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5 aprile 2014 6 05 /04 /aprile /2014 09:33

 

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IL LIBRO DELLA PROVOCAZIONE 

Tutti i libri di Friedrich Nietzsche rappresentano una sfida sulla quale i lettori di tutte le genrazioni si sono dovuti misurare perchè a differenza dei filosofi sistematici che proponevano un'interpretazione alternativa della realtà, Nietzsche si è sempre proposto di delineare i contorni di quella "filosofia dell'avvenire" di cui si sentiva il profeta, il libro infatti reca come sottotitolo "Preludio di una filosofia dell'avvenire" ed è un dissertare prima di tutto sul pregiudizio dei filosofi. 

Il libro scritto nel 1885 reca una prefazione dello stesso Nietzsche in cui si pone come obiettivo quello di smascherare la filosofia che aveva la pretesa di svelare la verità, in primis quella dei filosofi dogmatici che il Nostro paragona all'astrologia per le sue pretese di vaticinio e per la quale si sono spesi "lavoro, danaro, sagacia, pazienza", ma è anche una critica verso quell'oppressione "ecclesiastico cristiana" che Nietzsche riteneva una delle cause principali dell'imbrigliamento dello spirito dell'uomo che aveva necessita di liberarsi da quella condizione penosa in cui era stata gettata. 
Nell'ordine, ritiene responsabili di questa situazione che definisce la " pena dello spirito ": il gesuitismo e l'illuminismo democratico e proponendosi di vegliare perchè l'uomo europeo possa ritrovare quella libertà che sembrava compromessa prima di tutto da quei prgiudizi dei filosofi che con le loro teorie hanno sedotto le menti umane e soggiogato il loro spirito. 

***Nel capitolo primo, intitolato "Dei pregiudizi dei filosofi", il Nostro individua nei filosofi metafisici coloro i quali hanno alimentato la voglia di verità proponendo una spiegazione della verità che lui definisce un "guazzabuglio di delirio e bramosia", la credenza dei metafisici definita anche "credenza nell'antitesi dei valori" e che Nietzsche inquadra come apprezzamenti pregiudiziali. 
Nietzsche detestava la filosofia dei dogmatici e dei metafisici perchè li riteneva responsabili del più grande inganno perpetrato alle spalle dello spirito umano, Nietzsche è stato il filosofo del "forse" e il suo probabilismo è sicuramente un atteggiamento moderno alieno da qualsiasi certezza definitiva e poco incline a dare risposte certe e definitive. 

Lo stimolo a perseguire con tenacia questa strada di liberazione, nasce dal fatto che nessun sistema filosofico avrebbe mai sfiorato veramente il problema della "veracità" e i metafisici sono ancora peggiori perchè li ritiene dei disonesti peggiori anche dei mistici che vengono definiti come dei babbei perchè parlano di ispirazione. 

KANT E LA SUA TARTUFERIA 

Kant è il primo bersaglio di questa critica al quale rimprovera una "tartuferia altrettanto rigida (rispetto a quella dei metafisici) quanto morigerata" e la colpa principale di Kant è la sua disonestà perche attraverso la dialettica adesca e seduce proponendo quell'idea di imperativo categorico che è una raffinata malizia di "vecchi moralisti e predicatori di morale". 

SPINOZA E LA SUA CORAZZA 

Altro bersaglio della critica di Nietzsche è Baruch Spinoza che aveva mascherato la sua filosofia attraverso la forma matematica e lo scopo principale di Spinoza era l'intimidazione volta a scoraggiare chiunque avesse voluto gettare lo sguardo su quella che lui definisce la "Pallade Atena". 

LA GRANDE FILOSOFIA COME AUTOCONFESSIONE 

Nietzsche dopo aver dichiarato di avere capito che cosa era stata la cosiddetta grande filosofia e cioè un'autoconfessione del suo autore, si domanda quale sia il padre della filosofia e disconoscendo l'istinto della conoscenza come matrice originaria dalla quale si sono dispiegati tutti i ragionamenti filosofici, ma piuttosto ritenendo che un altro istinto umano sia all'origine del filosofare, un istinto che si è servito della conoscenza in quanto ogni istinto umano è "bramoso di dominio". 
Ecco perchè Nietzsche parla della filosofia come autoconfessione del suo autore, ritiene che nel filosofo non c'è nulla d'impersonale e che la sua filosofia non sia altro che una testimonianza di quello che lui è. 

PLATONE E LA SUA MESSINSCENA 

Altro bersaglio di questa critica è Platone e qui Nietzsche guarda con ammirazione il "velenoso scherzo" che Epicuro commise ai danni di Platone e dei Platonici definendoli "Dionisyo-kolakes" cioè commedianti e sembra condividere la critica del "vecchio maestro di Samo" che mal vedeva la messinscena messa su da Platone e i suoi discepoli. 

"SCHOPENHAUER CI DETTE AD INTENDERE........." 

Altro bersaglio di Nietzsche è il suo antico ispiratore, Schopenhauer che ha fatto solo una cosa, ha portato alle estreme conseguenze "il pregiudizio del volgo", il volere di cui parla Schopenhauer è qualcosa di molto più complicato e sarebbe opportuno essere meno filosofici nel definirlo e qui Nietzsche da una sua definizione di volere: 

*In ogni volere c'è una molteplicità di sensazioni tra cui quella muscolare che vorrebbe avvicinare o allontanare qualche cosa 

*Il volere è un atto del pensiero che comanda 

*Il volere è una passione, la passione del comando 

IL VECCHIO FILOLOGO 

Definendosi un vecchio filologo che vuole scoprire le bucce di queste cattive arti interpretative, Nietzsche ritiene che questo modo di fare folosofia non sia altro che un voler andare incontro agli "istinti democratici dell'anima moderna" e invita gli spiriti liberi a lasciarsi alle spalle la vecchia morale, di calpestarla e infine di schiacciarla rigettando tutti quei filosofi che lui ritiene solo degli avventurieri temerari. 

***Nel capitolo intitolato "Lo spirito libero" Nietzsche spiega che cosa sia la vera libertà dello spirito (non inteso in senso metafisico) che non può essere inficiata da quel desiderio di vendetta che avevano per sempio Spinoza e Giordano Bruno. 
Tutto ciò che comprime lo spirito è nemico della libertà come lo è stato l'atteggiamento di quei filosofi che si sono atteggiati a martiri portando alle estreme conseguenze la balordaggine della loro ipocrita indignazione morale. 
Prima di tutto lo spirito libero è quello di una nuova razza di filosofi che non volgiono andare d'accordo con tutti dicendo come stanno veramente le cose e qui Nietzsche speiga questo concetto con una straordinaria efficacia lirica: 

"...i fatti devono stare come stanno e sono sempre stati: le cose grandi sono riservate ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze e i brividi ai sottili, e per esprimerci sinteticamente con una sola parola, ai rari le cose rare" ( Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adhelphi, 1977, p. 48) 

Lo spirito libero è lo spirito curioso, indagatore della realtà fino alla crudeltà, è uno spirito sovrabbondante di "libero volere", esente da ogni pregiudizio, lo spirito libero è quello dei nuovi filosofi che tali saranno proprio perchè saranno "curiosi fino al vizio".......... 

***Il capitolo terzo intitolato "L'essere religioso" è forse il più provocatorio e quello che non può lasciare il lettore indifferente e segue quel principio di essere "indagatori fino alla crudeltà" di cui Nietzsche parlava nel capitolo precedente. 
L'essere religioso si è manifestato con una nevrosi religiosa che ha imposto tre pericolose "prescrizioni dietetiche": 
 

  • la solitudine 
  • il digiuno 
  • l'astinenza sessuale 


sino a che tale religione prescriverà queste assurdità, essa sarà foriera di superstizioni e dinanzi a questa mascherata che vuole comprimere la vita l'unica soluzione è andarsene altrove. 

C'è differenza tra la superstizione che comprime la vita e i sensi e la religiosità dei Greci che invece furono sempre pieni di gratitudine nei confronti della divinità, i Greci amavano la vita e non avevano paura di essa, il cristianesimo e ancora di più il cattolicesimo sono invece responsabili di aver compresso i sensi parlando solo di sacrificio e ravvisa in questo atteggiamento una sorta di crudeltà che non solo provoca sottomissione ma anche dolore, non amore ma odio della vita, non amore dei sensi ma odio nei confronti del sesso visto come qualcosa di sporco. 
La vera fede non è l'obbligo ma la libertà dalla fede che Nietzsche definisce "quella semistoica e sorridente noncuranza per la serietà della fede". 

****SENTENZE ED INTERMEZZI 

In questa parte ritroviamo il gusto di Nietzsche per l'aforisma, lo scritto breve, interessanti alcune sentenze brevi che riguardano la donna, ne riportiamo un paio e le commentiamo: 

* " Proprio le donne, sullo sfondo di tutta la loro personale vanità, hanno pur sempre un loro impersonale disprezzo - verso "la donna" - ". 

* "La donna impara a odiare nella misura in cui disimpara ad affascinare " 

* "Le stesse passioni nell'uomo e nella donna hanno un " tempo diverso" : perciò uomo e donna non cessano di fraintendersi " 

" Indagatori fino alla crudeltà ", così venivano invitati ad essere gli spiriti liberi e Nietzsche applica a se stesso immediatamente questo precetto, c'è una sorta di cinico piacere nel mettere a nudo i comportamenti che volenti o nolenti racchiudono una verità ed è innegabile che sui tempi diversi dell'uomo e della donna ci sono studi di psicologia, fisiologia, di sessuologia...tutti venuti dopo Nietzsche. 

***Altro capitolo di grande interesse è quello intitolato "Per la storia naturale della morale" dove Nietzsche spiega l'origine della morale e spiegando come, da quando è esistita l'umanità c'è sempre stata una grande massa di uomini che hanno obbedito a un piccolo numero di individui. 
Proprio questo fatto, questa situazione fisiologica e naturale è all'origine della morale che è stata sempre uno strumento per dominare gli uomini e per assoggetarli a quella logica dell'armento che è tipica di tutti i sottomessi. 
Il bene comune è diventato un bene morale che ha creato artificiosamente leggi e prescrizioni e che ha sempre avuto come fine quello di comandare il gregge che si è sempre illuso di vivere nell'uguaglianza la più grande calunnia che sia mai stata perpetrata ai danni dell'umanità. 
E' proprio la "morale dell'armento" quella che Nietzsche colpisce e sferza con parole che pesano e che vengono rivolte anche ai complici di questo stato di cose: i "melensi filosofastri" e i zelatori della fratellanza" 

La parte finale del libro intitolata "Che cos'è aristocratico" è uno sfogo ma è anche un voler confessare la propria condizione di solitudine e di iniziato del dio Dioniso, che non è più il dio del'ebrezza ma il genio del cuore che "fa ammutolire ogni voce troppo sonora", cosa significa questo? Significa che Nietzsche fa un elogio del silenzio e della predisposizione alla contemplazione dell'infinito che lui chiama la profondità del cielo. 

****Poetico e struggente l'epodo finale intitolato "Al di là dei monti", versi di intenso lirismo che ci rivelano l'animo più profondo di Nietzsche. 


L'edizione in mio possesso dell'opera è la seguente: 

F.Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, 1977 

E' ancora l'edizione migliore e contiene una pregevole introduzione di Giorgio Colli, lo studioso che con Mazzino Montanari, ha curato l'edizione italiana delle opere di Friedrich Nietzsche. 


Dopo la sua lettura nulla sarà come prima..............

 

Articolo di proprietà dell'autore, già pubblicata altrove.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Nietzsche Friedrich
5 aprile 2014 6 05 /04 /aprile /2014 07:52

NIETZSCHE

 

IL TRAGICO DESTINO DEL FILOSOFO SOLITARIO

Nell'ultimo capitolo di Al di là del bene e del male intitolato "Che cos'è aristocratico", Nietzsche indica nell'essere solitario l'unica strada percorribile per dedicarsi a quella "gioia del cuore" quale unico modo per  evitare qualsiasi contatto con l'inattualità dei valori che la collettività degli uomini voleva subire.
Un distacco che può anche essere inteso come una sorta di annientamento in quanto non era possibile possibile trovare amici con cui avere delle corrispondenze nè tantomeno nobili che possedessero quelle caratteristiche che lui riteneva necessarie per andare oltre, questo desiderio di distacco e di separazione lo porterà ad affermare che "la profonda sofferenza rende nobili; essa divide".
In Al di là del bene e del male il concetto della maschera trova la sua teorizzazione completa  che porterà il filosofo tedesco ad elaborare l'idea di fraintendimento in base alla quale dietro le opere dei veri nobili ( gli aristocratici) si nascondono i veri istinti e le opere stesse sono solo delle maschere.
Il vero aristocratico (inteso sempre in senso spirituale) è quello che non sente alcun bisogno di esserlo anzi chi crede di essere aristocratico in realtà non lo è affatto.
Quest'idea dell'essere aristocratico come colui che segue solo la sua natura e compie il distacco dal mondo, sarà una delle idee più affascinanti che è stata (ed è) presa a modello da tutti coloro (artisti, intellettuali) che vogliono andare controcorrente; in questo sta il vero pericolo del fraintendimento e parodossalmente nonostante Nietzsche abbia messo in guardia il lettore di non fermarsi alla maschera, molti prendono di Nietzsche la parte più superficiale, scindendo dal contesto originario frasi e pensieri che spesso vengono prese a modello per questa o quella corrente di pensiero modaiola che deve servire questa o quell'ideologia.

In Ecce homo Nietzsche scrive «Ho una paura terribile che mi facciano santo» ed effettivamente la santificazione del filosofo di Eilenburg è uno dei pericoli più insidiosi che lui stesso temeva, ecco perchè la divulgazione filosofica quando semplifica troppo, può portare a delle vere e proprie aberrazioni, ben diverse invece solo le letture di Nietzsche in chiave mitica che passano attraverso altre mediazioni culturali e che comunque fanno riferimento a tematiche famose della filosofia nietzschiana.

UN'OPERA TEMPESTOSA E PASSIONALE

Nel 1888 Nietzsche scrive Ecce homo è un'opera scritto in un momento di grandi turbamenti dovuti ad una malattia che gli procurava sempre più frequenti segni di squilibrio e di scissione completa dalla realtà.
È importante comunque non arrivare allo stereotipo che porta a semplificare anche questo aspetto, comunque importante della vita di Nietzsche, affermando che "Nietzsche era diventato pazzo"; il fatto che le sue condizioni psicologiche si sovrapposero ai suoi pensieri è una condizione ormai acclarata dai biografi e dagli esegeti ma comunque"Ecce homo non è altro che il risultato finale  della produzione nietzschiana e non solo dal punto di vista cronologico.
L'aver scritto tra la primavera del 1888 e i primi giorni del 1889 ben quattro opere è il segno che Nietzsche, abbandonata la fase della elaborazione ordinata del suo pensiero, abbandonasse quel criterio comunque organico, per quanto mai sistematico, che lo aveva condotto ad elaborare opere comunque ben organizzate.


L'OPERA CHE PRESENTA AL MONDO COME E' NIETZSCHE

Nel prologo dell'opera Nietzsche afferma, «Poichè prevedo che fra breve dovrò presentarmi all'umanità di fronte alla più grave esigenza che mai le sia stata proposta, mi sembra indispensabile dire chi sono io»
Nietzsche decide di gettare la maschera e si lamenta del fatto che: «la sproporzione fra la grandezza del mio compito e la piccolezza dei miei contemporanei si è dimostrata nel fatto che questi non mi ascoltano, e neppure mi vedono.............In queste circostanze io ho un dovere, contro cui si rivoltano in fondo, le mie abitudini, e ancor più la fierezza dei miei istinti, e cioè quello di dire: Ascoltatemi! Perchè sono questo o quello. E soprattutto non scambiatemi per altro!» (Friedrich Nietzsche, Ecce homo, Ditirambi di Dioniso, Nietzsche contra Wagner, Poesie e scelta postumi 1888.1889, Mondadori, 1977,p.5)
Da queste parole emergono delle premesse che spiegano anche lo spirito dell'opera e che possiamo così sintetizzare.

*Nietzsche si sente investito da un grande compito che è sproporzionato rispetto al pensiero dei contemporanei.

*I suoi contemporanei sono inadeguati a comprendere quanto da lui sostenuto.

*Esplicitare ulteriormente il suo pensiero è un dovere ma è anche una spinta dovuta alla fierezza dei suoi isitinti.

*Consapevole di essere poco ascoltato, invita gli spiriti liberi ad ascoltarlo per rivelare se stesso, gettando la maschera, ogni maschera che fino ad allora avrebbe potuto creare dei fraintendimenti.

"PREFERIREI ESSERE UN SATIRO PIUTTOSTO CHE UN SANTO"

Dichiarandosi per l'ennesima volta seguace di Dioniso e non come colui che vuole migliorare l'umanità, Nietzsche afferma che il suo unico e vero obiettivo è rovesciare gli idoli parola, come da lui stesso esplicitato, usata per indicare gli ideali.
Gli ideali a cui fa riferimento sono il mondo finto, quello rappresentato dai filosofi che hanno preso in giro l'umanità, dai commedianti della parola come Platone ad esempio, che hanno elevato a menzogna le fantasie dialettiche ingannando l'umanità inducendola ad adorare "valori inversi di quelli che soli le potrebbero garantire la crescita, l'avvenire, il sovrano diritto dell'avvenire". Bisogna fare quindi pulizia con se stessi, eliminando tutti gli idoli menzogneri per respirare un'aria forte e salubre, Nietzsche dice di non pretendere alcuna fede e di non volere fare prediche anzi addirittura invita con un ordine perentorio i suoi lettori a rinnegarlo perchè solo in questo modo il suo pensiero ritornerà tra coloro che lo hanno respinto.

PERCHE' SONO COSI' SAGGIO

Nietzsche rassegnò le dimissioni da professore universitario nel 1879, rinunciando alla cattedra di professore universitario come confessa proprio nella pagine di Ecce homo e diventando un'ombra, da questa esperienza esistenziale paror' una delle sue opere più belle Il viandante e la sua ombra, un'opera in cui Nietzsche appare in tutta la sua lucidità, nonostante venisse tormentato da terribili emicranie («durante le torture che mi diede una volta il cervello ininterrottamente per tre giorni, accompagnate da un penoso vomito di muco....»in op. cit. p11).
Eppure in quelle circostanze Nietzsche perfezionò la sua capacità di vedere dietro l'angolo, di non fermarsi alle apparenze.

NIETZSCHE SI CONFESSA

In Ecce homo tutte le righe sono autobiografiche ed è interessante la parte che riguarda il suo rapporto coni genitori nei confronti dei quali non riconosce nessuna affinità, ritenendosi un uomo di sensibilità e natura superiore ritiene che il suo vero padre potrebbe essere Giulio Cesare o Alessandro.
Detto così questo concetto potrebbe apparire terribile ma in realtà il concetto espresso da Nietzsche è un concetto profondo: i veri padri non sono quelli biologici ma quelli che in qualche modo abbiamo preso come punto di riferimento e che ci hanno influenzato con la loro vita e le loro opere, siamo ciò che siamo ma siamo anche quello che siamo diventati .

L'ISTINTO DI PULIZIA

Nietzsche spiega quello che definisce un tratto della sua natura e che definisce l'istinto di pulizia, l'istinto di pulizia è il bisogno di liberarsi da tutta quella sporcizia che copre le nature lordate dagli idoli, dai falsi ideali e invocare la solitudine non è altro che cercare una strada terapeutica per arrivare alla guarigione del peggior male che abbia ammmorbato l'umanità fin dai suoi inizi.

«La nausea per l'uomo, per la canagli è stato sempre il mio più grande pericolo»(in op. cit. p.20)

Ecco allora che l'unica strada percorribile è la solitudine per vivere al di sopra di queste canaglie lordate dagli idoli, 2vicini alle aquile, vicini alla neve, vicini al sole"

PERCHE' SCRIVO LIBRI COSI' BUONI

E' un capitolo particolarmente interessante perchè Nietzsche precisa " una cosa sono io, una cosa sono i miei libri", ritorna il concetto espresso in "Al di là del bene e del male", le opere sono solo una maschera che nasconde la vera natura dell'uomo aristocratico.
Proprio per il fatto che Nietzsche non vuole essere scambiato per un altro spiega che cosa è il superuomo, il superuomo non va inteso in senso darwinisitico come un essere tutto muscoli superiore dal punto di vista biologico e non è neanche un tipo ideale, il superuomo "designa un tipo benriuscito al massimo grado" contrapposto all'uomo moderno, all'uomo buono, ai crisitiani e ai nichilisti.

Questa esplicitazione di Nietzsche avrebbe dovuto evitare fraintendimenti ma evidentemente molti teorizzatori del superuomo  hanno frainteso Nietzsche e non hanno letto Ecce homo perchè non esiste nessuna ombra di dubbio che la stessa interpretazione di D'Annunzio fu dovuta a poca conoscenza del pensiero di Nietzsche, quando D'Annunzio scrive  nella prefazione del "Trionfo della morte,"Noi tendiamo l'orecchio alla voce del magnanimo Zarathustra..e prepariamo con sicura fede l'avvento del superuomo" fraintende Nietzsche che anzi invitava a rigettare Zarathustra e proprio nella prefazione di Ecce homo, dove egli scrive:

«Andate via da me e guardatevi da Zarathustra! Ancora meglio: vergognatevi di lui! Forse vi ha ingannato.»




"Ah!
Dignità, alzati!
Soffia, soffia di nuovo,
mantice della virtù!
Ah!
Ancora una volta ruggire,
ruggire moralmente ruggire
come leone morale dinanzi alle figlie del deserto!
-Poichè l'ululato della virtù,
fanciulle graziosissime
è più di ogni altra cosa
un fervore di Europei, un'avidità di Europei!
Ed eccomi già in piedi,
come Europeo
non posso fare altrimenti, Dio mi aiuti!
Amen"
(F. NIETZSCHE, Ditirambi di Dioniso, in op. cit. p. 113)

QUALE EDIZIONE SCEGLIERE

L'unica edizione da scegliere è quella che si rifà al testo critico stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montanari, altre edizioni non sono scientificamente attendibili.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Nietzsche Friedrich
5 aprile 2014 6 05 /04 /aprile /2014 05:28

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La nascita della tragedia

 

 

 

Fulvio Papi, uno dei più importanti studiosi della storia del pensiero filosofico ha osservato che "la filosofia in Nietzsche può essere letta come una risposta distruttiva alla civiltà intellettuale dell'epoca positivista",(1) definire pertanto Friedrich Nietzsche un moralista, nel senso che tale termine ha nell'accezione corrente, significa non averne compreso il pensiero. Nietzsche mise, infatti, in discussione tutti i cosiddetti valori oggettivi e la morale dominante, insieme alla verità, al progesso e alla scienza che venivano visti come una parte negativa e reattiva alla volontà di potenza.


L'obiettivo di Nietzsche fu quello di individuare un'alternativa ai "valori" decadenti esaltati dal Positivismo e il nucleo essenziale dell'interpretazione della vita come realizzazione che dipende dall'affermazione sono da rintracciare nei suoi studi sulla filosofia greca  e in particolare sulla critica al modo in cui gli accademici del tempo trattavano la cultura classica ridotta a pura curiosità. La prima opera filosofica di Nietzsche è "La nascita della tragedia dallo spirito della musica, ovvero: grecità e pessimismo", opera pubblicata nel 1872 che costituisce una vera e propria analisi  del tutto inedita e originale sul pensiero greco, un'opera che rappresenta anche una critica alla cultura occidentale e il cui obiettivo è un rinnovamento profondo della filosofia tradizionale che passa attraverso la trasmutazione dei valori fino ad allora ritenuti fondanti.

Per comprendere quindi i temi salienti della filosofia di Nietzsche, bisogna partire proprio da "La nascita della tragedia", un 'opera che venne accolta freddamente dal mondo accademico coevo al filosofo tedesco, mondo accademico che non poteva accettare l'accusa di essere il responsabile di un'interpetazione fuorviante della grecità. Nietzsche, infatti, sosteneva ne "La nascita della tragedia" che l'idea che noi moderni abbiamo della Grecia antica è del tutto erronea e  che questo dipende dal fatto che gli storiografi avevano da sempre trasmesso l'immagine di una cultura greca incentrata sull'idea del bello e della razionalità, mentre in realtà questo sistema di valori era quello dell'Atene del V secolo. L'attacco che Nietzsche rivolge a questa interpretazione falsa e fuorviante data dagli storiografi a partire dai Padri della Chiesa è appassionato e polemico e ha un solo intento: dimostrare che il vero spirito greco non è quello delle forme perfette riconducibili al periodo classico e per fare questo Nietzsche si prefigge di spiegare le origini e le peculiarità della tragedia attica.


Nelle prime pagine de "La nascita della tragedia" si trova un riferimento a Sileno, il fauno precettore di Dioniso che affermava che per l'uomo sarebbe meglio non essere mai venuto al mondo, ma che una volta nato sarebbe stato meglio morire presto. Una citazione da cui si dipana poi tutta l'impostazione della originale teoria di Nietzsche, teoria che non ha alcun punto di contatto con le interpretazioni fino ad allora date sul pensiero greco. Ne "La nascita della tragedia" troviamo tutte le "figure" presenti nelle opere filosofiche successive in cui il "paradosso", la contrapposizione  trovano la loro spiegazione nella metafora di Apollo e Dioniso. Lo spirito greco quindi -secondo il filosofo tedesco- trae le origini nella contrapposizione di due principi opposti: il dionisiaco quale espressione massima dell'ebbrezza e dell'istintività e l'apollineo definito "il mondo perfetto dell'intuizione".

Dioniso rappresenta il caos, l'ebbrezza, lo smembramento e il distacco dall'unità originaria ma anche la definitiva liberazione dalla propria individualità e la riunione con la natura. Dioniso è la divinità che non ha limite che produce lacerazione e dolore, il dio che crea e distrugge e nel contempo pietrifica, la divinità che si manifesta nella danza e nella musica.; Apollo è la figura che invece esige compiutezza e misura, il dio delle forme razionali che si materializzano nella scultura e nell'architettura.

La nascita della tragedia viene definita da Nietzsche come l'unità originaria dove Apollo e Dioniso erano paradossalmente la ragione stessa di un equilibrio che, seppur precario, non poteva esistere senza la presenza di entrambi. Tuttavia in questo equilibrio necessario delineato da Nietzsche, la figura di Dioniso assume un ruolo centrale: la tragedia nasce grazie alla liberazione delle pulsioni vitali ed istintive messe in atto da Dioniso che non potrebbe arrivare a manifestarle senza Apollo, indispensabile per dare forma all'istinto ma assolutamente mancante di creatività.

Apollo rappresenta la chiarezza, la forma, la misura e come scrive Walter F.Otto :"Apollo rifiuta tutto ciò che è troppo intimo, l'attaccamento alle cose, la visione poco netta e così pure le complicazioni psichiche, il rapimento mistico e il sogno estetico" (2)

 

Quel che è importante comprendere  è che per Nietzsche Apollo non ha senso senza Dioniso e viceversa Dioniso non può manifestarsi in forma compiuta senza Apollo, la tragedia attica è il momento in cui Apollo parla la lingua di Dioniso, è la fase del rapimento estatico che, grazie all'elemento musicale, è sogno e incantesimo. Ma se Nietzsche delinea in modo puntuale la nascita della tragedia individua anche il responsabile della sua morte: Euripide che eliminando la musica dalla tragedia ne ha decretato la sua fine, una tragedia senza l'elemento dionisiaco per eccellenza perde la sua stessa ragione d'essere. È Euripide colui il quale inaugura la stagione dell'ottimismo e della razionalità, un siffatto uomo non può comprendere la "gaya scienza" ed è ostile al pessimismo della tragedia e al senso di sofferenza che aveva il greco delle origini. Colui il quale però ha eliminato qualsiasi possibilità di rinascita della tragedia è Socrate che fa irruzione nel palcoscenico dove veniva rappresentata la tragedia per cacciare qualsiasi elemento irrazionale, per relegare il tragico nel cimitero delle cose morte; dalle sue idee troverà ispirazione Platone considerato da Nietzsche l'inziatore del romanzo nel quale si mescola dramma e tensione emotiva, lirica e prosa. E con il razionalismo socratico e le idee di Platone nascerà una cultura debole che condizionerà per sempre il pensiero occidentale.

 

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/39024719@N06/3585900146

Album di mansionwb

 

Nietzsche sembra ipotizzare l'idea della rinascita della tragedia in epoca moderna ed invidua nella musica di Wagner, nella filosofia di Kant e di Schopenauer gli elementi che pemettono alla grecità di risorgere, ma questa ipotesi sarà abbandonata quando si verificò il definitivo distacco da Wagner. La Grecia antica per il filosofo tedesco ha sempre rappresentato  il vertice di ogni civiltà e il tentativo di annientarla nasceva solo dall'invidia e dal risentimento di chi ne avvertiva l'incolmabile distanza e superiorità.

 

(1) Filosofie e Società, Bologna, Zanichelli, 1979, p. 338.
(2) F.W. Otto, Gli dèi della Grecia, Milano, Il Saggiatore, 1968, p.99.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Nietzsche Friedrich
5 aprile 2014 6 05 /04 /aprile /2014 05:22

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SPINOZA VISTO DA MARX 

Una rivisitazione del pensiero filosofico di Marx non può prescindere dagli scritti minori che spesso contengono in nuce argomenti che saranno poi sviluppati in forma più compiuta nelle opere della maturità, il "Quaderno Spinoza" non è un'opera compiuta ma una serie di annotazioni, riflessioni e pensieri che il giovane Marx fece intorno al "Trattato teologico-politico" di Baruch Spinoza che il più teologo dei filosofi che si occupò di dottrine politiche e delle ragioni che stanno alla base della nascita dello Stato, parlando di Spinoza è inevitabile che si faccia un raffronto con Hobbes che affrontò lo stesso argomento ma con esiti differenti. 
Per quanto tali questioni possano sembrare di difficile comprensione la loro attualità anche per i coevi sta nel fatto che il rapporto Stato-libertà degli individui è un tema mai risolto e tutte le scelte che vengono fatte dalle classi politiche di ogni paese, vanno a coinvolgere le scelte individuali, la politica, gli Stati non sono un qualcosa di astratto ma sono l'essenza stessa dello stare insieme e dell'origine del "contratto" che ne è scaturito. 
Stato e legge civile vanno di pari passo, l'uscita dalla condizione primaria naturale segna anche il passaggio ad una accettazione di norme che obbligano l'uomo a diventare civile, non c'è civitas senza lex. 

Perchè è importante quest'opera per conoscere le ragioni del sorgere anche del marxismo? Se "Quaderno Spinoza" è una sorta quaderno di appunti e di estratti, molto Spinoza troveremo in Marx in quella che sarà la sua elaborazione filosofica che ha avuto importanti risvolti non solo dal punto di vista della storia delle idee ma anche in campo economico, culturale e delle scelte valoriali dei singoli. 

Quel che è interessante dal punto di vista filologico è la scelta che il giovane Marx fa di alcuni brani del "Trattato teologico-politico", una scelta forse dovuta a motivi di studio ma anche, probabilmente una selezione degli argomenti che più interessavano all'allora giovane filosofo di Treviri, quali il rapporto tra Stato e libertà di coscienza, fra Stato ed etica e il rapporto tra conoscenza filosofica e religione. 
Un altro aspetto importante è quello che riguarda le origini del marxismo su cui molto è stato detto ma poco rimane al livello di senso comune circa la sua anima liberale, troppi equivoci, infatti esistono sul piano concettuale che nascono da una sovrapposizione tra quanto Marx ha scritto e le realizzazioni storiche di fome di Stato spesso lontanissime dalle convinzioni liberali di Marx che già da giovane si era posto il problema della libertà di espressione in relazione al costituirsi di uno Stato. 
"Quaderni Spinoza" è un'opera rivolta ad un lettore interessato alle questioni filosofiche ma può essere anche l'occasione di una lettura per coloro che troppo frettolosamente si richiamano al marxismo senza conoscerlo e a coloro che ne sono avversari da sempre ignorandone la parte di dissenso democratico che è molto più liberale rispetto ai tanti aplogeti delle "libertà" che difendono solo le proprie libertà e vogliono reprimere ogni dissenso. 

 

INFORMAZIONI SUL LIBRO

  • Autore: Karl Mark
  • Titolo: Quaderno Spinoza 1841
  • Pagine: 201 
  • Editore: Bollati Boringhieri
  • Collana: Nuova cultura
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8833904105
  • ISBN-13: 978-8833904108

 

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Published by Caiomario - in Filosofi: Marx Karl
4 aprile 2014 5 04 /04 /aprile /2014 07:59

I TRE STADI DELL'ESISTENZA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fonte immagine:https://www.flickr.com/photos/21914065@N05/3507735266

 

La filosofia di Soren Kierkegaard viene anche definita "esistenzialismo trascendentalistico", ma per comprenderne le linee essenziali bisogna comprendere che non vi sarebbe stata la successiva elaborazione filosofica se il filosofo danese non avesse vissuto in modo esasperato il concetto luterano di peccato e della diffcoltà per l'uomo di pervenire attraverso la razionalità alla verità.

Solo facendo appello alla fede rivelata è possibile cogliere un barlume di verità da qui la sua radicale opposizione ad ogni forma di razionalismo sistematico ed in particolare all'hegelismo.

Nella sua visione non c'è spazio per le categorie universali e per il trionfo della ragione, ma conta solo l'esistenza dell'uomo quale fulcro di possibilità; un'esistenza in cui prevalgono la difficoltà, la miseria e le contraddizioni.

 

Partendo dal rifiuto verso la filosofia hegeliana, Kierkegaard afferma che la ricerca filosofica non può ridursi a categorie universali e astratte ma si deve interessare della singola esistenza dell'uomo ossia di quella vivente realtà che è ricca di una interiorità sempre ignorata dal pensiero filosofico.

Se in Hegel la filosofia ha come atto conclusivo il trionfo dello Spirito e dell'Idea, in Kierkegaard conta solo la religione, quale momento autentico dell'esistenza.

 

LA DIALETTICA DELL'ESISTENZA

 

L'esistenza costituisce di per sè un ventaglio di possibilità e di condizioni in contrapposizione tra di loro, ogni condizione supera la precedente e la nega; sotto questo punto di vista  si può parlare di dialettica dell'esistenza da intendersi come movimento, superamento e negazione. Non esiste un obbligo di passare da una condizione ad un altra, tuttavia tutte costituiscono delle possibilità a cui l'uomo può decidere di aderire oppure no.

 

Secondo  Kierkegaard  l'uomo può decidere di vivere seguendo  tre condizioni e ogni condizione, intesa come alternativa, esclude necessariamente l'altro:

 

  • La prima condizione è quella estetica dove l'uomo vive l'istante, l'uomo si lascia vivere e non ha un progetto, mostrandosi indifferente verso le categorie del bene e del male. Figura emblematica di questo stadio è la figura del Don Giovanni per il quale gli unici interessi sono quelli dominati dalla passione e dagli istinti che essendo dei "valori" vuoti e frivoli finiscono per provocare una condizione di  malinconia e di  diperazione che può rivelarsi senza uscita.
  • La seconda condizione è quella etica il cui simbolo è il Padre di Famiglia impegnato a rendersi utile nella propria famiglia, nel  matrimonio la bellezza della donna non è vissuta istante per istante come accade per Don Giovanni ma cresce e cambia con gli anni. L'etica è una condizione di serenità in cui le contrapposizioni vengono superate e mediate ma che può rivelarsi una gabbia che lascia solo disperazione e che può essere superata solo facendo ricorso alla fede.
  • La terza condizione è quella religiosa dove l'uomo attraverso la fede risolve le contraddizioni dello stadio etico, tuttavia il lasciarsi andare alla fede costituisce una sospensione dell'etica in quanto la legge universale di Dio non è comprensibile dall'uomo che tuttavia solo perseguendola può raggiungere la completa redenzione. Simbolo di questa condizione è la figura di Abramo a cui Dio chiede un sacrificio non comprensibile e per l'uomo assurdo, ma Abramo dichiarandosi disponbile ad eseguire la volontà divina, viene salvato e premiato perché ha avuto fede.

 

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Esercizio di cristianesimo - Soren Kierkegaard

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Published by Caiomario - in Filosofi: Kierkegaard Soren
3 aprile 2014 4 03 /04 /aprile /2014 09:07

 

 

 

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Kierkegaard ha riflettuto a lungo sul Cristianesimo e sulla figura di Cristo ed è il pensatore che invita a scegliere, non esiste mediazione o da una parte o dall'altra. A differenza dei teologi, Kierkegaard usa il linguaggio della filosofia ed è diretto nel suo modo di comunicare come in "Esercizio di cristianesimo", un libro scritto nel 1850 che a distanza di oltre 160 anni dovrebbe essere letto da tutti coloro che si definiscono cristiani per "battesimo". Io l'ho letto per motivi di studio, poi mi sono appassionato al punto che è impossibile per me parlare di questioni spirituali senza pensare a questo libro di Kierkegaard. Ci sono libri che formano, "Esercizi di Cristianesimo" è uno di questi. 

LA TESI  ESPOSTA NEL LIBRO 

Per il filosofo danese quando il Cristianesimo irrompe nella scena porta una nuova dimensione che non può essere acquistata per trasmissione e a cui non è possibile approdare se non mettendo in discussione tutto quello a cui si era creduto prima di conoscere la figura di Cristo. Kierkegaard non si riferisce solo ai "convertiti" ma anche a coloro che si definiscono cristiani per nascita. 
Il punto centrale che deve indurre l'uomo a questa scelta è la figura di Cristo stesso che per Kierkegaard è la figura più scandalosa di sempre al punto che lo definisce il "paradosso assoluto". Il ragionamento è affascinante: essendo Cristo Dio, si presenta come un uomo che è il contrario della gloria, un uomo che come tutti gli uomini vive la sofferenza, il dolore e la morte. Per di più Cristo si presenta sulla terra come un uomo destinato a morire con ignominia dopo una condanna, trattato come un criminale e messo sul palo insieme a due ladri e assassini. 
In base a queste premesse, per Kierkegaard chi si definisce discepolo di Cristo deve in primo luogo assumere su di sé la medesima sofferenza predisponendosi per il cambiamento interiore, unica condizione per accogliere la verità e per fare si che Dio si manifesti. 

In questo modo avviene l'incontro tra il tempo fisico e finito di ogni singola esistenza con l'eternità di Dio ed è possibile un salto nella salvezza grazie a quell'evento unico che è Cristo. Accettare il paradosso è quindi la vera fede per il credente, una fede che vince qualsiasi oggettività che genera incertezza per approdare nella soggettività dell'accettazione. 
Il Cristianesimo come paradosso permette di andare oltre la definizione di Dio inteso come assoluto distaccato dall'uomo in quanto il Cristianesimo è un fatto storico che implica una fede doppia in quanto non è concepibile per la ragione umana l'idea che l'eternità si fa tempo. 
Non è quindi sufficiente conoscere le testimonianze dirette di coloro che hanno vissuto ai tempi di Gesù e meno che mai le tradizioni che si sono depositate secolo dopo secolo intorno alla figura di Cristo. 
L'uomo può comprendere la storicità del Cristianesimo solo quando si apre alla fede e questo può avvenire solo al livello del singolo. Le fede è quindi sempre un dono di Dio, l'uomo non può decidere razionalmente di avere fede quindi l'uomo che vive secoli dopo al Cristo storico può dirsi un suo contemporaneo 

Quando si accetta la fede si vive quindi la prima volta lo stesso evento storico volgendo le spalle a Socrate, il maestro della maieutica per scegliere il solo Maestro di verità, Socrate suscita l'ammirazione di Kierkegaard perché la sua filosofia è estranea alla metafisica. 

Il libro si trova anche con il titolo di "Esercizio del cristianesimo", segnalo l'edizione pubblicata da Studium disponibile al prezzo di euro 7,23.

 Non è un libro di catechismo.

 

Articolo di proprietà dell'autore pubblicato altrove e adattato per questo spazio.

 

 

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Don Giovanni. La musica di Mozart e l'eros - Soren Kierkegaard

 

 

 

 

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3 aprile 2014 4 03 /04 /aprile /2014 08:12

 

 

 

 

 

 

 

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https://www.flickr.com/photos/61429029@N05/5904435402

 

 

 

"La morte, il più atroce di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è dunque nulla nè per i vivi nè per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più.

Invece la gente ora fugge la morte come il peggiore male, ora la invoca come requie ai mali che vive."

 

IL COMMENTO DI CAIOMARIO

 

In questo celeberrimo passo presente nelle  Lettere sulla felicità il filosofo greco Epicuro  presenta la sua posizione  e quella della scuola epicurea (per noi) nei confronti della morte. Epicuro annuncia che la morte non esiste per l'uomo e poi argomenta quanto è stato enunciato nei seguenti termini:

 

La morte quale male peggiore di tutti i mali è un evento che non può interessare chi è in vita in quanto quando l'uomo è vivo la morte è lontana da lui.

 

L'idea che la morte sia qualcosa che non dovrebbe interessare i vivi comprende anche i morti stessi che, in quanto tali, non hanno più nulla da temere proprio per il fatto che l'evento si è già verificato.

Al contrario la gente comune o cerca di fuggire dalla morte ritenendola il peggiore dei mali oppure paradossalmente (aggiungiamo noi) la invoca come soluzione al male di vivere.

 

Epicuro non si limita ad enunciare una tesi ma la argomenta con un argomento forte e indiscutibile, l'uomo non sa e non può sapere cos'è la morte, perché allora preoccuparsi di qualcosa che quando si è in vita non dovrebbe interessargli?

 

La posizione di Epicuro nei confronti della morte si ricollega alla nota XI Massima Capitale nella quale  egli dice:

 

"Se non ci turbasse la paura delle cose celesti e della morte, nel timore che esse abbiano qualche importanza per noi, e l'gnoranza nei limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura".

 

Se l'uomo non deve preoccuparsi della morte, dall'altro canto Epicuro individua proprio nella paura della morte il tentativo da parte dell'uomo di conoscere ogni cosa al fine di liberarsi dal timore dei dolori e dei desideri.

Tuttavia Epicuro non considera il desiderio di conoscenza un male per l'uomo in quanto è proprio la scienza che consente all'uomo di liberarsi dalle superstizione, dal timore degli dei e dalla morte stessa in modo che egli possa avere pieno godimento della vita terrena.

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3 aprile 2014 4 03 /04 /aprile /2014 07:49

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/27056788@N06/5353645049 (album di Christiaan Tonnis)

 

LA MADRE DI ARTHUR SCHOPENHAUER 

La signora Johanna Henriette Trosiener, madre di Arthur Schopenhauer, fondò a Weimar uno dei più importanti salotti letterari frequentato dai maggiori intellettuali dell'epoca tra cui Goethe, i fratelli Grimm, Wiekeland e tanti altri letterati minori, da questa attività salottiera la bella Johanna era così assorbita che l'unico obiettivo sembra essere stato quello di raggiungere la notorietà presso la gente che contava; tale intensa attività non passò inosservata al punto che il criminologo Fuerbach (padre del filosofo), annotò: 

"La signora consigliera Schopenhauer, ricca vedova, tiene qui cattedra di bello spirito. Parla bene e molto.Di spirito fin che si vuole, ma niente cuore. 
E' molto coquette e sorride a se stessa dalla mattina alla sera .Dio ci liberi dalle donne così spiritose". 

Arthur crebbe non amando la madre il che è un eufemismo per non dire che la odiava. 

L'EPISODIO RIPORTATO DAI CURATORI DELL'OPERA "PARERGA E PARALIPOMENA" 

R. Hornstein ( un conoscente di Schopenhauer) riferì di un episodio che è stato annotato nell'appendice delle opere complete di Schopenhauer: un giorno una bella ragazza veneziana che lavorava da lui come donna di servizio si invaghì di di Lord Byron quando lo vide "galoppare", questo fatto provocò in lui un grande disprezzo nei confronti della ragazza che riteneva superficiale e incosistente dal punto di vista morale, in realtà tale disprezzo nasceva non dal fatto di essere stato respinto e dall'invidia che Shopenhauer aveva nei confronti del prestante Byron ma dal profondo odio che nutriva nei confronti della donna, in una parola Arthur era un misogino ideologico. 

L'ARTE DI TRATTARE LE DONNE 

Dal punto di vista filologico e della storia delle fonti c'è da dire che Schopenhauer non pubblicò mai un libro con questo titolo, l'opera fu pubblicata postuma ed è un saggio che ha per titolo "Uber die Weiber" e che potremo tradurre "(Discorso) circa le donne", in italiano il saggio andrebbe intitolato con un titolo più veritiero e più rispondente allo spirito della trattazione: "L'arte di trattare MALE le donne". 

IL FONDAMENTO IDEOLOGICO E FILOSOFICO DEL SAGGIO 

  •  Schopenhauer a proposito dell'atteggiamento dell'uomo nei confronti della donna scrive: 


"..soltanto l'intelletto maschile annebbiato dall'istinto sessuale ha potuto chiamar bel sesso quello dalla piccola statura, dalle spalle strette, dai fianchi larghi e le gambe corte: sicchè tutta la bellezza femminile deriva da cotesto stimolo". 

Shopenhauer parte nel suo saggio proprio da questo presupposto: l'uomo è annebbiato dalla visione dei genitali femminili che sono la parte del corpo che più ama, non esiste quindi amore ma solo attrazione sessuale, l'amore è solo una giustificazione ad un istinto primordiale che nella donna si completa con la maternità. 

  •  L'uomo e la donna sono fisiologicamente diversi, mentre l'uomo si volge verso l'universale e rimane nel tempo prestante, la donna invece sfiorisce molto presto. 

La differenza sessuale è anche una differenza di carattere: l'uomo è rivolto verso l'universale, la donna è invece interessata a tutto ciò che è leggero, futile, le donne in genere rispondono solo ad una natura interna istintiva, quindi anche le premure che una donna può avere nei confronti dei figli nascono da una sorta di istinto alla mezzaneria per cui le donne sono portate istintivamente a presentare a degli uomini altre donne. 

  •  Qual'è la qualità naturale della donna per Schopenhauer? L'essere madre nel senso che deve attendere alla gravidanza, questo è il suo compito più importante e deve vivere questo periodo con grande calma sopportando tutti i dolori con umltà, se questo non avviene si manifesta una sorta di castigo igienico che degnera nell'isteria. 

La natura della donna è quindi quella di obbedire all'uomo sempre e comunque, se questo non avviene vi è un conflitto tra vita e verità, l'uomo è sempre l'educatore che ama la verità mentre la donna ama la vita perchè ama l'istinto. 
L'amore nei confronti dei figli è solo istintivo, non meditato, una donna difende un figlio anche se ha torto, l'uomo, no, perchè ama la verità e il suo amor filiale è razionale. 

  •  L'uomo che sceglie una donna deve essere molto accorto secondo il vecchio Arthur, la sua coscienza e la sua saggezza lo devono portare a scartare a priori donne mature e ultraventenni, solo una donna che non ha superato i venti anni è sessualmente sana e non crea alcun problema dal punto di vista riproduttivo, è una donna giovane che si deve sacrificare a un uomo maturo ed assecondarlo e non viceversa. 


  •  Il matrimonio non è una cosa utile per la serenità mentale, un uomo si deve sposare solo per necessità e per garantire la riproduzione della sua discendenza, poi se è possibile ritirarsi senza che vi sia alcuna donna. 

Chi è costretto a stare per tutta la vita con una sola donna subisce una violenza perchè non è naturale che ciò avvenga, l'uomo a causa di questa assurda pratica perde buona parte dei suoi diritti e si indebolisce. 
Ma deve anche stare attento ad avere molte donne perchè in questo caso si moltiplicherebbero i problemi e i conflitti.

  •  La donna non deve avere nessun diritto, non ha capacità alcuna di rivolgersi all'universale, è una civetta che vuole essere solo notata per attirare gli uomini e soddisfare i suoi propri istinti di maternità. 




 

 Arthur Schopenhauer  per certi versi fu un pensatore originale, la sua filosofia fu talmente incisiva che Nietzsche ne rimase impressionato e suggestionato,  non è quindi una scoperta la trivialità del vecchio satiro, ma Arthur non capiva niente di donne, in fondo amava solo se stesso, era bruttino. gli sarebbe piaciuto avere una bella ragazza ma veniva respinto.........a differenza di Byron che galoppava. 



"La donna dopo due gravidanze perde la bellezza e probabilmente anche la sua stessa ragione" Arthur Schopenhauer 

..... Il vecchio Arthur però sull'argomento donne, non l'ha mai avuta...........

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Published by Caiomario - in Filosofi: Schopenhauer Arthur
3 aprile 2014 4 03 /04 /aprile /2014 07:12

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Quando si affronta un autore come Soren Kierkegaard viene da domandarsi se sia possibile aprire una via estetica all'eros nella teologia cristiana; in altri termini: l'idea che si è diffusa di una pratica di culto proiettata verso la morte quanto può incidere su una rappresentazione che sembra mortificare la carne e indurre all'idea che l'eros sia peccato?


Cercherermo di rispondere a questa domanda facendo riferimento all'opera "Don Giovanni. La musica di Mozart e l'eros" scritto da Soren Kierkegaard; ogni volta che ci troviamo ad affrontare dei passi delle opere del filosofo danese veniamo letteralmente provocati dalle sue riflessioni, e in particolare da un'opera come "Esercizio di Cristianesimo". Talvolta le sue tesi non collimano con le nostre attuali convinzioni, ma altre volte restiamo letteralmente stupiti dal suo essere antimetafisico pur mantenendo altissimo il senso della spiritualità.

La sua tesi del paradosso e dello scandalo della fede dovrebbe fare pensare, purtroppo Soren Kierkegaard è studiato poco dai "fedeli cattolici" perché lui -filosofo, teologo e pastore- rappresenta ancora oggi una minaccia per chi vuole dare una visione del Cristianesimo in termini rassicuranti. 
Il saggio di Soren Kierkegaard è tra le sue opere più chiare e -a nostro parere- dovrebbe essere letto da chi si interessa di arte e in particolare di musica, la particolare prospettiva avanzata dal filosofo danese contiene un'analisi dell'elemento artistico molto originale, ne confuto alcuni aspetti condividendoli con chi legge questo mio articolo. 



Soren Kierkegaard considerava la musica come la più astratta delle arti, come tale era la quintessenza dell'arte stessa. Ma essendo l'esteta (l'artista) colui che vive nell'immediatezza è condannato ad essere dipendente dall'oggetto del suo godimento ed è perciò condannato allo sfacelo. In parole semplici l'esteta è vive nella miseria dell'esistenza in quanto non è in grado di andare oltre l'attimo.

Crediamo, a differenza di Soren Kierkegaard, che vi sia invece una via estetica alla Rivelazione cristiana che permette di andare oltre l'attimo, basta leggere il "Cantico dei cantici" per recuperare una visione dell'eros che vada al di là dell'immediatezza e del consumo idolatrico.
Non si tratta quindi di una fascinazione che resta ferma alla materialità ma va oltre e si spinge attraverso la visione estatica verso le alte vette della spiritualità.

D'altro canto Soren Kierkegaard nel suo saggio delinea un'immagine dell'artista come esteta tralasciando altri aspetti che fanno parte di altre figure di artista che non sono immersi nella non-scelta come l'esteta di cui lui parla.

Viene da domandarsi se la figura di Don Giovanni possa poi essere rappresentativa di tutti gli esteti. Chi è Don Giovanni? È colui che desidera una donna e quando l'ha ottenuta passa ad un' altra, vivendo nella ripetitività di un atto sempre eguale a se stesso. In questa prospettiva l'istanza erotica perde slancio anzi passa in secondo piano, ma in questa visione si perde completamente l'idea dell'istanza erotica come fonte infinita di bellezza che trova la sua trasposizione materiale in opere artistiche dove il corpo stesso è l'immagine del divino nella sua perfetta realizzazione.

A quanto pare musica ed eros sono per Kierkegaard due manifestazioni simmetriche che allontanano l'uomo dal divino, quasi due espressioni demoniache che si sciolgono nell'immediatezza; non ci possiamo trovare d'accordo con la tesi espressa nel saggio in quanto viene tralasciato completamente il contributo dato, ad esempio, dalla "musica sacra" che è una forma di rappresentazione altissimamente spirituale che fa da ponte verso il divino.

La musica è anche creatività spirituale e profetica e se vogliamo sprigiona un'intuizione spirituale che solo un'esperienza estetica può dare. La musica può essere il luogo in cui l'ascoltare dell'uomo va oltre il sentire e nella sua eccedenza di senso va oltre i suoni del mondo. In questo ci troviamo in una posizione diametralmente opposta a Kierkegaard. L'idea di una fruizione spirituale della musica mancava al filosofo danese, probabilmente hanno influito su questa sua particolare visione diversi aspetti tra cui le vicende personalissime del suo legame con la fidanzata Regine Olsen con la quale vi fu poi una completa rottura; non c'è dubbio che la figura di Don Giovanni impedisce qualsiasi unificazione tra Eros e Thanatos e che il suo modo di vivere l'oggetto del desiderio ostacola qualsiasi visione dell'Amore ma slegare la mistica della musica al divino significa anche negare qualsiasi teologia estetica.

 



SCHEDA DEL LIBRO

 

  • Autore: Soren Kierkegaard
  • Titolo: Don Giovanni. La musica di Mozart e l'eros
  • Editore: Mondadori (Collana Oscar classici)
  • Anno di pubblicazione: 2000
  • Pagine: 160

 

Articolo di proprietà dell'autore pubblicato anche altrove

 

 

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Published by Caiomario - in Filosofi: Kierkegaard Soren
3 aprile 2014 4 03 /04 /aprile /2014 05:32

"Il patrimonio di conoscenza, di cui dispone la gioventù odierna, non è adeguato alla grandezza, alla serietà dei compiti che deve assolvere. Solo da un unico punto di vista il  crollo del sapere è adeguato al compito del "tempo": il decadimento è enorme come enorme il compito. Ma questa inadeguatezza non viene superata iniziando improvvisamente a imparare di più e più in fretta. È necessario che rincominciamo ad "apprendere" e a conoscere delle unità di misura. Il degrado non si arresta con la semplice introduzione di nuovi e più agevoli "manuali".

 

 

 

 


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Che occasionalmente "si legga un libro" è considerato indice di un atteggiamento limitato, a prescindere dal problema se l'uomo d'oggi -che acquisisce la sua cultura spesso solo leggendo "tabelle" e "rotocalchi", ascoltando "servizi radiofonici" o frequentando "sale cinematografiche" - sappia o sia ancora in grado di sapere, così confusamente sballottato e completamente americanizzato, che cosa significhi "leggere". Ma il decadimento del sapere non viene superato neppure constatando che prima le cose andavano meglio. Infatti proprio il sistema scolastico e la cultura degli ultimi decenni non erano più in grado di risvegliare e tenere desta la forza dello spirito, di far sentire il carattere vincolante dell'essenziale costringendoci così a meditare su di esso. In tempi di decisioni essenziali ripiegarsi comodamente sul passato serve tanto poco, quanto limitarsi frettolosamente ai bisogni del giorno. In questo caso ci può aiutare la meditazione e la scelta interiore".

 

Martin Heidegger

 

 

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/56207649@N00/3585030260

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