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24 aprile 2014 4 24 /04 /aprile /2014 06:01

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Critica del Giudizio (o della facoltà di Giudizio) di Immanuel Kant è uno di quei libri che quando se ne affronta lo studio impone un aut aut: o lo si dimentica perché la materia affrontata è ostica, oppure lo si ricorda perché i temi affrontati riguardano la sfera del giudizio ossia il nostro modo di affrontare i fenomeni del mondo. Tutti mettono in pratica quanto Kant descrive, ma lo fanno inconsapevolmente.

 

 

 

 

 

 

IL LIBRO

Facciamo riferimento all'edizione pubblicata da Laterza nella collana "Economica Laterza", l'edizione in nostro possesso reca il numero 134 sul dorso contrassegnato da 1 pallino per il primo volume e 2 pallini per il secondo volume. I due tomi sono stati tradotti da Alfredo Gargiulo. La prima edizione è stata pubblicata nei "Classici della filosofia moderna" nel 1906, la quarta edizione riveduta da Valerio Verra nel 1967.
La traduzione a cui faccio riferimento è quella letterale effettuata da Gargiulo.

L'edizione attuale segue l'impianto dell'edizione del 1970 (prima edizione); alla fine del libro si trova un Glossario e un indice dei nomi elaborato da Valerio Verra.

Le prime tre edizioni della "Critica del Giudizio" vennero pubblicate quando Kant era ancora in vita, la prima edizione -riportano gli storici della filosofia- era "zeppa" di errori di stampa e di forma (anche i filosofi sbagliano), sarà lo stesso Kant a fare la stesura definitiva, quella che oggi è consultata nella versione attuale.
La prima edizione del libro è stata pubblicata nel 1790 a Berlino e Libau, la seconda nel 1793 e la terza nel 1799.

L'edizione pubblicata da Einaudi privilegia il titolo "Critica della facoltà di giudizio", detto titolo riprende la denominazione originale. L'opera pubblicata da Einaudi rispetto a quella di Laterza presenta una differente traduzione più aderente ad un linguaggio moderno per quanto quella effettuata da Alfredo Gargiulo si caratterizzi per rigore e sia stata rivista nel 1960 da Valerio Verra.



UN TEMA AFFASCINANTE: L'UMANA CONOSCENZA E IL GIUDIZIO

 Lo spazio di questo articolo ci impone la sintesi, ma è interessante conoscere cosa significa giudicare qualche cosa dal punto di vista del linguaggio comune, visto che ognuno di noi si trova a giudicare e valutare qualcosa o qualcuno:

  • Giudizio di Dio: è assoluto, non ha appello e non esiste difesa, è perfetto. Vale sulla terra per chi ci crede.
  • Giudizio dei giudici: è sempre parziale e permette di raggiungere la verità processuale, ma non la verità assoluta. Una cosa è vera per sentenza ma non perché sia vera in assoluto.


La distinzione fatta non è stata effettuata da Kant, ma serve per comprendere che differenza c'è tra il linguaggio comune e il linguaggio di Kant che usa il termine giudizio in modo completamente
diverso rispetto all'accezione comune.


Nella "Critica della ragion pura" Kant presenta tre tipi di giudizi: i giudizi analitici, i giudizi sintetici e i giudizi sintetici a priori.

  • I giudizi analitici sono quei giudizi nei quali il predicato si desume dalla qualità del soggetto, ad esempio "l'anima è immortale".

 

  • I giudizi sintetici sono quelli in cui il predicato si compone con il soggetto, ad esempio: "la neve è fredda"



  • I giudizi sintetici a priori sono quei giudizi che sono nello stesso tempo oggettivi ed estensivi del sapere ad esempio " si dice in matematica che 8+5=13.



I GIUDIZI NELL'ESTETICA: IL SENTIMENTO

Questa è l'anima del libro: Kant si chiede come il nostro spirito operi la sintesi tra il mondo sensibile, quello delle scienze naturali e il mondo soprasensibile, quello della coscienza morale (vedi sotto sull'importanza della lettura delle precedenti opere dove vengono trattati i due mondi).

In parole semplici: quando noi vediamo un evento naturale cerchiamo di dare una spiegazione all'evento e cerchiamo di unificare ciò che accade con una rappresentazione in cui vi è una finalità (naturale, divina, ecc); il terremoto c'è perché la terra si sposta ma qual'è la sua finalità in rapporto alla nostra morale?


Kant dice che esiste una terza forma di attività, il Sentimento, che non ha la pretesa di conoscere come fa la ragion pura (quella scientifica) e neanche di stabilire delle leggi (il termine usato è normatizzare) ma di intuire e di percepire in modo disinteressato. Si tratta di un giudizio riflettente.

Esempio: davanti ad una cascata posso spiegare le leggi che la determinano, ma anche provare stupore ossia un sentimento; nel primo caso abbiamo un giudizio che rientra nella ragion pura, nel secondo invece prevale la valutazione spontanea, immediata, non mediata dalla conoscenza.

Come è bello quel quadro!! Ecco un esempio di giudizio riflettente estetico, prevale il sentimento mentre si contempla qualcosa. Il bello è quindi ciò che piace senza interesse, non ha un fine se non quello del piacere.

Cos'è il sublime? Tutto ciò che è grande, è una qualità che stupisce come qualsiasi evento naturale: una cascata ma anche lo scorrere del tempo; il sublime travolge e l'arte è l'attività che produce il bello.



FILOSOFANDO

Chi ha seguito i corsi del vecchio ordinamento del corso universitario di Filosofia sa benissimo che sono in numero modesto gli studenti che hanno affrontato la lettura di questo libro  nella sua versione integrale; in altre facoltà non era e non è proposto per evidenti ragioni; leggere quindi "La Critica del giudizio" senza una preparazione filosofica è un'impresa ardua se non impossibile, perché il libro non si legge, ma si studia; è evidente la differenza che passa tra  leggere un sunto  e averne compreso l'anima (Giudizio analitico ma non nel senso indicato da Immanuel Kant).

Lo studio del libro è comunque consigliato a chi si interessa di estetica* (nel senso di arte)
ed è disposto a studiare prima la "Critica della ragion pura" e la "Critica della ragion pratica".


Crediamo che 832 pagine non possano essere ridotte in 200 parole (affermazione che non rientra in alcun giudizio espresso da Kant , ci asteniamo pertanto da ulteriori commenti).

ALCUNE DEFINIZIONI TRATTE DALL'OPERA

* Il piacere che determina il giudizio di gusto è scevro di ogni interesse.

* Il bello è ciò che è rappresentato, senza concetti, come l'oggetto di un piacere universale.

* E' bello ciò che piace universalmente senza concetto.

* Il giudizio di gusto è del tutto indipendente dal concetto della perfezione.

* Il piacere del piacevole è legato ad un interesse.


Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/63794459@N07/6147827220

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Published by Caiomario - in Filosofi: Kant Immanuel
23 aprile 2014 3 23 /04 /aprile /2014 20:50

 

ENESIDEMO

 

I dieci tropi

 

 

 

 

  Uno dei maggiori rappresentanti dello scetticismo del terzo periodo che si richiama agli insegnamenti di Pirrone, fu Enesidemo di Cnosso,che criticò le posizioni della Quarta Accademia di Filone di Larissa e della Quinta Accademia di Antioco di Ascalona.

 

Enesidemo visse probabilmente nella seconda metà del I sec. a.C., scrisse otto libri intitolati Discorsi pirroniani andati persi, sappiamo però che questi scritti furono dedicati a tale Elio Tuberone che secondo alcuni storici della filosofia sarebbe l'amico di gioventù di Cicerone.

 

 Secondo Enesidemo le posizioni espresse da queste due scuole nella loro opposizione allo stoicismo si erano distaccate dai capisaldi della filosofia scettica espressi da Pirrone di Elide. Questo è il motivo per cui gli storici della filosofia sono concordi nell'affermare che con Enesidemo, Agrippa e Sesto Empirico si ha una ripresa delle posizioni di Pirrone il fondatore dello scetticismo vero e proprio.

 

Per Enesidemo mantenne un atteggiamento critico nei confronti degli scettici dell'Accademia ritenendo che la loro critica per la cosiddetta "conoscenza comprensiva" espressa dagli stoici si era rivelata del tutto inconcludente in quanto rimasero imbrigliati nella critica stessa.

Secondo Enesidemo il vero scettico deve invece mantenere un atteggiameno imperturbabile ed equidistante sia nei confronti della conoscenza comprensiva che di quella incomprensiva.

 

I 10 ARGOMENTI SUI QUALI BISOGNA SOSPENDERE IL GIUDIZIO

 

Nello scetticismo antnico Enesidemo è celebre per avere compilato i 10 tropi o modi intorno ai quali è necessario sospendere il giudizio. I tropi sono da intendersi nel significato di modi di sentire che essendo appunto determinati dai sensi sono di per sè fallaci e non garantiscono una conoscenza universalmente valida.

 

Sesto Empirico nella sua opera intitolata Schizzi pirroniani elenca i 10 tropi di Enesidemo che si riferiscono:

 

  • "alla varietà che si nota negli animali";
  • "alle differenze che si riscontrano negli uomini";
  • "alle diverse costituzioni dei sensi";
  • "alle circostsaze";
  • "alle posizioni, agli intervalli, ai luoghi";
  • "alle mescolanze";
  • "alle qualità e composizioni degli oggetti";
  • "alla relazione";
  • "al verificarsi continuamente o di rado";
  • "alle isitituzioni, costumanze, leggi, credenze favolose e opinioni dogmatiche".

 

L'impossibilità di determinare un criterio  di conoscenza universalmente valido non riguarda solo i modi di sentire ma comprende anche le tradizioni, le leggi e le opinioni dogmatiche, in particolare in queste ultime fa rientrare i dogmi delle varie religioni che esprimono formulazioni in cui è impossibile risalire alle cause e agli effetti.

 

 

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Published by Caiomario - in Filosofi: Gli Scettici
22 aprile 2014 2 22 /04 /aprile /2014 04:35

SESTO EMPIRICO

La sospensione del giudizio

 

 

 

 

 


Fa parte integrante delle regole comportamentali da tenere dinanzi ai fenomeni  la sospensione del giudizio che si attua -come spiega Sesto Empirico nella sua opera Schizzi pirroniani - "per mezzo della contrapposizione dei fatti".

In questi fatti vi rientrano sia i dati del senso che dell'intelletto,  la contrapposizione riguarda:

 

  • i dati di senso verso altri dati di senso ( "la stessa torre di lontano appare rotonda, da vicino quadrata");
  • i dati dell'intelletto verso altri dati dell'intelletto ( "quando a colui che afferma esista una provvidenza, deducendola dall'ordine che regna nei fenomeni celesti, opponiamo che i buoni sono spesso infelici e i tristi felici, e, perciò concludiamo che la provvidenza non esiste")
  • i dati di senso verso i dati dell'intelletto ("come Anassagora che a chi affermava essere la neve bianca, opponeva che la neve è acqua ghiacciata, che l'acqua è nera, che perciò anche la neve è nera").

 

L'opposizione può anche riguardare:

 

  • cose presenti a cose presenti;
  • cose presenti a cose passate o future.

 

 

Quando qualcuno appartenente ad un'altra corrente filosofica presenta un argomento che non siamo in grado di risolvere non bisogna entrare in polemica ma rispondergli:

 

"come prima che nascesse colui che introdusse la setta che tu segui, il ragionamento, secondo essa sano, non era ancora manifestato, eppure sussisteva, in quanto si riferisce alla realtà, un'argomentazione opposta a quella che tu obietti ora, che non appare ancora a noi; talché noi non dobbiamo per anco assentire al ragionamento che pare ora essere il valido".

 

 

 

 

 

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21 aprile 2014 1 21 /04 /aprile /2014 17:49

 

 

   SESTO EMPIRICO

Gli scettici non sopprimono i fenomeni

 

 

 

 

 

 

 Sesto Empirico respinge l'accusa di coloro i quali affermano che gli Scettici vogliano sopprimere le rappresentazioni sensibili; il modo di procedere degli scettici -spiega Sesto Empirico- non è quello di investigare su un dato fenomeno ma "intorno a ciò che si afferma" su di esso.

Per essere convincente egli fa l'esempio del miele: il miele produce in noi una sensazione di dolcezza, ciò che è oggetto di ricerca "è quello che si afferma, cioè, se esso miele sia dolce".

L'affermazione può apparire paradossale perchè indagare sulla sensazione di dolcezza che si prova mangiando il miele significa indagare sulle caratteristiche del miele stesso, tuttavia bisogna ritornare alla premessa iniziale e che riguarda l'accusa rivolta agli scettici di volere sopprimere i fenomeni, in realtà si tratta di un'accusa priva di fondamento in quanto gli Scettici indagano e accertano la verità o la falsità di una determinata affermazione e non accettano in modo passivo le "asserzioni temerarie" dei dogmatici che, se non verificate, possono nascondere l'inganno.

 

Dal punto di vista metodologico Sesto Empirico propone un criterio di verifica di una determinata teoria, cioè se una teoria si basa su asserzioni false oppure vere. La discriminazione tra falso e vero viene ricondotto ai fenomeni stessi che sono veri se trovano riscontro in una comune percezione.

 

 

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Published by Caiomario - in Filosofi: Gli Scettici
21 aprile 2014 1 21 /04 /aprile /2014 16:44

SESTO EMPIRICO

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fine ultimo dello scetticismo è conseguire l'imperturbabilità e la serenità dello spirito, gli scettici non devono essere turbati dalle contrapposizioni tra i fenomeni e le percezioni dell'intelletto; per quanto lo scetticismo nella sua terzo periodo rivolga le sue attenzioni al metodo, rimane  anche in questa fase una scuola di saggezza da cui possaimo ancora oggi attingere per affrontare le sfide che ci presenta la complessità del mondo moderno.

 

 

 

 

 "Il principo causale dello scetticismo diciamo essere la speranza di conseguire l'imperturbabilità", con queste parole Sesto Empirico stabilisce il fine dello scetticismo, un fine però condizionato a cui "uomini, dotati di una natura alta e nobile" devono aspirare. Sotto questo aspetto la parola "speranza" sembra rimandare ad un progetto ambizioso che senza il giusto impegno e senza il corretto approccio potrebbe rimanere solo un'aspirazione fino a trasformarsi in un fallimento. 

 

Il principio fondamentale dello scetticismo - spiega Sesto Empirico- è quello di opporre ad una ragione un'altra di uguale valore, in base a questo presupposto non si può stabilire  alcun dogma, il saggio deve avere come regola di condotta quella di essere un non dogmatico.

 

 

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Published by Caiomario - in Filosofi: Gli Scettici
21 aprile 2014 1 21 /04 /aprile /2014 15:52

SESTO EMPIRICO

Che cosa è lo scetticismo

 

 

 

 

 

 

 

 

Una delle definizioni più efficaci dello scetticismo è stata formulata da Sesto Empirico che gli storici della filosofia collocano nel "terzo periodo dello scetticismo"; vissuto tra il II  e il III sec. d.C. è uno dei maggiori esponenti della scuola scettica. Venne soprannominato Empirico per il fatto che aderì alla scuola medica empirica contrapposta a quella dogmatica il cui apparato dottrinario aveva rapporti di contiguità con lo scetticismo filosofico. Di Sesto Empirico ci sono pervenute due opere: una intitolata Schizzi pirroniani (Ipotiposi) e una divisa in due parti intitolate rispettivamente: Contro i matematici e Contro i logici.

Nicola Abbagnano ha osservato che usare il titolo  Contro i matematici è improprio in quanto il màtema è l'insegnamento in senso oggettivo, la scienza quale oggetto di insegnamento, noi oggi preferiremmo usare il termne sapere. "I matematici sono quindi i cultori delle scienze, cioè di grammatica, retorica e delle scienze del quadrivio (geometria, aritmetica, astronomia, musica).

 

Per quanto riguarda il titolo dell'opera principale di Sesto Empirico rileviamo che alcuni preferiscono usare la parola "Lineamenti" rifacendosi alla traduzione del Bissolati del 1917, altri la parola "Schizzi" facendo riferimento alla traduzione di O.Tescari del 1926.

 

Sul significato di Ipotiposi si rimanda a:

 

http://it.wiktionary.org/wiki/ipotiposi link

 

 

  DEFINIZIONE DELLO SCETTICISMO

 

Scrive Sesto Empirico nella sua opera "Schizzi pirroniani":

 

"Lo scetticismo esplica il suo valore nel contrappore i fenomeni e le percezioni intellettive in qualsivoglia maniera, per cui, in seguito all'ugual forza dei fatti e delle ragioni contrapposte, arriviamo, anzi tutto, alla sospensione del giudizio, quindi all'imperturbabilità".

 

Il filosofo e medico greco fa poi dei distinguo esplicativi che oltre a dimostrare la sua grande capacità analitica sono utili per comprendere le differenze che passano tra lo scetticismo vero e proprio che si rifaceva a Pirrone e le altre scuole che avevano elaborato un apparato dogmatico lontano dallo spirito del primo periodo dello scetticismo riconducibile alle teorie della scuola megarica e di Democrito.

 

Il termine valore va inteso nel senso semplice in rapporto al verbo valere, va inteso quindi nel senso di "esplica la sua efficacia"; i fenomeni sono i dati di senso contrapposti alle percezioni dell'intelletto ossia i dati oggettivi come si manifestano vengono contrapposti alla rappresentazione che l'intelletto si fa di essi.

 

Quel che assume rilevanza nella spiegazione fornita dallo stesso Sesto Empirico è l'espressione "in qualsivoglia maniera" con la quale intende che questa contrapposizione avviene nei più svariati modi senza che vi sia l'intento di dare una spiegazione su come si manifestano "ma prendendo queste denominazioni nel loro significato semplice e piano".

 

Attraverso questo approccio lo scettico deve pervenire alla fine alla sospensione del giudizio e alla imperturbabilità. Davanti ai fenomeni e alle percezioni intellettive che si manifestano con "egual forza" contrapponendosi gli uni alle altre, lo scettico deve avere un atteggiamento della mente di neutralità per cui non accetta nè rifiuta, sospende il giudizio per pervenire poi all'assenza di turbamenti e alla serenità di spirito.

 

 

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Principi dello scetticismo - Sesto Empirico

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La versione completa di  "Schizzi pirroniani" di Sesto Empirico può essere acquistata su IBS, si tratta di una riedizione dell'opera tradotta da O.Tescari già  pubblicata nel 1926 ( link).

 

 

 

Per conoscere il giudizio espresso da Sesto Empirico sullo scetticismo accademico di cui egli fu fiero oppositore si consulti il seguente testo:

 

 

Ioppolo Anna M. - La testimonianza di Sesto Empirico sull'accademia scettica  (link)
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Published by Caiomario - in Filosofi: Gli Scettici
20 aprile 2014 7 20 /04 /aprile /2014 11:26

Evola si interessò  a molte manifestazioni della cultura umana tra cui anche quelle che riguardavano la musica moderna e il jazz; nell'opera "Cavalcare la tigre" non poteva mancare  una trattazione dell'argomento  dedicata in particolare  proprio alle correnti della musica moderna in cui egli mostrò  una capacità di approfondimento non comune.  Al di là del giudizio che ognuno può esprimere sul proprio grado di affinità con le posizioni di Evola in materia musicale, resta il fatto che esiste una asimmetria tra l'Evola artista futurista e svincolato dai canoni del classicismo e il teorico della Tradizione severo nei confronti di forme musicali in cui egli rilevò la prevalenza  dell'elemento fisico rispetto a quello intellettuale.

 

 

 

 

In una civiltà del divenire come quella moderna  - secondo Evola - si può parlare di una "demonìa occidentale della musica", la musica è diventata un fenomeno invadente che ha dato avvio a situazioni autodissolutive analoghe a quelle dell'arte moderna.

La musica moderna occidentale si è distaccata dalla precendente linea melodrammatica ed eroico-romantica del passato per diventare un fenomeno in cui prevale l'elemento fisico.

Cosa vuol dire Evola quando fa riferimento alla musica in cui prevale l'intellettualizzazione rispetto a quella in cui si afferma l'elemento fisico?

 

La musica è  suono, una musica senza elemento fisico è silenzio, nulla assoluto ma non è su questo piano che va intesa la critica di Evola che si sofferma, invece, sulla riduzione della musica ad attività descrittiva della natura in cui il musicista intellettuale ha deciso deliberatamente di incontrare l'elemento fisico ed elementare "sul genere di Pacific 231 di Honegger e di Fonderie d'acciaio di Mossolov".

 

Un'altra caratteristica della musica moderna è stata quella di sostituire la musica-canto e la musica-patetica con la musica-danza; proprio questo aspetto è giudicato da Evola positivo in quanto la funzione della musica riacquista la capacità di liberare l'uomo che -aggiungiamo noi- si può trovare nelle danze evocatrici della cultura greco-dionisiaca.

Quindi per Evola non tutta la musica moderna è da rigettare bensì quella dodecafonica sulla quale il filosofo tedesco Adorno ebbe usò nell'opera Filosofia della musica moderna questa efficace espressione: "La dodecafonia è il nostro destino" (riportiamo la citazione fatta da Evola).

Se le note di una musica cessano di provocare emozione sono paragonabili alle "pure entità algebriche della fisica moderna"; il sottofondo di questo modo di fare musica -rincara la dose Evola-  "è una devastazione interiore".

 L'atto terminale che sembra avere rotto ogni argine rompendo con la tradizione della musica come armonia lo si ritrova nella cosiddetta "musica concreta" che non è altro che una rassegna organizzata di rumori che vengono assemblati insieme a dei suoni orchestrali.

 

Nel quadro convulso e agitato descritto da Evola viene incluso il jazz, espressione di una tendenza che trova largo seguito nel mondo moderno, una tendenza che egli definisce "una voga aberrante superficiale" da inquadrare nel rango della musica puramente fisica e che poco si ferma all'anima.

Nel jazz  - conclude Evola- al posto della graziosità e dello slancio propri delle precedenti musiche europee come, ad esempio, il valzer viennese "si sostituisce alcunché di meccanico, di disgregatore e, insieme, di primitivisticamente estatico, talvolta di parossistico per l'uso della ostinata reiterazione tematica".

 

La posizione evoliana sul jazz,  che per il suo esplicito diniego e per la sua radicale opposizione dà l'impressione di essere prevenuta, non va presa alla lettera ma va inquadrata in una concezione più vasta dove il fine non è quello di avere consenso ma di delineare le linee guida per l'uomo della Tradizione che si trova a vivere nel mondo della società borghese occidentale e americanizzata. Si tratta di un punto di vista "speciale" che va letto attentamente in quanto Evola riconosce che lo spirito della musica africana nulla ha che fare con quello del jazz che dalla prima ne ha attinto i contenuti grezzi.

 

La posizione di Evola su questo punto non può dare adito ad alcun equivoco,  ecco cosa scrisse a tal proposito:

 

"Si sa infatti che la musica africana da cui sono stati tratti i principali ritmi dei balli moderni è stata una delle principali tecniche usate per produrre forme di apertura estatica e di invasamento.

Il Dauer e lo stesso Ortiz hanno giustamente visto la caratteristica di quella musica nella sua struttura polimetrica, elaborata in modo che degli accenti estatici che marcano il ritmo siano in funzione costante di accenti estatici; così le speciali configurazioni ritmiche generano una tensione intesa ad « alimentare un'estasi ininterrotta »"

(da J.Evola, Cavalcare la Tigre, Milano, Vanni Scheiwiller, 1971, pp 162-163)


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Published by Caiomario - in Filosofi: Evola Julius
20 aprile 2014 7 20 /04 /aprile /2014 07:35

Nel capitolo intitolato "Il vicolo cieco dell'esistenzialismo"  presente nell'opera "Cavalcare la tigre" Evola affronta il tema dell'esistenzialismo, esaminando alcuni dei motivi propri di questa corrente filosofica elaborata da un gruppo di quelli che egli definisce "filosofi di mestiere". La posizione di Evola nei confronti dell'esistenzialismo fu volta a stabilire una linea di demarcazione tra il tipo umano delineato dagli esistenzialisti  e quello  del mondo della Tradizione  come da lui indicato.  Evola affronta il concetto della «prigione senza muri» delineato da Sartre in relazione a quello della responsabilità che paradossalmente lo conduce a vivere una vita senza senso dove la libertà è subita più che assunta.

 

 

 

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La critica che Evola rivolge a Sartre riguarda essenzialmente il tema dell' "immagine specifica dell'uomo  libero «nientificante» solo con sé stesso", un  tema tipico della filosofia di Sartre che -secondo Evola- non permette di fare alcun passo in avanti circa le soluzioni da adottare per contrastare questa situazione venutasi a creare in un mondo dove Dio è morto e dove l'uomo è consegnato alla sua libertà.

Sartre finisce col vedere la libertà assoluta come un peso e non come una liberazione esattamente come Heidegger che -osserva Evola- usa proprio" il termine «peso » - Last - per caratterizzare la sensazione che prova, nel trovarsi «gettato» nel mondo, chi ha tanto vivo il senso del suo  «esserci», quanto ha oscuro il «donde » e il «verso dove ».

 

Che l'uomo di oggi tema maggiormente l'ignoto e abbia un atteggiamento meno saldo verso le rappresentazioni che egli si è fatto della vita e dell'universo è innegabile, tuttavia non è questo l'argomento affrontato da Evola quanto quello della responsabilità per l'uomo della Tradizione che a tale termine non dovrebbe dare alcun senso morale non tanto per le conseguenze che un atteggiamento privo di senso di responsabilità potrebbe portare sul piano delle conseguenze fisiche o sociali.

 

Evola critica il concetto di libertà subita che esce fuori dalla posizione di Sartre, in quanto è proprio questo atteggiamento nei confronti della libertà che lo getta nell'angoscia, una libertà vissuta in tal modo toglie all'uomo qualsiasi prospettiva  superiore in quanto "non può trovare nè in sè, nè fuori di sé, rifugio alcuno contro la sua libertà".


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Published by Caiomario - in Filosofi: Evola Julius
20 aprile 2014 7 20 /04 /aprile /2014 04:17

JULIUS EVOLA

Rivoluzione dell'alto

 

 

 

 

 

 

 

 

"Una caratteristica generale dei tempi ultimi è l'urgenza, la spinta e l'azione di rottura esercitata partendo dal basso, e in funzione del basso, sulle strutture esistenti sociali e culturali: il che corrisponde al solo significato proprio e legittimo del termine «sovversione»".

 

Con queste parole inizia un articolo di Julius Evola intitolato "Rivoluzione dall'alto" pubblicato sul quotidiano "Roma" agli inizi degli anni '70 e presente nel volumetto "Ultimi scritti" per le edizioni Controcorrente edito nel 1977. In questo articolo Evola ribadisce la necessità di un'azione rivoluzionaria che parta dall'alto e prende le distanze dall'azione di rottura di quelle forze sovvertitrici che partono dal basso "dal basso, inteso con riferimento sia a strati sociali inferiori, sia a valori inferiori".

Pur riconoscendo la legittimità di una rivolta  verso il mondo moderno, la società borghese e il capitalismo, egli ritiene che tale azione abbia come unico riferimento la cosiddetta "giustizia sociale" e rivendica la giustizia distributiva basata sul principio del "suum cuique"  e che trova i suoi riferimenti in Aristotele e Cicerone.

Una giustizia così concepita e al servizio della "cosiddetta «classe lavoratrice » a scapito degli altri ceti", viene definita da Evola pseudo-giustizia partigiana in quanto stimola esclusivamente le rivendicazioni del ventre mentre il principo della reazione a cui egli si richiama deve avere come fine ultimo i "valori qualitativi, aristocratici e spirituali".

 

Nel quadro del complesso orizzonte politico e sociale a cui fa riferimento Evola prosegue la sua critica verso due altri fenomeni del mondo contemporaneo: la psicanalisi e il moderno irrazionalismo; pur ricoscendo la legittimità della critica contro il feticismo della ragione e della intellettualità astratta non ne condivide gli esiti che hanno finito col privilegiare la sfera dell'irrazionale e dell'inconscio.

 

Evola ha elaborato la sua riflessione facendo spesso riferimento agli aspetti molteplici e contradditori della società e della cultura del tempo, può quindi oggi apparire insopportabile la sua feroce critica all'idea della cosiddetta "giustizia sociale" diventata un totem intoccabile a cui tutti fanno continuamente riferimento per lucrare il consenso degli strati popolari che vivono qualsiasi forma di disagio.

Egli che non cercava il consenso dei contemporanei, era ben conscio del fatto che in una democrazia la giustizia sociale è uno slogan privo di senso in quanto le più grandi differenze sociali si realizzano proprio in un sistema in cui l'unica cosa che conta è il profitto. Se la democrazia realizza la giustizia sociale è un problema ancora aperto, resta il fatto che la difesa dei ceti inferiori è una fandonia che ha il solo obiettivo di legittimare i propri previlegi. Molti di coloro che vengono dal basso vorrebbero accedere alla cerchia di coloro che vivono di privilegi e di ingiustizia sociale, quel che conta è solo risolvere (economicamente) la propria situazione personale, in questo senso la rivoluzione dal basso si è attuata con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

 

Il tempo di una rivoluzione in nome di valori proletari è trascorso, ma la crisi delle strutture politico-sociali, culturali ed intellettuali  è ancora in atto e sembra lontana la sua parabola discendenteIl mondo globalizzato è sempre più un mondo competitivo ed ingiusto dove si sgomita per prevalere.

Che questa crisi investa anche gli aspetti più squallidi dell'esistenza è fuori di dubbio, senza una rivoluzione interiore che faccia riferimento a valori autentici e veri non ci può essere alcuna giustizia sia nell'ambito pubblico che in quello privato.

 

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Vilfredo Pareto l'anticonformista - Julius Evola


 

 

 


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Published by Caiomario - in Filosofi: Evola Julius
19 aprile 2014 6 19 /04 /aprile /2014 06:06

JULIUS EVOLA

 

 

 

 

 

Le riflessioni di Evola sulla società a lui contemporanea si rivolsero anche al problema della relazione fra i sessi, al matrimonio e alla famiglia. Dinanzi alla crisi della famiglia Evola respinge qualsiasi soluzione basata sul conformismo e sul falso tradizionalismo in quanto vanno nella direzione opposta al concetto di famiglia intesa come vincolo sacrale.

 La crisi della famiglia  nel mondo moderno è qualcosa di cui bisogna prendere atto,  ciò che la famiglia è oggi è solo l'atto conclusivo   di un processo irreversibile che ha reso l'istituto familiare "una istituzione piccolo-borghese determinata quasi esclusivamente da fattori conformistici, utilitari, primitivisticamente umani e al massimo sentimentali".

Venendo meno il principio di autorità che rendeva la famiglia un'unità, prima di tutto spirituale raccolta intorno alla figura del pater (1) è prevalso l'individualismo dei singoli componenti. Il padre stesso è estraneo alla famiglia, il suo ruolo è decaduto a quello meccanico di "una macchina per fare denaro" , parimenti la donna sulla spinta delle istanze emancipatrici presa dal lavoro e dal suo entrare nel mondo delle professioni vive i rapporto con i figli in modo frammentario cosicchè questa situazione in cui ognuno è indaffarato nelle proprie attività non giova alla relazione con i figli che a loro volta riproducono e proseguono l'azione individualistica dei propri genitori.

 

La responsabilità di questa degenerazione della famiglia diventata un aggregato dove di tanto in tanto ci si incontra è causata dal modo di concepire i rapporti sociali; l'ingranaggio praticistico della vita materiale, l'ansia di possedere o di trovare le risorse per sopravvivere ha avuto come conseguenza lo sfaldamento della famiglia ormai diventata una centrale di soddisfazione dei propri bisogni.

Alla decadenza del ruolo del padre si unisce il totale distacco delle nuove generazioni che ritengono che i propri genitori debbano pensare ai fatti loro e non si intromettano nella vita dei propri figli; secondo Evola questa situazione oltre ad avere portato ad un ridimensionamento dei valori di unità e di sacralità della famiglia o al loro totale annientamento, ha reso l'istituto familiare uno strumento pratico.

 

L' ATTEGGIAMENTO DELL'UOMO DIFFERENZIATO NEI CONFRONTI DELLA FAMIGLIA

 

  L'analisi delineata da Evola non ha pretese di tipo pedagogico, tuttavia l'irreversibile crisi della famiglia è legata alla visione che si ha in epoca moderna dell'istituto familiare ridotto ad un contratto in cui prevalgono esclusivamente sentimenti di convenienza pratica.

Se il processo a cui si assiste è irreversibile, se non è possibile rinvenire alcunchè di superiore nella famiglia e nel matrimonio qual'è il comportamento che deve avere l'uomo differenziato nei confronti della famiglia, del matrimonio e della procreazione?

Appare superfluo -sostiene Evola- affermare che dinanzi alla situazione di dissoluzione generalizzata parole come famiglia, matrimonio e procreazione non abbiano alcun valore, tuttavia vi sono ancora margini di azione per realizzare la propria successione in termini spirituali; dove però questo sarà realizzabile dipende dalle circostanze.

 

«Soprattutto in questo dominio - osserva Evola -  quel che è autentico e valido si compie nel segno di una saggezza superiore inaferrabile, con le apparenze esterne di una casualità, anziché di una iniziativa diretta "voluta" dell'uno o dell'altro individuo».

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NOTE

 

(1) Interessante è la ricostruzione storica effettuata dal CALASSO sulla diversa concezione di diritto di famiglia esistente fra la civiltà romana e quella germanica: «Nell'ultima stadio della sua evoluzione, il diritto romano regola la famiglia naturale, come noi oggi la intendiamo, basata cioè sul vincolo di sangue: l'antica famiglia iure proprio, imperniata sulla sovranità del capo (pater=signore) e trascendente l'ordine domestico per finalità di natura (in senso largo) è stata ormai dissolta dallo Stato. I barbari invece portano tra noi la famiglia di tipo agnatizio, costituita cioè da un vasto gruppo di persone che si considerano discendenti da un capostipite comune, e sono legate tra loro da interessi patrimoniali comuni, sono tutte responsabili del delitto commesso da un membro, così come hanno tutte l'obbligo di partecipare alla vendetta dell'offesa patita da un membro.

Il capo di questo gruppo, quindi non ha un potere -mundium- illimitato come la manus o potestas del paterfamilias romano: e per tutta la durata della vita di questo, come accadeva in diritto romano, bensì soltanto fino al momento in cui non è ritenuto adatto alle armi: momento che segna anche, come si disse, la sua piena capacità giuridica». da F.Calasso, Medio Evo del Diritto, Milano, 1954.

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