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5 luglio 2014 6 05 /07 /luglio /2014 05:44

L'AUTORE

Curioso, attento, narratore capace che sa attraversare la storia  camminando come un equilibrista sempre in bilico tra ricordi personali e quelli dei popoli, il premio Nobel per la letteratura Vidiadhar Suraj Naipaul riesce sempre ad avere un approccio unico nei confronti della vita.
Quando la riflessione personale diventa provocatoria per la sua disarmante sincerità o tocca le corde dell'anima riesce a fare riflettere, pone degli interrogativi ma non può lasciare indifferenti. Non c'è un libro di questo autore nato a Trinidad nel 1932 che non proponga un itinerario di viaggio geografico e della mente che non sappia regalare passione e atmosfere. Sicuramente intenso Naipaul  scrive come il chirurgo  che fa un'operazione a cuore aperto mettendo a nudo ogni aspetto dell'esistenza attraverso   una narrazione spirituale e personale efficace e travolgente.


RISALIRE AL NOSTRO PASSATO

Scrive l'autore "Quasi tutti noi sappiamo chi sono i nostri genitori e i nostri nonni", aggiungo che tutti noi forse riusciamo a risalire alla terza generazione dei nostri avi, poi  ad un certo punto ci troviamo dinanzi al vuoto. Non siamo in grado di sapere da dove veniamo. Giunti al numero otto, perché sono otto i genitori dei nostri nonni, il nostro impegno è messo a dura prova, forse l'opera di alcuni zelanti appassionati tenta la strada dei registri anagrafici e degli archivi, ma solo i più fortunati  possono arrivare alle quinta e alla sesta generazione poi....nuovamente il vuoto. Dietro i nomi che eventualmente riusciamo a scoprire, poi, non ci sono i ricordi. Quando l'autore scrive "Ma risaliamo a un tempo molto, molto più antico, noi, si potrebbe andare indietro nel tempo all'infinito; risaliamo tutti quanti proprio agli inizi; nel nostro sangue, nelle nostre ossa, nel nostro cervello portiamo i ricordi di migliaia di esseri." Ognuno di noi è quindi il risultato di migliaia di ricordi, ma non sappiamo quali sono questi ricordi, è un'eredità che ci portiamo dietro senza sapere chi ce l'ha lasciata e non possiamo comprendere i tratti che abbiamo ereditato.

Il racconto che Naipaul fa della sua prima giovinezza è autobiografico ma è anche l'occasione per parlare della gente di Trinidad, gente senza denaro e senza lavoro che non conosceva l'inglese e che non aveva nessun tipo di tutela, giunta nell'isola caraibica dopo "settimane e settimane di navigazione".
La prosa di Naipaul è incisiva, il ritratto che fa dei suoi inizi lavorativi come impiegato di seconda classe è anche il ricordo di quell'umanità che popolava gli uffici governativi e della percezione di un tempo che scorreva lentamente, un ricordo che è anche metafora della propria vita ricca di incontri e di luoghi così diversi ma sempre intrisi di umanità.
Non c'è  un solo luogo che viene descritto dall'autore in cui non si trova qualcuno che  lo viveva, questa è la differenza che passa tra un racconto geografico e un racconto in cui l'uomo è il protagonista, parlare delle montagne, dei fiumi, dei mari non permette di conoscere un luogo, è la gente che lo abita a formarne l'anima.
Nella parte del libro dedicata a Trinidad si trova un clima da fine impero, c'è tutta l'atmosfera coloniale che ancora oggi pervade quei luoghi mai completamente affrancati e c'è molta Africa, un'Africa presentata senza stereotipi, senza ingenuità incontrata nei residui che vivono in quelle terre dove si avverte "in anche un certo isterismo, l'isterismo delle isole, espresso per lo più sottoforma di autoironia, di facezia, di fantasia, di eccessi religiosi". Perché questo sono le isole caraibiche da sempre, luoghi dove ogni tanto esce fuori l'uomo che si fa portatore della "redenzione africana o nera", luoghi che da quando sbarcò "il primo schiavo africano diventarono un pezzo di territorio nero" costellato da storie drammatiche, da false speranze, popolato da falsi leader e dalla presenza ingombrante degli ex colonialisti oggi come allora sempre presenti come in una storia circolare che si ripete sempre eguale a se stessa.
La parte centrale del libro è incentrata sul racconto del periodo spagnolo del Venezuela, ne esce fuori una storia mai scritta dove la figura di Francisco de Miranda "il sudamericano, o ispano-americano, più famoso del suo tempo" che lottò per l'indipendenza del Venezuela, non c'è mitizzazione nel descrivere il generalissimo venezuelano che viene anche "bollato" come un truffatore; un uomo figlio del suo tempo che visse ad un certo punto con le sovvenzioni dei britannici interessati moltissimo ai traffici con le Americhe e pochissimo dell'indipendenza del Venezuela.

Ma......il resto del libro va letto e non raccontato, un libro che non è un'autobiografia romanzesca ma un taccuino, un diario storico e geografico, ricchissimo di annotazioni personali, di curiosità che permette di sopravvivere ad un passato duro vissuto da decine di generazioni ormai dimenticate.


INFORMAZIONI SUL LIBRO

TITOLO:Una via nel mondo. Una sequenza
AUTORE: Naipaul Vidiadhar S
EDITORE: Einaudi (collana fabula)
Prezzo: 25 euro (al lordo degli sconti)

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Published by Caiomario - in Libri
3 luglio 2014 4 03 /07 /luglio /2014 16:41

L'identità è un romanzo imperniato su una situazione al limite del paradosso che si crea quando in una coppia entrambi cominciano a temere sulla loro identità vivendo una situazione in cui il reale si confonde con l'irreale, tra ciò che si pensa nella propria intima coscienza e le proprie riflessioni personali. Diversi sono i temi trattati nel romanzo che come testo argomentativo ben si presta alla riflessione e tra questi il tema dell'amicizia è uno degli argomenti più importanti affrontati all'interno del rapporto di coppia tra Jean-Marc e la moglie Chantal.

L'amicizia "è indispensabile per il buon funzionamento della memoria", così dice Jean Marc parlando con la moglie Chantal quando ricorda di aver fatto visita in ospedale a un suo carissimo amico fraterno che si trova gravemente malato.
Il primo punto che Jean- Marc tiene fermo è il seguente: i ricordi fanno parte della persona e ne salvaguardano l'integrità aiutando ciascuno a sentirsi pienamente uomo.

Ma l'uomo cambia lungo il percorso della vita, cambiano le convinzioni e i valori e quello che si credeva assoluto diventa con il tempo un'altra cosa: da ragazzo Jean-Marc credeva nell'amicizia come valore supremo, come un valore vincolate più forte di qualsiasi altra cosa, più forte anche della religione e dell'idea di patria; ma ad un certo punto questo sentimento fortissimo che poteva valere per Achille e Patroclo o per i moschettieri di Dumas viene soffocato dal pessimismoi al punto che più dell'amicizia, per Jean-Marc, conta la verità.
Il dialogo tra Jean-Marc e Chantal è un dialogo in cui predomina il cinismo tanto che Chantal definirà l'amicizia una romanticheria, una cosa di altri tempi persino inutile in tempi moderni dove è necessario guardarsi continuamente alle spalle assediati da nemici nei confronti dei quali gli amici possono fare ben poco.

Il punto in cui il dialogo raggiunge il massimo del cinismo e dell'indifferenza è quando Jean-Marc pensando al mutato significato dell'amicizia, finisce col pensare che l'amicizia può essere al massimo un patto di cortesia: "un contratto basato sullo scambio di riguardi", l'amicizia è ridotta quindi a una frequentazione in cui gli amici quando ti trovi in difficoltà non prendono posizione, evitando in questo modo qualsiasi frizione ed evitando di pregiudicare un rapporto dove è meglio essere discreti e ignorare qualsiasi situazione che potrebe creare contrapposizione.

In questo dialogo si rivela l'identità di entrambi: sembra che le riserve di Chantal vengano immediatamente contraddette dalle affermazioni che lei stessa fa un momento dopo, a cui fanno da contrappeso i pensieri di Jean Marc che appare disilluso, cinico e pessimista fino a sfiorare il patologico.

Entrambi i protagonisti non hanno mai una posizione chiara , stanno nell'equivoco e generano confusione, i fraintendimenti diventano così l'effetto di una crisi d'identità in cui entrambi vivono il loro doppio, istante dopo istante e dove il rapporto d'amore diventa un rapporto di complicità nel senso più deleterio del termine.

Eppure se si pensa che cosa possa diventare un rapporto di coppia con il tempo,si scoprono tanti lati che fanno pensare seriamente che cosa sia necessario mantenere e che cosa rappresenti una degenerazione del rapporto stesso.
Leggendo i dialoghi tra Jean-Marc e Chantal sembra di ritrovare fatti e personaggi della cronaca dei nostri giorni dove le situazioni possono essere verosimili almeno per ciò che concerne le cause scatenanti che possono portare a una crisi di identità e a che cosa possa condurre vivere una vita a due dimensioni dove l'esterno, l'altro da noi, è qualcosa di pericoloso da combattere perchè può mettere in discussione la nostra sicurezza.

Ricordate la storia di Olindo e Rosa?

Consiglio il libro, bello, profondo e scorrevole, Kundera scrive bene ed arrivare fino in fondo è piacevole!

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Published by Caiomario - in Libri
29 giugno 2014 7 29 /06 /giugno /2014 17:47

Nella filosofia di Aristotele, come abbiamo già visto, la fisica è strettamente connessa alla metafisica: tutto ciò che accade nel mondo sensibile è soggetto al divenire attraverso lo spazio e il tempo e ogni passaggio può essere qualitativo, quantitativo e locale. La natura nel suo incessante sviluppo tende al fine supremo che è il Motore immobile, Dio. Se Dio è pienezza assoluta dove non c'è mancanza o difetto, la natura oltre ad essere il complesso delle cose sensibili è anche il principio di azione che muove ogni cosa costituendo nel contempo la determinazione della forma che è principio di attività ed unità. Una volta che è stato stabilito che tutta la natura è in continuo movimento, Aristotele si trova ad affrontare Il problema di individuare le condizioni che consentono il movimento. Aristotele osservando i corpi in movimento individua quattro tipi di movimento:

  • la generazione la corruzione;
  • il mutamento;
  • l'accrescimento e la diminuzione;
  • la traslazione.

Ogni movimento avviene nello spazio che per Aristotele è la somma dei luoghi o ciò che circonda in superficie i corpi che sono destinati a stare nel loro luogo naturale in relazione alla loro natura e alla loro conformazione; ad esempio il luogo naturale di una cosa pesante è il suolo, una pietra lanciata viene sostenuta per un tempo brevissimo dall'aria che è anch'essa corpo per poi ricadere per terra ossia nel suo luogo naturale. Ogni corpo quindi si muove grazie ad un altro corpo pertanto per Aristotele è inconcepibile il vuoto in quanto se fosse presente come invece sosteneva Democrito, impedirebbe il movimento dei corpi. Se lo spazio è la somma dei luoghi dove avviene il movimento, il tempo è una realtà strettamente connessa al divenire dove vi è un prima e un dopo.

Nella fisica aristotelica rientrano poi l'astronomia e lo studio degli esseri viventi, ambiti disciplinari che oggi sono oggi propri di scienze a sè stanti rispetto alla filosofia così come viene concepita nel mondo moderno; per Aristotele invece, la filosofia era essenzialmente ricerca sistematica finalizzata alla soluzione dei problemi. Questo è il motivo per cui diversi storici della filosofia hanno osservato che il pensiero di Aristotele è caratterizzato dall'apodissi ossia dalla ricerca di una soluzione ad un determinato problema finalizzata all'affermazione di una tesi sostenuta dalla dimostrazione

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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele
23 giugno 2014 1 23 /06 /giugno /2014 10:30

Come si è visto, il divenire della natura nella dottrina aristotelica impone la struttura di atto e potenza, si sostanza e accidente; questa concezione viene spiegata con il principio di causalità in base al quale ogni cosa soggetta al divenire è mossa da una causa-atto al cui vertice vi è una Causa-Atto senza la quale non sarebbe possibile alcun movimento. La concezione fisica in Aristotele è propedeutica alla concezione teologica e non si può capire una facendo a meno dell'altra. La Causa-Atto viene chiamata Motore Immobile, motore perchè è causa del moto e immobile in quanto non è soggetto al divenire, si tratta di un atto senza potenza la cui perfezione consiste nell'assoluta mancanza di materia, il Motore Immobile è Atto Puro sempre eguale a se stesso e perciò eterno. La teologia cristiana si è rifatta per secoli alla dottrina insegnata da Aristotele ritenendo che il filosofo di Stagìra fosse stato un anticipatore del monoteismo cristiano, tuttavia è bene precisare che il Dio di Aristotele è quanto di più lontano possa esserci dalla concezione del Verbo che si è fatto carne. Per Aristotele Dio è pensiero di pensiero ossia pensa sè come pensiero e non ha nessun contatto con la natura che tende verso Dio. A questo punto si possono cogliere meglio le differenze tra il Dio aristotelico e quello del giudaismo e del Nuovo Testamento: il Dio aristotelico non solo non ha nessun contatto con il mondo ma non lo conosce neppure in quanto scenderebbe al livello della natura avvilendosi, inoltre Dio non ama nè crea ma è Forma perfetta a cui tutto tende. I Padri della Chiesa che ben conoscevano il pensiero di Aristotele si erano opposti sin da subito alle sua dottina essendo pienamente consapevoli dell'inconciliabilità della teoria del Motore Immobile con quella squisitamente cristiana di Dio che si è fatto carne diventando uomo tra gli uomini; Tommaso d'Aquino in età medievale utilizzerà le categorie aristoteliche di potenza e atto per spiegare l'esistenza di Dio che come primo motore muove il mondo finito ed è principio di movimento.Come si può vedere da queste brevi note la concezione di Dio come primo motore espressa da Tommaso d'Aquino ha delle analogie con quella del Motore Immobile di Aristotele, ma si tratta appunto di analogie terminologiche in quanto era impossibile per Aristotele concepire un Dio che provvede al divenire come invece riteneva l'Aquinate.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele
20 giugno 2014 5 20 /06 /giugno /2014 14:47

Abbiamo trattato in precedenza dei gradi del filosofare e di come la metafisica sia la scineza o dottina dell'ente in quanto ente; nel pensiero di Aristotele la metafisica è la filosofia fondamentale in quanto fornisce le basi fondamentali della dottrina filosofica. I princìpi della metafisica che per il filosofo di Stagira costituiscono i princìpi o gli assiomi di ogni sapere sono i seguenti:

  1. Il principio di contraddizione in base al quale una cosa è impossibile che sia e non sia « secondo lo stesso rispetto» ossia secondo lo stesso punto di vista. Di due affermazioni che si contraddicono, una di esse deve essere necessariamente falsa. Si ricollega al principio di contraddizione il principio di identità e il principio del terzo escluso in base al quale oltre all'essere e non essere non può esistere un medio ossia, diremmo con il linguaggio comune, un qualcosa che sia una via di mezzo tra essere e non essere. Ciò è così evidente che non necessità, insegna Aristotele, di alcuna dimostrazione nè può essere dimostrato. Il principio di contraddizione è ciò che permette l'esistenza del linguaggio senza di esso non si può nè dialogare nè formare il pensiero. Chi nega il principio di contraddizione non distinguendo più il vero dal falso riduce ad una sola cosa entrambi.
  2. Il principio di causalità in base al quale «ogni cosa in movimento esige la causa del suo movimento» in altre parole una cosa in movimento si trova in uno stato di potenza ossia di passaggio all'atto quindi un ente in potenza richiede necessariamente l'ente in atto.
  3. Il principio di finalità: se il passaggio dalla potenza all'atto è connaturale a tutte le cose sensibile questo è dovuto alla privazione della forma che cerca di conquistare. Ogni cosa quindi tende a raggiungere la sua forma perfetta quindi per Aristotele la legge suprema che regola il mondo sensibile è il finalismo (o teleologia); tutto ciò che esiste nel mondo è diretto ad un fine, questo fine è la perfezione dove non c'è alcuna privazione ma pienezza o Atto puro cioè Dio.
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18 giugno 2014 3 18 /06 /giugno /2014 05:18

Per Aristotele caratteristica della sostanza intesa come realtà concreta è il divenire che si manifesta non solo negli accidenti ma anche nella stessa sostanza. Il divenire o movimento per Aristotele è il passaggio da una condizione ad un'altra, la realtà sensibile è soggetta a un continuo divenire, tuttavia questo divenire esclude il passaggio dal nulla all'essere, ma va intesa come l'assunzione da parte di un sostrato indeterminato (la materia) di varie determinazioni. Aristotele distingue due tipi di materia: la materia prima o sostrato indeterminato e il corpo o concreto corporeo che è un composto (sinolo) di materia e froma. La determinazione della materia viene detta da Aristotele forma sostanziale (o forma prima) che non va confusa con gli accidenti o forme secondarie. La materia prima e la forma sostanziale sono i principi basilari della realtà corporea, da qui il nome di ilemorfismo con cui viene indicata la dottrina arisotelica della fisica. Il passaggio della materia alle varie forme è spiegabile con un terzo principio denominato stèresi o privazione, in base a questo principio la materia prima avente una forma, si trova in uno stato permanente di tensione che permette il passaggio ad un'altra forma di cui la sostanza ne è priva. Ad esempio se noi prendiamo in considerazione una statua fatta di marmo, il marmo (composto di materia e forma) e la materia da cui nasce una statua che assume una forma che in precedenza non aveva (in questo senso Aristotele parla di privazione). Il concreto della natura è quindi un composto (sinolo) di materia e di forma in continua trasformazione, trasformazione che avviene a causa della stèresi (o privazione). La teoria ilemorfica espressa da Aristotele non può essere intesa come una spiegazione scientifica della realtà corporea in senso moderno, ma come una teoria che sul piano strettamene filosofico si propone di superare le contraddizioni emerse nell'eleatismo e in particolare in Parmenide che sosteneva l'univocità dell'essere e del non-essere. A completamento della teoria della materia, della forma e della privazione Aristotele individua quattro cause che spiegano come avviene il divenire nella realtà concreta:

  • la causa materiale (id ex quo);
  • la causa formale (id quo);
  • la causa efficiente id a quo);
  • la causa finale (id cuius gratia o id propter quod).

Ritornando all'esempio della statua di marmo, la causa formale è la forma assunta dal marmo (che costituisce la causa materiale), la causa efficiente è lo scultore e la causa finale è lo scopo per cui lo scultore fa la statua.

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17 giugno 2014 2 17 /06 /giugno /2014 12:38
Aristotele: le categorie

Aristotele elabora la dottrina delle categorie partendo dalla distinzione di sostanza e accidente, abbiamo visto che la sostanza è ciò che è in sè e per sè, in altre parole sostanza è il concreto è ciò che ha una propria consistenza mentre l'accidente è un predicato del concreto, predicato che esiste sempre in funzione della sostanza. Aristotele elenca poi dieci categorie che valgono tanto nella metafisica come nella logica. Nella metafisica le categorie sono modi di essere della sostanza, nella logica sono classi generali di predicati. I termini che non hanno alcuna connessione con altri termini esprimono:

  • una sostanza;
  • una quantità;
  • una qualità;
  • una relazione;
  • un luogo;
  • un tempo;
  • l'essere in una situazione;
  • un avere;
  • un agire;
  • un patire (nel senso di subire).

ARISTOTELE SPIEGA

Aristotele segue un criterio logico molto rigoroso per rendere chiaro ciò che sostiene, facendo sempre ricorso a numerosi esempi concreti; a proposito delle categorie scrive:

«sostanza è, ad esempio, uomo, cavallo; quantità è lunghezza di due cubiti, lunghezza di tre cubiti, qualità è bianco, grammatico; relazione è doppio, maggiore; luogo è nel Liceo, in piazza, tempo è ieri, l'anno scorso; essere in una situazione è si trova disteso, avere è porta le scarpe, è armato; agire è tagliare, bruciare; patire è venir tagliato, venire bruciato » (1)

Ciascun termine preso da solo -insegna Aristotele- non costituisce un'affermazione che si ha solo quando i termini si connettono l'uno all'altro. Un'affermazione può essere vera o falsa mentre ciascun termine preso da solo senza relazione è vero oppure falso.

____________________________________________________________

(1) Da Aristotele, Organon, trad. it. di G.Colli, Laterza, Bari 1970

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16 giugno 2014 1 16 /06 /giugno /2014 10:59
Aristotele: Omonimi, Sinonimi, Paronimi

Aristotele elencò dieci categorie sulle quali diede una dettagliata spiegazione nell'Oganon, una delle sue opere più importanti nelle quali si prefisse di fornire gli strumenti che rendono attuabili dei ragionamenti corretti. È importante precisare che la dottrina delle classificazioni generali elencate da Aristotele vale tanto per la logica che per la metafisica. Secondo i canoni che devono regolare la costruzione del discorso, Aristotele distingue:

  • gli Omonimi ossia quegli oggetti che hanno in comune il nome ma non i discorsi definitori;
  • i Sinonimi cioè quegli oggetti che hanno in comune il nome e i medesimi discorsi definitori;
  • i Paronimi vale a dire quegli oggetti che traggono la loro definizione da un certo nome, costituendo in tal modo delle differenti flessioni.

Per quanto riguarda la definizione di paronimi in senso aristotelico va precisato che lo stesso Aristotele ne puntualizzò il significato spiegando che ad esempio il termine grammatico trae la sua designazione dalla grammatica, così come il coraggioso da coraggio. Esiste quindi una connessione strettissima e necessaria tra il termine principale e quelli derivati che non mutano la radice del vocabolo originante.

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15 giugno 2014 7 15 /06 /giugno /2014 07:54
Aristotele: La sostanza e l'accidente

ARISTOTELE

Posto che per Aristotele vi sono diverse accezioni del termine ente (analogia), egli spiega che la molteplicità della natura e del divenire si manifesta in due altri modi: la sostanza e l'accidente,

La sostanza è una categoria dell'ente, ha una propria consistenza e sussistenza ed esiste in sè e per sè; ciò significa che mentre tutte le altre categorie dell'ente sono in relazione alla sostanza. Aristotele fa poi un'altra distinzione: la sostanza prima che si riferisce al concreto e la sostanza seconda con la quale denomina il concetto che noi abbiamo di una determinata sostanza prima. Aristotele specifica che per sostanze seconde si indicano «le specie cui sono immanenti le sostanze che si dicono prime ed oltre alle specie, i generi di queste». Un determinato uomo è immanente ad una specie, ossia alla nozione di uomo ma nello stesso tempo la specie è immaniente al genere di tale specie, la nozione di animale. La sostanza prima è quindi quel determinato uomo e la nozione di uomo e di nomale sono le sostanze seconde.

Se la sostanza esiste di per sè, l'accidente è una determinazione che noi attirbuiamo alla sostanza prima e che esiste in rapporto ad essa. Il concreto è quindi formato da sostanza ed accidente, per indicare questo complesso Aristotele usa il termine sinolo (dal greco σύνολον che indica il "tutto insieme"). In altre parole l'accidente sta alla sostanza come l'atto sta alla potenza.

I modi generali dell'essere -insegna Aristotele- sono diversi: la sostanza è un modo di essere che è tale in sè e per sè , l'accidente è un modo di essere che è in relazione all'altro.

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14 giugno 2014 6 14 /06 /giugno /2014 10:20

ARISTOTELE

 

Gli elementi fondamentali della scienza dell'ente in quanto ente sono due:

  • il divenire è il carattere peculiare della natura e l'oggetto del sapere;
  • l'ente può avere diverse accezioni e il movimento o divenire non è altro che un passaggio dall'ente all'ente, per Aristotele detto passaggio non può mai avvenire dal non-ente all'ente.

Nella natura pertanto tutto ciò che esiste è ente che può manifestarsi in due condizioni fondamentali:

  1. Nello stato di determinazione ossia l'atto;
  2. Nello stato di indeterminazione ossia la potenza.

Ad esempio il seme di un frutto non è pianta ma non per questo non è non-ente, è esso stesso ente che si trova in stato di inderminazione (potenza) prima di passare allo stato determinato (atto).

Il divenire aristotelico va quindi inteso come un passaggio dalla potenza all'atto, ogni potenza contiene l'atto impiicitamente o in altre parole l'atto è una esplicitazione della potenza.

Chi è privo di potenza -insegna Aristotele- è impossibile, ciò che non è generato non potrà essere generato e quindi non potrà mai divenire, tutto ciò che non ha la potenza di esistere è impossibile nel senso che non potrà mai divenire e passare dallo stato di potenza a quello dell'atto.

Aristotele quando spiega il significato di potenza rivolge la sua critica ai Megarici per i quali la potenza esiste solo quando c'è l'atto e per mettere in evidenza l'assurdità della loro teoria scrive:

« Ci sono alcuni (ad esempio i Megarici), i quali sostengono che c'è potenza solo quando c'è atto, e che, quando non c'è atto, non c'è neppure potenza: così, ad esempio, chi non sta costruendo non avrebbe, a parer loro neppure la potenza di costruire, ma sarebbe in possesso di tale potenza solo colui che sta costruendo, nel momento in cui egli sta costruendo: e ciò varrebbe anche per le altre cose. Ma non è difficile vedere in quali assurde conseguenze costoro vanno a cadere. A parer loro è evidente che non ci sarà neppure un costruttore, qualora questi non stia costruendo (in realtà, però, l'essenza di costruttore non è altro se non l'esser.capace-di-costruire) e così anche per le altre arti. Poichè pertanto, è impossibile possedere queste varie arti senza averle imparate in un dato momento e senza averle acquisite, e poiché è impossibile non possederle più senza averle perdute in un dato momento (magari per dimenticanza o per malattia o per il passare del tempo, ma non certamente perché sia andato distrutto l'oggetto dell'arte, giacchè questo è eterno), allora se si ammette che uno, quando interrompa l'esercizio della sua arte, non avrà più in suo potere quest'arte, noi, vedendo che egli si è poi messo nuovamente a costruire, ci chiediamo “come mai egli ha un'altra volta acquisito il possesso dell'arte?”».

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