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19 aprile 2012 4 19 /04 /aprile /2012 15:17

La storia di "Todo Modo", pubblicato per la prima volta nel 1974 dalla casa editrice Einaudi, si sviluppa all'interno dell'eremo di Zafer in Sicilia nel periodo degli anni Settanta.
E' un giallo senza conclusione che presenta una vicenda amara dai contenuti torbidi e ambigui in cui vengono messi a nudo gli interessi privati o pubblici, la vicenda sembra quella di un passato definitivamente finito e invece....

TRAMA E CONTENUTI DEL LIBRO


Il personaggio che racconta la storia, capita casualmente nell' eremo di Zafer, attratto da un segnale stradale, mentre sta facendo un giro in macchina e qui, con grande sopresa, scopre di essere entrato in contatto con un mondo completamente diverso da quello che sembrava essere da una prima impressione.
Il pittore scopre di essere capitato in un luogo che è al centro di uno scandalo per una speculazione urbanistica. in quanto si era deciso di costruire all'interno una struttura di lusso alberghiera.
Il pittore si rende presto conto che questo centro è frequentato da personaggi altolocati, del mondo della politica e della finanza che frequentano la struttura, con la motivazione apparente, di praticare degli esercizi spirituali.
In realtà all'interno dell'eremo-albergo questi personaggi si ritirano non solo per coltivare relazioni ed interessi d'affari tra di loro, ma anche per incontri d'amore, il luogo è infatti frequentato da giovani e belle donne.
Tutte queste tresche avvengono grazie all'accondiscendenza e alla copertura del direttore che è un sacerdote, Don Gaetano.
La situazione al'interno dell'eremo precipita improvvisamente a seguito della morte inaspettata dell'onorevole Michelozzi assassinato poco prima di assumere la direzione di un importante ente statale.
L'autorità di pubblica sicurezza, a questo punto, indaga mentre si affaccia un testimone l'avvocato Voltrano che misteriosamente viene assassinato subito dopo che si è ipotizzato che l'onorevole Michelozzi sarebbe stato al centro di finanziamenti illeciti.
Dopo questi due omicidi, accade un altro omicidio eccellente: viene ucciso il direttore dell'albergo, Don Gaetano.
Nonostante le indagini del commissario e del procuratore della Repubblica, il colpevole dei tre omicidi rimane sconosciuto. 



Il romanzo appartiene al periodo in cui Sciascia porta avanti un'analisi sulle situazione dell'Italia a lui contemporanea in cui gli argomenti di fondo riguardano le vicende politiche di quegli anni, presentate attraverso il pamphlet, per ricostruire fatti appartenenti alla cronaca politica o a fatti storici del passato.

Il titolo "Todo modo" deriva da una frase che Ignazio de Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù ( ordine dei Gesuiti), scrisse nell'opera "Esercizi Spirituali" e la scelta della frase riconduce immediatamente ad un mondo quello della Chiesa e dei personaggi politici del partito cattolico dominante, legati da un filo doppio in cui l'intreccio misterioso del potere rivela una dimensione inquietante e ambigua.
In questa sorta di apologo del potere, Sciascia utilizza il giallo, la struttura dell'inchiesta per lanciare un vero e proprio atto d'accusa contro la società a lui contemporanea dominata da una forte corruzione e nello stesso tempo avidamente corruttrice.
Il genere del giallo è solo un pretesto letterario per ricondurre il lettore alla sfera della coscienza individuale, della responsabilità del singolo che spesso è assalito dal dubbio, dalla perplessità ogni qual volta si presenta un aut-aut in cui bisogna ricostruire i propri punti di riferimento valoriali decidendo che cosa è il bene e che cosa è il male.
Ancora una volta Sciascia indaga sul concetto di giustizia, partendo dal fatto di cronaca per poter parlare delle trame di potere che rendono lo stesso sistema democratico disponibile, debole e nello stesso tempo fortemente condizionato.
Attuale più che mai il tema dell' estraneità della politica e del potere dalla vita dei cittadini, un tema che si mescola a quello del complotto, comune, tra l'altro, a molti sistemi democratici occidentali in cui il problema della trasparenza della democrazia è avvertito da quelle componenti della società civile ( spesso minoritarie) che credono nei valori della giustizia e nell'onestà.


todo-modo.jpg

Un altro bel libro di Sciascia, ancora oggi  molto attuale, in cui si affronta il problema della "certezza" della giustizia.

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Published by Caiomario - in Libri
17 aprile 2012 2 17 /04 /aprile /2012 04:40

Il partigiano Johnny è l'opera più importante e controversa del ciclo fenogliano dove protagonisti sono sempre degli eroi che vivono con passione la loro esistenza determinata e condizionata dagli eventi storici che fanno da sfondo ad ogni singola storia. 
La capacità di Fenoglio è stata quella di raccontare personaggi a volte indecifrabili ma veri, uomini che vissero il loro individualismo come scelta esistenziale portandola alle estreme conseguenze. 
La datazione de "Il partigiano Johnny" costituisce ancora oggi una questione irrisolta, secondo alcuni studiosi il romanzo sarebbe stato scritto nella seconda metà degli anni '40, secondo altri invece il romanzo sarebbe stato redatto nel biennio '56/'58. Per il lettore è una questione di poca importanza, ma per chi si occupa dello studio dell'intera opera fenogliana la questione assume una notevole rilevanza in quanto la prima redazione de "In partigiano Johnny" venne scritta in lingua inglese e da quella prima stesura venne poi estratto il materiale che andrà a costituire altri due grandi romanzi del ciclo fenogliano." Primavera di bellezza" e "Una questione privata". I termini della controversia sono quindi noti, ma a tutt'oggi non sono stati sciolti i dubbi legati alla questione della datazione. 


IL LINGUAGGIO UTILIZZATO DA FENOGLIO 

La maestria e la fervida inventiva nel saper creare "parole nuove" caratterizzano tutta l'opera, sin dalla parta iniziale del romanzo, il lettore si imbatterà nei famosi neologismi fenogliani che conferiscono vivacità all'intero romanzo. 
Esaminiamo alcuni periodi: 

  • "Come i fascisti continuavano ad inapparire", il termine "inapparire" viene usato al posto di "non apparire". 
  • "spinta su dalla vaporosa pianura dalla mano aselettiva", il secondo neologismo è presente nello stesso periodo, l'autore usa la parola "aselettiva" nel senso di "che non faceva una scelta" 


e ancora: 

  • asimpaminico nel senso di "non eccitato", il termine è formato da alfa privativa e dall'aggettivo "simpaminico" anche'esso un neologismo e derivante da simpamina, un derivato delle anfetamine che ha proprietà farmaceutiche eccitanti. 
  • sinalcolico senza alcool ossia astemio, il termine è un composto di sine (parola latina che significa "senza" e alcolico). 



Oltre all'utilizzo di numerosi neologismi, l'autore usa gli aggettivi in sequenza per spiegare e rafforzare un concetto, ecco un esempio: 

"......un puritano di inibizioni lucide e folli, atabagico, sinalcolico, asimpaminico". 

Altra caratteristica del linguaggio fenogliano è il ricorso ai termini dialettali e all'uso frequente di parole ed espressioni inglesi, come ad esempio: 


  • "trampling" nel senso che procedeva camminando con difficoltà; 
  • "went out again" che potremmo tradurre con l'espressione "che scomparvero nuovamente"; 
  • "raided" preferito alla parola italiana "attaccavano"; 
  • "hissing" per "fischio". 



COMMENTO AL LIBRO 

Del linguaggio usato ne "Il partigiano Johnny" colpisce il ricorso frequente alla descrizione impressionistica che fa dell'autore un impareggiabile narratore, Fenoglio sa raccontare i fatti conferendogli movimento e azione, immortalando ogni scena in una fotografia che fissa nel tempo le sequenze del racconto per cui il lettore è come se si trovasse a dover scorrere una pellicola che fotogramma dopo fotogramma lo fa partecipare agli eventi. Niente rimane sospeso a mezz'aria come ad esempio nella descrizione della battaglia in cui il partigiano Jonnhy partecipa alla sua prima battaglia (l'episodio è contenuto nel capitolo IX dell'opera). 
Possiamo definire l'episodio descritto un racconto della memoria crudo e tragico in cui Johnny dopo essere sfuggito alle retate dei militi della Repubblica Sociale decide di unirsi alle squadre "rosse" e darsi alla macchia. 
Quello di Johnny appare un destino fiero e tragico, lo stesso che ha accomunato tutti quegli uomini che decisero deliberatamente e per libera scelta di vivere quell'esperienza. Emerge dal racconto un impegno verso la propria vita che da individuale si fa collettiva, a tratti Jonnhy appare come un inguaribile visionario che porta dentro di sé le passione della sua scelta esistenziale; nel suo comportamento si ritrova non solo la complessità degli ideali vissuti con coerenza ma anche l'amicizia, l'amore. 
E' questo il punto che più ha creato polemiche della visione fenogliana della guerra partigiana, fino a che punto, infatti, le scelte di Johnny sono scelte che derivano da una fede politica o semplicemente da una scelta esistenziale? Il rifiuto di Johnny al fascismo non è sicuramente il risultato di una scelta ideologica nel senso di una conversione politica, l'ideologia occupa uno spazio limitato ed è comunque sempre molto approssimativa, potremo definirla "intuitiva" ma amore e morte non erano forse gli elementi costituivi di quell'epoca che rappresentò un momento cruciale per tutta la storia europea? 
Il vero protagonista del romanzo è la figura di Johnny ma sullo sfondo c'è la guerra di Resistenza che viene descritta per quello che fu veramente, un evento tragico che fagocitò tutto a partite dalle amicizie e dalle famiglie che spesso si trovarono divise su fronti contrapposti. 
Se l'opera di Fenoglio ha suscitato dibattiti infiniti questo è dovuto al fatto che la sua visione della Resistenza andava al di là dei miti ideologici del tempo, ma lo scrittore di Alba, più di ogni altro ha saputo descrivere con rara efficacia narrativa, una storia forte e violenta che forse non spiega ma racconta l'assurdo in cui si trovarono immersi molti giovani che vissero quei giorni. 

Beppe Fenoglio Il partigiano Johnny (1968)
Einaudi, 1994 - con un saggio di Dante Isella
Einaudi Tascabili, pp. 527
Euro 10,00

Il-partigiano-Johnny.jpg


 

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Published by Caiomario - in Libri
14 aprile 2012 6 14 /04 /aprile /2012 17:51

LA STRUTTURA DELL'OPERA 

Palomar è una delle ultime opere di Italo Calvino, pubblicata nel 1983, è un'opera complessa che potremo definire all'insegna del "Devo" e in cui la componente speculativa è il tratto distintivo di tutta la narrazione. 
Chi è il signor Palomar? E' lo stesso Calvino, la componente autobiografica di questo romanzo è evidente, è scritto in terza persona e l'anonimo narratore esterno è Calvino che racconta Calvino/Palomar. Ma Palomar è anche il nome di una famosa stazione di osservazione astronomica statunitense e il Signor Palomar è come l'osservatorio: guarda e contempla il mondo per cercare di capirlo. 

L'opera è articolata nelle seguenti tre parti: 

  • Le vacanze di Palomar; 
  • Palomar in città; 
  • I silenzi di Palomar. 


ogni parte a sua volta è divisa in nove brevi racconti e comprende in totale ventisette racconti. 

Calvino racconta Calvino e il lettore si immedesima in Calvino/Palomar, ecco il gioco straordinario di questa serie di racconti che è lo specchio perfetto dello spirito dell'uomo di ogni tempo che cerca di comprendere lo svolgimento degli avvenimenti e di capire la ragione che regola ed ordina il mondo. 



POSSIAMO CAPIRE IL MONDO IN BASE AGLI STRUMENTI CHE ABBIAMO 

Ogni volta che cerchiamo di comprendere un fatto o lo svolgersi degli eventi, noi possiamo dare una spiegazione di quel fatto, della società piuttosto che degli eventi naturali in base agli strumenti di conoscenza che abbiamo. 
Se i nostri strumenti metodologici sono rozzi e primitivi daremo una spiegazione degli eventi naturali semplice ricorrendo sempre a spiegazioni che chiamano in causa l'ordine soprannaturale, dice infatti Calvino che noi possiamo conoscere il mondo in base a "solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi". 
Si tratterà quindi di una spiegazione fallace che finisce per condizionare non solo la nostra esistenza ma anche quella di tutte le persone con cui entriamo in contatto e l'errore si ripeterebbe per generazioni in quanto l'uomo spiega in base alle sue conoscenze e a quelle che gli sono state trasmesse, da questo atteggiamento nasce il pregiudizio. 
Nessun uomo quindi può dare una spiegazione esaustiva del mondo davvero obiettiva perché i suoi strumenti di percezione gli impediscono di mettere a fuoco la complessità della realtà, allora qual'è la soluzione prospettata dal Signor Palomar/Calvino? L'annullamento più totale dell'io, solo annullando la visione soggettiva è possibile dare un ordine al cosmo. 
La soluzione prospettata da Calvino è una soluzione radicale, senza ritorno perché l'annullamento dell'io coincide con la morte, se l'uomo impara a pensare alla propria morte (ed è proprio quello che fa Palomar) annulla il proprio io. Si tratta non tanto della morte fisica, anche se nel romanzo Palomar muore pensando alla morte ma di predisporsi nei confronti del mondo mettendo da parte ogni tipo di schema ideologico e scientifico. 

LA CONTEMPLAZIONE DELLE STELLE 


Uno dei passi più belli del libro è quello in cui il signor Palomar si trova in un momento di meditazione in occasione di una "bella notte stellata" e dice "Devo andare a guardare le stelle" perché dice Devo? Perché il signor Palomar non ama gli sprechi e quindi ritiene che non sia giusto sprecare quell'occasione dato che gli viene messa a disposizione una grande quantità di stelle. 

Il procedimento spiegato da Calvino è allegorico, eccone le sequenze: 

  • La prima difficoltà è quella di trovare un posto da cui osservare le stelle; 
  •  La seconda condizione necessaria è quella di portarsi dietro una mappa astronomica; 
  •  La terza condizione è quella di avere una lampadina tascabile per vedere la mappa di notte; 


Dato che il signor Palomar è miope deve continuamente togliersi gli occhiali per aggiustare il cristallino e adattarlo alla visione notturna in modo di essere in grado di spostare gli occhi dalla mappa al cielo e viceversa. 

Dopo aver fatto queste operazioni preliminari, Palomar si rende conto che non solo non è in grado di stabilire con esattezza se la stella che sta osservando è quella riportata nella mappa, ma non è nenache in grado di stabilire le dimensioni e le distanze. 

Il processo descritto da Calvino è allegorico: l'uomo non riesce a pervenire alla conoscenza e comunque quand'anche dovesse arrivare a coglierne qualche aspetto, si tratta di una visione parziale e contraddittoria. 

HA SENSO CERCARE DI CAPIRE E CONTINUARE A INDAGARE? 

Chi cerca di capire il mondo rischia di passare per un demente ( è proprio questo il termine usato da Calvino) ed è esattamente quello che accade a Palomar attorno al quale si accalca una piccola folla di persone incuriosita dal suo strano comportamento cercando di capire perché il Signor Palomar se ne sta su di una sdraio "contorcendosi verso sud o verso nord, ogni tanto accendendo la lampadina e avvicinandosi al naso le carte che tiene dispiegate sui ginocchi". 
Da quanto si evince dal testo e in particolare dall'episodio della contemplazione delle stelle la conoscenza è condizionata da tutta una serie di variabili che costituiscono un ostacolo insormontabile, ma davanti all'inconoscibile -ecco il messaggio di Calvino- dobbiamo continuare con ostinazione a cercare di capire liberandoci da tutti i pregiudizi.
La conclusione del romanzo è amara: Palomar si rende conto che non solo vive in completo isolamento ma che la società gli è ostile ed indifferente ritenendolo una persona strana e "demente". 



Il modo migliore per comprendere i temi affrontati da Calvino è quello di leggere interamente il libro, probabilmente - a parere di chi scrive- è l'opera più matura e complessa della sua intera produzione letteraria ed è quella che pone l'interrogativo che ancora oggi non sembra trovare una soluzione: qual'è il ruolo dell'intellettuale nella società? E' la domanda di sempre che ne precede la sconfitta, ma che non può condizionare la voglia di capire e di conoscere anche rischiando di passare per un demente.

 Palomar.jpg       

 

Bisogna sempre cercare di capire, nonostante tutto


 



 

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12 aprile 2012 4 12 /04 /aprile /2012 06:40

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ROMA 1943 

In molti dei romanzi di Beppe Fenoglio c'è un filo conduttore che li lega tutti: l'ambientazione. 
Tutte le storie narrate dallo scrittore di Alba hanno come scenario il paesaggio langarolo al punto che tale specificità geografica consente di poter avere un'idea ben chiara di quello che doveva essere il clima culturale e le relazioni sociali esistenti ( come ne "La malora") in quella parte della provincia di Cuneo e a differenza di Pavese, Fenoglio parlava delle Langhe non per crearne uno spazio metastorico ma perchè lì era nato, cresciuto e aveva fatto il partigiano (badogliano). 

Nel romanzo "Primavera di bellezza" lo scenario è quello di Roma a partire dalla caduta del fascismo e Fenoglio si trovava nella Capitale già provata duramente dai bombardamenti americani. 
Dal momento in cui erano cominciati i combattimenti in Sicilia, Roma era diventata il primo obiettivo perchè dagli scali ferroviari del Littorio e di San Lorenzo passavano gran parte dei rifornimenti di armi e di supporti destinati alle truppe che combattevano al Sud. 
Il bombardamento di San Lorenzo avvenne il 19 luglio 1943, piovve fuoco dal cielo, per quanto l'azione fosse centrata su obiettivi strategici, vennero duramente colpiti i popolosi quartieri corcostanti. 
Il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo mette in minoranza Mussolini, il fascismo regime cade per mano stessa dei fascisti , nel luglio del 1943, Roma è una città incredibile, preoccupata e nello stesso tempo allegra, nonostante le difficoltà dovute alle incertezze la vita sembra continuare. 
Impera il mercato nero, i salari sono rimasti fermi ai valori del 1939 mentre i prezzi al dettaglio della (poca) merce disponibile sono saliti dell'ottanta per cento. 
La rete idrica è fortemente danneggiata e quella elettrica a causa dei bombardamenti risulta talmente compromessa che interi quartieri ne risultano privi, la primavera di bellezza è finita è incominciata un'estate calda che da lì a poco porterà il governo Badoglio a dichiarare Roma città aperta. 

**Fenoglio appena ventunenne è a Roma dove frequenta un corso per allievi ufficiali e si trova coinvolto in questo clima surreale in cui non esisteva più alcun punto di riferimento nè politico, nè amministrativo; di colpo nessuno fu più fascista, da servire un padrone molti passarono a servirne un altro, consoli della milizia, fervidi e convinti fascisti si misero al servizio dei nuovi governanti e avvenne quello che Fenoglio, descrive molto bene, una dolorosa crisi di coscienza di alcuni ed è su quell'alcuni che bisognerebbe ragionare perchè spesso le conversioni furono frettolose e improvvise, proseguendo (o dando inizio) a quell'abitudine tutta italiana del voltagabbana dell'ultima ora. 

Crisi o non crisi di coscienza molti passarono dalla parte del re e di Badoglio e quando questi a loro volta finirono fuori dalla scena diventarono democristiani, comunisti e soprattutto antifascisti. 
Fenoglio parla di questo clima di incertezza vivendolo nella strada, da osservatore, solo dopo si è venuto a sapere a quale bassezza giunsero persino alcuni fedelissimi, basti pensare che Achille Starace quello che inventò il famoso "Saluto al Duce" proclamò che era contrario a Mussolini da molto tempo e come lui...fecero molti altri. 

**Non è un caso che il libro nella sua prima edizione è stato pubblicato in lingua inglese perchè pone un problema di forte lacerazione individuale collocato entro fatti di grande rilevanza dove spesso il singolo si trovava completamente avvolto suo malgrado, questa lacerazione individuale è probabilmente alla base di quella scarsa coscienza collettiva che caratterizza la cultura italiana che non ha mai sciolto il problema dell'identità nazionale che non è certo quella delle bandiere appese alle ringhiere dei balconi quando gioca la nazionale di calcio. 
Fenoglio si pose questo problema e non dal punto di vista di una logica teorica ma descrivendolo in tutte le sfaccetature, la descrizione della quotidianità che va avanti, nonostante tutto, risponde a questa problematica che Fenoglio visse personalmente con la scelta strema che verrà poi rappresentata ne "Il partigiano Johnny"
Il lettore che volesse avere dei collegamenti tra le diverse opere di Fenoglio dovrebbe effetturare dei flash back tra un'opera ed un altra e l'interpretazione del partigiano Johnny è in stretta relazione con la lettura di "Primavera di bellezza" in cui Johnny muore come muore Milton in "Una questione privata". 

L'ottimimismo di andare avanti, nonostante tutto, che sembra dare luce e speranza al lettore ma anche a chi si accinge a dare una logica dell'illogicità di quegli avvenimenti drammatici, alla fine si stempera nella morte del protagonista come se questa morte possa fungere da catarsi riparatrice per tutti gli eventuali torti futuri; non si spiegherebbe il motivo di questa pessimismo che caratterizza tutte le opere di Fenoglio, compresa la parte finale di "Primavera di bellezza" se non spiegando in questa direzione l'intreccio delle tematiche di carattere esistenziale con quelle dell'identità nazionale che per Fenoglio nasce nell'ambito delle vicende resistenziali. 
Su questo punto dissentiamo non per motivi ideologici ma perchè in Fenoglio sembra esserci una forte suggestione di un'impostazione che non è azzardato definire del progresso hegeliano per cui tutto il reale è razionale e ha una spiegazione come sembra averlo quello della Resistenza quale passaggio obbligato delle vicende della storia non di una nazione ma di quelle più personali o di un'umanità segnata dalla povertà e dallo sfruttamento che per potersi rigenerare ha bisogno di passare attraverso una prova tragica. 

E tragica fu anche la scelta di Fenoglio in quell'estate del '43 che poco più che ventenne, vide cadere uno dei miti con cui erano cresciuti molti adolescenti suoi coetanei, quello della vita militare di cui descrive l'inutilità e le pratiche ottuse e con cui sono spiegabili non poche vicende dovute non solo alla scarsità dei mezzi ma anche ad una mentalità contrassegnata dall'improvvisazione. 
Le vicende dell'8 settembre hanno caratterizzato non solo la liquefazione definitiva di ogni certezza ma probabilmente sono destinate a ripetersi ogni qual volta,alla fine di un ciclo, appare l'inadeguatezza di valori convissuti e condivisi e di cui, in parte, Fenoglio, fu profeta. 

Il suggerimento per chi si volesse accostare al libro è di fare una lettura ragionata attuando gli opportuni collegamenti con il "Partigiano Johnny". 

***Segnalo anche il seguente saggio critico che è propedeutico alla lettura delle opere di Fenoglio: 

05_primaverabellezza.jpg

Conclusione: A volte la tragedia diventa farsa..soprattutto nelle vicende storiche


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Published by Caiomario - in Libri
12 aprile 2012 4 12 /04 /aprile /2012 05:46

IL NEOREALISMO DI FENOGLIO 

La letteratura neorealista ci offre una galleria di eroi positivi e Fenoglio può essere considerato non solo il migliore narratore della Resistenza ma anche colui più aderente alla rappresentazione di una positività dei personaggi che animano i suoi romanzi, personaggi che anche quando muoiono non lo fanno mai in nome di un'ideologia politica ma sempre per difendere una dignità dell'esistere che può comportare anche scelte radicali. 
Fenoglio è noto soprattutto per la cosiddetta letteratura sulla Resistenza che non rappresenta mai come una celebrazione della stessa ma che interpreta come una ricerca vissuta, come un' epica esistenziale coerente ad un impegno che in primis è impegno verso la vita e che legge come una prova che fatalisticamente misura la dignità umana, la sua vitalità e la capacità di riscattarsi. 

Dal punto di vista interpretativo e filologico possiamo quindi distinguere due periodi della produzione narrativa di Fenoglio, quello dei suoi primi libri come "I ventitrè giorni della città di Alba" (1952) e "La malora" (1954) caratterizzata da una visione neorealista fortemente ancorata a soluzione narrative di derivazione verghiana e quella di maggior spessore narrativo rappresentata dall'incompiuto "Il partigiano Johnny" e da "Una questione privata". 
E' del primo periodo che per maggior comodità espositiva possiamo definire neorealista il libro intitolato "La malora", un romanzo breve in cui è del tutto evidente una corrispondenza con le tematiche del verismo italiano e in particolare con Verga al punto che diventa difficile distinguere le condizioni di vita del contadino langarolo da quello siciliano. 
La tipicizzazione geografica (Langhe ed Acitrezza) si annulla completamente davanti ad una disumnizzazione della vita e dei rapporti sociali che è simile, perchè spesso erano identici i modi di produzione di un'Italia prevalentemente caratterizzata da un'economia agricola inquadrata secondo le regole della mezzadria. 
Non c'è quindi da stupirsi che nelle Langhe si vivesse come ad Acitrezza: l'arretratezza culturale era una conseguenza di una situazione di precarietà ma era anche una scelta esistenziale in cui l'unica cosa che contava era la legge dell'interesse economico. 
La terra, il campo coltivato, le braccia, il raccolto erano i pensieri che assillavano il contadino che viveva una situazione di totale subalternità culturale e in cui la figura del capoclan era la figura del maschio dominante. E' interessante vedere che questo mondo contadino dominato da violenza e soprusi sia ben lontano dall'incosistente idea di chi pensa ad esso come a un mondo ideale animato da una bucolica felicità, niente di tutto questo in realtà ha animato un mondo economico in cui i valori erano esclusivamnete quelli della sopravvivenza e della durezza, una durezza spietata che sarà poi trasferita negli ambienti urbani a partire dai primi del Novecento quando iniziò il lento ed inesorabile spopolamento delle campagne. 

Il romanzo di Fenoglio non è comunque solo una fotografia di quel mondo contadino e sarebbe riduttivo inquadrarlo entro i canoni interpretativi di quel verismo minore impregnato di dialettalismi e di un limitativo provicialismo che depotenzia persino il valore dei modi espressivi ma è in tutto e per tutto ascrivibile all'idea di fondo che animerà anche i successivi romanzi, sempre finalizzati alla ricerca di una verità esistenziale che non può prescindere dalla vita scandita da prove terribili che mettono in discussione la dignità umana. 
Se la regola dell'interesse e la spietatezza governano il mondo rurale, i personaggi che lo animano sono altrettanto spietati e duri ma non esiste un intento dissacratorio da parte di Fenoglio come è del tutto assente qualsiasi finalità che voglia idealizzare il mondo contadino. 
Quelli descritti da Fenoglio sono personaggi autentici nel senso che autentici sono i sentimenti che li animano e la loro spietatezza non fa che accentuare il distacco da parte del lettore che vede quel mondo come qualcosa di ben lontano da ogni mitizzazione che per esempio ritroviamo in un altro grande piemontese, Cesare Pavese che, al contrario, vedeva la campagna dall'esterno, dal punto di vista del'uomo di città che voleva recuperare il senso dell'esistenza. 
Pavese era dominato dal vagheggiamento della campagna come mondo autentico e lo contrapponeva alla città, Fenoglio racconta autenticamente il mondo rurale dall'interno senza contrapporgli niente, quello di Pavese è il mondo del mito, quello di Fenoglio è il mondo visto così come è, ma esiste un filo comune che possiamo individuare nella convinzione di entrambi di un destino ineluttabile governato da forze primitive, da pulsioni ineluttabili che appaiono quasi come una maledizione e a cui è impossibile sottrarsi. 

**Il mondo rurale descritto ne "La malora" sembra calato nella astoricità, l'assenza di riferimenti cronologici ci rivela un mondo rurale immobile sempre eguale a se stesso, scandito solo dai ritmi di modi di produzione condizionati dai ritmi del succedersi della stagione, un mondo sospeso dove la sopravvicenza è l'unico motore delle relazioni sociali pagata al prezzo di una fatica disumanizzante che non lascia alternative. 
Non bisogna dimenticare che tutta l'economia rurale della mezzadria era non solo caratterizzata dal fatto che una parte consistente del raccolto doveva essere consegnata al proprietario del fondo ma anche dal fatto che gli scambi erano merce con merce, il baratto infatti era la forma di scambio di quelle società che non conoscevano l'uso del denaro e almeno fino alla prima metà degli anni Cinquanta questa forma era esattamente quella che si praticava da secoli. 

E' quindi quello de "La malora" un mondo immobile e sospeso perchè immobile era l'economia, un'economia arretrata solo in parte sfiorata dai grandi eventi storici e così immobili appaiono i personaggi che sono i protagonisiti del romanzo che sembrano non poter sfuggire al loro destino, anzi il destino viene accettato e in un certo qual modo perpetuato sino alle streme conseguenze. 
Da questo punto di vista Fenoglio riesce perfettamente a calarsi nella mentalità di quell'ambiente e la voce narrante del libro è quella di Agostino Braida, una voce tutta interna e affatto critica. 

Tuttavia non è che Fenoglio voglia semplicemente presentare una situazione di fatto che non lascia scampo e che è da accettare ineluttabilmente, la voglia di alternativa è presente ed è affidata alla figura di Mario Bernasca, un giovane che va a servizio dei Braida che si trasformano a loro volta in sfruttatori di altri sfruttati ed è a lui che Fenoglio affida il ruolo di essere la coscienza critica, il grillo parlante che suggerisce di trovare lavori meno faticosi come quello del mietitore stagionale o di andare a lavorare in città ad Alba. 
Interessante è anche la figura del padre di Agostino, una figura che ha molte analogie con quella del padre descritta da Gavino Ledda nel suo "Padre padrone" ma mentre lo scrittore sardo nel suo racconto autobiografico, narra della sua fuga dal padre, Agostino Braida che subisce le angherie del padre tiranno, alla sua morte finisce con prenderne il posto emulandone addirittura i comportamenti ee eliminando qualsiasi possibilità di mutamento della situazione che continua a rimanere eguale a se stesso. 
Eppure in questa scelta di Agostino sembra che Fenoglio abbracci l'idea di Pavese che nei suoi romanzi porta avanti il progetto esistenziale di un ritorno all'indietro verso le proprie origini e in questo senso le due operazioni sono perfettamente coincidenti in quanto le Langhe cessano di essere un luogo geografico e diventano un luogo metastorico, isolato dai grandi cambiamenti nonostante violenza e sangue dominino. 

***La figura di Agostino Braida è quella non solo di chi accetta quel mondo ma lo perpetua, è lo stessa condizione della donna che accetta la sua subalternità e la giustifica dicendo semplicemente che è così e che non fa nulla per cambiare perchè non vuole cambiare, è un'accettazione che non serba rancore, che non fa mai allusioni, mai osservazioni su qualche cosa che ritiene ingiusto, il chinarsi sulla terra e ammazzarsi di lavoro è l'unica possibilità per sfuggire al morire di fame, eppure il confine tra le due condizioni è talmente sottile che il baratro è sempre dietro l'angolo per cui ogni atto, ogni gesto è indirizzato a preservare quel poco che si riesce a ricavare dall'esser chini sulla terra ammazzondosi di lavoro come una bestia. 

Nonostante all'interno di questa comunità la violenza regoli i rapporti, la logica della sopravvivenza porta questi vinti a preservare all'interno del nucleo familiare un residuo di affetti che non può essere intaccato e che fa trasparire una luce in un'umanità lacerata ed abbruttita, è poco ma almeno non alimenta illusioni che purtroppo i miti ideologici spesso alimentano. 

Beppe Fenoglio, La malora, Einaudi, Torino, 2005, p.90 
lA-MALORA.jpg
Prezzo euro 8,00 


Quando il tempo per lavorare toglie quello per pensare.......


 

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Published by Caiomario - in Libri
9 aprile 2012 1 09 /04 /aprile /2012 18:27

COME CAMBIA NEL MONDO DEL LAVORO IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE 

Viviamo giorni molto particolari in questa nostra era definita "postmoderna" in cui il tema del lavoro sta diventando un argomento così lacerante al punto da provocare disperazione e rabbia che sta inducendo molte persone a commettere gesti estremi e plateali; dal mese di febbraio del 2010 si sono suicidate 60 persone, molte di loro hanno deciso di farla finita per sempre perché non vedevano una via d'uscita alla propria situazione personale. Le storie individuali stanno diventando un fenomeno collettivo e, purtroppo, preannunciano una stagione in cui, oltre a dover constatare la distruzione di ogni forma di coesione sociale, potrebbero esserci degli esiti drammatici a livello politico. E' in gioco la tenuta democratica di un paese, non è una questione irrilevante e investe la vita di ogni cittadino. 
Le parole sembrano aver perso il loro significato originario e la confusione si aggiunge alla confusione, si parla, ad esempio, di "riforma del mercato del lavoro" mentre sarebbe più appropriato parlare di "riforma del rapporto di lavoro nel settore privato", questo probabilmente avrebbe fatto Adriano Olivetti, una figura unica nella storia industriale italiana, l'unico imprenditore davvero democratico e innovativo che seppe coniugare impegno intellettuale, etica e cultura industriale in un periodo come quello degli anni '50 e '60 in cui i rapporti di lavoro si caratterizzavano per una forte compressione dei diritti dei lavoratori. 
Se oggi molti equivoci avvengono nel mondo lavoro lo si deve anche al fatto che mancano tra gli intellettuali personalità di di primo piano che sappiano contrastare l'operazione raffinata di volere trasformare il significato delle parole, un'operazione che nasconde in realtà l'obiettivo di cambiare i rapporti sociali e di mandare definitivamente alla rottamazione decenni di conquiste per quanto concerne i rapporti di lavoro. 
Quando la letteratura si interessa di lavoro diventa più difficile condurre in porto certe operazioni e, a riguardo, non si può non pensare a PAOLO VOLPONI, uno dei narratori più complessi della letteratura italiana, ma anche una delle figure più anomale che ha avuto una lunga esperienza lavorativa nel settore industriale di cui conosceva i meccanismi e le problematiche. 


PAOLO VOLPONI L'IMPEGNO INTELLETTUALE E POLITICO 

Ho citato Adriano Olivetti e proprio con Olivetti, Paolo Volponi collaborò nell'azienda di Ivrea per poi passare alla Fiat come responsabile dei rapporti tra fabbrica e città, posizione questa che occupò per brevissimo tempo dopo l'adesione al Pci. Sono passati 40 anni e sono passate almeno due generazioni ai vertici dell'azienda torinese, ieri si allontanava Paolo Volponi, oggi non fa rientrare in fabbrica gli operai iscritti alla Fiom. 
Volponi era un intellettuale che non ha mai rifiutato la realtà industriale, da quel mondo proveniva e in quella realtà occupò posizioni di rilievo, ma proprio perché ne conosceva a fondo le dinamiche si impegnò per tutta la vita per una autentica riforma dei rapporti di lavoro individuando nell'industria un'importante realtà che aveva il dovere di non essere solo al servizio dell'interesse privato. Era un riformatore che aveva intuito prima degli altri che l'industria, se viene lasciata libera di scorrazzare, non si interesserà mai del bene comune e penserà solo al proprio profitto. 

MEMORIALE 

 "Memoriale" è un romanzo che venne pubblicato per la prima volta in Italia nel 1962 ed è un'opera che si inserisce nel dibattito tra letteratura ed industria di cui Volponi fu uno dei maggiori attori. Si tratta di una narrazione in cui è molto forte l'impostazione sociologica e che potrebbe essere inquadrata nell'ambito del genere saggistico che si è occupato della realtà moderna della fabbrica. 
Protagonista del racconto è una singolare figura di contadino marchigiano, tale Albino Saluggia, che diventa operaio e che deve fronteggiare una realtà diversa da quella della campagna in cui era cresciuto. 
Volponi nel romanzo descrive, ad esempio, la situazione del lavoro in fabbrica passando attraverso l'esperienza di Saluggia che vuole passare di qualifica per cambiare reparto. Ma nella mente di Saluggia incomincia a serpeggiare il rifiuto del lavoro in fabbrica e gli stessi pezzi che doveva lavorare diventano un incubo che gli creano uno stato di ansia; ecco come si esprime: 
"Così tutto diventava più pesante e anche la macchina era un peso che dovevo portare. I pezzi da fresare poi, tutt'insieme nella cassetta, davano subito un senso di spavento e dopo di fastidio. Quanti erano: ognuno uguale all'altro, irriconoscibili; quale sarebbe stato il primo e quale l'ultimo perché? Quante volte avrei dovuto fare avanti ed indietro, innestarli, avviare il motore, chinarmi, soffiare, rimetterli a posto?". 
Quelle di Saluggia sono le domande che si fanno molti operai che vanno avanti per tutta la giornata tra pezzi da fare e catena di montaggio; Volponi pone quindi il problema del lavoro che sfugge al controllo dell'uomo, il lavoro non diventa più un mezzo di realizzazione ma serve solo per avere una paga. 
La descrizione dei gesti, delle smorfie, delle labbra strette, dei muscoli tirati è l'esatta fotografia dei comportamenti che assume l'operaio che lavora in una fabbrica in cui egli stesso diventa un pezzo della fabbrica mentre i suoi pensieri ossessivi corrono nella sua testa minuto dopo minuto in un circolo vizioso che si ripete sempre eguale a se stesso ad ogni turno lavorativo. 

IL PUNTO DI VISTA 

Il punto di vista del lettore può essere diverso da quello dell'operaio paranoico che ha nella sua testa dei pensieri sempre più ossessivi, ma bisogna immedesimarsi nelle problematiche del lavoro in fabbrica dove la percezione del tempo è diversa da quella che si avverte fuori, nella vita di tutti i giorni. Ma questa percezione del tempo per l'operaio si dilata anche fuori della fabbrica: prima del turno di lavoro, quando incontra i compagni, quando pende il treno o l'auto e quando si ferma a prendere un caffè parlando sempre delle stesse cose fino al momento in cui si mette la tuta di lavoro nello spogliatoio davanti ad un armadietto in cui ripone le stesse cose, tutti i giorni..... per anni. 


Mi piacerebbe che chi parla di flessibilità, di abolizione delle pause, di straordinario comandato, di abolizione dei contratti nazionali, di produzione leggesse "Memoriale" di Paolo Volponi, forse capirebbe che cosa vuole dire lavorare dal punto di vista dell'operaio. Ma cosa c'entra allora la letteratura con l'industria? Ecco cosa disse Volponi quando incontrò nel 1990 gli studenti della "Pantera": "Cosa c'entra la letteratura con questo? C'entra secondo me moltissimo, perché se uno crede che la letteratura sia un'attività politica, cioè di intervento, di modificazione della realtà, di progetto, di ricerca, d'ampliamento dell'area culturale in termini linguistici e in termini anche psicologici, allora si capisce come la letteratura vada messa a confronto anche con l'industria e con i problemi dell'industria". 

Parole che dovrebbero fare riflettere anche chi si occupa di organizzazione dell'attività lavorativa in fabbrica, se non c'è soddisfazione quando si lavora non ci può essere una società serena e pacificata, ma solo laceranti conflitti. E' bene ricordarlo.

Storie di fabbrica, storie di operai.....

 

Opinione di mia proprietà, già pubblicata altrove Memoriale-copia-1.jpg


 

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Published by Caiomario - in Libri
6 aprile 2012 5 06 /04 /aprile /2012 17:28

CARLO CASSOLA E IL CANE 

Lo scrittore romano Carlo Cassola aveva un rapporto molto particolare con il cane al punto da dedicargli ben due libri "L'uomo e il cane" e "Il superstite" che probabilmente è uno dei suoi migliori romanzi. Chissà perché ne "Il superstite" ha scelto proprio un cane per dargli il ruolo dell'unico sopravvissuto dopo un disastro nucleare che ha provocato la morte di tutti gli animali e di tutti gli uomini. Lucky -questo è il nome del cane- è come l'uomo (almeno così lo rappresenta Cassola) stupido ma buono, non si rende conto di quello che sta accadendo intorno a lui ma constata la solitudine e cerca di prendere il posto del padrone. 
In definitiva il cane de "Il superstite" è rappresentativo dell'intera umanità e Cassola racconta una favola morale dove lo sfondo è la Toscana come lo è anche nell'altro racconto dove è protagonista un altro cane, Jack con una differenza: mentre Lucky alla fine si misura solo con se stesso, Jack invece è una vittima degli uomini che deve fuggire dalla loro crudeltà ma che alla fine ritorna agli uomini. 

Cassola scriveva: "Si crede che gli animali non mettano volontariamente fine alla propria vita. E' falso. Naturalmente essi non sono in grado di suicidarsi con gli stessi mezzi dell'uomo. Proprio i cani sono i più pronti al suicidio, appena viene meno la ragione per cui vivevano. Non potendosi uccidere tutto d'un colpo, si lasciano morire. Rifiutano il cibo e l'acqua e così muoiono. Quanti cani si son lasciati morire perché il padrone li aveva preceduti nella tomba!

Ma la fedeltà del cane come viene utilizzata dall'uomo? L'uomo fondamentalmente disprezza la fedeltà canina, la ritiene degradante e proprio per questo -secondo Cassola- fa prendere in odio i cani. 

LA FEDELTA' CANINA DI JACK - GLI ANIMALI UTILI, INUTILI E NOCIVI 

Non si capisce il motivo per cui Jack viene maltrattato se non si comprende la logica dei contadini che vivevano solo per la sopravvivenza (non sto giustificando ma spiegando perché accade); in un'economia rurale in cui uomini e animali convivono da sempre, vi sono due tipi di animali: quelli utili e quelli inutili. Tra i primi rientrano tutti gli animali da cortile che servono per sfamarsi: galline, anatre, polli, maiali, piccioni, conigli, ecc, tra i secondi vi sono i cani, i gatti, i topi; poi vi è un terzo gruppo di animali, quelli nocivi che vanno uccisi perché creano danni come le donnole, le volpi, i cinghiali, le faine, ecc. 
Quando i cani e i gatti diventano utili? I cani lo diventano quando difendono la proprietà e i gatti quando danno la caccia ai topi, negli altri casi sono inutili (per il contadino). Per il pastore è la stessa cosa solo che i due cani (quello bianco grande e quello piccolo nero) sono necessari per il gregge, mentre i gatti sono del tutto inutili, non servono alla sua economia. 

Anche Jack si trova nella situazione descritta, il suo padrone lo tollera, lo tiene presso la sua abitazione ma non è essenziale per l'economia della sua famiglia, anzi rappresenta un costo di cui farebbe a meno perché l'unica vera ricchezza sono i suoi muli che gli servono per trasportate le cose. Alvaro non è deprecabile in quanto detesta il cane, è egli stesso vittima ma della miseria che lo porta a scaricare sulla famiglia tutte le su frustrazioni. 

Si vede però da che parte pende la simpatia dell'autore: Jack. Il cane non chiede niente, sta vicino alla famiglia di Alvaro per abitudine e accetta persino di essere maltrattato fino a quando Alvaro non decide di abbandonarlo per liberarsene definitivamente. A questo punto Alvaro esce di scena, ma Jack troverà sul suo cammino tanti altri Alvaro. Attratto dall'uomo, Jack lo cerca fino a quando non trova un altro padrone che gli dà da mangiare e nello stesso tempo lo picchia e lo tiene legato. 

Perché? E' un perché che possiamo farci ogni volta che vediamo un cane che accetta di essere maltrattato e qui ritorna la questione della fedeltà canina, la stessa che spinse Argo ad aspettare Ulisse per 20 anni prima di morire. Ma Jack non è rappresentativo di tutti i cani, ma solo di alcuni cani, perché il cane è il diretto discendente del lupo e sa adattarsi perfettamente alla vita all'aria aperta in cui vive in branco esattamente come i lupi e gli altri canidi, proprio perché è dotato di una grande capacità di adattamento all'ambiente. Sull'affezione dei cani nei confronti dell'uomo sono stati scritti fiumi di parole, anche molte retoriche, così come sulla violenza dell'uomo sul cane. 

***** Cassola però parte da una prospettiva diversa e arriva ad una conclusione che è la stessa de "Il superstite": l'uomo è fondamentalmente uno stupido e lo è più del cane perché mentre il cane è il migliore amico dell'uomo, l'uomo non è il migliore amico del cane. 
La violenza, poi, dell'uomo sull'uomo è un altro sintomo della sua stupidità perché invece di unirsi agli altri li combatte finendo coll'essere sempre più debole ed isolato. 

Concludo con questa bellissima frase di Cassola scritta ne "Il superstite": 

"Ciò che è importante per gli uomini, di solito non è importante per i cani. I cani non danno importanza a dove si trovano; già, non se ne fanno nemmeno un'idea, abituati come sono a camminare col muso in terra". 

E' un bel libro, leggetelo...

Conclusione: ...il cane è il migliore amico dell'uomo, ma l'uomo non è il migliore amico del cane.

 

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30 marzo 2012 5 30 /03 /marzo /2012 09:14

 

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UN LIBRO POSTUMO 

Dopo la morte di Italo Calvino avvenuta nel 1986 sono stati pubblicati numerosi libri postumi, a quanto pare Calvino è un autore evergreen soprattutto per quanto concerne i diritti di autore,  le sue opere sono come il pozzo di San Patrizio, continuano a dare una rendita permenanente che sembra non avere mai fine; sorge  quindi spontanea la domanda se gli inediti sono tali perchè l'autore non ha fatto in tempo a pubblicarli o perchè non ha voluto darli alle stampe. Si tratta quindi di distinguere il valore letterario delle singole opere e dei criteri che hanno indotto Calvino ad accantonarli in un cassetto, una questione non da poco anche sul piano filologico che non è stata ancora affrontata e che difficilmente sarà approfondita fino a quando le sue opere saranno una fonte di guadagno "sicura" per gli editori. 

"Prima che tu dica "Pronto" è una raccolta di scritti che copre un arco di tempo di circa unquarantennio, in realtà è difficile sapere quale criterio sia stato seguito in questa raccolta nè viene spiegato, crediamo infatti che questa sia una grave lacuna dal punto di vista della storia del testo, una parte mancante a cui probabilmente i curatori avrebbero dovuto pensare, infatti a differenza di un romanzo o di un saggio che comunque hanno di per sè una loro forma già compiuta, nel caso di scritti spesso estemporanei raccolti quà e là in giornali e riviste, sarebbe stato doveroso indicare le ragioni di questa scelta che avrebbe anche permesso di capire quali sono state le fonti della straordinaria vena creativa di Italo Calvino che ha spaziato in più campi passando dal surrealismo al racconto fantastico passando addirittura alla speculazione di tipo scientifico. 


Senza dubbio la raccolta è interessante perchè si trovano degli inediti di un Calvino giovanissimo che esprime il suo disagio nei confronti del clima che si viveva nell'Italia fascista, così come sono interessanti ( ma non di grande valore letterario) alcuni scritti resistenziali composti nel primo dopoguerra, curiosi sono poi gli articoli scritti da Calvino per l'Unità,  si tratta di scritti di chiara impronta ideologica in cui viene condannata la politica nazionalista della Germania conseguente alla sconfitta militare e il militarismo, una condanna che però non comprende tutto il militarismo se si considera il fatto che l'Unione Sovietica, proprio nel dopoguerra intraprese una corsa agli armamenti senza precedenti in competizione con gli Stati Uniti d'America. 
Sicuramente in questa raccolta c'è molto Calvino ma siamo lontani da un capolavoro di opere come "Le città invisibili" o come "Il castello dei destini incrociati". 
La divisione tra i due periodi della produzione letteraria di Calvino quello che va dal 1943 al 1958 e quello che va dal 1968 al 1984 sembra un pò arbitraria anche perchè manca un decennio in cui Calvino fu molto attivo dal punto di vista letterario scrivendo opere come "Marcovaldo ovvero le stagioni in città", "La giornata di uno scrutatore", "La speculazione edilizia" etc.. (solo per citarne alcune). 

Seppur artificiosa questa divisione tra i due periodi, la prendiamo per buona, scegliendo comunque gli scritti della seconda parte dove al centro dei racconti troviamo tutto quel mondo dell'immaginario che caraterizza la produzione delle opere maggiori di Calvino, alcune tematiche sono poi sempre valide come quelle del rapporto individuale/generale o le riflessioni sul mondo dei primi computer, pregevoli gli scritti quali "La glaciazione", "Il richiamo dell'acqua" e Prima che tu dica "Pronto". 

Calvino dimostra ancora una volta una staordinaria abilità nel comporre negli scritti brevi e una singolare invnetiva, in questo è stato il migliore;  tra tutti i racconti ne spicca uno intitolato intitolato "La pecora nera" di cui si consiglia la lettura integrale. 
........il libro di oltre trecento pagine si legge tutto d'un fiato, merita........

 


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Published by Caiomario - in Libri
27 marzo 2012 2 27 /03 /marzo /2012 17:08

La satira infastidisce? Esistono due risposte o se vogliamo possono esservi due chiavi di lettura, ognuno si può riconoscere in una, l'altra o nessuna delle due:

1 Infastidisce qualcuno, nel senso che irrita qualcuno per il suo contenuto indirizzato a colpire persone, fatti e circostanze.

oppure

2 Provoca fastidio per il modo in cui è stata scritta, questo non tenendo conto del contenuto.

Ognuno penserà ciò che riterrà più opportuno, in conclusione dirò la mia impressione riguardo a ciò.

Ma è doveroso fare una piccola disgressione sul significato della satira perchè il libro in questione rientra a pieno titolo in questo genere letterario, seppur con delle particolarità che, nello stesso tempo, lo rendono unico nel panorama letterario contemporaneo.

La satira non nasce come genere letterario a sè e gli antichi dai quali ogni cosa deriva dal punto di vita letterario all'inizio non distinguevano il genere, satura ( nota bene satura con la lettera u) era una sorta di spettacolo d'arte varia, un miscuglio dove c'era un pò di tutto: danza, canto, recitazione, solo nella letteratura latina, il genere si avvicinerà a quello che noi pensiamo che sia satira.
Il primo autore di questo genere poetico fu Lucilio. ma solo Orazio raggiungerà delle vette che nessuno poi, in ogni tempo, è riuscito minimamente a sfiorare.
Orazio con la sua satira colpiva in maniera beffarda e con fini moralistici le debolezze, il malcostume e i difetti del suo tempo rivolgendosi ai singoli individui e all'intera società.

Non essendo questo lo spazio adatto per parlare della satira in generale è importante capire che quando ci troviamo dinanzi a un componimento letterario
o a una rappresentazione teatrale o cinematografica che mette alla berlina determinati personaggi abbiamo a che fare con la satira.


'Prendere il libro per quello che è...

Il libro inizia con una dedica alquanto singolare:

Ai miei genitori
che non uccidendomi quando ero piccolo
hanno reso possibile questo libro

già Luttazzi mette le mani avanti perchè oltre alla dedica affettuosa, sa già che il suo libro di 235 pagine infastidirà non poco i lettori nel duplice senso indicato all'inizio
La dedica sembra preannunciare il contenuto ma Luttazzi per evitare equivoci scrive un avvertenza a caratteri cubitali, non posso riportarla, neanche mettendo gli asterischi, posso solo riportare l'ultimo capoverso che dice:

se pensate che non ci sia nulla di male in tutto questo, a parte l'ipocrisia continuate a leggere


A parere mio solo leggendo l'avvertenza se qualcuno ha acquistato il libro lo prende e lo butta nella spazzatura, il tono è forte molto forte, direi triviale; se invece qualcuno lo ha acquistato perchè gli piace Daniele Luttazzi, questo cappello iniziale non solo lo invoglia alla lettura ma lo aizza, ne eccita lo spirito e lo invita a rubarne i contenuti per futuri ed eventuali colloqui e dialoghi.
Del resto non sono pochi coloro i quali si cibano di espressioni altrui per vomitarli alla prima occasione senza alcuna apprezzabile ammirazione, perchè un conto sono le citazioni, un conto il contenuto unico e irripetibile che prende valore solo con il suo autore ( fa ridere forse Totò senza Totò, no).
Così è Luttazzi, le frasi di Luttazzi senza Luttazzi sono niente, è necessaria la presenza dell'autore.

Ci chiediamo perchè Luttazzi si ostina a fare satira? Ed è una domanda che il pirotecnico e mordace Daniele si fa:

C'è chi mi dice "perchè ti ostini a fare satira?" Il motivo è semplice, perchè la gente, a furia di leggere Ostellino* sul Corriere e di ascoltare Pionati al tg1, sta perdendo la memoria storica degli eventi. La satira è un punto di vista e un pò
di memoria. Facciamo un test. Quanti di voi ricordano due anni fa, quando la terra è esplosa. Uno penserebbe che una cosa del genere, la gente dovrebbe ricordarsela. E invece no......


*Su Ostellino, Luttazzi esprime una definizione che è nel medesimo tempo un giudizio negativo:

Piero Ostellino, per chi non lo conoscesse, è un esempio classico di intellettuale
comodo (pag.11)

Una precisazione: il libro è stato pubblicato nel 2003, quindi il riferimento probabile è quello dell'11 settembre, ma è anche allusivo a quell'avvenimento denominato con una espressione giornalistica ad effetto epurazione bulgara di cui Luttazzi, insieme a Santoro e Biagi fu uno dei destinatari.

Ma quando leggiamo il libro abbiamo un'impressione che genera una domanda:
ma questo libro quando è stato scritto? E quando vediamo che è stato pubblicato nel 2003 rimaniamo basiti perchè i personaggi sono esattamente gli stessi di sette anni fa e gli argomenti sono incredibilmente i medesimi.

E' un'Italia che non si muove...

Via dalla Rai Biagi, Santoro e Luttazzi perchè hanno fatto un uso criminoso della
tv pubblica pagata coi soldi di tutti

Questa frase, passata alla storia con l'espressione ricordata nelle righe precedenti, genererà un putiferio che non ha ancora cessato i suoi effetti nefasti...


Quando esce fuori il miglior Luttazzi...

Il libro non ha uno svolgimento lineare dove si affronta un argomento che ha un inizio e una fine, Luttazzi procede per aforismi, battute, piccolo articoli, cronache di fatti noti e meno noti..sembra il copione di uno spettacolo teatrale dove è presente solo la parola parlata; uno stile che non è mai greve, si legge con facilità e speditamente..

Il libro diventa satira, nel senso autentico della parola quando vengono affrontati con tono beffardo e irriverente fatti di cronaca politica e giudiziaria che sono di straordinaria attualità , eppure abbiamo la memoria corta:

Chi è che si ricorda della stagflazione? Tutti ne parlavano, oggi la maggior parte non solo non se lo ricorda ma non ne sa neppure il significato, eppure nel 2003 era l'argomento preferito da Tremonti e dagli economisti.

A pagina 58 Luttazzi è tutto da gustare l'articolo intitolato:
Hanno riabilitato Craxi...................siamo nel 2003 e non nel 2010, ma l'argomento anche in questo caso sembra scritto ieri.
Ma in questo caso troviamo delle espressioni di cui finalmente conosciamo l'autore.

Il capitolo 4 si intitola Religione

Forse irriverenti le battute ma gli argomenti trattati sono quelli di ieri mattina: i preti pedofili ( è ufficiale la presa di posizione del Papa riguardo a questo argomento dove la condanna è stata totale e senza riserve, ma abbiamo dovuto aspettare due pontefici e dieci anni perchè ci fosse questo chiarimento che ha tolto qualsiasi equivoco e illazione)
Chiaramente ermerge la posizione di Luttazzi che prima di tutto è un non credente ma una cosa bisogna riconoscerla al personaggio: non cade mai nell'anticlericalismo di maniera, anzi evita tutti i luoghi comuni di sempre, in questo non è mai ripetitivo e banale, anzi si contraddistingue per originalità e per gli argomenti trattati.

Il capitolo 5 intitolato Società è quello dove vediamo all'opera un Daniele Luttazzi caustico, aspro, ogni battuta è pungente, corrosiva, ogni frase brucia..infastidisce appunto (nel duplice significato precisato! Bis).

Un esempio?

Lo schema è quello della domanda e della risposta:

Perchè gli uomini hanno paura delle donne intelligenti? (Alessia, Como)

Confesso che a me piacciono donne più stupide di me. Ma dove le trovo? Il fatto
che le donne intelligenti spesso sono acide. Non è l'intelligenza che ci smonta
è l'acidità. Perchè sono acide? Probabilmente perchè si sono dovute iniettare la faccia di Botox.

Il giudizio degli altri su Luttazzi...

Il caso di Luttazzi, uno che la satira la fa senza sconti, è illuminante: cacciato su
due piedi. Colpirne uno per educarne cento
Dario Fo

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Criminoso
Silvio Berlusconi.............il mio parere (personalissimo e imperfetto)...


Daniele Luttazzi appartiene a quella categoria di persone che si accettano o si rifiutano, non c'è mezza misura, non sarò io a tesserne le lodi o a stroncarlo e non già per le sue posizioni politiche ma ci sono tanti modi per affrontare determinati argomenti se lo scopo è quello di colpire un bersaglio.
Non considero il linguaggio usato da Luttazzi ma il modo in cui affronta determinati argomenti, siamo sicuri che colpisca sempre nel segno? Spesso si, qualche volta no ed è questo " qualche volta no" che spesso scopre il suo tallone d'Achille rendendolo vulnerabilissimo agli avversari.
Ma una scusante bisogna concedergliela: Luttazzi non è un giornalista di razza come Santoro o come Travaglio (li si può anche detestare ma sono bravi, è innegabile) e non ha neanche l'anima del guitto irriverente come Dario Fo e neppure la forza di Beppe Grillo ( bisognerebbe smetterla di chiamarlo comico) ma ha la capacità straordinaria di passare da un argomento ad un altro come un funambolo, di riuscire a lanciare battute che assomigliano ai fuochi artificiali della notte di capodanno e ha anche una capacità unica che pochi hanno: sa farsi odiare e infine farsi cacciare.

Recensione di mia proprietà pubblicata anche altrove

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Published by Caiomario - in Libri
23 marzo 2012 5 23 /03 /marzo /2012 09:55

 

La riforma del mercato del lavoro non creerà nuova occupazione, sarebbe più corretto parlare di riforma del rapporto di lavoro nel settore privato, mentre nel pubblico impiego continuano ad essere inapplicate le norme che permettono di contrastare l'eccedenza del personale. 

 

Non credetegli la riforma del mercato del lavoro non porterà nessun beneficio in termini di posti di lavoro, impropriamente continuano a chiamarla riforma del mercato del lavoro mentre dovrebbe essere denominata riforma dei rapporti di lavoro nel settore privato, perché questo è il punto: da una parte abbiamo una parte di lavoratori che potranno essere licenziati a fronte di un risarcimento pecuniario che esclude il reintegro nel posto di lavoro, dall'altra parte abbiamo una pletora di dipendenti pubblici che non possono essere licenziati. A parte le questioni di legittimità costituzionale  che potrebbero derivare con il nuovo ordinamento dei rapporti di lavoro prospettato dal Governo Monti che sancirebbe la discriminazione tra lavoratori privati e pubblici a tutto svantaggio dei primi, si andrebbe poi a rafforzare ancor più il movimento degli sprechi, movimento che trova un consenso trasversale tra tutti i garantiti. Non si può diminuire la spesa pubblica mantenendo pletore di dipendenti improduttivi ma solo razionalizzando gli organci e ricorrendo a quanto disposto dal D.Lgs 29/1993 che ha razionalizzato la disciplina della mobilità attraverso il passaggio diretto di personale tra amministrazioni diverse (art.33) e la mobilità collettiva (artt. 35 e 35bis)

La mobilità collettiva è una procedura che già esiste nel pubblico impiego dovrebbe essere applicata nei casi in cui si palesa un'eccedenza di personale, la norma  quindi già esiste e riguarda quelle pubbliche amministrazioni  in cui vi è un'eccedenza di almeno 10 dipendenti; le amministrazioni statali in cui vi è eccedenza di personale sono numerose per non parlare poi degli enti locali che continuano ad essere il settore in cui vengono effettuate assunzioni clientelari attraverso le quali si bypassa qualsiasi selezione che valuti merito e capacità dei dipendenti. Il medesimo discorso andrebbe fatto per le università dove il nepotismo è pratica corrente quasi ovunque al punto che, i professori ordinari che portano il medesimo cognome all'interno di uno stesso ateneo sono così numerosi  da far sorgere il sospetto che si tratti di assunzioni nei confronti delle quali si dovrebbe per lo meno accertarne la legittimità. Questo è il vero scandalo tutto italiano, se non si interviene a livello legislativo per vietare che nello stesso ateneo vengano assunti figli, mogli, affini e collaterali si continuerà con questo andazzo con buona pace dei più meritevoli che troveranno sbarrate tutte le strade di accesso al mercato del lavoro. 

Si applichino quindi le norme esistenti ricorrendo al collocamento in disponibilità del personale che non sia possibile impiegare diversamente nell'ambito della medesima amministrazione, solo così si potrà ridurre il debito pubblico che si è accumulato soprattutto per una spesa corrente che è ormai fuori controllo. Mario Monti subito dopo i provvedimenti di inasprimento fiscale meglio conosciuti come "Salva Italia", aveva dichiarato che l'Italia rischiava di fare la fine della Grecia e che a novembre, se non si fosse proceduto ad aumentare le tasse,  si sarebbe rischiato di non riuscire a pagare gli stipendi del pubblico impiego e le pensioni. Ecco quindi il vero motivo che sta alla base dell'aumento delle tasse, la cui insana decisione sta letteralmente portando al depauperamento del paese.

 

L'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non c'entra niente, le aziende americane, tedesche o giapponesi ecc,  non apriranno nuovi stabilimenti in Italia perché il ministro Fornero ha deciso di riformare i rapporti di lavoro nel settore privato. Niente è stato fatto per diminuire il costo del lavoro, niente viene fatto per combattere la corruzione nel settore pubblico, niente viene fatto per riformare la giustizia civile, niente viene fatto per ridurre la burocrazia e i costi che quesa comporta per le imprese, questi sono i veri motivi per cui le aziende straniere non vengono in Italia. Non credetegli, mentono! 

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