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13 giugno 2014 5 13 /06 /giugno /2014 19:48

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ARISTOTELE

 

Aristotele dopo avere distinto i diversi modi in cui viene distinta la sostanza, sofferma la sua attenzione sull'essenza facendo alcune precisazioni che definisce di carattere dialettico e osservando «che l'essenza di ciascuna cosa è ciò che si afferma essere di per sé». L'essenza di singolo individuo che è musico non si identifica, ad esempio, con il  suo essere-musico in quanto non è che uno è musico solo per il semplice fatto di esistere. L'essenza di questo individuo -insegna Aristotele- è cio che egli è di per sé.

  1. Hanno essenza solo le cose che sono enunciate per mezzo di una definizione ossia quando l'enuciazione o il nome stanno a significare la cosa stessa ma solo quando l'enuciazione ha per oggetto qualcosa di primario, ossia quando la cosa viene enuciata senza che vi sia bisogno di ulteriori specificazioni.
  2. Il termine definzione viene utilizzato in una molteplicità di accezioni come il termine essenza.
  3. Essenza compende tanto la definzione che ciascuna delle categorie che qualificano la cosa, se ad esempio ci si domanda che cosa è la qualità, anche la qualità viene considerata come essenza ma non in senso assoluto ma in senso dialettico allo stesso modo in cui i filosofi parlando del non-essere dicono che il non-essere è.
  4. L'essenza della qualità e della quantità sono quindi delle categorie che in via secondaria qualificano la cosa ma l'essenza della cosa nella sua accezione principale è solo ciò che appartiene in senso assoluto alla sostanza.

 

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Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/45409431@N00/4084432934

 
 
 
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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele
13 giugno 2014 5 13 /06 /giugno /2014 05:58

 

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ARISTOTELE

 

Aristotele afferma che il termine «essere» indica non solo l'essenza o l'oggetto determinato ma anche la qualità, la quantità o ciascuna delle altre categorie. Aristotele pur distinguendo una pluralità di accezioni del termine sostanza chiarisce che l'accezione fondamentale è quella di «essenza dell'oggetto» in altre parole sostanza indica l'essere di una cosa senza alcun riferimento qualitativo. Tutti gli attributi esistono in riferimento alla sostanza di un oggetto particolare, mentre la sostanza esiste di per sè a prescindere dalla loro identificazione. L'essenza  spiega Aristotele esiste separata dalle altre determinazioni che possiamo conoscere solo quando conosciamo l'essenza della qualità e della quantità.

Il termine sostanza si usa in quattro accezioni che riguardano:

  1. l' essenza
  2. l'universale
  3. il genere
  4. il sostrato

 

Spiega Aristotele che «Sostrato è ciò di cui sono predicati le altre cose, mentre esso stesso non è mai predicato», il primo sostrato viene identificato con la materia, il secondo con la forma e il terzo col composto di entrambe, ad esempio in una statua di bronzo che rappresenta una determinata figura, la materia è il bronzo, la forma è la figura rappresentata e il composto di entrambe è la statua. Aristotele è consapevole del fatto che limitare la sostanza alla sola materia non solo non spiega niente ma rappresenta anche una contraddizione in quanto sopprimendo tutte le determinazioni di un oggetto non rimane altro che la materia ma sostenere che la materia è sostanza non è ammissibile in quanto proprietà fondamentali della sostanza sembra -osserva con cautela Aristotele- che siano l'individualità e la separabilità.  Il sostrato ultimo non è pertanto una cosa individuale nè le sue determinazioni che gli appartengono accidentalmente ma la sostanza come essenza.

 

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Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/45409431@N00/4084432934

 

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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele
13 giugno 2014 5 13 /06 /giugno /2014 04:44

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ARISTOTELE

 

Aristotele partendo da una radicale critica delle Idee di Platone (vedi Aristotele: la critica a Parmenide e a Platone ) ritiene che se si vuole dare una spiegazione della natura nella sua reatà bisogna cercare i principi del suo essere e del suo divenire. al suo interno e non fuori di essa. Per Aristotele la centralità sta nel concreto, il «questo ente qui». Lo studio della natura o del concreto si può realizzare attraverso tre gradi del filosofare:

  1. Il primo  riguarda il concreto naturale ossia la realtà delle cose in movimento appartenenti all'esperienza sensibile, è questo l'ambito della physica o philosophia naturalis.
  2. Il secondo concerne l'aspetto quantitativo del concreto naturale, l'ambito disciplinare che si interessa della quantità e dell'estensione della realtà è quello della matematica.
  3. Lo studio del concreto naturale può essere preso in considerazione solo come ente in quanto tale, l'oggetto della filosofia prima o teologia è il principio o essenza delle cose. Se la fisica studia la materia dell'esperienza sensibile la metafisica si occupa dello studio della forma che dà valore alle cose del mondo sensibile.

 

La filosofia prima è quindi uno dei tre gradi della filosofia teoretica ma è anche il più importante in quanto si interessa dell'essenza delle cose. Il termine greco per indicare l'essenza delle cose è οὐσία, termine cbe è stato tradotto in latino con la parola substantia. Aristotele pur partendo da una critica radicale di Platone introduce nuovamente un concetto, quello di essenza che per il suo carattere universale ricorda proprio l'Idea platonica. Allora qual'è la differenza tra la sostanza aristotelica e l'Idea di Platone? Per Platone l'Idea è separata dalla realtà delle cose mentre per Aristotele l'essenza è inerente alla realtà mobile e si attua in esse. La metafisica è quindi la scienza dell'ente in quanto tale, ciò non significa che lo studio della natura passi in secondo piano, anzi l'oggetto e il punto di partenza del sapere è sempre la natura concreta ma il vertice della conoscenza riguarda ciò che va oltre la fisica studiando la natura oltre il suo essere natura per individuare la forma che anima le cose.

 

Articoli correlati:

Aristotele: il significato di sostanza come sostrato

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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele
12 giugno 2014 4 12 /06 /giugno /2014 07:01

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ARISTOTELE

 

Nella filosofia di Aristotele riveste una fondamentale importanza la concezione generale della realtà o metafisica il cui significato è quello di filosofia prima ossia  di filosofia fondamentale in quanto fornisce i principi basilari di una dottrina filosofica. Aristotele utilizza al posto del termine metafisica quello di teologia per indicare la realtà che sta oltre la natura delle cose sensibili e che riguarda la sfera del mondo divino. Il significato ambivalente del termine metafisica  è pertanto da intendersi in senso onnicomprensivo in quanto include tanto la fisica che la teologia.

La natura, il divenire e l'essere

Aristotele riprende e sviluppa le teorie precedenti sulla natura espresse dai filosofi naturalisti precedenti e a lui contemporanei, il problema fondamentale della dottrina filosfica di Aristotele è quello di fornire una spiegazione della natura, nella quale coglie il principio del divenire (o del movimento) delle cose. La fisica del movimento è quindi essenzialmente una spiegazione delle leggi che regolano il divenire e il compito del fisico non è quello di porre il problema se esista il movimento oppure no. Aristotele critica la posizione di Parmenide che avevo interpretato in modo univoco tanto l'essere che il non-essere, a questa conclusione giunse anche Platone che fece una distinzione tra non-essere assoluto o nulla assoluto e il non-essere relativo o diverso. Aristotele pur condividendo la distinzione di Platone introduce una ulteriore specifica sostenendo che l'essere si dice in molti modi e che pertanto il diverso non è altro che uno dei tanti modi dell'essere (molteplicità dei significati), ciascuna cosa quindi è a suo modo; l'essere per Aristotele non è quindi una realtà assoluta ma un concetto universale che non deve essere separato dalle cose che  hanno in sè il principio che le fa essere in quel determinato modo. Aristotele rigetta la teoria di Platone del mondo delle Idee separato dalle cose sensibili, questa teoria non fornisce una spiegazione del divenire della natura, l'errore di Platone è quello di avere creato una duplice realtà delle cose stesse, un'operazione che secondo Aristotele è superflua in quanto stacca l'essenza o forma dalla cosa, essenza che non esisterebbe se non vi fosse la cosa stessa.Se non vi fosse il cavallo -insegna Aristotele- non vi sarebbe l'idea di cavallinità.

Oltre all'aspetto descritto, Aristotele ritorna su un altro punto contradditorio di cui lo stesso Platone era ben consapevole e che riguarda l'argomento della terza idea, in base al quale se si fa corrispondere ai singoli uomini l'idea di umanità bisognerebbe ammettere anche una terza idea ( da qui denominata idea del terzo uomo) che comprenda entrambe; siffatto modo di procedere finirebbe col generare un processo senza fine che riporterebbe la problematica al punto di partenza rendendola insolubile. Aristotele quindi arriva alla conclusione che bisogna liberarsi tanto dell'essere uno e immobile di Parmenide quanto delle Idee di Platone partendo dalla vera realtà ossia dal concreto della natura.

 

Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/9361468@N05/5189907935

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8 giugno 2014 7 08 /06 /giugno /2014 17:12

PLATONE

 

Nella dottrina dello Stato elaborata da Platone è sempre presente il fine trascendentale che accompagna l'attività dei reggitori, questo fine può essere raggiunto a condizione che si mantenga l'unità dello Stato. Secondo Platone i due fattori che mettono in pericolo l'unità dello Stato sono la ricchezza e la povertà. Nella Repubblica Platone sostiene la sua teoria facendo degli esempi in modo da non limitare l'estensione e la portata delle sue affermazioni; a proposito della ricchezza Platone rivolgendosi ad Adimanto suo interlocutore pone questa domanda: «Se un vasaio diviene ricco, ti pare che vorrebbe occuparsi ancora del suo mestiere?» La risposta è che un vasaio troppo ricco di giorno in giorno il vasaio diverrebbe sempre più trascurato ed inoperoso. Parimenti alla ricchezza la povertà è un limite che impedisce di agire e di avere i mezzi necessari per produrre un bene di valore, l'artigiano che non ha i soldi per acquistare i mezzi necessari al suo lavoro, finirà col produrre beni di pessima qualità e addestrerà operai scadenti.

Platone insegna che quando povertà e ricchezza coesistono nello stesso Stato è come se vi fossero due Stati in uno, uno nemico dell'altro: lo Stato dei poveri e lo Stato dei ricchi a loro volta suddvisi in tanti altri Stati. Un altro pericolo per l'unità dello Stato potrebbe provenire dall'incapacità dei custodi, Platone condanna senza mezzi termini la trasmissione ereditaria delle cariche: il figlio degenere di un custode non può nè deve fare il custode ma deve essere relegato ad una classe inferiore, così come un cittadino che dimostra di avere delle qualità deve essere promosso alla carica di custode no tenendo minimamente conto della sua classe di provenienza.

Per quanto riguarda l'educazione e la formazione Platone sostiene che ogni cittadino debba essere indirizzato verso ciò per cui è nato ossia verso quella che è la sua vocazione naturale in modo che «esso stesso sia uno e non si frantumi in molti; soltanto così uno sarà lo Stato senza spezzarsi in molteplicità».

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Published by Caiomario - in Filosofi: Platone
7 giugno 2014 6 07 /06 /giugno /2014 06:44

PLATONE

 

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Nella filosofia di Platone la dottrina dello Stato riveste un ruolo centrale, la politica intesa come scienza è essenzialmente conoscenza e allo Stato viene attribuita la funzione di orientamento verso il Bene-Bellezza; questa funzione viene svolta dai filosofi che devono educare il cittadino a privilegiare il bene pubblico rispetto al proprio interesse privato. Bene pubblico e giustizia coincidono e costituiscono una risposta alla tesi sofistica in base alla quale parlare di giustizia è cosa illusoria dato che ciò che viene definito giusto è in realtà cio che è utile e ciò che è utile è solo il risultato di un rapporto di forze.

Platone ritiene invece che lo Stato debba garantire l'unitarietà della comunità e deve svolgere una funzione di moralità realizzando la giustizia, lo Stato è uno strumento del mondo intelligibile e può essere governato solo sapendo ciò che è benee non vi può essere bene senza armonia e senza equilibrio. Lo Stato per Platone è un organismo che vive grazie alla cooperazione dei diversi gruppi di cittadini che lo compongono; questi tre gruppi corrispondono alle tre anime dell'uomo e alle virtù ad esse connesse:

  1. La classe dei produttori di beni (artigiani, commercianti, agricoltori) che corrisponde all'anima concupiscibile dell'uomo, la virtù connessa è la temperanza.
  2. La classe dei guerrieri il cui compito è quello di difendere l'ordine interno ed esterno e che corrisponde all'anima irascibile, la virtù ad essa collegata è il coraggio.
  3. La classe dei reggitori o sapienti corrispondente all'anima intellettiva dell'uomo, la cui virtù connessa è la saggezza o sapienza.

 

LO STATO FELICE

La divisione in parti dello Stato non è per Platone fonte di ingiustizia, ma al contrario è il motivo ispiratore di collaborazione tra le classi. Nella Repubblica Platone spiega che nella fondazione dello Stato giusto o felice non si può favorire la felicità di una parte ma quella di tutti. È importante chiarire questo aspetto che riguarda la felicità dei cittadini così come è intesa da Platone che non propone uno Stato costituito da cittadini che passano il loro tempo gozzovigliando e non facendo niente ma al contrario indica la strada dell'impegno e della competenza; ecco cosa dice Platone a tal proposito:

«...non ci costringere a dar ora ai difensori una felicità che tutto li farebbe tranne che difensori. Perché anche noi sapremmo, rivestiti di strascichi i contadini e ricopertili  d'oro, dar loro il permesso di lavorar la terra soltanto come un divertimento, e fatti sdraiare in fila i vasai, dinanzi al fuoco, farli beree mangiare, la loro ruota accanto liberi di lavorare a proprio piacimento, e così rendere beati anche tutti gli altri, allo stesso modo, sì che fosse felice la città intiera. Ma non ci dare tali consigli, perché se ti ascoltassimo, il contadino non sarebbe più un contadino, non più vasaio il vasaio, e non ci sarebbe più nessuno che si manterrebbe in quei tipiin cui lo Stato si costituisce. Per gli altri la conseguenza di un simile disordine sarebbe sempre meno grave; se infatti dei ciabattini divengono cattivi ciabattini, si viziano e, pur non essendo più, si spacciano per tali , niente di grave per lo Stato, ma se i custodi delle leggi e dello Stato non sono davvero, ma appaiono tali, vedi bene che trascinerebbero lo Stato tutto ad una totale rovina, mentre essi soliavrebbero la possibilità di organizzarlo bene e renderlo felice»¹.

Felice è quello Stato dove ognuno fa il suo dovere con competenza in vista del bene pubblico e il compito dei reggitori è quello di dare ad ogni classe la possibilità di partecipare a «quella parte di felicità che la natura concede ad ognuna».Qualunque sia la classe di appartenenza  ciò che è importante nell'impianto politico di Platone è che lo Stato debba mettere ogni cittadino nelle condizioni di svolgere il suo lavoro tenendo conto della sua vocazione naturale, dei suoi mezzi e delle sue capacità intellettuali.

Articoli correlati:

Platone: La morte di Socrate e lo Stato fondato secondo giustizia

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NOTE

(1) Da Platone, Opere politiche, a cura di F.Adorno, vol. I, Utet, Torino 1970.

 

Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/41099823@N00/2526824813

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Published by Caiomario - in Filosofi: Platone
5 giugno 2014 4 05 /06 /giugno /2014 15:12

PLATONE

 

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Secondo il pensiero platonico l'uomo appartiene a due realtà: quella del mondo intelligibile o delle idee e quello del mondo sensibile,  il primo è il mondo eterno e perfetto, il secondo è quello delle cose mutevoli e imperfette quindi il fine ultimo dell'uomo è quello di ricongiungersi al mondo intelligibile. L'uomo essendo attratto da entrambi i mondi tuttavia è chiamato alla trascendenza, in quanto il corpo è una prigione dell'anima, è il corpo la sede delle pulsioni e delle scelte irrazionali, è il corpo che impedisce all'uomo di elevarsi se non si fa guidare dall'equilibrio che è una caratteristica dell'anima intellettiva.

Nonostante questa condanna del corpo e della realtà materiale, Platone ritiene che il mondo sensibile debba essere valorizzato e governato. Queste indicazioni trovano una loro completa teorizzazione nel celebre mito dell'auriga illustrato in una delle opere più suggestive di Platone: il Fedro. In questa opera il filosofo greco spiega che l'anima intellettiva è simile all'auriga che guida un carro trainato da due cavalli: l'anima irascibile e l'anima concupiscibile, l'auriga sa quando deve frenare, pungere o trattenere i deu cavalli e in tal modo fa sì che il carro non venga rovesciato dal loro impeto selvaggio. Si potrebbe obiettare che la vita morale secondo Platone deve essere indirizzata verso l'ascetismo come supremo ideale di vita, tuttavia le passioni non sono negative in sè in quanto rappresentano un'opportunità, l'importante è non farsi travolgere da esse. La virtù è quindi essenzialmente capacità di equilibrio, la virtù coincide con la razionalità nel senso che rappresenta il vero argine nei confronti delle forze irrazionali, ma la virtù è anche giustizia nel senso di equilibrio tra le parti.

Il concetto  di Stato organico espresso da Platone è la forma esterna della prima virtù a cui deve essere improntata la vita dell'uomo: la giustizia. Vive secondo giustizia l'uomo che sta al suo posto e che rispetta la gerarchia, vive secondo giustizia l'uomo che instaura rapporti  equilibrati  con gli altri uomini . Le altre virtù dell'anima dell'uomo sono:

  • la saggezza, la sapienza e la prudenza  sono virtù proprie dall'anima intellettiva, l'uomo che saggio, sapiente e prudente è l'uomo che sa dirigere le passioni.
  • la fortezza e la virilità virtù  necessarie per affrontare le difficoltà della vita e che corrispondono dall'anima irascibile.
  • la temperanza necessaria a non farsi travolgere dai piaceri della vita prodotti dall'anima concupiscibile.

 

L'uomo gettato nel mondo e  la cui anima proviene dal mondo intelligibile si trova così ad affrontare un viaggio dove il cavallo  nero dell'anima concupiscibile deve essere continuamente domato, il cavallo nero è quello che tende a trascinare l'uomo verso le passioni ma che nello stesso tempo alimenta la vita e ne permette il suo perpetuarsi. L'uomo morale è quindi colui che riesce a tenere in perfetta armonia le tre parti dell'anima in modo che egli possa raggiungere la realizzazione del valore supremo del Bene-Bellezza.

 

Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/41099823@N00/2526824813

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Published by Caiomario - in Filosofi: Platone
2 giugno 2014 1 02 /06 /giugno /2014 08:32

 

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PLATONE

È curioso vedere come nel linguaggio comune si consolidino credenze difficili da estirpare, oggi si usa un termine moderno che è quello di "leggende metropolitane" , eppure da sempre l'uomo parla senza sapere che è cosa ben diversa dal sapere di non sapere, se io so di non sapere non parlo senza sapere, verifico quanto sto sostenendo o per lo meno mi accerto che quello che sto sostenendo non sia una "velina" (notizie riportate da altri) eppure tutti hanno usato l'espressione "amore platonico", è difficile conoscere le conquiste amorose del filosofo ateniese ma è probabile (e questa è una supposizione più che plausibile) che Platone come tutti i greci godesse dell'amore fisico, secondo taluni Platone era gay, non lo sappiamo, alcune frasi e teorizzazioni filosofiche sono state prese, tolte da un contesto e utilizzate per sostenere questa teoria ma una cosa è certa Platone teneva in grande considerazione l'Eros ( non Eros).

Chi è Eros? Eros è un dio greco che viene immaginato come un fanciullo alato, una specie di angioletto precoce che è munito di un arco ed è responsabile di ogni vicenda amorosa.
Ma qualcuno obietterà che la dea dell'amore era Afrodite (Venere per i Romani), ma Eros era figlio di Afrodite (tale madre, tale figlio) e in talune rappresentazioni lo troviamo come compagno (amore incestuoso?)  ed Eros era per i Greci e quindi, come vedremo anche per Platone, una potenza divina che permetteva la coesione della natura, spingendo gli elementi a fondersi tra loro e dare vita alle varie forme della realtà.
Eros era quindi il dio primigenio, non procreato da alcuno e dal quale aveva origine il mondo e forse nella mitologia veterotestamentaria non troviamo lo stesso concetto raccontato in dodicesimo o, per altri, elevato a potenza? Adamo ed Eva (ah quella mela quanti problemi ha dato!) non hanno generato due figli di cui uno degenere grazie all'amore, a Eros?

PER COMPRENDERE IL SIMPOSIO

Per comprendere questa straordinaria opera di Platone non possiamo che non fare riferimento ad un celebre dialogo, contemporaneo alla "Repubblica", il "Convito" dove Platone espone nell'ambito della sua teoria dell'etica, l'idea del bello.
Qui troviamo una definizione dell'amore che è il tema del dialogo, l'Amore è inteso come tendenza al possesso infinito del bene e del bello ( i greci parlavano di καλὸς καὶ ἀγαθός, bello e buono), un 'idea che secondo la mentalità greca riteneva i due concetti equivalenti.

L'AMORE SESSUALE

Fatte queste premesse, per Platone l'amore sessuale è amore per un bel corpo  e meglio ancora. l'amore sessuale non èaltro che il desiderio di dare origine ala vita (noi oggi diremmo procreare) nel bello attraverso l'unione del corpo al fine di rendersi immortali.
E questo è innegabilmente l'impulso che spinge gli individui di sesso maschile e femminile ad unirsi: il desiderio di vivere oltre l'individualità, nella specie.

Amare un bel corpo è quindi amare il bello che è comune a tutti i corpi. Secondo Platone era di bocca buona,  a tutti i corpi è comune il bello, belle e brutte portano al bello, ma anche belli e brutti conducono alla medesima meta) e arrivando al bello, questo può portare successivamente ad amare una bella anima, perché la bellezza dell'anima è più importante della bellezza del corpo che in quanto tale è effimera. L'amore ( l'Eros) per una bella anima è quindi tendere al bello e desiderio di procreare il bello, cioè unendosi ,quando si uniscono due corpi belli, si uniscono anche due anime belle e da questa unione nascono belle opere.
L'amore cos'è allora? L'amore fisico non è dunque altro che amore del bello, è pedagogia dell'anima ed è questo amore che produce le scienze e in particolare la scienza delle scienze. la scienza del bello del sè.

Nel "Simposio" troviamo Socrate e la sacerdotessa Diotima, chi è Diotima? La sacerdotessa dell'Eros, una sorta di maitresse greca; il Simposio  è un racconto che ci fa comprendere meglio chi sia Eros, Eros abbiamo detto che era figlio di Afrodite ma chi era il padre di Eros? A  questo punto sorge un problema di legittimità che la mitologia greca non ci aiuta a risolvere, per Platone Eros non era figlio di Afrodite ma del Bisogno e della Povertà ( Penia e Poros), il Bisogno ha sedotto  Povertà e dalla loro unione carnale è nato Eros che piano piano dall'amore fisico si sposta verso la filosofia intesa nel senso etimologico della parola quale amore della conoscenza.

Ma allora se Platone non ha mai parlato di questo amore contemplativo chi lo ha inventato? Sono stati gli umanisti, gli stessi che si sono inventati l'idea del Medioevo come età dei secoli bui.
Platone intendeva l'Amore come lo intendevamo tutti i Greci quale forza universale e armonizzatrice e con Amore intendevano:

  •  L'Amore sessuale
  •  La pace politica
  •  L'amicizia


Riepilogando... la teoria di Platone è la seguente:

  • l'Amore è desiderio quindi mancanza, bisogno e nel medesimo tempo desiderio di mantenere ciò che non si ha;
  • l'Amore si muove verso la Bellezza;
  • l'Amore spinge l'individuo olttre la morte, il desiderio di perpetuarsi oltre se stesso non è altro che il desiderio di sconfiggere l'estinzione di se stesso.



.Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/41099823@N00/2526824813

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Published by Caiomario - in Filosofi: Platone
1 giugno 2014 7 01 /06 /giugno /2014 21:39

PROTAGORA

 

 

 

LA VIRTU' DI CUI PARLA PROTAGORA NON E' SCIENZA

 Questo dialogo che gli storici della filosofia collocano nel primo gruppo di dialoghi socratici insieme all'Apologia, al Critone e al Lachete , ha come interlocutore principale Socrate, Platone ancora una volta si fa interprete della filosofia socratica e della personalità del suo maestro.
Senza dubbio non bisogna commettere l'errore di pensare che la filosofia socratica sai sovrapponibile a quella platonica, tuttavia è un tema costante dell'intera produzione filosofica di Platone quello di approfondire la figura di Socrate che ha rappresentato il filosofo per eccellenza in perenne ricerca del significato delle cose.

IL SOCRATE DEL PROTAGORA, E' IL SOCRATE CHE METTE IN PRATICA L'ARTE DELLA DISCUSSIONE

Per quanto si continui a dire che Socrate fu il maestro di Platone, Platone continua a fare ripetere allo stesso Socrate che egli non fu maestro  e che non insegnò niente a nessuno e in effetti il vero insegnamento di Socrate non sta in un una dottrina ma nell'aver insegnato di non sapere ( so di non sapere) e la sua attività fu principalmente quella di essere un indagatore della realtà in tutti i suoi molteplici aspetti.
È curioso sapere che Socrate non era un filosofo di professione per quanto insegnasse "l'arte della discussione", promuovere quest'arte era però anche all'epoca un'attività mal vista dal potere politico che inventò e pratico la demagogia come arte del governare.
È noto l'episodio susseguente alla battaglia navale di Arginuse in cui i generali vittoriosi furono accusati di non aver salvato i soldati che si trovavano in mare e di non averli sepolti. Il popolo voleva la loro testa e li voleva condannare tutti sotto un unico capo d'imputazione, Socrate si oppose, alla demagogia opponeva la sua arte della discussione.
Socrate era un soldato che ritornato alla vita civile parlava con i suoi amici e discuteva, faceva delle interrogazioni, insomma era un gran "rompiscatole" che dava fastidio e l'unica accusa che gli si poteva fare era quella di aver voluto introdurre divinità nuove e di corrompere i giovani.
Fra questi giovani "corrotti" da Socrate c'era Platone che scrisse la famosa Apologia nella quale difendeva la figura di Socrate e le sue ragioni, ecco perchè il Protagora può essere ascritto in continuità con quanto affermato nei dialoghi che trattano l'illustrazione e l'insegnamento di Socrate.

LA PRESUNZIONE DI PROTAGORA

Per Socrate ( e per Platone) i sofisti rappresentavano gli assertori della pura opinione, Protagora si definiva maestro di virtù ma in realtà la virtù così come lui la intendeva non era altro che un insieme di abilità che il singolo ha acquisito attraverso la propria esperienza personale e che non possono essere insegnate.
Nasce quindi il problema dell'insegnabilità delle virtù e della coincidenza della virtù con la scienza, la scienza si può insegnare e le virtù diventano insegnabili solo se sono scienza.
Nel Protagora quindi viene negato ogni valore educativo all'insegnamento dei Sofisti ridotto a pura opinione e si pone l'insegnamento socratico  con la ricerca di un fondamento oggettivo della scienza.

FARE PARTORIRE LE IDEE

Non è sufficente quindi fare semplicemente gli esaminatori che si pongono degli interrogativi, per Platone bisogna passare al passo successivo dando forza all'arte della discussione, sviluppando e portando alle estreme conseguenze il momento confutatorio, sviluppare, in altre parole, quell'arte della MAIEUTICA che consiste nella capacità di fare partorire le idee portando alla luce un ordine intelligibile che è alla base del tutto.
E' chiaro che a questo punto Platone va oltre l'insegnamento socratico, quindi non si tratta solo di domandarsi  "Che cosa siano le virtù" nell'ambito dei valori morali e politici : in che cosa consiste il bene o il giusto ma prendere come termine d'inizio la seguente domanda. "Che cosa è".
Che cosa è che permette di conoscere le cose, di definirle, di dare una definizione scientifica che sia insegnabile a tutti?
Come sfuggire al regno dell'opinione in cui si trovava Protagora? Platone proporrà che per dare una definizione di una cosa, cioè che cosa permette di dire che cosa è quel determinato oggetto, bisogna esaminare l'essere stesso della cosa, andare a definire quegli aspetti che  se non ci fossero non permetterebbero alla cosa di essere e questi aspetti riguardano la forma, l'aspetto della cosa, in poche parole l'idea di quella cosa.

In greco "aspetto" si dice "éidos" ( riportiamo la traslitterazione e non il temine  in originale) che noi traduciamo idea ma idea così come la intendiamo noi e cioè qualcosa di impalpabile ed impercettibile non ha lo stesso significato per Platone, per Paltone l'idea non è una semplice rappresentazione della mente ma un ente anteriore alle cose stesse.
È quanto abbiamo evidenziato a proposito del "Cratilo" e sul linguaggio, le cose precedono i nomi e non sono i nomi a creare le cose, il cane esiste prima del termine stesso in quanto animale che ha un aspetto e una forma.
Protagora fu un personaggio storico  e uno dei più importanti esponenti della sofistica, non, quindi, un prodotto della fantasia filosofica di Platone ed è interessante sapere che la base del suo pensiero era la negazione dell'inconoscibilità delle relazioni dei fatti, Protagora era in definitiva un relativista che negava persino che i suoi piedi si muovessero contemporaneamente  mentre camminava e per quanto la nostra epoca sia un' epoca in cui il relativismo sembra dominare ogni aspetto della vita, bisogna rilevare che un  sano atteggiamento relativista è quello che fa progredire la scienza almeno fino a quando un dato, un fatto, una legge non siano dimostrati scientificamente, ma una volta che quei dati diventano patrimonio dell'ordine intelligibile, il relativismo rischia di diventare ostinazione se perseguito come  criterio per misurare di tutte le cose.


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1 giugno 2014 7 01 /06 /giugno /2014 21:16

CRATILO

 

 

 

 

IL PROBLEMA DELLA DATAZIONE DEGLI SCRITTI

È interessante sapere che molti degli scritti dell'antichità che ci sono pervenuti provengono da una tradizione che è a noi pervenuta grazie a quell'attività di trascrizione che dobbiamo all'attività dei monaci in gran parte benedettini, Platone probabilmente non ha mai scritto niente di suo pugno e le famose "Leggi" è verosimile che furono scritte stto dettatura da un suo discepolo in una tavoletta di cera; tuttavia il problema della datazione è solo successivo a quelllo dell'autenticità di uno scritto, per quanto riguarda Platone in particolare la tradizione ci ha consentito di conoscere un'Apologia di Socrate, 34 dialoghi e 13 lettere grazie ad un grammatico di nome Trasillo che ne dispose una prima catalogazione.
Questo ha costituito quel problema platonico che ha appassionato filologi e critici e che è la base per conoscere un testo nell'edizione che noi conosciamo, naturalmente potrebbe apparire supefluo notare che buona parte della storia dell'umanità si trova sotto un cono d'ombra che spesso diventa oscurità totale per quanto riguarda opere, scritti e vite di autori che rimangono in grande parte sul fragile terreno delle supposizioni.
Dobbiamo in gran parte a uno studioso di nome Filodemo una compilazione degli scritti di Platone, Il famoso "Indice dei filosofi accademici" venne scoperto nei papiri di Ercolano, ma anche ad Apuleio che scrisse "Su Platone e la sua dottrina" e a Diogene Laerzio che dedicò un intero libro a Platone.
L'elenco è lungo, notizie su Platone ci sono state fornite anche da Plutarco e da Cicerone  (solo per citare i più noti) ma bisognerà aspettare il periodo rinascimentale per vedere un'opera che può essere considerata fondamentale per conoscere Platone ed è quella in 3 volumi scritta dall'erudito Enrico Stefano, nessuno studio critico può prescindere da questa edizione fondamentale pubblicata nel 1578.
Oltre al problema dell'autenticità degli scritti , c'è anche quello della cronologia, cioè quando datare gli scritti di Platone, sono stati adottati diversi criteri che tengono in conto di questi tre aspetti:

  •  Il confronto tra un'opera ed un altra
  • Lo stile
  • La forma dello scritto


LA POLEMICA CONTRO I SOFISTI

Essendo stata divisa la produzione filosofica di Platone in quattro periodi, il Cratilo fa parte di quel periodo che è stato definito di trapasso  quello caratterizzato dalla. polemica contro i Sofisti.
Platone era critico nei confronti dei Sofisti e aveva negato al loro insegnamento ogni valore educativo e didattico, questa fu l'eredità del suo maestro Socrate che fu vittima dei Sofisti  e che dedicò il suo filosofare ad insegnare i veri fondamenti della vita morale.
Il "Cratilo" può quindi essere accomunato per i temi trattati ad altri tre famosi dialoghi: il "Protagora", il "Gorgia" e l' "Eutidemo".

IL CRATILO, IL DIALOGO CONTRO IL VERBALISMO

Verbalismo nell'accezione platonica non significa prolissità, anche in questo caso come più volte rilevato in altri articoli il linguaggio del senso comune non va di pari passo a quello filosofico.
Platone si pose il problema se il linguaggio fosse in grado di spiegare la natura delle cose e se questo intento sostenuto da Cratilo e dagli altri sofisti rispondesse ai criteri che lui riteneva essere in linea con l'insegnamento socratico.
Il linguaggio per Platone non è frutto  solo di una convenzione ma ha anche una natura riflettente nel senso che in qualche modo riflette il carattere di una cosa, ma non e la cosa, non è l'essenza della cosa stessa.
L'esempio più frequente che viene riportato è quello del termine "mamma" che a parte poche varianti è simile in moltissime lingue rivelando un'universalità non contaminata dalla Babele di nomi in cui si trova immersa la specie umana. Tuttavia se è possibile trovare dei nomi che si avvicinano nelle lettere e nella traslitterazione alle cose, vi sono dei nomi che sono del tutto artificiali come quelli che riguardano i numeri.
Per Platone è quindi da respingere totalmente la tesi di Cratilo che sovrappone alla scienza dei nomi quella delle cose perchè dice Platone:
«I primi uomini che diedero i nomi alle cose dovevano conoscere prima le cose, le cose quindi sono anteriori ai nomi e prima viene la conoscenza delle cose poi quella dei nomi. Il nome è quindi solo un'immagine e per conoscere una cosa dobbiamo andare alla cosa stessa».

La tesi esposta nel Cratilo sta alla base di tutti gli studi di linguistica. Nel Cratilo quindi Platone arriva a fissare tre possibilità per quanto riguarda il linguaggio che così si possono riassumere:

  1. I nomi sono una pura convenzione, sono frutto della pura immaginazione degli uomini, noi per esempio chiamiamo il  cane con il termine "cane" ma gli inglesi usano la parola "dog", sia cane che dog sono dei termini che qualcuno per primo usò e poi dopo questa "prima volta", il  termine fu usato da tutti gli altri, conosciamo il risultato, ma non l'autore.
  2. La tesi di Cratilo e dei sofisti secondo la quale il linguaggio è prodotto dalle cose.
  3.  Il linguaggio è frutto di una convenzione e serve come strumento per avvicinarsi a conoscere le cose ma non a coglierne l'essenza.


LA TESI DI FONDO DEL CRATILO

Queste notazioni sono utili per comprendere la tesi di fondo del Cratilo esposta da Platone: il linguaggio può essere usato per sostenere o una cosa giusta o una cosa vera e di per sè il linguaggio non rivela la verità delle cose, a differenza di quanto sosteneva Cratilo secondo cui il linguaggio coincide con le cose ed è sempre veritiero.
Platone alla fine ridicolizza Cratilo e lo fa attraverso la logica combattendolo con le parole le tesi di tutti i sofisti...chissà cosa avrebbe detto dei nostri politici che del sofismo  (e questa volta nel senso del linguaggio comune) ne sono i più fedeli interpreti.






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Published by Caiomario - in Filosofi: Platone

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