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7 ottobre 2014 2 07 /10 /ottobre /2014 13:15

"La condanna. Storia di Silvia Baraldini" è un libro scritto da Riccardo Bocca, giornalista, autore di numerosi libri di inchiesta e blogger; nel libro viene ripercorsa la storia personale di Silvia Baraldini che, agli inizi degli anni '90,  fu al centro di un caso giudiziario internazionale che vide da una parte gli Stati Uniti d'America e dall'altra il movimento di sostegno per la liberazione della stessa Baraldini. I fatti sono noti e si trovano in rete numerose informazioni dettagliate  sulla vicenda, meno nota è invece la storia personale di Silvia Baraldini. Manca quindi nel libro tutto il seguito della vicenda giudiziaria della Baraldini che si concluse solo nel 1999 quando venne estradata dagli Stati Uniti in Italia.

A differenza di opere che rappresentano la storia, il libro di Bocca racconta la vita vera della Baraldini a partire dall'infanzia romana fino al trasferimento negli Stati Uniti dove frequentò la scuola superiore e l'università. Proprio in quegli anni inizia l'impegno politico della Baraldini, per il lettore la conoscenza delle  sue vicende biografiche è anche l'occasione per conoscere l'incastro tra la sua storia individuale e gli avvenimenti collettivi che rappresentarono il vissuto di una generazione.
La Baraldini da giovane abbracciò la causa dei neri d'America diventando  attivista del "Movimento dei diritti civili" fino alla decisione di difendere alcuni militanti delle "Pantere nere" una gruppo rivoluzionario  che in quegli anni era in totale opposizione con le autorità politiche statunitensi, nonostante nella società americana incominciassero ad esserci dei cambiamenti grazie alle battaglie pacifiste che erano iniziate con Martin Luther King.

In realtà la Baraldini non aderì mai al movimento delle Pantere Nere in quanto ciò avrebbe costituto una scelta di campo dirompente perché avrebbe significato  tagliare ogni collegamento con le istanze non violente di Martin Luther King.
Silvia Baraldini negli anni '70 si concentrò su quella era per lei diventata una missione che andava al di là dei confini degli Stati Uniti sostenendo la causa della lotta di liberazione dello  Zimbabwe.
Poi accadde un evento che cambiò per sempre la vita della Baraldini; come attivista del movimento dei diritti civili prese le difese di alcuni militanti dell'Esercito di liberazione nero (BLA) e, come spesso accade negli Stati Uniti, fu gioco forza coinvolgerla in una faccenda di cui era totalmente estranea.
La giustizia americana l'accusò di attività terroristica e applicò nei suoi confronti la normativa più dura dell'intero sistema normativo statunitense: la legge contro i reati di mafia.
Una legge che le comporterà una condanna definitiva a 43 anni di carcere.


Per i dettagli dei contenuti descritti rimando alla lettura del libro.


La biografia raccontata Riccardo Bocca è stata utilizzata più volte, visto che le notizie diffuse successivamente  in forma ridotta sono  in larga parte presenti nel libro che pur essendo stato pubblicato prima dell'estradizione in Italia permette di conoscere una storia intensa e dolorosa (almeno per quanto riguarda la detenzione nelle carceri statunitensi)* di Silvia Baraldini.
La scrittrice Dacia Maraini ebbe a definire l'intera vicenda come "l'inganno americano", l'aspetto più sconcertante della vicenda fu infatti il modo in cui venne trattata in carcere la Baraldini  equiparata ai  più pericolosi terroristi; quando si è definita la storia della detenzione dell'attivista italiana un "calvario personale" non si è esagerato, la Baraldini venne infatti colpita da un tumore maligno e, nonostante la grave malattia i giudici americani non la tolsero dall'isolamento carcerario, il motivo lo spiega in poche parole la stessa Maraini che osservò che tutto ciò era dovuto al fatto che i giudici statunitensi non volevano perdere la credibilità nei confronti dell'opinione pubblica. Non c'è dubbio che quella forma assurda di inflessibilità della giustizia americana faccia riflettere  e ponga degli interrogativi perché niente da allora è cambiato rispetto a dodici anni fa  e probabilmente niente cambierà in futuro sul modo di intendere la pena, una pena spesso non proporzionata ai reati commessi...da noi, invece, accade il contrario.



"Mi chiedo, ma non riesco a immaginarlo,
e penso a questa donna forte
che ancora lotta e spera perché sa
che adesso non sarà  più sola
la vedo con la sua maglietta addosso
con su scritte le parole
che sempre l'ignoranza fa paura...
ed il silenzio è uguale a morte
che sempre l'ignoranza fa paura...
ed il silenzio è uguale a morte!
ed il silenzio è uguale a morte!
"

(Per Silvia - Francesco Guccini)

* Il libro è stato pubblicato nel 1998, l'accordo tra le autorità italiane e quelle statunitensi è avvenuto poco dopo e si concluse con il ritorno in Italia di Silvia Baraldini nel 1999.

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Published by Caiomario - in Libri
6 ottobre 2014 1 06 /10 /ottobre /2014 07:26

L'AUTORE

La singolarità di Anthony De Mello sta nel fatto che è l'unico prete al mondo che parla per metafore utilizzando, in perfetta aderenza con lo spirito del Fondatore, la parabola quale strumento di comunicazione. Come il Fondatore che sapeva moltiplicare pesci e pani, anche questo gesuita di Bombay  è riuscito a fare un miracolo: il suo "Messaggio per un'aquila che si crede un pollo" in un anno è arrivato a vendere oltre 200 mila copie e il suo "breviario" di successo in soli 12 mesi è andato in stampa per ben 10 volte arrivando a toccare le 10 edizioni. Una performance straordinaria considerando che De Mello, prima della pubblicazione del libro, era un perfetto sconosciuto.
La caratteristica  più evidente dello stile di Anthony De Mello è l'umorismo, egli affronta argomenti interessanti senza farli pesare, non è uno psicologo di professione ma come il Fondatore capisce gli uomini e sa parlare al cuore delle persone e non c'è modo migliore, davanti all'imprevidibilità della vita, che quello di usare un linguaggio semplice e comprensibile a tutti.
Questo contraddistingue lo scrittore di talento da quello mediocre, il suo "Messaggio per un'aquila che si crede un pollo" come il seguente "Istruzioni di volo per aquile e polli" sono due capolavori di semplicità ma non di banalità.
De Mello assume le vesti del primatologo e va a scavare nel'intimo dell'uomo, i suoi libri pur non essendo dei testi di religione attingono a piene mani dal "Libro dei libri", il suo è un messaggio di speranza che potrebbe essere sintetizzato in questa frase:

"Talvolta mi trovo a dire alle persone): Voi resterete a bocca aperta quando arriverete lassù e scoprirete che non c'è alcun peccato che Dio non possa perdonare".

"Messaggio per un aquila che si crede un pollo" è quindi un libro di speranza che parte dal concetto di peccato depurandolo di tutto ciò che di negativo questo termine si porta dietro. De Mello ci vuole dimostrare che credendo in noi stessi, ma vivendo intensamente.

De Mello ama citare il Budda e racconta un episodio, un giorno un anziano si avvicinò a Budda che si trovava circondato dai suoi discepoli  e gli chiese quanto tempo avrebbe voluto vivere, precisando che avrebbe potuto chiedere anche di vivere 1 milione di anni,  Budda guardando il vecchio gli rispose con decisione: 8 anni.
Si trattava di una strana risposta, quanto mai paradossale e ciò apparve tale anche ai suoi discepoli; uno di loro chiese al Maestro perché non avesse chiesto un milione di anni, osservando che in tal modo avrebbe potuto fare del bene a centinaia di generazioni. Ma ecco la risposta di Budda: "Se vivo un milione di anni, gli uomini saranno interessati più a prolungare la propria vita che a ottenere la sapienza".
Ecco l'essenza del pensiero di Budda condiviso da De Mello: gli uomini sono più interessati a prolungare la propria esistenza che a migliorarne la qualità.
Se prendiamo coscienza del nostro valore -sostiene l'autore- è il momento di spiccare il volo, smettere di essere un pollo e diventare un'aquila; inizia allora un vita totalmente nuova e possiamo trasformare la nostra vita in un'esperienza di gioia e di serenità. Questo non dipende dagli avvenimenti, ma dal modo in cui li affrontiamo e li percepiamo. La chiave della felicità quindi sta dentro di noi, ecco la morale dell'insegnamento di De Mello.


CI SONO UOMINI CHE PENSANO.......

.......di essere vivi perché respirano, mangiano, parlano etc, ed è chiaro che non sono morti , ma cosa significa essere vivi.
La regola fondamentale della vita non è quindi vivere di sensazioni, ma vivere le sensazioni in quanto è l'emozione la regola fondamentale della vita, gli animali hanno bisogno di stimoli sensitivi, ma l'uomo ha bisogno di stimoli emotivi, senza stimoli noi ci deprimiamo, ci blocchiamo e allora abbiamo bisogno di fare sgorgare le emozioni cessando di avere timore e credendo nella ricchezza che abbiamo in noi.
Se le paure bloccano gli uomini questi vivranno come polli non saranno liberi, non riusciranno a volare.

Le idee esposte in "Messaggio di un pollo che si crede un'aquila" non costituiscono quindi una sorta di prontuario di formazione ad uso aziendale,  ma sono una serie di insegnamenti che aiutano a scegliere l'amore, a desiderare qualcosa e a essere liberi.
De Mello sviluppa poi questi temi nel libro seguente intitolato "Istruzioni di volo per aquile e polli", ma  in "Messaggio per un'aquila che si crede un pollo" se ne trova larga anticipazione

ATTENZIONE AI COLLEZIONISTI

Da buon divulgatore De Mello non segue la via facile delle solite e improbabili istruzioni per raggiungere la felicità, se avete letto un romanzo come "Il collezionista" di John Flowes potete comprendere cosa significa non saper volare; il collezionista è un tizio che amava le farfalle al tal punto che le teneva infilzate e le ammirava impedendogli di volare. Un bel giorno si innamora di una ragazza di nome Miranda, la rapisce e le fa fare la fine delle farfalle. Chi era il collezionista? Uno che non aveva un buona opinione di sé stesso e  che per ottenere i suoi fini imprigionava tutto ciò che gli piaceva.

La ricetta di De Mello è esattamente il contrario, per stare meglio non bisogna sacrificare gli altri, ma cercare un proprio equilibrio.


Concludo con una frase di De Mello che secondo me  è una vera e propria perla di saggezza:

"Esperienze gradite rendono piacevole la vita, esperienze dolorose la fanno crescere".

NOTA FINALE: Fino a qualche anno fa Anthony De Mello era uno dei miei scrittori preferiti e devo ammettere che ho attinto molto dalla sua visione di vita per creare il mio universo di valori. La suggestione che avevano su di me i suoi valori mi ha spinto a mettere in pratica alcuni suoi insegnamenti, spesso ci sono riuscito, altre volte no. Non sempre, infatti, riusciamo a vincere, la parte debole di noi e la vita che è un'esperienza meravigliosa,  può dare anche delle  cocenti delusioni, ma credo che alla fine non serva ragliare come un asino; e come dice De Mello "se vogliamo essere felici, possiamo esserlo immediatamente, perché la felicità sta nel momento presente".


"Messaggio per un'aquila che si crede un pollo"  di Anthony De Mello è edito da:


EDIZIONI PIEMME SpA

15033 Casale Monferrato (AL) - Via del Carmine, 5
Tel. 0142/3361     Fax 0142/74233



Ne consiglio vivamente l'acquisto per smettere di essere polli e diventare AQUILE.

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Published by Caiomario - in Libri
27 settembre 2014 6 27 /09 /settembre /2014 19:18

Marco Tullio Cicerone è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi autori della letteratura di ogni tempo e nella prosa latina è la figura che più seppe distinguersi per lo stile chiaro e puro. La sua opera è la più vasta e la più rilevante di tutta la letteratura latina e si divide in : orazioni, opere filosofiche e retoriche e in epistole.
Dell'epistolario ciceroniano ci sono pervenute 931 lettere attraverso le quali possiamo conoscerne il carattere, la personalità e gli aspetti più intimi tant'è che Leopardi ebbe a dire che le lettere di Cicerone sono "la più recondita ed intima sorgente della storia di quei tempi".
In questo libro (faccio riferimento a quello edito dalla Utet)  sono presenti tutte le lettere che Cicerone scrisse a Pomponio Attico, suo grande amico e ritenuto un altro sé; a differenza delle grandi opere politiche dove Cicerone dispiega tutta la sua straordinaria capacità oratoria, in queste lettere possiamo conoscere come l'uomo intendesse l'amicizia e incontriamo personaggi reali, coevi all'epoca in cui visse.

Le 396 lettere inviate ad Attico sono talmente numerose ed importanti che la loro presentazione anche sommaria necessiterebbe di troppo spazio, non potendo riportarle tutte può essere utile commentare una lettera di Cicerone in cui egli scrive ad Attico di aver cambiato idea circa il suo progetto iniziale di andare nell'Epiro, zona corrispondente alla parte settentrionale della Grecia attuale e all'Albania meridionale.  All'epoca di Cicerone chi doveva raggiungere l'Epiro da Roma doveva intraprendere un viaggio lungo e infido  che iniziava percorrendo la via consolare Salaria che permetteva di raggiungere la costa Adriatica. Uno dei porti da cui i romani salpavano per raggiungere la Grecia era quello di Ancona. La lettera che Cicerone invia ad Attico è però scritta da Tessalonica, l'attuale Salonicco, si trovava quindi non molto distante da Attico.
Scrive Cicerone ad Attico: "Ti ho scritto che sarei stato nell'Epiro", leggendo molte altre epistole si trovano numerosi riferimenti a quelle zone in quanto Attico si rifugiò in Grecia per sfuggire alle lotte intestine che vedevano contrapposti i seguaci di Cesare (i populares) a quelli che sostenevano l'oligarchia senatoria. Cicerone si opponeva a Cesare che sosteneva la riforma agraria e difendeva la proprietà privata,  ci restano numerose orazioni che attestano l'appassionata difesa che Cicerone faceva degli interesse dei possidenti.
Cicerone prosegue specificando di aver visto attenuarsi e svanire la speranza di andare nell'Epiro e di non essersi mosso dalla Tessalonica e di essere in attesa di notizie circa le notizie del senato dove si sarebbe dovuto parlare di lui. Nella lettera non c'è il Cicerone magniloquente, ma l'uomo che pensa di essere in disgrazia e che chiede all'amico di sopportarlo e a cui chiede perdono, scrive infatti "Mi devi poi perdonare se m vedi sopportare tanto a malincuore questa mia disgrazia".

Sarebbe anche opportuno riportare il testo latino per fare alcune considerazioni sullo stile di scrittura di Cicerone, è sufficiente sapere che in tutte le lettere scritte da Cicerone si trovano tutti i modi dei verbi, notevole è poi la sua capacità di sintesi favorita dalla lingua latina anche se il ricorso alla coniugazione perifrastica e alla circonlocuzione è frequente quando deve esprimere in modo efficace l'intenzione di compiere un 'azione.


Indicazioni bibliografiche utili per approfondire il rapporto di Cicerone con i suoi amici:

* G.BOISSIER, Cicéron et ses amis, 1^ ed. Parigi 1865. L'opera, seppur datata, è sempre valida e di grande interesse, il libro non è tradotto in lingua italiana.

* E. CIACERI, Cicerone e i suoi tempi, 2^ ed, Roma 1939. Il libro è uno studio che consente di conoscere l'epoca in cui l'uomo Cicerone visse, si può ottenere tramite il prestito interbiblotecario.

Per conoscere il concetto di amicizia quale lo intendeva Cicerone consiglio la lettura dell'opera "Laelius de amicitia", un breve scritto di cui si trovano pregevoli traduzioni in cui l'illustre uomo romano argomenta come l'amicizia sia il dono più bello fattoci dagli dei; a differenza della salute e delle ricchezze, l'amicizia quando è vera e sincera non è ma fallace, non è mai caduca in qualunque parte ci si trovi e dà conforto nei momenti di difficoltà perché allevia il dolore nel condividerla.

QUALI EDIZIONI SCEGLIERE

La migliore traduzione di sempre delle "Lettere ad Attico" con testo a fronte è quella fatta dall'insigne latinista Carlo Vitali; l'opera, divisa in tre volumi, contiene tutte le 396 lettere divise in 16 libri come era abitudine dell'epoca romana ed è edita da Zanichelli; si segnala, inoltre, quella delle edizioni Mondadori  intitolata "Lettere ad Attico (I-V)" contiene però solo i primi cinque libri delle lettere.
Merita invece senz'altro di essere segnalata la pregevole edizione della Utet (quella in mio possesso) intitolata "Lettere ad Attico.Testo latino a fronte", l'opera fa parte della collana "I classici latini"ed è stata curata da Carlo Di Spigno, il libro si compone di 1575 pagine e costa attualmente euro 25,80.




"La paura fece M.Tullio padre della patria la paura lo fece fecondo"

Niccolò Tommaseo

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Published by Caiomario - in Letteratura latina e greca
22 settembre 2014 1 22 /09 /settembre /2014 04:28

LA POETESSA CHE SI CHIUSE IN UNA STANZA

Emily Dickinson è stata una grande poetessa ma era molto strana, dicono che fosse una donna dalla personalità complessa e che non era capace di comunicare con il mondo esterno, insomma era un'introversa, chissà quali era il motivo per cui presentasse un carattere così difficile; la cosa più strana è che questa poetessa americana non ha mai pubblicato nulla, a parte sette poesie, tutto il resto è stato pubblicato dopo la morte. Non ha avuto insomma la possibilità di "godere" dei diritti d'autore.
Nella sua biografia si legge che ad un certo punto della sua esistenza si chiuse nella sua stanza e visse da reclusa, non ebbe mai alcun contatto con il mondo esterno, rifiutò il contatto con gli uomini,  insomma  non si interessò di nulla a parte la poesia. Mi sono ovviamente fatto una domanda: ma Emily di cosa viveva visto che non lavorava e viveva chiusa in una stanza per tutto il giorno? probabilmente c'era qualche parente stretto, forse il padre che era un deputato al Congresso che pensava a lei. Si tratta ovviamente di curiosità che poco aggiungono o tolgono alle sue poesie.

Nel Natale del 2001 (me lo ricordo perché c'è la dedica con data sulla prima pagina) mi venne regalato un libro intitolato "Tutte le poesie" curato da Marisa Bolgheroni con la traduzione di Silvio Raffo, amando la poesia mi sono dilettato a leggere le poesie di Emily Dickinson nella speranza di cogliere qualche elemento che mi facesse comprendere la sua personalità; francamente non ci sono riuscito e un poco questa "morta" mi turba.
Ho letto, ad esempio, una poesia senza titolo che per catalogarla è stata intitolata "Conosci quel ritratto nella luna" , titolo ricavato dalla prima strofa della poesia.
La poesia è malinconica come tutte le altre contenute nella raccolta, ha un ritmo lento e a tratti spezzettato, l'autrice si rivolge alla luna ma si vede che sta pensando ad un uomo amato, venne respinta? Non si sa, chi era quest'uomo? non lo si capisce, come non si comprende se questo allontanamento fosse dovuto ad una partenza, alla fine dell'amore o a delle incomprensioni. Sta di fatto che dopo aver letto questa brevissima poesia si chiude il libro con molta amarezza.
Probabilmente se io mi rivolgessi alla luna in una notte stellata non avrei niente da dirle, però devo ammettere che Emily Dickinson riesce a comunicare emozioni, si è vero procede per monologhi però è come ascoltare qualcuno da cui non ci si riesce a staccare per educazione.

Il libro non va letto in sequenza, ma semplicemente aperto incominciando a leggere la prima poesia che capita, leggete questi versi:

ll paradiso non è più lontano
della camera accanto -
se in quella camera
un amico attende
felicità o rovina.

Che forza c'è nell'anima
che riesce a sopportare
l'accento di un passo che si appressa -
una porta che si apre.


Che sentimenti vi provoca? Non c'è nessun riferimento temporale, ma quel "passo che si appressa" nella camera accanto, mi turba; c'è molta sofferenza in questa donna,  a me pare un'anima che sembra vagare senza pace e  che trasmette tanta angoscia.

Emily Dickinson morì giovane, aveva solo 46 anni, per l'epoca era una donna alla soglia della vecchiaia, per 23 anni visse una vita solitaria, riservata, fuggendo da tutti, in tutta la sua vita  scrisse 1775 poesie.

Concludo con questi bellissimi versi della triste Emily:

"Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada
dimmi fin dove arriva il mattino
"

Difficile comprendere fino in fondo questi versi? Sono belli, ma sono enigmatici, misteriosi, difficili da decifrare.

E se l'amato fosse scappato perché Emily era troppo complicata? Chissà può essere anche questo

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Published by Caiomario - in Libri
21 settembre 2014 7 21 /09 /settembre /2014 22:23

Ci sono due libri che hanno caratterizzato un'epoca, quella degli anni '70: "Porci con le ali" di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera e "Padre e padrone" di Gavino Ledda, prima e dopo la loro pubblicazione vi è  un lungo elenco di opere letterarie: diversi capolavori, parecchi libri ordinari e una quantità sterminata di libri che non meritano neppure di essere ricordati.
La differenza che passa tra un best seller e un fenomeno letterario risiede nel fatto che il best seller sta nelle classifiche dei libri per venduti per un periodo più o meno lungo, poi viene dimenticato; il fenomeno letterario, invece, "cannibalizza" tutto  e diventa linguaggio oppure un esempio (buono o cattivo non ha importanza).
"Padre Padrone" è stato ed è un  libro cult perché prima di tutto è un libro autobiografico e racconta una storia aspra e poi per il fatto che ancora  oggi colpisce l'immaginario collettivo la storia di un pastore analfabeta che partendo dall'ovile arriva ad un clamoroso successo letterario al punto che il suo libro venne trasposto su pellicola diventando a sua volta uno dei film più visti degli ultimi decenni.

Ma cosa succede all'autore, Gavino Ledda dopo la pubblicazione di  "Padre e Padrone"? Se il libro che ha portato al successo Gavino Ledda reca come sottotitolo "l'educazione di un pastore", "Dopo Padre e padrone" è la  storia di quella realizzazione  e di di quell'aspirazione che Gavino Ledda espresse con queste parole: "La mia strada per diventare uomo la troverò nello studio. 'E uscirò al più presto da questa palude di sangue venduto dove noi siamo le rane  e i canti sono gli ordini ululati qua e là: concerti di pazzia. I miei compagni sono felici di essere dentro una divisa. E qui tutti ti dicono: io sono un sergente, io sono un capitano. Va bene, io strumentalizzerò questa. Mi pagano e avrò i mezzi per studiare".

Nel libro curato dallo storico  Manlio Brigaglia viene raccontato  tutto quello che accadde dopo il successo letterario di "Padre e padrone", il titolo  completo del libro è: "Gavino Ledda dopo Padre padrone: il libro, il film, la Sardegna". I libro costituisce per il lettore l'occasione per conoscere nei dettagli cosa Gavino Ledda intendesse dire quando scrisse "La mia strada per diventare uomo la troverò nello studio"; e quella che sembrava una semplice aspirazione diventò  "una profezia autoavverantesi" e infatti tutto si realizzò così come Gavino Ledda sperava fin da quando partì per il continente per fare il servizio militare obbligatorio.
 Lo scrittore di Siligo  con una feroce determinazione difficile da riscontrare nelle persone comuni, riuscì a laurearsi  in glottologia fino a diventare assistente di "Filologia romanza e linguistica sarda" presso la facoltà di lettere e filosofia dell'Università degli studi di Cagliari; Manlio Brigaglia racconta nei dettagli la storia di quel periodo successivo alla pubblicazione del  celebre libro fino alla realizzazione del film omonimo prodotto da F.lli Taviani che, nel 1977, vinse la Palma d'oro al Festival di Cannes.
Ciò che ancora sorprende è il percorso di crescita personale intrapreso da Gavino Ledda il quale riuscì ad  entrare nell' Accademia della Crusca, il tempio della lingua italiana; la prestigiosa istituzione agli inizi degli anni '70 era diretta da uno dei più grandi studiosi della lingua italiana, il glottologo e linguista Giacomo Devoto autore di molte libri e del celebre vocabolario utilizzato da migliaia di studenti di ogni ordine e grado.

E' una bella storia quella di Gavino Ledda, ma è anche la metafora di chi si ribella alla schiavitù e fa di tutto per uscire dalla sofferenza, non tutti ci riescono ma alcuni si. Leggendo "Padre e padrone" fui affascinato da quella storia autobiografica, ma mi mancava il dopo, il libro ha colmato questa mia lacuna facendo conoscere molti dettagli che contribuiscono  a far conoscere l'uomo Gavino Ledda il quale dimostrò una capacità di resistere alla sofferenza  tipica di tutti gli uomini che hanno un carattere forte e determinato.

Anche il rapporto conflittuale che Gavino Ledda ebbe con il padre durante gli anni della sua infanzia e della sua giovinezza, negli anni della maturità venne letto in modo diverso dallo scrittore di Siligo; il rapporto con la sua terra si trasformò in un riscatto individuale che fu anche riscatto di una comunità e che gli permise manifestare senza reticenze il proprio amore verso la Sardegna e il forte attaccamento alle proprie origini, attaccamento che in realtà non venne mai scalfito e che è stato sempre vissuto con fierezza.

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Published by Caiomario - in Libri
12 settembre 2014 5 12 /09 /settembre /2014 09:37

Ho letto qualche anno fa "Il padrino" di Mario Puzo, è stata una scoperta non solo letteraria ma anche di un fenomeno che ha inciso nell'immaginario collettivo molto più di quanto si potrebbe pensare, a seguire ho letto "I diari del padrino" e "Mamma Lucia", quest'ultimo libro è stato definito dal "New York Times" un "piccolo classico" anche se è una delle opere meno conosciute dello scrittore italo-americano.
"Il siciliano" è un libro meno noto rispetto a "Il padrino" ma è altrettanto appassionante, ancora una volta nei romanzi di Puzo si  può riconoscere la sua grande esperienza "cinematografica" che lo ha portato ad elaborare libri che possono essere definiti una sorta di canovaccio per le storie da trasporre in pellicola. È un libro avvincente che  tocca temi delicati come quello del sogno separatista delle genti siciliane e del brigantismo, solo un romanziere d'eccezione come Mario Puzo poteva affrontarlo senza creare imbarazzo.



L'AUTORE

Come ha raccontato lo stesso Mario Puzo, la sua origine è stata nel "cuore del ghetto dei napoletani di New York". Da ragazzo è costretto dalle necessità economiche a cercare un lavoro, lo trova nella ferrovia e contribuisce al mantenimento della famiglia. Dopo aver vissuto la sua infanzia e la prima giovinezza nell'ambiente degli immigranti italiani, decide di allontanarsi dalla famiglia d'origine per fare l'artista e lo scrittore, non ha subito successo. Dopo la guerra trova impiego in un ufficio statale e continua con ostinata convinzione a coltivare l'idea di diventare autore di libri.
Ma passeranno degli anni prima che il successo gli si mostri favorevole, il trionfo arriverà nel 1969 con "The Godfather" (Il padrino) che gli permetterà di entrare nella Camelot letteraria americana. La notorietà arriva però con la trasposizione cinematografica de "Il padrino", Francis Ford Coppola impegò tre settimane per realizzare la sceneggiatura di uno dei film più famosi di tutta la storia del cinema.

La frase di Mario Puzo  più ripetuta: "Un avvocato con le sue scartoffie può rubare più di mille uomini con la pistola".

Una delle accuse che venne rivolta a Mario Puzo è stata quella di avere avuto rapporti con la mafia, un'accusa dimostratasi infondata, nonostante i numerosi libri dedicati alla mafia.  I libri di Puzo dedicati a Cosa Nostra sono: The Godfather (1969), The Sicilian (1984),The Last Don (1996) Omertà (2000).

 LA TRAMA (IN BREVE)

Nel libro l'autore racconta la latitanza in Sicilia di Michael Corleone, il boss mafioso si è rifugiato nella terra d'origine contando sulle protezioni delle famiglie di Cosa Nostra, qui incontra Salvatore Guiliano (il nome è stato volutamente "storpiato" e si riferisce a  Salvatore Giuliano), il famoso bandito siciliano che ebbe contiguità con le organizzazioni mafiose. L'obiettivo di Michael Corleone è quello di salvare Salvatore Guiliano e di portarlo negli Stati Uniti. La storia raccontata da Puzo è anche la storia delle origini della famiglia Corleone e quella del sogno separatista delle genti siciliane che alla fine appaiono sconfitte strette tra uno Stato di polizia e il ricatto della mafia.


L'ANGOLO PERSONALE

Puzo con la sua solita maestria riesce a far appassionare il lettore che si trova dinanzi ad una trama di una storia romanzata e mitizzata della figura del bandito siciliano; nonostante le numerose "licenze letterarie" , il romanzo è avvincente sin dalle prime battute, la tensione si mantiene alta nel corso delle quasi 500 pagine.
Non esiste in realtà un protagonista unico, il protagonista è l'ambiente delle cosche siciliane, i consigliori e le figure maschili "scioviniste".
La capacità di Puzo sta nel presentare il banditismo siciliano come un brigantismo romantico che indulge nella nostalgia, una nostalgia cinica e sbilanciata verso il un romanticismo di maniera lontano dalla verità storica.
La figura di Guiliano (Giuliano) non era ovviamente quella di un "brav'uomo" ma a distanza di 52 anni rimangono del tutte irrisolti gli interrogativi circa i rapporti di Giuliano con la politica locale siciliana e  con le cosche mafiose.
Lo scopo di Puzo non è quello di scoprire la verità su fatti che ancora oggi rimangono immersi nel mistero ma di raccontare una storia con dei personaggi con i loro pensieri, le loro ambizioni e i loro crimini; dal racconto emerge anche tutta la problematica della questione meridionale che è stata ed è anche una questione culturale.
 La mitizzazione di quel mondo da parte di Puzo è la stessa fatta da molti connazionali siculo-americani e lo stesso Puzo ebbe ad osservare che il retroterra culturale di quel mondo criminoso era da rinvenire nei valori condivisi e convissuti di una massa di italiani che non smetteva mai di maledire l'Italia ma che nel contempo era gelosa delle proprie tradizioni.
Tradizione, omertà e superstizioni religiose finiscono col  creare un brodo di cultura che Puzo descrive con maestria e lì che è nata la mafia. Ecco l'abilità di Puzo: presentare una realtà imbarazzante facendo comprendere i meccanismi del pensiero che sta all'origine del pensiero mafioso.
Se quindi i poveri che erano stati poveri per secoli avevano ereditato povertà, ignoranza e disperazione anche i figli di quella povertà come Salvatore Giuliano vengono ammantati di un'aura di dignità nonostante l'attività criminosa. Al di là del giudizio storico sul personaggio di Giuliano, va comunque  riconosciuto a Puzo di essere riuscito nell'operazione letteraria.


Consiglio la lettura de "Il siciliano", un libro avvincente scritto da un grande maestro della letteratura contemporanea.


SCHEDA DEL LIBRO

Autore: Mario Puzo
Titolo: Il siciliano
Trad. di G. Pilone-Colombo
Anno di pubblicazione: 1995
Editore: Tea Libri
Pagine: 486
Prezzo: 7,75
ISBN 88-7819-730-0

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Published by Caiomario - in Libri
8 settembre 2014 1 08 /09 /settembre /2014 10:32

L'espressione «Psicologia dei popoli » è un neologismo. Essa risale difficilmente al di là della seconda metà del secolo XIX e comparve nella letteratura contemporanea con due accezioni essenzialmente diverse. Da un lato si parlava di ricerche di psicologia dei popoli, ogni qualvolta di indagare le caratteristiche psichiche, intellettuali e  morali dei popoli nei loro rapporti reciproci e di porre in relazione con queste caratteristiche lo spirito della politica, dell'arte, della letteratura. L'intento era di creare così una caratteriologia dei popoli, e vi stavano in prima linea i popoli civili che offrivano sotto questo rispetto uno speciale interesse per noi: Francesi, Inglesi, Tedeschi, Americani, ecc. Fu soprattutto nel periodo conosciuto nella storia della letteratura sotto la denominazione di «Giovane Germania »che si tennero in gran conto simili ricerche di psicologia dei popoli. I geniali saggi di Carlo Hillebrand su «Tempi, uomini e popoli » (riuniti in 8 volumi, 1885 e segg.) sono un buon esempio, di questo genere di ricerche psicologiche degli ultimi tempi. Ma sin d'ora notato che questo primo indirizzo di una psicolgia dei popoli è ben lungi dalle considerazioni che seguiranno. Tuttavia, nella stessa epoca, questo vocabolo comparve con significato del tutto diverso. Le scienze dello spirito (1) cominciavano a sentire bisogno di appoggiarsi alla psicologia o - dove mancava una psicolgia corrispondente - il bisogno di un proprio fondamento psicologico del loro campo di indagini. Principalmente riguardo alle indagini linguistiche e mitologiche sorse a poco a poco verso la metà del secolo l'idea di riunire in un quadro unico quegli schieramenti che da varie parti la lingua, la religione, i costumi offrivano intorno all'evoluzione spirituale dell'uomo, Un filosofo e un glottologo, Lazarus e Steinthal, possono avere introdotto il merito di avere introdotto con questo senso del termine «psicologia dei popoli» un vocabolo per il nuovo campo di ricerche. Tutti i fenomeni di cui si occupano le scienze morali sono creazioni della collettività etnica (Volksgemeinschaft). Così il linguaggio non è la casuale creazione di un singolo individuo, ma creazione del popolo e, in generale, vi sono altrettante lingue distinte quanti popoli originariamente distinti; lo stesso accade negli inizi dell'arte, della mitologia e dei costumi. Le religioni che si chiamano naturali, come quella greca, romana, germanica, sono in realtà religioni etniche; ciascuna di esse è, se non in ogni sua parte, nell'insieme, patrimonio di una collettività etnica. Questa concezione può in un certo modo parer strana a noi che apparteniamo ad un'epoca che da tempo ha superato in queste universali creazioni spirituali i confini delle singole nazionalità. Ciò non esclude però che la collettività etnica sopratutto sia il focolare orginario di queste creazioni spirituali.

                                                                             

(1) Geisteswissenscaften

 

                                                                           G.WUNDT (Da "La psicologia dei popoli)

La collettività etnica - G.Wundt
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Published by Caiomario - in Antropologia Culturale
2 settembre 2014 2 02 /09 /settembre /2014 09:25

Il Papalagi abita come la conchiglia di mare in un guscio sicuro. Vive in mezzo alle pietre, come la scoloprenda tra le fessure della lava. Le pietre sono tutte intorno a lui, al suo fianco e sopra di lui. La sua capanna è simile a un vero e proprio cassone di pietra. Un cassone con molti ripiani tutto sforacchiato. Il Papalagi passa dunque la sua vita tra questi cassoni. Ora in questo, ora in que cassone a seconda del momento della giornata e dell'ora. Questi cassoni di pietra a loro volta stanno numerosi l'uno addosso all'altro, non li separa nessun albero, nessun cespuglio, stanno come le persone, gomito a gomito, e in ognuno vivono tanti Papalagi quanti in un villaggio delle Samoa. A un tiro di pietra, sulla parte opposta, c'è un'identica fila di cassoni di pietra, di nuovo gomito a gomito, e anche questi sono abitati. E così tra due file c'è una stretta fessura che il Papalagi chiama « strada ». Questa fessura è spesso lunga quanto un fiume ed è ricoperta con due pietre. Qui sono costruite gigantesche scatole di vetro, nelle quali sono disposte tutte le cose di cui un Papalagi ha bisogno per vivere. I cassoni di pietra con tanta gente, le alte fessure di pietra, che scorrono da una parte all'altra come mille fiumi, la gente all'interno, i rumori e gli strepiti, e la sabbia nera e il fumo che tutto ricopre, senza un albero, senza l'azzurro del cielo, senza l'aria limpida e le nuvole - tutto è quel che il Papalagi chiama « città »

Tuiavii Di Tiavea

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Published by Caiomario - in Libri
25 agosto 2014 1 25 /08 /agosto /2014 18:12

«Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell'anima umana. È forse tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all'esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesoridel passato e certi presentimenti del futuro, l'essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall'ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno invece di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente. Lo sdradicamento è di gran lunga la più pericolosa malattia delle società umane, perché si moltiplica da sola. Le persone realmente sdradicate non hanno che due comportamenti possibili: o cadere in un'inerzia dell'anima quasi pari alla morte (come la maggior parte degli schiavi dell'impero romano), o gettarsi in un'attività che tende sempre a sdradicare, spesso con metodi violentissimi, coloro che non lo sono ancora o che lo sono solo in parte.

Chi è sdradicato sdradica. Chi è radicato non sdradica. Ci sono due veleni che propagano questa malattia. Uno è il danaro. Il danaro distrugge le radici ovunque penetra, sostituendo ad ogni altro movente il desiderio di guadagno. Vince facilmente tutti gli altri moventi perché richiede uno sforzo di attenzione molto meno grande. Nessun'altra cosa è chiara e semplice come una cifra.»

 

                                                                      Simone Weil

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Published by Caiomario - in Filosofia: Simone Weil
23 agosto 2014 6 23 /08 /agosto /2014 08:12

«Là dove la solitudine finisce, comincia il mercato, e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio di mosche velenose. Il mercato è pieno di buffoni solenni - e il popolo esalta i suoi grandi uomini! Questi sono per lui i padroni del momento.

Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità.

Tutto quanto è grande si ritira in disparte dal mercato e dalla fama: gli inventori di valori nuovi hanno sempre abitato lontano dal mercato e dalla fama.

Amico mio, fuggi nella tua solitudine: io ti vedo tormentato dalle punture di mosche velenose. Fuggi là dove l'aria spira forte e inclemente! Fuggi nella tua solitudine! Hai vissuto troppo vicino ai meschini e miserabili. Verso di te essi non sono altro che vendetta. Non levare più il tuo braccio contro di loro! Innumerevoli sono essi, e non è dato tuo destino essere uno scacciamosche.

Innumerevoli sono questi meschini e miserabili; e più di un edificio orgoglioso è andato in rovina solo a causa di gocce di pioggia e di erbacce.

Spossato io ti vedo da mosche velenose, sanguinosamente segnato in cento scalfitture; e il tuo orgoglio non vuol nemmeno andare in collera.

Ma tu, che sei profondo, tu soffri troppo profondamente anche per piccole ferite; e ancora non sei riuscito a guarirti, che già lo stesso verme velenoso ti è strisciato sulla mano.

Io ti vedo troppo orgoglioso, per uccidere questi ingordi! Bada però che non diventi la tua rovina, dover sopportare i loro torti velenosi! Essi ti ronzano intorno anche con la loro lode. Essi vogliono la vicinanza della tua pelle e del tuo sangue.

Essi ti adulano come un dio o come un demonio.

Spesso fanno anche gli amabili con te. Ma questa è sempre stata l'intelligenza dei vili. Sì, i vili sono intelligenti!

Essi riflettono molto su di te nella loro anima angusta - tu sei sempre inquietante per loro! Tutto quanto è oggetto di molta riflessione, diventa inquietante. Essi ti puniscono per tutte le tue virtù. E ti perdonano, veramente, solo - i tuoi errori.

Il tuo orgoglio senza parole va sempre contro il loro gusto.

I tuoi prossimi saranno sempre mosche velenose; ciò che in te è grande - proprio questo non può non renderli più che velenosi e sempre più mosche.

Non è tuo destino essere uno scacciamosche.»

 

                                                                             Friedrich Nietzsche

Il ronzio delle mosche velenose (Friedrich Nietzsche)
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Published by Caiomario - in Filosofi: Nietzsche Friedrich

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