Mico che parte per il fronte e quella dell'amico inabile a combattere che rimane nel piccolo paesino siciliano ad attendere notizie.
L'unico contatto che vi è tra i due è di tipo epistolare, la sola forma di contatto possibile che la grande massa di militari arruolati poteva utilizzare per stare in contatto con i propri familiari ed amici; leggendo il libro mi sono domandato quanti Mico siciliani, sardi, calabresi, campani e di tutte le altre regioni d'Italia abbiano comunicato a chi era rimasto i loro umori e quanto a noi sia giunto di autentico di quelle lettere che gli organi censori controllavano per non fare trapelare quale era la vita vissuta al fronte.

Tutto il racconto è appassionante a partire dall'arrivo di quel giorno in cui Mico si distacca dal suo paesino per andare incontro alla grande mattanza, leggendo l'episodio ci immaginiamo il ritratto di un giovane che con tutta la sua sguaiata incoscienza si accinge a prendere la tradotta che lo porterà lontano dagli affetti più cari e dal paesino sonnolento fatto di personaggi scombinati ma autentici che con lui condivideranno l'esperienza della guerra.
Bisogna considerare che cento anni fa la coscrizione obbligatoria era il mezzo attraverso il quale le autorità ingrossavano le fila degli eserciti, chi era arruolato forzatamente viveva questa esperienza con un misto di rassegnazione ed ineluttabilità alla quale era impossibile sottrarsi; gli incontri sporadici, brevi e casuali che avvenivano durante la permanenza nel fronte diventavano tal volta dei legami profondi e il senso di cameratismo prendeva il sopravvento quando ci si trovava a vivere la quotidianità. Questo accade a Mico che essendo analfabeta trova un compagno d'arme volenteroso che gli scrive le lettere da inviare all'amico che è rimasto al paese; per il lettore non è importante che in quelle epistole vi siano delle riflessioni scritte in un bell'italiano ma che quelle lettere contengano pensieri che sembrano rimasti in sospeso, mai banali e sempre struggenti.

La scelta del'autore di usare in diverse parti del libro il dialetto siciliano dà un senso di verosimiglianza a quei dialoghi a distanza intrisi di un'intensità commovente dove troviamo la solitudine, la disperazione, le paure che da sempre accompagnano l'uomo nelle situazioni di pericolo e poi lo smarrimento che si dilata e si comprime in relazione allo stato emotivo vissuto in quel momento.

Il racconto di Scuriatti è un viaggio nell'animo dell'uomo in cui si intrecciano in un contesto storico le vicende individuali di uomini che loro malgrado si trovarono costretti a subire eventi che solo i manuali di storia non riescono a fare comprendere se non si conoscono le migliaia di storie di coraggio, di vigliaccheria e di speranza che tanti uomini come Mico vissero nella loro carne.

..........Mico tornò dalla guerra coi baffi, era cambiato...per sempre.

SCHEDA DEL LIBRO

* Autore: Massimiliano Scuriati
* Titolo: Mico È Tornato Coi Baffi
* Pagine: 130
* Editore: 2011 Edizioni Bietti srl
* ISBN: 978 88 8248 242 8

...lettura consigliata.

Conclusione:Breve ma intenso romanzo in cui è bello perdersi

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Published by Caiomario - in Libri
30 dicembre 2014 2 30 /12 /dicembre /2014 20:15

Dopo che ho letto "Bavaglio", mi sono ripromesso di mantenere la calma perché questo non è il solito libro di denuncia, è una raccolta documentata, articolata e commentata di tutti i provvedimenti e delle proposte di legge che hanno limitato non solo la libertà di stampa ma anche quella di stampare. La domanda che il lettore dovrebbe farsi è la seguente: "Quanto conosciamo e quanto ci viene permesso di conoscere su quello che questa classe politica ha fatto per nascondere in modo molto soft fatti rilevanti non solo di rilevanza penale ma anche che implicano delle conseguenze nella loro vita?".

 Non penso che Gomez, Lillo e Travaglio siano delle figure profetiche del nostro tempo, né tanto meno siano dei visionari, ritengo,invece, che siano dei giornalisti che si documentano, che si interrogano, che rendono noti fatti e circostanze che altrimenti rimarrebbero nelle cancellerie dei tribunali e che interpretano l'informazione nel modo più autentico cercando (e spesso riuscendoci) di togliere il velo a personaggi  della politica che vogliono manipolarci, allettarci e confonderci.
Dalla lettura del libro emerge intanto un dato di fatto incontrovertibile: tutte le vicende esposte non vengono fatte passare attraverso il mezzo televisivo; le ragioni sono diverse, in primo luogo risiedono nel fatto che la maggioranza delle persone ha un'informazione visiva e passiva, spesso assorbita in modo distratto e in secondo luogo sono dovute al fatto che la lettura impegna e non tutti, sia per motivi culturali che per mancanza di voglia, si prendono la briga di approfondire dei fatti che in un modo o nell'altro investono la loro vita.

In "Bavaglio" gli autori non scendono mai direttamente nella polemica spicciola ed evitano le sterili contrapposizioni, nel libro viene ricostruita la vicenda Mills, non è il caso di riproporla, rimane solo l'amarezza nel constatare che nel 2012 l'ex premier non è stato condannato per avvenuta prescrizione, si tratta di una vittoria a metà che comunque conferma quelle che erano solo ipotesi giudiziarie. E' bene ricordare che una cosa è essere assolti con formula piena per non avere commesso il fatto, un'altra cosa è essere assolti per avvenuta prescrizione del reato.

Recentemente ho letto un altro libro di Travaglio, "Berluscomiche" sottotitolo "Bananas 2 la vendetta: le nuove avventure del Cavalier Bellachioma dal kapò al kappaò", è un libro molto diverso da "Bavaglio", il taglio satirico però rimanda anche alle vicende più serie come la telefonata avvenuta tra Silvio Berlusconi e Agostino Saccà nel corso della quale si parlava di Rai, di raccomandate e di raccomandati, di fiction; ad un certo punto della telefonata avviene il seguente scambio di battute:
": ... chiama la Marinella lunedì ...
S: mi metto daccordo con Marinella ...
B: .. lunedi che ci mettiamo daccordo, vabbene. Senti, tu mi puoi fare ricevere due persone ...
S: assolutamente..."
Non si può non pensare all'altro libro di Travaglio, ma non era una comica perché si tratta di un episodio dove non c'è niente da ridere.

Nella prima parte del libro vi è una rigorosa ricostruzione, in base da quanto si evince dagli atti parlamentari, dei provvedimenti  ad personam volti a fermare  il processo Mills dove Berlusconi era accusato di corruzione. Questi provvedimenti sono stati approvati dalla maggioranza  che sosteneva Berlusconi, sarà meglio in futuro non dimenticarlo.
Il giudizio finale sul libro è ampiamente positivo, la ricostruzione delle vicende raccontate è rigorosa, lo stile giornalistico rende la lettura agevole ed interessante, insomma un bel "libro" di inchiesta che vale la pena leggere per capire in quale condzione è stata ridotta l'italia.

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Published by Caiomario - in Libri
30 dicembre 2014 2 30 /12 /dicembre /2014 19:08

Questa volta vorrei suggerire la lettura di un libro che apparentemente esce fuori dai miei soliti interessi, il libro si intitola "Vicini da morire. La strage di Erba e il Nord Italia divorato dalla paura" ed è stato scritto dal bravissimo giornalista e scrittore Pino Corrias.
L'autore ripercorre le vicende della strage di Erba che -secondo la verità processuale- è stata perpetrata da Olindo Romano e Rosa Bazzi, il fatto di cronaca è notissimo ed è stato oggetto di trattazione in numerose trasmissioni televisive.
Non sono un guardone dei fatti criminosi  e a differenza di un certo tipo di pubblico che ama conoscere anche i particolari più scabrosi della cronaca nera,  non mi piace guardare le varie trasmissioni televisive che si sono occupate di Omar, Erika, zio Michele e zia Cosima ma il caso di Olindo e Rosa mi ha colpito particolarmente e ho cercato di capire che cosa può scattare nella mente di due persone apparentemente normalissime che pianificano la morte dei loro vicini.
Corrias ha fatto un'analisi seria e approfondita di tipo sociologico antropologico su un fenomeno che, al di là del fatto di cronaca, ci induce a questa riflessione: esiste un tarlo che rode dentro le nostre coscienze e divora anche chi ha le più incrollabili certezze.  Quanto di Olindo e Rosa potrebbe esserci dentro di noi e quante famiglia Castagna si trovano nei condomini che abitiamo o vicino alle nostre case?
La domanda è consequenziale al fatto che la normalità è un concetto molto relativo e sfido chiunque -sottolineo chiunque- a dire che non ha mostrato insofferenza verso i propri vicini.
Le situazioni che hanno portato allo sterminio di quattro persone sono banalissime, se vogliamo, ma sono proprio quelle che determinano l'insofferenza verso il prossimo e possono trasformare un netturbino e una domestica in assassini senza pietà (almeno secondo quanto ha stabilito il processo)

Corrias ha ampliato la sua indagine andando oltre alla Strage di Erba e ha parlato di paura del Nord, perché da Pietro Maso in poi c'è da chiedersi se esiste una relazione tra il benessere sociale e il verificarsi di certi fatti terribili anche per le modalità con cui sono avvenuti; io correggerei però la domanda e dico quale relazione c'è tra un eccessivo valore dato ai soldi e il verificarsi di certi eventi?
Olindo era un netturbino, Rosa una domestica, Pietro Maso era un ragazzo che faceva lavori precari, Omar ed Erika erano degli studenti ma tutti in un modo o nell'altro non versavano in condizioni  economiche precarie; c'è un Olindo e una Rosa in ognuno di noi ma il freno morale è quello che ci ferma e non ci fa andare oltre, ma quando questo freno si rompe o non c'è è facile diventare dei mostri.
Pino Corrias dà un ritratto di Olindo e Rosa che è inquietante ma è vero: entrambi vivono il loro mondo seguendo un concetto di perfezione fatto di gesti abituali e sempre uguali, gesti che davano loro sicurezza ma che non dovevano essere disturbati da nessuno; l'ossessione per la pulizia della casa, la disposizione sempre eguale degli oggetti e la ripetizione all'infinito di abitudini che solo loro potevano conoscere vengono minacciati nel momento in cui altri rompono il fragile equilibrio che hanno costruito: tutto ciò fa scattare la molla dell'odio e il desiderio di togliere di mezzo i propri vicini. È il punto di non ritorno.


 OLINDO E ROSA DENTRO DI NOI

Il libro non va letto per sapere quello di cui le cronache si sono occupate in modo esaustivo, ma va utilizzato per autocontrollarsi, per cercare di non cadere nella trappola del perfezionismo che ci porta a guardare in controluce se vi sono dei segni nel muro oppure ad avere un ossessivo rapporto con la propria auto. Rosa era ossessionata dalla pulizia e Olindo era la sua spalla e viceversa.

So che non è facile convivere con persone maleducate e sono consapevole del fatto che l'acqua dei vasi che cade sul nostro balcone ci può improvvisamente trasformare in portatori di odio e maledizioni, ma so anche che le sopraffazioni possono condurre delle persone apparentemente normali a commettere dei crimini inimmaginabili.

...dopo la condanna Rosa e Olindo hanno chiesto di non essere separati, hanno gridato la loro innocenza, forse hanno rimosso quanto è accaduto e questo è ancora più terribile.


......potrebbe anche esservi un Olindo una Rosa vicino a noi...........abbassate la radio!!!

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Published by Caiomario - in Libri
29 dicembre 2014 1 29 /12 /dicembre /2014 21:33

Poeta, saggista, epigrammista, politico italiano - nacque a Monsummano il 13 maggio del 1809 e morì a Firenze nel 1850. Frequenta a Firenze l'Istituto Zuccagni sotto le cure di Andrea Francioni, poi passa al Collegio di Pistoia e da Pistoia in quello di Lucca; nel 1826 inizia gli studi di giurisprudenza, il 18 giugno del 1834 all'età di 25 anni si laurea e prende il titolo di avvocato ma non eserciterà mai la professione preferendo dedicarsi alla letteratura e alla politica. Nel'autunno del 1845, dopo un soggiorno a La Spezia, si reca a Milano dove stringe amicizia con Alessandro Manzoni «quel tal Sandro autor di un romanzetto nel qual si tratta di Promessi Sposi». Nel 1847 viene nominato maggiore della Guardia Civica di Pescia dopo che era stata concessa la libertà di stampa. Partecipa in Toscana ai moti rivoluzionari del 1848 e sempre nello stesso anno viene eletto Accademico della Crusca e deputato all'assembela nazionale toscana per il collegio di Borgo a Buggiano. È esponente, insieme a Francesco Domenico Guerrazzi, del partito moderato e per questo viene accusato ingiustamente di essere un reazionario. Tutt'altro che conservatore il Giusti può definirsi un riformatore liberale mai incline agli estremismi e alle congiure. Durante il soggiorno milanese, viene influenzato dalla poesia del Porta e prende coscienza della brutalità della dominazione austriaca ed è proprio in questo contesto che nascono quei componimenti che lo studioso Luigi Galeazzo Tenconi ha definito giustamente "capolavori" della sua «terza ed ultima maniera che chiameremo politico-filosofica»: la Guerra, il Sant'Ambrogio, la Rassegnazione, la Repubblica. Nel 1849 viene confermato deputato dai suoi elettori sempre nel collegio di Borgo a Buggiano; con la fine della costituzione toscana e il ritorno  sul trono del Granduca Leopoldo, il Giusti decide di ritirarsi a vita privata. Colpito da tubercolosi polmonare si trasferisce a Montecatini per curarsi. Nell'inverno del 1849-50 è ospite nel palazzo dell'amico Gino Capponi. Il 31 marzo del 1850, vinto dal male, conclude la sua vita terrena a soli 41 anni. Le sue spoglie mortali riposano nel cimitero di San Miniato a Monte.

CARATTERI DELLA POESIA

Capace bozzettista seppe creare delle figure caricaturali memorabili che riassumevano tutti i vizi della società a lui contemporanea. Sotto la sua penna, usata come una spada, cadono pontefici, preti e bigotti,  estremisti rivoluzionari e despoti assolutisti, sbirri, opportunisti e voltagabbana ma soprattutto i dominatori stranieri che vedevano l'Italia come una preda da smembrare per i propri interessi. Ebbe parole di scherno e di disprezzo per tutti coloro che, pur di ottenere qualche vantaggio personale, chinavano il capo dinanzi al potente di turno. La sua poesia può definirsi senza tempo e per quanto contenga continui riferimenti storici alla sua epoca, resta un pungolo verso tutte quelle debolezze umane che puntualmente si manifestano in ogni periodo storico e in tutti i regimi. Oltre ad essere autore dei famosi "Scherzi" di cui annoveriamo: lo Stivale, una burlesca storia d'Italia di cui si ammira l'andamento brioso, la Guigliottina a vapore, Apologia del Lotto, il Brindisi di Girella, Gingillino, il «Delenda Carthago», Il Poeta e gli eroi di poltrona; nella sua produzione poetica vanno ricordate le poesie sentimentali come la commovente Ad una giovinetta e la delicatissima La Fiducia in Dio, scrisse poi dei gustosi epigrammi  e una raccolta di Proverbi toscani, è anche autore di un  un saggio sul Parini e di una Cronaca dei fatti di Toscana,scritta poco prima di morire tra il 1849 e il 1850. Gli storici della letteratura sono concordi nel riconoscere che i suoi capolavori possono essere considerati Sant'Ambrogio ispirata dall'insofferenza verso il dominio austriaco e II re Travicello ispirata ad una favola di Esopo.

 

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
28 dicembre 2014 7 28 /12 /dicembre /2014 23:27

1 Buonsenso, che fu già caposcuola,

Ora in parecchie scuole è morto affatto;

La Scienza sua figliola,

L'uccise, per veder come era fatto.

___________

2 Gino mio, l'ingegno umano

Partorì cose stupende,

Quando l'uomo ebbe tra mano

Meno libri e più faccende.

___________

3 Fare un libro è meno che niente,

Se il libro fatto non rifà la gente.

__________

 

4 Che fe' calare i Barbari tra noi?

Sempre gli Eunuchi da Narsete in poi.

 

__________________________________________

In questi quattro brevi componimenti poetici scritti a cavallo degli  anni 1848-1849,  traspare in tutta la sua evidenza lo stile  mordace ed arguto del Giusti che mal sopportando l'erudizione fine a se stessa, pensava  che  il compito precipuo dell'intellettuale fosse quello di contribuire a creare una coscienza  nazionale condvisa,

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