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25 settembre 2012 2 25 /09 /settembre /2012 19:02

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Andrea Zanzotto è il poeta contemporaneo che più di ogni altro ha ricercato nel linguaggio e attraverso il linguaggio il significato della realtà e delle proprie radici riuscendo a raggiungere delle punte di straordinaria intensità lirica. 
Zanzotto è stato per molti anni insegnante di lettere alla scuola media ma la sua vocazione alla poesia ha prodotto dei risultati che dovranno essere ancora scoperti, amati e gustati dalle generazioni che verranno. 
Qualche anno fa avevamo scoperto la poesia di Zanzotto leggendo "Gli sguardi i fatti e senhal" e siamo rimasti colpiti dal modo in cui le parole venivano tirate, assemblate e accostate producendo una sorta di musica senza note che ho riscontrato solo nel D'Annunzio della "Pioggia del Pineto"; l'accostamento però si ferma qui, un parallelo che può sembrare quasi blasfemo agli "incasellatori" e ai "catalogatori" di professione, eppure il gioco con le parole e delle parole, almeno sul piano formale fu comune ad entrambi. 
Un espressione usata da Zanzotto come "neve nevissima novissima" è solo un esempio di come la storpiatura, il neologismo arrivino a dare vita alla lingua, ma nello stesso tempo costituiscano una sorta di ricerca verso il linguaggio più autentico. 
I puristi della lingua con scarso senso del poetico si scandalizzeranno, ma il linguaggio, soprattutto quello dei poeti, è incline alla "licenza" e in un certo qual modo, può essere paragonato al linguaggio infantile che con il suo balbettare è la forma espressiva più autentica e meno contaminata del linguaggio. 

Ci piace ricordare una strofa denominata "irregolare di versi liberi" che rende appieno l'idea del modo di scrivere di Zanzotto: 

"Mondo, sii, e buono; 
esisti buonamente, 
fa' che, cerca di tendi a, dimmi tutto, 
ed ecco che io ribaltavo eludevo 
e ogni inclusione era fattiva 
non meno che ogni esclusione 
su bravo, esisti, 
non accartocciarti in te stesso in me stesso." 

( da "Al mondo") 

Il poeta invita il mondo ad essere buono e lo fa con semplici ed essenziali espressioni che sul piano logico-formale appaiono degli accostamenti privi di senso, ma è proprio questo senso di "apparente" incompiutezza a rendere unico il modo di esprimersi del poeta. 
Quando Zanzotto mette al centro della realtà se stesso, ogni lettore si trova nella stessa posizione arrivando ad immedesimarsi in quel modo di fare poesia tutto personale. La strofa riportata è -a nostro parere- una delle più emblematiche dell'intera produzione poetica di Zanzotto per quanto riguarda la ricerca delle potenzialità del linguaggio. 

"Ascoltando dal prato. Divagazioni e ricordi" è una bellissima occasione per conoscere Zanzotto dal di dentro che -è bene ricordarlo- è sempre stato legato al suo paese d'origine Pieve di Soligo, un piccolo paese del trevigiano da cui sono sempre partite le sue divagazioni e i suoi ricordi che affondano nella sua infanzia. 
La forma della "confessione" è quella che si trova in questa bellissima raccolta di testi che permettono di aggiornare e capire la poetica di Zanzotto, ma anche di comprendere l'origine del suo immaginario. 
Il Zanzotto che si racconta e che narra la sua infanzia, la sua famiglia d'origine e il rapporto con il linguaggio creativo e giocoso delle filastrocche costituisce un archivio (personalissimo) della memoria utile anche al lettore autodidatta che non voglia passare attraverso le mediazioni dei critici letterari spesso troppo attenti ad aggiungere e ad interpretare i testi poetici. Se si legge una poesia di Zanzotto senza note critiche vi è il rischi di non comprenderne subito il significato, ma rileggendo più volte lo stesso testo, pian piano si svelano i significati e si comprende che cosa vuole dire il poeta. 
La prosa di Zanzotto quale si rivela nel libro è chiara, lineare e il contenuto delle sue divagazioni è propedeutico a tutti i bellissimi libri di versi che il poeta ha scritto durante la sua esistenza. 
In quelle righe, poi, il poeta rivela una grande capacità di scarnificare la realtà, di recuperare ogni aspetto, ogni particolare, nel tentativo di trovare le tracce del significato più profondo della vita.

Libro di consuntivo ma anche propedeutico alla poesia di Zanzotto, se ne consiglia la lettura.

 

 

 

Ascoltando dal prato. Divagazioni e ricordi

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Published by Caiomario - in Poesia
23 settembre 2012 7 23 /09 /settembre /2012 08:42

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UNA SCUOLA MOLTO PARTICOLARE: COME CREARE LA MOGLIE PERFETTA 

Parlare di una commedia significa parlare di teatro, intendendo con questo termine un genere letterario che comprende testi o rappresentazioni destinati alla recitazione, si tratta di un genere quindi che per essere apprezzato ha bisogno di due parti: quella scritta e quella recitata, la parte scritta senza la recitazione è per così dire mancante di due soggetti, il recitante e il destinatario che è il pubblico, il genere teatrale quindi si completa in due livelli di comunicazione e la recita in scena è fondamentale per comunicare un messaggio. Molière non sfugge a questa regola che è intrinseca alla natura stessa del teatro, 

Aristotele scriveva nella sua "Poetica" che "sono gli attori che rappresentano direttamente tutta intera l'azione, come se ne fossero essi medesimi i personaggi viventi o operanti", quindi per apprezzare Molière bisognerebbe vederlo in teatro, meglio ancora se le sue commedie venissero rappresentate da bravi attori si potrebbe gustare la genialità del commediografo francese che è stato tra i più grandi autori teatrali di tutti i tempi. 

Il teatro se vogliamo è un cinema fatto dal vivo e in un piccolo spazio, la sua forza è il movimento, le espressioni degli attori sono fondamentali e ogni scena è differente ad ogni nuovo spettacolo per quanto il copione sia fisso, sarebbe interessante vedere come all'epoca in cui è vissuto Molière è stata rappresentata questa commedia e confrontarla con le rappresentazioni più recenti; questo consentirebbe di vedere come il gusto dell'epoca lo rappresentava e come oggi con i costumi mutati viene rappresentato sulla scena. 

Possiamo quindi soffermarci sul copione, il testo scritto che comunque è di grande interesse anche per gli spettatori contemporanei. 
Il tema di fondo è semplice: un uomo celibe di nome Arnolfi, avvezzo alle più grandi dissolutezze con donne maritate , giudica tutte le donne come infedeli e ritiene che questa infedeltà sia dovuta alla cultura, pertanto per prendere moglie decide di "educare" una bambina di quattro anni (Agnese) nella più completa ignoranza. 

***Astolfi dimentica però una cosa importante, quando la bambina sarà diventata donna, lui sarà vecchio quando ad un certo punto si presenta Orazio, un giovane che si innamora di Agnese e Arnolfi, dopo alterne vicende in cui cerca di resistere, viene messo fuori gioco. 
La trama può sembrare banale ma non dimentichiamo che molte novelle del Boccaccio sono storie dalla trama semplice attrorno a cui il divin Giovanni costruiva storielle più o meno piccanti e lo stesso "Barbiere di Siviglia" musicato dal Donizetti, si sviluppa sulla storia (scritta dal Beaumarchais) di Rosina e del conte d'Almaviva, la storia del vegliardo che vuole sposare una bella fanciulla e con l'intervento successivo di un giovane che la sottrae alle attenzioni del vecchio, non è nuova ma è nuovo il modo in cui Molière decide di metterla sulla scena. 
La prima rappresetnazione teatrale la si ebbe nel 1662 a Parigi, ancora oggi sono numerosi le compagnie tatrali che la portano sulle scene, prima di tutto perchè il gioco degli equivoci è sempre un tema intrigante per il pubblico ma anche perchè nella scena viene portata: 

"La paura nei confronti dell'emancipazione della donna

e la paura della donna può diventare una vera e propria ossessione come quella di Arnolfi, ma quanti Arnolfi esistono? Arnolfi padre, Arnolfi marito e persino Arnolfi fratello. 

Quante scuole per mogli esistono? Ne esistono tante anche se non si chiamano così, basti pensare che Molière scrive nella seconda metà del 1600 ma in Italia sino agli anni '50 e '60 la condizione della donna non era dissimile da quella descritta da Molière, la donna era relegata a ruoli esclusivamente domestici e l'educazione verteva su quelli che si chiamavano "lavori donneschi", i cosiddetti lavori donneschi costituivano materia d'insegnamento nelle scuole elementari negli anni'30 e '40, successivamente con il mutato clima culturale la materia è stata abolita e sono state introdotte le cosiddette "applicazioni tecniche" le cui discipline insegnate alle ragazze erano principalmente quelle del lavoro a maglia e dell'uncinetto. 

Molière però non avvalla questa tesi, anzi ridicolizza Arnolfi che prima di tutto pretende troppo alla sua età, dedicarsi anche all'amore fisico con una giovane che non può che respingerlo, oltre a ridicolizzare questa ossessione, questa mania di voler creare la moglie perfetta, Molière libera Agnese dalla figura dell'insano vegliardo. 
E' scontato osservare che questa liberazione avviene sempre grazie ad un uomo ma per lo meno è l'uomo che Agnese ama ed è giovane come lei. 

Molière ripercorre, nel finale, lo schema presente nella tragedia greca, Astolfi esce di scena vittima della sua stessa ossessione, vittima delle sua paura di essere tradito, Agnese fa esattamente il contrario di quello per la quale è stata educata in questa assurda scuola delle mogli e...un'altra figura maschile aiuterà Agnese, suo padre! 

Nel 2004 abbiamo assistito alla rappresentazione teatrale della commedia, Arnolfo era interpretato dal compianto e bravissimo Giulio Bosetti, una rappresentazione che meriterebbe una recensione a parte, il testo l'abbiamo letto successivamente ma la bellezza di Molière è che può essere letto come Corneille, Racine e Shakespeare o Pirandello, quando un copione va oltre la scena della rappresentazione teatrale è prima di tutto un'opera letteraria. 

L'altra commedia "Le femmine saccenti" ripercorre una volta ancora una delle tematiche care a Molière quella del rapporto degli uomini vecchi con le donne che in questo caso sono una metafora dell'erudizione che a volte può essere più superficiale nel contenuto rispetto alla forma. 
E' un Molière ambiguo quello che rappresenta una commedia dove comunque è presente una certa vena polemica e misogina nei confronti non tanto della donna, quanto delle abitudini salottiere, molto diffuse nella Francia del XVII sec. , a cui certe madame erano dedite. 
Spesso questi circoli presieduti da presunte intellettuali avevano la spocchia di chi liberatosi dal giogo del potere, si dimostrava alla fine succube del potere stesso e funzionale ad esso, è probabile che Molière volesse colpire qualche rappresentante femminile di questi salotti allora tanto in voga, ma è da escludere che la sua commedia sia un manifesto contro le donne intellettuali. 

 

 

La scuola delle mogli-La critica della scuola delle mogli. Testo francese a fronte

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Published by Caiomario - in Libri
22 settembre 2012 6 22 /09 /settembre /2012 04:49

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"Morte di Galeazzo Ciano" non è un libro di storia ma un testo teatrale  scritto nel pieno rispetto di quelli che sono stati i fatti storici che hanno visto come protagonista il conte Galeazzo Ciano marito di Edda Mussolini figlia di Benito. Se i documenti storici nulla tolgono alla drammaticità degli eventi, il testo di Enzo Siciliano restituisce quell'umanità che manca ai fatti raccontati nei libri di storia. La narrazione di un fatto acquista una luce completamente diversa quando a parlare sono i sentimenti, i dubbi, le paure, le speranze, la rabbia e infine la rassegnazione. 

Il testo di Enzo Siciliano è stato paragonato ai testi degli antichi tragici greci, lo spartiacque tra le opere di un Sofocle, di un Eschilo o di un Euripide e quella dello scrittore romano sta nella realtà, nei fatti accaduti perché Galeazzo Ciano in quella cella numero 27 del Carcere degli Scalzi di Verona passò quasi tre mesi dal 19 ottobre 1943 all'11 gennaio 1944, giorno in cui venne fucilato dopo la condanna comminata dal Tribunale fascista nel corso del famigerato Processo di Verona
Siciliano rappresenta Ciano per quello che fu veramente, oggi è possibile ricostruire quelle vicende e la personalità dell' ex ministro degli Esteri che non fu l'emblema del tradimento come da sempre è stato presentato da parte fascista. Anzi, tutta la storia che portò al 25 luglio nacque per un gigantesco equivoco di cui molti componenti del Gran Consiglio non ne compresero immediatamente la portata e Ciano stesso, più degli altri, sottovalutò le conseguenze che avrebbe comportato l'approvazione dell'ordine del giorno Grandi. Nell'opera teatrale Ciano è poi rappresentato come un uomo tormentato e contradditorio ma non equivoco, lo stesso Siciliano parlando della sua pièce ebbe a dire che lui parteggiava per il genero di Mussolini, nel raccontarlo infatti sembra l'amico di un tempo tornato a trovarlo.

 
Non c'è alibi però per il Ciano teatrale che si esprime con un monologo quasi ininterrotto, con lunghi ragionamenti che non richiedono alcuna particolare spiegazione, ma il vero capolavoro della tragedia di Siciliano è l'immagine di Edda Mussolini rappresentata come una donna travagliata in continuo dialogo solipsistico con se stessa. 
Il suo esistere ideale e spirituale tra il padre amato e odiato e l'amore e la pietà verso il marito, fa di Edda l'altra parte della tragedia, quella speculare di Galeazzo; Edda è colei che si sostituisce al marito che ne fa le veci quando si confronta con il padre con il quale ha un rapporto lacerato e non conciliabile. 

Il cerchio delle turbative si amplia fino a diventare ingovernabile sconvolgendo gli equilibri familiari, i rapporti tra padre e figlia e tra suocero e genero ed è proprio questo l'elemento fondante di questo dramma moderno fino a che sfuggono tutti i criteri di valutazione. 
L'atmosfera che porterà al tragico epilogo diventa ad un certo punto disperata, senza vie d'uscita, l'ambiente ostile del carcere e la solitudine della cella 27 finisce col diventare la solitudine di ogni uomo che davanti alla morte si trova solo con se stesso mentre il tempo, sempre più rarefatto, scorre verso la parabola finale. 

La domanda di grazia non pervenne mai a Mussolini, Ciano prima di morire scrisse le seguenti parole di congedo: 

"Addio, Edda cara. Addio Ciccino, Dindina, Marzio. Vi stringo al cuore con tenerezza infinita e prego Iddio perché dia a voi ogni bene. Vi bacia con tanto amore il vostro per sempre Papà". 

Dal carcere degli Scalzi  Galeazzo Ciano venne portato al forte di San Procolo dove venne fucilato l'11 gennaio del 1944.

 

 

Morte di Galeazzo Ciano

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Published by Caiomario - in Storia
20 settembre 2012 4 20 /09 /settembre /2012 15:48

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"Passione e ideologia" di Pier Paolo Pasolini è un volume che fin dal titolo indica una scelta di campo che rimanda alla complessità di un uomo il quale fu nel contempo artista ed intellettuale; è impossibile scindere l'attività del Pasolini saggista e critico da quella dell'artista poliedrico che sperimentò le più svariate forme di comunicazione seguendo un percorso personalissimo e atipico lontano da ogni frequentazione accademica. Pasolini  quando  riflette sugli altri lo fa per passione ideologica e quando all'analisi segue la sintesi, si manifesta in tutta la sua apprezzabile originalità la fine e dotta riflessione che stimola il lettore facendogli condividere la stroncatura o l'apprezzamento verso questo o quel momento letterario. Passione e ideologia venne pubblicato per la prima volta nel 1960, un periodo in cui negli scritti di Pasolini sono evidenti i suoi legami con il Partito Comunista, ma sarebbe ingiusto e fuoriviante pensare che tale adesione fosse un'acritica accettazione dei dettami dell'ortodossia; anzi la sua adesione libera ed eretica fu un passaggio obbligato che lo portò a quel periodo "corsaro" in cui egli anticiperà analisi che sorprendono ancora oggi per la loro attualità e profondità.

Il volume riproposto nel 1994 nella "Collana Gli Elefanti" di Garzanti può essere diviso in due parti: nella prima si trovano due studi interessantissimi sulla poesia dialettale e popolare, nella seconda prevale il momento storico in cui vengono analizzati episodi importanti della letteratura italiana del Novecento che vanno da Pascoli fino al movimento dei neo-sperimentalisti, movimento a cui lo stesso Pasolini aderì partecipando alla vita culturale della rivista bolognese "Officina", centro di uno sperimentalismo letterario ritrovato che mancava dai tempi del Futurismo. 

Conoscere il modo di fare critica di Pasolini non può che appassionare così come si rimane ammirati dalla vastità della sua cultura che, accompagnata all'acume delle sue riflessioni, ci porta ad un inevitabile confronto con la pochezza di taluni intellettuali contemporanei che poco sanno e dai quali nulla si impara. Confronto che ci fa guardare il passato con grande nostalgia.

 

Pasolini

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Published by Caiomario - in Libri
20 settembre 2012 4 20 /09 /settembre /2012 04:44

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Strana sorte quella dei giornali politici, seguono il corso degli eventi mutando profondamente la loro impostazione editoriale quando cambia il corso delle vicende politiche e il gruppo dirigente del partito di riferimento. 
Il primo numero del "Secolo d'Italia" che abbiamo letto risale al 1976, crediamo che non molti lettori si ricordano come era all'epoca il giornale, era pubblicato nel cosiddetto "formato-lenzuolo" e recava sotto il titolo la scritta "Quotidiano del MSI-DN", un formato dalle dimensioni notevoli se confrontato con quello tabloid del formato odierno. In quel periodo il segretario del Movimento Sociale Italiano era Giorgio Almirante e il "Secolo d'Italia" non era solo un quotidiano di partito e di opinione, ma era una vivace palestra di idee oltreché un bollettino dell'attività del partito (sezioni, congressi, manifestazioni varie ecc). 
Non si tratta di un amarcord ma di un necessario riferimento per comprendere le differenze che esistono tra quel "Secolo" e quello di oggi; della vecchia generazione non è rimasto  più nessuno, la redazione di oggi è formata in larga parte da coloro che sul finire degli anni '70 erano poco più che adolescenti. 
Facendo un riferimento al passato, un nome fra tutti merita una menzione ed è quello di Giano Accame, straordinaria firma del Secolo in entrambe le gestioni editoriali, quella di Giorgio Almirante e quella di Pino Rauti. E lo ricordiamo perché, al di là delle posizioni espresse, Accame era un giornalista di razza che sapeva narrare fatti e circostanze in modo affascinante non vergognandosi di appartenere a quella generazione che aveva vissuto momenti drammatici ma anche ricchi di passione politica. 
Ma non possiamo non ricordare altre firme famose del Secolo dell'epoca come, ad esempio, quelle dell'economista Gaetano Rasi e del giornalista Gianfranco De Turris, così come va menzionato uno dei direttori storici del Secolo d'Italia quel Franz Maria D'Asaro che è stato anche un fine scrittore e studioso. 
Insomma quello dell'epoca pre Alleanza Nazionale era un altro Secolo d'Italia, era il Secolo d'Italia del MSI che i giovani militanti dell'epoca acquistavano in edicola guardandosi intorno e nascondendolo poi sotto la giacca. Poi vennero le Feste del Secolo d'Italia che erano anche l'occasione per acquistare libri che oggi si possono trovare facilmente in qualsiasi libreria o su internet. 

Quando c'è stato lo scioglimento del Movimento Sociale, il Secolo d'Italia ha seguito le vicende di Alleanza Nazionale, la forma in alcune occasioni era quella dei tempi appena trascorsi ma incominciava a mancare, per ragioni anagrafiche, la generazione dei giornalisti storici. Nel mutato clima di avvicinamento a Forza Italia e dopo Tangentopoli il giornale subì un profondo mutamento, l'antico lettore si rendeva conto anche che il linguaggio era piatto, conciliante, insomma termini come "mosche cocchiere", "triplice sindacale" ecc, appartenevano ad un passato di opposizione da arichiviare; il linguaggio giornalistico di quella stagione politica non aveva più il mordente del vecchio giornale militante. Fine del Secolo d'Italia!

Dal nostro punto di vista il periodo migliore del quotidiano, in tempi recentissimi,  è stato quello che ha visto la direzione di Flavia Perina, l'ex ragazza della sezione Balduina che ha cercato (e c'è riuscita) a svincolare il quotidiano da quelle posizioni di appiattimento in cui purtroppo è ripiombato dopo i recenti cambiamenti di vertice. La fondatrice di Eowin ci ha saputo fare, ha rivitalizzato il quotidiano e lo ha differenziato dagli altri giornali cosiddetti di destra, poi è stata defenestrata e il giornale è ripiombato nel nulla più assoluto.

Come abbiamo avuto occasione di rimarcare per "Il Manifesto", la fortuna editoriale di un giornale politico dipende dal suo dichiarare esplicitamente la sua tendenza e appartenenza. Non esiste pertanto l'informazione pura, è il lettore che deve sapere ragionare per poi farsi una sua idea, ma un giornale politico deve essere sempre una cosa diversa dai quotidiani generalisti (apparentemente apartitici).....lo esigono i lettori. 

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Published by Caiomario - in Libri
18 settembre 2012 2 18 /09 /settembre /2012 04:47

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Milan Kundera è noto soprattutto per "L'insostenibile leggerezza dell'essere", eppure il genio letterario dello scrittore ceco si è prodigato per realizzare opere spesso poco "praticate" dal lettore che insegue "i  libri più venduti". 
Di contro esiste un numero vasto di lettori che cercano di rintracciare un filo comune tra le diverse vicende raccontate da Kundera, storie spesso popolate da personaggi contradditori e qualche volta paranoici al punto che le esperienze raccontate dal Nostro sembrano assemblate per provocare il lettore pescando in quel torbido della vita verso in quale ognuno sembra essere irrimediabilmente attratto. 
Ci viene in mente un bellissimo libro come "La vita è altrove" che a tratti appare imbarazzante e allusivo al punto di alimentare l'insicurezza che alberga in ognuno di noi. 
Kundera sa presentare anche le realtà più ridanciane (e più tragiche) in modo lieve al tal punto che il lettore viene conquistato dalle storie raccontate, pagina dopo pagina, non rendendosene immediatamente conto, anzi le situazioni della vita che si fanno beffa dell'individuo sembrano essere una realtà ineluttabile a tal punto che quando il lettore ne acquista la consapevolezza ci si trova dentro fino al collo non riescendo più ad opporsi. 
Tale capacità straordinaria di saper raccontare la commedia della vita, pensiamo che l'abbia avuta solo Pirandello che, rispetto a Kundera, aveva in più  il senso del tempo narrativo perchè aveva il senso del tempo teatrale, ma entrambi, seppur in modo diverso, hanno la capacità di togliere il velo alla realtà. 


Milan Kundera nel romanzo "Il libro del riso e dell'oblio" affronta un tema sempre attuale quello della violenza del potere dell'uomo, il tema è attualissimo soprattutto nelle società complesse e democratiche occidentali dove i diritti individuali esistono sulla carta ma nello stesso tempo il singolo si trova nella impossibilità di poterli rivendicare nei confronti di un apparato impersonale come può essere quello di uno Stato. 
Eppure quando il bambino cresce (ritorna qui un tema caro a Kundera) impara delle parole che con il tempo perdono il loro valore originario diventando sempre più vuote e prive di significato, se pensiamo, ad esempio, alla differenza tra bene e male, tra buoni e cattivi. 


Le 273 pagine di cui è composto il romanzo scorrono lievi alla prima lettura, ma poi diventa necessario ritornare a leggere soffermandonsi a pensare e, se un paragone deve essere fatto, è Svevo che ci viene in mente. 
Non c'è mai niente di scontato quando si affronta il rapporto dell'uomo con il potere e Kundera sa affrontare il tema in un crescendo di straordinaria efficacia comunicativa: ci si può arrabbiare e cercare di lottare, ma alla fine si viene piegati soprattutto quando si è soli. 
Resta alla fine della lettura una certa amarezza, ma anche la consapevolezza che possiamo attivare tutta una serie di meccanismi di difesa perchè forse il potere può controllare molte nostre azioni, ma non tutte.

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Published by Caiomario - in Libri
16 settembre 2012 7 16 /09 /settembre /2012 05:01

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Diceria dell'Untore - Gesualdo Bufalino

 

 

 

 

 

 

Diceria dell'untore

 

 

QUANDO LA MEDITAZIONE DIVENTA IMPOTENZA 


 In occasione di una visita presso un cimitero monumentale, siamo rimasti profondamente colpiti da quello che abbiamo visto lungo il percorso che è stato anche un percorso della memoria, l'atmosfera di putrescenza aumentava ogni qual volta ci soffermavamo sulle lapidi che risalivano ai primi anni dell'Ottocento, ci provocava un senso di disperazione notare che su quelle tombe non c'era un fiore e constatare che il marmo filato e ricoperto di muffe era dovuto ad un'incuria causata non solo dall'oltraggio del tempo trascorso, ma anche dal fatto che gli eredi si erano estinti e che non c'era più nessuno che potesse prendersi cura delle tristi urne. 
Ancora più desolante era la vista delle tombe di antiche famiglie, tombe completamente abbandonate e nella più assoluta desolazione, nomi antichi, cognomi ormai desueti nella comunità cittadina che rivelavano antiche commmistioni tra culture diverse che si erano radicate in quella città, il cimitero monumentale era quello di Bonaria, l'antico cimitero di Cagliari

È stato inevitabile collegare a quelle lugubri visioni il destino di ogni essere umano, condannato ad essere dimenticato nello spazio di un paio di generazioni e salvo eccezioni, questa memoria dimenticata non risparmia nessuno e nessuno riesce ad andare oltre alla terza generazione e così sarà fra due o tre generazioni quando il tempo annullerà il ricordo di chi scrive.

Il tempo è un'astrazione che l'uomo ha inventato per misurare gli accadimenti, la vita poi è piena di interrogativi che sfociano in diversi comportamenti tra cui quello di cercare di non pensare come se questo pretesto possa aiutare a non riflettere, ma l'illusione dura poco perchè la putrescenza a cui andiamo incontro inizia nel momento in cui nasciamo. 

DICERIA DELL'UNTORE, UNA PERLA NELLA NARRATIVA ITALIANA 

È noto che Gesualdo Bufalino ha pubblicato tardi (ad oltre sessant'anni d'età) il suo primo romanzo ma, quasi come se si fosse ristabilita sorta di giustizia, ha fatto in tempo a raggiungere quella notorietà che si meritava anche grazie alla coraggiosa ed accorta scelta dell'editore Sellerio che aveva visto bene quando nel 1981 decise di pubblicare questo bellissmo racconto che si discosta, per stile e per il tema trattato, da qualsiasi collocazione a questa o quella corrente letteraria. 
Il fatto che Bufalino non appartenesse a correnti letterarie che contavano, ha in parte ritardato il giusto riconoscimento ma Bufalino scriveva per passione ed era un intellettuale che conosceva bene la lingua italiana al punto che anche il lettore colto viene colpito dalla straordinaria ricchezza del suo scrivere. 

"Diceria dell'untore" è un racconto che esce fuori dallo schema delle narrazioni ordinarie, può essere definito un'opera filosofica dove i protagonisti nei loro dialoghi indulgono alla riflessione alta, a volte allucinata ma mai surreale;  Diceria dell'untore è una riflessione impotente sulla morte e l'orrore, un racconto sul dolore che accompagna ogni istante della vita dei protagonisti che vivono in un luogo simbolo: il sanatorio di Palermo; un luogo che ricorda il lazzaretto manzoniano e che come quello, è il luogo terminale di disperazione in cui ogni speranza sembra venir meno; quand'anche questa speranza venga a manifestarsi, è comunque un'illusione temporanea, un'anticamera della morte che appare beffarda anche per chi la vive. 
Una delle figure centrali del romanzo è Mariano Grifeo Cardona di Canicarao detto Don Magro, una specie di Dottor Morte che pratica l'eutanasia accompagnando i morituri nell'ultimo percorso della loro esistenza e non si comprende se questo suo agire sia quello di chi per pietà vuole alleviare le sofferenze o quello di chi, alleato della Signora, crede di facilitarne l'azione. 
Ma è anche Don Magro che chiede a Dio il perchè di questa sofferenza, esattamente come fece Giovanni Paolo II ad Auschwitz quando ebbe un moto di ribellione dinanzi a tanto dolore inspiegabile alla ragione umana. 

Dinanzi a una sofferenza senza fine, ad un orrore che è lugubre come i cadaveri in putrescenza, dinanzi ad un attendere la morte ed essere morti quando si è ancora vivi, può esistere la speranza? 
E' singolare la storia d'amore intrecciata dal protagonista e voce del racconto e la giovane Marta, la più "putrida" di tutte, una ragazza febbricitante che però sembra essere ancora attaccata alla vita al punto da scappare dal sanatorio per vivere un presente senza futuro. 
Perchè questo attaccarsi alla vita e questo illudersi di qualcosa che sarebbe stato destinato a finire di lì a poco? Forse non c'è risposta a questo interrogativo, ma se Marta ha il volto della morte anche in questa circostanza non si può non pensare che anche chi vive con la morte dietro l'angolo si attacca ad ogni istante della vita vivendolo come se fosse l'ultimo. 
Una storia d'amore che appare beffarda come beffardi appaiono gli spettacoli teatrali organizzati dal Magro per i malati e dove gli ammalati stessi sono attori, la scena  ricorda quelle orchestrine che venivano organizzate nei campi di concentramento e che accompagnavano in un lugubre percorso di morte gli internati che andavano a morire. 

Gesualdo Bufalino riesce a trasmettere emozione al lettore in questo stupendo romanzo ricorrendo ad uno stile letterario dove il lessico è ricco, il ricorso alla metafora frequente, la comparazione usata per ampliare un concetto è ben inserita in ogni pagina e dove l'aggettivazione non è mai fuori posto. 
Ogni capitolo dovrebbe essere seguito da una pausa di riflessione, annotando le frasi che spesso sono dei veri e propri aforismi che affascinano per la loro profondità e per la capacità di conquistare anche i lettori più critici e disincantati.

 

SCHEDA DEL LIBRO 


  • Titolo: Diceria dell'untore 
  • Autore: Gesualdo Bufalino 
  • Editore: Sellerio Editore Palermo
  • Anno di pubblicazione: 2009
  • Pagine: 224
  • Prezzo: 8 euro

 

Per maggiori informazioni si rimanda alla pagina dell'editore:

http://www.sellerio.it/it/catalogo/Diceria-Untore/Bufalino/1308

 

 

 

 Articolo dell'autore pubblicato alltrove in forma modificata.

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Published by Caiomario - in Libri
15 settembre 2012 6 15 /09 /settembre /2012 05:58

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 "Operazione Cicero" (titolo originale "Five Fingers") è un film del regista statunitense di origine polacca Joseph L. Mankiewicz, venne trasmesso nelle sale cinematografiche per la prima volta nel 1953, è ora disponibile anche in DVD. 

Il film in bianco e nero non è solo un film cult ma vanta anche un primato: è il primo in assoluto del genere spy-story, un genere che poi troverà sviluppo in tutta la fortunata serie di James Bond 
Ma mentre James Bond è un personaggio che nasce dalla fervida fantasia di Ian Fleming, Cicero era una famosissima spia realmente esistita, un personaggio in carne ed ossa che ebbe una vita avventurosa e rocambolesca. 
Proprio il fatto che il film uscì quando Cicero era ancora in vita, potrebbe fare pensare che molte delle vicende narrate siano realmente accadute, è probabile quindi che lo stesso Cicero abbia collaborato alla stesura del copione o per lo meno sia stato consultato per la ricostruzione delle vicende in esso narrate. 

Cicero era il nome in codice che l'ambasciatore tedesco Franz Von Papen diede alla spia di origine albanese Elyesa Bazna che lavorava come maggiordomo presso l'ambasciata inglese in Turchia
Storicamente bisogna ricordare che la Serbia e il Kossovo facevano parte dell'impero ottomano ed era quindi normalissimo che la Turchia fosse un coacervo di etnie provenienti dalle province più lontane e proprio ad Ankara, Elyesa Bazna si trasferì giovanissimo  dove inizò a lavorare nel mondo delle ambasciate ricopendo il ruolo di maggiordomo tuttofare che si occupava anche della sicurezza. 

Quando venne assunto dall'ambasciata inglese, Bazna ebbe l'idea di offrire una collaborazione (prezzolata) all'ambasciata tedesca ad Ankara per passare i documenti fotocopiati relativi alla corrispondenza tra Londra e l'ambasciata inglese ad Ankara. 
Iniziò così la carriera rocambolesca come spia di Bazna che sarà visto sempre (non a torto) con diffidenza dai tedeschi che avevano paura di essere truffati da questo ambiguo personaggio che collaborava solo per soldi; dopo alterne vicende in cui Bazna teme di essere stato scoperto dai servizi segreti inglesi, decide di ritirarsi a vita privata non prima di aver lui stesso subito una vera truffa da parte dei tedeschi: il pagamento in banconote false per i suoi servigi. 
Bazna morirà in miseria nel 1981 dopo che per sopravvivere aveva fatto il venditore di auto e il maestro privato di canto. 

Il personaggio di Elyesa Bazna nel film si chiama Ulisse Diello ed è interpretato dal bravissimo attore inglese James Mason (volto notissimo per un cinquantennio in numerosi film di successo). James Mason è credibile nel ruolo, si dimostra attore di gran classe facilitato anche da compagni di prima fila come Danielle Darrieux e Michael Rennie 

Il film è emozionante e avvincente,  la pellicola in bianco e nero poi valorizza e contribuisce ad evocare l'ambiente dell'epoca, ma come nei film di Hitchcock sono le musiche di sottofondo a creare l'atmosfera di attesa e di intrigo grazie alla composizioni di quello straordinario maestro che è stato Bernard Hermann, autore delle musiche di un altro bellissimo film di spie "Vertigo, intrigo internazionale" ma anche di tante altre pellicole di grande successo.

  

CURIOSITÀ

Il finale del film è grottesco: Diello (Bazna) viene arrestato perchè detentore di banconote false.  L'episodio della falsificazione delle banconote da parte dei servizi segreti tedeschi non è un invenzione cinematografica, i tedeschi erano degli straordinari falsari, vi erano delle sezioni della SD (servizi segreti del Reich) che stampavano migliaia di banconote false in tutte le valute, soprattutto dollari e sterline con le quali "inondavano" Stati Uniti e Inghilterra con l'intento di destabilizzarne l'economia. 

 

 

 

 

 



SCHEDA DEL FILM

  • Titolo: Operazione Cicero
  • Titolo originale: Five Fingers
  • Regista: Josepph Leo Mankiewicz
  • Data prima visione: 1953
  • Attori: James Mason, Danielle Darrieux, Mochael Rennie, Walter Hampden, Richard Loo.

 

SCHEDA DEL DVD

  • Numero di dischi: 1
  • Prodotto da Cecchi Gori Home Video
  • Anno di rilascio: 2006
  • Durata: 108 minuti

 

Per maggiori informazioni relativamente al prezzo e alle caratteristiche tecniche del DVD  si consiglia di visitare :

 

http://www.ibs.it/dvd-film/operazione-cicero/joseph-leo-mankiewicz/8009833287512_.html

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Published by Caiomario - in Z. Cinema
14 settembre 2012 5 14 /09 /settembre /2012 17:53

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Album di Caiomario

 

 

Nel corso di un'intervista tra il giudice Giovanni Falcone e il giornalista Marcelle Padovani e poi pubblicata nel libro "Cose di Cosa Nostra",(1) Falcone spiega in modo dettagliato quali sono le tecniche di omicidio preferite dai mafiosi.Le considerazioni di Falcone partono da un dato di fatto: l'analisi delle armi  da fuoco impiegate dall'organizzazione mafiosa, armi da fuoco che hanno rivelato molti aspetti del modus operandi di Cosa Nostra ma che sgombrano il campo anche da un equivoco: la convinzione che la mafia privilegi una tecnica rispetto ad un'altra. Falcone a tal proposito precisa: "(La mafia) non ha alcuna preferenza di tipo feticistico per una tecnica o per un'altra"(2) tuttavia il metodo migliore da sempre utilizzato da Cosa Nostra è la "lupara bianca" che consiste nella scomparsa della vittima senza lasciare tracce. Sono migliaia le persone vittime della mafia di cui non si sa più niente e a differenza di quanto si possa pensare, Cosa Nostra non ama gli spargimenti di sangue semplicemente per il fatto che non vuole stare al centro dell'attenzione con fatti clamorosi.

Nello specifico per eliminare una persona senza spargimento di sangue la tecnica preferita dai mafiosi è quella dello "strangolamento" quindi "Niente colpi di arma da fuoco, niente rumore. Nessuna ferita e quindi niente sangue"(3), il passo successivo è lo scioglimento del corpo della vittima in un bidone di acido che viene poi scaricato in un canale di scolo o in un pozzo.

Falcone spiega in cosa consiste il ragionamento dei mafiosi: se attirare una persona in un luogo appartato non è facile, una volta che questa ha accettato, è meglio evitare di attirare l'attenzione dei vicini con colpi di arma da fuoco.

Per uccidere un uomo con lo strangolamento ci vogliono circa 10 minuti ad averlo raccontato a Falcone è stato il pentito Francesco Marino Mannoia che con una punta di macabra civetteria definì gli strangolamenti "omicidi da professionisti".

 

 

NOTE

  1. Giovanni Falcone In collaborazione con Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Rcs Rizzoli Libri S.p.A., 1991.
  2. In op. cit. p.26
  3. Ibidem p.26
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Published by Caiomario - in Storia
13 settembre 2012 4 13 /09 /settembre /2012 18:23

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ANNA E' VIVA

Il 7 ottobre 2006 , a Mosca, all'interno dell'ascensore della sua abitazione veniva barbaramente uccisa, con un colpo di pistola alla testa, Anna Spepanovna Politkovskaja, giornalista del quotidiano russo Novaja Gazeta che si era distinta non solo per tutta una serie di articoli di denuncia sulla situazione in Cecenia, sulla violazione dei diritti umani e sulle condizioni terribili in cui versava ( e versa) la popolazione civile in Cecenia, ma anche per un intensa attività di volontariato a favore delle persone colpite dalla violenza di una guerra in cui le parti in causa si sono superate per le barbarie commersse.

Nelle sue inchieste che rimangono e pesano come pietre aveva denunciato non solo i crimini di guerra perpetrati dall'esercito regolare russo ma anche le torture che i governanti filorussi legati al Cremlino hanno deliberatamente perpetrato nei confronti di tutti gli oppositori politici.

Con il pretesto del terrorismo, è stata spazzata via un'intera intellighentia, utilizzando spesso l'arma della tortura e dell'occultamento dei cadaveri, laddove non arrivavano i sicari con eliminazioni plateali come quello della stessa Politkovskaja, si è utilizzato il metodo del rapimento a cui è seguita la sparizione dei corpi.


Probabilmente quello che ha segnato il punto di non ritorno, non è stato tanto il fatto di aver denunciato gli abusi commessi dai russi e dai filorussi, quanto il fatto che avesse intervistato direttamente dei militari russi che sono stati anche i testimoni oculari di quanto è accaduto.
Sono usciti fuori nomi e cognomi dei responsabili e da questi era estremamente facile vedere un coinvolgimento diretto del Cremlino.

Ai suoi funerali, nessun politico italiano di spicco ha ritenuto essere presente, nonostante Anna Politkovskaja si sia distinta come campionessa dei diritti civili, con l'esclusione del leader storico radicale Marco Pannella.

Oggi, è triste constatarlo, si fanno affari con Mosca, mentre è calato il silenzio non solo sulla Cecenia ma anche sull'assassino della Politkovskaya; nonostante siano stati chiaramente individuati i mandanti e i colpevoli, il processo non ha emesso una sentenza definitiva.

Questa è la democrazia nella Russia di oggi!

 

Anna è viva. Storia di Anna Politkovskaja una giornalista non rieducabile

 

 

Il libro

Si leggono in un baleno le 136 pagine di questo libro scritto da Andrea Riscassi  giornalista della Rai di Milano, autore di numerosissimi reportage sulla guerra nei Balcani e più volte inviato speciale nelle zone interessate ai conflitti in quel magma che è l'ex impero sovietico; con coraggio e determinazione Riscassi ha fatto un racconto obiettivo della vita della Politkvoskaja e di come lei considerasse e vivesse la professione di giornalista. Nel libro si trovano poi numerosi riferimenti agli scritti della giornalista russa di origine ucraina, scritti  connessi a tutta una serie di fatti e circostanze che hanno portato Anna Politvoskaja alla morte per essersi opposta al regime.

Considerazione finale

Si fa notare che Anna Politkvoskaja avrebbe potuto vivere una vita tranquilla, senza clamori, non mettendo a repentaglio la sua esistenza ma questo non era il suo modo di concepire il giornalismo, un giornalismo d'inchiesta, di denuncia, di testimonianza civile e non un giornalismo di pennivendoli sempre pronti a fare gli yesmen, purtroppo di questo tipo di giornalisti è pieno, ma di loro non rimarrà alcuna traccia negli anni che verranno.

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Fonte immagine:  http://www.flickr.com/photos/69405974@N04/6343055227 

Album di Das Blaue Sofa

 

SCHEDA DEL LIBRO

 

  • Autore:Andrea Riscassi
  • Titolo:  Anna è viva. Storia di Anna Politkvoskaja una giornalista non rieducabile
  • Editore: Edizioni Sonda
  • Pagine: 136
  • Anno di pubblicazione: 2009
  • Prezzo: Euro 9,80
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