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20 gennaio 2013 7 20 /01 /gennaio /2013 06:59

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IL LIBRO PUBBLICATO DALL'EDITORE NOTTETEMPO E DALLA FELTRINELLI, IL SAGGIO INTRODUTTIVO DI GIORGIO AGAMBEN. 

Facciamo presente che l'articolo non è su "Il fanciullino" di Giovanni Pascoli -tutte le notizie sulle tematiche riguardanti il testo sono reperibili in qualsiasi antologia scolastica- ma è sul libro edito dalle case editrici "Nottetempo"e "Feltrinelli" (vedi sotto). 
Quello che è pregevole di questo libro è l'introduzione scritta da Giorgio Agamben, professore di Filosofia teoretica all'università Cà Foscari di Venezia; il professor Agamben è anche un brillante studioso che ha scritto numerose opere di filosofia e saggi occupandosi anche di linguistica e curando la parte introduttiva di importanti scritti quali saggi, studi critici e opere letterarie. 

"Nottetempo" è una piccola ma brillante casa editrice molto attiva nel settore della narrativa italiana e straniera; consiglio -per inciso- di visitare il portare della casa editrice perché si trovano in catalogo interessantissimi titoli di opere scritte da autori dimenticati o del tutto sconosciuti al grande pubblico. 
Si possono scoprire delle chicche davvero interessanti; lo stesso autore del saggio de "Il Fanciullino" ha pubblicato altre nove opere tra cui l'interessantissimo "Genius" di cui consiglio la lettura. 


PERCHE' UN'OPERA LETTERARIA COME IL FANCIULLINO DEVE ESSERE LETTA CON LA MENTE DI UN FILOSOFO. 

Esistono pagine splendide scritte su questa opera del Pascoli redatta nel 1907 e che apparve per la prima volta sul "Marzocco" di Firenze, ma l'impostazione troppo letteraria fa perdere di vista la parte filosofica dell'opera del Pascoli che possiamo definire un "filosofo" che faceva letteratura. 

Facciamo un esempio che permette di cogliere questo aspetto: quando Pascoli dice:

 

"È dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi....." 

Cosa vuole dire? Cosa c'entra la filosofia in questa famosa frase dell'opera? La parte filosofica sta nel riferimento "come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime e tripudi suoi..", qui bisogna fare riferimento al "Fedone" di Platone. Chi era Cebes? Cebes era un discepolo di Socrate, quando il filosofo greco sta per bere la cicuta, pronuncia un commiato dove si sofferma sul significato della morte e sull'immortalità dell'anima. Cebes inteviene affermando che chi si deve convincere a non avere paura della morte non è l'uomo adulto ma il bambino, il fanciullino appunto che si trova sempre dentro l'uomo. 

Pascoli quindi scrive Il fanciullino avendo come punto di riferimento il Fedone di Platone e in particolare la parte del dialogo tra Socrate e Cebete. 
Cebes (o Cebete) parla di brividi ma Pascoli aggiunge "lagrime" e parla di "tripudi" nel senso di gioia (termine desueto che non viene quasi più utilizzato nel linguaggio comune). La differenza tra il fanciullino di Cebete/Platone e quello di Pascoli è che lo scrittore di San Mauro di Romagna attribuisce al fanciullino anche la capcità di provare gioia e dolore non sole paure. Pascoli tenta quindi di superare il simbolismo di Platone rileggendolo in chiave personalissima. 



Il saggio scritto dal professor Agamben permette di comprendere meglio i rapporti che il fanciullino intrattiene con la realtà e riflettere sul concetto di "primitivo" e "uomo nuovo". Dalle riflessioni contenute nel saggio possono poi scaturire ulteriori riflessioni sul rapporto scienza ragione e sulla nascita del linguaggio. 


  • Il volumetto edito da Nottetempo consta di 96 pagine, fa parte della collana catalogo/figure e costa 10,00 euro. 

 

 

 

 

  • Esiste anche l'edizione pubblicata nella collana Universale Economica Feltrinelli, è identica a quella pubblicata dalla casa editrice Nottetempo e costa euro 4.13. 



        Il fanciullino

 

ALTRI RIFERIMENTI

 

  • http://www.feltrinellieditore.it
  • http://www.amazon.it/Il-fanciullino-Giovanni-Pascoli/dp/8807820374
  • http://www.edizioninottetempo.it/catalogo/il-fanciullino/

 

 

 

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Il palazzo della Torre a San Mauro in cui Giovanni Pascoli trascorse alcuni anni quando era fanciullo

 

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Published by Caiomario - in Letteratura
20 gennaio 2013 7 20 /01 /gennaio /2013 04:22

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/96437739@N00/176639670 (album di Carla216)

QUEI GESTI INSIGNIFICANTI CHE RIVELANO DUE OPPOSTE TENDENZE 


Sigmund Freud aveva scritto che la censura si comporta come "un buon doganiere stupido". Cosa voleva dire il medico di Freiberg con questa frase che può essere applicata a tutte le manifestazioni della vita quotidiana?
Freud sostenne e dimostrò che tutte le manifestazioni della vita passano attraverso un controllo e che questa "mediazione" è evidente per quanto l'individuo tenti di celarla. E' impossibile quindi passare attraverso una dogana che sequestri tutto, rimane traccia di ogni cosa.
Ma quali sono questi fatti che noi riteniamo insignificanti? Freud li individua e li esamina in "Psicopatologia della vita quotidiana" un'opera pubblicata nel 1901 nella quale, col puntiglio tipico dell'indagatore, fa un elenco di detti fatti insignificanti:

  •  i gesti quotidiani effettuati senza un'apparente consapevolezza;
  • le dimenticanze temporanee;
  • l'uso di parole apparentemente sbagliate durante la lettura o la scrittura (i lapsus);
  • gli errori effettuati durante la lettura quando, ad esempio, si interpreta una cosa al posto di un'altra;
  • la perdita di oggetti d'uso quotidiano;
  • la dimenticanza di determinati obblighi;
  • l'abuso di parole contraffatte;
  • la momentanea perdita di parole familiari.


Freud nell'esame di questi microfenomeni individuò quindi due tendenze:

  • da una parte la necessità di sentirsi appagati; 
  • dall'altra l'esigenza di controllare le proprie azioni.


L'IMPORTANZA DELL'OPERA 

"Psicopatologia della vita quotidiana" nell'impianto freudiano riveste una particolare importanza in quanto Freud dimostra che l'elemento "patologico", la "malattia della mente" pervade ogni aspetto della vita quotidiana e dimostra come tale elemento sia presente tanto nella persona sana che in quella malata.
Non è possibile quindi fare una cesura netta tra coloro i quali sono affetti da disturbi della vita psichica e coloro che sono apparentemente normali.
Anche coloro che sembrano equilibrati sono affetti da attività patologiche quali comportamenti ossessivi, fobie, dimenticanze ecc.

La differenza che passa tra una persona normale e un malato psichico è per Freud rintracciabile non in quella che lui definisce la "qualità psichica", ma nel maggior attaccamento a determinate "abitudini" che non riesce a mascherare completamente e che sono immediatamente rilevabili da un osservatore esterno.


IL SINTOMO NEVROTICO

Per Freud nel sintomo nevrotico vi sono due opposte tendenze che si manifestano contemporaneamente: il bisogno di soddisfare la proibizione e la proibizione stessa.
Classico esempio è quello dell'anoressia: la persona che ne è affetta rifiuta il cibo perché respinge la necessità di introdurre il cibo stesso attraverso la bocca, ma nello stesso tempo soddisfa questo bisogno con l'interesse ossessivo verso l'alimentazione.
Esiste quindi un nesso tra alterazioni della mente e distrubi organici, non vi è per Freud separazione tra mente e corpo a differenza di quanto sostenevano taluni filosofi che tendevano a contrapporre nettamente i due piani.


OGNI EVENTO E' COLLEGATO AL PRECEDENTE 

Per Freud ogni fatto psichico , grande o piccolo che sia, è sempre collegato ai precedenti, ogni evento della psiche apparentemente inspiegabile, trova invece la sua spiegazione nel resto dei fatti della vita psichica.
Freud nelle sue considerazioni sul comportamento della psiche parlò di: "sovradeterminazione", cos'è la sovradeterminazione? E' l'insieme delle cause che determina un certo comportamento, le manifestazioni pischiche abnormi possono essere quindi determinate da più livelli di cause.

LA SESSUALITA' COME ORIGINE DEL TUTTO 

Per Freud nel bambino è già presente una forma di sessualità ed è proprio la sessualità infantile l'origine di determinati comportamenti; Freud elabora la teoria del "complesso di Edipo" che sta all'origine di ogni esperienza, ed è proprio questo il tema che verrà affrontato in "Tre saggi sulla teoria sessuale", un'opera fondamentale per conoscere la teoria feudiana sui comportamenti infantili prima ignorati.


INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE 

Sono state pubblicate numerose edizione di "Psicopatologia della vita quotidiana", indico quella da me letta e pubblicata nella Collana Universale dall'editore Bollati Boringhieri.
L'opera è stata più volte riproposta a partire dal 1971 anno della sua prima pubblicazione, tra le diverse edizioni presenti in libreria, quella della Boringhieri è sicuramente una delle più aderenti al testo in lingua tedesca. La traduzione è stata curata da C.F. Piazza, M. Ranchetti e E.Sagittario.

La versione pubblicata nel 1971 è oggi pubblicata nella collana "Gli Astri" da Bollati Boringhieri e costa euro 8,55.

Per chi volesse procedere ad un ulteriore approfondimento consiglio, inoltre, la seguente opera:

* V. Cappelletti, Freud, Struttura della metapsicologia, Laterza, Roma-Bari, 1973.


Non è possibile esprimere un giudizio di valore su Freud, sarebbe un comportamento presuntuoso da parte di un lettore "normale", ma sul piano della piacevolezza della lettura è possibile pronunciarsi. Freud non è solo un teorico, parte dai casi concreti e per questo l'opera è consigliata anche a chi ha un approccio "dilettantistico" verso tutto ciò che riguarda la psiche.
Freud riesce a mantenere alta l'attenzione fornendo continui elementi che permettono a ciascuno di noi di comprendere se stessi e gli altri.


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Published by Caiomario - in Filosofia
20 gennaio 2013 7 20 /01 /gennaio /2013 03:46

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/14116506@N00/7745518886 (album di woordenaar)

 

Gabriel Garcia Marquez, scrittore e giornalista è, senza dubbio, il maggior esponente della letteratura ispano-americana e uno dei più importanti romanzieri del Novecento.
Per quanto possa apparire politicizzato, avendo appoggiato la rivoluzione castrista, in realtà Garcia Marquez segue il destino di molti intellettuali sud americani che pur non essendo marxisti non hanno potuto fare a meno di schierarsi con la parte più sensibile ai problemi politici e sociali.

Nel 1982 ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura e possiamo dire che la sua scrittura è stata la sua vita costituendo un tutt'uno inscindibile dove la finzione letteraria costituisce solo un mezzo, un appiglio per parlare della realtà che spesso è la realtà da lui vissuta in prima persona.

Molte delle informazioni su Garcia Marquez le troviamo nella sua autobiografia dove racconta che all'età di 23 anni decise di abbandonare la facoltà di giurisprudenza per dedicarsi all'attività di scrittore e in particolare alla letteratura e così ricorda questo momento cruciale quando ebbe l'approvazione indiretta della madre:

"Nè mia mamma nè io, avremmo potuto supporre che quella candida passeggiata di soli due giorni sarebbe stata così determinante per me....Adesso con più di settant'anni ben misurati, so che fu la decisione più importante che dovetti prendere in tutta la mia carriera di scrittore. E cioè, in tutta la mia vita."

Scrittore per vocazione quindi e romanziere di successo che inizia nel 1955 con il romanzo "Foglie morte" ma la consacrazione con il grande pubblico è avvenuta solo con il suo capolavoro letterario "Cent'anni di solitudine".

Per parlare del libro c'è una sezione a parte, quello che è importante rilevare in questo spazio è cio che riguarda lo stile narrativo di Garcia Marquez che ha una caratteristica sui generis, motivo forse del favore riscontrato da parte dei lettori, quella di unire al tono realistico quello fantastico-visionario.
Spesso nello stesso testo troviamo motivi di straordinario realismo descrittivo dove vengono narrate vicende drammatiche unite a racconti che hanno una dimensione fantastica e talvolta surreale.

Un'altra tecnica molto usata da Marquez è quella del ricorso alla metafora. i suoi romanzi sono ricchi di paragoni che spesso deformano i personaggi e la realtà, creando una sorta di commistione tra modo umano, animale e vegetale.

È molto importante, poi, la tecnica impiegata da Garcia Marquez per quanto concerne la narrazione dei fatti in ordine alla dimensione temporale.
Si parla a questo proposito del cosiddetto "tempo curvo" dove i fatti si snodano in maniera lineare e secondo una successione cronologica dove al prima si succede il dopo, ma a questo normale successione si intrecciano i continui riferimenti al prima e al dopo, riferimenti che proiettano il lettore in una dimensione temporale dove lo spostamento è continuo: il presente diventa passato quando lo si guarda dalla prospettiva del futuro; passato, presente e futuro, diventano quindi un unicum che danno al lettore la sensazione di trovarsi in un mondo a più dimensioni dove sogno e realtà si mischiano continuamente: l'effetto per chi legge dal punto di vista temporale è simile a quello che si prova guardando un film!

Senza dubbio Gabriel Garcia Marquez deve la sua fortuna letteraria a " Cent'anni di solitudine", ma anche i cosiddetti romanzi minori ( rispetto al suo capolavoro letterario) sono di grande spessore, in particolare segnalo "Cronaca di una morte annunciata" e "L'amore ai tempi del colera" che non solo hanno avuto un grande successo letterario, ma hanno anche avuto la loro trasposizione cinematografica che ha consentito al grande pubblico di conoscere un altro Garcia Marquez, altrettanto efficace e di straordinario impatto emotivo.

 


Un romanziere che sa fondere realismo e toni fantastici, mitici e talvolta grotteschi
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Published by Caiomario - in Ritratti
18 gennaio 2013 5 18 /01 /gennaio /2013 08:33

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"Cancroregina" è un romanzo di Tommaso Landolfi, scrittore e poeta italiano del Novecento che non è molto noto al grande pubblico e che meriterebbe una maggiore attenzione anche dal punto di vista della promozione editoriale se non altro perchè oltre a pregevoli opere, alquanto originali, ha avuto anche le attenzioni di quello scrittore di razza e intellettuale che risponde al nome di Italo Calvino, il quale non era certo tenero per quanto riguarda i giudizi e il rigore nei confronti dei contemporanei della letteratura italiana. 
Anche Carlo Bo si schierò  dalla parte di Landolfi giudicando come meritoria la  sua capacità unica di saper giocare con la varietà terminologica, utilizzando spesso parole desuete e di uso non comune. 

Il tema trattato in "Cancroregina" è quello di una eccentrica e, a tratti alquanto bizzarra, storia di uno scrittore che non ha avuto il successo sperato, pieno di debiti e assillato da problemi di una quotidianità amara e noiosa; lo scrittore si lascia convincere da uno scienziato folle che è scappato da un ospedale psichiatrico ad accompagnarlo in un folle volo verso la luna, a bordo di una navicella spaziale che lui stesso (lo scienziato) ha costruito e che ha chiamato Cancerogina. 

Il viaggio prosegue senza alcun problema, fino a quando lo scienziato incomincia a manifestare dei segni di disagio e di nervosismo che arrivano ad una vera e propria ostilità nei confronti dello scrittore, accusato di ostacolare il normale volo a causa del peso, in seguito a ciò manifesta il folle proposito di farlo uscire dall'astronave 

Lo scrittore fa la sua contromossa, espelle lo scienziato che si aggrappa alla navicella...il racconto ad un certo punto cambia tono uscendo dalla trama del viaggio; lo scrittore incomincia a riflettere sulla vita in genere, il tono delle riflessioni si fa amaro e surreale. 

Bellissima è questa parte dove Landolfi usa l'astronave e il viaggio come metafora di un viaggio mentale che uscendo dalla realtà consenta di vedere il mondo circostante con altri occhi, occhi di scrittore ma anche di uomo che cerca con disperazione una libertà che non riesce mai a trovare, neanche nelle divagazioni mentali. 

La ricerca ai quesiti assillanti della vita non ha alcuna risposta fino al punto che le elucubrazioni fantastiche ridimensionano quest'ansia investigatrice che non ha alcun approdo se non nella desolante solitudine che diventa cosmica come lo scenario cirocstante. 

Ed è proprio il rientrare nella realtà che ridimensiona ogni velleità di comprensione del mondo circostante, il fantastico si scioglie nel reale conferendo al dialogo il colore grigio di una quotidianità anonima e solitaria. 
Il protagonista si dmostra impietoso verso se stesso e verso la vita in genere non riuscendo a sfuggire al desiderio di lasciarsi andare, abbandonandosi all'immensità temporale e spaziale che non lascia speranza. 

Il confine tra follia e consapevolezza appare nel racconto labile fino al punto di assumere i contorni dell'incomprensione terminologica ingenerando nel lettore stesso una confusione che è la stessa del protagonista afflitto da un'inquietudine esistenziale che non riesce a placarsi in alcun modo se non riemmergendosi nella realtà che appare folle con tutte le sue contraddizioni. 

È un tema complesso quello affrontato da Landolfi nell'apparente leggerezza del racconto, il tema della follia che non ha, spesso, confini definiti e che si manifesta improvvisa, senza preavviso dinanzi ad un mondo di sani per convenzione. 

Landolfi non scade mai nella polemica, il tono per quanto eccentrico invita alla lettura di un romanzo che in talune parti assume dei contorni farseschi che sembrano irridere il lettore e la realtà stessa. 

La follia e la solitudine sono, quindi, una condizione esistenziale permanente e l'ultimo dialogo tra la moglie del protagonista, rinchiuso nel frattempo nel manicomio, e il medico diventano emblematici in quanto il manicomio non è più l'edificio in cui sono rinchiusi i pazzi ma tutta la vita, pervasa dalla follia, è un manicomio. 

Un bellissimo libro di un autore che ha scritto molte altre opere di grande spessore letterario.

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Published by Caiomario - in Libri
16 gennaio 2013 3 16 /01 /gennaio /2013 06:07

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Negli anni Settanta quando si parlava di Antonio Tabucchi, lo si collocava tra i cosiddetti "scrittori della nuova generazione", a distanza di tre decenni si può dire che lo scrittore pisano è stato il più rappresentativo di quel periodo. 
Narratore multiforme ed originale, Tabucchi ha scritto molto trattando diversi generi letterari spaziando dal romanzo storico al giallo; qual'è il miglior Tabucchi? È difficile fare una scelta univoca tra le sue numerose opere perché quando si leggono i suoi romanzi (senza eccezione), si rimane sempre letteralmente presi dalla sua scrittura e dalle tematiche affrontate; eppure anche i più appassionati lettori di Tabucchi possono individuare quei libri che costituiscono i suoi risultati migliori, tra questi va senz'altro annoverato "Piccoli equivoci senza importanza", una gustosissima raccolta di novelle che il lettore potrà trovare stimolante anche in rapporto alle proprie esperienze di vita. 

IL LIBRO 

"Piccoli equivoci senza importanza" è stato pubblicato dall'editore Feltrinelli nel 1985;Tabucchi  era già un autore affermato e apprezzato dal pubblico fin dal 1975 quando apparve nel panorama editoriale con il suo primo romanzo "Piazza d'Italia", un romanzo storico che si può far rientrare nel genere storico-espressionista apprezzabile per la raffinatezza e per alcuni dei temi che saranno poi sviluppati nelle opere successive, primo fra tutti quello della vita come disorientamento. 
Un tema, quello del disorientamento, forse non nuovo e che ritroviamo in alcuni autori della letteratura dell'Ottocento e del Novecento; ma al di là delle affinità letterarie, resta unico il modo in cui Tabucchi ha affrontato l'argomento della vita rilanciandolo secondo una prospettiva postmodernista meno greve anche sotto il profilo dell'esposizione. 

Il libro si compone di 11 novelle brevi dispiegate in 160 pagine; la casa editrice Feltrinelli lo ha pubblicato nella collana "Universale economica", una collana che si caratterizza per il "taglio" essenziale a partire dalla copertina che rientra nella tradizione dei cosiddetti "libri tascabili". Economico è anche il costo, il prezzo pieno di copertina è di euro 6.50. 


LA VITA È APPUNTAMENTO 

Non faremo un riassunto del contenuto del libro che troviamo peraltro alquanto riduttivo, ma ci soffermeremo su uno degli aspetti affrontati nel terzo delle undici novelle di "Piccoli equivoci senza importanza", una novella emblematica la cui trama si sviluppa sull'incontro tra il protagonista e una donna misteriosa, una certa Miriam, a Biarritz, una località balneare francese che si trova sul golfo di Guascogna al confine con la Spagna. 

Ad un certo punto del racconto Tabucchi scrive:

"La vita è un appuntamento, lo so di dire una banalità, Monsieur, solo che noi non sappiamo mai il quando, il chi, il come, il dove. E allora uno pensa: se avessi detto questo invece di quello, o quello invece di questo, se mi fossi alzato tardi invece che presto, o presto invece che tardi, oggi sarei impercettibilmente differente". 

La vita è un appuntamento mancato? La domanda che pone Tabucchi impone una risposta, per tutti -secondo noi- lo è, senza alcuna eccezione, quanto volte crediamo di trovare l'appuntamento giusto per poi scoprire che è solo un'illusione.
Ed è inevitabile che ognuno poi si domandi quale sia il senso della vita che non è mai scontata. Da questa condizione è facile poi passare al disorientamento e la stessa cosa accade per gli incontri con le persone del nostro passato, sono solo fantasmi di cui, spesso, non ricordiamo neppure i nomi. La malinconia è forse l'unica cosa che rimane voltando lo sguardo al passato, uno stato dello spirito non una medicina che aiuta i nostri pensieri a superare i conflitti. 

 

 

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/37045530@N05/3464017658 (album di uminuscola)

Tabucchi in "Piccoli equivoci senza importanza" ripropone storie che sembra di aver già visto nel cinema e in altri racconti, ma anche quando appare "manierista" sa riscrivere in modo originale determinati scenari; ritroviamo, ad esempio, Pessoa con il tema dello sdoppiamento, le citazioni poi di altre opere passano in maniera lieve quasi a voler sfiorare in modo discreto quello che altri hanno raccontato cercando di reinterpretarlo in modo non affatto scontato. 

La limpida chiarezza della scrittura di Tabucchi descrive undici storie di passioni, di quotidianità che aiutano a far percepire in modo più distinto il rebus della vita che andrebbe vissuta senza drammaticità, consiglio questo che spesso si riesce dare agli altri ma che siamo incapaci di praticare quando -come scrive Tabucchi- il nostro "tempo ristagna in una pozza di accidia", l'inattività frequentemente ci paralizza impedendoci di reagire e in questa circostanza dobbiamo trovare la forza per cercare un altro appuntamento anche se non sappiamo quale sarà. 


Bel libro da leggere con lo spirito del già visto.

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Published by Caiomario - in Libri
15 gennaio 2013 2 15 /01 /gennaio /2013 22:04

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L'AUTORE

 Ogni tanto capitano tra le mani dei libri gustosissimi che non sono stati preannunciati dal solito can can mediatico editoriale, per scoprirli bisogna uscire dalla "cachessia mentale" che toglie la curiosità di scoprire nuovi autori e di venire a conoscenza di libri minori quanto a numero di vendite, ma non per questo meno pregevoli ed interessanti. Inciso a parte e mettendo da parte l'atrofia mentale e cronica del panorama letterario attuale, segnaliamo un interessantissimo libro di sole 112 pagine che rientra nel genere "storico/letterario/antropologico", il libro si intitola "Carne verde" e reca come sottotitolo "La straordinaria storia del peyote, Dio del Texas", scritto da Sergio Ramazzotti è stato edito nel 1999 dall'editore Feltrinelli. 

Chi è Sergio Ramazzotti molti si domanderanno? Non è un carneade della letteratura, è scrittore e giornalista, inviato della rivista "Gulliver", noto agli appassionati del genere reportage, ha girato in tutto il mondo ed è autore di vari libri che raccontano storie vere e in molti casi drammatiche; tra i contemporanei abbiamo diversi autori di spessore che si dedicano a questo genere ma le sue radici affondano in quella interessantissima e feconda letteratura di viaggio il cui iniziatore fu senz'altro Marco Polo. 
All'originalità tematica dei suoi racconti va aggiunta la capacità di saper narrare dell'autore che fa sgorgare dalla sua penna storie che stimolano la fantasia del lettore come il caffè che stimola il cuore e lo eccita. 



CARNE VERDE. LA STRAORDINARIA STORIA DEL PEYOTE, DIO DEL TEXAS 

Immaginate di essere in un angolo sperduto del Texas e di entrare in un saloon dove il tempo sembra essersi fermato, non è la scena di un film di Sergio Leone o di John Ford, al suo interno appoggiati sul banco intenti a bere whiski non ci sono Gary Cooper e John Wayne, ma l'aria è la stessa, quella che si respira da sempre in quella parte degli Stati Uniti ed immaginate di avere a che fare con individui che hanno le pance gonfie di birra e con donne appariscenti che bevono Budweiser (la birra più bevuta negli Usa), questa è la terra in cui fino a 200 anni fa i Comanche si spostavano indisturbati sino a quando i coloni non cominciarono a togliere loro risorse e terre;oggi i loro discendenti, spesso alcolizzati e dediti al folclore rievocativo, sono confinati in una riserva, il contrasto delle situazioni è avvertibile solo da chi visita quei luoghi così come ha fatto l'autore che ci ha consegnato uno straordinario reportage. 

Siamo al confine con il Messico, in quella terra di mezzo c'erano e ci sono cowboy, bovari dai modi sbrigativi e dalla pistola facile, pronti sempre a menar le mani, un tempo portavano la colt, ora preferiscono la Beretta (i tempi cambiano e noi italiani ora siamo famosi in America per fabbricare le migliori pistole del mondo). 
Come ricorda l'autore siamo nella terra di Billy the Kid, Lady Flo, Padre Pinto, John Wesley Hardin il più famoso pistolero di tutti i tempi freddato all'età di soli 42 anni in un saloon. Wesley Hardin è entrato nel mito al punto che oggi andando sulla sua tomba si trovano non fiori ma "bottiglie di birra già scolate, proiettili calibro quarantacinque e una scala reale con carte tragicamente gonfie di pioggia". 

Lo scenario è quello che molti hanno conosciuto (ma non respirato) nei film in cui si racconta di pistoleri e di sfide all'ok corral, ma il luogo magico e "deprimente" narrato da Ramazzotti, scaturisce da un racconto avvincente e vero dove c'è anche un altro protagonista il "peyote", un "piccolo cactus simile a un tumore color verde spento" che viene largamente utilizzato sia come droga che come medicinale. Il peyote -ricorda l'autore- veniva chiamato dai missionari spagnoli "raìz diabòlica" per la sua capacità di provocare delle visioni mistiche; in altri termini è una potentissima droga che ha degli effetti allucinogeni simili a quello dell' LSD, a differenza di questa però è naturale e non sintetica. 

Negli Stati Uniti è vietato coltivare il peyote dato che è una potentissima droga, chi dovesse contravvenire al divieto commetterebbe un reato federale punibile con 5 anni di carcere, ma con un'eccezione: solo una donna aveva l'autorizzazione per detenerlo. Il nome di questa donna era Amada chiamata "Nonna peyote" o "Queen Peyote" o "Santa Amadita". All'epoca in cui venne scritto e pubblicato il libro, Amada Sanchez Cardenas (questo il suo nome completo) aveva più di novant'anni, sono passati 14 anni, se fosse ancora viva oggi avrebbe almeno 110 anni, probabile che, in seguito alla sua morte la "concessione governativa" sia stata trasferita a qualche altra illustre personalità indiana. 

La nonchalance dello stile narrativo di Ramazzotti è una piacevole scoperta ed è interessantissima la storia di questa parte degli Stati Uniti in cui vivono gli ultimi nativi che, come i loro predecessori, continuano a considerare il peyote un dio; ora che le guerre con i bianchi sono finite, ora che la sottomissione è stata accettata, rimane una parte che non potrà mai essere conquistata dall'uomo bianco: la mente e il dio peyote ne è l'emblema. 

CHIAVE DI LETTURA 

Molti si domanderanno perché il governo degli Usa così severo nel perseguire i reati legati al traffico di droga, abbia salvaguardato l'utilizzo del peyote da parte dei comanche, la domanda è legittima e non può essere liquidata con una malevola risposta. Oggi Washington non ha niente da temere da penne e tomawak e non fa questa concessione per "tramortire" legalmente i discendenti di questa fiera tribù, le ragioni sono altre e molto più profonde. Il consumo di peyote da parte dei comanche non serve per sballarsi e distruggere il corpo, non ha assolutamente niente a che fare con le ragioni che stanno alla base del consumo di droga nelle nostre società. Il vicolo cieco a cui porta la droga è prima di tutto un vicolo cieco esistenziale che non ha nessun fine. 
Al contrario -e il governo Usa di questo ne è consapevole- i comanche non sono tossicomani che consumano il peyote per dare una risposta alla proprio angoscia o per cercare lo sballo, ma lo utilizzano in modo controllato per mettersi in contatto con altri mondi e con gli spiriti. 

Insomma niente a che fare con i paradisi artificiali scaturiti dagli effetti psichedelici dell'LSD, è probabile che al lettore comune questi distinguo appaiano troppo schematici, ma il governo statunitense lo ha fatto con consapevolezza al punto da ritenere "Nonna Amada" la detentrice più autorevole di quello stato di grazia magica che da sempre fa parte del rituale di molte popolazioni dell'America centrale e meridionale. 


Consigliamo vivamente la lettura del libro, per chi fosse interessato ad altri titoli sull'argomento rimaniamo a disposizione al fine di fornire tutte le indicazioni. 


 

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/34285523@N06/3226148398 (album di medicinehorse7). Peyote man

 


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15 gennaio 2013 2 15 /01 /gennaio /2013 06:27

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/7167652@N06/2719964225 (album di George Eastman House)

 

Oscar Wilde scrisse "Il fantasma di Canterville" nel 1891 riprendendo una tradizione della letteratura anglosassone che aveva visto autori importanti cimentarsi in racconti di agghiaccianti apparizioni, spiriti, fantasmi e orrori innominabili. 
Uno dei più grandi autori del genere fu Montague Rhodes James che scrisse una serie di racconti fantastici dove la descrizione di fantasmi continuava quel genere della "ghost-story" che ebbe un altro caposcuola, quel Howard Phillips Lovercraft che è riconosciuto universalmente come il maestro del soprannaturale. 
Ma non si possono non citare autori importanti come Henry James e Edit Warton a riprova di un genere che ebbe, tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, un vastissimo pubblico di estimatori, essendo, non dimentichiamolo, la lettura l'unico svago insieme al teatro che esisteva in quei tempi. 

Wilde però a differenza degli autori citati rende meno drammatico il genere trattando l'argomento con quella sottile ironia e quell'arguto umorismo che lo contraddistingueva. 

 

LA TRAMA 

Lord Canterville decide di vendere il maniero degli antenati ad una ricca famiglia americana avvertendo i nuovi proprietari con una punta di malcelato orgoglio che da tre secoli il fantasma di un suo antenato che si era macchiato del delitto più odioso l'assasinio, girovagava per le stanze del castello terrorizzando gli ospiti che si trovavano al suo interno. 
La famiglia Otis dopo avere preso possesso del castello mostra molto scetticismo circa la vicenda pensando che si tratti di una boutade di Lord Canterville, ma il ritrovamento di una macchia sul pavimento appena pulito fa cadere la loro iniziale incredulità, quando una notte ogni loro dubbio venne dissipato per sempre. 

La famiglia di americani si dimostra scettica, incredula poi una volta che i loro dubbi hanno avuto la conferma dell'esistenza del fantasma, dimostrano uno spirito pratico tipicamente americano ( siamo nel 1891!) arrivando persino a lubrificare le catene arrugginite usando un olio solare oppure impiegando dei detergenti infallibili per cancellare qualsiasi macchia che trovano sul pavimento. 
I ragazzi più piccoli poi giocano scherzando a fare i fantasmi al punto che lo stesso fantasma rinuncia ad usare le catene utilizzando delle pantofole per non lasciare delle tracce,; alla fine esasperato incontra la pietà della giovane Virginia che lo aiuta a trovare pace e riposo nel cimitero vicino al castello, riposando per sempre sotto la luna. 


COMMENTO 

Oscar Wilde è stato un eclettico che si è cimentato nei generi più differenti: commedie, poesie, fiabe, romanzi, racconti e persino saggi ma quello che è il comune denominatore che ritroviamo in tutte le sue opere è la genialità nel saper comporre passando indifferentemente dal tono serio a quello umoristico. 
Se si può fare un paragone forse solo Charles Dickens riuscì nell'intento di narrare con un tono e un linguaggio assai vari passando dal macabro al sentimentale con molta disinvoltura. 

Di Wilde conosciamo le celebri massime e i suoi originali aforismi, però non è altrettanto noto questo suo prendere in giro lo spirito americano di cui intravvide un ingenuo e quasi infantile spirito pratico al punto da osservare che in America anche i teologi invece di occuparsi di questioni attinenti l'esistenza di Dio, si occupano di cose concrete suggerendo dei rimedi pratici per cose che hanno poco a che fare con la teologia. 
Wilde intanto si dimostra coraggioso nel 1891 a rompere con una tradizione letteraria che non ammetteva innovazioni, anzi il genere non poteva prescindere da alcuni punti fissi. una storia di spettri doveva avere le sue ombre, le sue entità invisibili in un mix sapientemente costruito dove la tensione e un indefinito senso del terrore doveva accompagnare il lettore in un crescendo in cui l'orrido riusciva a provocare le paure più recondite che da sempre accompagnano l'essere umano. 

L'operazione di Wilde è quella di destrutturare questo meccanismo, renderlo inefficace, il fantasma non fa paura, ha paura, il fantasma non fa vittime è vittima, il fenomeno soprannaturale non è più la quarta dimensione, l'incorporeo ed invisibile vengono resi innocui e tutto con un umorismo che riesce a provocare il riso e l'ilarità.

Conclusione: Un racconto arguto e spiritos 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Libri
14 gennaio 2013 1 14 /01 /gennaio /2013 22:13

La Fiat ha chiesto la cassa integrazione per lo stabilimento di Melfi, durerà due anni, siamo alle solite come ai bei tempi dell'Avvocato, le cose non vanno bene e chi paga? Pantalone ovviamente.

 

A questo punto  il governo che si insedierà  subito dopo le prossime elezioni dovrebbe agevolare l'entrata in Italia  di altri gruppi automobilistici, di certo non sarebbero contrari tutti quegli italiani che non comprano autovetture Fiat (sono la maggioranza) e ne avrebbero  sicuramente giovamento i lavoratori che potrebbero contare su maggiore stabilità, continuità e garanzie contrattuali. C'è da giurarci  però che alcuni sindacati non sarebbero d'accordo, preferiscono vedere i lavoratori  proni a 90°, in cambio di un piatto di lenticchie....................

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Published by Caiomario - in Società
12 gennaio 2013 6 12 /01 /gennaio /2013 23:13

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Jean Baptiste Poquelin detto Molière (Parigi 1622-1673) è uno dei più grandi e prestigiosi commediografi dell'età moderna, fu anche autore drammatico ed attore.Tra le numerose commedie scritte da Molière "Il Misantropo" (titolo originale "Le Misantrope ou l'Atrabilaire amoreux"), è considerata una delle più belle rappresentazioni teatrali di tutti i tempi e probabilmente  è quella in cui Molière mostra più affinità psicologica con il protagonista.

La commedia composta e rappresentata per la prima volta nel 1666, è una delle opere teatrali che tra i posteri ha da sempre goduto di grande popolarità ed è considerata "modernissima" in quanto ha segnato uno stacco dai principi su cui si reggeva il dramma tradizionale.

"Il Misantropo" si caratterizza per la ricchezza psicologica dei personaggi e per il modo in cui vengono illustrate le situazioni e i luoghi in cui si svolge l'intera trama, i personaggi chiave che animano l'intera vicenda sono:

 

  • Alceste è un giovane aristocratico, immediato e sincero, a cui non piacciono le regole di un mondo ipocrita e costruito sulla menzogna, mondo dal quale vorrebbe allontanarsi per sempre, ma il suo desiderio non può  concretizzarsi in quanto ha una relazione d'ampre legato con Celimene, una ragazza di bell'aspetto che si limita alle apparenze, emblema di una società dal pettegolezzo inutile e dalla chiacchera superficiale.
  • Celimene ama sopratutto il divertimento e stare al centro della scena, permette che tanti spasimanti le girino intorno suscitando la gelosia di Alceste.

 

LA TRAMA

A causa di una serie di vicende, la giovane Celimene si trova  a vivere momenti di grandi difficoltà, abbandonata da tutti,  trova in Alceste quel sostegno morale che le permette di reagire alla situazione. Alceste però vorrebbe che la giovane si concedesse a lui in modo esclusivo e soprattutto desiderebbe che ella lo seguisse staccandosi completamente dal mondo e dalla società. Il diniego da parte di Celimene porta Alceste a scegliere la solitudine e l'isolamento.

La commedia si apre con Alceste che rivolgendosi allo spettatore rivela il suo carattere e la scelta di vivere da misantropo. Alceste nel dialogo con l'amico Filinto dà una spiegazione del perché abbia scelto di vivere in disparte: gli uomini che vivono in società compiono scelte dettate esclusivamente dall'opportunismo, le relazioni sociali improntate sulla falsità e la convenienza del momento sono false, gli uomini sono disposti a fare affermazioni  contrarie al vero pur di raggiungere lo scopo. I sorrisi e i complimenti non sono altro che lo strumento utilizzato per ingraziarsi le simpatie del prossimo. La misantropia di Alceste ossia l'odio nei confronti del genere umano nasce da un moto sincero ed è un atto di accusa nei confronti dell'uomo e della società di corte che Molière ben conosceva e nei confronti della quale mantenne comunque un atteggiamento ambiguo.

 

 

 

 

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/63794459@N07/6519972709 (album di Stifts-och landsbiblioteket i Skara)



Molière fa dire ad Alceste quello che lui pensava della società a lui coeva, società dalla quale tuttavia ebbe prestigio e successo, in questa presa di posizione parrebbe che il commediografo francese si contraddica ma in realtà egli non sposa completamente la tesi di Alceste, anzi condanna l'eccessivo estremismo di una scelta che finisce nello sfociare nel patologico. Essere convinti che le proprie ragioni siano le uniche ad essere giuste impedisce di cogliere quello che c'è di positivo negli altri. La misantropia che nasce dall'amarezza e dal risentimento impedisce di scoprire alcuni valori essenziali per la vita umana primo fra tutti l'amicizia. 

La sindrome di accerchiamento sofferta da Alceste non può essere letta come un rifiuto verso la contrattazione per la compra e la vendita dei vantaggi, ma è un atteggiamento che finisce per essere sterile e fine a se stesso. L'uomo ha deciso di vivere in società per convenienza e ha fatto questa scelta perché stando con gli altri è più forte e meno esposto ai rischi; l'isolamento dell'individuo nella società è poi sempre illusorio in quanto ogni individuo ha sempre dei rapporti seppur fugaci con gli altri. Pensare di vivere da soli è impossibile per chiunque, neppure chi sceglie di vivere in un convento di clausura è davvero solo in quanto ha bisogno degli altri per mangiare, per bere, per curarsi e per tutto ciò che permette all'essere umano di rimanere in vita.

Molière sa come Plauto e Terenzio scandagliare l'animo umano e la tipizzazione del misantropo non va letta come una descrizione caricaturale bensì come il rifiuto verso tutto ciò che non è buon senso. Ogni scelta dell'uomo dovrebbe essere equilibrata e la contrapposizione tra due opposti è im primo luogo mancanza di saggezza. L'uomo saggio sa agire con assennatezza e prudenza, Alceste al contrario è una persona che ha perso ogni contatto con la realtà e vive solo di risentimento. Ad un certo punto della commedia quando Alceste dice di odiare tutti gli uomini, l'amico Filinto replica che nel mondo è necessario conseguire una virtù praticabile, ma l'avvedutezza non deve essere fine a se stessa in quanto si rischia di essere biasimati, una saggezza troppo spinta ed ostentata finisce per provocare un risultato contrario in quanto i rapporti umani non possono essere semplificati dividendo il mondo in bene e male. 

 

La posizione di Molière è didattica ed emerge una volontà educativa dell'autore che va oltre la finzione teatrale, in questo senso la commedia del commediografo francese si può dire modernissima in quanto lo spettatore viene coinvolto emotivamente ed indotto a tutta una serie di riflessioni che fanno emergere tutte le contraddizioni che allignano nel comportamento umano. 

Caiomario










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Published by Caiomario - in Libri
11 gennaio 2013 5 11 /01 /gennaio /2013 18:10

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Il dibattito sulla funzione dell'umorismo quale forma espressiva che sta sotto il linguaggio ha dato origine a numerose riflessioni a cui Luigi Pirandello ha dato un importante contributo con il saggio "L'umorismo"; l'umorismo può essere definito come la capacità di togliere il velo ad alcuni aspetti della realtà dando risalto ad alcuni aspetti di essa e in particolare a quelli più ridicoli che generano il riso. Il confine tra il comico e l'umoristico è labile ma ben marcato in quanto entrambi destano l'ilarità dei presenti, ponendosi in posizione contraria rispetto alla mestizia e alla tristezza, tutti i contenuti ironici prediligono una dilatazione della realtà che svuota  di ogni barriera e mediazione la realtà stessa. L'umorismo ha una sua bellezza che reagisce con la ribellione del linguaggio alla piattezza della vita e in quanto tale è sempre creatore di una nuova dimensione estetica che dalla mente del suo creatore si trasferisce per contagio a quelle di chi la condivide.

 

Nel saggio "L'umorismo" Pirandello definisce l'umorista come colui il quale è in grado di rappresentare la realtà vissuta da lui medesimo o da altri cogliendone il suo contrario; esistono diversi modi di porsi nei confronti della realtà e ciò dipende dalla prospettiva in cui si pone l'osservante: colui che vive la realtà ironizza sulla sua esperienza esorcizzando la parte negativa di quella realtà vissuta direttamente; di contro chi osserva invece dall'esterno deve essere in grado di cogliere quello che vi è dietro quella realtà. Non sempre infatti ciò che appare ridicolo e che suscita ilarità è davvero tale in quanto può nascondere delle situazioni esattamente contrarie, ecco perché l'umorismo non può -secondo Pirandello- essere separato dalla riflessione che permette di cogliere entrambi gli aspetti.

Il saggio scritto nel 1908, va oltre lo stile tipicamente letterario presente nelle opere più note di Pirandello e si contraddistingue per il rigore logico delle analisi che forniscono una chiave interpretativa del linguaggio utilizzato dallo stesso Pirandello; il saggio anticipa molti dei contenuti presenti nell'ingente corpus dell'opera pirandelliana e il curatore (Pirandello) sul piano ideologico commenta il narratore (Pirandello) fornendo al lettore molti elementi di tipo ciritico-ragionativo.

La teoria sull'umorismo di Pirandello è in primis teoria estetica che si pone in antitesi con il pensiero crociano ben saldo intorno a dei canoni retorici poco flessibili, di contro Pirandello che usa il linguaggio in modo libero affida alla fantasia e alla creatività la percezione della realtà. I personaggi di Pirandello non hanno bisogno di credenziali e segnano un momento di non ritorno con le figure della tragedia classica, in questo senso il suo espressionismo è modernissimo e segna un nuovo modo di concepire la letteratura.

Caiomario




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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/12362665@N00/6171702293 (album di abel!)

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