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11 luglio 2018 3 11 /07 /luglio /2018 04:50
Gaetano Salvemini: l'uomo, il politico, lo storico - Mirko Grasso

IL FEDERALISMO DEL SUD

Si parla molto del federalismo, un termine che può avere molti significati e che è stato invocato soprattutto dalla Lega degli  anni '80 e '90 che ne ha fatto il manifesto ideologico e spesso elettorale anche per le trattative di governo.
Secondo i sostenitori del federalismo lo stato centralista di origine giacobina sacrificherebbe gli interessi (economici) del Nord soprattutto attraverso il sistema di distribuzione delle entrate fiscali e la distribuzione della spesa pubblica.
Se questo che sembra un tema tipico dei profeti del federalismo recente, c'è stata una stagione (importantissima dal punto di vista della storia delle idee e della politica) in cui numerosi meridionalisti sostenevano il federalismo e l'autonomismo tra questi spicca Gaetano Salvemini.
Gaetano Salvemini fu un forte oppositore del centralismo dello stato sabaudo ed è curioso ed interessante che molte delle sue tesi sono state quelle sostenute in tempi recentissimi dalla Lega.
Salvemini senza dubbio era animato da una certa dose di utopia sulle possibilità di attuazione del federalismo e nutriva un eccessivo ottimismo sul grado di maturità delle popolazioni del Sud .

In questo bel libro di Mirko Grasso si ricostruisce la storia personale di Gaetano Salvemini, il suo pensiero, la sua attività di politico spesso polemico e quella di storico attento agli eventi a lui coevi con una particolare attenzione a fatti e circostanze che ne avrebbero influenzato lo svolgimento.
Particolarmente interessante è l'intrecciarsi della storia personale di Salvemini e delle sue proposte politiche come quelle che riguardavano, oltre alla critica dello stato centralista, una possibile alleanza tra i contadini del Sud e gli operai del Nord; altrettanto interessanti sono le posizioni di Salvemini per quel che riguarda il riformismo a cui polemicamente spesso si rivolse, dando origine a una sorta di riformismo dissidente critico che tuttavia non si abbandonò mai a degenerazioni extra-parlamentari.
Al contrario Salvemini fu sempre un intrasingente sostenitore del parlamentarismo quale mezzo per risolvere qualsiasi controversia e per combattere qualsiasi forza antidemocratica.
Altrettanto interessante è la sezione che riguarda il Salvemini storico, per Salvemini la Storia era prima di tutto una scienza che aveva il compito non solo di raccontare le vicende di sovrani, capi di stato, condottieri ma anche e soprattutto di spiegare e comprendere le vicende che avrebbero determinato il loro agire.
La stessa problematica meridionalista affrontata con vigore e vis polemica nasceva da questo modo di concepire la storia che era prima di tutto una concezione che aveva il suo substrato nella sua concezione politica refrattaria ad ogni forma di ideologismo che fosse di sinistra o di destra.
Il suo riformismo era lontano dalle posizioni di un Turati a cui rimproverava di accontentarsi ma era anche refrattario a tutte le forme di clericalismo che oggi verrebbe definito catto-comunismo.
L'approdo a detreminate proposte politiche seppur velato da un certo utopismo era strettamente legato alla sua attività di storico caratterizzata da un'attenta ricognizione delle prove documentali e delle fonti a cui, con certosina attenzione, dava un'importanza fondamentale per poter fare una corretta analisi scientifica  dei fatti storici.
Il libro è interessante anche perché organicamente ricostruisce le tappe più importanti della vita di Salvemini, delle sue amicizie, delle sue conoscenze, dei suoi contatti e delle sue inimicizie politiche culturali.
Salvemini fu regionalista e federalista ma prima di tutto fu un anticipatore dei tempi per quanto riguarda la questione meridionale che ha sempre visto come una "questione nazionale" e pensava che un ruolo fondamentale e politico avesse la scuola, uno strumento forte per educare le giovani generazioni a un senso civico e predisporli ad un'attenta considerazione degli interessi nazionali.
Proprio da questa convinzione, Salvemini riteneva che nessun governo nazionale potesse trascurare il bilancio destinato alla istruzione e alla scuola, una scuola laica che avesse come fine quello di formare le nuove classi dirigenti competenti e pronte ad affrontare le sfide con il futuro.

In questo e in molti altri aspetti sta l'attualità di Salvemini e il libro di Mirko Grasso è l'occasione per conoscere le vicende biografiche, i pensieri, le proposte di un grande intellettuale che fu politico, educatore e storico.
Il libro scritto in occasione del cinquantenario della morte di Salvemini pur rispettando il rigore delle fonti è di agevole lettura e di particolare interesse perché arricchito anche dall'inserimento del discorso di Norberto Bobbio intitolato "Perché Salvemini", oltre ad una serie di testi di intellettuali del calibro di Sergio Bucchi e Ernesto Rossi.
Particolarmente pregevole è l'allegato CD che permette di ascoltare la voce di Salvemini e un suo ricordo di Piero Gobetti.
Ampio è anche il corredo fotografico che permette di arricchire ulteriormente la conoscenza di Gaetano Salvemini.

Mirko Grasso
Gaetano Salvemini: l'uomo, il politico, lo storico
Edizioni Kurumuny
Anno di pubblicazione 2007

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Published by Caiomario - in Libri
10 luglio 2018 2 10 /07 /luglio /2018 12:11

Ripensare l'antropologia e in genere tutte le discipline demologiche comporta anche e soprattutto concepire il modo diverso il termine "tradizione". Questo termine per chi è abituato ad associarlo ad una parola come "folklore" (anzi folclore all'italiana) oggi appare un non senso in quanto non solo è mutato il modo di concepire l'antropologia ma è cambiata soprattutto l'attività degli studiosi di tradizioni popolari. Venute meno le  classi subalterne, soppiantate da ceti popolari attratti dalla cultura del consumo di massa, parlare di tradizione sembrerebbe un non senso considerando poi che vi è una parte di antropologi collaborativi e contigui con quel fenomeno che viene definito di patrimonializzazione della cultura materiale e immateriale etnografica. 

Nella situazione odierna l'UNESCO ha monopolizzato questa attività di salvaguardia della tradizione, ne detta tempi e modi e decide ciò che deve essere considerato "patrimonio dell'umanità"; questa attività di salvaguardia non è rivolta solo ai luoghi ma anche al complesso di beni materiali e immateriali che fanno parte della memoria collettiva dell'intera umanità. Si tratta di un'attività che pone il complesso del patrimonio etnografico da una realtà locale a una dimensione mondiale, un'attività che vista dal punto di vista della salvaguardia è positivo ma che presenta anche delle insidie se la si esamina seguendo le categorie dell'antropologia intesa come disciplina proiettata a spiegare la cultura delle classi subalterne. Se i ceti subalterni tradizionali non esistono più, pur permanendo le differenze, cosa è la tradizione e cosa si vuole salvare del passato? Non si tratta di una questione da poco perché la finalità dell'antropologia e degli studi demologici è mutata, tralasciamo l'attività accademica che coinvolge poche decine di persone e pensiamo invece a tutti coloro i quali volendosi definire "antropologi" si chiedono quale sia il compito dell'antropologo oggi.

La conversione a una forma di antropologia che collabora al processo di riconoscimento dei beni etnografici come patrimonio dell'umanità, può essere uno sbocco "lavorativo" ma dall'altra parte ci suggerisce qualche perplessità. Dalle grandi visioni di un Malinowki o di un Lèvi-Strauss a collaboratori della pro loco? Questo è il destino degli antropologi collaborativi? Quale spazio rimane alla critica? La riduzione allo stato di "tecnico"  e di "superperito" è questa la fine dell'antropologo moderno? Ma soprattutto questa nuova condizione ci porta ad un punto cruciale che non può essere eluso: quale credibilità ci può essere in questa attività se le risorse economiche arrivano da istituzioni con le quali bisogna, per ovvi motivi, evitare conflitti. Chi decide cos'è la tradizione?  L'antropologo contemporaneo e chi aspira ad esserlo non può eludere queste domande a meno non si abbandoni una volta per tutte la missione dell'antropologia con buona pace di tutti coloro che criticavano il collaborazionismo degli studiosi vissuti durante il fascismo, come ad esempio Raffaele Corso, che avrebbero avuto la colpa di presentare un folklore funzionale agli interessi del regime. La storia si fa beffe degli uomini e pare che oggi si stia facendo beffe di tutti coloro che hanno dileggiato molte delle nostri migliori menti che diedero un contributo importantissimo alla ricerca etnografica. 

 

 

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Published by Caiomario - in Antropologia Culturale
9 luglio 2018 1 09 /07 /luglio /2018 17:07

Nell'epoca dei formidabili cambiamenti come l'attuale assistiamo a continue e repentine trasformazioni che hanno determinato una profonda mutazione delle divisioni tra le classi sociali così come eravamo abituati a concepirle in base a dei paradigmi che sono oramai trapassati. Nelle discipline antropologiche e in particolare in quelle demologiche la distinzione tra classi egemoni e classi subalterne in base alla fortunata e nota connotazione che gli diede  A.M. Cirese, è oggi del tutto fuori luogo quando si tratta di descrivere le attuali situazioni di differenze presenti nelle società moderne. Perché le vecchie categorie gramsciane trasposte nelle discipline demo-antropologiche non sono più attuali? Semplicemente perché non esistono più  quelle classi subalterne a cui rivolgevano le loro indagini A.M. Cirese e i suoi "allievi", oggi le differenze esistono ma i ceti popolari non esistono più. La trasformazione antropologica è evidente e già quella straordinaria figura di intellettuale profeta che fu Pier Paolo Pasolini aveva compreso in quale direzione stava andando la riconquista della nuova libertà, I ceti popolari liberati  dalla dipendenza nei confronti delle classi egemoni sono stati conquistati da un nuovo padrone: il consumo. Da classi subalterne a classi di consumatori, questa è la trasmutazione antropologica che contraddistingue vasti strati della popolazione ormai convertiti ad una cultura di massa senza radici, sempre più eguale (nel desiderare gli oggetti - totem di affermazione sociale). 

E le differenze sociali? Esistono come esistevano un secolo fa ma si tratta di differenze che in qualche modo sono alimentate dagli stessi soggetti passivi che vivono nella dipendenza del consumo e  che si trascinano  soggiogati dal nuovo totalitarismo (molto democratico) che solletica l'dea del libero accesso alle risorse per tutti.  In questa trappola molto democratica sono caduti i nuovi schiavi del XX secolo compresi quelli che vengono chiamati migranti che spesso pensano di trovare nelle "magnifiche sorti e progressive" delle società moderne la soluzione alla propria indigenza economica. Agli schiavi interni dipendenti dai consumi si aggiungono gli schiavi esterni, entrambi continuano ad alimentare le differenze che sono il segno più evidente di una perdita totale della propria autonomia. Ecco l'innesto emotivo che alimenta la cultura di massa, una cultura interclassista che non vuole ceti popolari classi di consumatori. Dalla zappa allo smartphone ecco in sintesi la trasformazione antropologica avvenuta negli ultimi cinquant'anni. Dal consumo di prodotti al consumo di diritti la strada percorsa è stata breve.

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9 luglio 2018 1 09 /07 /luglio /2018 06:35
Ernesto De Martino: la teoria della presenza

La concezione gramsciana del folklore visto come una conseguenza dei rapporti tra le classi trovò ampio consenso in molti studiosi del secondo dopoguerra, la figura più rappresentativa di questo indirizzo di studi che riprese anche le indicazioni di Gramsci fu Ernesto de Martino che si dedicò ad un puntuale e metodico studio di classificazione della cultura magico-religiosa diffusa tra  i ceti subalterni del Sud Italia. Il retroterra ideologico dell'attività di de Martino non fu però solo Gramsci, un ruolo non secondario ebbe nella sua attività di studioso la filosofia storicista di Croce che come è noto aveva espresso un giudizio negativo nei confronti delle scienze sociali viste come false scienze i cui dati raccolti  potevano essere interpretati correttamente solo nella Storia. Se Croce però non era interessato alla cultura dei ceti popolari, de Martino, pur in dissenso con l'impostazione crociana ne accoglie un presupposto fondamentale: il giudizio critico che viene utilizzato come strumento utile a sottrarre gli studi sul folklore da una visione meramente naturalistica  e per ricondurli entro l'alveo del processo storico e delle sue dinamiche intese in senso gramsciano. Se Croce e Gramsci, seppur in modo diverso hanno costituito il retroterra ideologico di de Martino,  altrettanto influente fu Heidegger a  partire dal concetto di presenza inteso come esserci , concetto che riveste un ruolo centrale nella sua interpretazione del mondo magico-religioso dei contadini meridionali.

Secondo l'interpretazione di de Martino la cultura magico-religiosa delle classi popolari dell'Italia meridionale è una risposta alla loro condizione di subalternità nei confronti dei ceti dominanti. La persistenza di pratiche magico religiose (magismo) è vista come un momento storico nel quale si trova quella che lo stesso de Martino definì presenza,  la presenza è un'attitudine che permette di conservare nella propria coscienza una serie di ricordi e di esperienze che vengono ritenute funzionali per dare una risposta adeguata alle condizioni contingenti in cui ognuno si trova a vivere in altri termini gli individui delle classi popolari. La presenza è vista da de Martino anche come un elemento di resistenza che svolge una  funzione di opposizione alla penetrazione della cultura dominante, un esempio può venire dalle diffuse pratiche religiose in cui elementi provenienti dal paganesimo coesistono e si fondono con le pratiche cultuali cristiane. de Martino definisce la presenza come un "esserci"  in senso heideggeriano all'interno di un ambiente ricco di significati, ambiente che rivela inoltre un profondo radicamento dove il senso dell'esistenza individuale e collettiva è dato proprio dal momento religioso e magico.  In un mondo minacciato dall'insicurezza, le pratiche magico religiose svolgono un ruolo di difesa proiettando l'individuo in una dimensione metastorica nel senso che vive in una condizione come se fosse fuori della storia; in questo senso la "presenza" svolge un ruolo di fuga dalla realtà, dalla propria realtà individuale e collettiva ma questo ruolo entra in crisi nel momento in cui avvengono degli eventi traumatici e subentra il sentimento della paura, paura di perdere proprio quegli elementi che danno un significato al proprio vivere consentendo in tal modo che abbia il sopravvento lo smarrimento e l'insicurezza.

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8 luglio 2018 7 08 /07 /luglio /2018 06:02

L'uomo è un essere biologico e contemporaneamente un essere sociale - Claude Lévi-Strauss

Le strutture della parentela

Quando si parla di antropologia strutturalista è quasi automatico associarvi il nome di Claude Lévi-Strauss, lo studioso francese che ha fondato un metodo di approccio le cui  implicazioni  vanno ben al di là dell'antropologia culturale strettamente intesa  tanto che sarebbe più corretto parlare di strutturalismo come di una corrente di pensiero filosofica che ha avuto profonde influenze in diversi ambiti disciplinari: dalla linguistica alla letteratura, dalla filosofia alla sociologia Dal punto di vista delle fonti lo strutturalismo di Lévi- Strauss ha come punto di partenza le riflessioni del sociologo E. Durkheim e dell'antropologo F. Boas e le conclusioni a cui pervenne il linguista strutturalista R. Jakobson.

Claude Lévi-Strauss è stata un esponente di spicco della cultura europea della seconda metà del Novecento, la sua formazione di estrazione filosofica e sociologica ha senza dubbio influito nella formulazione della teoria strutturale della cultura. Il suo libro Le strutture elementari della parentela (1947), è ritenuto un testo fondamentale nella storia delle idee, una sorta di spartiacque di un nuovo modo di interpretare la cultura che, con Lévi-Strauss viene, vista come un complesso sistema simbolico necessario per la comunicazione. A Le strutture elementari della parentela, seguirono altre opere ritenute fondamentali nel settore dell'antropologia culturale: Tristi tropici (1955), Il pensiero selvaggio (1962) e i 4 volumi intitolati Mythologiques (1964-71).

 

L'analisi del linguaggio e le strutture elementari della parentela: Nell'affrontare lo studio delle strutture elementari della parentela Lévi-Strauss non fece un semplice elenco delle variabili esistenti seppur improntato da criteri di un'ordinata classificazione ma si pose come obiettivo quello di scoprire il principio sottostante da cui hanno origine gli stessi sistemi di parentela. Ma cosa sono i sistemi di parentela? Lévi-Strauss così li definisce:

"Intendiamo per strutture elementari della parentela i sistemi nei quali la nomenclatura permette di determinare immediatamente il giro dei parenti e quello degli affini; ossia i sistemi che prescrivono il matrimonio con un certo tipo di parenti; o, se si preferisce i sistemi che, pur definendo tutti i membri del gruppo come parenti, li distinguono in due categorie: coniugi possibili e coniugi proibiti. Riserviamo il nome di strutture complesse ai sistemi che si limitano di definire il giro dei parenti e che abbandonano ad altri meccanismi, economici e psicologici, il compito di procedere alla determinazione del coniuge. L'espressione « strutture elementari»   corrisponde dunque , in questo lavoro, a ciò che i sociologi chiamano abitualmente matrimonio preferenziale. (1)

Lèvi-Strauss è consapevole del fatto che una rigida distinzione tra i due sistemi non è possibile trovare sistemi di parentela che siano assolutamente elementari nel senso di matrimoni che si effettuano con il cugino prescritto. Come è noto Lèvi-Strauss elaborò la nota  teoria del matrimonio dei cugini incrociati in base alla quale individui di sesso maschile e femminile  appartenenti a due metà di un medesimo villaggio si sposano tra di loro dando origine da una intensa rete di scambi. Mentre nelle strutture elementari esiste una certa possibilità di scelta, questa è del tutto impossibile in strutture complesse dove la regola stabilisce in modo rigido che non si possono sposare individui appartenenti allo stesso gruppo biologico. Tuttavia - puntualizza Lèvi-Strauss - non è possibile nella pratica fare una netta contrapposizione tra i due sistemi in quanto esistono delle forme da lui definite ibride ed equivoche o perché i privilegi economici permettono di effettuare una scelta secondaria all'interno della categoria obbligatoria.

L'esigenza di esaminare i sistemi di parentela è legata all'esigenza di superare i limiti metodologici della sociologia comparativa. Lèvi-Strauss ne è consapevole al punto da dire in modo chiaro ed inequivocabile che i limiti della sociologia comparativa sono da un lato il fatto di isolare gli elementi dalla totalità privandoli di significato oppure di prendere in considerazione solo una parte di un determinato elemento. Il primo difetto viene imputato al Westermarck, il secondo al Durkheim, tuttavia per evitare questi inconvenienti, Levi-Strass afferma che bisogna seguire la strada tracciata da Marcell Mauss cogliendo le relazioni più complesse. Questioni metodologiche a parte, l'impianto concepito da Lévi- Strauss, pur tenendo in considerazione i contributi di altri studiosi è del tutto innovativo come appare del tutto originale la distinzione tra natura e cultura. L'opposizione tra cultura e natura - afferma lo studioso francese - non è né un dato oggettivo né un aspetto oggettivo dell'ordine del mondo, in realtà vi è una commistione tra il dato biologico costitutivo dell'essere umano e dell'aspetto culturale per cui le reazioni comportamentali di un determinato individuo dipendono sia dalle sue radici biologiche (natura) che da quelle sociali (cultura).

Per spiegare il meccanismo di come si formano i sistemi di parentela,  Lévi-Strauss parte dall'analisi strutturale del linguaggio tenendo in considerazione le conclusioni a cui arrivò lo Jakobson. Secondo Lévi-Strauss noi impariamo a esprimerci con le parole non attraverso un meccanismo di memorizzazione di un elenco chiuso di espressioni ma grazie a un processo che ci permette di sottoporre la materia prima del linguaggio  ad una trasformazione da cui si originano un numero illimitato di espressioni che hanno un significato compiuto. Il processo da cui si origina linguaggio non si impara semplicemente dal mondo empirico in altre parole va al di là della condizione esperienziale dell'individuo ma è una forma  a priori, è una sorta di principio regolatore di tutti i linguaggi possibili, già presente nell'intelletto  umano. È proprio questo principio regolatore esistente al livello inconscio che permette di creare non solo nuove espressioni e nuovi termini ma anche di apprendere lingue diverse. Lévi-Strauss tratta i rapporti sociali come un linguaggio costituito da simboli, questo linguaggio è un sistema di comunicazione che si manifesta  non solo attraverso gli aspetti verbali ma anche attraverso gli elementi empirici che costituiscono l'esperienza umana come possono essere ad esempio gli animali e le piante.  Ciascun settore dell'esperienza umana si presenta con delle categorie il cui significato non è immediatamente rilevabile ma che opportunamente decodificate si mostrano come basate sugli stessi principi regolatori da cui si origina il linguaggio. Questi principi regolatori sono delle costanti universali esistenti al livello inconscio riscontrabili in tutte le culture che  Lévi-Strauss denomina «categorie dello spirito umano». Volendo semplificare al massimo lo strutturalismo può essere definito come teoria degli opposti perché sono proprio gli opposti verbali e non verbali ciò che rivela il significato delle categorie invarianti della cultura. Sul piano filosofico la concezione di Lévi-Strauss segna uno stacco rispetto allo storicismo nella versione moderna che insiste sulla unicità e l'irripetibilità del fatto storico, per Lévi- Strauss al contrario un evento storico è una delle tante variabili in cui si possono presentare le categorie dello spirito umano, categorie che rimangono sempre uguali a se stesse, ovunque e in ogni cultura. Questa posizione porta a negare la visione della corrente evoluzionista per la quale la storia umana procede per fasi, questa visione bollata come "etnocentrica" è per Lévi-Strauss solo un modo per giustificare il proprio presente  facendo riferimento al passato.

Il metodo strutturalista venne applicato per studiare i sistemi elementari di parentela partendo dalla spiegazione del tabù dell'incesto che avrebbe un'origine culturale e non biologica e che si basa sull'idea che la proibizione di sposare donne consanguinee nasce dall'esigenza di comunicare con gruppi umani più vasti intessendo relazioni che sarebbe impossibile avere in un gruppo chiuso.

L'impostazione seguita da Lévi-Strauss ha cambiato profondamente la mentalità di tutti gli ambiti di ricerca che, dallo strutturalismo in poi,  non possono più prescindere dalle conclusioni a cui egli pervenne. Non bisogna dimenticare poi che l'influenza di Lévi-Strauss è stata così profonda e incisiva  su tutte le scienze umane che  qualsiasi studio sull'alterità, anche in un periodo come l'attuale in cui non esistono più "primitivi"  deve fare i conti con i punti fermi della linguistica strutturalista quando si tratta di analizzare il complesso dei linguaggi verbali e non verbali tipici di ogni sistema di comunicazione. 

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Note

1) Claude Lévi-Strauss, Le strutture della parentela,  Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1969 p.11.

 

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Published by Caiomario - in Antropologia Culturale
7 luglio 2018 6 07 /07 /luglio /2018 15:48

Nel settore delle discipline etnoantropologiche, con la denominazione di antropologia evoluzionistica detta anche dell'evoluzionismo antropologico ci si riferisce a quella corrente teorica, sviluppatasi alla fine dell'Ottocento, che si rifà al concetto di evoluzione di Charles Darwin, evoluzione che si presenta in modo graduale ed uniforme e che risponde ad alcune grandi leggi immutabili nel tempo.

Il presupposto che sta alla base della teoria evoluzionista è quello di vedere la storia umana come contrassegnata da fasi o stadi irreversibili che presentano ovunque la medesima concatenazione. Tuttavia per gli antropologi di questo approccio teorico l'evoluzione delle culture non procede ovunque nello stesso modo; a sostegno di questa tesi si faceva riferimento ai primitivi contemporanei che si troverebbero in una fase culturale del passato. 

Gli studiosi dell'evoluzionismo antropologico parlavano a tal proposito di sopravvivenze (survivals) presenti nelle società primitive contemporanee, sopravvivenze che come una sorta di fossile culturale avrebbero permesso di comprendere il passato. Il concetto di sopravvivenze elaborato dall'antropologo britannico E.B. Taylor nell'opera Primitive Culture ha avuto molto successo tra gli antropologi ottocenteschi e  si basa essenzialmente sull'idea che le origini dell'umanità siano da rinvenire in origini arcaiche di tipo magico-religioso e violento. Altro tratto caratteristico di questa concezione è il giudizio di valore dato alle sopravvivenze che secondo questi antropologi sono delle forme superstiziose tipiche dell'umanità che vive nel periodo primordiale. Proprio queste forme nascoste la cui origine violenta rimane nascosta e non è immediatamente rilevabile permetterebbe di spiegare molti fenomeni primo fra tutti quello religioso.  Tylor  sosteneva che tutte le religioni hanno attraversato una fase animistica che poi si sarebbe evoluta in forme più complesse. Ma come spiegare la genesi dell'animismo? Secondo Tylor l'idea animistica si forma nel pensiero individuale che riflette sulla morte, sul significato del mondo e dei sogni, si tratta di una riflessione non sofisticata ma è proprio da questo stadio originario che si sarebbero poi sviluppate le forme più complesse ed elaborate del pensiero religioso.

Tra gli esponenti dell'antropologia evoluzionista, oltre a Tylor vanno annoverati: Johann Jacob Bachofen noto soprattutto per essere stato l'autore di una importante opera sul matriarcato, Andrew Lang studioso di religioni primitive, John Lubbock autore di opere sull'origine della civiltà, Henry James Summer  Maine che si dedicò allo studio dell'origine dei sistemi giuridici,  Ferguson McLennan studioso dell'istituzione matrimoniale e John Lubbock autore di opere sull'origine della civiltà.

 

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7 luglio 2018 6 07 /07 /luglio /2018 07:31
Bronislaw Malinowki: Diary in the Strect Sense of the Term

Nel 1967  venne pubblicato uno scritto di Bronislaw Malinowki intitolato A Diary in the Strect Sense of the Term dove raccontò l'esperienza vissuta durante la sua permanenza nelle isole Tobriand. Si tratta di uno scritto dove questa esperienza appare in una prospettiva completamente diversa rispetto a quella che emerge nella celebre opera monografica intitolata Argonauti del Pacifico occidentale. In Diary in the Strect Sense of the Term Malinowki confessa tutto il suo disagio umano ed esistenziale vissuto e soprattutto ne esce un quadro di sostanziale rifiuto per il sistema di vita degli indigeni. In Diary esce fuori il vero Malinowki, l'uomo che soffre la solitudine e che ha seri problemi di comunicazione con i nativi che vede troppo lontani dal proprio modo di concepire la realtà. Come è noto, il metodo di Malinowki è stato preso a modello da generazioni di antropologi, modello che tra le altre cose presupponeva una perfetta identità con il punto di vista dell'osservato. Il mettersi dalla parte dei nativi era – secondo questa prospettiva - la conditio sine qua per poter svolgere un'indagine etnologica basata su criteri di imparzialità e di scientificita, come spiegare allora il successivo atteggiamento di Malinowki che, confessandosi, metteva in crisi questo modello? Tra i suoi allevi Diary venne accolto con sconcerto e creò un disorientamento che pose un problema non da poco: il Malinowki degli Argonauti del Pacifico occidentale raccontava la verità o fingeva di raccontarla? 

La questione messa in questi termini non permette di trovare una soluzione, bisogna invece fare un cambio di prospettiva ammettendo che nessuna ricerca sul campo è neutra, ma rappresenta sempre il punto di vista dell'etnologo che in quel momento osserva la realtà. Pertanto in base a questo "punto fermo" possiamo dire che il Malinowki degli Argonauti del Pacifico occidentale è vero come autore quanto lo è quello di Diary ma con un distinguo che bisogna tenere presente: ogni scritto teorico presenta una certa carica di artificiosità dovuta proprio al momento di rielaborazione che in quanto tale manca di quella spontaneità che invece è propria di chi vive una condizione autentica in cui non ci sono barriere interpretative. Il lavoro di ricostruzione etnografica è sempre una narrazione che per quanto impersonale rappresenta il punto di vista soggettivo dell'autore. Raccontare le culture non è un lavoro neutro e volenti o nolenti implica sempre una assunzione critica di quanto viene osservato.

 

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6 luglio 2018 5 06 /07 /luglio /2018 18:17
Bronislaw Malinowki: un metodo di lavoro per l'antropologia moderna

Malinowski riveste un ruolo centrale nello sviluppo dell'antropologia moderna in quanto è stato l'iniziatore di un nuovo genere che si imporrà come un modello a cui si rifaranno tutti gli antropologi dopo Malinowki: la monografia etnografica.

La monografia etnografica è uno studio esclusivo che si pone come obiettivo quello di fornire in modo esaustivo un quadro di tutti gli aspetti di una determinata cultura. La ratio che sta alla base di una monografia etnografica tuttavia non vede questo lavoro come un qualche cosa di conclusivo ma un punto fermo da cui sviluppare poi successivi lavori; lo stesso Malinowki dopo avere pubblicato Argonauti del Pacifico occidentale, approfondirà in successivi lavori tutta una serie di aspetti della cultura degli abitanti delle isole Trobriand da qui la concezione che il lavoro dell'antropologo non si conclude con la ricerca sul campo ma continua con l'elaborazione teorica e con l'approfondimento di quanto osservato.

La via iniziata da Malinowki è stata presa a modello per almeno mezzo secolo dalle più importanti correnti dell'antropologia contemporanea; per un periodo che va dal 1920 al 1970 era imprescindibile per un antropologo partire da luoghi molto lontani, trascorrere in quei luoghi un periodo di tempo più o meno lungo, scrivere appunti, fare interviste, ricostruire tutte le relazioni sociali e la vita dell'individuo nella sua routine quotidiana e una volta conclusa questa fase tornare a alla base per elaborare opere aderenti allo schema della monografia etnografica.

Un'altra idea che stava alla base del metodo indicato da Malinowki rigurdava la missione dell'antropologia che doveva avere come compito precipuo quello di cercare di conservare il più possibile aspetti di culture tradizionali minacciate dalla civiltà incombente. L'antropologo pertanto non era solo colui che studiava una cultura ma era anche una sorta di missionario che salvava ciò che era inevitabilmente destinato a scomparire. Inoltre, ultimo ma non meno importante, è l'aspetto che riguarda la irripetibilità della ricerca sul campo, secondo Malinowski non si può ripetere una ricerca nello stesso luogo in quanto il rischio sarebbe quello di arrivare a conclusioni differenti. Su quest'ultimo punto è necessaria la seguente riflessione: se conclusioni diverse possono essere presenti a fronte di indagini differenti, il metodo seguito in antropologia quale garanzia di oggettività può garantire se si basa esclusivamente sull'osservazione soggettiva dell'indagante?

Dal punto di vista storico i dati provenienti da più ricerche sono una ricchezza che può essere utilizzata per fare delle comparazioni e per rilevare delle correlazioni, ciò non esclude però il fatto che anche tale metodo presenta molti aspetti critici primo fra tutti quello della validità dei criteri interpretativi adottati.

 

 

 

 

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Published by Caiomario
6 luglio 2018 5 06 /07 /luglio /2018 17:05
Bronislaw Malinowski: l'osservazione partecipante

Se James G. Frazer, autore de Il ramo d'oro,  è l'esponente più rappresentativo di quella che venne definita in modo sprezzante "antropologia da tavolino",  Bronislaw Malinowki (1884-1992) è, all'unanimità, ritenuto il fondatore dell'antropologia moderna grazie anche e soprattutto al metodo di studio da lui concepito  basato sulla ricerca diretta sul campo.  I due aspetti che contraddistinguono la tecnica adottata da Malinowski sono la permanenza del luogo oggetto di osservazione e il coinvolgimento personale; questa tecnica  di lavoro da lui stesso denominata dell' «osservazione partecipante», si fonda sul concetto in base al quale per studiare in modo appropriato una cultura bisogna viverla direttamente.

Questo metodo di lavoro etnografico si sviluppa in modo esattamente contrario rispetto a quello adottato da Frazer in quanto l'etnografo non solo deve vivere direttamente la realtà oggetto della sua indagine ma - secondo le indicazioni di Malinowki  non deve avere nessun rapporto con la propria condizione di vita originaria al fine di raggiungere un'immersione consapevole nella sua attività di ricerca.. Il tagliare i ponti con la propria realtà di origine non riguarda solo le condizioni materiali ma anche deve andare a coinvolgere la sfera esistenziale e privata. Secondo Mainowski entrando in un rapporto di totale sintonia con i nativi di questo o quel luogo si può raggiungere una forma di intesa oggettiva che non può essere raggiunta da chi, come gli antropologi da tavolino, utilizza invece fonti di seconda mano senza aver mai conosciuto la realtà di cui parla.

Il lavoro dell'etnografo deve – secondo le indicazioni di Malinowki – concentrarsi sugli aspetti della vita quotidiana dei nativi, aspetti di routine che comprendono tutta una serie di attività ordinarie e ripetitive quali ad esempio la giornata lavorativa di un individuo, il modo in cui si procaccia e prepara il cibo, le modalità con cui si dedica alla cura del corpo, il tono della voce quando conversa intorno ad un fuoco sino all'esame delle reazioni emotive che fanno parte della dinamica relazionale del gruppo sociale a cui quell'individuo appartiene.

In un periodo pionieristico dell'antropologia, le indicazioni di Malinowki costituirono una novità ma anche una rottura con quegli antropologi da lui ritenuti dilettanti impregnati di pregiudizi , atteggiamento questo frutto di una condotta superficiale in quanto  costoro - accusò l'antropologo polacco . non erano abituati al lavoro diretto sul campo. Un altro aspetto molto importante riguarda l'obiettivo dell'etnografia che secondo un'espressione notissima di Mlainowki deve essere in grado di cogliere il punto di vista dell' indigeno, per raggiungere questo obiettivo l'etnografia deve muoversi in due versanti che devono procedere di pari passo: l'osservazione partecipante e lo sviluppo teorico.

Infine è da rilevare che nella concezione antropologica di Malinowki non esistono aree di attività separate ed indipendenti,  il campo d'indagine di un etnografo non può prescindere dalla lettura di una determinata cultura in senso organicistico in cui il significato delle varie parti può essere afferrato e compreso solo se si coglie la relazioni di ogni singola parte con il tutto.

 

 

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Published by Caiomario - in Antropologia Culturale
6 luglio 2018 5 06 /07 /luglio /2018 11:44
Sociologia delle migrazioni - Maurizio Ambrosini

Nell'epoca dei formidabili cambiamenti come l'attuale, il fenomeno della migrazione assume dei contorni di straordinaria complessità, un fenomeno come quello della immigrazione non può essere affrontato con soluzioni che tendono semplicemente a "fare arrivare" individui che provengono da culture e contesti diversi rispetto a quelli delle società di destinazione.
Dall'altro canto, ormai da tempo, si assiste anche al fenomeno inverso della "carità istituzionale" che lascia altrettanto perplessi perché non solo non favorisce l'integrazione degli immigrati ma ne auspica paradossalmente la marginalizzazione.

Anche sul piano linguistico il titolo del libro sembra aver ceduto alla tendenza linguistica di definire  la "migrazione" e  i cosiddetti "migranti" come immigrazione e come immigrati, assimilando (inconsciamente) questi spostamenti di massa al fenomeno della migrazione degli animali, i soli a migrare per ragioni di carattere climatico finalizzate alla ricerca del cibo.
Non si tratta di una questione da poco perché le definizioni assumono sempre un valore culturale e quando il linguaggio cambia significa che cambia anche il modo di percepire un fenomeno.
Nella dialettica culturale che anche in Italia si è sviluppata negli ultimi vent'anni sul tema dell'immigrazione si è spesso elusa l'analisi delle cause provocanti l'immigrazione e nello stesso tempo, paradossalmente, ci sono stati consistenti strati della società italiana che l'hanno favorita.

È innegabile che la mancanza di programmazione di una seria politica dell'immigrazione che fosse meno conflittuale, avrebbe sicuramente favorito una maggiore integrazione di individui che vivono ai margini della società o che sono venuti in Italia solo per delinquere (vedi il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione nigeriana o dello spaccio degli stupefacenti in mano a bande si sudamericani o magrebini), ma è altrettanto vero che in due decenni la "migrazione" si è trovata a competere con vasti strati della popolazione occidentale dalle risorse economiche sempre più limitate.

Per comprendere il fenomeno andando al di là dei soliti luoghi comuni la lettura del  libro "Sociologia delle migrazioni" di Maurizio Ambrosini è la risposta migliore per comprendere il fenomeno; la lettura del volume esige certamente impegno e applicazione ma nello stesso tempo sgombra il campo da quella "percezione negativa" che si ha del fenomeno ricomponendo quella frattura insanabile che ha dei riflessi anche sulla vita politica.
Senza dubbio Ambrosini è uno specialista della materia che sviscera  tutta la problematica andando al di là della superficiale rappresentazione largamente diffusa in una parte della  pubblica opinione, ma anche il "non specialista" poco avvezzo ai metodi dell'indagine sociologica potrà trovare nella lettura del libro una risposta a un fenomeno che da sempre caratterizza la società degli uomini.
A differenza di quanto si possa pensare le società antiche erano molto meno chiuse di  quelle postindustriali contemporanee e i fenomeni migratori facevano parte di quelle società, basti pensare, ad esempio, a Roma che vide letterati, artisti, imperatori e comuni cittadini provenienti dalle più svariate parti delle province romane, diventare parte attiva della vita politica e sociale.
Gli esempi, a questo proposito sono innumerevoli, è sufficiente pensare che l'atteggiamento di Roma fu lungimirante e pragmatico nei confronti della migrazione dell'epoca, ai Romani non interessava il colore della pelle o la religione di appartenenza, le uniche due cose importanti erano che i cittadini pagassero le tasse e rispettassero (formalmente) l'imperatore.
E' bene ricordarlo come è bene rammentare che l'immigrazione può diventare uno straordinario fenomeno di ricchezza se si abbandonano le politiche dell'assistenzialismo che continuano a mantenere poveri quelli che già in partenza non avevano niente.

La sociologia ha sempre dedicato e continua a dedicare i maggiori sforzi per comprendere i cambiamenti che avvengono nelle società, a tal proposito è interessante conoscere quanto scrive Ambrosini nel sito da lui curato:

" L'Italia non sta diventando multietnica perché qualche scriteriato ha aperto le frontiere. Il cambiamento avviene per dinamiche ed esigenze che hanno origine all'interno della nostra società, e in modo specifico nel mercato del lavoro. Discriminare o ritardare l'accesso alla cittadinanza rischia di portare acqua proprio al mulino di quel fondamentalismo che si vorrebbe contrastare. Mentre la legge che definisce reato la permanenza nel nostro territorio senza permesso di soggiorno è inapplicabile per mancanza di strutture e mezzi adeguati, prima ancora che anticostituzionale".

La chiave di lettura del fenomeno del cambiamento è tutta qui: il mercato del lavoro è cambiato e sono cambiate anche le richieste della società.
Una siffatta interpretazione non può che derivare dalla riflessione globale di un determinato fenomeno in una determinata società.
Non c'è dubbio che ogni interpretazione sociologica riflette la visione di chi l'ha costruita, nessuna riflessione sociologica può quindi essere neutrale dal momento che viene proposta una chiave di lettura dei termini ritenuti essenziali per la spiegazione di un fenomeno; in questo senso l'analisi sociologica di Ambrosini non può definirsi neutra in quanto l'impostazione socio-economica del fenomeno potrebbe sembrare l'unica chiave di lettura del fenomeno, ma il condizionale è d'obbligo in quanto la riflessione si sposta anche su tutti gli effetti della causa come ad esempio le relazioni familiari, la politica migratoria e il fenomeno della xenofobia.
Resta qualche dubbio sulle soluzioni pragmatiche da applicare in quanto storicamente nessuna società è in grado di accogliere illimitatamente grandi numeri di immigrati, così è stato in passato anche per gli immigrati italiani che dopo un primo periodo in cui "bastava partire" perché erano sufficienti le braccia, hanno dovuto fare i conti con le politiche dei flussi introdotte dai vari stati di destinazione (Stati Uniti e Australia tra tutti).

Titolo: Sociologia delle migrazioni
Autore: Ambrosini Maurizio
Anno di pubblicazione 2005
Editore Il Mulino  (collana Manuali. Sociologia)

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