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2 aprile 2014 3 02 /04 /aprile /2014 08:11

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Ci domandiamo quale sia il senso più importante dell'uomo e di quali cose potremo fare a meno (se costretti), forse la vista, è  pur vero che i non vedenti leggono attraverso il Braille, ma è altrettanto vero che i testi scritti in Braille sono una minima quantità rispetto all'immenso panorama di quello che gli uomini hanno fissato con la scrittura; uno dei libri per cui bisogna ringraziare di avere la vista è Areopagitica. Discorso per la libertà di stampa di John Milton. Un libro datato solo per quanto concerne la data di pubblicazione, ma ancora attuale per i contenuti ed in grado di stimolare riflessioni, di provocare domande e soprattutto di spiegare bene che cosa è la libertà di stampa, aggiungo che non è stato ancora scritto un libro nel quale si descrivono i modi in cui la stampa sotto sotto le vesti di un'apparente libertà dimostri il suo volto peggiore: quello della mistificazione e dello stravolgimento della realtà.

 

 

Il titolo completo dell'opera è il seguente:
   

Areopagitica. Discorso per la libertà di stampare senza licenza

 

vorrei soffermarmi , prima di entrare nell'argomento, su due aspetti: il primo riguarda la data in cui il libro è stato pubblicato, il 1644 ed è indicativo il fatto che questa esigenza da sempre si è presentata quando si è trattato di avere un confronto tra il potere politico e il pensiero libero; il secondo sul fatto che ancora oggi per pubblicare un giornale è necessaria l'autorizzazione del tribunale.
In Italia paese di antiche corporazioni e resistenze permane l'ordine dei giornalisti, cos'è l'ordine dei giornalisti? Una corporazione, non esiste negli Stati Uniti, nè in Gran Bretagna, nè in Germania ecc., qualcuno si è mai chiesto perchè non sarebbe concepibile in un paese anglosassone l'idea di dare una patente per scrivere? E perchè Indro Montanelli, uno dei migliori di sempre, era favorevole all'abolizione dell'ordine dei giornalisti (ho volutamente scritto ordine con la o minuscola) e perchè lui grande giornalista di razza, non voleva che si continuasse con questa assurda corporazione? Le ragioni sono complesse, ma una di queste ragioni certamente esiste ed è rintracciabile in quei concetti di libertà che anche John Milton ha contribuito a formare con questo libro che rimane incredibilmente attuale, nonostante siano passati quasi 370 anni dalla sua pubblicazione.
LA LIBERTA' DI STAMPARE E SCRIVERE

Milton pronunciò al Parlamento un famoso discorso in cui si trovano sostanzialmente le tesi espresse nel libro e a favore della libertà di stampare senza licenza, cosa significa senza licenza? Significa senza censura. E a chi si rivolgeva? Prima di tutto al potere politico e poi a quegli editori e coomercianti che sostituendosi allo stesso potere politico esercitavano la censura decidendo che cosa o non che cosa doveva essere pubblicato e scritto.

 

Nell'Inghilterra del XVII secolo esisteva, come ricorda l'ottimo Piero Ostellino nelle pagine introduttive, il sistema della Company of Stationers questo Società era una bella congrega di compagni di merende che decideva che cosa si doveve pubblicare, in pratica non esisteva un solo foglio che poteva essere pubblicato senza l' autorizzazione dei membri della Company of Stationers.

ANALOGIE CON IL PRESENTE

E' chiaro che oggi il controllo non si potrebbe esercitare attraverso queste forme primitive e rozze, ma il sistema di controllo esiste, solo che è più raffinato perché ha sviluppato strumenti a norma di legge, anche se qualche volta i membri delle nuove compagnie, non riescono a controllare tutto e telefonano in diretta durante le trasmissioni televisive, ma l'approccio è il medesimo, la libertà di parlare senza licenza esiste ancora, solo che viene attuata ricorrendo a delle soluzioni che possono fare molto più male del semplice divieto.

Potrei però fare riferimento al caso più emblematico degli ultimi anni, quello di Enzo Biagi che nel suo libro Quello che non si doveva dire, ha ripercorso i retroscena di quell'episodio conosciuto con la colorita espressione di "Editto bulgaro", quell'episodio non dovrebbe essere dimenticato perchè la censura, oggi, usa l'arma della querela e della richiesta di risarcimento dei danni e, se non basta, chiede che i giornalisti che pubblicano quello che non si deve pubblicare, finiscano in carcere ( così un noto parlamentare e avvocato penalista ha chiesto in occasione della approvazione sul ddl sulle intercettazioni).


Platone era contrario ad ogni censura

 

Nel 1644 Milton si domandava perchè Platone fosse contrario ad ogni censura? E perché nella sua ipotetica Repubblica non c'era spazio per questo tipo di leggi? Per un motivo semplice, se lui si fosse fatto sostenitore di quei provvedimenti avrebbe prima di tutto censurare se stesso.

Scrive Milton a questo proposito che se si pretende di regolare la stampa per correggere i costumi, dobbiamo regolare tutti gli svaghi e i passatempi, tutto ciò che è estremamente gradito
all'uomo. Nessuna musica deve essere ascoltata, nessun canto venir scritto o
cantato eccetto ciò che è solenne e dorico. Ci dovrà essere una censura per i
danzatori in modo che nessun gesto, movimento, contegno venga insegnato ai
giovani tranne ciò che ai censori sembra degno (1)

Se tutti i villaggi dovessero avere i loro ispettori che cosa accadrebbe?

Scrive Milton:

Anche i villaggi dovrebbero avere i loro ispettori per indagare che cosa legga il suonatore di cornamusa e di ribeca e giungere fino alla ballata e alla gamma di ogni violinista comunale, perchè queste sono le Arcadie del villico e i suoi Montemaggiori

Trovo queste parole di una straordinaria attualità perché il problema è irrisolto ovunque: Russia, Cina, tutti i paesi arabi e moltissimi di quelli occidentali non permettono di manifestare liberamente il proprio pensiero, perrhé questo accade dipende solo dal fatto che ogni regime pensa che controllando il pensiero possa perpetuarsi all'infinito, ma se questa tendenza è scontata in quei sistemi, è alquanto preoccupante che nei cosiddetti paesi liberi esista una sorta di imprimatur non ufficiale che controlla tutto e tutti.

SULLA LIBERTA' DI ESPRIMERE LE PROPRIE IDEE NEL WEB

 

Fino a dove si può arrivare? Oggi tutti possono scrivere di qualunque cosa, ma è assolutamente falso pensare che possano scrivere ovunque, sfido chiunque a trovare anche su internet un solo sito controllato che pemette di scrivere qualunque cosa, la dimostrazione sta nel fatto che facebook spesso rimuove delle opinioni che affrontano temi sensibili o che criticano esponenti della politica;  in una puntata di Report sono stati intervistati diversi utenti a cui è stato cancellato l'account perchè hanno affrintato dei temi che non potevano essere assolutamente toccati, in pratica è presente un software che individua le parole chiave e segnala i contenuti cosiddetti sensibili, dopo di chè si procede alla cancellazione delle opinioni e a revocare l'account; non sto parlando di frasi offensive e denigrative, ma di argomenti che non possono essere affrontati.

IL DIRITTO D'AUTORE SECONDO MILTON

Il 16 giugno 1643 venne promulgata una legge che prevedeva un preventivo controllo sulla stampa, ma siamo nel 1643, non c'era ancora stata la Rivoluzione francese e poassiamo comprendere ( ma non giustificare) tali misure, ma un altro problema si presentava e Milton forse è il primo che lo ha affrontato e ancora oggi si presenta come un nodo irrisolto soprattutto per quanto riguarda il web.
Nel 1709 venne promulgata una legge il Copyright Act che metteva al riparo le opere di autore dal rischio di plagio per 14 anni, si trattava senza dubbio di una novità, in quanto nel '500 e nel' 600 esisteva un istituto che riconosceva come proprietario solo colui che per primo aveva stampato un testo.

 Siamo ritornati all'istituto dello stationer: la legge italiana prevede che si possano cedere i diritti d'autore, ma naturalmente questa cessione segue le regole del mercato; Milton fu sicuramente un anticipatore dei tempi perchè si rese conto quanto fosse importante tutelare le opere dell'ingegno e parla letteralmente di diritti d'autore scrivendo:

solo mi auguro che questi (i poveri) non vengano resi pretesti d'abuso per perseguitare uomini onesti e laboriosi che non violano la legge sotto nessuno
di questi due profili (2)

 

Ecco i poveri e gli onesti: oggi talune organizzazioni remunerano con pochi euro scritti che vengono ceduti e su cui si perdono definitivamente i diritti d'autore, i profitti di queste organizzazioni sono altissimi e sotto il ricatto di una pronta remunerazione privano il vero autore della possibilità di poter usare ancora lo scritto del quale ha l'autentica paternità.

Milton scriveva nella seconda metà dell XVII secolo, noi viviamo nel XXI, sarebbe forse il caso di dire a qusti signori di pagare la cessione dei diritti d'autore o di scriversi gli articoli per conto loro.
E' bene sapere che i primi processi sulla proprietà di un testo avvennero proprio in Inghilterra e oggi il problema si ripresenta in tutta la sua urgenza, visto che il 90% dei testi presenti sul web non ha un contenuto originale, ma attinge da altre fonti e tutto quello che viene pubblicato sul web, (compreso questo scritto) sarà saccheggiato da altri che lo rimanopoleranno a loro proprio uso.

In base al discorso che Milton porta avanti, viene da domandarsi che cosa avrebbe pensato dei social network? Possiamo solo fare delle ipotesi a riguardo, ma quando parla dei villaggi con i loro ispettori e di regolare la stampa per correggere gli errori; forse il suo giudizio sarebbe oggi  negativo nei confronti di queste entità che sanno tutto di noi e che usano le nostre abitudini come merce di scambio. Gli utenti hanno in realtà solo l'illusione di essere liberi, molto  poi ci sarebbe da dire su una sua idea che trovo molto efficace.

 

A tal proposito scrive infatti  Milton:

 

Ci sono molti che si dolgono della divina provvidenza perchè lasciò peccare Adamo - sciocchi! Quando Dio gli diede la ragione, gli diede la libertà di scegliere, perchè ragione non è altro che scelta, se non sarebbe stato solo un
automa, un Adamo come appare nei teatri delle marionette (3).

 

 In conclusione consiglio la lettura di  questo testo perchè la libertà di stampa non può essere in mano a nessun censore e solo la ricchezza del pensiero di ciascuno può impedire ad una società di rimanere in una palude dove tutto è sempre eguale e non cambia niente.

 

 

Prezzo: Il libro l'ho pagato 1,50 euro, un prezzo molto basso solo perchè era in allegato al Corriere della Sera, online vi sono diverse offerte a prezzi contenuti ma decisamente superiori.

 

Note

(1) Pag 34.
(2) Pag. 14
(3) Pag 35

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Articolo di proprietà dell'autore, pubblicato altrove

 

 

 

 

 

 

 

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Published by caiomario - in Filosofia
2 aprile 2014 3 02 /04 /aprile /2014 02:22

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Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/37317888@N03/4083972336

 

Di Eraclito di Efeso ci rimangono 140 frammenti che, per quanto siano brevi e oscuri, ci permettono di conoscere la sua dottrina; la tradizione lo descrive come un uomo altero che viveva in disparte e che disprezzava ogni cosa, su quest'idea di filosofo solitario ha influito il ritratto che ne fece Diogene Laerzio il quale così si espresse:

 

"Fu altero quanto altri mai e guardava tutti con fiero disprezzo come è chiaro anche dalla sua opera in cui dice 'L'erudizione non insegna ad avere intelligenza; altrimenti l'avrebbe insegnata ad Esiodo e a Pitagora e inoltre a Senofane e a Ecateo. Poiché in una sola cosa consiste la sapienza: nell'intendere il Logos che governa tutto il mondo dappertutto" (Vite dei filosofi, IX,I). (1)

 

Dalle scarne notizie che ci sono pervenute sappiamo che Eraclito non prese mai parte alla vita politica, lo stesso Diogene Laerzio racconta che quando la cittadinanza gli chiese di entrare a far parte del governo della città di Efeso, sdegnato decise di ritirarsi nel tempio di Artemide e quando i suoi concittadini lo guardavano con inistenza mentre giocava con i fanciulli, si rivolse a loro con queste parole:

"Perché vi stupite o canaglie? Forse questo non è meglio che partecipare al governo della città?".

Sempre Diogene Laerzio ci racconta che Eraclito decise di andare a vivere sui monti cibandosi esclusivamente di erbe e di verdure; per queste abitudine venne colpito da idropisia  e decise di ritornare in città. "Ai medici chiese in modo enigmatico se da un'inondazione sapessero creare una siccità. Poichè quelli non lo capivano, si seppellì in una stalla di buoi, nella speranza che il caldo dello sterco bovino avrebbe fatto evaporare l'acqua che lo affliggeva. Ma poiché neppure così riuscì a guarire, si spegneva all'età di sessant'anni" (2).

 

IL DIVENIRE DELLE COSE

Eraclito afferma che le cose sono in continuo movimento e che è sempre eguale a se stesso; per spiegare questo concetto ricorre all'esempio del fiume espresso in modo efficace in questi frammenti:


  • "A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre diverse" (fr. B 12). (3)

 

  • "Non si può discendere due volte nello stesso fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma, a causa dell'impetuosità e della velocità del movimento si disperde e si raccoglie, viene e va" (fr. B 91) (4)

L'esistenza di un continuo divenire delle cose è spiegabile con il rapporto tra i contrari (giorno e notte, asciutto e bagnato, fame e sazietà, povertà e ricchezza ecc) e considera la guerra (pòlemos) la "Madre di tutte le cose e di tutte regina" (fr. B 53). (5)

 

IL FUOCO

Il simbolo del divenire delle cose e degli opposti è il fuoco che rimane acceso cambiando continuamente e trasformando le cose che brucia: Eraclito però non intende il fuoco come uno degli elementi naturali ma come il simbolo del Logos ossia della legge degli opposti  e del cambiamento che governa ogni cosa

Sotto questo punto di vista Eraclito può essere considerato a pieno titolo il padre della dialettica moderna.

 

NOTE

(1) Tratto da I Presocratici. Testimonianze e frammenti, 2 voll, a cura di autori vari, Laterza, Bari, 1969.

La parte dedicata a Eraclito si trova nel volume I ed è stata curata da G. Giannantoni.

(2) In op. cit.

(3) Ibidem

(4) Ibidem

(5) Ibidem

 

 

 


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Published by Caiomario - in Filosofi: Eraclito
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 21:53

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Accettare la morte o ribellarsi ad essa?

ACCETTARE LA MORTE: Per Martin Heidegger, il maggior rappresentante dell'esistenzialismo filosofico, la morte è un naufragio totale e l'uomo cammina verso questo naufragio.

La posizione antimetafisica del filosofo tedesco lo porta a scartare qualsiasi ipotesi su ciò che sarà dopo la morte.

Heidegger si ferma alla pura esistenza circoscritta nel tempo senza andare al di là dell'esistenza stessa in quanto non è possibile alcuna forma di conoscenza al di fuori di questo contesto.

Non ha senso interrogarsi su qualcosa che sia anteriore o posteriore all'esistenza.

Per Heidegger l'uomo può avere una conoscenza esclusivamente legata al tempo della propria esistenza fisica e non è in grado di avere alcuna cognizione oltre il proprio esistere nel tempo.

Heidegger usa il termine dasein per indicare l'esistenza circoscritta nel tempo e sostiene che l'uomo corre inevitabilmente verso il naufragio totale.

L'uomo è cosciente di questo naufragio, ma non è in grado di poterlo arrestare.

Questo è il motivo dell'angoscia che permea l'esistenza di ogni singolo individuo: ogni uomo è cosciente di andare verso questo naufragio totale, ma pur avendo un sentimento di ripugnanza, è totalmente impotente.

Come affrontare allora la vendetta del tempo? Heidegger propone di accettare il naufragio totale per superare il sentimento dell'angoscia e per raggiungere quella fase che lui definisce dell'esistenza autentica.

RIBELLARSI CONTRO LA MORTE: Di fronte al naufragio totale Miguel de Unamuno propone un'altra soluzione e, a differenza di Heidegger, non dice "dobbiamo rassegnarci".

De Unamuno sostiene che la nostra ragione interpreta la morte come un naufragio totale e che il modo migliore per raggiungere l'esistenza autentica non è quello di accettare la situazione ma di ribellarsi contro il naufragio totale.

Questo ribellarsi non è un fatto razionale ma nasce da un sentimento di ripugnanza nei confronti dell'idea di cessare di vivere.

Questo sentimento non deve essere soffocato con l'accettazione della tragedia piuttosto deve essere coltivato.

La differenza tra testa e cuore: La testa ci dice che c'è questo naufragio nei confronti del quale non possiamo fare niente, però il cuore ci porta a ribellarci.

Come Don Chisciotte lottiamo contro il destino e anche se dobbiamo accettare questo fatto, nel contempo dobbiamo ribellarci coltivando il sentimento dell'immortalità.

De Unamuno rappresenta un punto di partenza per tutto l'esistenzialismo cristiano espresso nella teologia del "Gaudium et Spes" in base alla quale:

L'uomo vive nella sua esistenza, ma l'uomo non limita la sua esistenza nel tempo.

Pinselzeichnung, die w:de:Martin Heidegger | Martin Heidegger darstel

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 18:05

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Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/90282319@N00/4092611032

 

 

gli specchi senza le armi al mezzogiorno                       i moschettieri

esplosero una salva al re

Pijama in noia alle arborescenze rosee l'intossiccazione imcom-

prensibile delle luci sui domi            e le marcie nuziali nelle ca-

verne                    i muschi

beve la selva bianca dei trivelli nel cielo ma tutte tutte le ma-

lattie del metallo              le seti dei blocchi roventi sotto alle gi-

randoles giallissime.

il Maestro s'alza dal piano                      deposizione flemmatica di bianco

in sordina              voi scosterete pian piano orizzontalmente le

 

 

foreste degli argenti verso la tumefazione dei rumori oscuri

petrolifere                ed ora dei gran buchi bianchi ed oro              senza

l'opale                terrazza sui fuochi trivelli agilissimi nel diatonismo

sempiterno

jadis l'intoxication coula sur le acajous (agli incrociatori che

ritagliano le febbri di prima)

 

gli specchi senza le carni all'alba

 

per l'adunata delle pomici sugaro               brividi brividi brividi

pomici        pomici ardenti in architetture ungheresi           cade

l'imposta            il beccheggio delle calme balneari, per voi

perché non esistono più gli hotel gioiellerie mai più mai più

valli azzurre

il cielo può attaccarsi alla terra con iperbolidi di miele                per

una sigaretta accesa son cadute a fondo tutte le bajadere elettriche di S.Francisco.

 

IL COMMENTO DI CAIOMARIO

 

Il potere evocativo delle parole in libertà espresse da Jiulius Evola in questa composizione sono comprensibili all'interno del sentimento estetico da lui espresso in diversi scritti e riassumibili nell'espressione aforistica "Arte è egoismo e libertà"; la composizione  che pare sembra scritta di getto, è un esempio di scrittura per brevi immagini comunicate con  parole giustapposte che mettono in moto un desiderio purificatore in antitesi con ogni forma di convenzionalismo di tipo espressivo poetico.

La logica dell'esprimersi in libertà non sembra seguire regole codificate, ma il simbolo come spesso avviene in poesia, si presta a molteplici significati provocando il lettore che a sua volta deve fare l'acrobata per intepretare immagini e suggestioni.

 

Evola espicitò l'impulso al nuovo con queste illuminanti parole:

 

"L'impulso al nuovo, in tal senso, è dimostrazione di umanità, di abnegazione maggiore: affogamento della personalità all'infinito. Finchè vi sia ispirazione, sentimento, buona fede e sincerità, nessuno è uscito, nè uscirà mai, da quel cerchio in cui son rinchiusi altresì il bruto e l'allucinato".

(Da "Arte Astratta" Julius Evola)

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Filosofi: Evola Julius
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 15:28
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Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/63794459@N07/6542486179

 

 

Appunti personali e ricordi sparsi

Abbiamo riscoperto Blaise Pascal grazie all'iniziativa editoriale de "Il Corriere della Sera" che ne "I Classici deil Pensiero Libero" ha pubblicato questo bel libro del filosofo francese, però prima di addentrarci nell'argomento del nostro discorrere, è opportuno fare una presentazione di quello che, a nostro parere,  è uno dei pensatori più stimolanti di tutta la storia del pensiero occidentale.
Non siamo stati  dei grandi appassionati di teologia anche perchè troviamo alquanto noioso il modo di procedere dei filosofi-teologi che giustificano tutto attraverso un ragionamento aprioristico che ha come unico punto di riferimento Aristotele;letto e compreso il filosofo greco tutti i discorsi teologici non sono altro che un rifacimento di quanto sosteneva il filosofo del motore primo, ma Blaise Pascal è diverso, gli argomenti e le riflessioni sono quelli di un uomo che ha passato il suo tempo a curiosare, a provocare, a mettere dei dubbi, non c'è niente di più estraneo alla sua personalità che il voler presentare un sistema compiuto che tutto racchiude e che a tutto da risposta; Blaise Pascal non era uomo di sintesi sistematica, era un pensatore a cui interessava stabilire i confini del metodo scientifico e di determinarne le regole.

 

 È interessante a questo riguardo vedere cosa pensava Pascal sul metodo scientifico, questo è fondamentale per comprendere lo spirito del libro:

Permettetemi di richiamarvi una regola universale che si applica a tutti particolari
in cui si tratta di riconoscere la verità:...non si deve mai formulare un giudiziodecisivo sulla negatività o sulla positività di una proposizione, a meno che ciò
che si afferma o si nega non presenta una di queste due condizioni: e cioè 
o che esso appaia così chiaramente e csì distintamente di per se stesso ai
sensi o alla ragione, secondo che esso sia soggetto agli uni o all'altra, che la
mente non abbia motivo di dubitare della sua certezza; ed è quello che noichiamiamo principi assiomi; come ad esempio, se a cose uguali si aggiungono
cose uguali, i totali sono uguali; oppure, che si deduca con conseguenzeinfallibili e necessarie da tali principi o assiomi............e lasciamo indecise lealtre , tanto che le chiamiamo , tenedno conto della loro consistenza, ora visione
ora capriccio, talvolta fantasia, qualche volta idea e tutt'al più bel pensiero, epoiche non si può affermarle senza temerarieta, pronti nondimeno a tornareall'altra, se una dimostrazione evidente ci fa vedere la verità.....(1)

 


  Abbiamo riportato questo ampio stralcio che permette di conoscere il sostrato ideologico che sta alla base dei Pensieri e che così possiamo riassumere:


* Nei Pensieri Pascal afferma I principi si sentono, le proposizioni sidimostrano, cosa significa? Pascal mette sullo stesso piano principi, sensi e ragione e poi in un secondo tempo metterà in discussione la stessa solidità della ragione intesa nel senso cartesiano che tendeva a interpretare qualsiasi aspetto della realtà in termini rigorosamente razionali dando anche spiegazioni convincenti sul piano logico ma del tutto incosistenti quando si vedeva che questo era uno schematismo troppo semplicistico non sempre in grado di soddisfare il dubbio e l'inquitetudine umana.


* La certezza viene assegnata alle conseguenze che derivano dalle connessioni logiche dedotte dai principi, questo significa che un dimostrazione ha valore di per sé solamente se viene dedotta dai principi, certezze e conseguenze sono gli ambiti al di fuori dei quali c'è la fantasia, il capriccio e la fantasia.

 


PASCAL IL CONTESTATORE

Pascal rifiutava il principio dell' ipse dixit in base al quale una cosa siccome l'aveva detta Aristotele era vera, la ricerca scientifica è libera non si può basare su sillogismi, Blaise Pascal rifiutava prima di tutto il rispetto acritico nei confronti degli antichi e secondo suo intendimento bisognava distinguere due piani:

  • quello che gli autori hanno scritto quello che riguarda la ricerca e la  scoperta delle verità nascoste.
  •  

Questo è il punto che ci interessa per capire i Pensieri.............Pascal divide i due ambiti, quello scientifico con il suo continuo movimento e quello della teologia intesa come alterità, ecco allora che nasce il conflitto.


IL DIVERTISSEMENT

Gli storici della filosofia sono concordi nell'affermare che Pascal può essere definito il primo esistenzialista della civiltà europea, Pascal osserva la realtà e osserva l'uomo e arriva alla conclusione che l'uomo cerca di dare un significato alla vita e alla sua presenza nel mondo, la vita quindi gli si manifesta come undivertissement ed è proprio questo divertimento che gli permette di uccidere la noia il senso di disperazione che lo attanaglia.

 

I PENSIERI, UN CAPOLAVORO DI FRAMMENTI

 

Pascal scrive brevi pensieri, aforismi che potrebbero apparire contradditori ma nonostante questa forma è possibile trovare un'unità di fondo, il punto centrale dell'opera può essere riassunto in questo pensiero tratto dal frammento 84:

Che cosa è l'uomo nella natura? Un nulla in confronto con l'infinito, ma tutto inconfronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto.In finitamente lontanodal comprendere gli estremi, il termine delle cose e il loro principio sono per
lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile, egualmente incapace
di scorgere il nulla, da cui è tratto, e l'infinito in cui è inghiottito.


Disarmante! Troviamo questo pensiero uno schiaffo che ci sveglia dal torpore che troppo spesso ci prende e ci fa perdere l'essenza della vita, penso che se tenessimo a mente questa verità, si potrebbe godere della vita all'ennesima potenza, non comprendiamo un dato di fatto che ci schiaccia alla nostra finitudine: bene ci possa andare tutto è così limitato che ogni altra cosa perde importanza e nello stesso tempo tutto diventa importante, penso che bisognerebbe vivere la vita ogni istante, purtroppo invece tutto ci scivola via e passano così velocemente questi nostri anni senza che noi possiamo invertire questo scorrere del tempo che non conosce pause e che va avanti inesorabilmente.
Questa è forse la spiegazione del nostro amore-odio nei confronti della vita, vediamo che tutto ci sfugge e costruiamo degli alibi per giustificare una nostra scelta, qualunque scelta comprese quelle personalissime, poi alla fine ci voltiamo...è passato tutto............'''un nulla in confronto con l'infinito''.

 


L'ESPRIT DE FINESSE E LA SCOMMESSA

Ma se questa è la nostra condizione da sempre e non possiamo spiegare la nostra esistenza come un teorema matematico quale può essere la via da tenere (secondo Pascal) ?
Pascal elabora una delle teorie più originali e affascinanti della storia del pensiero: la certezza in Dio lontano ma esistente può mitigare l'animo incline al divertissement e al nostro senso di nullità.

Ecco allora che Pascal nei Pensieri elabora quella teoria della scommessache affronta la problematica religiosa non dal punto di vista ottimistico e fideistico, ma da quello scettico e antimeccanicistico, se infatti la teologia scolastica e il razionalismo filosofico avevano inquadrato l'esperienza religiosa e il rapporto tra l'uomo e Dio secondo una visione che spegava ogni aspetto come se si trattasse di un problema matematico-geometrico, Pascal è ben conscio dell'assurdità della problematica religiosa e ne coglie la contradditorietà quindi anche credere in Dio rientra in questa contradditorietà.


Le prove sull'esistenza di Dio sono inutili, per Pascal la fede è un dono di Dio, dice infatti:


Ed è per questo che quelli a cui Dio ha dato la religione per sentimento delcuore, sono ben fortunati e ben legittimamente persuasi. Ma a quelli che nonl'hanno, noi non possiamo darla che per mezzo del ragionamento, nell'attesa
che Dio gliela doni per sentimento del cuore, senza di che la fede è solamente
umana e inutile per la salvezza.(2)

Quindi se la ragione è del tutto impotente del dimostrare l'esistenza di Dio, quale tipo di ragionamento può essere rivolto a coloro i quali non credono? La mancanza di prove non è un motivo valido per non credere, a questo riguardo è interessante quanto esplicita Pascal:

"Esaminiamo dunque questo punto e diciamo: Dio esiste o non esiste. Ma daquale parte inclineremo? La ragione non può determinare nulla".


TESTA O CROCE

"Si gioca un gioco, all'estremità di questa distanza infinita, in cui uscirà testa ocroce. Su cosa scommettere. Con la ragione voi non potete fare nè l'una nè l'altra
scelta; con la ragione non potete sostenere nessuna delle due"


ecco il Pascal matematico che basa il suo ragionamento sul calcolo delle probabilità , il ragionamento è semplice e si basa su questo concetto: non possiamo determinare testa o croce lanciando una moneta, le possbilità che esca o l'una o l'altra sono esattamente le stesse.
Quindi se la ragione non è in grado di scegliere, la scelta stessa non può essere messa da parte, siamo costretti a scegliere.

Ci sono quindi solo due possibilità: o Dio esiste, o non esiste, entriamo dunque nel cuore del ragionamento:

Dobbiamo scommettere e decidiamo di scommettere o sull'esistenza di Dio o sulla sua non esistenza, Pascal non il minimo dubbio e punto la sua scommessa sull'esistenza di Dio, precisando:

"Pesiamo il guadagno e la perdita, puntando croce che Dio esiste. Valutiamoquesti due casi: se vincete, vincete tutto, se perdete, non perdete nulla.Scommettete dunque che Dio esiste, senza esitare"


Sulla scommessa di Pascal si sono riversati fiumi di parole e di critiche perchè pare un ragionamento dettato da un freddo calcolo utilitaristico di tipo matematico- probabilistico, ma non è così, questa è solo la scorza del ragionamento ed è chiaro che il fideista di tutte le epoche non ne comprende la portata.
Quello di Pascal è un ragionamento che nasce dalla disperazione, una disperazione esistenziale e antropologica dell'uomo, quando infatti Pascal afferma:

"la conoscenza della propria miseria senza la conoscenza di Dio genera ladisperazione"

Questo gioco rivela tutta la sua rischiosità e pericolosità perchè se il giocatore vince, vince tutto ma se perde, perde veramente ogni cosa.


C'è un punto però che non è stato mai rilevato: nessuno conosce l'esito del gioco se non il giocatore stesso e anche in questo esito rivela la disperazione e la solitudine dell'uomo che non è altro che una speranza, solo una possibilità.

Invitiamo il lettore a leggere la prefazione di Vittorio Messori presente nell'edizione da me citata, in quanto le osservazioni presenti fanno comprendere che Pascal non è il classico autore che parla di Dio dando tutto per scontato ed è questo il motivo per cui Pascal è un autore letto spesso da non credenti, osserva infatti acutamente Messori:

Non a caso, tra quelli che hanno curato l'edizione e la traduzione delle sue 
opere, i laici (spesso laicisti, agnostici e persino atei) sono più numerosi e
appassionati degli ecclesiastici. A chi si interroga sul segreto di questaattrazione, che è giunta sino a noi e che ha cambiato tante vite, Pascal propone
una risposta (3)

Il punto è proprio questo e Messori con l'acutezza che lo contraddistingue abbraccia Pascal quando osserva che il significato della vita senza una speranza che possa confortare la nostra umana esistenza ha un suo esito disperato perchè finisce solo con qualche palata di terra sulla testa.

Non siamo in grado di dare nessuna risposta ma credo che un atteggiamento possibilista lascia aperta la porta alla speranza, ad ognuno, poi la scelta.

 


DA COSA È DETERMINATA LA LEGGE (nel senso giuridico)

 

  Abbiamo trovato particolarmente interessante Il Pascal filosofo del diritto, credo che la posizione da lui espressa su cosa determini la legge, sia sempre valida e a scriverla non è un anarchico ma un pensatore acuto e fuori le righe.
Siamo abituati a vedere la legge come avvolta in un aureola di sacralità che non può essere messa in discussione, anzi chi mette in discussione una legge si pone sempre ai limiti di essa e quindi il dissenso non è altro che un rifiuto di una legge, un non riconoscimento, ma siamo convinti che sia così? Riconosceremo le leggi dell'antica Babilonia? No di certo, ma allora la legge è determinata dalla sensibilità dei tempi intesa come insieme di valori condivisi e convissuti? Neanche questa è la ragione che la determina, osserva a questo proposito Pascal:

"La giustizia consiste ciò che si è stabilto; e così tutte le nostre leggi stabilite
saranno necessariamente ritenute giuste senza essere esaminate, dalmomento che sono stabilite"

La legge quindi non e determinata dalla giustizia , ma semplicemente il fatto di essere stabilita, di essere in vigore, la legge quindi non viene articolata e promulgata perchè si tiene in considerazione la giustizia ma solo perchè la sua legittimazione viene dal consenso che la circonda, è quindi per Pascal solo un dato di costume.
Una legge ha validità quindi perchè l'opinione prevalente crea consenso intorno ad essa, sembra cinica la frase di Pascal che esplicita questo concetto:

"Non c'è nulla di più fallace delle leggi che vorrebbero raddrizzare i torti; chiobbedisce loro perchè sono giuste, obbedisce alla giustizia che è frutto della
immaginazione, ma non all'essenza della legge"

Cosa significa questo? Pascal arriva anche qui all'essenza, la legge è solo determinata dall'opinione dei più:

Perchè si segue l'opinione dei più? Forse perchè hanno più ragione? No perchè
hanno più forza

La forza è quindi solo la ragione che determina la legge, è la forza che fal'opinione,, non illudiamoci quindi quando parliamo di legge, non stiamo parlando di egole giuste, ma di regole stabilite perchè la forza dei più lo desidera, quindi in base a questo ragionamento la riforma universitaria nota come legge Gelmini non è stata determinata dal senso di giustizia.

 


Alcuni suggerimenti sulle edizioni

In commercio vi sono numerose edizioni dei Pensieri, tutte facilmente reperibili per pochi euro, per quanto gli editori si sforzino di scrivere che i diritti sono riservati, Pascal non ha eredi quindi la riproduzione del libro è libera ed è questo il motivo per cui vi sono tanti editori che li pubblicano; alcune di queste edizioni tuttavia riportano solo ampi stralci, è quindi preferibile acquistare solo le versioni che specificano edizione integrale, queste sono le edizioni più diffuse:

(1) Blaise Pascal, Pensieri Edizione integrale, Newton Compton, 2009 , Prezzo euro
6,00 reperibile su BOL.IT al prezzo di euro 3,00

(2) Blaise Pascal, Pensieri, Garzanti, 2006, Prezzo euro 13,50, reperibile su BOL.IT al prezzo di euro 9,45

(3) Blaise Pascal, Pensieri, Bur, 1999, Prezzo euro 5,90, reperibile su BOL.IT al prezzo di euro 4,13

Indicazioni bibliografiche


Per chi volesse approfondire il pensiero di Pascal, suggeriamo i seguenti titoli:

  • V.E Alfieri, Il problema Pascal, Milano, 1959
  • M.F Sciacca, Pascal, Milano,1972
  • P.Serini, Pascal, Torino,1973

  Abbiamo condiviso solo una piccolissima parte delle riflessioni di Pascal, chi volesse intraprendere la lettura del libro potrà comunque scoprire tantissime parti stimolanti che per ovvi motivi di spazio e per non togliere il gusto della lettura, non abbiamo volutamente trattato.


ALCUNI FRAMMENTI  SCELTI 

 

  • Volete che dica bene di voi? Non ditene.
  • Ci sono persone che parlano bene, ma non scrivono bene.E' che il luogo,l'uditorio,le riscaldano, e traggono dalla loro mente più di quanto esse non ci trovino quando manca quel calore.
  • L'uomo non è nè angelo nè bestia, e disgrazia vuole che chi vuole fare l'angelo faccia la bestia.
  • Gli uomini sono cosi' necessariamente pazzi, che per una beffa della follia sarebbero pazzi se non lo fossero.
  • Come Dio non ha reso famiglia più felice, faccia in modo che non se ne trovi una piu' riconoscente.

========================================​===============

NOTE

 

(1) Tratto dalla lettera al padre Noel del 29 ottobre 1647. La lettera è contenuta nell'opera scritta da A.Bausola intitolata: Pascal, Pensieri,opuscoli, lettere,Milano, 1978.

(2) Pascal parlava di ragioni del cuore, ma riteneva che potessero essere valide solo per chi le possedeva.

(3) Blaise Pascal, Pensieri, Edizione speciale per Corriere della Sera, Milano,2010, p.8

 

 

 

 


 

 

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Published by Caiomario - in Filosofi: Pascal Blaise
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 09:06

 

Ferdinando II di Borbone, re delle due Sicilie

 

Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie in un ritratto dipinto da ignoto. Non si conosce 

il nome del pittore. Il dipinto si trova conservato a Napoli presso il Museo di San Martino.

 

 

 

Figlio di Francesco I e di Maria Isabella di Borbone di Spagna, Ferdinando II (Palermo 1810 - Caserta 1859) " svolse - come annota il Saitta - nei primi anni del regno una notevole attività riformatrice, in senso, naturalmente dispotico illuminato e non liberale-costituzionale".

 

Sta di fatto che proprio sotto il regno di Ferdinando II venne dato un grande impulso alle attività commerciali ed industriali, una delle iniziative più importanti fu la creazione nel 1837 della Società per la ferrovia Napoli-Salerno ma già nel 1832 iniziò la sua attività la Compagnia Sebezia promotrice delle industrie nazionali.

 

Sempre sotto il regno illuminato di Ferdinando II nacque nel 1846 la Società per la navigazione a vapore mentre è da annoverare una delle iniziative più importanti nel comparto che oggi definiremo "agroalimentare": nel 1835 nacque l'industria per la trasformazione dello zucchero di barbabietola.

 

Intensa e proficua fu poi la stipula di importanti trattati commerciali che portarono ad un allentamento di quei vincoli doganali che impedivano lo svolgersi del libero scambio; l'atto più importante fu la riforma doganale del 1846 che diede un forte impulso allo sviluppo del commercio napoletano.

 

 Si fa presto a dire borbonico intendendendo con tale termine tutto ciò che è gretto, rigido e farraginoso, che dire allora della  casta burocratica italiana?  Vive di un dispotismo protetto che soffoca l'economia e che, a differenza di quello di Ferdiando II, non è illuminato ma è violento e predatore; l'accentuazione della pressione fiscale è solo la conseguenza della necessità di avere continue risorse che servono per alimentare un sistema di cui beneficiari sono in tanti.

Questa è la colpa storica di una parte consistente della società italiana che ha legittimato e sostenuto tutte le forze politiche che hanno governato l'Italia a partire dalla nascita della Repubblica.

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Published by Caiomario - in Storia
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 09:02

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Esiste una morale fondamentale e una morale speciale, tutta la discussione verte su quattro aree della morale speciale:

 

  • La morale sociale
  • La morale religiosa
  • La morale sessuale
  • La bioetica.

 

Con la morale sociale entriamo all'interno della teologia e non della filosofia; tutto l'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa non coincide con la morale sociale anche se la dottrina sociale della Chiesa è un caposaldo di tutta la morale soprattutto quella sociale.

 

La morale sociale comprende tutti i problemi che si riferiscono al rapporto diretto dell'uomo con gli altri simili; la morale sociale intesa in questo senso è portata ad illuminare le domande sul perché e sul come vivere in società.

Questo in generale, se prò andiamo a vedere la trattazione della morale sociale possiamo constatare che nella manualistica è quasi inesistente.

 

In passato la Summa teologica di San Tommaso comprendeva tutto il contesto morale dove veniva riportata la totalità dello scibile sulla realtà teologica al livello morale.

Sta di fatto che la morale sociale non aveva nessuno spazio, si parlava solo di giustizia, nella trattazione manualistica odierna, la morale sociale è un capitolo quasi inesistente perciò esprimiamo i problemi morali alla luce della fede; lo stesso insegnamento sociale della Chiesa veniva relegato ad un'appendice della teologia morale anche se è importante sottolineare che la dottrina sociale della Chiesa espressa con la Rerum Novarum (1891) è apparsa in ritardo rispetto a quanto che aveva già teorizzato Marx 50 anni prima.

 

Lentamente la Chiesa a partire dalla promulgazione della Rerum Novarum entra in questo contesto e altrettanto lentamente viene formandosi quella che è la teologia morale e sociale.

Inoltre, dobbiamo tenere presente che negli ultimi tempi la riflessione etico-teologica sul sociale ha preso ampio spazio, sviluppandosi rapidamente; si è venuta a formare una coscienza di fondo condivisa del tutto nuova rispetto ai vecchi manuali che trattavano la questione morale solo in relazione all'individuo.

Dopo il Concilio Vaticano II ci si accorge che il messaggio morale che parte dal Vangelo, non si limita alla sfera privata delle persone, ma va a toccare quella che è tutta la realtà sociale.

 

Il Concilio Vaticano II rappresenta un enorme svolta  per la storia della Chiesa in quanto vi è un ritorno della morale ai valori fondanti della Bibbia; il testo biblico viene riscoperto come il solo pilastro davvero necessario a stabilire le linee guida di una morale fondamentale per tutti i cristiani.

La riscoperta del legame fede e morale non è solo qualcosa che viene ricercato nella propria privatezza e coscienza, il cristiano è colui entra nella realtà mondana.

Cambia il modo di rapportarsi alla realtà mondana che prima del Concilio Vaticano II era caratterizzata dalla condanna irriducibile e senza condizioni stabilita dal Sillabo che riteneva inconcepibile stabilire qualsiasi patto  con il mondo moderno.

 

Il Concilio Vaticano II ha una concezione diversa del mondo e della realtà, il cristiano viene chiamato a vivere le gioie, le speranze e i dolori della realtà (Gaudium et Spes), entrare nella realtà significa discernere con il Vangelo in modo da poter distinguere i valori positivi da quelli negativi.

Questo significa che  con il Concilio Vaticano II avviene un passaggio di grandissimo peso per la Chiesa e per la riflessione teologica perchè il punto di riferimento non è più il Sillabo che stabiliva una distanza tra la Chiesa e il mondo, ma è la realtà giocata nel mondo, quindi il cristiano è chiamato al discernimento, a capire dove va il mondo.

La fede non può essere una realtà astratta ma deve entrare nella società, con questo doppio ruolo di giudizio e di promozione della realtà.

 

Prima del Concilio Vaticano II non vi era stata una trattazione della morale sociale, dopo il Concilio Vaticano II il cristiano non può più essere fuori dalla realtà, deve impegnarsi nella realtà mondana ed esserne partecipe.

 

 

 

 

 

Tratto dal libro  "Lineamenti  per una teologia morale e religiosa" scritto da Paolo Aramu; il libro è disponibile nella versione completa  in formato cartaceo. Il libro costa 10 euro,  per riceverlo scrivere nella voce "Contatti" presente su questo blog.

 

 

Altri scritti tratti dalla stessa opera:

 

La nascita della morale sociale - Paolo Aramu

 

 

 

 

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 08:51

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando nasce l'idea della parusia: il Giorno di Javhè nell'Antico Testamento.

Dal punto di vista cristiano, parlare di escatologia significa fare una teologia dell'al di là, vale a dire ragionare intorno a ciò che c'è dopo la vita terrena dell'uomo o dopo la stessa storia dell'umanità.

Ecco perché il concetto cattolico dell'al di là distingue:

1) Un'escatologia finale: posteriore alla conclusione della storia e alla fine dei tempi.

2) Un'escatologia intermedia: che riguarda ogni uomo ossia la sua morte fino alla fine dei tempi.

Il primo trattato teologico sull'escatologia è stato scritto da San Giuliano di Toledo che lo intitolò "Pronostikon futuri saecoli", successivamente Pietro Abelardo affrontò il tema dell'escatologia nell'opera "Le Sentenze".

Dopo questi primi scritti, la trattazione sistematica dell'escatologia ha fatto riferimento a due avvenimenti:

a) La Parusia.

b) La resurrezione dei morti.

Cos'è la Parusia: il termine parusia indica la venuta gloriosa del Cristo alla fine dei tempi e non la venuta del Messia morto in croce nel tempo storico;

nell'Antico Testamento non c'è un sostantivo che corrisponda alla parola parusia, tuttavia troviamo il concetto de "il giorno di Javhè" che interpreta la speranza degli israeliti di un intervento guerresco di Dio che un giorno annienterà i nemici di Israele.

Il "Giorno di Javhè" sta a indicare per il popolo salvezza, restaurazione, felicità definitiva e questo evento straordinario viene presentato come il giorno di giudizio su Israele, ma anche sugli israeliti che non si sono tenuti in rapporto con Dio.

Ecco allora che questo "Giorno di Javhè" rappresenta l'instaurazione completa del Regno di Dio ed è proprio in questo giorno che si stabilirà un giudizio sulla fedeltà o non fedeltà a Dio.

Il "Giorno di Javhè" nella descrizione vetero-testamentaria viene accompagnato da elementi descrittivi apocalittici quali distruzioni, cataclismi, ma anche da descrizioni apocalittiche positive e non catastrofiche (sorgenti paradisiache, benessere, ecc)

Sebbene non usi l'espressione il "Giorno di Javhè" anche il Deuteroisaia parla di teofania non solo per Israele, ma per tutti i popoli e descrive degli eventi apocalittici che porteranno a "cieli nuovi e terra nuova".

L'unione di queste due linee ha il suo culmine in Daniele (7,13) in cui l'istituzione escatologica si unisce alla speranza messianica, tuttavia bisogna arrivare al N.T. per trovare distinti i due piani: il piano della parusia e quello del Messia.

E proprio nel N.T. troviamo l'idea cardine del cristianesimo: il Messia è venuto una volta, ma verrà una seconda volta.

Roma - Campanile di Trinità dei Monti

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1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 07:42

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/11349203@N02/2306478823 (Album di Luciana Luciana)

 

RITRATTO 

Kahlil Gibran è noto a molti per i suoi aforismi, pensieri brevi di un autore di grandissima umanità che grondava di spiritualità, tra i pensatori del '900 Gibran è stato uno dei più intensi e più forti, leggere le sue opere è emozionante e permette di cogliere particolari che spesso sfuggono a chi come molti di noi è assorbito dalla quotidianità ed è divorato dalla fragilità dell'esistenza. 
Gibran ci conduce con la sua riflessione personale verso itinerari stimolanti che ci fanno andare oltre il dolore e ci fanno riscoprire l'amore inteso come desiderio dell'infinito. Uomo di grandissima cultura ondeggiante tra aneliti mistici e profetici fu senz'altro un visionario tormentato da ascrivere nella schiera sempre più assottigliata dei Maestri. 
Tra poesia, filosofia e arte pittorica, l'attività di Kahlil Gibran si esprime attraverso il ricorso al simbolismo che reinterpreta la realtà togliendo il velo dell'apparenza. 
Solo le grandi personalità come Gibran riescono a trasmettere una visione evocativa della realtà riuscendo a suscitare quelle emozioni profonde che danno un senso alla vita. 


PARTENDO DAGLI AFORISMI 

Qualche anno fa avevo acquistato un cofanetto della collana "Tascabili Economici Newton" in questo cofanetto vi sono una serie di volumetti dedicati alle massime, agli aforismi e ai pensieri brevi di diversi autori tra cui vi è anche Kahlil Gibran; il libretto si intitola "Sabbia e spuma" ed è una miniera di diamanti preziosissimi che rivelano una profonda ed autentica spiritualità difficilmente riscontrabile tra gli autori contemporanei. 
Solo dopo aver gustato gli aforismi, ho voluto approfondire la conoscenza di un autore che rientra in quella categoria dei senza tempo che vanno oltre la letteratura e che sono in grado di influenzare il pensiero di altri uomini. Poi ho scoperto altre opere, ho incominciato con "Il Profeta", da sempre uno dei libri più venduti fino ad approdare a "Gesù figlio dell'uomo", un libro che si può rivelare bellissimo se supportato da un minimo di conoscenza storica e soprattutto se si abbandona l'idea che possa essere un libro agiografico sulla figura di Gesù. 
Il libro è stato pubblicato la prima volta nel 1928, ma non può essere definito un libro datato in quanto la tematica trattata va al di là del tempo contingente legato alla sua elaborazione, la ricostruzione di Gibran non può definirsi storica e sotto questo punto di vista risponde appieno alle esigenze del Cristo delle fede. 

RIFLETTENDO SUL LIBRO

In questi 2000 anni si è parlato molto di Gesù, delineando delle figure opposte a Cristo, sono venute fuori risposte determinate da condizioni filosofiche e da correnti culturali. Oggi questo incontro della cultura cristiana avviene con altre culture mondiali -per inciso Gibran era un cristiano-maronita profondamente imbevuto di cultura araba- , la domanda "Chi è Gesù Cristo" si inserisce anche nel contesto cristiano che stiamo vivendo (ecco perché il libro non può dirsi mai datato), anche i malcontenti nei quali si pone questa domanda, viene fuori un'immagine parziale di Gesù Cristo, perché alcuni hanno risposto a questa domanda enfatizzando l'elemento puramente umano, quasi considerando Gesù Cristo esclusivamente nella concreta prassi politica sociale, altri hanno risposto enfatizzando l'aspetto della redenzione divina e del dogma. 

Gibran si distacca dalla riflessione criticamente condotta, non è questo il suo obiettivo, ma il suo racconto è orientata e sostenuta dalla fede ed è volta a dare una risposta coerente ed organica all'interrogativo fondamentale della fede, cioè chi è Gesù Cristo. 
D'altra parte leggere il libro di Gibran andando al di là della fede è impossibile così come non possiamo considerare Gesù Cristo fuori dall'ambito della fede perché se noi siamo fuori da questo ambito non riusciamo a capire profondamente tutta la dimensione di Gesù Cristo. 

GIBRAN NEL BINARIO TEOLOGICO 

Nel contesto culturale in cui viviamo la Cristologia procede su due binari: il binario gnoseologico e il binario teologico, mi spiego meglio: gnoseologia indica tutto ciò che può essere conosciuto, teologico tutto quello che interpreta, supera la pura conoscenza storica. 
Il testo dell'autore libanese comprende entrambi: nella linea della ricerca gnoseologica prende in esame gli aspetti della figura di Gesù Cristo, nel suo aspetto storico anche se la dimensione biografica costituisce una forzatura in quanto non vi è riscontro nelle scritture neotestamentarie di molti degli episodi raccontati. 

Basta questo allora per poter affermare che la riscrittura romanzata della vita del Nazareno e di altri personaggi vada oltre la gnoseologia? A mio parere no, leggendo il libro anzi si avverte che la problematica attuale non è diversa rispetto a quella degli anni '20 del Novecento. 
Sarebbe un errore pensare di interpretare la vita di Gesù sotto la lente della solo gnoseologia, l'ambiente culturale di oggi risente di due influssi che sono l'illuminismo che ha voluto dare un'interpretazione assoluta alla ragione sconfessando la tradizione, l'autorità e ogni forma di giurisdizione in nome di una ragione assoluta; dall'altra parte alle posizione illuministiche si è contrapposta una forma di restaurazione dei valori a cui, sul piano del pensiero, è corrisposto un tradizionalismo anche teologico. 

Oggi che sono state superate queste due posizioni: una che diceva solo la ragione, una che sosteneva solo la fede, possiamo inquadrare il libro di Gibran nel suo significato più autentico; l'operazione di Gibran va oltre la storia che non è in grado di dare una spiegazione esaustiva di Gesù Cristo. 
L'episodio del dialogo tra Gesù e Giuda Iscariota non è mai avvenuto nei termini descritti, se nei Vangeli ci fosse stata questo episodio, potremo spiegare molte cose sul piano storico, ma la storia non è in grado di spiegare tutto in maniera esaustiva. 

Le coordinate attraverso cui procede Gibran sono storico-teologiche: la teologia aiuta a spiegare chi è Gesù Cristo, "Il mio trono è altro da quello che tu sai vedere....il mio regno non è di questa terra, e il mio seggio non sorge sui teschi dei vostri avi", non è una frase che trova un riscontro testuale in nessuno dei quattro Vangeli, e questa operazione potrebbe suscitare molto scalpore. 
Eppure Gibran dimostra di conoscere benissimo la distinzione che c'è tra il Gesù della storia e quello della predicazione apostolica: Gesù storico era un messia che voleva liberare Israele dalla dominazione romana, il Gesù che veniva predicato nella Chiesa delle origini era il Cristo biblico. 
Gibran presenta quindi Cristo e i personaggi a lui legati o che con lui hanno avuto un rapporto secondo una prospettiva teologica che diventa valore attingendo dai fatti che vengono raccontati nei Vangeli: i fatti in sé non avrebbero valore, serve che questi fatti abbiano un significato e che abbiano una spiegazione. 

I LIMITI (dalla parte dei detrattori) 

* Primo limite: l' eccessiva capacità creativa di Gibran paradossalmente si inscrive nel medesimo atteggiamento delle prime comunità cristiane che avrebbero inventato la stragrande maggioranza dei racconti di Gesù. 

* Secondo limite: la personalità degli evangelisti viene in qualche modo minata, in quanto spesso non vi è alcun riscontro testuale tra quanto raccontato e le fonti. 

I MERITI (dalla parte di Gibran) 

La storia non ci dice che il Figlio di Dio si è incarnato per salvarci, ma la storia ci dice che le prime comunità cristiane presentavano un Cristo annunciato e predicato; Gibran però va oltre e ci presenta il pensiero degli attori che verosimilmente potrebbero avere pensato nel modo in cui viene raccontato. 
Prendiamo, ad esempio il quadro presentato da Gibran sulla figura di Caifa il sommo sacerdote, Gesù è stato mandato a morte da Ponzio Pilato o dal Sinedrio? La questione è stata ed è fonte di contrapposizioni feroci sulle quali in questo contesto non mi soffermo, ma è importante che siano chiari alcuni punti per capire il perché: 

ai Romani del processo religioso non interessava niente, sono i sommi sacerdoti del tempio che processano Gesù, la domanda che gli venne rivolta era anche un'accusa: "Ti sei proclamato veramente Figlio di Dio, il consideri il Messia?". Questo era il capo d'accusa, quando Gibran fa pronunciare a Caifa la seguente frase: "Non si dimentichi che la Torah è il nostro pilastro ed il nostro sostegno" non è lontano da quello che sicuramente egli pensava. 
Ecco allora che noi sappiamo di questo processo religioso secondo quello che ci viene narrato nei Vangeli, ma Gibran va oltre, la sua narrazione rispecchia storicamente la situazione del mondo ebraico, non è una semplice ricostruzione, è la realtà perché riporta a quella condizione esistente. 

C'è da dire poi che il processo non poteva essere fatto neppure per una ragione religiosa, i sommi sacerdoti lo fecero in modo subdolo, non affrontando Gesù de visu, alla luce del solo perché non avevano l'autorità per farlo, lo fecero di notte lasciando Gesù solo. Questo è il momento in cui si manifesta la paura dei discepoli e questo è il momento in cui Simone (detto Pietro), pur avendo un amore sconfinato verso Cristo, lo rinnega. 
Nel momento in cui Gesù rivela chi è, il sinedrio lo accusa di essere contro la religione ebraica, però pur riconoscendo questa affermazione fatta pubblicamente davanti al sinedrio, lo accusano di aver bestemmiato e gli ricordano che non c'era bisogno di prove in quanto era lui stesso ad ammetterlo. 

Non risponde invece al vero il contenuto della frase presente nel libro: "Noi e Ponzio Pilato sapevamo quale minaccia si nascondesse in quell'uomo, e sapevamo che era la prudenza stessa a suggerire di eliminarlo" , la minaccia vera era per il potere religioso, per i Romani l'unico timore era quello che scoppiassero dei disordini. 
L'ostacolo principale per cui Gesù potesse venire accolto dal giudaismo era quello del Messia e quello del Tempio che rappresentava l'emblema, il simbolo dell'unità del giudaismo e quindi distruggerlo significava distruggere tutto il processo religioso, il cammino religioso degli ebrei. 


CONCLUSIONE 

Definire il libro di Kahlil Gibran un testo di religione è riduttivo e fuorviante, è sicuramente però un'opera cristologica che si può inscrivere nella tradizione degli autori che si rifanno alla tradizione primaria. 
Chi vuole affrontare la lettura del testo potrà scorgere il tragico paradosso dell'esperienza cristiana dove la storia spesso non trova riscontro nella fede e viceversa....questa però è l'essenza della ricerca spirituale, teniamone conto.


"Quando la Vita non trova il cantore che ne canti il cuore produce un filosofo che ne esprima il pensiero" (Kahlil Gibran) 


La presente opinione è frutto delle mie riflessioni personali: la teologia mi aiuta a spiegare chi è Gesù Cristo, la storia mi dà la possibilità di avere la certezza di alcuni fatti e avvenimenti.

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 05:14
Empirismo eretico - P. Paolo Pasolini

Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
 ma sapete anche come essere
 prepotenti, ricattatori e sicuri:
 prerogative piccolo borghesi, amici.
- Pier Paolo Pasolini -

.


Non posso fare a meno, ogni qualvolta si parla di politica, di fare riferimento  al contenuto di  due libri di Pasolini che ancora oggi mantengono intatta tutta la loro carica "eversiva": "Scritti corsari" e "Empirismo eretico".
Si rimane stupefatti del fatto che gli articoli contenuti nei due libri continuino ad essere attuali, sicuramente perché la critica pasoliniana alla società neocapitalista si può applicare alla società globalizzata del nuovo millennio.
Eppure se  tra l'Italia del miracolo economico e quella attuale vi sono profonde differenze non si può non constatare che il conformismo culturale sia una costante che lega i due periodi, un conformismo culturale che sta ammorbando tutti i campi dalla politica alla letteratura, dal cinema alle altre molteplici manifestazioni in cui si esprime la creatività umana.

Pasolini aveva una rarissima capacità, quella di  " saper fare letteratura" ad altissimo livello esattamente come faceva ad altissimo livello: giornalismo, poesia e cinema. E lo faceva bene. molto bene.
Quando Pasolini parla di letteratura non mette in discussione la forma o il modo di esprimersi, ma mette in discussione il ruolo stesso della letteratura che riteneva del tutto inadeguata a dare una risposta ad una società in cui si succedevano formidabili e repentini cambiamenti.
Rileggendo, ad esempio, un articolo intitolato "Guerra civile" contenuto nella raccolta, si comprende perché Pasolini fosse un intellettuale scomodo al politburo del PCI dell'epoca; commentiamo queste parole che pesano come un macigno:

"la collettivizzazione comunista non porta necessariamente (storicamente) l'operaio alla completa partecipazione al potere, ossia alla decisione sul proprio destino, e che, se mai, è vero il contrario, cioè che la creazione di una "anticomunità" in cui il lavoratore giunga alla esasperata coscienza democratica del dovere e del diritto della completa partecipazione al potere, può condurre, come conseguenza, alla collettivizzazione dei beni."

Non sono le parole di un reazionario ma quelle dell'intellettuale più irriverente e antiorganico della cultura italiana del Novecento, critico verso ogni forma di omologazione anche quella della sinistra, anzi si potrebbe dire in primis della sinistra.
In questo  celebre articolo Pasolini rivendica il ruolo della sinistra pacifista americana arrivando a dire che le istanze della Nuova sinistra americana gli ricordavano lo stesso clima di urgenza, di lotta e di speranza che animavano la Resistenza italiana.
Questo scritto apparve subito come provocatorio e il fatto che venne accolto su "Paese Sera" ( uno dei giornali più schierati dell'epoca) fece discutere l'intellighenzia del PCI sempre ondeggiante tra ragioni della società italiana e il modo di interpretare il comunismo alla maniera dei sovietici.

Eppure pensiamo alle proteste degli indignati americani e ragioniamo sulle modalità in cui si sono espresse. Quando Pasolini qualche decennio fa affermava che: " Chi non ha visto una manifestazione pacifista e non-violenta a New York, manca di una grande esperienza umana, paragonabile solo, ripeto, ai grandi giorni della Speranza degli anni Quaranta", si rendeva conto che gli strumenti di lotta di quello che definiva il "sacro teppismo" erano del tutto inadeguati ad affrontare un potere forte che deteneva il controllo della violenza.

È un vecchio problema mai risolto che mantiene tutta la sua attualità soprattutto quando si devono affrontare delle manifestazioni di lotta che devono essere necessariamente non violente per affermare le proprie ragioni.
Gandhi riuscì a cacciare gli inglesi con la più straordinaria manifestazione non violenta che  il mondo possa ricordare, se avesse affrontato gli inglesi con le armi, gli indiani avrebbero perso senz'altro.

Ed è proprio questo il punto che Pasolini più di una volta ribadì nei suoi scritti e che, a distanza di anni, mantiene intatta tutta la sua attualità e che in questo scritto così espresse. "Dunque, anziché negli scioperi o nelle altre forme di lotta di classe, la coscienza della propria realtà sociale albeggia nelle manifestazioni pacifiste e non violente, dominate, appunto, da un intelligente spiritualismo".

In "Empirismo eretico" troviamo, poi, una raccolta di saggi sul cinema che costituisce l'occasione per ragionare sul modo di fare ed intendere il cinema, per il lettore odierno si tratta di scoprire un Pasolini profondamente innamorato della tecnica cinematografica che riteneva uno straordinario strumento di espressione capace di cogliere quegli aspetti della realtà che la forma scritta era insufficiente ad esprimere.
Ancora una volta emerge prepotente la critica di Pasolini di un certo modo di fare cinema e lui artigiano antico della macchina da presa, grande sperimentalista originale e innovativo fu un feroce detrattore del cinema dell'industria delle grandi case cinematografiche che avevano e hanno come unico scopo quello di inseguire e solleticare le pulsioni più basse delle masse.
 Ritengo (ma questa è un'opinione del tutto personale) che il cinema di Pasolini sia una delle prove più alte della sua arte, un'arte non facile da comprendere in prima battuta ma che è sempre ricerca e prosecuzione della sua attività di poeta e romanziere.
Pasolini riteneva che il cinema fosse una "lingua della realtà" (l'espressione è sua) vale a dire una forma di espressione che organizza in forma strutturata quello che accade liberamente nella realtà.
Da appassionato di quel cinema posso dire che film come "Teorema", "Il Vangelo secondo Matteo" o "Medea" sono ancora oggi così evocativi  al punto che si apprezza quella straordinaria la capacità che aveva Pasolini di rompere con  tutti gli schemi di una tradizione filmica troppo legata a schemi precostituiti.
Il Pasolini teorico (si legga il bell'articolo intitolato " La lingua scritta della realtà) è prima di tutto un abile dilettante della tecnica cinematografica, della fotografia, del montaggio ( non fece alcuna scuola di regia), ma è prima di tutto autore originale che seppe unire in modo mirabile filosofia, arte, letteratura nel cinema. Non è poco!

PASOLINI IL PROVOCATORE


Riporto qui di seguito per esigenze di commento, il celeberrimo articolo che Pier Paolo Pasolini scrisse dopo gli scontri di Valle Giulia, a Roma, davanti alla facoltà di Architettura avvenuti in occasione della manifestazioni studentesche tenutesi nel 1968, lo scritto si trova in "Empirismo eretico":

"Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care. 
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia. 
Ma prendetevela contro la magistratura, e vedrete! 
I ragazzi poliziotti 
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione 
risorgimentale) 
di figli di papà, avete bastonato, 
appartengono all'altra classe sociale. 
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento 
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte 
della ragione) eravate i ricchi, 
mentre i poliziotti (che erano dalla parte 
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, 
la vostra! In questi casi, 
ai poliziotti si danno i fiori, amici, 
"Popolo" e "Corriere della sera", "Newsweek" e "Monde" 
vi leccano il culo. Siete i loro figli, 
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano 
non si preparano certo a una lotta di classe 
contro di voi! Se mai, 
alla vecchia lotta intestina
".

ANALOGIE CON IL PRESENTE

Bisognerebbe chiedersi se sia cambiato qualche cosa rispetto a quando Pasolini scrisse queste parole che ancora oggi pesano come macigni? Cosa avrebbe scritto Pasolini a proposito di quel che è accaduto a Roma in occasione della manifestazione degli indignati del 15 ottobre 2011?  Qualcuno sempre pronto a fare dei distinguo dirà che le circostanze sono diverse, che i protagonisti degli scontri provengono da altre classi sociali e che non si può paragonare la situazione del 2011 a quella degli anni '60 e '70.
Non possiamo dire con certezza se Pasolini, nella situazione odierna, avrebbe ripetuto gli stessi concetti, pertanto gli interrogativi posti nelle righe precedenti rimangono, ma ipotizzando che davanti a fatti e circostanze che presentano molti punti di contatto con tutti i movimenti protestatari del passato, probabilmente avrebbe ripetuto il medesimo concetto.
Sta di fatto che i motivi della protesta attuale "benché dalla parte della ragione" non sempre tengono conto dei formidabili cambiamenti in atto che sono avvenuti in questi decenni.
A mio parere il rivendicare "la propria fetta di torta" è una rivendicazione molto pericolosa che non porta da nessuna parte, soprattutto pensando a quei giovani che si rifiutano di fare qualsiasi lavoro perché sono laureati e che "per diritto", pretendono di avere un posto in cui "non si sporcano le mani".
Queste rivendicazioni sono figlie del peggior "classismo culturale" che porta i popoli vecchi (come il nostro) al loro inevitabile tramonto perché nessuna società si può reggere su una pletora di persone che pretende di lavorare dietro una scrivania.
Sono cosciente del fatto che molti interpreteranno tale lettura dei fatti come un conato della peggior reazione, ma non è così, è esattamente il contrario "cari e care" (così si rivolgeva a loro Pasolini).
Recentemente ho visto un'intervista televisiva in cui un ragazzo ha affermato che lui essendo un perito industriale "non doveva sporcarsi le mani" e il suo compito era quello di "dirigere una squadra" e non di fare un lavoro manuale.
Ecco la deriva culturale che viene da lontano e che rimane uno dei motivi della nostra scarsa competitività al livello mondiale tra i paesi industrializzati; abbiamo perso l'attitudine a sporcarci le mani, quell'attitudine che avevano gli antichi Romani che erano ingegneri, architetti, costruttori e soldati.

Mi viene in mente un verso di "Compagno di scuola" la canzone di Antonello Venditti  che raccontava come si viveva la scuola di quegli anni:

"Compagno di scuola, compagno di niente
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
"

Questa è  la fetta della torta che molti rivendicano?

Credo che il peggior servizio che si possa fare alla conoscenza sia quello di mettere in sequenza "titolo di studio" e rivendicazione di un posto di lavoro ben pagato e comodo. Pasolini anticipò questa tematica e aveva ben compreso che le istanze spesso rivendicate da coloro che stavano dalla parte della ragione provenivano da una classe sociale piccolo borghese che non conosceva affatto la miseria.
Per quanto possano provocare sentimenti di risentimento, le parole di Pasolini non si possono eludere perché il rischio concreto è che tutto ancora una volta finirà nel nulla.

L'operaio che sta in cassa integrazione, deve mantenere una famiglia e guadagna 880 euro al mese è il vero povero, ma chi va in giro con la macchina di mammà e non si vuole sporcare le mani, è povero?

"Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
 ma sapete anche come essere
 prepotenti, ricattatori e sicuri:
 prerogative piccolo borghesi, amic
i"

Pier Paolo Pasolini


 

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Published by Caiomario - in Libri Letteratura

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