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17 agosto 2014 7 17 /08 /agosto /2014 08:31

Lode a Dio che ha fatto sì che

il piacere immenso per l'uomo risieda

nella calda interiorità della donna.

Tahar Ben Jelloun

 

L'erotismo è, nella coscienza

di un uomo, ciò che mette

il suo essere in questione.

George Bataille

 

L'attrazione fra i sessi è più

forte durante i periodi  di calamità che

nei tempi normali: è una sete di

protezione e di tenerezza.

Mary Berg

 

Il sesso è anche una forma di comunicazione,

un modo di dire o di mostrare qualcosa che

le parole non riescono ad esprimere

altrettanto incisivamente.

Robert Nozick

 

Il più delle volte la vita sessuale

è un segreto. Tutti cospirano a

renderlo tale. Persino i migliori

amici non si raccontano i dettagli

della loro vita sessuale.

Anaïs Nin

 

Il significato ultimo dell'erotismo

è la fusione, la soppressione

del limite.

Georges Bataille

 

In letteratura la sessualità è

un linguaggio in cui quello che

non si dice è più importante

di quello che si dice.

Italo Calvino

 

Se i piaceri della carne

non fossero così effimeri

non vi indulegeremmo

così tanto.

Roberto Gervaso

 

Il maschio quando pensa alla conquista

ha in mente il rapporto sessuale. La donna

l'emozione erotica che la faccia ricordare

e desiderare per sempre.

Francesco Alberoni

 

Ciò che distingue un atto sessuale

da un atto erotico è che nel primo

la natura su serve della specie,

nel secondo la specie, la società umana,

si serve della natura.

Octavio Paz

Aforismi sul sesso
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Published by Caiomario
14 agosto 2014 4 14 /08 /agosto /2014 07:59

Crimini di guerra. Quello che tutti dovrebbero sapere è un libro curato da Roy Gutman e da David Rieff, pubblicato nel 1999. Il libro tratta dei crimini di guerra un argomento che rimane purtroppo di stretta attualità in un periodo come quello del secondo millennio dove si assiste ad una accellerazione dei conflitti che sfociano in vere e proprie guerre dove si fronteggiano non solo eserciti nel senso tradizionale del termine ma anche milizie armate che costituisono un vero e proprio stato nello stato. Gli autori esaminano sotto il profilo storico come il diritto internazionale si sia evoluto a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale quando con il processo di Norimberga i vincitori chiamarono gli sconfitti a rispondere dell'accusa di crimini di guerra. La linea di demarcazione del modo di concepire la guerra tra il passato e il presente è stato proprio il processo di Norimberga a partire dal quale emerse l'esigenza di dare delle regole di comportamento che evitassero stragi di civili e deportazioni di massa, purtroppo coloro i quali giudicarono a loro volta si macchiarono di crimini di guerra che vennero giustificati come il male minore rispetto al male assoluto rappresentato dall'ideologia nazionalsocialista. L'esigenza di avere un diritto internazionale condiviso da tutti gli stati rimane solo una pia intenzione, di fatto dal 1945 in poi sono stati migliaia i casi accertati di crimini contro l'umanità nei confronti dei quali la comunità internazionale rimane del tutto impotente, Se riflettiamo su concetti come "Pulizia etnica", "Armi di distruzione di massa", "Genocidio" rimaniamo disorientati davanti all'asimmetrico trattamento riservato agli attori di tragedie che non possono assolutamente giustificate ricorrendo a concetti come il diritto di difesa o di diritto di guerra. Quando poi la risposta per presunti o reali atti di ostilità armata nei confronti di ostilità diventa sproporzionata coinvolgendo la popolazione civile, l'esigenza di avere un Tribunale Internazionale credibile segnerebbe definitivamente il superamento della logica di Norimberga e del giustificazionismo ad oltranza riservato ad alcuni stati che continuano a violare qualsiasi norma del diritto internazionale. Di diritto internazionale parlano tutti a proposito e a sproposito, dimostrazione che quello che contano sono i rapporti di forza tra gli Stati, sembra che ciò che conta è la parola "differenziare" pur di non affrontare questioni intricatissime e allora il modo migliore per contrastare l'ipocrisia diffusa è quella di documentare, denunciare fatti ed eventi in modo che sia l'opinione pubblica mondiale a giudicare e a condannare i responsabili dei crimini contro l'umanità. Questo è quanto suggeriscono gli autori, questa è l'unica strada percorribile soprattutto quando il nebuloso sogno di un Tribunale Internazionale penale continua a rimanere una chimera.

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Published by Caiomario - in Libri
13 agosto 2014 3 13 /08 /agosto /2014 20:18

Rispondo alle numerose sollecitazioni circa la reperibilità delle opere di Beppe Fenoglio, opere  le cui recensioni sono presenti su questo blog. Non esistendo un'indicazione esaustiva sulle edizioni dei libri scritti da Fenoglio, ritengo opportuno dare alcune indicazioni bibliografiche che ritorneranno molto utili a tutti coloro che vogliono avvicinarsi ai romanzi dell'autore di Alba.
"Romanzi e racconti''  è l'opera omnia che contiene quasi tutti i libri scritti da Beppe Fenoglio, considerando che i singoli volumetti da acquistare sono circa una decina, è preferibile indirizzarsi su questo volume edito da Einaudi Gallimard; si tratta di un volume pubblicato nel 2001 che contiene i seguenti racconti:

 

  •  I ventitrè giorni della città di Alba;
  • La malora;
  • Un giorno di fuoco (racconti del parentado);
  • Primavera di bellezza;
  • Il partigiano Johnny;
  • L'imboscata;
  • Una questione privata;
  •  I penultimi;
  • Gli altri racconti;
  • Appunti partigiani '44-'45.


LA QUESTIONE FILOLOGICA

Nella parte iniziale del libro si trova un capitolo introduttivo intitolato "La lingua del partigiano "Jonnhy"", in cui vengono analizzate le questioni filologiche che nascono dal tipo di linguaggio usato da Fenoglio nella cui opera si trovano numerose frasi in inglese, parole e frasi dialettali, nonché  numerosi "neologismi"; ad esempio Fenoglio usa termini come "inapparire" , "aselettiva" ma anche aggettivi inventati di sana pianta come "tigresco" quando si riferisce all'umore; l'elenco delle "parole nuove" create da Fenoglio è molto lungo, ma è proprio questa la caratteristica dello stile letterario di Fenoglio che non a torto è stato definito una forma di espressionismo inserita entro i canoni del classicismo. Per il lettore dell'opera fenogliana  si tratta quindi di  essere introdotto all'interno della struttura composita del romanzo prima di iniziare una lettura a capofitto in cui si rischia di perdere proprio la ricchezza della varietà delle forme linguistiche utilizzate.

Esempio: "Una battaglia è una cosa terribile. dopo ti fa dire, come a certe puerpere primipare: mai più, no mai più".

ITINERARIO FENOGLIANO

È un altro capitolo interessante per chi si voglia avvicinare all'opera di Fenoglio, una guida ragionata sui luoghi in cui vennero ambientati i romanzi in cui sono presenti delle immagini fisiche dei paesaggi delle Langhe dove si muovono personaggi come Milton, Giorgio, Jonnhy, Ettore, Fulvia, il capitano Zucca, il tenente Biondo ecc ecc.
Fra descrizione e racconto è costante la presenza dei luoghi della memoria in cui Beppe Fenoglio crebbe ( si veda quanto già da me scritto a proposito del racconto "La malora").

CRONOLOGIA

La vicenda della datazione delle opere di Fenoglio ha sollevato non molti problemi, in quanto alcune opere sono state prima pubblicate in una prima versione, poi successivamente hanno subito una revisione; ad esempio "Primavera di bellezza" venne pubblicata per la prima volta da Garzanti nel 1959, ma è presente anche una versione all'interno de "Il partigiano Jonnhy". Secondo alcuni critici infatti esisterebbe una versione de "Il partigiano Jonnhy" scritta nell'immediato dopoguerra, intorno al 1946/47 da cui sarebbe stato estratto poi del materiale utilizzato per la redazione de "La primavera di bellezza".


BIBLIOGRAFIA A CURA DI BARBARA COLLI

L'apparato bibliografico è molto ricco, è sicuramente molto utile per chi ha necessità di fare degli studi approfonditi sull'opera fenogliana; prima di "Romanzi e racconti" facente parte de "La biblioteca della Pleiade" sempre per le edizioni Einaudi è uscito "Opere di Fenoglio" una delle migliori edizioni critiche mai pubblicate prima su Fenoglio  diretta da M.Corti e curata da M.A. Grignani, P.Tomasoni, R.Cuzzoni, C. Sanfilippo.




Per completezza, apparato critico, indicazioni bibliografiche e  numero di racconti contenuti "Romanzi e racconti" edito da Einaudi Gallimard è una delle opere più importanti per conoscere Beppe Fenoglio. Particolarmente consigliata a tutti coloro che amano Fenoglio e a studenti che devono preparare una tesi di laurea sulle sue opere.

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Published by Caiomario - in Libri
7 agosto 2014 4 07 /08 /agosto /2014 05:34

Robert Louis Stevenson deve la sua notorietà presso il grande pubblico in gran parte a due opere: Treasure Island (L'isola del tesoro) e The Strange Case of Dr. Jekill and Mr. Hyde (Lo strano caso del dottor Jekill e e del Signor Hide), entrambe le opere sono dei classici che resistono all'usura del tempo ma vi è anche una parte sostanziosa della sua produzione letteraria e poetica meno nota che merita di essere scoperta ed apprezzata. Stevenson si è cimentato nel genere horror con risultati sorprendenti. Quantunque il titolo di maestro del genere sia stato universalmente attribuito ad Edgard Allan Poe, Stevenson ci ha lasciato dei bellissimi racconti del terrore che dimostrano la sua grande abilità di creatore di storie capace di tenere accesa la curiosità del lettore.

Il diavolo nella bottiglia è un racconto che forse non spicca per orignalità, visto che il tema dell'anima venduta al diavolo è una costante che da Goethe in poi ritroviamo nella letteratura di ogni tempo, ma il contesto in cui si sviluppa la storia è coinvolgente. Stevenson riesce a penetrare nell'intimità più profonda dell'uomo sempre in bilico tra l'attaccamento ai beni terreni e il desiderio di volare alto oltre l'egoismo e i propri limitati bisogni. Tutta la storia ruota intorno ad una bottiglia all'interno della quale vi è il diavolo tentatore, il possessore della bottiglia, proprio grazie a questa, può appagare ogni proprio desiderio materiale : fama, ricchezza e benessere sono a portata di mano ma la condizione per ottenere tutto questo non è a titolo gratuito: una volta morto, il malcapitato finirà dritto dritto all'inferno. Se dopo la vita questa è la fine che spetta al possessore della bottiglia maledetta, anche quando egli è in vita dovrà lottare contro le insidie e gli inganni del demonio. Che l'uomo sia disposto a vendere l'anima al diavolo pur di ottenere bellezza, gloria e beni materiali fa parte dell'ordine delle cose ed è forte la tentazione di esprimere propositi moralistici sulla propensione al bene e sul rigetto del male. C'è tuttavia un altro punto che spesso sottovalutiamo quando commettiamo l'imprudenza di firmare una cambiale in bianco pur di ottenere qualcosa: il senso di rimorso che ci impedirà di godere fino in fondo quel che abbiamo ottenuto. Stevenson sa toccare i punti più profondi dell'animo umano e lo fa con uno stile umoristico e mai greve che riesce però a far breccia nel lettore che inavvertitamente, pagina dopo pagina, viene toccato nella sua coscienza e nelle sue debolezze.

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Published by Caiomario - in Libri
7 agosto 2014 4 07 /08 /agosto /2014 04:29

I VIAGGI NEI TEMPI MODERNI

I tempi moderni, nonostante tutto, sono caratterizzati da una disposizione benevola da parte del pubblico verso i viaggi anche se l'organizzazione della nostra società sembra non lasciare alcun spazio all'immaginario romantico del viaggio come momento di scoperta quasi fosse una condizione oggettiva dalla quale non si può tornare indietro in quanto tutto quello che c'era da esplorare è stato già in buona parte scoperto. Rimangono i fondi degli oceani ma nel resto del mondo c'è sempre qualcuno che è già arrivato per primo!
 Eppure nonostante questo dato di fatto, ogni viaggio può essere anche oggi una continua scoperta se viene vissuto come una condizione esistenziale personale perché ogni cosa è nuova per chi non l'ha mai vissuta.

La mia premessa iniziale è necessaria per presentarvi un libro "gustosissimo" intitolato "Era meglio non partire" che ho letto con divertimento ed interesse e che inevitabilmente mi ha portato a fare una comparazione con il modo odierno di vivere il viaggio inteso come spostamento dalla propri residenza ad altro luogo. Il raffronto  coll'oggi è inevitabile anche se sono consapevole del fatto che gli uomini e le donne  che vissero quelle situazioni di disagio (per quanto siano meticolosamente raccontate) sono lontanissimi dalla nostra mentalità che non sa più affrontare la casualità degli eventi. Forse per il nostro bene e delle generazioni che verranno, dovremmo riappropriarci di quello spazio vacuo ed incerto che rende la vita un'esperienza unica ed originale che vale la pena di essere vissuta.

LA SCOPERTA DEL VIAGGIATORE

Il viaggio come lo viviamo noi oggi non ha niente a che fare con il modo in cui era vissuto dai viaggiatori del Settecento e dell'Ottocento, eppure la nostra propensione alla scoperta è la medesima  di quella degli antichi viaggiatori anche se gli itinerari che affrontiamo sono  in linea di massima comodi rispetto a quelli che venivano intrapresi in passato; le situazioni di viaggio che  poi ci troviamo ad affrontare sono abbastanza piatte a meno che non accadano degli imprevisti. Ma avete mai pensato che cosa fosse intraprendere un viaggio in un'epoca in cui i mezzi di trasporto erano lenti, avvenivano o a piedi o in carrozza ed era impossibile comunicare con le persone che si trovavano lontane?
Avete mai pensato che cosa significasse non trovare per centinaia di chilometri un punto di ristoro e non potersi cambiare o  non poter andare in bagno?  Provate ad immaginare quelle condizioni davvero estreme e arriverete alla conclusione che "era meglio non partire"...eppure  gli uomini e le donne di allora partivano ed andavano ovunque a costo di vivere grandissimi disagi e di rischiare anche la pelle!!
La figura del viaggiatore non è una scoperta moderna, l'uomo ha sempre viaggiato e si è spostato sin dalla notte dei tempi, pensate ai viaggi di Marco Polo e ancora prima a quelli che facevano i Romani quando andavano a conquistare terre lontane dall'Urbe, ma se riflette bene su quei viaggi vi renderete conto che quei viaggi avvenivano per ragioni diverse dalle nostre: i viaggi erano mercantili, di pellegrinaggio, di conquista, di studio e di scoperta di luoghi inesplorati mai di piacere!
Solo nel '700 nasce il viaggio inteso in senso moderno visto come momento di formazione e in concomitanza con questo modo di vivere il viaggio nascono anche i romanzi in cui si racconta l'ansia esploratrice e di scoperta che animava l'uomo moderno che trova la sua emblematica rappresentazione nel viaggio di Robinson narrato magnificamente da Daniel Defoe. Poi l'uomo ha incominciato a scoprire il viaggio come momento di relax anche se le circostanze vissute per raggiungere i luoghi di destinazione non erano certe confortevoli. Tutt'altro!

Il Robinson Crusoe (titolo completo "La vita e le straordinarie, sorprendenti avventure di Robinson Crusoe") è un romanzo molto più complesso di quanto si possa pensare, una lettura veloce e superficiale non permette di cogliere tutti gli aspetti che implicitamente ed esplicitamente sono affrontati dall'autore a partire dal modo in cui l'uomo borghese del '700 viveva la conquista e l'esplorazione di terre sconosciute e di come questo modo di vivere abbia avuto delle implicazioni fortissime nelle nascenti critiche che incominciavano a mettere in discussione il primato della cultura europea nei confronti delle culture.
Sulle opere degli intellettuali e degli scrittori del '700 è stato detto molto ma non tutto, mentre poco conosciute sono le relazioni di viaggio scritte da persone reali che si trovarono a vivere delle esperienze vere la cui conoscenza è per noi motivo di riflessione.

IL LIBRO

Nel libro sono presenti 30 report che fanno esplicito riferimento alle situazioni più disparate incontrate in occasione di viaggi intrapresi  dagli autori verso terre lontane, ma al di là dell'interesse per l'aspetto narrativo del diario, quello che certamente mi pare più stimolante è conoscere gli scenari raccontati da quei viaggiatori a cui non mancava di certo un giudizio spregiudicato nei confronti di culture diverse dalla loro. Le riflessioni scritte sulle situazioni che quei viaggiatori vissero possono essere lette dal punto di vista ideologico ma prima di ragionare su questo aspetto, vorrei fare un riferimento a quanto dicevo nelle righe precedenti e che riguarda gli scenari incontrati: le condizioni delle strade erano pessime, era facile imbattersi in pericoli improvvisi che potevano anche avere degli esiti drammatici, il pericolo di essere rapinati era altissimo e i mezzi  più veloci impiegati per trasferirsi erano esclusivamente a trazione animale.

Ciò che più mi ha colpito del libro e che in un certo qual modo ha rappresentato per me una novità è la presenza di molte testimonianze di viaggio scritte da donne che appartenevano ad una classe sociale elevata come ad esempio Isabel Burton moglie di Sir Richard Francis Burton, uno degli esploratori e studiosi di etnologia più importanti dell'800; Isabel Burton è stata una figura di donna intellettuale sui generis, dinamica, vivace, osservatrice della realtà, amante dell'Italia dei suoi paesaggi e della sua cultura, pronta a seguire il marito in viaggi avventurosi dove non si aveva alcuna certezza ad arrivare a destinazione.

Nel libro troviamo un brano tratto dall'opera "In viaggio con un asino" (si trova anche la traduzione "In viaggio con l'asino" ma non è corretta in quanto il titolo originale è "Travels with a donkey" letteralmente andrebbe tradotta "Viaggi con un asino") dello scrittore inglese Robert Louis Stevenson noto ai più per avere scritto "L'isola del tesoro" ; la storia raccontata da Stevenson è stata da lui vissuta personalmente negli Stati Uniti che aveva raggiunto dall'Europa con un bastimento (già questo particolare fa capire  che cosa significasse un viaggio transoceanico a bordo di navi maleodoranti e poco sicure), da qui decise di raggiungere con mezzi di fortuna la California per ricongiungersi con una donna di nome Fanny con la quale poi si unirà in matrimonio.
Se una critica può essere mossa al libro riguarda il fatto che il taglio antologico pur funzionale allo spirito dell'argomento trattato, non permette di conoscere altri aspetti  come ad esempio la biografia degli autori che comunque il lettore potrà conoscere attraverso una ricerca personale.

CONSIGLIATO A TUTTI E IN PARTICOLARI A QUELLI DELLA VACANZA DEL TUTTO COMPRESO

Concludendo queste brevi note,  consiglio la lettura del libro, ne esistono moltissimi libri del genere narrativa di viaggio, questo invece, grazie alla scelta dei testi, ci dà uno spaccato di come il viaggio era vissuto in un recente periodo quando la sua fruizione era favorita anche da eventi nuovi; non lo definirei un libro impegnato ma  la sua lettura è utilissima a chi oggi cerca la vacanza del tutto compreso e tornando magari si lamenta della spiaggia che era troppo lontana dall'albergo in cui alloggiava.


SCHEDA DEL LIBRO

Titolo:Era meglio non partire
Autore: AA.VV.
Editore: Archinto
Anno di pubblicazione: 2007
Pagine: 160

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Chissà come se la sarebbero cavata all'ora i tanti personaggi che oggi  pretendono di insegnarci  come si sopravvive in condizioni estreme, quelle raccontate nel libro lo erano veramente e non c'era il trucco!!!

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Published by Caiomario - in Libri
6 agosto 2014 3 06 /08 /agosto /2014 04:25

Esopo è l'autore delle più celebri favole di ogni tempo, a lui si sono ispirati Fedro e La Fontaine, la sua fama era tale che le sue favole erano già note nell'antica Grecia. Ne conosciamo circa 400 (anche se non nella versione originale), sono tutte caratterizzate dalla brevità e dalla chiarezza dell'esposizione, in genere i protagonisti sono sempre gli animali che si comportano come gli uomini; l'intento di Esopo è di tipo moralistico: usa la favola per condannare o esaltare le abitudini degli uomini.
Esopo è citato anche da Aristofane e Platone che gli attribuirono  un "corpus" di favole che  loro stessi tenevano in grande considerazione proprio per il valore etico che le stesse rappresentavano e per i valori positivi che trasmettevano.
La raccolta che noi conosciamo con il titolo di "Favole di Esopo" è pervenuta sino a noi grazie ai copisti bizantini, si tratta di favole scritte in greco ellenistico e non nel dialetto ionico parlato da Esopo, è quindi probabile che rispetto alle favole originali siano state inserite delle "corruzioni" ad uso e consumo dei compilatori.
 
Uno dei libri che conservo nella mia libreria è  "Favole di Esopo" edito da Bompiani nel 1998, nel testo sono contenute comunque una parte delle favole, quelle più rappresentative e solo in parte note. Essendo impossibile in questo spazio commentare tutte le favole ne ho scelto una tra le tante,  quella che ho imparato a memoria, ecco il testo:

L'ASINO CHE PORTAVA IL SALE

"Un asino carico di sale traversava un fiume. Scivolò e cascò
nell'acqua, dove il sale si sciolse. così, quando si rialzò si sentì più
leggero. Lieto di questo caso, un'altra volta che era carico di spugne,
giunto vicino a un fiume, pensò che, se si fosse lasciato cadere, si
sarebbe di novo risollevato, più leggero; e così a bella posta scivolò
giù. Sennonchè, avvenne che le spugne s'imbevvero di acqua, ed esso,
incapace di rialzarsi morì affogato.
In modo simile, alcuni precipitano nei guai senza avvedersene, proprio in grazia dei loro maneggi".

(Favola tratta dall'opera)

Questa è una favola splendida, intanto è breve, poi è chiara, la possono comprendere tutti sia i presuntuosi che gli umili. L'asino in effetti escogita un metodo valido per fare meno fatica, ma purtroppo si tratta di uno stratagemma che non funzionava in ogni occasione e alla fine  proprio quell'espediente lo porterà alla morte.
A chi è rivolta questa favola breve? A tutti noi in modo tale che nessuno decida di sottrarsi ai propri impegni con dei trucchi perché sempre alla fine si rimane vittima dei propri inganni.
Nella favola sono presenti due episodi distinti, l'avvenimento quindi si svolge in due tempi dove il protagonista è sempre lo stesso ma è la conclusione che è differente. Anche in altre favole Esopo utilizza lo stesso metodo contrapponendo due situazioni antitetiche.

LE FAVOLE DA CONOSCERE

* Per chi è pauroso consiglio la lettura de "Il capretto e il lupo";
* Per chi è litigioso suggerisco "Il corvo ammalato";
* Chi voglia invece comprendere il valore dell'indulgenza legga "Le due
bisacce";
* Chi non si accontenta mai di niente legga "La gallina dalle uova d'oro";

e poi........

* "Il lupo e la vecchia", la favola dell'incoerenza diretta a tutti coloro che predicano bene e razzolano male;
* "La volpe con la coda mozzata" indirizzata a coloro che danno consigli che nascondono altri fini.

Infine "Il gatto e i topi" la cui morale è la seguente: gli uomini accorti e dotati di saggezza quando hanno subito la malvagità di qualcuno fanno  come i topi nei confronti del gatto, non si lasciano più ingannare dalle su ipocrisie e dai suoi tranelli.....

... e tante altre ancora.

"Il topo -dice Esopo- non si avvicinerebbe al gatto, neppure se fosse morto e dalla sua pelle fosse stato ricavato un sacco".

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Published by Caiomario - in Libri
31 luglio 2014 4 31 /07 /luglio /2014 18:06

BRILLANTE, NONOSTANTE KAFKA


Il libro di Isaac Bashevis Singer intitolato "Un amico di Kafka" poco c'entra con Kafka e dico meno male perché la lettura delle opere di Kafka è un'impresa da "volenterosi".
Dopo aver letto "Il castello" ho capito quanto possa essere complesso il cervello umano e come sia facile perdersi nei meandri della mente. È facile entrare nel gioco delle sovrapposizioni visionarie e soprattutto per un lettore "ingenuo" non è agevole districarsi in un labirinto in cui perdere il bandolo della matassa è quasi una certezza. Ma anche il lettore più accorto nel migliore dei casi, pur non perdendosi, rischia di annoiarsi nell'affrontare delle pagine che sembrano essere complicate anche per i più preparati.
Insomma un titolo come "Un amico di Kafka" rischia di essere evitato proprio perché il nome dello scrittore/pensatore praghese segna una rottura con la letteratura di evasione ma anche con quella sperimentale che per lo meno rappresenta una novità piacevole da affrontare anche nei momenti di "depressione" (vedi tutti i futuristi).

Nonostante questo mio pregiudizio (mai averlo quando si deve affrontare un nuovo autore!) ho trovato "Un amico di Kafka" un libro piacevole e vitale dove la creatività e l'inventiva del personaggio/autore evita (grazie Isaac B. Singer) ogni complessa concettualizzazione.
Tuttavia nonostante la trama si sviluppi lungo un equivoco che accompagna tutta la narrazione (far credere di essere amico di Kafka) è inevitabile trovare tutta quell'atmosfera yiddish che caratterizza gli ambienti delle comunità ebraiche dell'Europa dell'Est.

Ed è proprio in questa specificità culturale che va inquadrato il romanzo di Isaac B.Singer che possiede l'ironia tipica dell'ebreo polacco che pur avendo vissuto drammi generazionali tremendi, ha saputo non rimanere prigioniero del passato (pur non dimenticandolo).
Il protagonista del libro è una persona "fallita" (suo malgrado) che per darsi delle arie va a raccontare di essere stato amico di Franz Kafka e grazie alle sue doti di recitazione dovute alla sua attività di attore di teatro riesce a convincere i suoi interlocutori.
Isaac B. Singer riesce a far convivere con una forte tensione esistenziale-etico-politica sia la dimensione privata che quella psichica e corporale ( in questo senso, ma solo in questo senso c'è molto Kafka).
La lettura del libro è anche un invito a percorrere tempi diversi del secolo passato in cui emerge un dolore politico e letterario in cui Isaac B.Singer dimostra di essere consapevole della schizofrenia e dello straniamento che attraversa tutta l'umanità.
Potrebbe sembrare ovvio ma non è mai inutile sottolinearlo che molte interpretazioni su "Un amico di Kafka", mettono in evidenza la centralità del protagonista, l'espediente dell'autore è però sempre oggettivamente allusivo, a tratti surrealista e B. Singer lungo tutta la narrazione dimostra sempre la volontà di associare alla negazione della realtà presente un'alternativa "forte" che recuperi i valori della tradizione.
In questo senso l'energia negatrice (e svalutatrice) del presente diventa "attuale" per ogni lettore che riesce a mettere a nudo e criticare la sua realtà, quella che vive in modo specifico.
Possiamo definire senza cadere nell'enfasi "Un amico di Kafka" un'opera poematica evocativa, un affresco di una realtà in cui sono presenti una pluralità di voci che fanno sorridere grazie alla sottile ironia che Isaac Bashevis Singer riesce a trasmettere con la sua scrittura.
Al di là di ogni valutazione morale, il libro si può definire kafkiano nel senso che continua quella tradizione iniziata dallo scrittore praghese, ma Isaac Bashevis Singer (a mio parere) supera il maestro perché riesce a normalizzare i sentimenti e a sorridere sull'alienazione che colpisce ogni individuo.

A differenza di Kafka l'autore non scade mai in descrizioni patetiche che sfociano nel patologico se non addirittura nello "psichiatrico" anzi con l'ironia sembra prendersi beffe di quei meccanismi che spingono l'individuo a ricorrere a degli espedienti che sono l'essenza stessa della vita pratica.
Senza ricorrere a una chiave di lettura junghiana e freudiana  del racconto non si può fare a meno di andare oltre al terreno delle parole per cercare di comprendere il meccanismo che governa i comportamenti umani; spesso siamo soliti connotare come "finzioni" o "capricci" tutto ciò che la fantasia umana inventa per sopravvivere, in molti casi la bugia può diventare un meccanismo che aiuta a vivere e a superare momenti di difficoltà, altre volte è causata dalle circostanze, ma la la cosa fondamentale è sapere distinguere la finzione che non reca danno al prossimo dalla menzogna che danneggia in modo irreparabile le persone con le quali si entra in relazione.
In questi due ordini di realtà (finzione e pratica) il confine tra reticenza ed espediente (utile alla sopravvivenza) è molto labile, l'importante è saper distinguere la terminologia degli altri e Isaac B. Singer riesce a chiarire questo confine.
A volte il racconto può sembrare aggrovigliato, ma è solo un'impressione, l'autore riesce a garantire la quadratura dei periodi dando una dimostrazione di una grande capacità dai "raccontatore", quella che solo i premi Nobel per la letteratura come Isaac B. Singer  hanno.

Lettura consigliata, consiglio inoltre la lettura de "Il mago di Lublino", un'altra bellissima opera di Isaac B. Singer da scoprire e gustare!

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Published by Caiomario - in Libri
29 luglio 2014 2 29 /07 /luglio /2014 06:39

SCRITTRICE PER CASO O PER FORTUNA QUANDO HENRY MILLER RINUNCIÒ AL'INCARICO

Si racconta che un anonimo collezionista di libri diede l'incarico ad Henry Miller di scrivere dei libri che avessero come argomento il piacere erotico, lo scrittore americano declinò l'invito e passò l'incarico alla sua amica Anaïs Nin che più tardi raccontò come arrivò ad elaborare i suoi libri scandalosi diventati del classici della letteratura erotica.
Riporto il riferimento testuale che si trova nel libro pubblicato per l' "Espresso" nell'ottobre 1990:

"Passavo i giorni in biblioteca a studiare il Kama Sutra, ascoltavo le avventure più spinte degli amici....Tutte le mattine, dopo colazione, mi sedevo a scrivere la mia dose di pornografia..."

Immaginate una bellissima ragazza con l'inclinazione per la scrittura che appena sveglia ha bisogno della sua dose di pornografia e pensate che da questo suo stato di permanente eccitazione sono nati dei libri che non solo hanno avuto il consenso del pubblico (ma questo era immaginabile) ma anche della critica più dotta e più schizzinosa.

Il libro è stato pubblicato la prima volta nel 1969, l'edizione speciale in mio possesso riservata ai lettori dell' "Espresso"  nel momento in cui l'ho acquistata era arrivata al numero XI, se si tiene conto che la prima edizione italiana è stata pubblicata nel 1978, l'editore ha provveduto a ristampare un'edizione all'anno, le numerose edizioni succedutesi sono l'ennesima  dimostrazione di un fenomeno editoriale tra i più longevi  e del riscontro favorevole da parte del pubblico.
Anaïs Nin è stata un autrice apprezzata nel "panorama della letteratura internazionale", il motivo per cui è diventata un fenomeno editoriale, non risiede solo nell'argomento trattato (l'erotismo), ma anche perché a livello pubblico divenne un punto di riferimento importante. Il suo rapporto sentimentale e letterario con Henry Miller probabilmente influì nel suo modo di fare letteratura e la godibilità dei suoi scritti si avverte sin da subito quando si leggono le coloratissime pagine dei suoi libri.

*Nelle parte che segue anticipo alcuni contenuti del libro con le mie riflessioni, diversi capitoli sono dedicati alla figura di una donna, per curiosità del lettore, riporto i nomi e alcune curiosità  legate alla loro figura:

  • Anita, ballerina brasiliana;
  • Matilde, modista di Parigi;
  • Lilith, casalinga sessualmente fredda;
  • Marianne pittrice e prostituta part time;
  • Elena scrittrice insoddisfatta;
  • Maman interessata solo alle contrazioni di una parte dell'anatomia umana;
  • Bijou...un nome che è tutto un programma;
  • Linda che "attraeva tutti i giovani che intuivano che solo da una donna così avrebbero potuto imparare i segreti dell'amore;
  • Mafouka, uomo-donna di Montparnasse che raccontava barzellette sconce.


....e poi figure di uomini come:

  • Il Barone, un avventuriero che aveva passato tutta la vita a spogliare dai propri avere donne ricche e bellissime;
  •  Marcel che portava il fiocco a farfalla, il mantello dei guitti e i pantaloni a righe;
  • Pierre, un quarantenne ancora molto bello.

 

TUTTO PARTE DA UN AVVENTURIERO UNGHERESE

Anais Nin sa incantare quando narra, il romanzo ha inizio con il ritratto di un avventuriero ungherese che così dipinge:

"C'era un avventuriero ungherese dotato di bellezza sorprendente, di fascino infallibile, di cultura, di grazia, dell'abilità di un attore consumato, della conoscenza di molte lingue, e di modi aristocratici" E a tutto questo s'aggiungeva il genio per l'intrigo, una capacità di trarsi d'impaccio e di andare e venire nei vari paesi come se niente fosse" (p.5).

Qual'era la particolarità di questo affascinante signore che aveva come unico obiettivo quello di soddisfare i gusti di ciascuna donna che incontrava? Quando aveva bisogno di denaro, sposava una donna ricca, le rubava ogni cosa e poi scappava in un altro paese, ma ogni donna che lo aveva conosciuto, benché fosse stata spogliata di ogni bene, lo ricordava per la sua capacità di averla fatta volare e dopo questa esperienza nessuna era in grado più di scendere al livello della mediocrità.
Un ritratto che trovo originale e affascinante per quanto gli aspetti consolatori del suo comportamento rimangano solo nella testa delle donne (immaginarie) raccontate dall'autrice, mentre il lettore prova un misto di disprezzo e di invidia per i suoi modi di fare definiti dall'autrice "grandi voli d'aquila".

MA ANCHE IL BARONE VACILLA DAVANTI ALLA BALLERINA BRASILIANA

La lettura del libro è letteralmente avvolgente sin dalle prime pagine quando il Barone incontra una ballerina brasiliana di nome Anita, cosa aveva di particolarità questa donna? Il suo sesso, da qui il titolo del libro "Delta di Venere"; la fantasia di Anais non lesina i dettagli, ecco un esempio che vale molto più di mille parole: il sesso è definito come un gigantesco fiore di serra (devo dire che non ho mai sentito un'analoga descrizione che trovo bellissima e conturbante), ma era così grande che il Barone ne rimase stupito per quanto avesse conosciuto biblicamente centinaia di di donne.
Non entro nei particolari della descrizione mi limito a dire che l'autrice usa la metafora paragonando il sesso della ballerina a delle "camelie rosso sangue" (p.6).

Il Barone invece che particolarità fisica aveva? Leggete il libro per scoprirlo...vi anticipo solo che il Barone una volta diventato vecchio viene abbandonato da tutti.

ALTRO RITRATTO DI DONNA: MATILDE, UNA MISSIONARIA DELL'ELEGANZA

Fino a qualche decennio fa girava l'idea che le donne parigine fossero particolarmente apprezzate per la loro "scienza" in materia d'amore, un po' come le bolognesi sono famose per altre virtù o presunte tali ( non ditemi che non avete sentito dire in giro questa "novella" perché non ci credo, quanto poi alle natie dei luoghi citati non si sentano offese perché l'esistenza di questa fama è vera, di entrambe però non ho potuto appurare l'autenticità), ma ritorniamo al libro e parliamo di questa figura di donna.

Matilde era una modista di Parigi che all'età di vent'anni venne sedotta dal solito Barone, una volta -racconta l'autrice- "si comportò come una missionaria francese dell'eleganza" (ahahahahaha, questa definizione mi piace tantissimo!!). Il suo talento si manifestava nel saper riconoscere immediatamente un buon profumo, un buon vino, un buon taglio di vestiti, pareva una signora di gran classe e rideva sempre.
Una parte del suo tempo lo dedicava alla sua raffinata toelette: " Rimaneva sdraiata a limarsi le unghie e a dipingerle con lo smalto, si spazzolava i capelli biondi....si schiariva i peli del pube con l'acqua ossigenata per armonizzarli con i capelli" (p.17) e .....faceva tante altre cose.


... mi fermo qui per non anticipare troppo e per non togliere il gusto di scoprire i contenuti del libro.


Niente classifiche: ogni autore ha uno stile personale quindi non ha senso comparare  Anaïs Nin a Emmanuelle Arsan o a Pauline Rèage, tanto per fare due nomi importanti nel settore della letteratura erotica. L'importante è non emulare e coltivare le proprie inclinazioni letterarie e la propria creatività e così ha fatto Anaïs Nin che ha uno stile che scaturisce molto anche dalle ossessioni erotiche dell'universo maschile e femminile.
Meglio non usare l'iperbole, per me un capolavoro si può definire tale quando, per valore e complessità, è paragonabile alle opere di autori che non sono monotematici.
Il "Delta di Venere" è, se vogliamo, un ensemble fantastico e vario nel quale ci si imbatte in tipi umani differenti, figure di donne e di uomini che si ricordano per le loro stravaganze, il merito dell'autrice è quello di aver saputo indagare nell'animo umano e questo lo ha fatto con la leggerezza di chi, dispensando ironia e giocosità, sa parlare delle emozioni e dei desideri umani coinvolgendo il lettore. Non è poco.




"A volte leggiamo delle cose che ci fanno capire di colpo di non aver vissuto niente, provato niente, sperimentato niente fino a quel momento" - Anaïs Nin -


 

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Published by Caiomario - in Libri
25 luglio 2014 5 25 /07 /luglio /2014 15:44

La teoria dell'uomo viene esposta da Aristotele nel più vasto ambito della fisica che comprende tutta la realtà mobile e sensibile. La struttura dell'uomo rientra nella struttura delle cose della natura e in particolare degli esseri viventi che sono tutti dotati di anima che va intesa nella accezione di forma, tutti gli esseri viventi sono quindi provvisti di un corpo (materia) e da un principio vitale (anima) che è forma prima del corpo organico. Per Aristotele l'anima è la sostanza che forma il corpo ma a differenza di quanto sostiene Platone, non vi è alcuna preesistenza dell'anima ma unità inscindibile con il corpo. L'uomo come ogni altro essere vivente ha le seguneti funzioni vegetative:

  • nutrizione;
  • accrescimento;
  • riproduzione.

L'uomo -insegna Aristototele- è dotato di sensi esterni e sensi interni, i primi sono dotati di un organo esterno che permette di percepire la realtà corporea (vista, udito, gusto, odorato, tatto). I secondi consentono di percepire gli oggetti secondo il punto di vista della memoria, della fantasia e del senso comune che permette a sua volta di fare una sintesi delle percezioni. Inoltre l'uomo mediante la percezione estimativa è in grado di valutare ciò che è nocivo o utile.

Aristotele introduce poi una ulteriore distinzione per quanto riguarda gli oggetti sensibili che sono raggruppabili in due classi fondamentali: gli oggetti sensibili per se che sono percepibili per le loro caratteristiche e oggetti sensibili per accidens che sono connessi agli oggetti sensibili per se. Gli oggetti sensibili per se sono a loro volta di due specie: gli oggetti sensibili per un solo senso e quelli comuni a più sensi.

L'epistemologia aristotelica è strettamente connessa alla spiegazione che egli dà della struttura ilemorfica dell'uomo che conosce se stesso così come è (anima e corpo) e conosce la natura nel modo in cui è fatta (forma e materia). L'uomo conosce se stesso e le realtà sensibili impegnando anima e corpo pertanto il conoscere è nel contempo attività intellettiva e sensibile. L'essere umano essendo un essere intellettivo rappresenta universalmente le cose mediante le idee ma le idee o concetti non potrebbero esistere senza i sensi. La conoscenza è quindi legata al mondo sensibile e può attuarsi nell'ambito delle cose che lo costituiscono, l'uomo non conosce prima di esistere nel mondo sensibile come sosteneva Platone ma dipende dalle cose.

L'intelletto umano davanti alle cose è passivo ossia è intelletto in potenza, l'intelletto umano parte dal senso ed elabora i dati del senso, non esiste conoscenza intellegibile fuori dal sensibile. Tuttavia Aristotele fa entrare dalla finiestra quello che fa uscire dalla porta quando parla dell'intelletto agente che egli definisce immortale ed incorruttibile. Aristotele parlando di intelletto agente indipendente dalla sfera della realtà sensibile sembrerebbe ritornare sui suoi passi riprendendo la teoria dell'immortalità dell'anima sostenuta da Platone, tuttavia gli storici della filosofia non hanno potuto dare una interpretazione univoca sulla teoria dell'intelletto agente in quanto lo stesso Aristotele su questo punto fece un'esposizione incerta che ha finito per generare molti equivoci che lasciano la questione tutt'ora aperta.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele
6 luglio 2014 7 06 /07 /luglio /2014 09:37

Quando la vulgata manualistica ha la pretesa di collocare il pensiero di Aristotele nel solo ambito filosofico riducendone la portata alle soluzioni di questo o quel problema, cade nell'errore di non trasmettere l'importanza di Aristotele nella storia delle discipline scientifiche. Saremmo ingenui o parziali nell'attribuire ad Aristotele ciò che lui non sostenne mai e per quanto possa oggi fare sorridere la sua concezione fisico-astronomica geocentrica, bisogna tenere presente che il livello tecnologico dell'epoca in cui visse Aristotele era inesistente e che l'unica "base" di riflessione era l'osservazione laddove l'occhio umano era in grado di arrivare.

Ciò premesso bisogna aggiungere che nella visione unitaria aristotelica l'universo è qualcosa di statico e non in continuo movimento come le cose sensibili del mondo, l'universo ha un limite che è costituito dalle stelle fisse e al suo centro vi è la Terra immobile costituita dalle quattro essenze empedoclee che sono costitutive dei corpi corruttibili. I corpi corruttibili hanno come caratteristica comune il movimento rettilineo verso il luogo naturale che per i corpi pesanti (terra e acqua) è il basso mentre per i corpi leggeri (aria e fuoco) è l'alto.

Il cielo è invece costituito da una sostanza speciale e non corruttibile: la quinta essenza il cui movimento continuo è perfetto, sempre eguale e circolare. In questa opposizione tra mondo e universo Aristotele si richiama al dualismo platonico e alla teoria espressa da un discepolo del genio di Atene, quel Eudosso di Cnido che aveva teorizzato l'esistenza di sfere concentriche alla Terra dove si troverebbero infisse gli astri celesti. La difficoltà di spiegare le differenti rotazioni del Sole e dei pianeti Eudosso ipotizzò l'esistenza di un movimento composto per ciascun pianeta e per il Sole dalla rotazione di più sfere. Detta rotazione sarebbe di due tipi: la rotazione deferente che è all'origine di una rotazione regolare e quelle reagenti o revolventi che sono la causa dell'alterazione della rotazione deferente ruotando in un altro asse con diverse velocità e in diverse direzioni. Secondo Eudosso il numero di queste sfere sarebbe di 26 mentre per Aristotele il numero ipotizzato sarebbe di 55.

Al di là del fatto ovvio e scontato che oggi tali teorie rappresentano sul piano conoscitivo una semplice curiosità, è da tenere nella giusta importanza invece un altro aspetto dell'aristotelismo che si presenta non come una metafisica fine a se stessa ma come una riflessione che si rivolge alla natura spiegandone il funzionamento e le finalità. In questo senso Aristotele è sempre attuale e la sua eredità più che nel contenuto delle sue teorie, sta nell'avere indicato un metodo di ricerca basato sull'osservazione dei fenomeni della natura, un metodo che non può prescindere dallo strumento di indagine che presiede ogni lavoro scientifico: la logica.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele

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