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14 novembre 2011 1 14 /11 /novembre /2011 12:49
UNO DEI LIBRI DI MEMORIALISTICA PIU' SIGNIFICATIVI SULLA GRANDE GUERRA

Per chi non ha abbandonato la frequentazione delle opere letterarie del nostro Novecento è facile imbattersi, quasi per caso, con una quantità sterminata di scritti che ci indicano come l'attività dello scrittore, a partire dagli anni '30 non fosse più limitata alla sola scrittura dei romanzi.
La peculiarità letteraria che ha caratterizzatoquesto periodo mi è stata richiamata alla mente seguendo un intervento di Asor Rosa in occasione di una trasmissione televisiva (Linea Notte del 04.11.10) durante la quale lo stesso Asor Rosa ha osservato che la sua nuova opera letteraria non poteva rientrare nel genere letterario del romanzo e che la scelta di etichettare l'opera in tal modo, fosse dovuta esclusivamente ad una scelta dell'editore.
La precisazione è utile perche Asor Rosa ha fatto una puntualizzazione a proposito del genere di appartenenza della sua opera,  affermando che il suo è un "racconto della memoria"; rimane poco comprensibile la scelta dell'editore dato che nel campo specifico della memorialistica, abbiamo avuto dei grandi scrittori che tra l'altro hanno fatto la fortuna delle case editrici e tra questi bisogna menzionare soprattutto Emilio Lussu che fu uomo politico antifascista ma che è ricordato anche per essere stato uno scrittore incisivo e caustico e come il più rappresentativo esponente di questo genere letterario.
Note sono le sue vicende biografiche, in questo articolo è sufficiente ricordare che la sua attività letteraria è legata a libri di rievocazione storica e in particolare a due libri di notevole spessore anche dal punto di vista dell'estetica artistica: "Marcia su Roma e dintorni" e "Un anno sull'altipiano".

Di "Un anno sull'altipiano" ho  prima di tutto un ricordo legato ad una fugace lettura avvenuta durante il periodo scolastico , poi ho sentito la necessità di riprendere il testo per affrontarlo in modo più sistematico forte anche dei nuovi strumenti di critica  acquisiti con lo studio della letteratura italiana e da semplice libro inserito nel programma scolastico, l'opera di Lussu così mi è apparsa in tutto il suo valore letterario ed artistico.
"Un anno sull'altipiano" è sicuramente l'opera più nota tra quelle che hanno avuto come tema la grande guerra, è utile ricordare che l'intellettuale sardo all'epoca dello scoppio della Prima guerra mondiale era un giovane schierato nel partito degli inteventisti ed era fermamente convinto della necessità di prendere parte al conflitto; tale scelta "politica" era dovuta al fatto che lui, come altri, era convinto che tale intervento avrebbe portato a termine quel processo risorgimentale di affrancamento dall'Austria riprendendosi le città e i territori di Trento e Trieste.
E' curioso notare che molti oggi dimenticano questo aspetto storico legato alle vicende di una nazione, quella italiana, che sembra avere perso qualsiasi memoria storica nel Nord come nel Sud ma questi sono i fatti che anche in un periodo di forti spinte scissionistiche dovrebbero essere tenuti in considerazione prima di parlare di due Italie.
Bisogna tuttavia distinguere due piani temporali: quello del prima legato alle ragioni dell'intervento e quello del dopo legato alla realtà della guerra vissuta in prima persona da Lussu come capitano di fanteria.
Probabilmente le ragioni del dopo hanno determinato un diverso approccio di Lussu nei confronti della realtà della guerra.
Difatti proprio la realtà della guerra affrontata in condizioni precarie e con una preparazione non adeguata sia per quanto riguarda l'esercito che gli ufficiali, si rivelò per Lussu cosa ben diversa rispetto a quando sosteneva le ragioni dell'intervento.
E' innegabile che la tematica del reducismo e le condizioni economiche in cui si trovò l'Italia all'indomani della fine della Prima guerra modiale, furono tra i motivi dell'affermarsi del Fascismo che tra le sue file vide una forte adesione di ex combattenti delusi di quella che venne definita con un'espressione molto efficace "vittoria mutilata".
Di grande valore testimoniale è uno degli episodi più toccanti del libro e che riguarda un assalto  da parte di un contingente dell'esercito italiano: siamo sull'altipiano dell'Asiago, nelle trincee italiane, i soldati sono infreddoliti e "si riscaldano" bevendo cognac, tra costoro vi è anche uno studente che è l'unico a non bere cognac ma solo acqua e caffè: Emilio Lussu.
L'alcool è l'unica vera droga a buon mercato che lo stato maggiore dell'esercito dispensa a uomini logorati da una guerra che li costringeva a vivere in uno stato di continua paura, una paura che non dava tregua e che veniva mitigata solo vivendo in una condizione di torpore o di ebbrezza e quest'ultima in particolare, generata dalla quantità di alcool ingurgitato, era la molla  che poteva far scattare l'assalto che avveniva sempre con le baionette innestate e finiva con un corpo a corpo che paradossalmente era l'unico momento di umanità in cui i due avversari potevano vedersi in faccia.
Al comando della divisione è il generale Leoni che Lussu descrive come uomo dall'espressione del viso "metallica", il classico militare ottuso che sa parlare solo un linguaggio monocorde, un uomo tracotante e carico di retorica che per esempio obbliga un soldato ad esporsi al fuoco del nemico e che quando questo soldato muore lo celebra come eroe (da allora sembra non essere cambiato niente).
In quelle condizioni era normale la reazione dei soldati che più di una volta furono presi dalla tentazione di ucciderlo, a questo proposito è da ricordare il famoso episodio in cui i soldati invitano il generale Leoni a guardare dalla feritoria 14,  continuamente esposta al tiro dei soldati austriaci, per farlo morire.
Lussu narra la situazione della guerra con grande realismo, di particolare intensità è l'episodio dell'assalto definito tra i vari momenti della guerra come "il più terribile": soldati pronti ad esporsi al fuoco delle mitragliatrici nemiche, i soldati falcidiati che "cadevano pesantemente come se fossero stati precipitati dagli alberi", corazze squarciate e poi dopo la condizione di grande prostrazione in cui cadevano tutti i soldati e che Lussu descrive con queste efficaci parole:

"Anch'io sentivo delle ondate di follia avvicianrsi e sparire. A tratti sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l'acqua agitata in bottiglia".

E' interessante notare come Lussu descrive molto bene il meccanismo che si instaura quando un uomo ha acquistato una mentalità di guerra: ogni freno morale viene a cadere, l'equilibrio psichico incomincia a vacillare e la coscienza stessa dell'uomo finisce col perdere qualsiasi capacità di raziocinio, una situazione, questa, che portò numerosi soldati ad uccidersi e oggi come allora tra i reduci si registra un numero altissimo di suicidi ma oggi come allora  le motivazioni politiche prevalgono su quelle umane.
Consiglio la lettura di questo intenso e toccante libro magari abbinandolo alla visione  del bellissimo film di Francesco Rosi intitolato "Uomini contro", splendida trasposizione cinematografica dell'opera di Lussu, un film in cui spicca la perfetta ed apprezzabile  interpretazione di Gian Maria Volontè.

"Ufficiali e soldati cadevano con le braccia tese e, nella caduta, i fucili venivano proiettati innanzi, lontano. Sembrava che avanzasse un battaglione di morti" (Emilio Lussu)
Scritto da me espresso anche altrove

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Published by Passieno - in Libri
13 novembre 2011 7 13 /11 /novembre /2011 05:07

 "Le Confessioni di un italiano" è un libro che, nonostante sia stato scritto tra il 1857 e il 1858  e  che per questo possa apparire datato, mantiene  ancora oggi tutto il suo valore emotivo  perché permette di capire che,  ben prima dell'Unità d'Italia si era formata una coscienza nazionale a livello collettivo e che questa aspirazione non era semplicemente  una sorta di velletarismo patriottico  fine a se stesso ma una volontà ferma che vedeva coinvolti interi settori della società civile dell'epoca.

Possiamo inquadrare l'opera entro il genere del "romanzo storico", ma mentre in questo tipo di narrazione venivano seguite  le linee guida  indicate dal Manzoni e si riproponevano ambientazioni di età lontane (Medioevo, Rinascimento) con Nievo abbiamo un romanzo storico che parlava dei fatti a lui contemporanei  dove la figura femminile  svolge un ruolo da protagonista come del resto accadrà  per molte altre donne che vissero il periodo risorgimentale.

TRAMA

Il romanzo è l'autobiografia immaginaria di un patriota veneziano, Carlino Altini che, ormai ottuagenario, rievoca i momenti più salienti della sua vita immersa in un periodo denso di avvenimenti storici dopo aver  vissuto gli ultimi momenti di un mondo feudale in sfacelo. Carlino rievoca le tappe salienti della sua esistenza mentre assiste ai fatti della Rivoluzione Francese,  alle invasioni delle armate napoleoniche, ai moti carbonari e alla prima guerra d'indipendenza;  è il periodo vissuto da Nievo che, quando concepì il romanzo, era poco più che trentenne.

Il romanzo ha inizio nel castello di Fratta dove il protagonista ha vissuto la sua infanzia mal tollerato dai parenti ricchi; il racconto inizia con una descrizione minuziosa dell'ambiente nel quale si svolgono le vicende narrate nei primi capitoli.
Con ironia Nievo rievoca quei tempi e i personaggi che animavano quell'ambiente, la narrazione è  anche la  descrizione del crollo di  una grandezza materiale che rivela una decadenza ormai irreversibile e che dimostra tutta la sua inadeguatezza difronte ai nuovi impulsi e ideali che si andavano affermando in tutta Europa.
Il giovane Carlino vive in questo castello come nipote indesiderato perchè anni prima la mamma, dopo essersi invaghita di un gentiluomo veneziano che aveva sposato, era morta e, in seguito a questa improvvisa dipartita, il bambino venne allevato come un trovatello dalla zia.
L'unica consolazione per il piccolo Carlino è l'affetto che lo lega ad una sua cugina di nome Pisana.
Quello della Pisana è il personaggio che più affascina nel romanzo:  ha un indole capricciosa, ribelle dove alterigia, volubilità e generosità si mischiano dando orgine a una figura fortemente passionale che si distingue dalla sorella maggiore che già da bambina appariva rassegnata e di indole mite.

In questo castello il giovane Carlino resterà sino a vent'anni quando le armate napoleoniche invaderanno la vecchia Repubblica e abbatteranno il castello di Fratta che sarà saccheggiato e distrutto.
Il giovane Carlino si rifuggerà a Venezia mentre sua cugina, la Pisana, sposerà, anche per fare dispetto a Carlino, un vecchio nobile veneziano.

E' questo il momento in cui la storia d'amore tra Carlino e la Pisana si mescola alle vicende della storia d'Italia: Carlino combatte nel 1799 per la Repubblica napoletana,  dopo esser fuggito andrà prima a Genova, poi a Bologna e infine ritornerà a Venezia.
Ammalatosi gravemente, la Pisana lo curerà e vorrà per lui un'esistenza serena convincendolo a sposarsi con una giovane che nel frattempo si era innamorata di lui.

Una volta guarito Carlino che crede profondamente nei valori del Risorgimento, andrà a combattere sotto Guglielmo Pepe, catturato, dopo aver scampato per la seconda volta la morte, andrà esule a Londra.

Il momento più drammatico dell'opera può essere individuato nel momento in cui Carlino sarà costretto a rifugiarsi Londra, la Pisana lo seguirà e per mantenere il cugino, provato dalle sofferenze, farà i lavori più umili fino a chiedere l'elemosina,  quando sfinita dagli stenti, morirà.
Carlino ritornerà a Venezia, presso la sua famiglia coltivando insieme ai valori risorgimentali il ricordo dell'unico grande amore della sua vita.



La figura della Pisana è sicuramente quella che più affascina perchè non è la classica figura idealizzata dell'eroina che da corpo ad una vita fantastica ma è una donna, una donna vera che vive con i suoi impulsi, le sue passioni, una donna che può apparire spregiudicata ma che rivela in realtà una grande generosità  e un'umanità intensa.

Nievo ha affrontato il romanzo storico in modo completamente diverso rispetto a quella che era stata una tendenza delineatasi in tutta Europa con autori importantissimi come Water Scott ( Ivanhoe del 1820) Massimo D'Azeglio (Ettore Fieramosca del 1833), Alessandro Dumas ( I tre moschettieri del 1844 e Il conte di Montecristo del 1850); Nievo non rievoca con minuzia il passato, ma si cala in quel passato come protagonista che lo ha vissuto: ne esce fuori un romanzo dove la memoria si fa affetto, emozione e i toni appaiono struggenti e poetici.

Anche come lettori moderni, non possiamo che esprimere un giudizio positivo su un romanzo che non appare mai datato proprio per la straordinaria emozione che riesce a comunicare.

Scritto da me espresso anche altrove e parzialmente modificato rispetto alla stesura iniziale.

 


Titolo Le confessioni di un italiano Autore Nievo Ippolito, Editore Giunti Demetra (collana Superacquarelli).


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Published by Caiomario - in Libri
10 novembre 2011 4 10 /11 /novembre /2011 19:07

Diamanti

Giorgio Bassani è conosciuto soprattutto per "I giardini dei Finzi Contini" ma un'opera altrettanto intensa ma no meno pregevole è "L'odore del fieno", una raccolta di novelle pubblicata nel 1972 dove al centro di ogni racconto c'è la sua citta d'origine: Ferrara.
In tutte le opere di Bassani, Ferrara è il centro di ispirazione e l'ambientazione di molti dei suoi racconti è quella di una provincia che vive i suoi ritmi monotoni e blandi durante il periodo del fascismo.

Tutte le novelle hanno in comune il fatto che Bassani racconta l'ordinarietà mai banalizzando personaggi e situazioni ma sempre arricchendo la storia comune di forti implicazioni storiche: è il caso per esempio della novella "La necessità e il velo di Dio" esemplare per la sua semplicità e che quindi può essere presa a modello per capire lo spirito del libro.

La storia ha la sua ambientazione nella Ferrara degli anni della guerra e narra le vicende della ricca Egle che ha sempre rifiutato il matrimonio, fino a quando non è stata attratta da un giovane ebreo fuggiasco, dal volto selvaggio e dallo spirito ribelle.
Per inciso bisogna ricordare che a Ferrara vi era una comunità israelita molto numerosa che prima della guerra contava parecchi elementi ed era tra le più unite d'Italia, venne dispersa in seguito alle persecuzioni, oggi si è ricostituita come comunità nonostante le ferite che le furono inferte.

Egle quindi è un personaggio paradigmatico, probabilmente esistito come poteva esserci nella Ferrara di quegli anni: ricca, israelita, religiosa ma anche affascinata dalle immagini dei giovani che facevano parte dello squadrismo padano; cosa questa non assurda perchè ad esempio Margherita Sarfatti, ebrea e amante di Mussolini fu determinante nello sviluppo del fascismo almeno sul piano del culto dell'immagine del Duce.

Questa storia quindi non è semplicemente una fantasia letteraria ma poggia fatti realmente accaduti come quelli sul giovane ebreo fuggiasco che verrà inghiottito nei campi di sterminio ma ( e qui rientriamo nel racconto) facendo in tempo a lasciare ad Egle un figlio.

Alla donna è rimasto quindi un figlio che ha i tratti del padre: bello e selvaggio, tanto da apparire la personificazione della vita e che così Bassani descrive:

".....la personificazione stessa della vita che in eterno finisce e rincomincia."

Un bel libro che pur nell'amarezza riesce a infondere speranza tentando una meditazione sulla condizione umana che appare sempre eguale a se stessa..nonostante il passare delle generazioni.

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Published by Caiomario - in Libri
10 novembre 2011 4 10 /11 /novembre /2011 18:27

Riccardo Bacchelli è stato un autore che si è distinto nella letteratura per un'attività quanto mai feconda e rivolta a molteplici interessi che hanno spaziato dalla narrativa alla poesia, dalla critica letteraria al teatro sino alla critica musicale.

Basterebbe questa affermazione per intuire che Bacchelli non fu solo l'autore de "Il Mulino del Po" e sarebbe  senz'altro riduttivo ricordarlo solo per questo.
Certamente "Il Mulino del Po" è il libro più impegnativo della vasta opera letteraria di Bacchelli ma non è l'unico che merita attenzione e considerazione dal punto di vista letterario.

Molto abile nella redazione di romanzi storici non si può non menzionare "Il diavolo al Pontelungo", un romanzo uscito nel 1927 e che si colloca nel filone dei romanzi dell'Ottocento ispirati a fatti e accadimenti del Risorgimento, l'impianto del romanzo è quello classico: l'eroe che combatte per un ideale e ne è vittima, ma chi è questo eroe?
L'eroe è il ribelle anarchico, il nichilista una figura a tratti tragica e a tratti bizzarra che si muove sullo sfondo delle prime lotte sociali.

Tra tutti questi personaggi spicca il principe anarchico Bakunin ma troviamo anche figure di molti altri rivoluzionari come Andrea Costa o Abdon Negri del quale apprendiamo molte notizie dallo stesso Bacchelli che lo descrisse come il più deciso di tutti.

Esaurire una rassegna di tutte le opere di Bacchelli è cosa impossibile in questo spazio, tuttavia per i lettori che vogliano avvicinarsi alle opere del grande intellettuale bolognese una cosa deve essere tenuta a mente: Bacchelli fu una delle personalità più feconde e senza dubbio indirizzate a interessi moteplici grazie alla sua straordinaria preparazione storica e più ampiamente culturale , prova ne sono i numerosi saggi di critica musicale tra i quali spiccano: "La congiura di Don Giulio d'Este" e "Rossini e i saggi musicali", opere che no sono certamente minori ma semplicemente meno note.

Probabilmente il grande successo cinematografico e poi televisivo de Il Mulino del Po, ha contribuito a mettere in secondo piano le altre opere di Riccardo Bacchelli che è un autore ancora oggi tutto da scoprire, un autore che ha certamente un posto di rilievo tra gl scrittori del Novecento Italiano.

Segnalo oltre all'opera "maggiore" e più nota, due opere di pregio:

  • I tre schiavi di Giulio Cesare 
  • Lo sguardo di Gesù 


Sono due opere che permettono di vedere come Riccardo Bacchelli riuscisse con disinvoltura a raccontare accadimenti diversi, ambientandoli in periodi storici distanti tra loro ma che hanno un comun denominatore: ogni opera è preparata con cura, i riferimenti ai fatti storici sono sempre precisi e il romanzo non è solo un'opera letteraria ma l'occasione per conoscere fatti e circostanze che spesso la grande Storia ignora o non ritiene importanti.

 

Scritto pubblicato parzialmente anche altrove

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Published by Caiomario - in Letteratura
10 novembre 2011 4 10 /11 /novembre /2011 17:48
Avvicinarsi alla lettura delle opere di Aldo Palazzeschi significa scoprire e, in molti casi, riscoprire, uno scrittore divertente e ironico che ha avuto la capacità di dare una chiave di lettura personalissima a molte delle esperienze e vicende culturali del Novecento.
Il suo vero nome è Aldo Giurlani ed è curioso il fatto che usò uno pseudonimo quello di Aldo Palazzeschi, con il solo scopo di non farsi individuare da amici e conoscenti principalmente per il fatto che l'attività letteraria era considerata come un'attività giudicata da "morti di fame".
Ma la fortuna di Palazzeschi fu dovuta principalmente all'interessamento di Filippo Tommaso Marinetti che, avendo letto una delle se prime opere intitolata "Poemi", ne fu colpito in modo così favorevole che lo invitò a fare parte del movimento futurista.
Questa adesione iniziale al futurismo segnò poi tutta la vicenda letteraria di Palazzeschi che nel corso della sua lunga produzione si caratterizzò per il fatto di essere fortemente anticonvenzionale e provocatoria.
Condivise con il movimento futurista la lotta contro le convenzioni e il gusto per la provocazione scanzonata ma senza scadere mai nella violenza, anzi scrisse con garbo e con gusto usando sempre un'arma:l'ironia.

CONOSCIAMOLO ATTRAVERSO LE SUE PAROLE

Per parlare di Palazzeschi senza scadere nella ripetizione di cose già dette, citiamo una sua poesia intitolata "Chi sono?" , tratta da "L'incendiario", la raccolta che dcumenta uno dei momenti più significativi della vita di Palazzeschi: la sua vicinanza al futurismo.
"Chi sono?" è un autoritratto ironico e garbato dove il poeta si da delle domande sulla sua identità, ma anche sul ruolo della poesia.
Una poesia che è cambiata e di cui Palazzeschi se ne fa interprete, rendendosi conto di come la poesia ampollosa e solenne con i suoi messaggi seri e retorici rischi di apparire ridicola e del tutto inutile.
L'unica strada da percorrere è quella dell'ironia e dello scherzo, della burla giocosa che diverte ma non offende, che ridicolizza e sa mettere alla berlina:

Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia:
"follia".
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell'anima mia:
"malinconia"
Un musico allora?
Nemmeno
Non c'è che una nota
nella tastiera dell'anima mia:
"nostalgia"
Sono duque...che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia.

UN POEMETTO PER CAPIRE LA PERSONALITA' DI PALAZZESCHI:

Notiamo come la prima parte del componimento poetico si svolga con una serie di affermazioni in negativo: Palazzeschi dichiara di non essere nè un poeta, nè un musico, nè un pittore, ma di ogni figura salva la caratteristica che per lui è più importante:

  • Per il poeta: la follia
  • Per il pittore: la malinconia
  • Per il musico: la nostalgia
Da una parte abbiamo, quindi, un'immagine del poeta che si definisce incline alla follia, alla malinconia e alla nostalgia, un'identificazione che sembra avvicinare Palazzeschi allo spirito più crepuscolare della poesia ma nello stesso tempo, nella parte finale dell'autoritratto ecco l'affermazione in positivo:
"Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia"

Questo è in sintesi Palazzeschi ed è lui stesso a definirsi un saltimbanco che riuscì a capovolgere la serietà in riso e che ebbe un solo scopo quello di divertire.
Cosa fu il suo celebre romanzo  "Le sorelle Materassi" di cui volutamente qui non abbiamo parlato? Fu un'opera amara ed  ironica, a tratti dissacratoria che Palazzeschi riuscì a comunicare con un modo tutto toscano ma anche con una tenerezza che ne ha rivelato l'animo gentile e altamente poetico.

Scritto pubblicato anche altrove

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Published by Passieno - in Letteratura
8 novembre 2011 2 08 /11 /novembre /2011 09:59

 

Beppe Fenoglio è stato uno dei molti italiani che, all'indomani dell'8 settembre 1943, dopo un iniziale sbandamento, decisero di fare delle scelte irreversibili che in molti casi furono drammatiche e avrebbero segnato tutta la loro vita.

Molti giovani di quel drammatico periodo decisero, nel bene e nel male, di arruolarsi nella RSI, Fenoglio, invece, decise di diventare partigiano e lo fu sui colli del suo paese, nei luoghi che conosceva a menadito: le Langhe, tra il Tanaro e gli Appennini.

Alla fine del secondo conflitto mondiale incominciò a frequentare quel gruppo di intellettuali che si raccoglievano intorno alla Casa editrice Einaudi e che hanno costituito l'avanguardia letteraria che si è maggiormente contraddistinta nel periodo del dopoguerra.

Quando venne pubblicata questa serie di racconti nel 1952, erano passati solo 7 anni dalla fine della guerra e i ricordi erano vivissimi nelle menti dei protagonisiti tanto da apparire quasi delle cronache scritte il giorno dopo.

Ne "I ventitrè giorni della città di Alba" Fenoglio narra un celebre avvenimento della lotta di liberazione: la conquista da parte dei partigiani delle Langhe piemontesi; durante quel breve periodo i partigiani si insediarono nel governo della città per ventitrè giorni sino a quando le milizie fasciste non riconquistarono la città costringendoli a darsi nuovamente alla macchia sulle colline intorno ad Alba.

Fenoglio partecipò a quell'impresa e ciò ha una grande imprtanza per capire lo spirito del libro dove il racconto procede tra l'ironico e l'amaro e dove sorprendentemente l'autore non usa un tono celebrativo per raccontare l'impresa che a distanza di pochi anni gli appare nelle sue giuste dimensioni.

Quando Fenoglio afferma:

"Alba la presero in duemila e la persero in duecento"

mostra tutta l'amareza di chi si rende conto di come nel bene l'adesione sia sempre massiccia e come nelle situazioni avverse, il consenso cali con gli opportunisti che cercano strade e approdi più sicuri: succedeva anche dalla "parte sbagliata".

Il racconto è drammatico, storicamente ineccepibile: una guerra dove le armi erano poche e i rischi tanti ( almeno all'inizio); Fenoglio riesce a descrivere con grande intensità  ed efficacia tutta la vicenda degli ultimi partigiani che si ritirarono da Alba, arretrando casa dopo casa, infangati, demoralizzati e privi di qualsiasi punto di riferimento.
Quei partigiani non avevano addestramento, nè preparazione ma con la forza della disperazione e dell'incoscienza spesso affrontavano quegli altri italiani che quanto a coraggio e a ferocia non erano da meno: se la diedero di santa ragione e da entrambe le parti, i morti furono parecchi, fu una guerra civile cruenta e senza esclusione di colpi. Molti innocenti pagarono con la vita solo per il fatto di essersi trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. E' bene sempre non dimenticarlo.

In conclusione possiamo dire che "Una questione privata. I ventitrè giorni della città di Alba"sono due romanzi che meritano di essere letti non solo  perché storicamente ci forniscono la testimonianza di uno dei protagonisti di un'epoca contrastata come fu quella della Resistenza, ma anche perché la loro lettura è l'occasione per conoscere la guerra partigiana senza la retorica da ricorrenza istituzionale che da sempre falsa ogni avvenimento.

 

Scritto già pubblicato altrove, ampliato rispetto all'originale.

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Published by caiomario - in Libri
4 novembre 2011 5 04 /11 /novembre /2011 11:23
Sandro Penna è un autore che si è contraddistinto nell'affollato panorama della letteratura italiana per aver scritto delle liriche caratterizzate da un linguaggio chiaro e apparentemente semplice che sembrano assomigliare al commento di uno spettatore che affacciatosi da una finestra che guarda sl mondo, riferisce ad un suo eventuale ascoltatore: piccoli frammenti di una realtà vengono catturati e fissati nel tempo e diventano fotografie che non hanno più tempo.
Ma quali sono le caratteristiche delle poesia di Penna? Prima di tutto il suo inconfondibile stile poetico che lo rende immediatamente riconoscibile e che lo  contraddistingue dalla poesia che aveva dominato buona parte degli inizi del Novecento.
Vediamo gli elementi pù importanti dello stie poetico di Sando Penna:

*Buona parte del Novecento, almeno un quarto di secolo, era stato dominato da quella corrente poetica che va sotto il nome di ermetismo, una poetica spesso caratterizzata dall'uso di un linguaggio oscuro, criptico che necessitava di una decodifica anche da parte dei lettori più preparati.
L'assenza di nessi logici e sintattici, l'uso della parola come rimando allusivo, l'asrattismo nebuloso e caotico forse furono un modo di mimetizzarsi dinanzi alla letteratura retorica degli anni Trenta e Quaranta, ma sicuramente furono anche un momento di rottura nei confronti della poesia di D'Annunzio e in una certa qual misura di Pascoli.
Penna pur non potendosi assimilare alla retorica tardo ottocentesca, recupera l'uso chiaro della parola, la semplicità del messaggio e proprio per questo, insieme a Umberto Saba, ha costituito quella corrente antiermetica che affonda le sue radici nel miglior Pascoli e a cui addiritura Pier Paolo Pasolini guardò con interesse e attenzione.

*Un'altra caratteristica della poesia di Penna è l'assenza di personaggi femminili, i suoi personaggi sono marinai, soldati, operai e i luoghi di ambientazione treni, sale cinematografiche, periferie, luoghi spesso squalldi a cui il poeta riesce a dare dignità poetica grazie all'uso di una parola che pare una sequenza musicale in cui troviamo assonanze e consonanze, alliterazioni e cambiamenti di ritmo improvvisi che invogliano il lettore all'apprezzamento.
Sicuramente questo elemento caratterizante venne determinato da una  scelta  be precisa di Penna che nelle sue liriche spesso cantò l'amore omosessuale, ma sempre in modo molto discreto e mai allusivo e volgare, tanto che da una superficiale lettura sembra impossibile rilevare questo aspetto.

*Un'altra peculiarità della poesia di Penna è la presenza di un motivo: la "gioia di vivere", contrapposto a quel "male di vivere" che aveva depresso intere generazioni che del mal sottile, ad esempio, avevano addirittura fatto motivo di distinzione del loro vivere decadente.

*Possiamo definire la poesia di Penna come la "poesia del dinamismo" per il fatto che due sono i temi ricorrenti: quello del movimento e quello della staticità, dell'immobilità; il primo è rappresentato da tutto ciò che si muove: il mare, il vento, un mezzo di locomozione, i secondo è sempre collegato a tutto ciò che produce dolore e angoscia come la morte o il dolore.

Per esprimere queste tematiche Penna privilegia il componimento breve  in cui  tuttavia non usa mai un linguaggio criptico ma è sempre chiaro ed armonico come nel caso di questa breve lirica:

"Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita"

Forse solo la famosa "M'illumino d'immenso" di Giuseppe Ungaretti è paragonabile per bellezza e intensità lirica....

Mi riservo di pubblicare questo scritto di mia proprietà anche altrove.

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Published by Passieno - in Poesia
4 novembre 2011 5 04 /11 /novembre /2011 09:01
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Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/52100374@N05/6532095863
Qual'è il comun denominatore  che lega  "L'usignolo della Chiesa Cattolica" e "Uccellacci e uccellini"?
Prima di tutto che entrambe le opere sono una sorta di viaggio progressivo che non ha una conclusione ben definita, in particolare poi "L'usignolo della Chiesa Cattolica" è un'opera che acquista ancora più valore perchè è la grande incompiuta di Pierpaolo Pasolini; per tutti gli estimatori dell'opera dell'artista friulano, questo acquista un particolare significato, artista che, non bisogna mai dimenticarlo, fu scrittore, poeta e regista e che, si espresse con quella particolare vis polemica che lo ha portato più volte a sfiorare l'essenza della quotidianità anticipando tempi ed analisi come uno straordinario profeta inascoltato che meriterebbe la giusta colocazione proprio per il grande valore dei suoi scritti.

Dispiace constatarlo ma chi ha fatto più male a Pasolini è stata l'intellighenzia di una certa sinistra che ieri come oggi è troppo impegnata più ad autoreferenziare se stessa che ad analizzare la realtà senza reticenze.
Con "L'usignolo della Chiesa Cattolica" ritroviamo il medesimo approccio di inconciliabilità che Pasolini ha sempre tenuto ogni volta che ha usato l'arte sia nella forma scritta che nella rappresentazione cinematografica ed è proprio questa inconciliabilità che trova libera espressione in questo poemetto incompiuto perchè da sempre alla poesia è permessa la licenza e non solo come forma, ma anche e soprattutto come contenuto.

Pasolini si sentiva un diverso, è innegabile questo ma la sua diversità non va intesa banalmente nel significato allusivo a scelte di carattere sessuale, quanto ad una diversità antropologica che è comune a tutti gli anticipatori dotati di una sensibilità non comune, la diversità o sfocia nella rabbia o viene veicolata e sublimata atrtaverso diverse forme d'arte espressive, prendiamo, ad esempio, "Uccellacci e uccellini" e ci rendiamo conto che quell'itinerario, quel girare non è altro che la metafora di una vita che scorre lentamente e corre verso la morte e che quasi incosapevolemte ognuno subisce senza potersi ribellare.
Questo accade anche per la scelta della lingua, Pasolini ha scritto molte poesie  nella sua lingua, il friulano e questa scelta credo sia dovuta al fatto che oltre ad un motivo sentimentale ci siano state anche altre ragioni prima fra tutte quelle del letterato che andava alla ricerca delle parole, ma perchè Pasolini abbia deciso di scrivere un poemetto in italiano non lo sapremo mai, possiamo fare solo delle ipotesi, comunque c'è un filo che lega quelle opere giovanili in friluano e questo poemetto incompiuto: l'amore per la poesia.
Pasolini fu prima di tutto poeta e poi scrittore e regista, la sua scrittura non avrebbe mai toccato le coscienze se non ci fosse stato questo animo poetico che lo portava ad anticipare, quasi che fosse un visionario incapce di misurarsi con il pensiero della normalità, ma nello stesso tempo capace più di ogni altro di leggere la realtà.

I critici letterari sono concordi nell'affermare che "L'usignolo della Chiesa Cattolica" è il libro più bello che Pasolini abbia mai scritto, concordo con questo giudizio, certo sono sentimentalmente legato a "Scritti corsari" ma si tratta di una raccolta di articoli e di interventi che di poetico hanno pochissimo, l'idea di una poesia diaristica non è nuova, ma in questo Pasolini troviamo tutta la tradizione poetica italiana che parte da Leopardi, come per incanto Recanati e il paesaggio friulano si trovano vicino, Leopardi e Pasolini, entrambi partono dalla campagna e dall'osservazione del paesaggio per arrivare all'infinito e nel caso di Pasolini il punto di partenza è proprio un usignolo e l'usignolo e lui stesso che si rivolge a Dio per chiedere perdonio, è un Pasolini sofferente che ha alto il senso del peccato, di Dio e dell'infinito.

IL FRUTTO PROIBITO, LA CHIESA, LA MORTE E IL SENSO DEL PECCATO

E' uno scritto di una straordinaria profondità in cui il poeta riflette sulla Passione di Cristo, sull'Annunciazione e sul significato del Cristo, questo scritto così denso di religiosità non poteva che essere non considerato dalla Chiesa che non può accettare per ragioni esclusivamente ideologiche questo legame tra morte e sesso.
Ma dal punto di vista teologico cos'è il peccato originale se non anche una condanna eterna a non godere più in maniera libera dei piaceri della vita?
Cosa facevano Adamo ed Eva tutto il giorno, cosa facevano nel paradiso terrestre? Non si tratta di domande da poco e questo problema è stato affrontato da molti teologi, perchè godere dei piaceri della vita non significa contemplare la vita ma viverla anche nei sensi.
Una cosa è certa Dio non disse ad Adamo ed Eva di pregare tutto il giorno ma disse crescete e moltiplicatevi, in poche parole amatevi e fate i figli, questo è il miglior modo di ringraziare Dio, l'uomo contemplava ( ma non solo) la donna e l'amava e viceversa..una situazione ideale e questo per sempre..poi  il frutto proibito maledetto e la morte si è incontrata con il sesso togliendo ogni piacere, questo il Pasolini teologo lo aveva capito.

Quando Pasolini fa la distinzione tra sentimento religioso e Chiesa intesa come gerarchia, segna il punto di non ritorno che gli è valsa quella damnatio memoriae originata non dalle sue scelte sessuali, ma dall'aver messo in dubbio quello che non doveva essere messo in dubbio: il potere delle gerarchie sulle coscienze, compreso il controllo sessuale, ma questo  la Bibbia non dice di farlo, il rapporto era tra la coppia e Dio, non c'erano intermediari e controllori che volevano sapere tutto, Dio era discreto sapeva ma non si metteva in mezzo, anche perchè era stato Lui a dire ad entrambi di fare così e se non fosse stato per il frutto proibito.....

L'usignolo lo aveva capito...da qui la sofferenza di Pasolini!!

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Published by Caiomario - in Libri
30 ottobre 2011 7 30 /10 /ottobre /2011 08:03

Merita senz'altro un giudizio positivo  questo esilarante libro scritto da Nick Hornby, si tratta del classico libro che una volta che si è letta la prima pagina, induce a tuffarsi immediatamente nella lettura delle pagine successive per capire come la storia andrà a finire.


Il titolo  "Un ragazzo" potrebbe essere fuorviante dal momento che  non si riesce a comprendere chi sia il ragazzo:  l'ultra-trentacinquenne Will Freeman o il dodicenne Marcus, solo ad un certo punto del libro si comprende che i veri protagonisti del libro saranno due ragazzi: lo stesso Will e la madre di Marcus, una giovane ex ribelle sessantottina che vive da hippy.

Will è uno scapolo che appare molto superficiale, che vive campando delle royalties che gli derivano da una canzone scritta dal padre e intitolata "Quando passa la super slitta di Babbo Natale"; Hornby non cade mai nel moralismo però traspare (almeno nella prima parte del libro) tutto il suo giudizio negativo nei confronti di un personaggio incapace di assumersi qualsiasi responsabilità. Marcus, invece,  è la figura di un preadolescente molto comune ai nostri giorni: è cresciuto  con una madre separata e dimostra tutta la sua incapacità di vivere la propria età per via di un carattere stralunato che gli impedisce di capire la realtà e di relazionarsi con i suoi coetanei.

Insomma entrambi per diversi motivi sono incapaci di avere delle relazioni consone alla loro età al punto che la distanza di età tra i due si annulla quando si incontrano.

La parte narrativa che descrive l'incontro è una vera e propria trovata di humor e di comicità che si basa sul classico schema degli equivoci: il nullafacente  Will ha la buona idea di farsi passare per un ragazzo-padre con l'obiettivo di entrare a fare parte di un'associazione  costituita da  ragazze-madri che rappresentano per lui delle possibili "prede" facili e disponibili. Questa è almeno la sua rappresentazione di questo tipo di donne viste come donne disponibili e senza troppe pretese. E' proprio in occasione delle frequentazione di questa associazione che Will conosce Fiona la madre ex sessantottina di Marcus. Dal loro incontro  nascerà una storia d'amore  che aiuterà entrambi a trovare delle motivazioni vere e a tentare di costruire una vita in comune.


Il merito di Hornby è di aver posto in modo divertente una storia meno banale di quanto possa sembrare e lo fa scrivendo con uno stile lieve, piacevole per il lettore che riesce ad apprezzare anche la capacità di saper porre diverse situazioni con una comicità che non scade mai nella volgarità.

 

Bel libro d'evasione, da leggere rilassati!

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Published by Caiomario - in Libri
26 ottobre 2011 3 26 /10 /ottobre /2011 06:53

 

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QUANDO PARLARE DI CERTE COSE STANCA.........

Il rischio di parlare e di scrivere sul malaffare italiano corre sul filo del rasoio dell'indifferenza specialmente quando ci si abitua a tutto, è come la morte in guerra,alla fine a forza di vedere massacri, i morti ammazzati sono solo un conteggio statistico.
L'assuefazione è l'arma più potente che il potere, qualsiasi potere, utilizza senza sparare un solo colpo, una trappola insidiosa che ammorba le coscienze e le getta nello sconforto, la normalità dei nostri tempi è così sconfortante che l'impotenza è la situazione in cui anche i più intraprendenti si trovano, loro malgrado, a sperimentare.
Tutto questo vivere in mezzo al lezzo non tocca il singolo fino a che ciascuno non sperimenta su se stesso questo stato di cose ed è solo allora che per breve tempo l'ipnotizzato acquista un pò di lucidità ma solo un po', l'ammorbamento dopo riacquista forza e la narcosi di ognuno diventa una vera e propria narcosi collettiva.

..E QUANDO NON BASTA NASCONO LE LEGGI BAVAGLIO MA...

 

Ero bambino quando ho sentito parlare per la prima volta di scandali, parole come Lockheed o Antilope Cobbler, non mi dicevano niente, poi quando un minimo di consapevolezza l'acquistai, capii che questi due nomi erano legati ad un'altra parola a cui ci siamo abituati: corruzione.

Sarebbe però un errore pensare che solo il Palazzo sia coinvolto in questa maxi rapina, il Palazzo è l'espressione di una società che è fatta anche da finanza,imprese, burocrazia, in parole più semplici, la nostra cultura (?) è quella del malloppo, la malloppite elevata a sistema dove gli sfruttati sono sfruttatori di altri sfruttati.

 

Il malloppo (minuscolo) scritto da Giampaolo Pansa è un bestiario in cui
sfilano....i tanti cattivi e i pochi buoni dell'Italia malloppiera, i furboni e gli onestuomini, i campioni delle fregature al prossimo e gli italiani perbene che tentano di fermarli.

Probabilmente in futuro con la legge sulle intercettazioni telefoniche, il giornalismo d'inchiesta subirà una battuta d'arresto e non solo articoli ma anche libri come questo saranno solo un ricordo che contribuirà a rafforzare la narcosi collettiva, non sapendo avremo più tempo per essere come Gianni e il suo profumo dell'ottimismo, un perfetto coglione ne che le beve tutte e che è contento di non sapere perchè dopo una giornata di lavoro uno non vuole sentire cose pesanti, magari questo coglione quando andrà in banca scoprirà che i suoi soldi si sono volatilizzati perchè sono stati investiti in titoli spazzatura come quelli della vecchia Parmalat...'''il Malpaese malloppiero''' ringrazia!

PERCHE' QUESTO TITOLO

 

E' lo stesso Pansa a spiegarci il motivo di questo titolo:

Perchè il malloppo?Sulle prime, volevo intitolare questo libro La Tangente e, se avessi fatto così, non avrei dovuto spiegare nulla. La tangente è ormai il cancro abituale della nostra società politica, un male che non viene più curato tanto appare inguaribile.L'affarismo partitico, del resto, non indigna più nessuno,anzi, è nobilitato come l'unico fine pratico dell'attività pubblica,un motore che, quando gira, fa girare tutto. E' così mi son detto:sì, sbattiamo la tangente in copertina, il lettore capirà subito da che parte tirino molte pagine di questo racconto.
Poi, via via che costruivo il libro, mi sono accorto che alla malattia del tangentismo se n'era affiancata un'altra, assai più diffusa e devastante: la malloppite, la voglia sfrenata di malloppo. Che cosa sia il malloppo non è facile
a dirsi in due parole. E' il bottino. E' la refurtiva. E' il risultato dell'arraffa-arraffa. (1)

Nel gergo della malavita, il malloppo è la refurtiva, il bottino di un'impresa ladresca ed è il termine che meglio indica un sistema di pensiero elevato a sistema di un'intera società, quasi da sembrare un connotato identificativo che consente immediatamente di rilevare il soggetto che la pratica.Il malloppo è:
  • La super-carriera fatta senza meriti
  • Il maxi-stipendio ottenuto senza fatica
  • La roba conquistata in fretta
  • Il denaro messo insieme come viene viene, senza guardare per il sottile,in base al principio che il fine giustifica i mezzi

Il GENERE

Nè saggio, nè romanzo ma entrambe le cose, un romanzaccio nero, così lo definisce Pansa, e il termine peggiorativo in questo caso non indica la qualità dello scritto ma è sinonimo di storiaccia, di storia brutta in cui i personaggi, pur essendo veri, sono tanto grotteschi e tragici da far pensare che cupo paese quello descritto ne il Malloppo.

Purtroppo questa storiaccia la viviamo da decenni e si è trasformata in un dramma che gronda di sangue, di stragi e di misteri volutamente lasciati tali, è la cultura del malloppo che permette a camorra, 'ndragheta e mafia di perpetuarsi,
E in questo assalto alla diligenza ci sono dei responsabili (che hanno nome e cognome): i rappresentanti di una politica che è affaccendata in tutt'altre faccende:garantirsi il malloppo.

.

 

LA SOLITA ACCUSA QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI

Pansa è consapevole del fatto che ogni volta che si toccano certi argomenti, i malloppieri o presunti tali lanciano degli strali e delle invettive accusando chi denuncia le loro malefatte di moralismo e di qualunquismo.

Sarei contento e onorato se mi si facesse quest'accusa con due correzioni:

* il qualunquismo è l'atteggiamento di chi è indifferente ad ogni questione o azione politica, in quanto ha la convinzione che essa sia estranea ai suoi interessi personali.

Da questo punto di vista non ci si può definire qualunquisti ma persone qualunqui, uomini della strada che osservano quest'Italia malloppiera si, persone qualunqui che non contano niente ma che possono determinare la più eversiva delle azioni: il disprezzo verso i mallopppisti.

* il moralismo è l'atteggiamento di colui giudica le azioni degli altri con eccessiva severità e rigidezza.

Anche in questo caso l'accusa è impropria perchè l'unico attteggiamento che conta è il rispetto verso l'Italia che crede ancora nella moralità del lavoro, che non incassa tangenti, che non lucra fondi neri, che non si fa ossessionare dal soldo che tira il carro anche per i malloppisti, l'Italia dei Cipputi in tuta, dei manager e non degli smanager, dei banchieri non bancarottieri, dei finanzieri onesti, dei politici per bene e degli sceriffi rientrati nel Far West. (2)

QUNADO UN RITRATTO RIVELA GLI ASPETTI PIU' NASCOSTI

Non avevo mai pensato a Roberto Calvi partendo dalle scarpe, scarpe nere d'altissima classe, eppure il ritratto che ne fa Pansa permette di comprendere meglio un personaggio che la maggior parte delle persone ricorda soprattutto per il macabro falso suicidio inscenato con un'impiccaggione sotto il ponte dei Frati Neri a Londra.

Dalla descrizione che ne fa Pansa, Calvi indossava delle scarpe nere, fatte a mano, supremamente lucide e perennemente osservate, in un incontro (inaspettato) avvenuto presso il suo ufficio, ne esce fuori un quadro quasi surreale: un Calvi sospettoso che non vuole registratori, ne blocchetti per prendere appunti che riceve Pansa e mentre parla osserva continuamente la punta di queste scarpe nere e lucidissime, dalla pelle ben conciata e sagomata quasi che....
promanasse una misteriosa energia in grado di fortificare, di illuminare,rassicurare.(3)

Pansa delinea un ritratto di Calvi ben diverso da quello che ci viene rappresentato dalle cronache, è un personaggio solo, sospettoso di tutto e di tutti, arroccato nel suo ufficio, dieto una scrivania d'epoca che sembra un oggetto apotropaico, attento e misurato nelle parole e con un colore del viso grigiastro, tipico di chi lavora al chiuso e lascia l'ufficio la sera tardi (4)

Se si può in parte capire il personaggio da quello che dice a Pansa, questo lo si può vedere da quello che Roberto Calvi pensava a proposito di se stesso e del ruolo svoloto come banchiere, disse infatti, a tal proposito:

Guardi che noi non siamo mica qui per niente. No, non siamo benefattori.Stiamo qui per lavorare, per far fruttare i soldi agli azionisti dell'Ambrosiano(5)


Oggi le banche si sono rifatte in parte il look presentando la parte buona e culturale attraverso le Fondazioni che sembrano essere a volte degli enti benefici che fanno del bene ma il ruolo della banca, di ogni banca, è esattamente quello confessato da Calvi, fare operazioni finanziarie e guadagnarci, il punto è quale tipo di operazioni finanziarie e per conto di chi.

L'altro punto che mi ha particolarmente colpito è il Calvi-pensiero a proposito di coloro che producono e coloro che consumano, Calvi fa una divisione dell'Italia in due categorie, coloro che consumano meno di ciò che producono e coloro che invece, consumano di più, i parassiti(6), una divisione che potrebbe apparire bizzarra e che sembra derivare dal ruolo ricoperto da chi è abituato a fare fruttare i soldi ma non è una concezione affatto bizzarra bensì è tipica di coloro che negli affari si sentono investiti da una missione, quasi di stampo protestante nella sua accezione calvinista, un concetto generale che detta regole e norme di condotta individuale e che si può riassumere con una parola: vocazione, quella che Max Weber indicava con il termine Beruf (7).

 

Non sappiamo se Calvi fosse animato anche da fede, virtù, umiltà e temperanza ma una cosa è certa, Calvi nel suo ribadire la sua onestà, dicendo noi non siamo benefattori. Siamo soltanto professionisti d'una professione che tiene in piedi il mondo: far denaro in modo onesto. Onesto, le ripeto, onesto(8) dichiarava anche la sua vocazione, una vocazione verso interessi e gruppi che lo coinvolsero ben oltre le sue intenzioni.

Ventisei giorni dopo l'intervista con Pansa, il 20 maggio 1981 esplose lo scandalo della P2, nell'elenco dei piduisti oltre ai nomi noti di Silvio Berlusconi, Licio Gelli, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Costanzo, Roberto Gervaso e altri meno noti, c'era anche quello di Calvi Roberto, tessera 1624, scritto dal 1 novembre 1977, quote versate
per il periodo dal 1977 al 1982, grado'3° ossia quello di maestro(9).

SI SCOPRE IL LEZZO....E' L'INIZIO

Lo scandalo del Banco Ambrosiano scoperchiò un cesso maleodorante nel quale avevano defecato tutti i malloppieri d'Italia, politicanti grossi e piccoli, sempre affamati di denaro, e dunque disposti a prendere le difese, in ogni momento e in ogni luogo, del povero banchiere perseguitato da una banda di magistrati irrsponsabili.(10)

Il vaso di Pandora dello scandalo del Banco Ambrosiano fece venire fuori il peggio di questa Italia che non riesce a risollevarsi: avvocati pilateschi, massoni attivi e in sonno,usurai, mafiosi, bancarottieri di professione, agenti segreto,
puttane di lusso (11)............insomma un baraccone di volti e nomi...a riprova che certe fogne portano dappertutto.(12)

Pansa descrive Calvi come un uomo arrogante e vittimista ed incapace di distinguere tra un amico e un ricattatore, una cosa è certa Calvi era depositario di segreti sconvolgenti , alcuni sono presenti nelle carte processuali, di altri non sapremo niente, se li è portati via Calvi, impiccato sotto il ponte dei Frati Neri il18 giugno 1982.


UNA GALLERIA DI PERSONAGGI, RITRATTI DI FALCHI, COLOMBE E AVVOLTOI

Viviamo in un incantesimo storico che sempre di più appare un'espressione geografica, cambiano i nomi dei protagonisti ma i loro cloni, come d'incanto, si materializzano con gli stessi tic, le stesse abitudini, le stesse frequentazioni e non si tratta di figli dei figli (di....) ma di emuli che usano le stesse armi e sotto i cui colpi cadono anche quelli che si credono i più scaltri.
E' di qualche anno fa lo scandalo Parmalat con i suoi migliaia di risparmiatori gabbati, sempre con lo stesso metodo negli anni '80 entra quello che sarà il protagonista assoluto del più grande sfascio al livello mondiale di cui stiamo pagando le conseguenze: il dottor Atipico, anzi, il dottor Atipico, della distinta famiglia dei Fondi Immobiliari.

Il meccanismo truffaldino è sempre lo stesso, si promettono tassi di interesse altissimi a fronte di un investimento senza rischio, nel dettaglio funziona così:
  • Tu dai i tuoi risparmi
  • Io investo questi tuoi risparmi in immobili di lusso, industriali, commerciali, alberghi
  • In cambio dei soldi che tu mi hai dato io ti do dei certificati
  • I tuoi titoli si rivaluteranno velocemente perchè grazie alla Grande Inflazione i tuoi soldi cresceranno a tassi d'interesse a due cifre
  • Il giorno che tu vorrai i tuoi soldi indietro, nessun problema, il dottor Atipico te li restituirà immediatamente perchè paga come un banchiere

Il sistema è diventato più raffinato: quella descritta da Pansa è la versione rozza e primitiva del sistema utilizzato dai malloppieri che hanno imparato la lezione di Parmalat e dell'Ambrosiano, oggi non propongono più titoli atipici, semplicemente li infilano dentro i fondi comuni di investimento e il risparmiatore ignaro non lo sa ma è come se lo sapesse perchè deve apporre la sua firmadando il consenso che si tratta di un investimento a rischio che non può garantire nessuna certezza di remunerazione e questo succede anche con i Fondi pensione, chi ha sottoscritto un Fondo pensione sa come vengono impiegati i suoi soldi? Chi ha sottoscritto un Fondo pensione conosce quanti sono i titoli atipici presenti in quello che in una legge varata dal Parlamento Italiano, dovrebbe garantire il futuro pensionistico dei lavoratori?
La risposta è no.Ecco il campo dei miracoli dove il Gatto e la Volpe avevan condotto Pinocchio  ai margini della città di nome Acchiappacitrulli: bastava sotterrarci qualche moneta d'oro per vedere crescere l'oro a grappoli, si un malloppone di zecchini d'oro.

Ecco che Pansa racconta di questi personaggi che assunto il ruolo del Gatto e la Volpe hanno gabbato il gonzo di turno: nel 1984 esplose quello che può essere definito il più straordinario marchingegno acchiappasoldi mai inventato quello a cui tutti i mallopieri guardano con ammirazione, il famigerato programma Europrogramme: 75 gonzi gabbati che nel migliore dei casi hanno perso la metà del loro capitale, interessi compresi, naturalmente!

E i nome che Pansa riporta sono quelli di Orazio Bagnasco e dell'architetto Vincenzo Cultrera, un altro signore di bell'aspetto , sempre abbronzato, perennemente circondato di belle figliole: tali madri (ieri), tali figlie (oggi), Cultrera non fece che copiare le trovate di Bagnasco al punto da dire al giornalista Giuseppe Turani:
"Europrogramme è una macchina perfetta per fare denaro. Purtroppo, ne esiste un solo esemplare al mondo e questo lo possiede Bagnasco. Se potessi averne un eguale anch'io......(13)

Ma non finisce qui, dopo Bagnasco e Cultrera esce fuori un altro personaggio il cui ritratto Pansa pennella in poche righe, descrivendolo come un tipo massiccio e barbuto, anellone con rubino al dito, bocchino d'oro, diamante all'occhiello, di nome Luciano Sgarlata il suo campo degli Acchippacitrulli si chiamava Overseas Trade Center che aveva 800 emissari che rastrellarono con metodo la provincia italiana, dietro la promessa di tassi che andavano dal 25 al 27,50 %: le cronache riportano che 1800 miliardi di lire vennero sotterrati nel campo degli Acchiappacitrulli, non hanno rivisto più niente.


Sgarlata venne accusato di appropriazione indebita, falso in bilancio
(cancellato come reato), truffa e associazione a delinquere.

LA CLEPROCRAZIA ELEVATA A SISTEMA

 

Di cricche l'Italia è sempre stata piena, compagni di merenda malloppieri che si sono spartiti la torta e di cui le cronache sono zeppe, ma c'è stato anche chi all'interno di questo sistema ha cercato di contrastare l'andazzo del malloppo partitico, come Giuseppe Azzaro che ebbe l'ardire, lui democristiano, di scrivere:
Il sistema è ormai collaudatissimo.Alle imprese che stanno per vincere gli appalti si chiede di gonfiare i preventivi per fare entrare anche la tangente che è diventata una componente del costo. Si tratta di una maggiorazione che, mediamente, si attesta attorno al 15 per cento e che alla fine viene pagata dai cittadini(14)

I malloppieri di ieri parlavano di costi della politica, quelli di oggi, sempre abbronzati e con belle figliole ( le figlie di quelle di ieri), parlano di casi isolati.
e di fatti accaduti a loro insaputa, quellli di ieri avevano una logica. comandavano e rubavano e più rubavano, più comandavano, quelli di oggi dicono che la colpa è della magistratura e che si tratta di persecuzioni giudiziarie, quelli di ieri erano la Banda Bassotti, quelli di oggi sono più raffinati e tra di loro non esiste neppure la figura del corruttore pentito.

Per le cronache, Giuseppe Azzaro, non ebbe alcun seguito,
a quell'avvocato di Catania col papillon non rimase che riflettere, con amarezza, su quest ' Italia
dove chi ruba trova mille difensori e chi è onesto si scopre in strettissima minoranza.

Pansa fa riferimento anche alle scappatelle dei politici e degli industriali riferendosi a Michele Sindona rispettato, onorato, venerato fino a quando non si conoscerà il vero Sindona soprattutto in seguito al fallimento della sua banca; quando si arriva a questo fallimento è un trauma ma un trauma con qualcosa di più perchè Sindona è un personaggio unico nella storia del paese perchè mette insieme relazioni profonde, relazioni non qualsiasi con il mondo finanziario, con il mondo industriale, con il mondo politico e con la malavita organizzata - intendiamoci rapporti di politici o di uomini dell'economia con la mafia o con la malavita oppure con ambienti corrotti del loro stesso mondo o di mondi limitrofi se ne conoscono a decine, sono stati passati al setaccio, alcuni sono finiti sotto processo- ma un personaggio che racchiuda ad un tempo mafia, politica, affari, come è stato Sindona e che poi sia passato attraverso una vicenda giudiziaria complessa e comunque nel modo tragico in cui è finita, è un personaggio unico, ha una sua unicità difficilmente ripetibile.
La cosa che colpisce di questa vicenda e che fa si che il suo antagonista Ambrosoli passerà alla storia con un ruolo crescente,( secondo me è cresciuto molto ultimamente rispetto a quando fu ucciso ma è destinato a crescere fino a diventare uno dei più grandi eroi della storia d'Italia); Ambrosoli si mosse con determinazione contro questo mondo quando già era chiaro di cosa si trattasse, il povero Ambrosoli da solo prese la sua forza morale, le sue competenze e andò a combattere cone un San Giorgio contro il drago, trovare la morte in un qualcosa in cui si sa già dall'inizio che si rischia la vita è più grave che incontrare la morte per caso perchè ci si è imbattuti senza saperlo in qualcosa di mostruoso, in tutto questo sta la grandezza(nel male) di Sindona ma sta anche la maggiore grandezza di Ambrosoli.

Tra qualche decennio, tra qualche secolo quando si parlerà di Sindona e di Ambrosoli, tutti sapranno chi è Ambrosoli e forse molto meno sapranno chi era Sindona.

CHI VUOLE UN AMARO?


Avevo dimenticato molti nomi e fatti, leggendo il libro di Pansa tutto è ritornato alla memoria, ogni cosa ora è più chiara anche se molti fatti erano avvolti nel mistero e continuano a rimanerlo, è inevitabile chiedersi perchè la società civile dia più importanza ai pedatori nazionali che passano il loro tempo a calciar la sfera e perchè si ripetano puntualmente con ciclicità periodica le vicende di cricche, combriccole e compagni di merenda interessati alla cosa loro e che come cosa nostra nominano sempre un capo bastone pronto a tirar le fila?

Il perchè c'è e sfocia nel patologico di un costume a cui Marziale avrebbe così risposto:

 

Percidi,gaudes, percisus, Papyle ploras
cur,quae vis fieri, Papyle, facta doles?
paenitet obscenae pririginis? an magis illud
fles,quod percidi, Papyle desieris?

Traduzione

A farti fare il culo tu ci godi,
Papylo, ma poi piangi. Ti lamenti
d'aver quel che hai voluto e pentimento
dell'oscena prurigine ti prende?
O invece non sei sazio e perciò piangi?


Marco Valerio Marziale, poeta latino ( 40 d.C. circa-104 circa)


Depenalizzano, condonano, mettono il bavaglio, riabilitano i malloppieri, fanno il legittimo impedimento, .....come Papylo poi piangono..... ma di piacere.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------

NOTE

(1) Giampaolo Pansa, il malloppo,Rizzoli, Milano, 1989, p.7

(2) Ibidem,p.8

(3) Ibidem, p.9

(4) ibidem, p.11

(5) Ibidem, p.11

(6) Ibidem, p.13

(7)Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni Editore, Firenze, 1983, pag 138-163

(8) in op. cit. p.15

(9) ibidem, p.15

(10) E' l'inizio dell'attacco alla magistratura e della difesa della P2, vedi Silvio Berlusconi che ospite della trasmissione televisiva "Iceber" dell'emittente privata Telelombardia del 6 marzo 2000, dichiarò: Io non ho mai fatto parte della P2. E comunque, stando alle sentenze dei tribunali della Repubblica, essere piduista non è titolo di demerito, sul fatto di aver negato di aver fatto parte della loggia massonica P2 si veda l'elenco reso pubblico dalla Relazione Anselmi, tale elenco è anche pubblicato in http://it.wikipedia.org /wiki/Lista_appartenenti_alla_P2, per quanto riguarda il fatto che non è un demerito l'avere appartenuto alla P2, ognuno faccia le sue considerazioni.

(11) L'espressione in corsivo è di Pansa, notare che il libro è stato pubblicato nel 1989, e non nel 2009, a quanto pare taluni malloppieri sono recidivi.

(12) in op. cit. p.17

(13) ibidem, p.39

(14) ibidem, p.140

Recensione da me già pubblicata anche altrove, i nomi citati sono contenuti nel libro.


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