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1 gennaio 2014 3 01 /01 /gennaio /2014 06:08

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Il Corvo e la Volpe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ritratto di Jean de la Fontaine - Particolare del dipinto di Nicolas de Largilliere - Museo di Versailles (album di Caiomario)

LETTERATURA PER INFANZIA O PER ADULTI?

Abbiamo avuto occasione più volte di commentare recensioni su libri per l'infanzia, recensioni non facili come non è facile scrivere libri per bambini, per quanto riguarda la letteratura per bambini c'è da dire che questo genere è abbastanza recente in quanto almeno fino alla prima metà del Novecento questo genere letterario era del tutto assente nella narrativa, esisteva una letteratura per ragazzi di cui Salgàri è stato uno dei maggiori esponenti eppure anche Emilio Salgàri o Jules Verne non scrivevano per i ragazzi, si è voluto aritficiosamente collocare in un ambito "minore" un genere d'avventura che inizialmente era destinato ad un pubblico adulto. 
Questo discorso vale anche per il genere favolistico, diversi libri, che nella rilegatura e nella copertina sembrano essere libri per l'infanzia, vengono destinati ai bambini, si tratta di un errore che denota non solo scarsa conoscenza del genere ma anche pochissima attenzione dal punto di vista pedagogico. 

 
Un bambino che rientra nella fascia d'età della prima infanzia non può comprendere Esopo, Fedro o Jean de La Fontaine in quanto non ha ancora sviluppato quegli strumenti critici che solo lo studio, l'educazione e la predisposizione personale sono in grado di fare crescere giorno dopo giorno. 

Se La Fontaine fosse stato un autore per ragazzi, sarebbe stato al pari di Calvino che scriveva libri per bambini, un autore chiaro che destinava i suoi racconti alla crescita dei bambini, ma queste non erano le intenzioni di La Fontaine e il suo intento era forse pedagogico ma era prima di tutto politico. 
Se ci fermassimo solo ad affrontare le opere di La Fontaine dal punto di vista epistemologico e dal punto di vista delle istanze educative, noteremo che dietro l'apparente semplice linguaggio, il Nostro voleva dire altro e lo diceva nel modo che gli era più congeniale, avendo creato una sorta di linguaggio e un genere che era l'unico che poteva utilizzare in un sistema, quello assolutista francese che non ammetteva alcuna fomra di dissenso o di critica. 
Per uno abituato a vivere nella Corte di Francia e che doveva il suo sostentamento economico alle grazie di questo o quel nobile, la critica era una sorta di suicidio non solo finanziariamente ma anche dal punto di vista letterario. 
All'epoca in cui visse La Fontaine, scrivere un'opera significava dipendere da un mecenate che doveva essere solo compiaciuto, senza un protettore politico era impossibile scrivere, ma La Fontaine era un illuminista ante litteram che aveva assorbito le idee filosofiche che giravano per l'Europa e che mettevano in discussione l'autorità di Aristotele. 
Oltre a questo atteggiamento scettico, è presente in La Fontaine un moralismo che ha le sue radici nel pensiero di Montaigne e di Pierre Charron, un personaggio, quindi decisamente complesso e di grande spessore culturale. 

IL CORVO E LA VOLPE 

Pubblicare un libretto di soli 16 pagine per una sola favola la riteniamo un'operazione editoriale del tutto inutile anche perchè sono in commercio libri che contengono tutte le favole di La Fontaine ma questo è dovuto essenzialmente al fatto che si è pensato (male) di scrivere un libricino per bambini proprio per le ragioni esposte nelle righe precedenti. 

La favola è troppo nota per riportarne il contenuto, l'unica motazione che ci sentiamo di ricordare che questa è la miglior favola per chi si voglia guardare dalle troppe lodi e dall'adulazione della quale c'è sempre da vergonarsi quando sono eccessive e fuori luogo. 
Gli adulatori, si sa, non mancano mai in ogni ambito della vita, qualche volta ci fanno perdere quello che abbiamo...come la volpe ha fatto con il corvo......... 

Favola adatta dai 14 anni in su........... 

Per chi volesse leggere le favole di La Fontaine, suggeriamo un edizione integrale contenente tutte le favole. 

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Published by Caiomario - in Libri
1 dicembre 2013 7 01 /12 /dicembre /2013 13:16

CHI ERA SEXTUS IULIUS AFRICANUS?

C'è un Leopardi sconosciuto ai più che esce fuori dai circuiti scolastici, non il Leopardi di "A Silvia" e "L'Infinito" ma quello del Leopardi filologo e critico che ha un eccezionale valore anche per gli studi di filologia odierni. Conoscere, infatti, il pensiero di Giacomo Leopardi è possibile solo iniziando un percorso di ricognizione di quegli scritti che escono fuori dal circuito dei programmi scolastici ministeriali (vera e propria mortificazione di chi crede nella Cultura con la C  maiuscola), ma visto che la maggior parte dei lettori che si interessano di filologia Leopardiana non va oltre la lettura dello "Zibaldone", varrebbe la pena affrontare la lettura di scritti che vanno al di là del solito circuito per scoprire una personalità complessa e anticipatrice dei tempi quale fu Giacomo Leopardi.
Non volendoci addentrare nella strada percorsa infinite volte del "pessimismo leopardiano", preferiamo concentrarci sulla lettura delle opere che fanno parte di quell'immenso patrimonio che fa parte del Leopardi autodidatta.
Giulio Africano è uno degli studi che rientrano in quella particolare attività di Leopardi filologo, un filologo che non aveva titoli accademici e che oggi, in un periodo di grande mediocrità intellettuale, dovrebbe fare pensare molti improvvisati "insegnanti" che non vanno oltre al "Passero solitario" o a "Il sabato del Villaggio" (mala tempora currunt).
Leopardi fu un eccellente filologo e studioso della lingua latina, con gioia ed emulazione affrontò lo studio di "autori minori" in assoluta solitudine, al massimo si concesse lo scambio di alcune vedute con alcuni intellettuali dell'epoca a lui coeva come ad esempio il Cancellieri a cui si rivolse per raccogliere alcuni frammenti contenuti nei "Codici Vaticani".

Leopardi conosceva Senofonte, Porfirio e Demostene, senza dubbio la lettura di testi che potrebbero essere interessanti per critici e filologi, sono un poco ostici per lettori digiuni di "cose classiche".
La lettura del testo apre comunque degli interrogativi. perché ad esempio Leopardi decise di affrontare lo studio di un autore del III secolo che solo gli specialisti conoscono? Probabilmente ( è solo un'ipotesi) la biblioteca del conte Monaldo (suo padre) solleticò un interesse che oggi è poco comprensibile per un adolescente della nostra epoca.
L'opera comunque (al di là delle curiosità storiche) è l'occasione per conoscere questo personaggio (Giulio Africano) la cui opera è stata in gran parte perduta, le note di commento di Leopardi sono di particolare interesse e sono l'occasione per conoscere un mondo (quello romano) ignoto ai più.
Giulio Africano era un siriano cristiano, ma al tempo di Roma le distanze erano molto più brevi dei tempi attuali,  la società romana fu infatti una società multiculturale che comprendeva tutto quello che entrava nel suo dominio e questo accadde anche nel periodo in cui il Cristianesimo si andò diffondendo.
Leopardi affrontò la lettura e lo studio dei cosiddetti "Cesti" di Giulio Africano, un'opera che lui stesso definì "corrotta", Leopardi che non fece scuole regolari ma conosceva benissimo il latino e il greco, tradusse questi Cesti, ma quel che colpisce il lettore attuale è il rigore filologico applicato da Leopardi che era ben consapevole delle difficoltà  che avrebbe affrontato.
Le discussioni letterarie c'erano allora come ci sono oggi e Leopardi, pur essendo un fine studioso, era comunque un irregolare seppur diligentissimo, tuttavia godeva di una certa fama tra gli uomini colti dell'epoca: bibliotecari, bibliofili, studiosi di lingue classiche, eruditi.

Giulio Africano rientra negli anni della formazione, anni fondamentali anche per la successiva produzione dell'arte leopardiana. Non bisogna dimenticare che il giovane Giacomo attinse il suo materiale di studio dalla biblioteca paterna e fu proprio in quella grande offerta libraria di proprietà del conte Monaldo che Giacomo coltivò l'amore per il latino e il greco dimostrandosi un eccellente filologo.
Un'altra occasione per conoscere il Leopardi filologo ci può essere dato dalla lettura dello Zibaldone, un'opera incompiuta ricca di note, osservazioni e commenti; tra le altre opere che riguardano l'attività critica vanno segnalate, infine, "Crestomazia italiana. La prosa" e "La Crestomazia italiana. La poesia".


Autore:Giacomo Leopardi
ISBN 8815061266
Editore: Il Mulino
Pagine 352

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Published by Caiomario - in Letteratura
2 novembre 2013 6 02 /11 /novembre /2013 10:44

contatore gratis

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Alberto Moravia ha avuto una capacità rara tra i narratori, quella di avere raccontato con un'efficacia rappresentativa molto intensa, storie originali che nascono nel quotidiano e questo lo ha fatto con un approccio realistico ed oggettivo che ha privilegiato le inquadrature nette e distinte della realtà che sono riconducibili alla tradizione e al nitore della scrittura dei classici, oltre a questo tratto stilistico che consente di riconoscere immediatamente la scrittura di Moravia, la presenza di un lieve sarcasmo antiborghese ha rappresentato un "innesto" ben riuscito che ha dato molti frutti, non ultimo quello della demistificazione della realtà ricorrendo a racconti mai banali e dalle trame interessanti. 

"L'amore coniugale" è un romanzo breve che può essere preso come emblema della letteratura moraviana per avere demistificato criticamente l'inautenticità dell'amore coniugale, dell'impotenza che spesso si manifesta in un rapporto a due e dell'impossibilità di realizzare la perfezione almeno dal punto di vista dell'aspirazione, intesa come un "tendere a..". 

La storia è intrigante e ancora una volta il tema è quello della scrittura e del'amore verso una donna, è innegabile che lo scrittore, qualunque esso sia, tenda a crogiolarsi nel monologo, la scrittura non può essere un dialogo eccezion fatta per il genere epistolare. 
L'inautenticità della vita coniugale, la sua ipocrisia e la finzione delle convenzioni vengono messe a nudo ma non come critica apriori e prevenuta ideologicamente quanto per l'imprevedibilità che è legata a dei progetti inattuati con un imponderabile che è pronto a manifestarsi repentinamente ed improvvisamente. 

Il racconto pone al centro due coniugi, Silvio Badeschi e sua moglie Leda, Silvio è uno scrittore che rincorre un sogno ambizioso, scrivere un capolavoro che per essere tale deve essere un'opera letteraria unica come quello che lui ritiene tale e che diventa l'oggetto del suo romanzo: l'amore per la moglie. 
Moravia parte quindi da una situazione molto comune che è quella in cui uno pensa una cosa diversa dall'altro, Silvio è profondamente convinto che il suo legame con Leda sia inattaccabile e su di lei pone una fiducia senza riserve, chiedendole di partecipare comunque alla redazione di questo romanzo in maniera alquanto bizzarra: Leda, dovrà semplicemente non togliere energie a Silvio astenendosi da qualsiasi rapporto sessuale. 

La richiesta appare bizzarra perchè il ruolo di coautrice è un ruolo passivo ma è anche un implicito rimprovero a non essere disturbato con la provocazione dei sensi e in un primo momento tutto sembra filare liscio e Leda sembra condividere questa scelta di astenersi da ogni rapporto sessuale e di vivere un matrimonio in bianco. 

Nella storia della letteratura sono innumerevoli gli scrittori che hanno tratto forza e ispirazione dall'amore fisico quasi che questo propagasse un'energia diffusa anche dopo essere stato compiuto, ma non si trovano storie in cui il sesso è visto come elemento che possa togliere energie intellettuali quasi che la radice fosse l'essenziale "eterità" della donna. 
La donna in questo caso viene privata del suo piacere elementare e il piacere supremo della passività viene sostituito da quello della inattività che nella sua ambiguità è un comprimere ogni via naturale per una scelta assurda e dagli esiti imprevisti. 
Se Leda accetta questa condizione, la sua scelta appare libera e consenziente e giustificata in base all'amore che pone nei confronti del marito e che potrebbe essere sintetizzata in questa frase: "io faccio tutto quello che ti può essere utile perchè tu raggiunga l'obiettivo che ti sei prefissato". 

Se è ovvio, al punto da apparire banale, osservare che la pietà femminile e la disposizione materna sono delle componenti essenziali dell'eterno femminino, di contro la natura femminile sa anche immolarsi con una freddezza sconcertante sino alle estreme conseguenze. 

La Leda descritta da Moravia rientra in questo schema e non si sa se la ripetizione di questo rientri anche in fattori di natura esterna che nella vita quotidiana possono essere rinvenuti anche in ragioni di ordine economico e sociale. 
Silvio è un visionario scollegato completamente dalla realtà, è un illuso che crede in un amore perfetto che vacilla e cade nel momento in cui la fascinosità femminile di Leda cede dinanzi alla presenza di un terzo (Antonio) che improvvisamente si insinua tra la vita dei due. 
Che cosa spinga Leda a cedere e a concedersi come non si sarebbe concessa a Silvio è intuibile: è il rinunciare all'inviolabile fino a scegliere il desiderio spingendolo al parossismo che fa cadere ogni pudore. 
Eppure Leda non si tradisce, non rende palese il proprio desiderio ma lo contiene fino a farlo diventare qualcosa di animalesco come se questo suo darsi sia una liberazione dalla gabbia della perfezione in cui Silvio l'aveva rinchiusa. 
L'apparente riluttanza di Leda forse non era intesa ad inibire l'attività sessuale e la sua passività non era reale ma apparente, mentre al suo interno covava un 'intensa energia pronta a deflagrare alla prima occasione. 

Silvio dinanzi alle danze di Leda non può che constare il fallimento della sua vita, del matrimonio e della sua attività di scrittore di successo, un finale amaro perchè Silvio cercherà dapprima di dare delle spiegazioni e poi rinuncerà rimandando ad un momento più tranquillo gli eventuali bilanci della sua sconfitta e della sua vigliaccheria che non sa perdonare nè condannare ma solo accettare. 

Il mondo moderno ha conosciuto la donna che ha voluto emanciparsi dall'uomo ma non ha mai preso in considerazione l'uomo che ha voluto emanciparsi della donna, eppure anche su questo aspetto molte sono le considerazioni da fare e che rimandiamo al prossimo articolo. 



"Nella sua passività e inferiorità apparente il femminile è superiore al maschile" 
LAO TZE

 

** Non si può programmare niente........tanto meno la perfezione**

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Libri
2 novembre 2013 6 02 /11 /novembre /2013 06:07

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Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/43265304@N03/4682208360

 

 

 

 

Si fa ma non si dice..professionisti del sesso raccontano sui loro clienti

 

I noti fatti di cronaca sulle escort di alto bordo frequentatrici di politici di alto rango, non avrebbero solleticato le pruriginose curiosità dei benpensanti e dei frequentatori del gossip alimentando un voyeurismo tutto nostrano, se i mass media non avessero dato notorietà a personaggi poco avvezzi alle luci della ribalta ma più abituati a quella tenue dei lampioni lungo i viali. Personaggi che spesso ritoviamo caratterizzati con tratti caricaturali nella trasposizione cinematografica che, comunque, eleva a dignità artistica ciò che nella realtà assume ben altri lineamenti che poco hanno a che fare con l'arte.

E se Fellini immortalò la Gradisca come simbolo dell'immaginario maschile di tutti tempi e non solo della Rimini di Amarcord, una rappresentazione nuda e cruda del sottobosco della prostituzione riusci a a rappresentarla solo Pier Paolo Pasolini che non si soffermò mai su particolari scabrosi ma tentò di dare ai suoi racconti una spegazione sociologica partendo dalle periferie di quei ragazzi di vita di cui non era a lui estranea la frequentazione.

Ma in ogni caso è diffcile trovare nell'arte e nella letteratura il punto di vista di chi vende se stesso in cambio di un compenso e proprio evitando erronei e fuorvianti giudizi di valore per comprendere appieno lo spirito del libro l'autore(?) 
precisa:

Ho messo assieme questa antologia "Dolcetti e scherzetti: i professionisti del sesso scrivono sui loro clienti, per raggruppare la storia di altri professionisti del sesso, "proprio con la nostra testa". Troverete pochissime spiegazioni; questi racconti sono scritti come se stessimo parlando fra noi. E' come una finestra
che da sulla vita dei professionisti del sesso, come noi li vediamo, una finestra che si affaccia dalle nostre vite in quelle della gente che incontriamo. (pag.13)

E' quindi un'angolazione privilegiata nel senso che non si racconta per trasposta persona, ma sono i protagonisti che raccontano dei loro clienti, una prospettiva diversa rispetto a una tradizione culturale che ha sempre privilegiato il racconto del cliente, spesso dal contenuto scontato e prevedibile.

Prima di procedere all'esame del testo sono necessarie delle precisazioni al fine di eliminare qualsiasi equivoco terminolgico che potrebbe creare anche dei fraintendimenti sul piano concettuale:

Il termine meretrice (termine peraltro in disuso nel linguaggio comune) deriva dalla partola latina meretrix,-icis che a sua volta deriva dal verbo merere che significacolei che si merita, guadagna, compensi.
Quello che è interessante notare è che tra gli antichi con questo termine si indicavano esclusivamente le donne , non esistendo un corrispondente maschile per quanto l'omosessualità maschile fosse praticata in tutto il mondo greco-romano.
Ma la pratica è cosa ben diversa dalla professione che era esclusiva prerogativa delle donne al punto che tra i romani era in uso praticare la prostituzione sacra.

Il turista che si trovasse a visitare Pompei sarebbe colpito dallo stato di conservazione delle strutture dell'antica città, come se il tempo si fosse fermato affinchè venisse preservata ogni cosa in modo tale che i posteri potessero conoscere come vivevano i suoi abitanti.
Proprio questo eccellente stato di conservazione ha permesso di conoscere aspetti di una vita quotidiana che sono anche aspetti di costume, uno spaccato di vita che ci consente esattamente di dire come concepivano i rapporti sociali gli antichi di 2000 anni fa.
Ed ecco che all'interno di strutture abitative emergono in tutta loro bellezza degli affreschi che all'epoca non avevano una finalità estetica ma prevalentemente didascalica; erano le immagini delle prestazioni che venivano praticate, delle tabelle esemplificative che avevano un loro corrispettivo di prezzo.
Oltre a questi affreschi, troviamo numerose iscrizioni (graffiti) che i clienti lasciavano sui muri, dove veniva annotato il loro grado di soddisfazione che poteva amplificare la fama della puella e quindi incrementare il giro d'affari: una sorta di feedback ante litteram.

L'evoluzione del linguaggio

La specifica di cui sopra circa il termine meretrice, ci permette di notare come il linguaggio che cambia è anche indicatore di un costume mutato e di valori che si vanno affermando malgrado le resistenze delle diverse sensibilità.
Oggi sono numerosi i termini che indicano la prostituzione sia maschile che femminile, molti di questi termini sono entrati nel linguaggio comune e vengono utilizzati indifferentemente, a differenza di quanto era in uso nella lingua latina, per entrambi andando anche a coprire quella parte che sta nel mezzo come il termine transgenderche per la lingua italiana è una sorta di neologismo dai forti connotati anche politici e dalle implicazioni culturali che denotano una mutata sensibilità.

A chi è dedicato il libro

Alle p****ne dovunque siano e l'autore specifica che:
In tutto il libro il termine è usato indifferentemente per donne e per uomini.

La specifica non è un vezzo, nè una provocazione ma una scelta deliberata ascrivibile anche all'identità dell'autore (?).
Chi è l'autore del libro?, Non si sa! Possiamo fare solo delle ipotesi, chi è Matt
Bernstein Sycamore? può essere un uomo come sembrerebbe dal racconto presente nell'introduzione, un uomo che si prostituisce, potrebbe essere un transessuale o potrebbero essere più autori che giocano sull'equivoco per nascondere in realtà gli aderenti di movimenti di liberazione dei diritti delle minoranze transgender.
Questo lo si può anche desumere dai nomi citati nei ringraziamenti: il NYPAEC e il FROST'D, movimenti vicino ai gruppi radicali fortemente politicizzati che costiuiscono quella galassia di sigle riconducibili alle potenti lobby che negli Stati Uniti sono in grado di determinare o stroncare l'ascesa di un governatore, di fare approvare leggi e forse di appoggiare o no la nomina di un presidente.

Proprio questo fatto cambia completamente le prospettive del libro che non è un libro di letteratura erotica ma un saggio sul costume e su abitudini che cercano una loro legittimazione politica perchè il libro:

considera la professione sessuale come scontata, un punto strategico dal quale osservare le prestazioni, l'industria del sesso e la società come un tutt'uno
(pag.14)

Da questa privilegiata angolazione, quindi, la Storia (l'autore usa la s maiuscola) c'è un presupposto: sfuggire a qualsiasi analisi di carattere psiclogico e sociale, perchèstanchi e stufi di subire abusi da clienti, terapeuti e asssistenti sociali ospiti di talk show di evangelisti, politici e poliziotti...

lo sguardo viene girato mettendo le prestazioni sotto il microscopio.

il fenomeno viene raccontato dall'interno, qualsiasi intervento esterno è bandito

e tutto questo assume dei contorni unici in cui si scoprono nuove dimensioni :

I professionisti del sesso devono mediare costantemente le pericolose intersezioni fra sesso, potere, denaro, intimità e tutti gli altri coinvolgimenti di cui
sono intessute le vite di tutti. (pag.14)

Affermazione questa in straordinaria assonanza con quello che è accaduto recentemente e che riguarda l'intreccio politica e sesso, potere e prostituzione in un gioco di coinvolgimenti che è l'eterno ritorno di sempre e di tutte le epoche.

E ancora leggiamo : i nostri clienti di solito hanno accesso a meccanismi di potere che tengono nascoste le loro identità (quali fruitori di prestazioni sessuali.In un mondo che stigmatizza pesantemente i professionisti del sesso, i clienti non sono liberi di rivelare le loro identità per paura di ripercussioni. (pag.15)

Ed ecco il punto: in quell'assurdo meccanismo del si fa ma non si dice, il ricatto è sempre l'arma in più, il valore aggiunto che incombe da sempre e che si accompagna alla doppia vita, spesso border line, di clienti sfuggenti ed elusivi, nascosti agli sguardi e pronti a qualsiasi cosa pur di non vedere compromessa la propria reputazione.

Prima di rovinare una famiglia....

Sarebbe stato opportuno non rendere pubblico..... si sente spesso dire quando accade che il malcapitato viene pizzicato a.... e questo vale per quanto accaduto di recente (vedi caso Marrazzo) ma anche per l'operaio della Viscosa che attardandosi lungo i viali, vede recapitarsi a casa una multa per sosta non autorizzata in un luogo frequentato da falene e similari....
Il giudizio morale incombe salvo, poi, farsi promotori dei diritti di.....in un gioco delle parti che sempre più assomiglia alla scena della Bocca di Rosa di De Andrè:

....alla stazione c'erano tutti dal commissario al sagrestano, alla stazione c'erano
tutti....

Perchè il libro è l'unico del suo genere

Sono numerosi i libri che trattano del fenomeno della prostituzione, libri interessanti dal punto di vista sociologico, opere di letteratura, racconti brevi ma non esiste un libro che non faccia gerarchie.
Il problema è stato spesso affrontato considerando una categoria o un genere, mentre in questa antologia vengono riportate 24 storie senza che venga privilegiato l'aspetto femminile, maschile o transessuale come se l'autore (?) volesse perseguire una sorta di equiparazione per ciò che concerne l'accesso alla professione.
E per quanto il libro non sia rapprentativo di tutte le categorie dei professionisti del sesso - come tiene a precisare l'autore(?)- tuttavia rappresenta la prova tangibile di una collezione di un irresistibile narrazione di vite individuali .
(pag.20)Il libro è suddiviso in tre categorie:

  • dolcetti
  • scherzetti
  • dolcetti e scherzetti


dove i protagonisti sono i clienti e il pensiero che di loro hanno i professionisti del sesso.
Considerazione finale e giudizio sul libro

Mi astengo da qualsiasi giudizio morale sul libro perchè ho sempre letto tutto e di tutto, non avendo alcun pregiudizio ma cercando di rimanere il più distaccato possibile da coinvolgimenti che potessero portarmi a una lettura viziata del testo che in quel momento si trovava sotto le mie lenti; del resto è impossibile leggere un classico come De Sade e arrivare fino in fondo se non si vince la tentazione di prendere il libro e di gettarlo nella spazzatura.
Nel caso di questo libro, pur cercando di mantenere un certo distacco, non posso che avvertire i lettori su un rischio che potrebbe incombere già dalla lettura delle pagine introduttive: prendere il libro e buttarlo.

Il linguaggio è crudo, a tratti triviale, ci si sofferma sui particolari, si rivelano dettagli che non tutti sono in grado di poter affrontare senza batter ciglio, a tratti si prova fastidio ma lo stile è colloquiale e permette una lettura veloce, senza pause e alla fine senza ripensamenti.

Poi alla fine ci si rende conto che questo è lo stesso linguaggio che ascoltiamo nella vita di tutti i giorni e che abbiamo sentito tante volte e a cui forse abbiamo anche partecipato.
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Scritto di mia proprietà pubblicato anche altrove
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TITOLO: Dolcetti e scherzetti.Professionisti del sesso scrivono sui loro clienti
AUTORE: Matt Bernstein Sycamore (Autori Vari)
EDITORE: Effepi libri
Data di pubblicazione: 2007
Costo: Euro 12,00

 


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1 novembre 2013 5 01 /11 /novembre /2013 06:52

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Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/8521690@N02/13193055404

 

 

 

 

 

"Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde" di Robert L. Stevenson è stato scarnificato e analizzato in tutte le sue molteplici sfaccetature e probabilmente c'è poco da aggiungere alle centinaia di migliaia di pagine che trattano l'argomento, eppure, nonostante siano passati più di un 125 anni dalla sua pubblicazione continua ad affascinare nuove schiere di lettori. 
La sua riproposizione, pertanto, è sempre attualissima perché non è mai cessata la lotta tra il Bene e il Male, le edizioni che si sono succedute nel corso del tempo sono innumerevoli e ciò che conta è il racconto , anzi -a nostro parere- un'eccessiva mediazione esplicativa rischia di togliere qualsiasi interesse nel lettore moderno o in quello giovanissimo che non ha ancora affrontato la lettura del testo. 
Va da sé che il capolavoro di Robert L. Stevenson non poteva contare poi su numerose riduzioni cinematografiche e televisive a cui vanno aggiunte le innumerevoli rappresentazioni teatrali che ne hanno decretato la fama al punto che anche nel linguaggio comune si suole dire: "È come Dr Jekyll e Mister Hyde". 

Una lettura intellettualmente onesta, non prigioniera dei luoghi comuni che accompagnano la pletora di riassuntini sul romanzo commissionato dall'editore Longman dovrebbe non cadere nell'eccesso di perdere di vista le finalità dell'operato dell'autore. Dette finalità possono essere molteplici tra le quali non va messa in secondo ordine l'esigenza di andare incontro alle richieste di un pubblico che del genere orrifico faceva richiesta così come oggi il pubblico odierno richiede altri generi più consoni alla mutata sensibilità culturale dei nostri tempi. 

LA RIFLESSIONE OLTRE LA LETTURA 

L'opera di Robert L. Stevenson ha suscitato vivaci dibattiti (la cui conoscenza devo dire che mi ha appassionato quanto la lettura del libro). Da una parte il pregio di diversi contributi si sono concentrati sullo scontro mai finito tra Bene e Male. Dall'altra sono frequenti i dibattiti sulla complessità della mente umana capace di commettere orrendi delitti che sconvolgono ma attraggono l'opinione pubblica. 

Ci domandiamo pertanto che relazione ci possa essere tra la richiesta (furbissima) dell'editore Longman di dare al pubblico ciò che esso chiedeva e il proliferare delle odierne trasmissioni che parlano dei tanti mister Hyde che sembrano spuntare come i funghi dietro a degli (apparentemente) "innocui" Dr Jekill? 

La faccenda non è di secondaria importanza in quanto i punti di contatto tra il costrutto narrativo del romanzo e le cronache che ammorbano le nostre coscienze sono moltissimi. Sorge allora il problema delle motivazioni che stanno alla radice di questo spirito morboso che fa rimanere attaccati allo schermo televisivo tranquilli spettatori che si appassionano a conoscere i dettagli degli orrori commessi dai novelli seguaci di Jekill (e Hyde)? 

Ma procediamo con ordine seguendo la pista della trasformazione di Hyde nel dottor Jekill: il raccapriccio e il disgusto si sa hanno sempre attratto l'uomo che nella sua natura è capace di fare del male, ma Robert L. Stevenson nel suo sapiente porre favola e intreccio fino a che punto era consapevole che avrebbe causato un senso di raccapriccio attrattivo. Sembra una contraddizione in termini, ma non lo è affatto: il signor Hyde è descritto come un uomo ripugnante, torvo e arrogante esattamente come molti serial killer che portano su di loro tutta la negatività del mondo, insomma dei mostri incapaci di avere un barlume di umanità, dall'altra parte il dottor Jekill nel suo proposito razionale di andare oltre i limiti del'etica suscita molti dubbi sul ruolo della scienza come dottrina-verità. 

Per quanto si possa essere  partecipativi nella lettura del romanzo, non ci sentiamo tuttavia prossimi a nessuna delle due figure, tuttavia siamo ben consapevoli del fatto che vi è una parte della coscienza superiore dell'uomo che assimila degli elementi del Male al punto da diventarne vittima. 
Il dottor Jekill non sa esattamente a quali esiti porteranno le sue ricerche ma non le sospende, anzi le trasformazioni a cui va incontro non sono altro che un affermarsi del Male sull'uomo che non è più in grado di controllarne gli effetti nefasti. 

Pensate ad esempio alla lunga serie di omicidi commessi dagli aderenti alla comunità raccolta intorno a Charles Manson e alla vasta rete di abusi perpetrata su persone inermi da parte di gruppi di satanisti clandestini e (ammettiamolo senza riserve) insospettabili; ecco allora che Jekill ed Hyde dalle pagine della letteratura escono fuori per concretizzarsi in figure spaventose come quelle del "mostro di Firenze" orrifico come quei "compagni di merende" che ne condividevano le nefandezze. 

Liquidare come criminali qualsiasi omicidio come un esempio di perversione sarebbe superficiale e del resto non tutto il folklore legato alla malavita è riconducibile al doppio che alligna nell'uomo, ma rimangono molti interrogativi su come una società possa generare dei mostri terribili e ripugnanti. 

La grandezza di Robert L. Stevenson sta nell'aver capito e illustrato in modo efficace la doppiezza dell'animo umano capace di grandi gesti nobili ma anche delle peggiori nefandezze, di quella banalità del male di parlava Hanna Arendt e che non dipende dalle forme di governo o dalle ideologie ma che è da sempre presente nell'uomo come suo elemento costitutivo. 

La moralistica società vittoriana in cui aveva vissuto Robert L. Stevenson era diversissima dalla nostra che delle libertà dei costumi ha fatto un credo eppure lì operò terribilmente Jack lo squartatore come da noi il "Mostro di Firenze". Meditiamo su questo aspetto! 
Di sezionatori di corpi, mangiatori di cuori e fegati, di seppellitori in fondo ai pozzi e di mostri scioglitori di bambini, adulti e donne nell'acido le nostre cronache giornalistiche sono piene e al di là della versione caricaturale spesso data dai media (che su questi fatti campano e alzano l'audience) bisognerebbe spostare l'attenzione sugli effetti devastanti e potenziati che il nostro modello culturale esercita sulle menti più deboli, siamo davvero convinti che si tratta solo di questioni che interessano gli inquirenti e le aule dei tribunali?


L'UOMO E IL SUO DOPPIO 

Concludiamo riportando un passo significativo del romanzo che esemplifica quanto finora esposto, è Jekill che parla: 

"L'uomo non è veramente uno, ma veracemente due, perché le mie conoscenze non sono giunte oltre. Altri seguiranno, altri porteranno avanti queste ricerche, e non è da escludere che l'uomo in ultima analisi, possa rivelarsi una mera associazione di soggetti diversi, incongrui e indipendenti". 


Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

La copertina del libro edito dalla casa editrice Rusconi

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Published by Caiomario - in Libri
16 ottobre 2013 3 16 /10 /ottobre /2013 06:23

Lo studio della storia è cosa ben diversa dall'indagine storica eseguita con il metodo scientifico e la ricostruzione attraverso le fonti. Scrivere la storia significa non mettere mai un punto finale sugli accadimenti del passato, ogni fatto storico può essere rivisto qualora si scoprano nuove fonti che negano quanto sostenuto nelle tesi precedenti, un caso emblematico è quello dell'eccidio di 22 mila cittadini polacchi più noto come il Massacro di Katyń perpetrato da parte dell'Armata Rossa per ordine diretto di Stalin.

Per decenni l'eccidio venne a addossato ai soldati tedeschi fino a quando nel 1989  venne resa nota la verità da parte di alcuni storici sovietici, si tratta di un classico esempio di "revisionismo" storico che in realtà definire con questo termine che ha assunto una valenza negativa e ideologica, è fuorviante.

 

L'indagine storica è sempre revisionista, se non lo fosse sarebbe storiografia di regime ossia  storia manipolata dagli storici di parte che strepitano ogni qual volta si indaga alla ricerca della verità, qualunque essa sia.

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Published by Caiomario - in Storia
14 ottobre 2013 1 14 /10 /ottobre /2013 17:52

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Il 6 agosto 1945 venne sganciata su Hiroshima la prima bomba atomica, a pilotare il bombardiere che trasportava l'ordigno fu il colonnello Paul Tibbets, morirono subito oltre 60 mila persone, tutti civili, negli anni successivi si calcola che i decessi furono superiori ai 100.000. Tibbets eseguì gli ordini impartiti dal presidente americano Harry S. Truman che portò avanti la politica del suo predecessore Franklin Delano Roosevelt. Nessuno ha mai definito Paul Tibbets e gli altri 11 membri dell'equipaggio criminali di guerra.


 

 

 

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Published by Caiomario - in Storia
30 settembre 2013 1 30 /09 /settembre /2013 18:47

contatore gratis

 

 

 

 

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/43233971@N07/5091382855 (album di RTLibrary)

 

 

 

 

 

 

 

Edgar Allan Poe inizia il racconto con queste parole: 

"Per il più folle e insieme più semplice racconto che mi accingo a scrivere, non mi aspetto né sollecito credito alcuno".

Avendo letto questo racconto qualche decina di volte, ci siamo spesso soffermati sull'incipit e abbiamo cercato di decifrarlo dando ora questa ora quella spiegazione:

Che il racconto sia tra i più folli dello scrittore di Boston non c'è dubbio, oltre tutto è anche tra i più corti, ma è ciò che dice dopo che è inquietante, Poe scrive infatti che il motivo per cui ha deciso di mettere nero su bianco nasce dal fatto che si vuole liberare l'anima.

Il punto è proprio questo da una parte la razionalità di coloro che trovano sempre una spiegazione logica a tutto e dall'altra quelli che (io faccio parte di questa schiera) dinanzi a certi racconti rimangono terrorizzati e distrutti e per dirla alla Poe torturati.

LA DIABOLICA INTEMPERANZA DEL PROPRIETARIO DEL GATTO

Plutone è il nome del gatto protagonista del breve racconto, un animale grande e molto bello, "tutto nero e intelligente al massimo grado". Chi mette in moto la diabolica storia è però il proprietario del gatto che dopo essere ritornato a casa per l'ennesima volta in preda all'alcool afferrò il gatto per il collo e lo strinse con forza, il gatto reagì mordendolo e provocandogli una ferita a questo punto la reazione da parte del padrone fu violentissima e terribile: prese un coltello e cavò un occhio al gatto.

Una volta svaniti i fumi dell'alcool il proprietario si accorse del crimine perpetrato ma riprese a bere mentre il gatto girava per la casa con l'orbita di un occhio completamente cava (spaventoso).

DOPO AVERGLI CAVATO UN OCCHIO LO IMPICCA

La perversità del proprietario però non si limitò all'accecamento, impaurito e infastidito dalla presenza del gatto senza occhio prese una corda e lo impiccò al ramo di un albero.

A questo punto sospendiamo di raccontare la storia in modo che il lettore possa conoscerne il seguito, ma vorremo condividere alcune riflessioni scaturite dalla lettura di quello che rimane per me uno dei racconti dell'orrore più riusciti di Poe.

LO SPIRITO DELLA PERVERSITÀ

Può l'antipatia verso qualcuno portare alla perversione? Poe dà una risposta che assomiglia ad un teorema: l'uomo possiede naturalmente una malvagia perversità che lo governa e per questo cade nel male. Questo impulso primordiale per quanto si cerchi di dominarlo esce continuamente fuori con la sua forza distruttiva al punto che l'anima finisce col "torturare se stessa".
Il testo di Poe non è ovviamente un trattato di psicologia ma il racconto dell'inconscio ci immerge in un labirinto nel quale si trova difficoltà a distinguere il vortice del male che assale il protagonista, chi è il male il gatto nero che diventa sempre più diabolico o il "padrone"? Finché la storia incalza diventa difficile distinguere poi si finisce col solidarizzare con il gatto, è l'uomo che ha messo in moto la macchina dell' "Orrore e del Crimine", ed è sempre l'uomo che corre diritto verso la morte.

Eppure alla fine il dubbio nel lettore rimane perché il gatto nero diventa il simbolo del male a cui viene riservato un trattamento orrendo: viene murato dietro una parete.


BASTA UN SECONDO PER CADERE NELL'ABISSO

Abbiamo letto quasi tutto quello che c'era da leggere di Poe, tra cui l'edizione integrale dei racconti, sul tema della vendetta e dell'assassinio lo scrittore americano ha incentrato i seguenti altri quattro racconti:

  •  Il barile di Amontillado; 
  •  Il genio della perversione;
  •  Hop-Frog;
  •  Sei tu il colpevole.


Tutti questi racconti come "Il gatto nero" ci buttano all'interno di un mondo magmatico del quale bisogna avere paura, è facile cadere nell'errore, è facile scivolare nell'abisso del non ritorno, ci vuole niente a reagire in modo inconsulto e a crearsi dei fantasmi che divorano letteralmente l'anima.


ORIENTAMENTI 

Consigliamo la lettura di un'edizione che contiene le opere migliori di Poe, il lettore (anche moderno) - di questo ne sono certo- sarà coinvolto in modo totale da racconti che non possono essere liquidati come semplice narrativa.

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Published by Caiomario - in Libri
1 settembre 2013 7 01 /09 /settembre /2013 18:20

"L'autunno del patriarca" che ha visto la sua pubblicazione nel 1975 a Barcellona è la storia di un'immaginario dittatore che rappresenta la metafora triste e nel contempo spaventosa di un dittatore.
L'immaginazione della figura, tuttavia non deve fare pensare che la figura concepita da Marquez sia solo il frutto della fantasia letteraria in quanto, pur non essendo presente alcun riferimento di carattere storico, è difficile pensare che sia una figura astratta e irreale in quanto siamo storicamente nel periodo più nero delle dittature sudamericane che quanto a ferocia e crudeltà non sono state seconde a nessuno.

Il romanzo ha inizio con la morte del dittatore Alvarado che ha governato con il pungo di ferro un imprecisato paese dei Caraibi.
E di Alvarado si narra la sua vita, le vicende che lo hanno portato a conquistare il potere, il rapporto con la madre, le congiure che ha dovuto subire e gli attentati a cui è scampato e soprattutto la solitudine in cui si trova a doversi rifugiare.

La solitudine di Alvarado è la solitudine del potere che vive l'accerchiamento dei possibili e probabili nemici e che guardingo si mette in posizione difesa al punto da rompere con qualsiasi relazione autentica che non sia quella immediata che tuttavia viene bruciata per fare spazio ad un'altra relazione fugace sempre transitoria, sempre veloce quasi volutamente superficiale.

Il punto finale, quello a cui verso cui tutto tende è la morte, una morte che appare liberatoria e che chiudendo il cerchio riporta la storia al punto di partenza, una sorta di eterno ritorno che si ripeterà infinite volte con altre figure e in altre situazioni che richiameranno, comunque, la solitudine di Alvarado.

Una figura quella di Alvarado che se da una parte provoca una reazione di disprezzo nello stesso tempo appare come una figura mitica, da padre padrone, quasi una figura da patriarca biblico che invece di essere guidato da Dio, è guidato esclusivamente dal suo intuito di sopravvivenza: Alvarado ha avuto cinquemila figli, è astuto, accorto e malizioso e nel contempo rozzo e analfabeta, più invecchia, più perde il contatto con la realtà circostante fino al punto di autorecludersi nel suo palazzo invaso da una selva rigogliosa e da animali che girano indisturbati.

Marquez riesce a dare il meglio di sè come narratore: il suo stile è avvolgente e scorre fluido nonostante il periodare sia lungo ma ciò non impedisce al lettore di seguire lo svolgersi  del romanzo, proprio l'uso di periodi lunghi è il riprodurre lo schema della narrazione parlata e del monologo che non ammettono pause ma schiacciano l'ascoltatore ad un'attenzione che a volte può apparire anche forzata.
Per alcuni detrattori questa sarebbe la colpa di Marquez ma è una scelta voluta, qualsiasi voce narrante si esprime in maniera diversa rispetto al racconto scritto: Marquez non voleva fare un racconto riflessivo ma una narrazione d'istinto, il ritmo è veloce non il parlare della voce narrante.

L'accusa quindi che si fa a Marquez è una contraddizione che dimostra di non conoscere le regole-non regole del parlato rispetto allo scritto che spesso appare come una pura esercitazione scolastica, Marquez non è stato uno scrittore di maniera...neanche di se stesso.

Il mondo illustrato da Marquez è un mondo di soprusi e di violenze dove ritroviamo i grandi temi cari a Marquez: i legami di sangue, il rapporto tra potere e solitudine, il tempo con i suoi flashback, la famigli, i figli, la stirpe;
tutti temi che spesso hanno costituito le linee di sviluppo della narrativa di ricerca delle proprie origini dove la narrazione rappresenta il migliore strumento per ricercare se stessi.

Un bel romanzo del miglior Gabriel Garcia Marquez.

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Published by Caiomario - in Libri
31 agosto 2013 6 31 /08 /agosto /2013 19:22

L'invenzione della solitudine di Paul Auster è uno di quei libri che segnano profondamente il lettore perchè  uscendo fuori dalla logica del racconto di fantasia si addentra nell'esame dell'aspetto sensibile delle cose, di quelle cose che sono appartenute a qualcuno che faceva parte della nostra vita.
Proprio per questo motivo il libro è toccante perchè ci fa scoprire il lato nascosto che si trova dietro ad ogni persona che ha condiviso con noi una parte dell'esistenza o degli affetti importanti.

Il racconto prende spunto dalla morte del padre del narratore e dalla successiva visita nella casa di famiglia dove ogni cosa sembra parlare e ricordare un'assenza che si è fatta pesante al punto da provocare un viaggio nella memoria che ripercorre a ritroso i momenti più importanti del rapporto genitore-figlio, un viaggio che avviene nella dimensione della solitudine che è il vero tema di fondo dell'intero racconto-riflessione.
Trovarsi dinanzi ad oggetti appartenuti ad una persona scomparsa rappresenta un'esperienza che provoca disagio non solo per quanto riguarda il sentimento di aver perso qualcosa, ma anche e soprattutto di non aver conosciuto abbastanza quella persona e di non aver abbastanza vissuto con intensità un rapporto che inevitabilmente è sempre parziale e mai completamente pieno.
È come se dietro ad ogni rapporto vi sia qualcosa che non solo non può essere conosciuto ma  che rimane insondabile, un lato oscuro e segreto che ciascuno di noi si porta dietro e che non si può trasmettere, lo stesso rapporto con i genitori è fatto di momenti e di parole che rivelano solo una parte della personalità, quella che emerge mentre quella invisibile rimane nascosta nella solitudine di ciascuno.

Il libro è diviso in due parti: nella prima parte Auster ricostruisce, attraverso la tecnica del flash back letterario la personalità del padre e il suo rapporto con lui; nella seconda parte, la riflessione si incentra sul suo essere padre, del rapporto del figlio e della solitudine che dovrà sopportare nel momento in cui avverrà il distacco con il figlio stesso.

Nella prima parte, oltre ad una rievocazione della figura del padre, fatta con un affetto che il lettore percepisce fino a farla suo, ci sono numerose riflessioni tra cui quello sul significato delle cose e degli oggetti che di per sè non hanno valore, non parlano se non in relazione alla persona a cui sono appartenuti e in relazione a chi conosce la relazione tra quella cosa e chi la possedeva: prendiamo ad esempio un semplice arnese di lavoro, una zappa che è appartenuta ad un contadino che era anche padre, quella zappa non ha alcun significato per un estraneo, è solo un utensile, un arnese di lavoro, ma se quella zappa, appoggiata ad un angolo di un muro viene presa dal figlio del contadino assume un significato completamente diverso, da strumento inanimato diventa uno strumento capace di evocare momenti, istanti, quotidianità, pezzi di vita, di dolore e di amore..

E' particolarmente toccante, l'episodio che Auster racconta quando rinviene nell'armadio della camera da letto del padre centinaia di foto conservate all'interno di buste e accanto a queste, un album inutilizzato che avrebbe dovuto raccoglierle: perchè si chiede Auster quel disordine, perchè la presenza di quell'album mai riempito, chi lo aveva acquistato, forse la madre?
Ed una volta giunto a casa quelle foto vengono trattate come delle reliquie, gli rivelano particolari mai notati, verità nascoste al punto che la visione diventa un'attività febbrile dove non il protagonista narrante non vuole perdere niente, cercando di farle proprie al punto da esclamare:
«Volevo che nulla andasse perduto».
Altrettanto interessante è la riflessione che viene fatta sul significato del corpo di una persona, fino a che una persona è in vita noi identifichiamo il corpo con al personalità di un individuo, quella persona è il suo corpo, ma quando quell'individuo cessa di vivere il cadavere è separato completamente dall'idea che noi abbiamo di quella persona; Auster con grande acutezza osserva che noi non diciamo più  "questo è tizio", ma "questo è il corpo di tizio".
È una prospettiva tragica quella che emerge nella solitudine della riflessione di una memoria che riscopre pezzi di vita persi per sempre e illusorio appare il tentativo di recuperare brandelli di un'esistenza che non può ritornare se non nel ricordo della solitudine.

Vi invito a riflettere su questa frase:

«La vita si fa morte, ed è se come quella morte avesse posseduto questa vita da sempre. Morire senza preavviso. Come dire: la vita si interrompe. E può interrompersi in qualunque momento» (Paul Auster)

e vi invito anche a riflettere sul fatto che dei grandi artisti rimane un'opera che sopravvive, imperitura alla loro esistenza, ma dei più che rimane? Niente...e questo è desolante.

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