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27 novembre 2014 4 27 /11 /novembre /2014 18:07

APOLOGIA DEL LOTTO

1 Don Luca, uomo rotto,

   Ma onesto Piovano,

  Ha un odio col Lotto

  Non troppo cristiano

  È roba da cani

  Dicendo a chi gioca

  Trastulla coll'oca

  I suoi popolani.

2 Don Luca, davvero

   È un gran galantuomo,

   Migliore del clero

   che bazzica in Duomo:

   ma è troppo esaltato,

   E crede che tocchi

   Ai preti aprir gli occhi

   Al mondo gabbato.

3 In oggi educare

  O almeno far vista,

  È moda; il collare

  Diventa utopista;

  E ognuno si scapa

  A far de' lunari,

 Guastando gli affari

 Del trono e del papa,

4 Il giuoco in complesso

   È un vizio bestiale,

   Ma il Lotto in sè stesso

   Ha un che di morale :

   Ci avvezza indovini,

   Pietosi di cuore ;

   Doventi un signore

   Con pochi quattrini.

5 Moltiplica i lumi,

   Divaga la fame,

   Pulisce i costumi

   Del basso bestiame.

   Di fatto lo Stato,

   Non punto corrivo,

   Se fosse nocivo

   L'avrebbe vietato.

6 Lasciate, balordi,

   Che il Lotto si spanda,

   Che Roma gli accordi

   La sua propaganda.

  Si gridi per via;

  Cristiani, un bel terno!

  S'aiuti il Governo

  Nell'opera pia.

7 Di Grecia, di Roma

   I regi sapienti

   Piantavan la soma

   Secondo le genti;

   E a norma del vizio

   Il morso e lo sprone :

   Che brave persone!

   Che re di giudizio!

8 Con aspri precetti

   Licurgo severo

   Corresse i difetti

   Del Greco leggiero,

   E Numa, con arte

   Di santa impostura,

   La buccia un po' dura

   Del popol di Marte.

9 O tisici servi

   Dal cor di coniglio

  Vi fodera i nervi :

  Un tempo corrotto,

  Perduta ogni fede,

  È gala se crede

  Nel giuoco del Lotto,

10 Lasciate giocare,

     Messer Galileo;

     Al verbo pensare

     Non v'è giubileo,

    Studiar l'infinito ?

    Che gusto imbecille !

    Se fo le sibille

    Non fo l'inquisito.

11 Un giuoco sì bello

    Bilancia il Vangelo

    E mette a duello

    L'inferno col cielo :

   Se il diavolo è astratto,

   Un'anima pia

    Implora l'estratto

   Coll'Ave Maria.

12 Per dote sperata

     Da pigra quintina

     La serve piccata

     Fa vento in cucina ;

     La pappa condita

     Cogli ambi segnati

     Sostenta la vita

     Di mille affamati.

13 Se passa la bara,

     Del morto ogni cosa

     Domandano a gara,

    Oh gente pietosa !

   Eh! un popol di scettici

   Non piange disgrazie,

   Ma giucoa le crazie

   Sui colpi apoplettici.

14 Se suonano a gonga

    Ci vedi la piena :

    Ma in quella vergogna

    Si specchia e si frena?

    Nel braccio ti dà

   La donna vicina,

   E dice. Berlina

   Che numero fa?

15 Ah! Viva la legge 

    Che il Lotto mantiene:

    Il capo del gregge

    Ci vuole un gran bene;

    I mali, i bisogni

    Degli asini vede,

    E  al fieno provvede 

   Col Libro de sogni.

16 Chi trovasi al verde

    L'ascriva a suo danno:

    Lo Stato ci perde,

    E tutti lo sanno.

    Lo stesso piovano,

    In fondo, è convinto

    Che a volte ci ha vinto

     Perfino il Sovrano.

17 Contento del mio,

     Nè punto nè poco,

     Per grazia di Dio,

     m'importa del giuoco;

      Ma certo, se un giorno

      Mi cresce la spesa,

      Galoppo all'impresa

      E strappo uno storno.

 

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METRICA: ottave di senari piani, rimati secondo lo schema ababcddc

Questa poesia venne scritta  nel 1838, ancora una volta Il Giusti utilizza l'arma della satira per mettere alla berlina vizi e comportamenti degli uomini comuni di cui condanna la propensione al gioco d'azzardo che in generale bolla come "vizio bestiale" , ma il gioco del Lotto ha, secondo il poeta, un qualcosa di morale in quanto ci abitua a diventare indovini dandoci la possibilità di poter diventare ricchi con pochi soldi. La poesia può essere divisa in due parti: nella prima parte il Giusti sembra difendere il gioco del Lotto affermando "Lasciate, balordi, Che il Lotto si spanda", ma si tratta di una finzione perchè poi manifesta il proprio giudizio in maniera inequivocabile: il gioco del Lotto è il mezzo attraverso il quale lo Stato alimenta i sogni del popolo suddito, ma lo Stato stesso con il Lotto ci perde.  Il Giusti però non dice in che cosa consista la perdita dello Stato, tuttavia è chiaro che egli non si riferisce alla perdita finanziaria, visto che da sempre lo Stato, rimpingua le casse dell'erario attraverso le lotterie, ma alla perdita della moralità dei propri sudditi che si rovinano giocando al Lotto sperando nella grande vincita che risolva una volta per tutte i propri problemi. Bisogna infine notare che il Giusti presenta sempre come macchiette tutti gli attori del tempo: sovrano, clero e popolo vengono ridicolizzati e accomunati nel vizio del gioco del Lotto a cui però non esclude di puntare, nel caso in cui  gli dovessero aumentare le spese.

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1 Don Luca (il poeta usa un nome di fantasia) uomo dai modi bruschi e spicciativi ma onesto parroco, ha nei confronti del Lotto, un sentimento di odio nei confronti del Lotto e dice a chi vi gioca che è roba da cani mentre diverte i suoi popolani con il gioco dell'oca.

2 Don Luca davvero è un gran galantuono, migliore del clero che frequenta la cattedrale cittadina, ma è troppo estremo nel suo giudizio (il Fanfani ha inteso il termine "esaltato" nel senso di ironico) e crede come tutti i preti che il suo compito debba essere quello di fare aprire gli occhi alla gente che viene imbrogliata.

3 Oggi è di moda educare o almeno far finta; i preti (il collare) diventano utopisti (nel senso che perseguono fini irrealizzabili). E ognuno si prodiga (si scapa) a elaborare teorie educative a vantaggio del popolo che mettono i bastoni tra le ruote al sovrano e al papa. Commentando questo passo Pietro Fanfani scrive «Forse il poeta alludeva, oltre che al Gioberti e al Ventura, grandi utopisti di quel tempo, al benefico Lambruschini, al piovano Malenotti, al padre Pendola, al padre Bernardino, e ad altri tali che su diedero pensiero di tale educazione ».

4 Il gioco in generale è un vizio bestiale ma il Lotto rispetto agli altri giochi ha una sua moralità in quanto ci abitua a prevedere il futuro e a essere generosi nello scambiare le informazioni l'un con l'altro ( il poeta allude alla complicità che vi è tra giocatori quando si devono scambiare informazioni sul significato dei numeri). Con il Lotto puoi diventare ricco giocando pochi soldi.

5 Il gioco del Lotto sviluppa l'intelligenza in quanto ognuno si deve sforzare ad interpretare i sogni, inganna la fame, rende i comportamenti del popolino meno avvezzi al vizio (pulisce i costumi). Di fatto lo Stato che non è solito chiudere un occhio, lo avrebbe vietato se fosse stato nocivo.

6 Lasciate balordi (Il poeta si rivolge a coloro che vogliono educare il popolo) che il Lotto si diffonda, che gli ecclesiastici gridino per la via pubblica "Cristiani è uscito un bel terno", si dia un aiuto al Governo a diffondere il gioco del Lotto (S'aiuti il Governo/ Nell'opera pia).

7 I sapienti governanti della Grecia e di Roma imponevano delle tasse (Piantavan la soma) secondo le caratteristiche dei loro sudditi; e a seconda dei vizi del popolo mettevano il morso per frenarli ( il poeta si riferisce all'arnese di ferro che si mette nella bocca dei cavalli per frenarli) oppure li  spronavano. Che persone sagge, che sovrani pieni di giudizio!

8 Con leggi dure Licurgo corresse i difetti del popolo greco che sempre dimostrò leggerezza, e Numa con l'arte della santa menzogna corresse il carattere un po' duro dei Romani.

9 O gente serva e  vigliacca (Dal cor di coniglio che non credi più a niente, è già festa se credi nel gioco del Lotto.

10 Lasciate giocare Galileo, non vi è perdono per chi pensa, studiare l'infinito? Che gusto imbecille, se mi preoccupo invece del futuro non rischio di essere inquisito.

11 Un gioco così bello bilancia la fede persa e mette in contrapposizione l'inferno con il cielo, infatti se il demonio non si manifesta svelando i numeri da giocare, un'anima devota recita un Ave Maria implorando che le venga svelato l'estratto.

12 La domestica spera di farsi la dote vincendo al lotto e per giocare fa la cresta sulla spesa (Fa vento in cucina). Cucinando cibi poco sostanziosi e sognando l ricavato delle vincite di un ambo dà da mangiare a mille affamati.

13 Se passa la bara, ognuno fa gara a domandare qualcosa sul morto. O che pesone pietose! Un popolo di indifferenti e poco avvezzo a credere, non piange le disgrazie ma scommette dei numeri giocando dei soldi su chi è morto di un colpo apoplettico (gioca le crazie: la crazia era una moneta in vigore al tempo in cui il poeta scrisse questa poesia).

14 Se suonano la campana per avvertire che c'è la gogna, vedi accorrere la gente, ma chi vede nell'usanza di mettere qualcuno alla berlina  come un monito? La donna che ti sta vicino, ti tocca un braccio e ti chiede "la berlina a che numero corrisponde?". 

15 Viva la legge che mantiene il Lotto, il sovrano ci vuole un gran bene, vede i mali e i bisogni degli asini e provvede ai loro bisogni con il libro dei sogni.

16 Chi si trova al verde, lo ascriva a suo danno: lo Stato ci perde con il gioco del Lotto, lo sanno tutti. Lo stesso parroco, in fondo è convinto che ha volte ha vinto al Lotto persino il Sovrano.

17 Io sono soddisfatto di quello che ho e non scommetto e per grazia di Dio poco mi importa del gioco, ma è certo che se un giorno mi dovessero crescere le spese, corro al banco del Lotto e strappo il biglietto. Il Fanfani spiega che «Quando è chiuso il termine di poter giocare, gli impresari dei vari banchi, o botteghini come prima si dicevano, giocano molti biglietti a proprio rischio; e ne espongono la lista fuori per allettare i giocatori, che così, ricomprandoli, possono giocare fino al momento delle estrazioni. Questi bigliettisi chiamano gli stormi; e si strappano, perchè, per avere il biglietto, si strappa dalla lista il numero d'ordine, e si mostra all'impresario».

 

 

 

  

 

  

 

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
23 novembre 2014 7 23 /11 /novembre /2014 11:46

Ognuno ha il suo modo di vivere i libri e mi riferisco in particolare a quelli "scolastici" , preziosissimi ed indispensabili strumenti di studio che vivono spesso la stagione della scuola per poi essere abbandonati e riposti nelle librerie, molti, poi, utilizzano il libro scolastico come un testo "stagionale" a tempo che li porta a liberarsi dello stesso una volta terminata la scuola. Personalmente non ho mai avuto questo approccio in quanto ritengo che il preziosissimo strumento può continuare a rimanere tale per il resto della vita diventando un valido ausilio di consultazione al di là del suo breve utilizzo in ambito scolastico.

I libri di storia, come del resto la maggior parte dei testi usati durante il periodo scolastico, li ho conservati, non me ne sono voluto liberare non solo per ragioni di carattere affettivo ma anche perché mi capita sovente di consultarli; credo che la conoscenza storica per l'uomo sia importantissima perché ciò gli  consente di poter comprendere meglio il presente e le sue aspettative. Essere consapevoli del fatto che il nostro presente fatto di leggi e di sentimenti più o meno condivisi ha una lunga storia che ha attraversato i millenni, ci aiuta a ridimensionare molti problemi pratici  che si presentano nella nostra vita quotidiana. Ricostruire però con precisione i fatti del passato non è facile, per chi come la maggior parte delle persone non è uno storico di professione, il problema si complica ulteriormente quando si tratta di comprendere le idee degli antichi; la ricerca storica non ha mai fine perché non solo si scoprono nuovi documenti, ma si leggono i fatti in modo diverso al punto che tutto viene messo in discussione. Tutto viene analizzato, sviscerato alla luce delle nuove convinzioni morali, non basta infatti sapere che in quel determinato periodo storico ha regnato questa o quella dinastia, il compito dello storico è quello di dare un senso alla storia e di fare capire che gli uomini dei tempi passati avevano un'idea molto diversa dalla nostra per quanto riguarda la dimensione dello spazio e lo scorrere del tempo.

STORIA E STORIOGRAFIA VOLUME 1 - ANTONIO DESIDERI

Alla luce del mio modo di vivere i testi scolastici, i cosiddetti "libri istituzionali" sono quelli che hanno un doppio valore: da una parte sono stati lo strumento per apprendere e dall'altra parte mi hanno impegnato del tempo per memorizzare fatti, concetti e interpretazioni che costituivano l'ambito della disciplina che affrontavo. Storia e Storiografia di Antonio Desideri è stato uno dei manuali utilizzati durante il liceo e durante la preparazione di diversi esami universitari;  che questo manuale risponda  ancora oggi ad un effettivo bisogno degli studenti è dimostrato dal fatto che molti insegnanti lo scelgono ancora come testo.
Un ulteriore elemento che conferma la validità del testo scritto dal Desideri, risiede nel fatto che ogni altro libro del genere venuto dopo ha sostanzialmente seguito l'impostazione metodologica del Desideri, del libro, ma sarebbe meglio parlare dei libri se consideriamo i manuali del triennio ne sono state pubblicate diverse versioni in cui cambia la grafica e la copertina ma non l'impostazione di fondo. Non c'è dubbio che il succedersi delle edizioni risponda ad un'esigenza didattica ben precisa a partire dalla forma  che deve essere resa più agile ed accessibile al gusto dei giovani, l'edizione del 1978 è ancora validissima e risponde benissimo alle esigenze dei programmi attuali, tuttavia le più recenti edizioni che sono state adottate da uno dei miei figli sono graficamente migliori rispetto a quelle più datate.

Al di là comunque delle finalità didattiche della scuola odierna, resta apprezzabile il fatto che oltre alla parte illustrativa/narrativa il lettore può consultare un significativo corpo documentale che permette di verificare, attraverso le fonti, quello che riguarda  la trama storica oggetto del capitolo.

ULTERIORE RIFLESSIONE

Per motivi di studio ho consultato numerosi manuali, è vero che la storia del passato non cambia; faccio un esempio che permette di comprendere il filo del mio ragionamento: la data e le circostanze in cui si verificò la congiura di Catilina non mutano, tuttavia la chiave di lettura che uno storico può dare può cambiare perché diversa è la formazione ideologica. In molti manuali scolastici del passato la congiura di Catilina veniva letta come un fatto ispirato da sinceri convincimenti democratici , eppure oggi, alla luce di interpretazioni sicuramente meno ideologiche rispetto a quelle sostenute da diversi studiosi del passato, quell'evento viene letto come il sintomo evidente dello sfacelo etico-politico di Roma. Come vedete cambia completamente la prospettiva di lettura ma non il fatto in sé.

 

"Storia e Storiografia Volume 1"  di Antonio Desideri, una volta conclusi gli studi della scuola secondaria, può essere utilissimo a tutti coloro che vogliono avere un validissimo strumento di riferimento per approfondire criticamente questa o quella parte della storia. Il libro essendo un manuale scolastico è facilmente reperibile anche nel mercato dell'usato.

Validissimo manuale da utilizzare anche come testo di orientamento

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Published by Caiomario - in Libri
22 novembre 2014 6 22 /11 /novembre /2014 06:13

Oggi si parla di fantasia, un tempo si poteva essere accusati di eresia...

 

Le tesi espresse dai tre autori de "Il Santo Graal" costituiscono un'analisi originale sulle origini del cristianesimo e sui fatti della vita di Gesù raccontate nel Nuovo Testamento e in particolare nei quattro Evangeli.
L'opinione comune è portata a credere che la vita di Gesù sia esposta in tutti i Vangeli, in realtà solo in quelli di Matteo e di Luca si parla dell'origine e della nascita di Gesù e molti fatti raccontati in uno degli evangeli sono in netto contrasto con quelli esposti nell'altro.

Secondo Matteo Gesù era di famiglia aristocratica, un legittimo discendente di Davide e di Salomone, solo con Marco si diffonde l'idea di Gesù come "povero falegname".

Due racconti diversi e contrastanti tra loro che evidenziano un modo diverso di "sentire" l'origine di Gesù e, da cui si può desumere, come in quei racconti confluissero tradizioni diverse che facevano parte della cultura vetero-testamentaria che ognuno interpretava a modo suo.

Le discrepanze che troviamo negli Evangeli riguardano anche l'origine della famiglia di Gesù:

  • secondo Luca la famiglia di Gesù era di Nazareth, e solo in seguito ad un censimento ( che storicamente non è mai avvenuto) si trasferirono a Betlemme, in base al racconto di Luca Gesù nacque in una mangiatoia.
  • mentre per Matteo, la famiglia di origine di Gesù era benestante, risiedeva a Betlemme e il Nazzareno era nato in una casa.

Su questi ed altri episodi la domanda che avanzano gli autori è provocatoria e la esprimono in questi termini: "Piaccia o no, si deve ammettere che uno di questi due vangeli ha torto, o che hanno torto tutti e due. Di fronte ad una conclusione così clamorosa e inevitabile, non è possibile considerare come inoppugnabili i Vangeli: Come possono essere inoppugnabili, quando si smentiscono l'un l'altro?".

Partendo da questo assunto, gli autori, esaminano puntigliosamente le tappe storiche che hanno portato al riconoscimento dei Vangeli come libri che appartenevano alla parola rivelata e individuano una data, il 367 d.C., il momento fondamentale in cui avvenne la scelta da parte del vescovo Atanasio d'Alessandria di escludere alcuni dei testi che dimenticati e ritenuti pericolosi per l'ortodossia.
Questa scelta venne ratificata nel 393 d.C. durante il Concilio di Ippona e definitivamente nel 403 d.C quando si tenne il Concilio di Cartagine.
Ancora una volta gli autori si pongono una domanda " come poteva un'assise di ecclesiastici decidere infallibilmente che certi libri appartenevano alla Bibbia e altri no?".
Secondo gli autori, Gesù non morì sulla croce, sposò Maria Maddalena, dalla quale ebbe dei figli e insieme a loro si trasferì in Francia presso una famigli ebraica.
I suoi discendenti con il nome di Merovingi, posero le basi del Sacro Romano Impero, di questi segreti sarebbe titolare il Priorato di Sion.

 Anche qui ci muoviamo nel campo delle ipotesi, delle coincidenze e di fatti contraddittori ma comunque i riferimenti storici sono numerosi e le prove raccontate fanno più di una volta sobbalzare il lettore mettendo a dura prova le sue convinzioni. In particolare si ponga attenzione alle pagine che vanno dal cap. XI al capitolo XV : sono di grande interesse, ma -secondo me- andrebbero affrontate solo da lettori preparati.
Leggendo, ad esempio, il paragrafo intitolato "La Crocifissione" (pagina 455 del testo), gli autori, avanzano delle ipotesi che hanno come punto di partenza i Vangeli che erano rivolti ad un pubblico greco-romano e, a tal proposito scrivono:

"I Vangeli furono composti durante e dopo l'insurrezione del 68-74 d.C., quando il giudaismo aveva finito di esistere come una forza sociale, politica e militare organizzata. E soprattutto, i Vangeli furono composti per un pubblico greco-romano, e dovevano risultare accettabili".

È solo un esempio tra i tanti chesi potrebbero elencare, son infatti numerossimi  i passi che aprono delle parentesi che necessiterebbero di un  opportuno approfondimento, ecco perché leggere il libro non basta e la derubricazione a "giallo storico" penso che sia svalutativa in quanto si rischia di affrontare ogni pagina senza avere la necessaria preparazione. Il rischio ( parlerei più di certezza a tal proposito) è di rimanere avviluppato nelle sabbie mobili delle suggestive tesi che gli autori hanno avanzato ai quali va comunque riconosciuto il merito di seguire un filo logico improntato su basi scientifiche (almeno per quanto riguarda il metodo).
Pur non essendo un testo accademico, infatti, "Il Santo Gral" è un'opera ben documentata che utilizza il metodo scientifico, alla fine di ogni capitolo si trovano numerose note "di rimando" che fanno riferimento a studi di notevole spessore.
Solitamente un lettore normale non ha il tempo ma soprattutto la voglia di affrontare la lettura in modo così approfondito anche perchè la scienza del "Nuovo Testamento" è vasta e complessa, ma una Storia del Nuovo Testamento aiuterebbe senz'altro il lettore ad affrontare determinati argomenti con meno superficialità.
Il lettore odierno che legge i Vangeli lo fa spesso per motivi di fede, ma non bisogna dimenticare che i più grandi studiosi (quasi tutti di formazione culturale protestante) hanno esaminato ognuno dei ventisette scritti del Nuovo Testamento partendo da un'ipotesi ormai accettata da tutti i maggiori studiosi del settore ossia che i Vangeli storici non sono che in gran parte i "portavoce della comunità crisitiana primitiva, che ha fissato la tradizione orale".
Se quindi è importante il valore letterario dei testi (e non quello storico) ci rendiamo conto che un testo come "Il Santo Graal" rischia di creare una grande confusione nella testa di quei lettori che non hanno un'adeguata preparazione per affrontarne la lettura.

AUTORI: Michael Baigent,Richard Leigh, Henry Lincoln
TITOLO: IL Santo Graal
TITOLO ORIGINALE DELL'OPERA: The Holy Blood and the Holy Grail
PRIMA EDIZIONE: Ingrandimenti 1982 I Miti

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Libri
20 novembre 2014 4 20 /11 /novembre /2014 12:28


La filosofia del godimento dal punto di vista di un uomo che parla per conto di una donna

"Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere"  di John Cleland è un romanzo avvincente, coraggioso e se mi permettete sincero, senza reticenze ostentatamente erotico. A priori, possiamo pensare che il genere erotico si trovi al confine con la pornografia, ma la buona accoglienza soprattutto da parte dei lettori e poi della critica, ha un solo significato: l'elevazione attraverso la scrittura della dignità dell'eros quale componente essenziale della natura umana.
Dopo tutto, i lettori delle varie generazioni che si sono succedute da quando il libro venne pubblicato, hanno sempre buone ragioni per interessarsi dell'erotismo: c'è chi si interessa al genere per una malcelata inclinazione al voyeurismo, c'è chi invece è tormentato dall'arte della seduzione femminile e c'è chi, infine ne apprezza la prosa vigorosa che dà dignità al desiderio della carne e non lo condanna.

Credo che un libro come "Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere" si possa definire a pieno titolo un classico e che offra una storia tanto provocatoria quanto interessante che il possibile lettore deve affrontare andando al di là di tutti gli insopportabili luoghi comuni che riguardano i sessi e la sessualità in genere.

DICIOTTESIMO SECOLO: PRIMI VAGITI DI UN'EPOCA NUOVA

Le pesanti ornamentazioni a cui ci ha abituato certa letteratura settecentesca fanno dimenticare che a livello di storia delle idee emergono nuovi modelli di razionalità, ma ancora una volta il piacere diventa il vero motore di un'epoca in cui la severità religiosa ferma e contiene la morale del godimento.
Leggendo "Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere",  mi sono venuti in mente i versi del Metastasio il quale declamava:

"Per me son gradite
ancor le catene
in mezzo alle pene
più bello è il piacer
"

questa potrebbe essere la chiave di lettura entro cui inscrivere un romanzo erotico come "Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere", un romanzo che deve essere scrostato dalla sua immediata apparenza e che riserva delle sorprese di cui in questo contesto anticipo solo alcuni aspetti in quanto il libro va letto.

L'OZIOSO GODIMENTO CON LE DONNE DI PIACERE

Frances Hill detta Fanny non può essere ascritta nella vasta schiera delle cortigiane che  per interesse davano soddisfazione ai  più raffinati bisogni dei ricchi eppure diventò, suo malgrado, simile alle prostitute di corte che nel periodo che va dal '500 al '700 erano parte integrante tollerata e voluta dei nobili ricchi e delle alte sfere ecclesiastiche. Con una differenza però: amava avere rapporti sessuali.
Chi è Fanny? È un inglese di Liverpool  che nasce da una famiglia povera e che vive fino all'età di quattordici anni secondo i dettami di  un'educazione che rientrava entro i canoni del comune sentire dell'epoca;  presso le classi povere non vi era alcun sistema obbligatorio di educazione, solo le istanze  dell'illuminismo francese permetteranno alla borghesia  di accedere ad un sistema educativo in parte regolato e che non fosse affidato al solo ruolo del precettore.

Fanny nonostante fosse stata allevata in uno stato di ignoranza, almeno fino all'adolescenza non era ancora stata divorata dal vizio, solo dopo scoprirà il piacere della copula, una copula che quanto più è animalesca più  è fonte di inesauribili piaceri; il piacere di Fanny è mentale prima di essere fisico, l'idea di essere riempita dal membro maschile, produce in lei un godimento infinito e lo dice senza mostrare la benché minima remora o autocensura. Insomma Fanny è esplicita, il suo corpo è un aggregato di cellule che vanno alla ricerca del piacere e il coito si verifica ogni volta senza alcun calcolo e con estrema energia e partecipazione. È come se Fanny vivesse un perpetuo stato di natura attraverso il quale passa la conoscenza dell'altro e di se stessa, forse in questo sta la genesi della femminilità e il carattere ipotetico della procreazione, la più antica di tutte le idee, appartiene più alla storia religiosa che a quella profana.
Il passaggio dalle sensazioni fisiche a quelle morali costituisce l'essenza della femminilità di Frances Hill, ed è proprio nella precisa definizione del piacere che si rispecchia paradossalmente la sua voglia di fisicità e di vita.

 


COMPARAZIONE CON UN FENOMENO EDITORIALE ODIERNO, GRANDE COPIA DEL PASSATO

Dopo aver letto una serie di recensioni negative su "Cinquanta sfumature di grigio", ho deciso di affrontarne la lettura , presto scriverò  che  cosa ne penso del  romanzo di  E. L. James alias Erika Leonard; preferisco però non anticipare il mio giudizio, mi limito a dire solo questo: dov'è lo scandalo? L'autrice londinese ha scritto un romanzo all'acqua di rosa, rispetto  a "Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere",  ci troviamo  infatti davanti a un modello in cui gli elementi immaginari sono troppo influenzati dal deja vu.
Ma la differenza più evidente è che le memorie di Fanny Hill non sono scritte da una donna ma da un uomo, l'autore John Cleland racconta di una donna con la mentalità di un uomo, l'esito non poteva  quindi che essere differente.
Se la natura ci ha dato la razionalità ma anche degli impulsi primitivi, il sesso raccontato da Cleland non ha nessuna mediazione, non vi quindi nessuna contrapposizione tra il maschio e la femmina ma la totale e assoluta complicità.
In Fanny Hill il rapporto di padronanza uomo donna si inverte o se vogliamo si muove entro un piano di parità assoluta, stabilire poi se Fanny rappresenti il prototipo della donna di piacere che l'immaginario maschile vorrebbe è molto difficile, impantanarsi nei meandri insidiosi di un'interpretazione psicologica e comportamentale, ci porterebbe lontani dal piano puramente letterario di questo ambito.

Il Settecento è stato il secolo nel quale sono state elaborate diverse teorie sul piacere, al punto che si può parlare di filosofia del godimento, l'idea era semplice: il selvaggio una volta che ha soddisfatto i suoi bisogni primari va alla ricerca della felicità che costituisce però un limite del godimento stesso. Il romanzo di Cleland ha il coraggio di espandere il piacere fisico come manifestazione più evidente della vita e lo fa senza allegorie quasi che fosse una forma di illuminazione e di rivelazione di cui Fanny Hill è la profetessa disinvolta e spesso sfacciata.

Non mi resta che raccomandare (ai curiosi) la lettura del libro...Fanny Hill è un personaggio indimenticabile!!

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Published by Caiomario - in Libri
19 novembre 2014 3 19 /11 /novembre /2014 06:36

 

ACCOMODARSI AI TEMPI

 

 

 Felice te che nella tua carriera

t'avvenne di chiappar la via più trita

e ti s'affà la scesa e la salita,

4 e sei omo da bosco e da riviera.

 Stamani a corte, al Circolo stasera,

domattina a braccetto a un Gesuita,

poi ricalcando l'orme della vita,

8 doman l'altro daccapo, al sicutera.

 Che se codesta eterna giravolta

a chi sogna Plutarco e i vecchi esempi

11 il delicato stomaco rivolta,

va pure innanzi e lascia dir gli scempi,

che tra la gente arguta e disinvolta

14 questo si chiama accomodarsi ai tempi.

 

________________________________________

In questi versi il Giusti si rivolge ad un interlocutore immaginario: il voltagabbana sempre pronto a sfruttare le circostanze per il proprio tornaconto personale. Giusti per indicare questo comportamento utilizza l'espressione "accomodarsi ai tempi";  mostrando insofferenza e disprezzo verso chi muta bandiera continuamente e seconda delle circostanze,  invita l'opportunista ad andare avanti per la sua strada e lo esorta a lasciare agli stolti il giudizio benevolo verso chi mette in pratica quest'arte apprezzata "tra la gente arguta e disinvolta". A quanto pare ai tempi del Giusti (siamo negli anni intorno al 1830-1840), l'antica arte, tutta italica, dell'opportunismo era molto praticata, chi pensa che in Italia possa avvenire un radicale cambiamento culturale rimarrà deluso scoprendo che i vizi degli italiani vengono da lontano e che sono difficili da estirpare. L'acutissimo sguardo osservatore del Giusti  sa  sempre cogliere nel segno utilizzando la satira per mettere a nudo le miserie di un'umanità sempre eguale a se stessa e che mai cambia.

 

1-4 Beato te che nel corso della tua vita t'accadde di imboccare la strada più battuta (nel senso seguire l'opinione dominante) e ti va bene tanto la discesa quanto la salita,  e sei un uomo di bosco e di riviera: ossia ti trovi bene in tutte le circostanze l'importante è che tu ne tragga vantaggio.

5-8 A seconda della situazioni sei  ora dalla parte dei principi, ora con i liberali, ora vai a braccetto con i Gesuiti (simbolo della reazione e storicamente in quel periodo avversi ai principi liberali). Poi seguendo le orme della tua vita all'indomani rincominci da capo.

9-14 Questo comportamento da voltagabbana fa rivoltare lo stomaco a chi crede ai grandi esempi degli uomini virtuosi raccontati da Plutarco. Continua per la tua strada e lascia dire agli stolti che tra la gente arguta e disinvolta questo comportamento si chiama adattarsi alle circostanze (accomodarsi ai tempi).

 

Caiomario

 

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
16 novembre 2014 7 16 /11 /novembre /2014 21:44

IL DIES IRAE

 

1 Dies Irae! è morto Cecco ;

   Gli è venuto il tiro secco

                Ci levò l'incomodo.

2 Un ribelle mal di petto

     Te lo messe al cataletto :

                  Sia lodato il medico.

3 È di moda : fino il male

       La pretende a liberale:

                      Vanità del secolo!

4 Tutti i Principi reali

      E l'Altezze imperiali.

                  L'Eccellenze eccetera,

5 Abbruniscono i cappelli :

      Il Balì Samminiatelli

                  Bela il panegirico.

6 Già la Corte, il Ministero,

       Il soldato, il birro, il clero,

                    Manda il morto al diavolo.

7 Liberali del momento,

       Per un altro giuramento

                   Tutti sono all'ordine.

8 Alle cene, ai desinari

      ( Oh che birbe!) i Carbonari

                      Ruttan inni e brindisi.

9 Godi, o povero Polacco

      Un amico del Cosacco

                  Sconta le tue lacrime.

10 Quest'è ito: al rimanente

        Toccherà qualche accidente

                    Dio non paga il sabato.

11 Ma lo Scita inospitale

         Pianta l'occhio al funerale

                    Sitibondo ed avido,

12 Come iena del deserto,

         Annosando a gozzo aperto

                   Il fratel cadavere.

13 Veglia il Prusso e fa la spia,

        E sospirano il Messia

                    L'Elba, il Reno e l'Odera.

14 Rompe il Tago con Pirene

       Le cattoliche catene,

                  Brucia i frati e gongola.

15 Sir John Bull, propagatore

        Delle macchine a vapore,

                      Manda i tory a rotoli.

16 Il Chiappini si dispera

      E grattandosi la pera,

                    Pensa a Carlo Decimo.

17 Ride Italia al caso reo

          E dall'Alpi a Lilibeo

                     I suoi re si purgano.

18 Non temete ; lo stivale

       Non può mettersi in gambale ;

                 Dorme il calzolaio.

19 Ma silenzio ! odo il cannone :

        Non è nulla : altro padrone!

                  Habemus Pontificem!

_____________________________________________-

Questa poesia venne scritta dal Giusti nel 1835, le strofe sono di due ottonari e rime baciate e un senario  sdrucciolo. Il poeta con l'arguzia che sempre lo contraddistingue svolge il suo componimento satirico facendo numerosi riferimenti a personaggi della sua epoca, l'incipit è di quelli che non si dimenticano:  Egli auspica un Dies Irae  risolutore che vendichi una volta per tutte i popoli sottomessi e che  spazzi via i feroci reazionari sempre pronti ad eseguire gli ordini del potente di turno. Per quanto l'evidente intento polemico  porti il Giusti a condividere i malumori dell'opinione pubblica, il Giusti rimane entro i limiti della moderazione come si può notare dall'espressione spregiativa utilizzata nei confronti dei Carbonari (Alle cene, ai desinari /(Oh che birbe!) i Carbonari/ Ruttan inni e brindisi) verso i quali non sembra avere  alcuna simpatia.

 

1-5 È giunto il giorno dell'ira di Dio, è morto Francesco (Cecco), gli è venuto un colpo e se n'è andato (Ci levò l'incomodo), il Giusti si riferisce a Francesco II d'Asburgo Lorena Imperatore del Sacro Romano Impero). Un male  al pettoche non può essere curato ( Un ribelle mal di petto) lo stese morto sul catafalco ( cataletto da intendersi come bara). Anche le malattie seguendo le mode del momento si mostrano seguaci della libertà. Tutte le altezze reali mettono il lutto (abbruniscono i cappelli), il Samminatelli (Giusti cita Cosimo Andrea Samminatelli, uno dei più feroci reazionari dell'epoca) recita belando l'encomio.

6-10 Già la Corte, il Ministero, l'esercito, la polizia e il clero dimenticano colui che si è fatto solo odiare e temere (Manda il morto al diavolo nel senso di "mandano il morto a quel paese"). Si mostrano liberali del momento ma sono pronti ad obbedire e a un nuovo giuramento. Ai banchetti i Carbonari cantano (ruttano) inni e fanno brindisi, Oh che birbe! (l'Oh che birbe non è affatto bonario ma evidenzia la poca simpatia che aveva il Giusti degli ambienti Carbonari, pur essendo contro la politica rezionaria dei sovrani dell'epoca). Esulta povera Polonia, un amico del Cosacco (lo zar Nicola I) sconta le lacrime per quello che ti ha fatto soffrire ( il poeta si riferisce allo zar Nicola I di Russia che nel 1830 soffocò nel sangue la resistenza polacca). Intanto  questo è morto, agli altri prima o poi accadrà qualcosa, Dio prima o poi li punirà (Dio non paga il sabato).

11-15 Ma lo zar inospitale durante il funerale  come una iena nel deserto fiuta con grande avidità il collega morto. Fa la veglia la Prussia (considerata come il gendarme della Santa Alleanza) e sospirano che venga  un redentore (il Messia) che li unisca come un solo popolo i Tedeschi. Rompono le cattoliche catene il Portogallo come la Spagna (il poeta si riferisce all'insuerrezione contro Michele I di  Braganza re del Portogallo) brucia i frati ed esulta. L'Inghilterra (Sir John Bull) manda a quel paese il partito conservatore (i tory).

16-17 Luigi Filippo re di Francia  si dispera ( il Giusti lo chiama il Chiappini in quanto -come racconta Atto Vanucci- girava la voce che il sovrano discendesse da tal Chiappini, capo della polizia del Granduca Leopoldo I,; quando il padre, Filippo Egalitè  si trovava in Toscana, la moglie partorì una bambina, ma egli che desiderava un maschio, decise di scambiarla con il figlio appena nato del Chiappini) e grattandosi la testa pensa a Carlo X. Ride l'Italia per la morte dell'Imperatore (caso reo), e dalle Alpi all'estremo capo della Sicilia (Lilibeo è il capo Boeo che si trova nella punta estrema della Sicilia occidentale) i suoi re se la fanno sotto. Non abbiate paura l'Italia non può essere sistemata, dorme il popolo italiano. Ma silenzio! Sento il cannone, non è nulla, vi è un altro padrone, Habemus Pontificem. Il Fanfani ha commentato questo strofe dicendo il Giusti vuol dire che "c'è nulla da sperare, nè per l'Italia, nè per altri Stati; che ormai s'è eletto un altro imperatore al posto di Cecco".

 

     

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
15 novembre 2014 6 15 /11 /novembre /2014 18:29

RASSEGNAZIONE E PROPONIMENTO DI CAMBIAR VITA

 

1 Io non mi credo nato a buona luna;

   E se da questa dolorosa valle

   Sane a Gesù riporterò le spalle,

                     Oh che fortuna!

2 In quanto al resto poi non mi confondo:

   Faccia chi può con meco il prepotente ;

   Io me la rido, e sono indifferente,

                Rovini il mondo.

3 A quindici anni immaginava anch'io

   Che un uomo onesto, un povero minchione,

   Potesse qualche volta aver ragione ;

                      Furbo per Dio!

4 Non vidi allor che barattati i panni

       Si fossero la Frode e la Giustizia :

       Ah veramente manca la malizia

                      A quindici anni!

5 Ma quando, in riga di paterna cura,

      Un birro mi coprì di contumelia,

      Conobbi i polli, e, accorto della celia,

                         Cangiai natura.

6 Cangiai natura, e adesso le angherie

        Mi sembrano sorbetti e gramolate ;

        Credo il santo bargello, e ragazzate

                          Le prime ubbie.

7 Son morto al mondo ; e, se il padron lo vuole,

      Al messo, all'esattore, all'aguzzino

      Fo di berretta, e spargo sul cammino

                      Rose e viole.

8 Son morto al mondo ; e se novello insulto

   Mi viene da Commissari o colli torti,

   Dirò: Che serve incrudelir co' morti?

                    Parce sepulto!

9 Un diavol che mi porti o il lumen Christi

     Aspetto per uscir da questa bega:

     Una maschera compro alla bottega

                       De' Sanfedisti.

10 La vita abbuierò gioconda e lieta;

     Ma, combinando  il vizio e la decenza,

     Velato di devota incontinenza,

                    Dirò compieta.

11 Più non udrà l'allegra comitiva

     La novelletta mia, la mia canzone ;

     Gole di frati al nuovo Don Pirlone

                     Diranno evviva.

12 In un cantone rimarrà la belle

     Che agli scherzi co' cari occhi m'infiamma,

     E raglierò il sonetto e l'epigramma

                     A Pulcinella.

13 Rispetterò il Casino, e sarò schiavo

     Di pulpiti, di curie e ciarlatani ;

     Alle gabelle batterò le mani,

                      E dirò: Bravo!

14 Così sarò tranquillo, e lunga vita

     Vivrò, scema di affanni e di molestie ;

     Sarò de ' bacchettoni e delle bestie

                         La calamita.

15 Amica mi sarà la sagrestia,

     La toga, durlindana, e il Presidente :

     Sarò un eletto, e dignitosamente

                       Farò la spia.

16 Subito mi faranno cavaliere,

     Mi troverò lisciato e salutato,

     E si può dare ancor che sia creato

                     Gonfaloniere.

17 Allora, ventre mio, fatti capanna ;

     Manderò chi mi burla in gattabuia...

     Dunque s'intuoni agli asini alleluia,

                     Gloria ed osanna!

 

_______________________________________________

Giuseppe Giusti scrisse "Rassegnazione e proponimento di cambiar vita" nel 1833, la scelta metrica è quella delle strofe saffiche (tre endecasillabi e un quinario) secondo lo schema ABBa. Le scelte lessicali e stilistiche espirmono nel contempo ironia, rassegnazione nei confronti della realtà delle cose e un certo malcelato disprezzo verso l'ordine costituito. Giusti comprende che dinanzi al potere e ai suoi rappresentanti non serve opporsi apertamente ma, facendo di necessità virtù, si fa beffe degli imbecilli pronti sempre a reverire i potenti, esclamando nel finale  che "s'intuoni agli asini alleluia, gloria ed osanna".

1-5 io non credo di essere nato con i favori della fortuna. E se da questa valle di lacrime (questa dolorosa valle) me ne andrò senza avere dovuto affrontare grandi disgrazie, mi dovrò ritenere fortunato. Quanto al resto non mi scoraggio (In quanto al resto poi non mi confondo). Chi vuole faccia con me il prepotente, me la rido e rimango indifferente verso il mondo che va in rovina. All'età di quindici anni anch'io pensavo (ingenuamente) che un uomo onesto, un povero credulone, potesse qualche volta avere ragione, ma non mi accorsi che la frode e la giustizia si erano scambiate le parti (il poeta afferma che l'imbroglio spesso assume il volto della giustizia. A quindici anni manca la malizia. Ma quando sotto forma di cura paterna, uno sbirro mi coprì di ingiurie, mi resi conto con quali persone avevo a che fare (conobbi i polli) e della farsa che ognuno recitava, così decisi di cambiare vita.

6-10 Cambiai vita e adesso (imparata la lezione) le angherie mi sembrano sorbetti e granite (gramolate). Credo santo il capo degli sbirri e considero delle ragazzate i primi slanci ideali (il tono del poeta è ironico). Le cose che avvengono al mondo non mi riguardano (Son morto al mondo) e se il padrone lo vuole, mi tolgo il cappelli davanti al messo, all'esattore e all'aguzzino  e spargo al loro passaggio rose e viole (Giusti quando parla di padrone si riferisce al Granduca di Toscana e il messo, l'esattore e l'aguzzino erano i funzionari pubblici al servizio della burocrazia statale). Sono fuori dalle cose del mondo: e se un nuovo insulto mi viene dai commissari di polizia o dagli ipocriti (colli torti), dirò "Che serve mostrare crudeltà verso i morti? I morti vanno lasciati in pace (Parce sepulto). Attendo una fortuna improvvisa (Un diavol che mi porti) o mi atteggerò a devoto per uscire da questa situazione intricata (bega). Comprerò una maschera per trasvestirmi da Sanfedista. Lascerò da parte ogni atteggiamento giocoso e messo il nero velo dell'ipocrisia, vivrò mettendo insieme vizio e onestà, reciterò poi la compieta (la compieta nella litrugia delle ore veniva dopo i vespri e imponeva la recita di particolari preghiere).

11-15 L'allegra compagnia dei mie amici non sentirà le mie barzellette e i miei racconti. Sarò un nuovo Don Pirlone (il poeta si riferisce al personaggio di un'opera di Girolamo Gigli che scrisse una commedia ispirata al Tartufo di Molière) e i frati diranno "Evviva". In un cantuccio rimarrà l'innamorata (la bella) che mi infiamma coi suo occhi quando recito i miei componimenti scherzosi (nel senso di satirici). Declamerò ragliando come un asino i sonetti e l'epigramma a Pulcinella (chi sia il Pulcinella di cui parla il poeta si può solo ipotizzare, secondo il Fanfani Giusti allude al Granduca di Toscana). Rispettero  i nobili (Casino non indica il luogo in cui vi erano le prostitute ma un club in cui i nobili si riunivano per conversare) e sarò al servizio di curie e ciarlatani ( Giusti era fondamentalmente un anticlericale che non vedeva di buon occhio le palandrane nere sempre pronte a stare dalla parte dei potenti), quando saranno imposte delle gabelle applaudirò e dire "Bravo!". Ancora una volta Giusti parla delle tasse che all'epoca (come del resto oggi) strozzavano i sudditi. Facendo queste scelte sarò tranquillo e vivrò una lunga una vita senza affanni e molestie. Attirerò i bacchettoni e gli ignoranti. Sarò amico del clero (Amica mi sarà la sagrestia), dei magistrati (la toga), dei militari (durlindana) e del capo della polizia (il Presidente).

16-17 Subito sarò eletto cavaliere, sarò accarezzato e salutato dal Governo ed è possibile che sia eletto sindaco (Gonfaloniere). In questo caso mi preparerò ad arricchirmi senza limite ( Allora, ventre mio, fatti capanna, detto che indica l'ingordo che vuole mangiare per cento). Manderò in prigione chi mi prende in giro e dunque si applauda agli asini che ovunque trionfano.

 

Caiomario

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
13 novembre 2014 4 13 /11 /novembre /2014 09:19

1 Hanno fatto nella China

Una macchina a vapore

per mandar la guigliottina:

Questa macchina in tre ore

Fa la testa a centomila

Messi in fila.

2 L'instrumento ha fatto chiasso,

E quei preti han presagito

Che il paese passo passo

Sarà presto incivilito:

Rimarrà come un babbeo

L'Europeo.

3 L'imperante è un uomo onesto;

Un po' duro, un po' tirato,

Un po' ciuco; ma dal resto

Ama i sudditi e lo Stato,

E protegge i bell'ingegni

De' suoi regni.

4 V'era un popolo ribelle

Che pagava a malincuore

I catasti e le gabelle:

Il benigno imperatore

Ha provato in quel paese

Questo arnese.

5 La virtù dell'instrumento

Ha fruttato una pensione

A quel boia di talento,

Col brevetto d'invenzione,

E l'ha fatto mandarino

Di Pechino.

6 Grida un frate: Oh bella cosa!

Gli va dato anco il battesimo. -

Ah perchè ( dice al Canosa

Un Tiberio in diciottesimo)

Questo genio non m'è nato

Nel Ducato!

___________________________________________

Giuseppe Giusti scrisse "La Guigliottina a Vapore" nel 1833, all'età di 24 anni; le strofe di cinque ottonari e un quaternario, sono rimate secondo lo schema ABABCc. La poesia prende lo spunto dall'invio in Cina della ghigliottina che deve il suo nome al francese Joseph-Ignace Guillottin. Il mezzo utilizzato per rendere più efficiente la ghigliottina è una "macchina a vapore". Il fatto che la Cina già all'epoca brillasse per intrapendenza fa esclamare al Giusti che « Rimarrà come un babbeo/ l'Europeo», intendendo che gli Europei rimarrano stupiti quando si vedranno superati dai cinesi anche in crudeltà e in efficienza. Secondo, Pietro Fanfani, uno dei più autorevoli commentatori del Giusti, il poeta dimostra uno spirito ironico finissimo in quanto non sono gli Europei che devono stupirsi della crudeltà dei Cinesi, ma sono proprio questi ultimi che, pur spiccando per ferocia, debbono meravigliarsi della crudeltà degli Europei. Giusti ironicamente definisce l'imperatore riferendosi probabilmente a Daoguang, allora regnante in Cina, un uomo onesto, ma anche duro di comprendonio, burbero, ignorante ed avaro; dal ritratto delineato dal Giusti, Daoguang è un imperatore difficile da trattare, tutt'altro che benigno (ancora una volta Giusti usa un termine per intendere il suo contrario), intento a imporre ai suoi sudditi tasse e dazi. Un'iniziativa che sarebbe stata condivisa dai Sanfedisti che propugnavano la restaurazione del vecchio ordine. Curioso il fatto che la ghigliottina, simbolo della Rivoluzione francese, qui diventi lo strumento scelto dai reazionari per la sua efficienza.

Grazie ai risultati ottenuti con la ghigliottina, l'imperatore si mostrò tanto soddisfatto da insignire il boia del titolo nobiliare di Mandarino. Nella parte finale Giusti fa riferimento al Canosa, ministro del Duca di Modena che spiccando per crudeltà definisce «Un Tiberio in diciottesimo» e accostandolo a uno degli imperatori più crudeli del periodo imperiale di Roma gli fa esclamare « Questo genio non m'è nato nel Ducato », ossia « Peccato che l'inventore della ghigliottina non sia nato nei territori governati dal Ducato, perchè non mancherei di servirmene volentieri»

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
10 novembre 2014 1 10 /11 /novembre /2014 21:50

Giuseppe Giusti nacque la mattina del 13 maggio 1809 a Monsummano, poi si trasferì con la famiglia a Montecatini e successivamente nel 1828 a Pescia. La biografia   dell'illustre poeta è nota, meno nota è invece la Lettera Autobiografica che lo stesso Giusti scrisse all'amico Atto Vannucci, detta lettera assume una rilevanza storica che va al di là della mera curiosità sui particolari sulla vita raccontati dallo stesso Giusti e che  può essere considerata un vero e proprio testamento letterario che permette  anche  di conoscere il carattere di un autore che scrisse molte poesie all'insegna dell'ironia, dello sberleffo e della satira,  segni distintivi di un'intelligenza acuta ed originale pronta ad usare il pennino come la punta di una spada.

La lettera autobiografica venne scritta dal Giusti il 14 settembre 1844, quando  egli aveva  35 anni, 6 anni prima della morte che lo colse il 31 marzo del 1850. Dalle riflessioni del Giusti emerge la vena malinconica e rinuciataria di chi sta per tirare i remi in barca e fa ( suo malgrado) un bilancio della propria vita. L'uomo Giusti è sincero  ed onesto e, per quanto sofferente per i dolori che lo assalgono, si mostra preoccupato del fatto che qualcuno possa mentire su di lui nel bene o nel male. Al destino che  sembra riservargli dolori e sofferenze, Giusti non si ribella arrivando a dire nella parte conclusiva della lettera: È andata così e bisogna chinare il capo.  Giusti pur accettando rassegnato la propria naturale indolenza, non mostra alcun rimpianto verso quello avrebbe potuto fare ma non ha fatto. Ricorda con riconoscenza e affetto  tutte quelle persone che in un modo  o in un altro lo hanno aiutato e preferendo di non nominarle, mostra un delicato riserbo che è  fortino  nel contempo dei propri sentimenti e di quelli altrui.

TESTO DELLA LETTERA AUTOBIOGRAFICA

« Non crepa un asino

che sia padrone

d'andare al diavolo

senza iscrizione ».

Questi versi scritti anni sono mi fanno temere che qualcuno dopo la mia morte possa essere tentato a scrivere qualcosa di me; e siccome io vivendo mi sono mostrato sempre tale e quale, non vorrei che mi si potessero abbaiare sul sepolcro altri versi dello stesso Scherzo che dicono:

« Ma dall'elogio

Chi ti assicura,

o nato a vivere

senza impostura?

Morto, e al biografo

cascato in mano,

nell'asma funebre

d'un ciarlatano

menti costretto,

e a tuo dispetto

imbrogli il pubblico

dal cataletto ».

Dunque, per mettere le mani avanti, se mai si desse il caso che io me ne dovessi andare, prego te a salvarmi da ogni pericolo, scrivendo poche righe sul conto mio.

Tu sei uomo sincero, di buoni principi e d'indole liberissima, ed è per questo che io voglio mettere la mia memoria nelle tue mani.

Mi sarebbe grave specialmente una lode e un biasimo non meritato, e vorrei o che si tacesse del tutto o che si parlasse di me colla stessa franchezza colla quale ho scritto io medesimo quel poco che lascio.

Sono nato a Monsummano nel 1809 (la mattina del 13 maggio) poi passato con la famiglia a Montecatini e finalmente a Pescia nel 1828.

Della mia prima infanzia noerò, per mera piacevolezza, due buffonate: una che mio padre non volle che la levatrice m'accomodasse il cranio come usano fare, sebbene l'avessi cacciato fuori della forma di un pane di zucchero, motivo per cui sarebbe un'indiscretezza l'accusarmi di aver fatto di testa, e di non essermi assoggettato alle regole dei cervelli rimpolpettati; l'altra che lo stesso mio padre, appena comincia a spiccicare le prime parole, m'insegnò il Canto del Conte Ugolino, e di qui potrebbe darsi che fosse nato l'amore alla poesia e allo studio continuo della Divina Commedia.

A Montecatini fui educato da un prete, buon uomo in fondo, e anco dotto per quello che faceva la piazza, ma subitaneo, collerico e manesco.

Passai a Firenze dell'Istituto Zuccagni, e là veramente cominciai a prendere amore agli studi per le buone maniere e per le amorevoli cure di Andrea Francioni, che riconosco per l'unico maestro che mi sia stato veramente tale, e che ho sempre amato e benedetto di tutto cuore.

Da Firenze passai al Collegio di Pistoja, da Pistoja in quello di Lucca, e di Lucca tornai a Montecatini, riportando poco profitto, poca educazione, e l'intimo convincimento di non essere buono a nulla.

Lssù consumai un anno quasi inutilmente, poi (nel 1826) fui mandato a Pisa a studiare il diritto di contraggenio.

Dopo essere stato tre anni senza conclusione in quel bailamme, tornai a Pescia, dove la famiglia si era già stabilita, e dove sciupai altri tre anni e mezzo in una vita oziosa, noiosa, senza regola e senza scopo.

Gli spropositi fatti e certi fastidioli che allora mi parevano una gran cosa ed ora riconosco per risibilissimi, mi ricacciarono a Pisa e poi a Firenze sotto la bandiera di Giustiniano.

Presi (a dì 18 giugno 1834) i miei titoli di dottore ed avvocato, ma ho sempre lì in carta pecora, senza essermene servito ma neppur nella firma e nelle carte da visita.

Ho sempre avuta poca stima e poca speranza di me stesso, ma in tutto questo tempo era tale la persuasione di non valere un'acca che dentro di me ridevo di chi mi diceva che io ero nato disposto a qualcosa. Soalmente sentiva una certa smania inesplicabile d'impancarmi a ciarlare di letteratura, di leggiucchiare e di scrivere ora versi, ora prose; ma finivo sempre col buttare in un canto i libri e i fogli e tornare a fare lo spensierat mestiere al quale per dire il vero ho inclinato sempre un tantino.

Fino dal 1831, a forza di raspare senza guida e senza concetto, m'era venuto fatto uno scherzo sulle cose d'allora e il favore degli amici, piuttosto che il mio proprio giudizio, mi fece intendere che poteva aprirmisi una via.

Trascurai un pezzo questa specie di vocazione, poi la ripresi quasi per forza e per farne una prova, non sentendomi sicuro di vernirne a capo; e anno per anno ho seguitato, senza presunzione, senz'odio contro nessuno in particolare, e senza tenere per moneta corrente tutto il bene che me ne dicono e tutto il grido che per me ne promettono.

Ho avuto molta facilità d'imparare, ho letto pochi libri, ma credo di averli letti bene assai; del resto sono ignorantissimo di molte cose essenziali da far paura e pietà a me stesso. Questo m'ha sempre umiliato al mio cospetto, e m'ha salvato dal troppo osare e dall'insuperbirmi di quel poco che m'era rimasto nella testa.

Ho avuto molti difetti, non ho mai perseguitato nessuno, e se talvolta mi sono lasciato trasportare dall'indole subitanea, è stato un fuoco di paglia.

Ho amato come si può amare ed ho sentita vivissima l'amicizia.

Dell'amicizia non ho da lagnarmi o sono bagatelle, dell'amore molto, o per colpa mia propria o per colpa d'altri, dimodochè aveva finito per farlo tacere, e m'era riuscito, con molto scapito del cuore e e della mente.

Ho molto sofferto e molto goduto e mi sono troppo scoraggiato nelle disgrazie, e troppo fidato quando le cose mi andavano a seconda.

Mille dure prove, mille disinganni acerbissimi non mi hanno potuto nè mettere in sospetto nè scemare la fiducia nei miei similialtro che a parole, e dopo avere sospirato e fremuto lungamente, ho finito per prendermi anch'io la mia parte della colpa, conoscendomi uomo.

Quel poco che ho pouto scrivere m'ha procacciato molti amici, molto favore, molte compiacenze, che mi sono state un largo compenso ai dolori della vita, di alcuni dei quali non oso parlare apertamente, e desidero che rimangano sepolti meco.

Non faccia ingannoa nessuno l'avermi veduto il più delle volte gaio e svagato: e tenete tutti per certo, che spesso mi sono avvolto e quasi inebetito nella folla per paura di starmene solo con me stesso, e perchè si sospendessero le fiere battaglie che si combattevano in me.

Qualche volta il dolore mi ha fatto ardito, fiero e loquace oltre il dovere; ma quanto ho compatito, quanto ho dimenticato, quante, oh quante, amarezze mi sono ricacciato dentro, per paura di dir troppo, per paura di non essere creduto, per paura di non essere inteso! Ma ho perdonato, e perdonato di cuore, perchè così vuole l'animo mio, e perchè chi sa quanti avrò tormentato anch'io o volendo o non volendo.

Ho molto da arrossire di me stesso, e prego il cielo e gli uomini a volermi essere benigni per quel poco di buono che posso aver fatto, e dimenticare generosamente i miei vizi, i miei errori. Io non me ne scuso e non me ne sono scusato mai, come molti fanno, e posso dire d'aver tentato di correggermene colla speranza di potervi riuscire. Oramai, se non mi basta la vita, valga qualcosa la buona volontà.

Per quanto possano essere corse alcune voci oziose sul conto mio, dichiaro che patita veruna molestia nè per parte del governo nè per parte del pubblico, e rigetto da me la nomea di vittima e di perseguitato, molto più che ho visto parecchi cercarla, scroccarsela e farsene belli.

Ho detto a tutti le cose mie coll'aperta schiettezza dell'uomo che sa di non mentire e di non voler male a nessuno.

Quella mania di far mostra di sè, io non l'ho potuta mai capire nè in me nè in altri, e credo di essere stato accorto bastamente per conoscere il vero biasimo e la vera lode.Ma forse l'amor proprio mi adula, e anco in questo mi rimetto.

Solo ventotto Scherzi dei quali ho lasciato nota nelle mani di un amico carissimo, voglio che siano pubblicati: il resto o non è mio, o lo rifiuto, e prego che non mi sia fatto l'oltraggio d'andare a ripescare tutte le minuzie che mi possono essere cadute dalla penna.

Quelli che li leggeranno, pensino che avrei desiderato, ma forse non potuto fare meglio, e che ho dato poco al mio paese perchè l'ingegno e la salute non mi sono bastati.

Questa scelta che ho fatto tra i miei scritti, non è mia solamente, ma anco consigliata da persone che ho amato e stimato e che meritavano per tutti i lati d'essere ascoltate e obbedite. Non le nomino per non cadere in sospetto di volermi fare appoggio di nomi celebri e reveriti, e per risparmiarea loro le brighe e i fastidi che potrebbero patire per essermi lasciato andare ad un eccesso di gratitudine. Mi conferma in questa risoluzione l'aver veduto quanto poco scrupolo si fanno certuni di mettere nella pèste gli amici e conoscenti, o per poca considerazione, o per zelo soverchio, o perchè trovandosi in salvo, non badano tanto per la minuta a chi può pericolare. Tacerò quei nomi, ma ne porterò meco la memoria e l'affetto come di cosa santa e preziosa al mio cuore, che tante volte si è confortato ed esaltato della loro amicizia.

Protesto più specialmente che non m'appartengono un Sonetto al Contrucci - Il Creatore e il suo mondo - uno Scherzo per la soppressione dell'Antologia - Le croci del 1842 - una Satira a Cesare Cantù - Il Giardino - Il Picciotto - e altre cose di questa fatta, delle quali non mi rammento, e che mi vergognerei di avere scritte.

Debbono essere d'uno di quei mordaci timidissimi, che urlano rimpiattati al primo che passa, vendendo i loro bassissimi odii e le ire meschine come sante e nobili censure.

Se tu volessi parlare delle cose lasciate in tronco potresti dire che oltre parecchi altri Scherzi meditava di scrivereun libretto su i costumi delle nostre montagne, in foggia di commento ai Rispetti che cantano lassù.

Voleva riordinare e dare una forma agli appunti presi sulla «Divina Commedia », lavoro nel quale non avrei forse fatto nulla di nuovo, ma raccolto e ordianto il meglio che n'è stato pensato.

Voleva fare un'operetta sui modi di dire, scegliendo quelli da tenere in corso, da quelli ormai troppo vieti e da mettersi là. Soprattutto mi stava a cuore di condurre a termine l'opera pensata lungamente sui Proverbi dei quali ho fatto raccolta giù giù giorno per giorno, per l'amore della lingua e della sapienza pratica.

Se mi fosse riuscito d'incarnare il mio concetto, sarebbe nato un libro da aversi a mano di tutti; scritto senza boria, senza pompa, senza affetazione nessuna; ma alla buona, all'amichevole, come conviene alla materia. Avrei fatto tesoro specialmente della lingua parlata che non è tenuta in onore quanto bisognerebbe, e sperava di non fare cosa inutile se il tempo e l'ingegno mi si fossero prestati.

Un'ombra di questo lavoro sarà trovata fra i miei fogli e apparirà anco meglio da una lettera indirizzata a Francioni.

Poteva darsi che tentassi anco la Commedia, sebbene m'abbia fatto sempre una paura terribile, e sia persuaso che non vi sarei riuscito.

Inoltre ho almaccato molto col cervello per tentare una specie di Romanzo sul gusto di Don Quichotte o del Gil-Blas, e per quanto non abbia mai presa la penna neppur per cominciare, confesso che da molti anni è stata la mia tentazione quotdiana. Avendo bazzicata gente di ogni risma, mi sentiva in corpo tanta roba da tesserne tre o quattro volumi, ma può essere che sia stato un castello in aria da rovinare alle prime mosse, o da non arrivare mai.

In ogni modo, in tutto ciò che ho scritto o che ho pensato, non ho avuto in mira che di pagare un tributo al mio paese nella moneta che aveva in tasca, la quale se non è d'oro o d'argento, credo almeno che non sia falsa.

Troverai in questa lettera o troppo o troppo poco, poichè l'ho scritta in mezzo ai dolori, spronato dal desiderio che nessuno mentisca sul conto mio.

Tu leva e aggiungi come ti detta la coscienza, e bada che non ti faccia velo l'amicizia passata tra noi. Sii breve, schietto, severo e domanda di me ai più intimi come ai semplici conoscenti, per raccapezzare il vero ch'io non avrò saputo dirti.

Per quanto ne pensino certuni, io non credo che il mio nome debba essere tanto temuto da far segnare col carbone chiunque s'attentasse a rammentarlo; nonostante fai in modo di porti in salvo, stampando fuori d'Italia  e lasciando anonimo il libretto.

Perdonami se ti dò questo carico penoso e scabroso, e non attribuirlo a bramosia di fama, ma come t'ho detto già due volte, al timore d'essere sfigurato o in bene o in male.

L'abuso e il mercato, che si fa dai biografi e dagli epigrafai m'ha fatto ribrezzo quando si trattava d'altri, figurati poi quando si tratta di me!

A questo proposito voglio aggiungere una cosa. Forse la morte verrebbe a tempo per provvedere ai miei bisogni. Io da una cert'epoca in qua mi sentiva quasi isterilito, e forse, seguitando a scrivere, sarei andato a scapitare un tanto, sebbene avessi molta carne al fuoco.

Se udirai qualche benevolo che dica di me: Oh se avesse vissuto più a lungo chi sa cosa avrebbe potuto fare! Rispondigli che forse non avrei fatti nulla di più, e che molto prima d'ammalarmi sentiva o credeva di sentire dei cenni di decadimento. I progetti molti, le forze chi sa?

Se morirò, muoio per un disturbo dal quale non ebbi virtù di difendermi o per debolezza d'animoo per troppa delicatezza di fibra. Già, per il dolore dello zio, io  era disposto alla malinconia, quando il sospetto d'idrofobia, finì per turbarmi. Dopo pochi giorni passò, ma il colpoaveva lasciata una traccia profonda, turbandomi irreparabilmente le funzioni della digestione. Appena avvertita la lesione al basso ventre, mi corse il pensiero alla malattia di famiglia, e per quanto me ne abbiano saputo dire, non ho potuo mai mutare opinione perchè

                                ... io meglio i miei

                                casi d'ogni altro intendo.

È andata così e bisogna piegare il capo.

Ricordati di me, e sii certo che tu sei stato uno di quelli che ho amato grandemente e stimato quanto si può amare e stimare. Tu ne sia un'ultima prova questa lettera scritta in un momento solenne, ma con più serenutà d'animo di quella che io stesso non avrei creduto.

Fino a che barcollava tra la speranza e il timore, mi sentiva meno forte sulle gambe; ora che l'una e l'altro se ne sono andati, mi pare di camminare più spedito.

Prendi un abbraccio e un bacio di congedo dal tuo

                                                                         GIUSEPPE GIUSTI.  »

 

_____________________________________________________

La redazione del presente articolo è avvenuta in data 09/11/ 2014, ogni diritto sulla sola parte commentata è riservato, si autorizza a pubblicare quanto riportato previa citazione dell'autore.

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
7 novembre 2014 5 07 /11 /novembre /2014 11:10

La lettura de "L'armata scomparsa. L'avventura degli italiani in Russia" di  Arrigo Petacco è l'occasione per conoscere un periodo tragico del nostro passato recente.
Il libro non è un racconto romanzato ma è Storia vera che si legge con interesse grazie all'autore che  ha il pregio  di saper raccontare anche le cose più tragiche in modo appassionante con il talento del grande scrittore di romanzi.
Oltre a questo aspetto che rientra nelle caratteristiche dello storico/giornalista Petacco, penso che il libro possa servire alle nuove generazioni per non dimenticare un evento tragico che forse non si potrà ripetere nello stesso modo ma che potrebbe sempre ripresentarsi sotto altre spoglie.
Ciò che ho trovato apprezzabile ed interessante nell'impostazione dell'autore è il fatto che la campagna italiana in  Russia venga raccontata dall'inizio e non dalla fine, lo stesso autore fa notare al lettore questa scelta specificando che gli avvenimenti narrati partono dall'estate del 1941 per fare si che che lo stesso lettore possa comprendere in modo "più facile......le ragioni che spinsero Mussolini a compiere quella scelta rovinosa". (la frase in virgolettato è quella usata dall'autore).
Ricorda Petacco che prima di intraprendere la campagna di Russia, l'esercito italiano era stato già colpito da una "serie umiliante di sconfitte", eppure ciò non bastò e la decisione di Mussolini fu quella di  incominciare un'avventura rovinosa di cui  gli italiani non potevano immaginare gli esiti.
Petacco poi fa una serie di domande che ancora oggi non trovano un'adeguata risposta, prima fra tutte: Perché Mussolini volle partecipare a quella campagna?. Apprendiamo dal libro che l'Operazione Barbarossa lanciata da Hitler non presupponeva un coinvolgimento italiano ma solamente quello di Finlandia, Ungheria e Romania, ma -è questo secondo me il punto interessante- Petacco avanza l'ipotesi che Mussolini intraprese la campagna di Russia con in beneplacito degli ambienti economici internazionali che non vedevano l'ora di sbarazzarsi del paese simbolo del socialismo reale.



Dopo la sconfitta è singolare il fatto che un certo numero di italiani insofferenti al fascismo, quando vennero fatti prigionieri in Russia, si convertirono al comunismo che presentava metodi di indottrinamento simili a quelli impiegati dallo stesso Regime fascista. Petacco racconta questo episodio nella sua "Storia del fascismo" di cui consiglio la lettura per integrare e ampliare le conoscenze apprese nel libro.
I soldati italiani che avevano dimostrato simpatia verso il comunismo, venivano considerati degli "illuminati" venivano prelevati e condotti a Mosca dove vi era la "Scuola Superiore di antifascismo"; a Mosca studiavano una serie di materie altrettanto singolari per l'argomento trattato, Petacco ne fa un elenco: storia d'Italia, economia politica, materialismo storico e dialettico, storia del Partito Comunista Italiano e del Partito Comunista Bolscevico. Gli insegnanti di questo particolare corso antifascista erano dei fuoriusciti italiani.
Petacco racconta una fase della storia dell'armata scomparsa e sulla quale vi sono sempre state reticenze e omissioni un mistero, non bisogna dimenticare, infatti che per molti soldati italiani la storia è continuata dopo la guerra d di molti di loro, infatti, non si è saputo più niente.
 I sovietici non volevano dei convinti sostenitori del comunismo ma dei pedissequi servitori della causa staliniana ed arrivarono persino a sostenere che la radio non venne inventata da Guglielmo Marconi ma da tale Aleksandr Popov. Gli italiani che hanno tanti difetti ma non difettano certo di ironia reagirono davanti a questa assurdità e incominciarono a scrivere sui muri Viva Marconi, Abbasso Popov e un marconista disse " D'ora in poi chiamatemi popovista" (l'episodio è riportato alla pagina 202 del libro).
Molti italiani avevano un terrore della Siberia, l'idea stessa del freddo che da sempre accompagna questa zona della Russia li faceva impazzire al punto che -racconta Petacco- molti si uccisero con un colpo di pistola alla bocca. Altri che non avevano la pistola, prendevano il moschetto 91, appoggiavano la canna sotto il mento e sparavano. Fine della paura del freddo.
Gli italiani dimostrarono una grande capacità di adattarsi alle circostanze; non avendo nessun attrezzo a disposizione, i prigionieri con una semplice lama arruginita realizzavano "bastimenti, giocattoli, pettini d'osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile". Addirittura due ufficiali italiani riuscirono a costruire un orologio a pendolo fatto di chiodi e ingranaggi di legno.
Gli italiani erano poi abili anche a nascondere questi manufatti in modo da non farli trovare dai sorveglianti e cosa incredibile a dirsi crearono un mercato che incominciò a tirare tra i russi.
Questo episodio dovrebbe essere divulgato perché è sintomatico della straordinaria inventiva degli italiani capaci di adattarsi anche alle situazioni più estreme.

Molto interessante è la parte terza del libro intitolata "Davai" (camminare in russo), leggendo questa parte del libro si apprende un dato che fa ancora impressione: furono  83.430 i soldati dell'ARMIR morti e dispersi. Di questi più di 69 mila hanno oggi un nome, degli altri non si sa più niente. Dalla lettura del libro emerge un quadro completo di quella immane tragedia di cui solo in parte conosciamo le storie personali di tanti italiani che vi parteciparono.


ULTERIORI INFORMAZIONI SUL LIBRO

"L'armata scomparsa. L'avventura degli italiani in Russia" di  Arrigo Petacco è un libro pubblicato nel 2010 nella collana "Oscar Storia" della Mondadori , il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1998 nella collana "Le Scie" sempre della Mondadori.

Il libro si divide in tre parti dove vengono raccontati quattro distinti periodi: quello dell'inizio della campagna di Russia e della momentanea vittoria delle truppe dell'asse, la resistenza degli italiani quando i russi incominciarono il contrattacco, la ritirata disastrosa e la prigionia nei gulag. Il libro si conclude con un sottocapitolo intitolato "L'ultimo treno dal Gulag" dove viene raccontato il ritorno di uno degli "ultimi" italiani dai campi di prigionia sovietici. Il periodo comprende 5 anni di una storia che per certi versi non è ancora terminata dato che i resti mortali di molti italiani non sono mai stati ritrovati.
Il lettore potrà trovare nel libro un racconto dove fioriscono tutta una serie di particolari sconosciuti ai più, particolari di storie vissute,  storie vere che rappresentano un capitale umano di cui si ignora l'esistenza; eppure i fatti  narrati sono accaduti davvero e Petacco con abilità e singolare maestria riesce a raccontarli in modo vivace evitando di riportare dei freddi bollettini. In tal modo il lettore affronterà, senza cali d'attenzione,  una delle più belle ricostruzioni fatte su un periodo tragico della nostra storia.



Bel libro, di cui consiglio la lettura.

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