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6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 17:38

 

lettere-dal-carcere.jpg

 

 

 

 

STORIA DELLE EDIZIONI

Le "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci sono diventate note in Italia solo a partire dal 1947 quando vennero pubblicate per la prima volta dalla Giulio Einaudi Editore. La raccolta pubblicata dalla casa editrice torinese comprendeva inizialmente 218 lettere che l'intellettuale e uomo politico sardo scrisse dal carcere nel periodo che va dal 1926 al 1937. Pur trattandosi di una parziale raccolta, l'edizione del 1947 assume particolare rilevanza di carattere storico in quanto per la prima volta, dopo la caduta del regime fascista, i lettori avevano possibilità di conoscere una parte delle lettere che, almeno nelle intenzioni di Gramsci. non costituivano un'opera destinata al pubblico. Oggi però l'insieme delle lettere è parte integrante dell'opera gramsciana andando a costituire un vero e proprio corpus letterario imprenscindibile per completare e approfondire numerosi aspetti del pensiero di Gramsci.
Come sempre accade quando vengono rese note al pubblico le corrispondenze anche di carattere strettamente familiare di personalità autorevoli, anche le "Lettere dal carcere" assumono una grande valenza politica oltrechè storica, in quanto permettono di conoscere molte sfaccetature anche di carattere privato della personalità di un determinato personaggio storico.
Chi volesse affrontare la lettura integrale delle "Lettere dal carcere" può scegliere tra l'edizione pubblicata da Einaudi editore nella collana "Gli Struzzi" pubblicata nel 1972 e l'edizione pubblicata da Il Saggiatore pubblicata nel 1996 che contiene 478 lettere.
Merita senz'altro di essere segnalata l'edizione pubblicata nella collana "I classici del pensiero libero" da il "Corriere della sera" che contiene una prefazione dello storico Luciano Canfora, in detta edizione pubblicata sotto licenza di Giulio Einaudi Editore si trovano "solo" 156 lettere che tuttavia permettono di avere una panoramica significativa sul periodo "carcerario" di Antonio Gramsci.




Se un lettore volesse affrontare l'opera di Antonio Gramsci dovrebbe munirsi di carta, penna e un quadernetto per prendere nota delle "lezioni" contenute in ogni pagina di queste lettere che costituiscono più di una semplice corrispondenza con i propri familiari come, ad esempio, si evince dalla lettera scritta il 20 novembre 1926 e indirizzata alla moglie Julca in cui Gramsci scrive "Ho pensato molto, molto in questi giorni" ed è proprio il pensare che caratterizza ogni riga scritta da Gramsci ; questo è appunto il tratto distintivo della scrittura dell'intellettuale sardo che anche quando affronta questioni di carattere personale affronta sempre sempre questioni di grande spessore morale.
Dalle lettere appare non solo l'uomo politico ma anche il marito e il genitore premuroso, il figlio preoccupato per la vecchia madre a cui dice "ho pensato ai nuovi dolori che stavo per darti, alla tua età e dopo tutte le sofferenze che hai passato", ma anche un uomo che, nonosante la detenzione, programma per il futuro.
Gramsci difatti si diede un programma molto rigido che prevedeva:

1- "Lo star bene per stare sempre meglio di salute".
2- Studiare la lingua tedesca e russa "con metodo e continuità".
3- Studiare economia e storia.
4- Fare ginnastica.

Un programma che serviva per "sentirsi vivo" e che nello stesso tempo non gli impedisce di rimanere allegro e di "cogliere il lato comico e caricaturale" della vita quotidiana.

Una curiosità che apprendiamo dalla lettere è che all'epoca il carcere era a pagamento, racconta infatti Gramsci "Ho incominciato a comprare qualcosa dal bettolino dal carcere: le steariche per la notte, il latte per il mattino, una minestra con brodo di carne e un pezzo di lesso, formaggio, vino, mele, sigarette, giornali e riviste specializzate....sono passato dalla cella comune alla camera a pagamento..."
Sono comunque tantissime le curiosità che si apprendono come per esempio il fatto che Gramsci era un lettore affamato di "notizie sportive" e che più di una volta in queste lettere ritorna il riferimento alla "Gazzett dello Sport" che già 90 anni fa era il punto di riferimento per tutti gli sportivi dell'epoca.

PSICOLOGIA E FOLKLORE

Nella situazione di detenzione Gramsci si dimostra uno straordinario osservatore della realtà e soprattutto dell'umanità che lo circondava; è interessante, ad esempio, vedere come era diviso il mondo del carcere dell'epoca, Gramsci racconta che vi erano quattro grandi divisioni "i settentrionali, i centrali, i meridionali (con la Sicilia), i sardi...ma emerge anche che "tra i centrali" i romani erano quelli meglio organizzati e che si distinguevano da tutti gli altri perchè non denunciavano mai "neanche le spie"; apprendiamo, poi, che tra i meridionali vi erano delle sottodivisioni che Gramsci così definisce:

  • Stato Napoletano
  • Stato Pugliese
  •  Stato Siciliano


Quando Gramsci scriveva era passati poco più di 60 dall'Unità d'Italia ed è significativo il fatto che questa suddivisione era prima di tutto una "divisione antropologica"....è cambiato da allora? Forse si, ma molto rimane e sono passati più di 90 anni!

CHE COSA DESIDERAVA GRAMSCI IN CARCERE

La libertà è il bene più grande soprattutto quando la si perde per le proprie idee, ma esistono anche "piccole cose" che solo quando mancano ci fanno capire quanto siano importanti, scrive, infatti, Gramsci: " Tra gli oggetti vorrei un pò di sapone, un pò di acqua di colonia per la barba, uno spazzolino da denti con vetro di custodia, un pò di dentifricio, un pò di aspirina, una spazzola per i panni".




Pensiero finale: All'epoca non esisteva la distinzione strumentale tra pubblico e privato come nei tempi attuali.

 

 

 





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Published by condividendoidee - in Filosofia
6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 16:51

In occasione del bicentenario della nascita di Leone XIII, papa Benedetto XIV ha ricordato l'enciclica Rerum Novarum, un documento importantissimo non solo dal punto di vista storico ma anche e soprattutto per l'attenzione verso la questione sociale che ieri come oggi non poteva essere elusa da una Chiesa attenta alle tematiche del lavoro; quel documento se da una parte invitava gli operai a mettere da parte ogni forma di invidia sociale ammoniva i padroni ad avere un atteggiamento più mite nei confronti dei dipendenti.

Senza dubbio Leone XIII avvertì la necessità di inserirsi nel dibattito della questione sociale vedendo il socialismo come un pericolo per la Chiesa stessa e definendolo un falso rimedio per gli operai e nocivo per la società.

Non si poteva pretendere di più, Leone XIII richiamandosi all' oracolo divino "Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica, tutti i giorni della tua vita" giustificava la necessità del dolore come la conseguenza del peccato originale.

Tuttavia Leone XIII, pur nei limiti imposti dal periodo storico in cui la Chiesa viveva, osservava che " nè il capitale può stare senza lavoro, nè il lavoro senza capitale" e auspicava la concordia tra le parti sociali invitando da una parte gli operai a non ammutinarsi e i padroni a rispettare la dignità umana, una posizione paternalista che cercava di salvare capre e cavoli e che rappresenta, ancora oggi, il vizio di un certo sindacalismo che non vuole mai prendere posizione.

Che il mercato del lavoro anche nelle relazioni sindacali abbia bisogno di nuovi strumenti è innegabile come non si può eludere il problema dell'assenteismo che colpisce la produttività non solo delle imprese private ma anche e soprattutto del settore pubblico, ma questa legittima aspirazione non può colpire la dignità stessa dei lavoratori tramutandosi in un boomerang dalle conseguenze inimaginabili per le aziende stesse.

 

Invocare la serbizzazione o rumenizzazione delle aziende riducendo o eliminando le pause, aumentando la flessibilità anche laddove non è necessario arrivando persino a proporre la mensa alla fine del turno, non fa che provocare l'insoddisfazione dei dpendenti che lavoreranno solo per lo stipendio e che troveranno tutti gli spazi possibili per lavorare di meno.

Oltre a questa ragione di fondo, già di per se convincente, c'è da considerare che la produttività del lavoro scende con il passare delle ore e che diventa necessario fare delle pause che permettono di riprendere la capacità di attenzione necessaria all'esecuzione del lavoro.

Operai stanchi, distratti e demotivati significa qualità del prodotto peggiore, maggiori rischi di infortuni sul lavoro e costi per la collettività oltre che per il cliente finale, ritornare al periodo delle Alfasud non giova prima di tutto alla FIAT.

 

La FIAT ha avuto eccellenti capitani come Vittorio Valletta o come Vittorio Ghidella ( il padre della Uno) e Cesare Romiti, abilissimo a muoversi non solo nelle aziende ma anche nelle relazioni sindacali ha recentemente affermato che "il sindacato lo puoi battere ma non dividere"  e che "sbagliato rinunciare a parlarsi o cercare accordi separati".

 

Questo pensa Cesare Romiti, Marchionne al contrario preferisce lo scontro e ha deciso di non mandare rappresentanti alla riunione fissata alla Direzione provinciale del lavoro di Potenza per tentare di risolvere la controversia nata subito dopo il licenziamento dei tre operai dello stabilimento di Melfi.

 

 

In questo caso sorge una riflessione: le aziende quando selezionano i dipendenti e Marchionne è un dipendente seppur di lusso, dovrebbero valutare non quanto un amministratore delegato può fare risparmiare con i tagli ma quanto quella azienda accrescerà guadagni e simpatia presso il consumatore finale.....quello che conta alla fine è il cliente che compra e molti dopo quello che sta succedendo hanno deciso di non comprare auto Fiat....è questa la strategia migliore per fare il bene dell'azienda?  Ricordarsi di Leone XIII che non era un pericoloso rappresentante sindacale della FIOM.

 

Meglio un aministratore delegato filosofo che un emulatore di Pirro.............

 

....e meglio la giapponesizzazione che la serbizzazione delle aziende!!!!!!!!!!!!!!

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Published by Caiomario - in Società
6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 16:47

 

 

 

Si parla di Europa spesso a sproposito, per chi in Europa c'è stato si rende conto di quanto il nostro paese sia lontano dagli standard qualitativi di paesi che a prescindere dai governi che li amministrano, hanno da tempo imboccato la strada della modernizzazione in direzione del cittadino.

 


Per quanto riguarda la comunicazione c'è un dato che è impressionante. solo a Berlino ci sono oltre 5000 hotspot wi-fi, il numero delle postazioni in tutta Italia non supera quello della città tedesca.

In termini semplici mentre noi siamo costretti a sottoscrivere abbonamenti internet costosissimi, in molte zone d'Europa basta semplicemente avere un computer predisposto alla connessione wi-fi.

Parafrasando un noto film, l'Italia non è un paese per giovani e oltre ad avere un'arretratezza per quanto riguarda le strutture ormai essenziali per un paese moderno, assistiamo al perpetuarsi di vizi che appartenevano alle vecchie generazioni.

L'Italia è diventato il paese delle clientele mentali dove ormai ognuno cerca di salvare se stesso,  la generazione precedente ha inculcato nei giovani l'idea che ci deve esssere sempre un Picone a cui rivolgersi per risolvere piccoli e grandi problemi.

Berlusconi ha vinto perchè ha promesso di liberare l'Italia dalle catene dello statalismo e della burocrazia, oggi ci ritroviamo un' Italia in mano alle cricche e ai malloppieri con pletore di persone che premono per entrare nello Stato per avere il posto fisso...l'Europa è lontana.

Lo scontro generazionale in atto ha degli aspetti che sono sempre più inquietanti :  i giovani vorrebbero avere quello che hanno avuto i vecchi ma gli sono rimaste solo le briciole..hanno preso tutto...

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Published by condividendoidee - in Società
6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 16:43

Se c'è un campo dove è possibile distinguere l'autore da colui che si limita a ripetere cose dette da altri, questo è proprio quello della filosofia.

Nel campo delle conoscenze umane la storia della filosofia occupa una parte importante e non necessariamente uno storico del pensiero è un filosofo ma spesso lo è , Nicola Abbagnano è stato un eccellente storico della filosofia ma è stato anche un autorevole esponente dell'esistenzialismo italiano, Ludovico Geymonat ha curato una monumentale "Storia del pensiero filosofico e scientifico" ma è stato anche un elaboratore originale persino nel campo della matematica e non solo in quello filosofico, l'elenco potrebbe continuare citando illustri esponenti autori di validi manuali ad uso degli studenti di diverse generazioni.

Esiste quindi una differenza tra coloro che si limitano a ripetere cose dette da altri e che potremmmo definire dei fruitori del pensiero altrui e coloro che si dedicano all'ars philosophandi, la precarizzazione del ruolo del docente ha portato anche  ad una precarizzazione dell'approccio alla filosofia ridotta a sterile programma ministeriale, la bignamizzazione del pensiero è quindi  una degenerazione che toglie alla filosofia il ruolo  maieutico che ha sempre avuto nel progresso della conoscenza.

E se non si conosce la filosofia come si può pretendere di insegnarla?

Sono degli interrogativi che nascono vedendo anche la qualità dell'insegnamento della filosofia che continua ad essere una materia che non si può insegnare se non si ha un animus predisposto all'ars philosophandi , l'immissione in ruolo per sanatoria salva lo stipendio ma uccide la filosofia, avremo sempre di più insegnanti ripetitori di sunti e sempre meno filosofi, ma i filosofi che ci farebbero tra costoro?

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Published by Caiomario - in Filosofia
6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 15:55

C'è stato un periodo che possiamo individuare negli anni prima del '68, in cui coloro i quali sceglievano di intraprendere gli studi di filosofia appartenevano ad una élite intellettuale, poi a partire dagli anni della contestazione, l'interesse per il corso di laurea in filosofia fu dovuto soprattutto a scelte di carattere ideologico, oggi, finita quella stagione, le motivazioni sono legate esclusivamente all'interesse per la filosofia, forse nella convinzione non del tutto sbagliata che gli strumenti  critici dati da quegli studi siano i più completi e versatili e che possano essere utilizzati in diversi campi dell'agire umano.

Il presupposto è giusto e condividibile, il risultato però disattende sempre le aspettative perchè la laurea in filosofia oggi non è più utilizzabile per fare, ad esempio, il professore di liceo, è questa una strada chiusa e sarebbe meglio non creare delle false attese dato che da almeno un quindicennio lo sbocco dell'insegnamento sembra essere dal punto di vista occupazionale non più praticabile.

Questo tema viene poco dibattuto anche per il timore che lo svuotamento delle aule universitarie porti alla soppressione dei corsi di laurea, l'uomo non cesserà mai di pensare e continuerà a fare filosofia ma l'organizzazione dei corsi di laurea andrebbe profondamente rivista come anche quella dell'accesso alla carriera universitaria, ci sono  troppi fruitori di cose altrui anche tra i docenti universitari e pochi Maestri.

Che ci farebbero i filosofi tra questi amministrativi dei libretti universitari spesso entrati nell'università per contiguità ideologiche con l'ordinario di turno?

La domanda è retorica, la risposta è scontata.

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Published by condividendoidee - in Storia
6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 06:38
Riscoprire un testo come l'Aereopagitica. Per la libertà di stampare senza licenza di John Milton significa comprendere che al di là dei sistemi politici e delle forme di governo che si succedono nei secoli, l'uomo ha sempre avuto ben presente l'esigenza della libertà come legittimazione delle diversità.
Nonostante in tutte le forme democratiche il principio di libertà sia dichiarato l'elemento fondante, rimane irrisolto il problema della libertà di pensiero.
E' bene comprendere che il principio di libertà di pensiero non è solo la liberta di manifestare il proprio pensiero, ma anche di poterlo diffondere.
Sul piano formale c'è una differenza tra manifestare il proprio pensiero e avere la libertà di stampare, anche chi è chiuso in una stanza è libero di pensare e di parlare, ma quando per manifestarlo ci si deve sottopporre ad una presunta autorià, parlare di libertà non ha più senso.
Il potere ha sempre bisogno di vasi comunicanti e la censura è uno degli strumenti che da sempre è utilizzato per controllare e veicolare, la differenza che passa tra un regime tirannico e un sistema oligarchico che si serve della democrazia per controllare il pensiero è solo nelle forme: il primo è grossolano, facilmente intuibile, il secondo usa l'arma dell'occupazione e delle barriere d'accesso.
La libertà di stampare è la libertà di diffondere, ma quando il monopolio legale viene detenuto da pochi, il diritto rimane solo sul piano del principio, tuttavia nell'epoca di formidabili cambiamenti come l'attuale, il processo non può essere più fermato nonostante la libertà di pensiero oggi subisca uno degli attacchi più striscianti e insidiosi che mai prima di ora abbia avuto la libertà di scrittura.

Emblematico è il caso di Julian Assange: c'è un livello che non può essere superato, è il livello che non è accessibile e che se oltrepassato scatena le forze che controllano l'informazione: le regole della comunicazione oggi sono diventate paradosso, da una parte esiste il principio di libertà di scrittura, dall'altra parte l'esercizio per praticarla subisce forte limitazioni.
La lettura dell'Areopagitica è un'occasione per riflettere sulla libertà di scrittura e sulla libertà di stampare ( cosa ben diversa dalla libertà di stampa)...è una scelta di civiltà, non dimentichiamolo!!!
Scritto di mia proprietà già espresso altrove.



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Published by condividendoidee - in Storia
6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 05:31

 

 

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La Chiesetta di San Guido a Bolgheri

Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/49356316@N00/3973748125

 

 

Rievocare Giosuè Carducci dopo le migliaia di pagine che sono state scritte, significa anche ricordare che il poeta toscano è stato tra i pochissimi italiani a conseguire il premio Nobel.
Un riconoscimento prestigioso che a distanza di tempo assume maggior valore se consideriamo la data in cui gli venne assegnato: il 1906.
Relegare Carducci al solo ruolo di sommo poeta significherebbe fargli un torto perchè il professore toscano fu anche storico e critico letterario: la sua vasta produzione fu caratterizzata agli inizi da un temperamento polemico e sanguigno che lo pose all'antitesi di una letteratura sentimentale e a tratti decadente propria del secondo Romanticismo.
Proprio per questo motivo egli vagheggiò un ritorno ad un Classicismo virile che fosse vicino ai canoni espressi da Alfieri, Foscolo e Berchet.

Di pregevole valore sono le sue raccolte giovanili "Juvenilia" e "Levia gravia", nelle quali un posto a parte ha il celebre "Inno a Satana".

La pubblicazione di questo famoso inno provocò molto scalpore e si caratterizzò per essere un inno alla libertà contro ogni forma di oscurantismo.

Ricordato spesso per la celebre "Inno a San Guido", pochi alunni delle scuole hanno letto questo Inno A Satana che rivela il vero spirito del primo Carducci imbevuto di polemica politica e sociale, spirito che ritroviamo anche nella raccolta poetica "Giambi ed epodi" dove Carducci si scaglia contro la politica mediocre dei governi italiani che gli pareva, a suo modo di intendere, che tradissero i grandi ideali risorgimentali.

Poco noto in questa prima parte della sua opera poetica, Carducci è conosciuto sopratutto per quelle "Rime Nuove" che occuparono lunghi anni della sua attività, con poesie che risalgono al 1861 e che sono unite ad alcuni grandi temi che contraddistinsero la sua giovinezza, i suoi sentimenti e i suoi dolori ma anche unite da un intento volto a recuperare le grandi memorie del passato come l'affermazione dei Comuni Italiani nel Medioevo.

Cito a questo proposito la poesia "Faida Comune" che fa parte di una sezione delle Rime nuove dove Carducci dedicò alcuni dei suoi più riusciti componimenti poetici alla ricostruzione dei momenti storici del passato, soffermandosi con maggiore insistenza intorno alle vicende dei nostri Comuni.

 

 

giosu-carducci-autore.jpg

 

 



In Faida comune , Carducci ricorda la vendetta del comune di Pisa contro quello di Lucca e si tratta di un fatto storico realmente accaduto nei primi anni del XIV secolo, questo è forse uno dei motivi dell'antica rivalità, mai sopita, ancora esistente tra gli abitanti delle due meravigliose città toscane.

Proprio partendo dalle cronache dell'epoca e dalle canzoni del tempo, Carducci, ricostruì l'episodio avvenuto nel novembre del 1313 immaginando che i pisani vittoriosi avessero mandato ambasciatori ai lucchesi per chiedere la consegna di tre castelli come era stasto pattuito.

I lucchesi risposero che avrebbero raso solo due castelli mentre nel terzo annunciarono di aver posto degli specchi dove si potevano riflettre le donne pisane; questo fatto ritenuto una grande offesa, scatenò l'ira dei pisani che misero a ferro e fuoco le campagne lucchesi arrecando distruzione e saccheggiando ogno cosa.

Giunti sotto le mura del terzo castello, misero a loro volta due giganteschi specchi, uccisero l'ultimo lucchese in fuga scrivendo col sangue questa frase:

"Manda a te, Bonturo Dati
che i lucchesi hai consigliati,
da la porta a san Friano
questo saluto il popolo pisano"

Ecco spiegate le ragioni dell'antico antagonismo mai sopito tra pisani e lucchesi...grazie al Carducci che lo mise in rima, oggi lo possiamo in parte comprendere.

 

 Rievocò in versi le memorie del nostro passato

 

 Scritto di mia proprietà intellettuale in parte rielaborato e condiviso altrove



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Published by condividendoidee - in Letteratura
1 settembre 2011 4 01 /09 /settembre /2011 11:35

Il codice lingua secondo gli autori Latini.

Facendo un viaggio nella letteratura antica scopriremo che molte nostre convinzioni sul giusto modo di scrivere sono del tutto errate, il motivo principale è dovuto al fatto che le lingue del passato non seguivano i canoni di scrittura che noi utilizziamo attualmente.

Chi ha studiato il latino e il greco sa bene che la traduzione in italiano di frasi che presentano particolari difficoltà morfologiche e sintattiche, non dipende solo dalla conoscenza delle nozioni sintattiche basilari, ma anche e soprattutto dalla conoscenza dello scopo comunicativo dell'autore.

Uno degli autori "più facili" da tradurre è C. Giulio Cesare, eppure se non si conosce lo scopo comunicativo delle sue opere letterarie, si rischia di fare delle traduzioni prive di qualsiasi significato.

Se poi dovessimo prendere il testo originale rischieremo di perderci nel tentativo di comprendere semplicemente il significato di quello che c'è scritto, ma come scrivevano Cesare, Cicerone e gli autori latini?

Prima di tutto scrivevano in maiuscolo, non esisteva infatti la differenza tra lettere maiuscole e minuscole, poi non usavano i segni di punteggiatura semplicemente perché non esistevano e al posto della U usavano la V.

Per gli antichi, infatti, era inconcepibile pensare di differenziare il linguaggio parlato da quello scritto, era quindi perfettamente normale scrivere come parlavano.

Se prendiamo, ad esempio, il famoso incipit della prima Catilinaria di Cicerone "Quo usque tandem, Catilina, abutere patientia nostra" , notiamo che la parola Catilina si trova racchiusa tra due virgole, mentre Cicerone ha scritto: "QUO VSQUE TANDEM CATILINA ABUTERE PATIENTIA NOSTRA",si noti anche che al posto della U si trova quella che per noi è una V.

In conclusione possiamo dire che il modo di scrivere non ubbidisce a regole fisse e immutabili, ma cambia con il tempo e non c'è cosa più vecchia della grammatica perché le regole che osservava, ad esempio, Leopardi non sono quelle che seguiamo noi.

Nella lingua italiana scritta è rimasto qualcosa di questo antico modo di pensare e riguarda nello specifico i segni di punteggiatura. Non esiste infatti una sola grammatica che stabilisce delle regole rigide sulla punteggiatura, anzi molti grammatici raccomandano di usare la punteggiatura nel modo che si preferisce. Perché? Semplicemente perché la punteggiatura serve per esprimere il proprio stato d'animo, il proprio stile, il proprio scopo comunicativo ed è l'autore che deve decidere se mettere un punto esclamativo o un punto di sospensione. Non il lettore!

see filename | Source | Date see metadata | Author sailko | Permissio

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Published by Caiomario - in Letteratura latina e greca
28 luglio 2011 4 28 /07 /luglio /2011 18:19

La morte non ci tocca perché tutto finisce.

Come trattano il tema della morte i "materialisti" antichi? Tra le diverse interpretazioni che hanno caratterizzato la storia del pensiero, quella democritea è quella che ha maggiormente influenzato la filosofia moderna.

Per la filosofia esistenzialista, infatti, la morte è una realtà che opera nel nostro intimo fin dal primo istante, ossia fa parte della nostra esistenza.

Ogni passo che l'uomo fa è quindi segnato da un'operazione della morte.

L'idea per cui la morte esiste ed accompagna ogni istante della nostra esistenza trae la sua origine dalle posizioni filosofiche di Epicuro e di Lucrezio che a loro volta sono stati profondamente influenzati da Democrito.

La morte per Democrito rientra nell'organicità dell'essere, perché tutto è materiale, anche l'anima è costituita da atomi anche se piccolissimi, per cui tutto finisce nel nulla. La filosofia di Democrito può essere definita come un nichilismo assoluto.

Epicuro in coerenza con la posizione di Democrito, sosteneva che ci può essere un sentimento verso la morte, ma l'uomo deve superarlo. La posizione di Epicuro può essere sintetizzata nel seguente concetto così da lui espresso: "Quando la morte viene, noi non ci siamo più e quando ci siamo la morte non c'è".

Per Epicuro, quindi, non ci dobbiamo preoccupare della morte perché quando siamo vivi non c'è la morte e quando siamo morti non ci rendiamo conto di esserlo, perché tutto è finito.

Tale posizione è conseguente all'obiettivo della filosofia epicurea il cui intento è quello di rendere l'uomo felice liberandolo da qualsiasi preoccupazione, compreso il timore della morte.

Per Epicuro quello che vale è vivere nel tempo: l'uomo deve impostare un modo di vivere che si riferisce al tempo perché oltre il tempo l'anima non è importante in quanto formata da atomi piccolissimi e si dissolve.

Epicuro sosteneva che l'uomo doveva guardare il mondo, essere spettatore di quello che accadeva evitando di mischiarsi in qualsiasi tipo di affanno.

È il concetto del "Vivi nascosto" che Epicuro così esprimeva:

"Vivi ma allontanati da tutto ciò che può causare apprensione, dolore e timore.

Allontanati dalla ricchezza, dall'amore, della politica".

Quella di Epicuro è una concezione etica negativa: "Vivi nascosto separandoti da tutto ciò che potrebbe causare dolore".

La posizione di Epicuro può essere riassunta nel seguente concetto:

La morte non ci tocca, perché tutto finisce.

Heidegger riprenderà in parte questa idea sostenendo che bisogna accettare il naufragio totale per superare il sentimento dell'angoscia in modo da raggiungere l'esistenza autentica.

Berlino
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Published by God - in Teologia e scienze religiose
27 luglio 2011 3 27 /07 /luglio /2011 07:37

Il personale dipendente della Pubblica Amministrazione non può svolgere un secondo lavoro né altre attività, ma ci sono delle deroghe...

Il rapporto di pubblico impiego è caratterizzato dal dovere di esclusività, fatte salve le deroghe di legge quali, ad esempio, l'esercizio della libera professione.

Il medico può essere dipendente di una ASL e nel contempo svolgere la libera professione; l'insegnante ad esempio non può effettuare delle ripetizioni, ma può collaborare con una rivista didattica in qualità d'autore.

Vi sono pertanto attività extraistituzionali assolutamente incompatibili con il ruolo di pubblico dipendente.

Il dipendente pubblico non può essere titolare di altro impiego, sia pubblico che privato, non può assumere cariche gestionali in società aventi fini di lucro e non può esercitare attività industriale, commerciale e professionale.

L'espletamento di tali attività non può essere oggetto di alcuna autorizzazione, in quanto il loro esercizio configura una situazione di incompatibilità oggettiva che legittima addirittura la risoluzione del rapporto di lavoro, ai sensi dell'art. 60 e ss del D.P.R. n.3/1957 e s.m.i. confermato dall'art. 53 del D. Lgs 165/2001 recante le "Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche".

In detto articolo viene specificato che tale norma non trova applicazione nel caso in cui i compensi derivino:

  • "dalla collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili";

-" dalla utilizzazione economica da parte dell'autore o inventore di opere del'ingegno e di invenzioni industriali";

- "dalla partecipazione a convegni e seminari";

- "da incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate";

- "da incarichi per lo svolgimento dei quali il dipendente è posto in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo";

- "da incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti presso le stesse distaccati o in aspettativa non retribuita".

Dall'inserto riportato viene chiaramente esplicitato che il pubblico dipendente può scrivere, ad esempio, un libro, può collaborare con un giornale o una casa editrice, ma non può, in qualità di dipendente, far parte della redazione di un giornale.

Raccolta oliveyoung businessman reads the book on a white background

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Published by caiomario - in Società

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