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26 dicembre 2012 3 26 /12 /dicembre /2012 05:00

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FOGAZZARO TRA SCAPIGLIATURA E NARRATIVA DECADENTE 

Per chi ama la letteratura decadente "Il piacere" di Gabriele D'Annunzio ha rappresentato l'inizio non solo di un genere, ma anche il metro di misura di un modus vivendi che nel tardo Ottocento era molto diffuso nella classe borghese altolocata: essere decadenti significava cedere al fascino dell'eroe negativo che era la massima espressione dell'individualismo di cui il l'ideologia superomisitca di D'Annunzio ben rappresentava il modello da seguire anche dal punto di vista letterario. 
Ci sono radici storiche e radici teoriche alla base del Decadentismo ma quello che si sviluppò tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento non fu tanto un sistema filosofico quanto un clima culturale in cui arte, letteratura e poesia e modo di vivere entrarono in corrispondenza tra di loro in un processo di contaminazione e di volgarizzazione i cui esiti a volte furono sorprendenti perché non è mai esistita una elaborazione teorica: non esistono i teorici del Decadentismo, ma i decadentisimi che vivono la loro decadenza nei minimi dettagli quasi programmando la loro vita istante dopo istante al di sopra dell'umano trascorrere l'esistenza ordinaria della maggior parte degli individui. 

Se D'Annunzio è stato senza dubbio il maggiore rappresentante di questo tipo di narrativa ( e di questo modo di vivere) non sono mancati altri esponenti di rilievo che in un certo qual modo possiamo fare rientrare in questo genere letterario tra cui non si possono non menzionare Grazia Deledda e Antonio Fogazzaro, del quale nel 2011 è ricorso il centenario della morte. 
Tipica del Decadentismo è la ricerca spasmodica dello stile, la sensualità portata alle sue estreme conseguenze, l'esaltazione dell'irrazionalità tanto che per connotare al meglio gli scrittori e i poeti che seguivano questa tendenza, Fogazzaro parlò anche di poeti spiritualisti i quali esaltavano lo spirito e la sua superiorità sulla materia, questa è, forse, l'unica eccezione teorica che fissa alcuni punti da seguire e a cui lo stesso Fogazzaro si attenne rivelando un eclettismo culturale che avrebbe potuto rivaleggiare anche con quello di D'Annunzio. 

TRA SPIRITUALISMO E SENSUALITA' 

Potrebbe sembrare una contraddizione il fatto che da una parte si esaltasse così tanto lo spiritualismo al punto che Fogazzaro in un celebre articolo (1) parlò di compito dei poeti spiritualisiti e dall'altra parte si ponesse al centro dei motivi narrativi, il tema della tentazione sensuale. 
Ma tale contraddizione è solo apparente: l'eros in Fogazzaro è la parte oscura che crea turbamento sollecitato nelle ore notturne dalla voce di una donna, da una foto, da gesti allusivi tra il detto e non detto, sono le donne che provocano questa sensualità, le donne dell'epoca: figure snelle, alte, bionde, coi capelli raccolti, con occhi arditi nel fondo ma è anche la sensualità provocata dalle camerierine con mani non bianche, ma piccole e sottili. 

Celebre è, ad esempio, l'episodio descritto in "Piccolo mondo moderno" che riguarda la cameriera toscana e il protagonista Piero Maironi che per resistere alla tentazione della ragazza che era entrata nella sua stanza per sedurlo, preferisce bruciarsi il braccio con la fiamma della candela ( per ressitere alla tentazione). 
Negli intendimenti di Fogazzaro c'era quindi il proposito di esaltare i lati spirituali dell'amore trasfigurando la materia in una potenza sempre maggiore dello spirito , proposito che esplicita con queste parole: 
quando noi, descrivendo l'amore, vi rappresentiamo non quel falso immaginario fantasma d'amore che non avrebbe potere alcuno sui sensi, non quella febbre del solo istinto che avvilisce lo spirito, ma quell'amore che aspira di sua natura a congiungere due esseri in uno solo, e pure taciamo non direi, la parte materiale , che non è possibile, ma la parte puramente animale e fisiologica per descriverne invece quelle sensazioni delicate e squisite che solo all'uomo innamorato appartengono, per esaltare la passione delle anime, vi è allora chi ne giudica timide coscienze, intelletti incapaci d'intendere la bellezza e la gloria della vita, di tutto che propaga la vita. (2) 
L'istinto sessuale quindi è e deve essere per gli umani cosa ben diversa -secondo Fogazzaro- rispetto agli altri esseri viventi che si trovano in una scala inferiore, esso deve essere sublimato, raffinato e deve essere visto come una forma spirituale depotenziata dello spirito a cui tuttavia deve tendere come termine ultimo. 

MARINA DI MALOMBRA 

Questi presupposti fanno si che si incontrino istanze di uno spiritualismo tardoromantico con una sorta di Decadentismo che in taluni momenti sembra solo riecheggiare il mito dannunziano, ma, ed ecco la vera novità di Fogazzaro, il protagonista che viene presentato nel romanzo non è un uomo ma una donna, l'eroina negativa che è speculare all'immagine del personaggio eccezionale, è l'unica e sola protagonista delle vicende. 
Innamorarsi di Marina....letterariamente parlando è facile, Marina è inquieta, ossessionata nella convinzione di reincarnare l'anima di una sua antenata, Cecilia, che per espiare il tradimento era stata segregata dal marito, il padre del conte Cesare. 
Ma anche l'aspetto fisico di Marina è conturbante, ha una flora romantica in testa, una guida stordita al fianco e sulle labbra un sorriso sarcastico che le faceva pochi amici.(3) 

...e ancora, ecco come viene descritta la marchesina: 

"Dall'ampio accapatoio usciva, come da una nuvola bianca, il collo sottile elegante, e fra due fiumi di capelli biondo-scuri, ove lucevano due grandi occhi penetranti, fatti per l'impero e la voluttà. Il viso, il seno di cui si vedeva una riga tra il bianco, avevano lo stesso pallore caldo". (4) 

Ecco gli elementi fisici che costituiscono il modello dell'eroina romantica: 
con quei due grandi occhi come quelli de "La Lupa" che il Verga così descrive: 
"e su quel pallore due occhi grandi così" ; e sono sempre gli occhi di una donna che D'Annunzio canterà ne "La pioggia nel pineto" con questa espressione tra le palpebre gli occhi son come polle, o ancora: 

"Piove su le tue ciglia nere 
sì che par tu pianga 
ma di piacere; non bianca 
ma quasi fatta virente, 
par da scorza tu esca". 

Occhi che rivelano e nascondono nel contempo la voluttà e il desiderio di comandare. 
L'elenco potrebbe continuare, ma gli occhi sono l'elemento fisico su cui gli scrittori e i poeti decadenti useranno espressioni a volte quasi identiche per identificare anche un carattere: Fogazzaro non parla mai di occhi abbassati ma di due occhi penetranti , di occhi voluttuosi, di occhi imperiosi. 
Più tardi (ma poco più tardi) il modello di donna sarà quello della donna amazzone futurista quando donne ex socialiste, femministe e futuriste dannunziane entreranno a far parte del sovversisismo fascista. 
A dispetto dei luoghi comuni quelle donne erano esattamente il contrario della donna tutta casa e famiglia, D'Annunzio arriverà a parlare di donne che gareggiavano in virile aggressività...presto però il ruolo ritornerà a quello della donna-madre ( ma non per tutte!): 

  •  i capelli biondo- scuri sembrano fiumi o selva; 
  •  i seni solcati da una linea bianca. 


MARINA L'INTELLETTUALE 

Nella descrizione di Fogazzaro esce fuori una donna accanita lettrice che legge in inglese le opere di Shakespeare e di Byron, che ha nella sua stanza tutti i romanzi di Disraeli, i libri in lingua francese di Balzac e della Sand, e che aveva tutto Musset, tutto Stendhal, le "Fleurs de Mal di Baudelaire", Renè di Chatebriand, Chamfort, parecchi volumi dei "Chefs d'oeuvre des littèrature étrangères" o dei "Chefs d'oeuvre des littèratures anciennes" pubblicati dall'Hachette, scelti da lei con uno spirito curioso e poco curante di certi pericoli; parecchi fascicoli della "Revue des deux mondes".(5) 
Solo uno spirito ribelle poteva fare una scelta libraria di autori scandalosi per l'epoca, solo una donna passionale poteva ribaltare ogni cosa e far tremare al suo passaggio al punto da far esclamare a uno dei personaggi del romanzo (il commendatore Vezza esecutore testamentario del conte Cesare d'Ormengo): 

"Non vedi perdio che occhi. Lì dentro ci sono tutte le ragioni e tutte le follie. Averla 
per un'ora, una donna così bella e così insolente. Si deve impazzire di piacere". 
(6) 

Marina... averla per un ora..si deve impazzire di piacere. 

 


MARINA LA MATTA 

Marina aveva il suo disegno:conquistar lo zio, impadronirsene del tutto, farsi portare almeno per qualche mese a Parigi o a Torino o a Napoli, in qualunque 
gran corrente di vita e di piacere che non fosse Milano; navigare con questa e 
commettere il resto della fortuna. (7). 


Immaginiamo un palazzo nobiliare, sullo sfondo un paesaggio lacustre e montano, il Palazzo con stanze che hanno un pesante letto di legno scolpito e poi grandi stanze e alle pareti grandi cornici dorate, corridoi lunghi e bui dove di notte riecheggia solo il tic-tac degli orologi. 
E poi un lago con grandi alghe immobili, sassi giallastri, un giardino dove ci sono statue i cui piedistalli sono mascherati da fitti domino d'edera con braccia che si protendono in maniera sinistra e tutto intorno una fitta vegetazione tra cui spiccano dei cipressi alcuni dei quali han perduto la cima che paion ciclopi enormi (8) non siamo dinanzi allo scenario de "La stanza del vescovo",(9) ma l'ambientazione è la medesima ed è quella di un lago lombardo ( Como) sulle cui sponde si ergono importanti e lugubri palazzi nobiliari che hanno accesso nel lago attraverso una porticina della darsena che porta ad un cancello d'uscita. 
Nel Palazzo (così lo chiamavano gli abitanti del luogo) dimora il proprietario, il conte Cesare d'Ormengo, zio di Marina, prigioniero del passato, vedovo, cattolico a modo suo che odia i preti e poi lei, la marchesina Donna Marina Crusnelli di Malombra e intorno un numero imprecisato di servitori. 

La solitudine, la tristezza del vecchio palazzo atmosfera da antico regime e poi ancora lei che si aggira tra il giardino e le stanze con qualche incursione su per le strade che salivano verso la montagna, lei la Matta del palazzo come la chiamavano i contadini che la incontravano. 
In questa atmosfera cupa e prigioniera del passato non poteva che accumulare, giorno dopo giorno, un'insofferenza che sarebbe sfociata in un'instabilità dapprima non grave e poi sempre più frequente: 
Sofferenze nervose non gravi, ma frequenti, cominciarono a travagliarla. (10) 

Una instabilità che cresce in attesa di sfociare in qualcosa di più grave? 
L'episodio scatenante accade una sera quando Marina rinviene sotto uno stipo una ciocca di capelli, un guanto, uno specchio e un foglio ripiegato, tutto coperto di caratteri giallognoli, sbiaditissimi dove c'è un messaggio scritto da un'antenata, Maria Cecilia Varrega chiusa e fatta morire in quel castello dal marito, il padre di Cesare, il conte Emanuele d 'Ormengo, per gelosia di un precedente innamorato Renato. 
In seguito a questo episodio Marina è convinta di essere la reicarnazione di Maria Cecilia e di dover ripercorrere l'esistenza dell'infelice donna. Marina pensa di rivedere nello zio, il conte Cesare, il marito geloso e in Corrado Silla, l'aiutante del segretario di Cesare, l'amante di Cecilia e Renato. 


Ecco il quadro: 

  •  Marina-Cecilia 
  • Cesare-Emanuele (marito di Cecilia) 
  • Corrado Silla-Renato (amante di Cecilia). 


CORRADO L'INETTO (OSSIA COLUI CHE SI TROVA IMPOTENTE AD AGIRE) 

E' l'altra figura tragica del romanzo: assunto con compiti amministrativi dal conte Cesare d'Ormengo, Corrado Silla è uno scrittore senza successo che si sente chiamato ad una missione morale e spirituale ma è nel contempo condannato ad un' impotenza e ad un' inettitudine dovuta a tutta una serie di condizionamenti sociali e intellettuali. 
Corrado pensa di aver trovato un amore ideale nella fidanzata Edith, figlia del segretario del conte Cesare, Steinegge, ma si sente fortemente attratto da Marina. 


Una figura, quella di Corrado, sostanzialmente dominata da una volontà vaga e imperfetta che pur essendo animata da una forte e smodata carica di ambizione non lo porta a nulla: grandi ed entusiastiche ambizioni...... l'illusione che si fa delusione. 
Un ragionamento irrefutabile, una sentenza opprimente in tre parole: 

INETTO A VIVERE ( ossia incapace di agire e prendere qualsiasi iniziativa). 

Il dramma 

Non è difficile immaginare come procedessero, in tale stato di cose, le realazioni fra zio e nipote. Essi potevano paragonarsi a due punte metalliche fortemente elettrizzate, che non s'accostano mai l'una all'altra senza scambiare scintille che vorrebbero essere folgori.(11) 
In questa situazione di nevrosi e incomprensioni, di incomunicabilità totale Marina provoca la morte dello zio, non uccidendolo ma spaventandolo al punto da causarne un colpo apoplettico e poi l'uccisione di Corrado Silla dopo un amore intenso, breve e passionale. 
La scelta anche dell'arma del delitto è degna di una gran finale. una pistola e poi: 
...Marina, che voltatasi indietro, passò in mezzo a tutti, con la pistola fumante in 
pugno,senza che alcuno osasse toccarle un dito, attraversò la loggia, ne uscì per 
la parte opposta, la chiuse a chiave dietro di sè (12 ) 
Marina scompare su una barca a remi....tra le acque del lago, diventa fantasma. 

UN ESEMPIO DI NARRATIVA DECADENTE 

In Malombra sono presenti tutti i temi cari a Fogazzaro: 


  1.  il pathos: il racconto procede per tappe, l'andamento è lento, meditato ma nel contempo il lettore finisce coll'essere imbrigliato in una tela dove l'intreccio narrativo de racconto, prende la sua attenzione dalla prima all'ultima pagina, passionalità, forza espressiva sono tutti elementi di un clima da tragedia degno della migliore tradizione classica. 
  2.  il paesaggio: sono numerose le descrizioni dell'ambiente, i particolari, le descrizioni minute che permettono al lettore di immaginare esattamente i luoghi in cui si svolgono le vicende: il Palazzo, il giardino, il lungolago, le montagne, i tipi di piante...tutto concorre a creare atmosfere misteriose che creano una corrispondenza tra chi legge e il testo.
  3.  il ritmo: lento, permette di pensare, di chiudere il libro e di riprendere la pagina, di inserire dialoghi, di fare disgressioni di carattere culturale e filosofico, c'è pure il tempo di fare una partita a scacchi e di parlare del significato del Cristianesimo secondo il pensiero del conte Cesare; di riportare il contenuto della posta; oppure motivi allora in voga: 


"Per ridurre all'orizzonte 
La pendenza del terreno 
Si moltiplica il coseno 
Per la stessa inclinazion". (13) 
 

 

    4. Brevi ritratti: la predilezione per il bozzetto fa si che i personaggi minori vengano descritti           con un realismo che tratteggia con vivacità i caratteri, i costumi, le parlate e i dialoghi che         avvengono spesso in dialetto: 


"E cossa l'è sta Merica? 
L'è un mazzolin di fiori 
Cattato alla mattina 
Par darlo alla Mariettina 
Che siamo di bandonar (14)" 


è il motivetto che proviene da una barca lontana indugiatasi più delle altre sul 
lago.. (15) 

     5. La mondanità: con il suo ambiente galante rappresentato da Giulia De Bella che va a a            ballare a Bellagio ( indizio questo che ci fa capire che ci troviamo nella zona del Lago di              Como). 

    6. L'erotismo: nel romanzo sono innumerevoli le figure femminili : Giulia De Bella, Edith la figlia       di Steinegge, Fanny, Cecilia, la mamma di Silla, la contessa Fosca, Giovanna, la moglie               (defunta) del conte Cesare, la madre(defunta) del conte Emanuele d'Ormengo, ognuna a suo       modo è una figura inquietante e ambigua ed in particolare le figure femminili che più                   esprimono questa fascino irresistibile sono quelle di Giulia De Bella e di Edith Steneigge,               l'attrazione erotica è lì, ma è anche repressa e negata in un gioco estenuante di rimandi             dove la voluttà è frenata dalla castità. 
      Manca il dannunziano "par tu pianga/ma di piacere", Fogazzaro è frenato da quella resistenza       alla sensualità di cui parlavamo nelle righe iniziali, è tentato ma non si vuole lasciare andare,       parla dell'amore in termini di bellezza morale, cerca di sublimare l'amore fisico e la sensualità         in amor spirituale... 

BREVE STORIA DELLE EDIZIONI 

Il libro venne pubblicato per la prima volta nel 1881 dalle edizioni G. Brigola, trascorsi cinquant'anni, nel 1931 la Arnoldo Mondadori Editore acquistò i diritti: dal 1931 al 1944 vennero pubblicate 7 edizioni. 
La prima edizione pubblicata nella collana Oscar è del settembre 1965 ed è costata Lire 350. (Quella in mio possesso). 
Questa edizione della versione integrale è disponibile anche su un noto sito di aste on line, al costo di circa 5 euro. 
Il costo del'edizione più recente, sempre pubblicata dalla Mondadori nella collana Oscar, è di euro 9,50. 

 




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N O T E 

(1) A.Fogazzaro, Per la bellezza di un'idea, in "Rassegna nazionale", I, settembre 1892 
(2) op.cit. 
(3) A.Fogazzaro Malombra, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1965, p. 51 
(4) ibidem, p.50 
(5) ibidem., p. 38 
(6) ibidem, p.109 
(7) ibidem, p.61 
(8) ibidem, p.29 
(9) La stanza del vescovo (1977) film diretto da Dino Risi, l'ambientazione era quella del Lago Maggiore. 
(10) ibidem, p.67 
(11) ibidem, p.82 
(12) ibidem, p.395 
(13) ibidem, p.249 
(14) ibidem, p.80 
(15) ibidem, p.8. 


Il testo di questa analisi è stato da me effettuato ed espresso anche altrove.

Malombra: Uno scorcio sulla vita dell'Ottocento borghese

 


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L'edizione di Malombra pubblicata nella collana "Gli Oscar" nel settembre del 1965 (Album di Caiomario)
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Published by Caiomario - in Libri
24 dicembre 2012 1 24 /12 /dicembre /2012 07:04

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"LA NOSTRA GUERRA 1940-1945  - L'avventura bellica tra bugie e verità" è il titolo di un libro che si dispiega in 300 pagine dense di avvenimenti visti sotto la lente di Arrigo Petacco che è, a nostro parere, perfettamente riuscito ad affrontare un periodo molto complesso con il consueto taglio del giornalista-storico che rende l'argomento interessante e fruibile anche al pubblico non specializzato, non  si tratta quindi di un'opera ad uso degli storici ma di una cronaca dettagliata, a tratti anche impietosa, dei fatti dell'epoca; il racconto asciutto, scevro da connotazioni ideologiche consente di avere un quadro chiaro dei tragici fatti di quegli anni. 

 
Petacco si dimostra ancora una volta un grande narratore che racconta un'epopea collettiva pur tenendo in dovuta considerazione le grandi personalità che furono protagoniste di quelle vicende: Mussolini, Hitler, Stalin, Churchill, Rommel, Kesserling, Montgomery ( elenco questo non esaustivo e casualmente citato). 
Sicuramente la scienza storica in questi anni ha potuto approfondire, alla luce di nuove documentazioni, fatti e circostanze che hanno riservato delle rivelazioni inaspettate oltre ad aver provocato quelle inevitabili riflessioni maturate in un periodo sufficentemente lungo per avere un quadro il più possibilmente vicino alla realtà dei fatti. 

Non c'è dubbio che la disastrosa avventura bellica italiana è stata causata da complicità politiche, da inefficenze volute e a volte provocate oltrechè da doppigiochi e tradimenti che sembrano fare parte della cultura italiana da sempre, Petacco narra con straordinaria forza evocativa quete menzogne volte ad occultare tutta una serie di responsabilità politiche che non furono solo del Fascismo. 

Petacco racconta queste vicende con un ritmo appassionante, non indulgendo mai alla retorica ed essendo fedele al presupposto iniziale riportato all'inizio del libro e dedicato ad una ragazza del '43 

"Quando comincia una guerra 
la prima vittima 
è sempre la verità 
Quando la guerra finisce 
le bugie dei vinti 
sono smascherate 
quelle dei vincitori 
diventano Storia" 

È il concetto ben espresso nella frase che Brenno, capo dei Galli, avrebbe pronunciato quando venne sconfitto e catturato dai Romani, ma viene in soccorso anche quanto Winston Churchill che nell'arte della dissimulazione non era secondo a nessuno ebbe a vergare nei suoi scritti: 

" In tempo di guerra, la verità è così preziosa che bisogna nasconderla dietro una cortina di bugie"...... 

 

 

 

 

Winston-Churchill.jpg

Il primo ministro inglese Winston Churchill, ammiratore della prima ora di Mussolini, ebbe -secondo alcuni storici- un ruolo fondamentale nei tragici fatti di Dongo. Secondo la versione ufficiale, il partigiano comunista Walter Audisio sarebbe il responsabile dell'esecuzione di Mussolini, attualmente detta versione risulta poco credibile mentre si propende per la tesi dell'uccisione del Duce da parte di agenti segreti inviati da Churchill il quale avrebbe recuperato tutta una serie di documenti che Mussolini avrebbe custodito in una borsa  dalla quale quale non si separava mai. Nè la borsa nè i documenti vennero mai ritrovati. 


Tutto iniziò il 10 giugno 1940 con gli italiani che andarono a riempire le piazze dopo avere ascoltato il radiodiscorso in cui Mussolini annunciava che "la dichiarazione di guerra" era "stata presentata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia", gli italiani ( salvo rarissime eccezioni) erano contenti, pensavano di andare a fare una scampagnata, erano convinti che la guerra sarebbe stata di breve durata e vittoriosa, del resto le conquiste travolgenti della Germania hitleriana avevano prodondamente influenzato il morale degli italiani oltrechè di Mussolini. 
L'Italia aveva deciso di schiierarsi a fianco della Germania con la certezza da parte di Mussolini di potersi sedere al tavolo della pace, tutti erano tranquilli pensavano che la vittoria era a portata di mano, invece... 

È pur vero che in nove mesi Mussolini era viassuto nella più assoluta incertezza e che le sfolgoranti vittorie della Wehrmacht lo spingevano ad emulare Hitler ma questa è solo una parte delle ragioni.. 

Mussolini inventò L'espressione "non belligeranza" che indicava una "formula ambigua....che ...stava a significare che l'Italia non si dichiarava neutrale, ma che restava schierata al fianco del suo alleato sia pure non combattendo", è straordinario notare che settant'anni dopo è stata coniata un'altra ambigua espressione "missione di pace" per dissimulare missioni di guerra, è straordinaria la fantasia che dimostriamo noi italiani quando si tratta di nascondere la verità o per lo meno di non dire bugie quando si vuole nascondere la verità, a quanto pare i tempi sono cambiati, le generazioni si sono succedute ma l'antico vizio rimane. 

 

 

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Militari italiani durante la Campagna di Russia che ebbe inizio nel luglio del 1941

 

 



Il libro è diviso in due parti: 

  • La prima parte intitolata "La guerra-lampo" tratta le vicende che vanno dal 10 giugno 1949 alla battaglia di Stalingrado e alla tragedia dell'Armir. 


  • La seconda parte intitolata "Verso la guerra civile" va dall'anno della svolta ( il 1943) alla fine  Fucilazione di Mussolini, Piazzale Loreto e macelleria messicana). 


Molto ci sarebbe da scrivere su tanti episodi e fatti che sono ancora lontani da essere compresi, primi fra tutti quelli che permettono di conoscere le vere ragioni dell'entrata in guerra dell'Italia, difficilmente sarà ritrovato il famoso carteggio Mussolini-Churchill dove ci sarebbe una verità dal punto di vista storico sconvolgente e cioè il fatto che l'entrata in guerra dell'Italia venne caldeggiata e incoraggiata dallo statista inglese che vedeva l'Italia in funzione antisovietica. 

 
Dall'autopsia del corpo di Mussolini è emerso che il Duce venne fucilato due volte, la prima da Bruno Lonati alla presenza di un emissario di Churchill che fece sparire l'importante carteggio, la seconda (falsa) fu una messa in scena architettata da Longo e compagni che non volevano che gli venisse tolta la paternità della fucilazione di Mussolini, agli inglesi rimase il compromettente carteggio, a Botteghe Oscure l'oro di Dongo.

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Published by Caiomario - in Storia
23 dicembre 2012 7 23 /12 /dicembre /2012 05:32

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/33746011@N03/3545865687 (album di come cane in austostrada)

PREMESSA 

Lo studio della storia ci porta in contatto con il nostro passato più o meno recente, spesso abbiamo l'impressione di avere a che fare con fatti, circostanze e personaggi che rimangono solo dei segni d'inchiostro sulle pagine di un libro scolastico e man mano che scorriamo i capitoli di un testo tutto ciò che viene raccontato pare solo un grande racconto dove sembrano susseguirsi solo dei periodi che per noi, il più delle volte, non significano niente. 
Quando però si parla di fatti e circostanze vicini nel nostro tempo contemporaneo la nostra prospettiva cambia e ci sentiamo più coinvolti soprattutto quando sono ancora in vita le persone che hanno vissuto nel bene e nel male quelle circostanze. 


AUGUSTO SECONDO SPINOSA, RITRATTO IMPIETOSO DI UN IMPERATORE 


"Augusto. Il grande baro" è un libro scritto dal giornalista storico Antonio Spinosa pubblicato per la prima volta nel 1996 nella collana "Le Scie" e successivamente nel 1998 nella collana Oscar per le edizioni Mondadori; il libro è stato poi più volte ristampato ed è facilmente reperibile sia in libreria che online. 
La nostra lettura partecipata di questo bel libro di Antonio Spinosa non è però esente da una certa perplessità per il paragone tra la figura di Cesare Augusto e quella di Benito Mussolini; la storia -per quanto possa essere suggestiva la teoria dei corsi e ricorsi di Vico- non si ripete mai nello stesso modo nonostante le forme possano indurre nell'errore i meno cauti inclini a stabilire parallelismi tra epoche diverse. 
Che Mussolini avesse l'ambizione di continuare l'opera dei Cesari è un fatto noto, ma è meno noto il fatto che già gli oppositori del Fascismo avessero in un certo modo rafforzato le ragioni del capo del Fascismo paragonando la sua presa del potere a quella di Tiberio Augusto.

Probabilmente il giudizio dello storico Arnaldo Momigliano (riportato da Spinosa e da lui condiviso) non dispiaceva a Mussolini, paragonare la sua presa del potere con quella di Augusto forse era gradita al Duce anche se, per gli oppositori del fascismo, questo parallelismo serviva per mettere in evidenza la spregiudicatezza e il cinismo di Mussolini.
Per chi oggi si aggira nelle strade di Roma, è facile incontrare le vestigia del passato ed imbattersi in marmi ingrigiti un tempo coloratissimi, così come è facile trovare delle statue più recenti che risalgono al periodo del ventennio mussoliniano. Spinosa nel suo parallelismo ricorda che proprio davanti al Foro, sorge una statua bronzea che venne fatta innalzare da Mussolini in onore ad Augusto nel segno di una continuità con un passato che si voleva riportare in auge. Sappiamo però come le cose sono andate, gli italiani del Ventennio mussoliniano non erano e non potevano essere gli antichi Romani e di questo se ne accorse presto lo stesso Mussolini che tentò di cambiare il modo di pensare gli italiani fallendo però nel suo intento.  
Spinosa non sbaglia a nostro parere nel dire che il Fascismo ha preso molto dalla Roma di Augusto, del resto questo voleva Mussolini e ciò era la parte fondante del Fascismo, ma le analogie con il passato finiscono col fermarsi alle forme. 

LE ORIGINI DI TIBERIO: ANTENATI PLEBEI CHE PROVENIVANO DA VELLETRI 


Leggendo il libro di Spinosa si apprendono molti particolari poco noti su Ottavio (Augusto) a partire dalle sue origini che erano plebee: il nonno era un fabbricante di cordami e il padre era una sorta di intrallazzatore che procurava voti a questo o quel candidato; quello che però più colpisce era il fatto che i suoi antenati non provenissero da Roma città ma dalla zona di Velletri; insomma il primo dei Cesari era un provinciale che proveniva dalla campagna romana, i cui progenitori praticavano delle umili professioni e se il padre di Mussolini era un fabbro di Predappio, gli antenati di Tiberio erano mugnai. 

Nella sua gradevole ed interessante esposizione Spinosa con tono discorsivo racconta l'infanzia di Ottavio fino ad arrivare al 15 marzo del 44 a.C., la data fatidica che segnerà il passaggio dalla Roma di Cesare a quella dei Cesari ed Ottavio fu il primo dei Cesari assumendo il nome di: Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. 

Il racconto di Spinosa è sempre appassionante, la narrazione dei fatti si mantiene sul piano discorsivo e leggendo il libro pare di trovarsi davanti ad una pagina di Svetonio, l'antico storico dei Cesari dal quale apprendiamo molti fatti ai quali fanno riferimento anche gli storici moderni che tuttavia hanno cercato di filtrare quanto lo stesso Svetonio raccontò con spirito partigiano.
Spinosa rivisita la figura di Augusto svelando torbidi raggiri del suo modo di agire, ne esce fuori il ritratto di un imperatore spregiudicato che si servì degli intellettuali dell'epoca: da Virgilio ad Orazio passando per Ovidio. 
Niente lasciò al caso il primo imperatore di Roma che a soli vent'anni si fece nominare console e che contrastò con ogni mezzo gli anticesariani in nome di una pax che significò spesso fare tabula rasa di ogni opposizione.

A volte la storia si ripete ma da tragedia si può trasformare in farsa. Teniamone conto! 


"Augusto. Il grande baro" di Antonio Spinosa è un bel libro scritto bene con un linguaggio comprensibile che stimola il senso critico del lettore. Ne consigliamo pertanto la lettura.

 

Articolo dell'autore pubblicato in forma modificata anche altrove.

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Published by Caiomario - in Storia
21 dicembre 2012 5 21 /12 /dicembre /2012 06:14

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PREMESSA 

Avvezzi alla passione della cucina che ormai vede personaggi dello spettacolo improvvisarsi cuochi e sviluppare una serie di argomentazioni su come si prepara questo o quel piatto, abbiamo l'impressione che la gastronomia sia diventato un valore supremo, anzi l'unico valore al punto da far impallidire la banda dei quattro de "La Grande Abbuffata" . 
Confesso che poco mi importa dei vari "cotti e mangiati" e la mia non è un'affermazione drastica quanto una sincera idiosincrasia verso tutto ciò che è ripetitivo insomma passare le proprie giornate a conoscere tutte le varianti del modo di cucinare la pasta poco mi interessa, così come poco mi attrae sapere se siano meglio le pennette con i pomodorini secchi o con quelli freschi. 
Una vita al buffet può avere senso ma il bacon non è la base della nostra vita anche se ammetto che la cucina è la forma più evidente della cultura di un popolo; dimmi come cucini e ti dirò chi sei e noi oggi abbiamo abbandonato i banchetti del mercato per quelli dei supermercati dove troviamo piatti pronti e (orrore degli orrori) persino le pennette all'arrabbiata surgelate! 

Se questo è il nostro rapporto con il cibo qual'era quello degli antichi Romani che di certo non conoscevano né la treccia coi piselli né la pajata dei romani moderni? La domanda non costituisce una mera curiosità ad uso degli storici, di contro può essere interessante per soddisfare la nostra sete di conoscenza e per sapere come i nostri progenitori concepissero il cibo; se abbiamo modificato il nostro modo di cucinare rispetto al passato ci saranno delle ragioni, conoscere queste ragioni può farci riscoprire il cibo per quello che è: non solo una necessità vitale ma anche e soprattutto un modo di essere (gusti a parte). 

 

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(Album di Caiomario)

UN "GUSTOSISSIMO" LIBRETTO, VIAGGIO NELL'ARCHEO-GASTRONOMIA 


Un libro interessantissimo che soddisfa la domanda che ho posto nelle righe precedenti è "La cucina dell'antica Roma" di Apicio, edito dalla Newton Compton, si tratta di un libretto interessantissimo che permette di conoscere come gli antichi Romani concepissero il cibo e quali erano le ricette che preferivano. Bisogna intanto sfatare un luogo comune circa la frugalità del cibo romano che era tale solo quando nelle campagne di guerra il legionario cucinava da sé quel che gli serviva per sostentarsi, al contrario il cittadino romano stabile, ricco e in pace non era affatto incline alla frugalità ma amava il "buon" cibo dove per buono bisogna intendere ciò che era buono per loro. 
Nella terra dei Cesari infatti si assaporava il gusto unico di piatti che difficilmente incontrerebbero i nostri favori, le nostre papille gustative profondamente modificate rispetto a quelle dei nostri progenitori difficilmente potrebbero apprezzare la mescolanza di dolce e salato così come è davvero improbabile trovare qualcuno disposto a consumare dei pesci "preparati" con una marinatura a base di vino, miele e aromi vari, ma a padroni del mondo antico piaceva così. 

Nella cucina dell'antica Roma si usavano molti degli ingredienti che ancora oggi usiamo nelle nostre preparazioni ma cambiavano le combinazioni e ovviamente il risultato finale dava origine a dei sapori a noi oggi totalmente sconosciuti. Nel libro sono numeroso le curiosità circa le materie prime utilizzate: noi oggi cuciniamo polli e altri volatili da cortile, qualcuno si spinge nel terreno dei gusti forti della selvaggina ma nessuno oggi si sognerebbe di cucinare una pavone, un fenicottero o una gru. 
Per ragioni storiche i Romani non potevano conoscere il pomodoro che come è noto venne portato in Europa dopo la scoperta delle Americhe ma preparavano delle salse (le cui ricette Marco Apicio descrive in modo dettagliato) che servivano per condire carni e pesci, l'arte del pasticciare, del mescolare e del ridurre in poltiglia fu inventata dai cuochi romani che probabilmente dovevano anche coprire i sapori di cibi spesso consumati al limite della putrefazione. 

Naturalmente non mancano nelle ricette di Apicio molte preparazione con alimenti provenienti dalle campagne romane tra cui le fave che venivano utilizzate anche con un significato augurale così come noi oggi siamo soliti utilizzare il riso per festeggiare gli sposi. 

MANGIARE E...BERE (VINO CON MIELE).....UNA CURIOSITÀ 

Il vino prodotto dagli antichi romani era rosso e dalla gradazione alcolica elevatissima, doveva essere necessariamente tagliato con acqua, ma il vino annacquato era solo una parte della lunga ed elaborata preparazione, il trattamento comportava l'impiego di ingredienti vari che comprendevano diverse varianti tra cui il pepe nero macinato e il miele "schiumato" (che cosa intendesse con il termine "despumatus" non è per noi molto chiaro), insomma questa bevanda può dirsi miele con vino più che vino con miele, alla fine della preparazione si otteneva una melassa alquanto densa che a quanto pare fosse molta apprezzata dagli emuli di Trimalcione. 

L'ACETO, ALTRO INGREDIENTE INDISPENSABILE NELLA CUCINA DELL'ANTICA ROMA 

Tra le tante curiosità che si apprendono in questo gustosissimo ricettario del gastronomo Apicio risalta l'uso dell'aceto che serviva non solo per aromatizzare ma anche per conservare i cibi; ad esempio Apicio consiglia che i pesci fritti, una volta tolti dal fuoco, vengano cosparsi di aceto. 
Le ostriche non venivano consumate nello stesso modo in cui siamo abituati noi a mangiarle, venivano lavate in aceto e conservate in un "vasculum" lavato precedentemente sempre con aceto. 

INGREDIENTI OGGI A NOI SCONOSCIUTI. 

Nelle ricette di Apicio si trovano molti ingredienti a noi oggi del tutto sconosciuti, cos'è, ad esempio, lo zafferano bastardo? cosa sono il nardo e il ligustico? Non si tratta solo di una mera curiosità "arche-gastronomica" ma, nel caso in cui si voglia almeno tentare di riprodurre una delle ricette di Apicio, può essere importante sapere dove trovare queste erbe o qualcosa che possa assomigliare loro quanto a sapore. 

A PRANZO O A CENA: CERVELLA TRITATE OPPURE POLPETTE DI PAVONE (O DI FENICOTTERO), PER RIMANERE LEGGERI BRODO DI INTESTINO 

Gli antichi Romani mangiavano di tutto, erano ghiotti di fegato di maiale condito con cervella ridotte in poltiglia e uova, ma preparavano anche piatti semplici a base di carne prediligendo il consumo di polpette che venivano preparate nei modo più disparati, eccone alcune varianti indicate da Apicio: polpette di pollo semplici, polpette di pavone, polpette di amido; se invece volevano rimanere leggeri Apicio consiglia una una ricetta a base di brodo di intestini (di animali vari) e crema di porri. 

BRODO DI SEDANO, PORRI E ASPARAGI SECCHI  

Gli ortaggi erano consumati a volontà, anche in questo caso troviamo delle ricette alquanto bizzarre a base di asparagi, bietolacci di Varrone, zuppe, sedani, porri....spesso conditi con l'immancabile miele. 
Scontato osservare che non sapevano che cosa fossero le patate, arriveranno in Europa solo dopo il 1492. 



ALTRE INFORMAZIONI 

Nel libro si trova un'interessantissima parte introduttiva scritta da Clotilde Vesco, la curatrice dell'opera, in cui vengono riportate tutta una serie di notizie storiche sul personaggio Apicio di cui in realtà si sa ben poco e che potrebbe riferirsi a più personaggi che la Vesco definisce in modo molto efficace come "ghiottoni". 

Il libro si compone di 98 pagine essenziali tutte "da gustare" e per i più arditi può essere un prezioso vademecum per tentare almeno di replicare le ricette degli imperatori, ma provatele prima di portarle in tavola, non è detto che gli ospiti gradiscano un vino aromatizzato ai petali di rosa o del fegato di porco arrosto!! Ovviamente per mangiare il tutto dovete stare sdraiati su un fianco alla maniera degli antichi Romani..... 


S.P.Q.R. ....................... De gustibus non disputandum est

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15 dicembre 2012 6 15 /12 /dicembre /2012 10:54

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PREMESSA 

Quando si legge un libro bisognerebbe tentare di trovare il bandolo della matassa anche se per il lettore incombe sempre il rischio di perdersi in un labirinto e di confondersi. A comprova di questo paradosso del "lettore" curioso sempre pronto a scovare gli scritti meno noti, credo che l'autore più rischioso sia Jack Kerouac che ha scritto molto e sugli argomenti più disparati. Il rischio a cui alludo è quello di farsi imbrigliare dai soliti luoghi comuni sugli scrittori maledetti al cui genere solo in parte Kerouac appartiene.

Un "libretto" che rappresenta il Kerouac mistico o se vogliamo filosofo tout cort, è "Il sogno vuoto dell'universo" (sottotitolo: Saggi sul Buddismo), chi ha letto "On the Road" converrà con me sul fatto che quel libro non è solo "una storia", è prima di tutto una mistica della vita che nel viaggio e nell'errare realizza se stessi; al di là però dei richiami all'opera più nota dello scrittore statunitense, credo che il germe delle esperienze letterarie sia proprio da rintracciare nelle commistioni culturali che impregnano le opere di Kerouac, commistioni che hanno rivelato una personalità complessa e assetata di sensazioni e di conoscenza.


KEROUAC SULLA VIA DELLO ZEN 

"Il sogno vuoto dell'universo" può essere definito un libro contemplativo nel senso che permette al lettore di conoscere alcuni aspetti del buddismo ed eventualmente di condividerli pur rimanendo fermo nelle proprie convinzioni etiche e religiose. Molti dei pensieri del buddismo sembrano quelli dello stoicismo e molte delle "illuminazioni" sposate da Kerouac, se lette con gli occhi di un lettore di oggi, sembrerebbero assomigliare a quelle che rimandano ai falsi miti della New Age al punto che una lettura del libro che passa attraverso questa chiave interpretativa, toglie al termine saggezza il suo significato più profondo che rimanda a quello della imperturbabilità che rifugge i clamori del mondo.

Affrontando la lettura del libro ho cercato pertanto di limitare i danni provenienti dalle inevitabili storture che le varie profezie da James Redfield (l'autore de "La Profezia di Celestino) in poi hanno prodotto nel mio giudizio circa la reale credibilità di libri che schiacciano il lettore verso tesi seppur suggestive che invece di liberare l'uomo lo possono condizionare nel suo agire.

IL SILENZIO, LA BELLEZZA E IL NULLA 

Allora come conciliare il tour errante di "On the Road" con questo Kerouac mistico che emerge da"Il sogno vuoto dell'universo"? La risposta la si può trovare nel vitalismo di quel mondo sotterraneo che Kerouac ha sempre rappresentato; ecco allora che diventa evidente la linea di divaricazione tra il ribellismo e la via mistica che possiamo definire come due facce della stessa medaglia.
Kerouac visionario ed avanguardista alla ricerca del silenzio del saggio, Keoruac che parla di vuoto e dell'infinito nel quale tutto si annulla è una pista da seguire almeno dal punto di vista conoscitivo, il leit-motiv della via buddista che ritroviamo nel credo dei molti "Figli dei fiori" che nacquero negli anni Sessanta ha il suo raggio sorgivo nel concetto dell'estasi eterna che affascinò Kerouac e dintorni.

Vagando nelle mie riminiscenze delle massime stoiche ho trovato leggendo il libro molti punti di contatto con quelle buddiste, sul "non preoccuparti di niente" Oriente ed Occidente si incontrano; la pace e il liberarsi dagli affanni della vita ammalia, affascina e a questo punto si innesta una riflessione inevitabile: riusciamo a comprendere l'amore e la bellezza fino in fondo senza profanarli?
Kerouac pensa da filosofo e da mistico, crede in una bellezza antiidolatrica che dà importanza anche alla bellezza di ciò che è piccolo (la farfalla), è possibile fare un'ardita comparazione tra Keoruac e Dostoevskij? Sì, a condizione che si veda il vuoto buddista con l'immagine del Cristo svuotato e glorificato. La nudità del nulla, pur nelle differenze esistenti tra i due piani del pensiero, ha una sua bellezza salvatrice, una bellezza che va protetta e salvata annullandosi in essa. Suggerisco questa chiave di lettura per comprendere il concetto di "silenzio" a cui fa riferimento Kerouac quando cita alcune massime buddiste.




"Il sogno vuoto dell'universo" è libro di sole 126 pagine ed è consigliato a tutti coloro che vogliono approfondire la conoscenza di Jack Kerouac, un libro di transizione ma abbastanza interessante per non passare inosservato.


NOTA FINALE 

Il pensiero del Kerouac "buddista" lo si ritrova anche in un altro libro ("La scrittura dell'eternità dorata) che mi riprometto di presentare nelle prossime recensioni, ma è altrettanto interessante conoscere il Kerouac poeta e il Kerouac amante del blues, un patrimonio culturale che, oltre a destare la curiosità del pubblico, rivela una personalità lontana dai clichè troppo stereotipati sulla beat generation.

SCHEDA DEL LIBRO

* Titolo: Il sogno vuoto dell'universo
*Autore: Jack Kerouac
* Casa editrice: Edizioni Mondadori
* Anno di pubblicazione: 2010
* Codice ISBN: 8852016694, 9788852016691

 

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/68537341@N00/4765744748 (Album di Goodnight London)

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10 dicembre 2012 1 10 /12 /dicembre /2012 11:16

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Per capire il modo di pensare degli uomini bisogna conoscere la loro cultura e la letteratura è una forma di espressione della cultura. Il passato riemerge sempre nei pensieri delle persone e dei popoli e alcuni libri ci permettono di comprendere il passato più di quanto possano fare le più dettagliate ricognizioni storiche. 

SOFFERMANDOMI SULL'IMPULSO AUTOBIOGRAFICO 

L'autore del libro, Nathaniel Hawthorne ha scritto una lunghissima introduzione che -a mio parere- non può essere considerata un corpo a sé stante rispetto alla narrazione, intanto perché come dice lo stesso autore queste pagine introduttive sono state scritte sotto una sorta di "impulso autobiografico" che rivela oltre allo scrittore attento osservatore della realtà, anche un profondo conoscitore della letteratura. Hawthorne non era uno scrittore di professione ma come molti autori faceva altro nella sua vita e tra i diversi lavori che svolse nella sua esistenza, ebbe un incarico amministrativo presso un'istituzione statale, nell'introduzione si parla di una Dogana (nel libro la prima lettera della parola è maiuscola), realtà che l'autore dimostra di conoscere molto bene e con la quale probabilmente ha avuto contigui rapporti. 

Immaginiamo quindi uno scrittore che rappresenta se stesso come un compilatore di racconti e che invece scrive uno dei romanzi più geniali della storia della letteratura statunitense. Dalla lettura della parte introduttiva emerge quindi la figura di un uomo che nella misura breve dello scritto interloquisce in primo luogo con i suoi lettori e che ha bisogno di spiegare come è arrivato ad elaborare il romanzo. 
Ha poca importanza che la parte introduttiva sia una finzione utile all'economia del libro e che non sia autobiografica in senso stretto in quanto i riferimenti puntuali e precisi ci fanno comprendere che l'autore visse in quell'ambiente di cui era un' espressione (seppur dissidente). 

Chi vuole leggere il libro è bene che presti molta attenzione a questa parte propedeutica che oltre a fare comprendere le motivazioni dell'autore che stanno alla base dell'opera, costituiscono un interessante spaccato storico di quella vecchia America fatta di magazzini, moli animatissimi ed edifici commerciali che facevano da contorno ai traffici di merci (e per lungo tempo anche di uomini). L'area che va da New York a Boston era (ed è) una zona in cui il flusso dei commerci era possente. 

In questo ambiente che l'autore definisce eccitante una parte importante è rappresentata dall'etica (ecco il primo indicatore che permette di comprendere il romanzo) ed è su questo punto che vorrei focalizzare l'attenzione del lettore). 

RIGIDI E TORVI PURITANI, QUACCHERI E FANATICI DISSIDENTI 

Nathaniel Hawthorne era ben consapevole del fatto che lui era un discendente diretto di quei coloni che nel continente americano fondarono le prime città e penso che proprio questo particolare sia importante per capire il libro, infatti non si può sfiorare minimamente l'essenza de "La lettera scarlatta" senza comprendere lo spirito fatto di peccato e di impegno che ha informato tutta la società americana fin dalla sua formazione. 
Non vorrei scomodare Max Weber con le sue analisi sull'etica protestante e lo spirito del capitalismo, ma il modo di glorificare Dio si manifesta in tanti modi e l'albero genealogico ha dato da tempo i suoi frutti che con tutte le loro contraddizioni vediamo in abbondanza ancora oggi nella società americana. Osservare e definire un tipo americano oggi è impossibile ma nessun aspetto della vita statunitense non può non fare i conti con il protestantesimo che mischia salute morale e successo negli affari. 

Tra sacchi di pepe, ceste di curcuma, scatole di sigari e merce di ogni tipo nasce "La lettera scarlatta" che in questa cornice tematicamente si collega al punto di vista narrativo dell'autore; i temi del racconto rimandano infatti al clima culturale dei coloni fondatori e il fantasma di un mondo passato viene percepito come attuale dal lettore attento che può trovare una lunga traccia che arriva diritta ai giorni nostri fino alle tante Moniche Lewinsky foriere di peccato e responsabili di offesa al perbenismo degli ancora tantissimi "rigidi e torvi puritani" che proliferano nella società dei telepredicatori. 

BOZZETTI TRA BEGHINE E UOMINI BARBUTI 

Al di là della storia in sé quel che ritengo apprezzabile è la capacità dell'autore di descrivere gli ambienti e i luoghi dando in tal modo una precisa idea del contesto in cui svolgono i fatti; un esempio serve a comprendere ciò che ho evidenziato: nella parte iniziale del romanzo il primo capitolo è dedicato alla prigione, il secondo alla piazza del mercato, leggendo le pagine ci si trova immersi tra una folla di Quaccheri, indiani vagabondi e dissidenti mentre delle donne vocianti chiedono che venga punito il peccato, e sono proprio le donne le più severe a chiedere la condanna di Hester Prynne (la protagonista); ad un certo punto sono proprio le donne che dicono: 

"Questa donna ha portato la vergogna su noi tutte e dovrebbe morire. Non c'è una legge per questo? Certo che c'è, nelle Scritture e nello Statuto. Ringrazino dunque se stessi, i magistrati che non l'hanno applicata, se le loro mogli e le loro figlie prenderanno una brutta strada!" (pag.53 dell'edizione in mio possesso). 

UNA SOCIETÀ CRUDELE DA SEMPRE AVVEZZA ALLA FORCA 

La folla vociante che chiede un'esecuzione esemplare è quanto di più orrendo possa esserci tra gli umani e ho provato un fastidio misto a repulsione leggendo le pagine del libro in cui la giovane Hester Prynne apostrofata come "sgualdrina" deve pagare per avere avuto una storia d'amore culminata con il frutto del peccato per antonomasia: un figlio (in questo caso una figlia). 

Ebbene in questo racconto dove la donna è insultata e dove la sua femminilità diventa la causa del peccato, le matrone e le beghine giocano un ruolo importante, sentir parlare di vergogna e sventura fa correre un brivido e pur storicizzando i fatti narrati, si fatica a comprendere. 


LA LETTERA SCARLATTA RICAMATA VICINO AL SENO 

Le donne, ancora le donne rimasero impressionate dal fatto che Hester avesse una lettera scarlatta ricamata all'altezza del seno, il seno che in questa particolare rappresentazione cessa di essere la mammella fonte di nutrizione e di vita e diventa il simbolo anatomico del peccato al punto che una matrona bisbetica pensa di coprirne la vista con un pezzo di flanella della sua veste. 


...........un senso di terrore mi prende leggendo che il mazziere si fece largo tra la folla di matrone, beghine e quaccheri................. 

Lettura consigliata a tutti...i femminicidi cesseranno quando le donne si ribelleranno a padri padroni, a madri beghine e a mazzieri che parlano ancora di "comune senso del pudore". 





***Nella presente opinione ho volutamente omesso un riassunto del romanzo di cui si trovano ampie tracce sulla rete, le mie riflessioni rappresentano una delle possibili chiavi di lettura del romanzo di cui ne raccomando la lettura; quanto poi all'interpretazione e alle conclusioni a cui si può pervenire dipendono dal modo in cui ognuno riesce a valorizzare tutto quello che non è scritto nel romanzo ma che si può desumere dal contesto*** 


L'edizione in mio possesso de "La lettera scarlatta" a cui ho fatto riferimento è stata edita da C.D.C. & S.A.P.E. nel 1986, il testo è stato tradotto da Anna Gerola.

 

 

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Articolo presente in forma modificata anche altrove.

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9 dicembre 2012 7 09 /12 /dicembre /2012 07:05

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/9980827@N07/2859785068 (album di Thomas.L)

Abbiamo provato a leggere "Giulietta e Romeo" con l'attenzione che dovrebbe meritare un'opera che non è nata per essere un romanzo ma il copione di una rappresentazione teatrale. Alla fine però della "Scena I", quella che inizia con Gregorio e Sansone che si trovano in una piazza pubblica, avevamo deciso di prendere il libro e di metterlo da parte. In parte ha influito su questo nostro proposito la traduzione italiana, che per quanto riguarda il tono sembra un misto di recitazione alla Carmelo Bene stile aulico e di parlata da pupi siciliani con spade e scudi.

Poi l'orgoglio ha preso il sopravvento e ci siamo chiesti perché dopo avere letto quell'insieme di difficoltà che è la "Fenomenologia dello Spirito" di Hegel avremmo dovuto abbandonare la lettura di "Giulietta e Romeo"? E allora a costo di sembrare irriverenti abbiamo di stare dalla parte del "vil Capuleto" e di capire. 

Con questo stratagemma siamo arrivati alla fine dell'Atto Primo e dopo essere passati dalla parte dei Capuleti non sapevamo se costoro fossero meglio dei Montecchi. Poi la diligenza ha preso il sopravvento e siamo stati al gioco non parteggiando per nessuno ma appassionandoci alla lettura del racconto. 

 

 

 

 

 

 

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Foto dell'album di Caiomario


ROMEO DAVANTI A GIULIETTA CHE FECE L'EMPIO VOTO 

Povero Romeo, Giulietta era una meta inarrivabile, insomma oltre ad essere assillata dalle beghe di famiglia aveva fatto voto di verginità e il poverino la poteva osservare solo da lontano; incominciavamo ad appassionarci alla storia grazie a Benvolio: da una parte un testone (Romeo) che non seguiva il consiglio di Benvolio (suo amico e cugino) di dedicarsi ad altre belle e dall'altra una "tipetta" che rovinava la sua bellezza che -come è saggio pensare- nessuna donna può conservare per l'eternità. 
A questo punto eravamo tutti per Benvolio che non solo faceva discorsi sensati e condivisibili, ma aveva capito l'antifona. 



RIFLESSIONE SEMISERIA 

"Romeo e Giulietta" è una tragedia così come viene inteso questo termine nel linguaggio comune, è quindi forse una antesignana di tutte le telenovele strappalacrime? Secondo il nostro parere no e aggiungiamo che  (l'opera) si può interpretare in modo diverso rispetto all'approccio che solitamente hanno la maggior parte dei lettori; parliamo di lettori in quanto le rappresentazioni teatrali hanno il vantaggio delle sequenze che rendono vivi i dialoghi e non hanno momenti morti ma presetnano lo svantaggio di fare scivolare via aspetti che il testo scritto invece fa risaltare. 
Ci spieghiamo meglio: uno dei momenti più intensi della "tragedia" lo si trova nell'Atto Quarto quando nella Scena V Giulietta si trova adagiata sul letto ed entra la Nutrice, Giulietta è morta ed ecco che inizia un profluvio di parole in cui emerge la disperazione di chi si trova ad assistervi. 
Non c'è dubbio che le espressioni usate si prestino a facili ironie se paragonate alla pochezza del linguaggio di oggi, ecco un esempio: 

"Tergete perciò quelle lagrime; spargete un nembo di fiori su questo bel corpo, e fatela portare al tempio adorna dei suoi più splendidi gioielli". 

Per quelli che hanno letto gli autori classici non è una novità ritrovare toni da prefiche e da coro greco, ma il linguaggio desueto è in realtà speculare ad un modo di reagire davanti alla morte che possiamo definire "antico". Se Giulietta, la veronese Giulietta rappresenta quello che molte giovani di buona famiglia dovevano essere fino a non molto tempo fa, anche il contorno che segue la sua morte fa parte di questa rappresentazione antica e tutto questo dura fino al momento in cui vengono sparsi i fiori sulla tomba della sventurata fanciulla. 

AMORE VIOLENTO E VITA VIOLENTA 

Quando si abbandona l'approccio del lettore "da romanzi moderni, "Giulietta e Romeo" diventa appassionante, eppure non bisogna cadere nella trappola dei luoghi comuni espressi da taluni "recensori" che hanno trasmesso l'idea che "Giulietta e Romeo" sia solo un "racconto romantico", eppure per usare un'espressione efficace dei traduttori (nell'edizione in nostro possesso non vengono resi noti), "non fu mai storia più compassionevole di questa". 
Non potremo mai abituarci all'idea di una giovane vita spezzata e l'autore che, per consuetudine continueremo a chiamare Shakespeare, presenta in modo sapiente i contrari: amore e odio, la prospettiva di un matrimonio e la certezza della camera mortuaria, le divisioni antiche tra le genti contigue (abitudine da sempre molto italiana!) e una serie di orrendi fatti che rendono questa tragedia una narrazione violenta dove l'amore diventa qualcosa di impagabile. 


 

Il volume in nostro possesso contiene oltre a "Giulietta e Romeo", "Amleto" e "Macbeth", non abbiamo la predisposizione verso i commedianti ma Shakespeare è un autore sui generis, partiva da fatti di cronaca e intorno a questi tesseva il suo lavoro, poi i lettori (o gli spettatori) devono fare il resto; una lettura odierna di "Giulietta e Romeo" diventa inadeguata solo se si vive un rapporto di coppia privo di qualsiasi asperità, ma la maggior parte delle persone non lo vive e purtroppo, come i fatti di cronaca stanno a testimoniare, è molto labile il confine tra l'amore incontinente e la gelosia che esclude gli altri e -spesso- anche la vita della persona amata. Eppure anche le asperità non eccessive, aiutano a capire le emozioni e la violenza delle passioni.. nel saper raccontare queste passioni il Poeta è eterno. 

 

 

 

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Foto dell'album di Caiomario

" ..e finchè Verona ricorderò i suoi infortunii, niun'altra statua eguaglierà quella della tenera Giulietta" (p.172 dell'edizione in mio possesso).

Empia e crudele la morte si portò via Giulietta....

 

Articolo espresso dall'autore altrove in forma modificata.

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Published by Caiomario - in Libri
6 dicembre 2012 4 06 /12 /dicembre /2012 18:17

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/26244825@N05/4059854573 (Album di paukrus)

 

L'INTERROGAZIONE STORICA SUL CENTRO DELLA TERRA

 

Non si può leggere "Viaggio al centro della terra" senza fare una riflessione universale sullo stato delle nostre conoscenze riguardo alla morfologia del sottosuolo perché questo romanzo dello scrittore francese Jules Verne non è come gli altri, la florida immaginazione, infatti, trova la sua espressione più pura nella letteratura che racconta storie illogiche ed è foriera di inquietudini.

 

Ci siamo mai domandati cosa ci sia al centro della terra ? Inoltre, è possibile trasporre in un film quello che si legge nel romanzo di Verne evitando l'inadeguatezza del caso? Il tentativo vi è stato ma guardare con gli occhi di oggi la pellicola di Henry Levin (1959) dà l'impressione di vedere una discesa nell'Ade più che un viaggio nelle viscere della terra.

 

Cercheremo quindi di dare risposta a questi interrogativi che costituiscono il centro della nostra riflessione a cui in parte si può rispondere facendo riferimento agli altri romanzi di Verne che di discese, ascensioni e rampe strette ne ha fatto materia delle sue brillanti narrazioni.

 

 

IL RITRATTO DEL PROFESSOR LIDENBROCK

 

Dobbiamo convenire che ciò che dà movimento ai romanzi di Verne è la caratterizzazione dei personaggi e "Viaggio al centro della terra" è costruito attorno ai protagonisti a partire dal professor Otto Lidenbrock del quale troviamo un efficace ritratto nella parte iniziale del romanzo.

Chi è Lidenbrock? È un professore di mineralogia che rappresenta in modo perfetto il ruolo del "professore universitario" che non dovrebbe preoccuparsi della parte didattica e dovrebbe, invece, illustrare le sue lezioni "professando", Ludenbrock fa questo ma lo fa per il proprio piacere; Verne lo definisce con un'espressione molto efficace un "pozzo di scienza", insomma Ludenbrock, secondo una sua visione personalissima della scienza, cercava di custodire gelosamente le sue conoscenze condividendole solo parzialmente con gli altri. Questo dotto esperto di mineralogia, per quanto fosse egoista, era però seguitissimo durante le lezioni che teneva all'università ed era stimatissimo dalle associazioni scientifiche tanto da essere il punto di riferimento di tutti gli altri uomini di scienza.

 

Sorge a questi punto una riflessione: la scienza constata e spiega, Lidenbrock era uno scienziato puro che si preoccupava di fare progredire la conoscenza, la sua interpretazione di come dovesse essere la scienza non era però conciliabile con le esigenze dei discenti che -secondo quanto possiamo desumere dalla descrizione data da Verne- si dovevano limitare ad ascoltare la lectio magistralis del "professore".

 

 

LA DECISIONE DELLA SPEDIZIONE

 

Verne sa creare interesse unendo sacro e profano, ed è singolare il fatto che la decisione di fare un viaggio al centro della Terra parta dalla scoperta di un antico manoscritto irlandese che affascina letteralmente il professore e la cui "interpretazione" sarà il motivo principale della decisione del viaggio.

 

INTERMEZZO GASTRONOMICO

 

Verne ci consegna un "quadretto" alquanto gustoso delle abitudini alimentari di casa Ludebrock che anche nel pasto ordinario aveva uno spiccato senso per l'estetica; ecco il menù del giorno in cui il professor Ludenbrock era concentrato nella decifrazione della scrittura runica del documento in suo possesso:

 

  • Primo: Minestrina al prezzemolo;
  • Secondo numero 1: Frittata al prosciutto con acetosella e noce moscata;
  • Secondo numero 2: Lombatina di vitello;
  • Dessert: Gamberetti dolci;
  • "il tutto innaffiato da un eccellente vino della Mosella" (definizione dell'autore).

 

L'elenco non è tratto dal menù di un ristorante ma è quello che Verne ci consegna rivelandoci i suoi gusti gastronomici e che ci rivela un senso del piacere estetico che in un certo senso controbilancia l'inclinazione positivista verso le "magnifiche sorti e progressive" della scienza.

 

VERNE GLOTTOLOGO, EPIGRAMMISTA, CULTORE DI LINGUE ANTICHE

 

Se il Verne gastronomo è una piacevole scoperta per chi non ha mai letto il libro, altrettanto lo è il Verne cultore di lingue antiche, nel romanzo diverse pagine sono dedicate al manoscritto e alla sua interpretazione; non è facile destreggiasi in queste spiegazioni che Verne illustra in modo efficace ma lo scopo è esattamente questo. consegnare al lettore l'idea che ci si trova davanti ad un rompicapo di difficile interpretazione e che -come accade al nipote del professor Lidenbrock- fa andare il cervello in ebollizione.

Ecco che dalla bellissima sequenza del romanzo emerge un altro aspetto che spesso viene tralasciato nelle note biografiche del grande scrittore francese: l'amore per gli enigmi e in particolare per la crittografia.

 

 

A LEZIONE DI GEOLOGIA O A LEZIONE DI PSICOLOGIA?

 

Verne per l'elaborazione del "Viaggio al centro della terra" fa ricorso a molti termini scientifici eppure una chiave di lettura che finisca per inquadrare il romanzo nel genere fantascientifico è -a mio parere. riduttiva e fuorviante o per lo meno il romanzo non è solo questo. Verne dimostra di avere una speciale conoscenza per la parte nascosta della psiche umana, non sappiamo se tale conoscenza fosse consapevole ed intenzionale o frutto del suo straordinario intuito ma la discesa negli inferi della terra è simmetrica a quella della discesa negli strati più profondi della mente. La lotta tra ciò che si vede e ciò che rimane nascosto è la lezione del Verne psicologo che al pari dello scrittore geologo ci consegna una visione del centro della Terra simile allo scenario che apparirebbe visitando un'acciaieria infuocata.

L'incontro magico con il sottosuolo è un capolavoro di narrazione dell'immaginario al pari di quello che fecero Omero e Dante che sugli inferi e discese nelle viscere della terra ci lasciarono straordinarie descrizioni.

 

STRAPIOMBIAMO ALL'INTERNO DELLA TERRA

 

Verne quando parla delle viscere della terra è più prossimo alla pittura che alla letteratura, si serve del materiale scientifico allora disponibile per rendere visibile ciò che non era tale, la stessa tecnica la ritroviamo in "Ventimila leghe sotto i mari"; troviamo che sotto questa angolatura la suspense sia uno degli elementi che possono rendere attuale il romanzo che letto nell'epoca in cui l'uomo è stato sulla Luna non perda la sua straordinaria magia.

 

 

AUTORE DA CLASSIFICA

 

Verne è da decenni uno degli autori più letti, ma sarebbe ingiusto parlare di fenomeno editoriale, chi oggi legge Verne non lo fa certo perché dietro c'è una promozione pubblicitaria e solo questo basterebbe a inquadrarne la grandezza...dubitiamo che un domani di molti attuali "fenomeni" da bestseller ne possa rimanere traccia.

 

 

 

 

Il presente articolo non vuole essere un riassunto dell'opera della quale si trovano ampie riduzioni ovunque ma una lettura personale della stessa, da ciò ne consegue l'invito alla lettura di un romanzo che ha il pregio di differenziarsi dalla tanta merce di fabbrica che invade le librerie contemporanee.

Verne fu uomo di genio e il suo eccesso di potenza intellettuale continua ancora a stupirci, il lettore moderno ed adulto troverà assai interessante la rappresentazione che del centro della Terra fa lo scrittore francese. Da allora l'uomo si è spinto solo qualche metro sotto terra!!!

 

 

Procuratevi il libro.

 

L'uomo immagina e immaginando elabora teorie, Verne sa immaginare artisticamente

 

 Articolo dell'autore presente altrove in forma modificata.

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Published by Caiomario - in Libri
2 dicembre 2012 7 02 /12 /dicembre /2012 07:22

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RACCONTI DI BASTONATI

Se Jack Kerouac fosse ancora in vita avrebbe esattamente novant'anni, un traguardo non impossibile da raggiungere e c'è da scommettere che molto probabilmente avrebbe detto la sua sui "beat" (bastonati) contemporanei; leggendo le sue opere si trova la narrativa istintiva di chi non pensa troppo quello che sta per fissare con l'inchiostro.
Kerouac dà sempre il meglio di sé quando racconta i piccoli universi autobiografici trasmessi al lettore con la leggerezza tipica degli spiriti non mediati, se "On the Road" è il suo capolavoro e "Big Sur" è l'ultima perla che ci ha regalato, vi sono anche una serie di opere minori sicuramente apprezzabili, opere in cui si manifesta in tutta la sua potenza l'aspetto lirico, spontaneo e musicale del suo stile letterario. Merita senz'altro una menzione "L'ultimo hotel e altre poesie" che non nasce come opera a sé stante ma è una raccolta preziosa di "scritti" che rivelano lo stile inconfondibile di uno scrittore autentico la cui irrequietezza ha affascinato intere generazioni dio giovani e meno giovani di tutto il mondo. 

 

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/69031678@N00/7403759012 (Album di ToGa Wanderings)

 





IL  LIBRO

Trovo Kerouac un grande terapeuta, "L'ultimo hotel e altre poesie" non è un libro equivoco e non nasconde trappole, il lettore non troverà quello spirito intrinsecamente ambiguo che anima molti libri della narrativa contemporanea che, con l'ambizione di voler fare analisi sociologiche, contribuiscono a creare incertezza nelle nuove generazioni. Kerouac non ama il calcolo, è istintivo, non indica strade per trovare "la crescita", non è ossessionato da brutte parole come "sviluppo" e non sa e non vuole indicare proposte concrete per risanare la società.
Come Bukowski, Jack Kerouac era un solitario, un vagabondo nella vita e della letteratura, non incline a frequentare luoghi in cui i letterati di professione costruiscono i loro romanzi con l'obiettivo di farli diventare dei best seller, ma sapeva raccontare i beat, la vita e la disperazione anche se non volle mai essere ascritto al "genere" dei disperati e dei reietti.

Poco meno di 300 pagine del libro si possono leggere tutte d'un fiato, ma non basta questo approccio da racconto unitario per assimilarne lo spirito, una descrizione puntuale di ogni verso, di ogni pagina toglie emozione perché ogni lettore può trovare ciò che più è toccante per lui recuperando l'aspetto musicale che troviamo nelle ballate di Dylan o (se vogliamo per i lettori italiani) nei versi delle canzoni del primo Guccini, ma l'artista italiano che più è vicino al Kerouac poeta è senza dubbio Piero Ciampi. Se prendiamo infatti molte delle poesie presenti nel libro potremo tranquillamente scambiarle per il testo di una canzone di Ciampi che come Kerouac raccontava quel che viveva.
Per essere grandi scrittori e colpire gli animi bisogna essere limpidi e taglienti ma quando la scrittura diventa lo strumento per raccontare la vita vera si trasforma in qualcosa di potente che fa salire la temperatura.

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/47477979@N00/1362799759 (Album di Stephen Cummings)

 


POESIE, RITRATTI E BOZZETTI

Il clima di quegli anni di anticonformismo ce lo portiamo ancora dietro, non c'è nessun autore che ha più influenzato quelli successivi di quanto possa avere fatto Jack Kerouac, ho terminato recentemente la lettura di un libretto di Charles Bukowski intitolato "Compagno di sbronze" è davvero sorprendente vedere le analogie tra i due sia per i temi trattati che per i soggetti che fanno da sfondo a questi scenari in cui il vagabondaggio diventa uno stile di vita e una filosofia dell'esistenza.
Se Kerouac in "L'ultimo hotel e altre poesie" usa più volte termini come "vagabondaggio", "vino", bassifondi etc, Bukowski invece accomuna spesso il vino ai poeti; Kerouac non ama il linguaggio triviale a cui Bukowski ricorre quasi in ogni pagina, ma entrambi sono schierati apertamente contro il "Sogno Americano" del successo a tutti i costi per recuperare un altro aspetto di quel sogno: il mito della nuova frontiera di cui il vagabondare, il girare in lungo e in largo è solo un aspetto. Bukowski è cinico e disperato, Kerouac è più disposto ad adattarsi alle circostanze per sopravvivere ma entrambi vivono alla giornata senza preoccuparsi del futuro.
Kerouac fu il sostenitore del nomadismo a vita, eppure in questo suo andare incontro al mondo determinato dalla scelta deliberata di scendere dalla torre eburnea della solitudine, non troverà quello che cercava da qui il rifugiarsi nei ritagli di vitalità che danno un senso alla vita compresa anche la sessualità (lo racconta lui stesso nelle poesie contenute nel libro).

Lettura consigliata fuori dai soliti circuiti.

 

L'autore ha pubblicato l'articolo anche altrove in forma modificata.

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Published by Caiomario - in Libri
2 dicembre 2012 7 02 /12 /dicembre /2012 07:01

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IL PROGETTO EDUCATIVO DI "CUORE" 


C'è una grande differenza tra leggere un libro come "Cuore" di Edmondo De Amicis da adolescente e leggerlo da adulto. Solo da adulti si riesce apprezzare questo libro che troppo frettolosamente è stato liquidato un esempio di "narrativa filantropica". 
Non c'è dubbio che la "scuola" raccontata in "Cuore" non esiste più da tempo e non potrà mai tornare, ma conoscere come si svolgeva la vita scolastica e familiare nell'Italia umbertina e postrisorgimentale fa capire al lettore moderno il valore di parole come "obbedienza", "solidarietà", "laboriosità". 

È difficile che ogni iniziativa educativa in ambito scolastico possa oggi prescindere però da quello che dovrebbe essere la scuola, questo vale almeno sul piano teorico perché la "formazione" di un bambino o di un adolescente è legata a doppio filo con quella del maestro o della maestra e degli insegnanti. 
Per inciso è bene che si lasciasse perdere l'uso improprio del termine "professore" che spetta in senso stretto solo ai docenti universitari che come tali "professano" senza doversi preoccupare della parte didattica, mentre al contrario il compito precipuo di un insegnante è quello di fare "didattica"; aver dimenticato questo aspetto ha portato dei disastri nella scuola italiana che ormai è priva di un progetto educativo "sociale" ed è, al contrario, improntata su una formazione basata sul "nozionismo" individuale. C'è troppo individualismo e poco spirito comunitario nella società odierna, crediamo che abbiamo bisogno di "Cuore". 


Consigliamo di leggere il libro e  di non fermarsi alla lettura della "quarta di copertina"...a buon intenditor.... 

 

 

 

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ENRICO BOTTINI, IL DIARIO E LA FINZIONE NARRATIVA DI CUORE 

Se le considerazoni iniziali ci spingono a interpretare "Cuore" come un libro pdagogico e non come un racconto destinato agli adolescenti, non vi è dubbio che ciò che colpisce nel libro di De Amicis sono prima di tutto le figure dei "compagni di scuola" di Enrico Bottini, la voce che racconta sotto forma di diario la propria vita scolastica e quella vissuta in famiglia. 
La magnifica squadra formata da: Precossi, Garrone, Betti, Coretti, Derossi, Franti, Nobis e dallo stesso Enrico Bottini è più di una classe di una "scuola del regno", è lo spaccato di quell'Italia e dei suoi valori ed è per questo che  "Cuore"  è stato definito con un'espressione molto efficace il "codice della morale laica e progressista" (dell'epoca).

Il diario di Enrico Bottini, un bambino della borghesia torinese che frequenta la classe terza di una scuola del Regno, non è solo la cronaca della vita scolastica ma anche l'illustrazione di due mondi che si incontrano senza fondersi: da una parte c'è quello delle classi sociali più abbienti e dall'altra quello proveniente dal proletariato meridionale; un proletariato urbano di provenienza contadina che poteva finalmente accedere ad una formazione scolastica di base. 
Protagonista assoluta della storia è la classe e la figura del maestro che propone spesso agli alunni racconti che si potrebbero definire "edificanti" in quanto avevano lo scopo di trasferire nelle coscienze dei bambini valori fondanti come la famiglia, lo Stato, l'esercito, ma anche la laboriosità, la solidarietà tra le classi e gli individui e poi l'obbedienza verso una serie di figure che nell'Italia di fine Ottocento, rappresentavano l'autorità a cui tutti si dovevano assoggettare. 

 

 

 

 

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IL PREGIUDIZIO SEVERO DI ALCUNI CRITICI 

Non c'è dubbio che una chiave di lettura di "Cuore" come un progetto che nasce all'interno delle classe dirigente italiana che si preoccupavano dell'educazione nazionale, porta ad inquadrare il libro come un libro finalizzato a instillare nelle giovani generazioni i valori dell'ideologia borghese. 
Se a questo poi si aggiunge il fatto che "Cuore" viene liquidato come un libro "facile" e "lacrimoso", il giudizio che ne viene fuori è severo e fortemente svalutativo. 

C'è però un pregiudizio di fondo in questa "interpretazione" svalutativa di "Cuore" che non tiene in considerazione il fatto che in quella "nuova" Italia che usciva fuori dal Risorgimento si poneva il problema educativo delle nuove generazioni. L'Italia era fatta -si diceva- bisognava fare gli italiani e bisognava in primo luogo agire sulla formazione dell'infanzia, oggi sappiamo che quel progetto è riuscito solo in parte. 

Se, infatti, l'assenza di una coscienza nazionale come insieme di valori condivisi e convissuti è all'origine di tutti i mali moderni, delle divisioni e delle incomprensioni terriotoriali, non bisogna dimenticare che il progetto potrebbe riprendere traendo nuova linfa da un progetto edificante nuovo e rinnovato. 

FRANTI E IL BULLISMO MODERNO 

Il progetto rinnovato di educazione a cui alludiamo è un processo lungo che si scontra oggi contro un insieme di ostacoli che all'epoca di De Amicis non esistevano; vediamo, ad esempio, la figura del Franti, il "cattivo" per antonomasia che lanciava sassi contro i vetri della scuola, che tenta di picchiare Stardi e che è refrattario ad ogni forma di educazione. E' cambiato qualcosa? A nostro parere no, di Franti anche oggi  è piena la scuola e la società. 
Non ci si venga a dire che il male è sempre in riferimento al bene, il male è male: scrivere sui muri di una scuola con delle bombolette spray è un'azione che  sta sullo stesso livello dei sassi di Franti gettati sui vetri della scuola, tentare di picchiare Stardi sta sullo stesso livello delle aggressioni fatte nei confronti di altri adolescenti per rubargli il telefonino. Era male ai tempi di De Amicis ed è male oggi. 

È vero che Franti è l'elemento catalizzatore di ogni male come Derossi, il primo della classe, è il simbolo del ragazzo studioso mentre Garrone quello del bene, ma è il simbolo che fa comprendere la linea di demarcazione tra ciò che è positivo e negativo. L'uomo ha bisogno di simboli e nell'educazione i simboli sono importantissimi. 
Non dimentichiamo che i ragazzi di intere generazioni sono stati educati leggendo "Cuore" e "Pinocchio", forse è per questo che l'Italia di ieri era diversa? O forse l'Italia perbenista di ieri ha preparato il terreno a questa Italia lacerata, becera e bachettona?
Ognuno può arrivare alle su conclusioni, ma De Amicis aveva un progetto educativo, però non dimentichiamo mai che, oggi come allora, il figlio del carbonaio continua a rimanere il figlio del carbonaio mentre quello del signore rimane sempre il figlio del signore.* 

* Facciamo rifermento all'episodio in cui si racconta il contrasto scoppiato in classe tra il figlio del carbonaio e quello del signore. 


Libro di cui si consiglia la lettura anche da adulti quando si comprende quello che da ragazzini non si riesce a cogliere, ma per cortesia non collochiamo "Cuore" nella narrativa per ragazzi.

 

Questo articolo è stato espresso in forma modficata anche altrove.

 

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