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25 febbraio 2014 2 25 /02 /febbraio /2014 06:09

 

 

 

 

 

Foto0898-copia-1.jpg"La democrazia elettorale assomiglia molto al mondo della Borsa; in entrambi i casi si deve agire sull'ingenuità delle masse, comprare l'aiuto della stampa influente, e aiutare il caso con un'infinità di astuzie; non vi è gran differenza fra un finanziere che introduce sul mercato affari reclamizzati e che affonderanno in qualche anno, ed il politico che promette ai suoi concittadini un'infinità di riforme che egli non sa come a portare a termine e che si tradurrano solo in una pila di fogli parlamentari. Gli uni e gli altri non capiscono niente della produzione e si arrabattano, tuttavia, per imporsi ad essa, mal digerirla e sfruttarla senza la minima vergogna: sono abbagliati dalle meraviglie dell'industria moderna e ritengono, entrambi, che il mondo rigurgiti di ricchezza in modo bastante perché lo si possa saccheggiare molto e tuttavia non far troppo gridare i produttori; tosare il contribuente senza arrivare a farlo ribellare, ecco in che consiste l'arte del grande uomo di Stato e del grande finanziere.

Democratici e persone d'affari hanno una scienza tutta speciale per far approvare le loro truffe dalle assemblee deliberanti; il regime parlamentare è truccato quanto le riunioni d'azionisti. È probabilmente a motivo delle profonde affinità psicologiche messe in luce da questo modo di agire, che gli uni e gli altri s'intendono alla perfezione: la democrazia è il paese di Cuccagna sognato dai finanzieri senza scrupoli."

 

- Georges Sorel da "Rèflexions sur la violence"-

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Published by Caiomario - in Filosofia
20 gennaio 2013 7 20 /01 /gennaio /2013 04:22

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/96437739@N00/176639670 (album di Carla216)

QUEI GESTI INSIGNIFICANTI CHE RIVELANO DUE OPPOSTE TENDENZE 


Sigmund Freud aveva scritto che la censura si comporta come "un buon doganiere stupido". Cosa voleva dire il medico di Freiberg con questa frase che può essere applicata a tutte le manifestazioni della vita quotidiana?
Freud sostenne e dimostrò che tutte le manifestazioni della vita passano attraverso un controllo e che questa "mediazione" è evidente per quanto l'individuo tenti di celarla. E' impossibile quindi passare attraverso una dogana che sequestri tutto, rimane traccia di ogni cosa.
Ma quali sono questi fatti che noi riteniamo insignificanti? Freud li individua e li esamina in "Psicopatologia della vita quotidiana" un'opera pubblicata nel 1901 nella quale, col puntiglio tipico dell'indagatore, fa un elenco di detti fatti insignificanti:

  •  i gesti quotidiani effettuati senza un'apparente consapevolezza;
  • le dimenticanze temporanee;
  • l'uso di parole apparentemente sbagliate durante la lettura o la scrittura (i lapsus);
  • gli errori effettuati durante la lettura quando, ad esempio, si interpreta una cosa al posto di un'altra;
  • la perdita di oggetti d'uso quotidiano;
  • la dimenticanza di determinati obblighi;
  • l'abuso di parole contraffatte;
  • la momentanea perdita di parole familiari.


Freud nell'esame di questi microfenomeni individuò quindi due tendenze:

  • da una parte la necessità di sentirsi appagati; 
  • dall'altra l'esigenza di controllare le proprie azioni.


L'IMPORTANZA DELL'OPERA 

"Psicopatologia della vita quotidiana" nell'impianto freudiano riveste una particolare importanza in quanto Freud dimostra che l'elemento "patologico", la "malattia della mente" pervade ogni aspetto della vita quotidiana e dimostra come tale elemento sia presente tanto nella persona sana che in quella malata.
Non è possibile quindi fare una cesura netta tra coloro i quali sono affetti da disturbi della vita psichica e coloro che sono apparentemente normali.
Anche coloro che sembrano equilibrati sono affetti da attività patologiche quali comportamenti ossessivi, fobie, dimenticanze ecc.

La differenza che passa tra una persona normale e un malato psichico è per Freud rintracciabile non in quella che lui definisce la "qualità psichica", ma nel maggior attaccamento a determinate "abitudini" che non riesce a mascherare completamente e che sono immediatamente rilevabili da un osservatore esterno.


IL SINTOMO NEVROTICO

Per Freud nel sintomo nevrotico vi sono due opposte tendenze che si manifestano contemporaneamente: il bisogno di soddisfare la proibizione e la proibizione stessa.
Classico esempio è quello dell'anoressia: la persona che ne è affetta rifiuta il cibo perché respinge la necessità di introdurre il cibo stesso attraverso la bocca, ma nello stesso tempo soddisfa questo bisogno con l'interesse ossessivo verso l'alimentazione.
Esiste quindi un nesso tra alterazioni della mente e distrubi organici, non vi è per Freud separazione tra mente e corpo a differenza di quanto sostenevano taluni filosofi che tendevano a contrapporre nettamente i due piani.


OGNI EVENTO E' COLLEGATO AL PRECEDENTE 

Per Freud ogni fatto psichico , grande o piccolo che sia, è sempre collegato ai precedenti, ogni evento della psiche apparentemente inspiegabile, trova invece la sua spiegazione nel resto dei fatti della vita psichica.
Freud nelle sue considerazioni sul comportamento della psiche parlò di: "sovradeterminazione", cos'è la sovradeterminazione? E' l'insieme delle cause che determina un certo comportamento, le manifestazioni pischiche abnormi possono essere quindi determinate da più livelli di cause.

LA SESSUALITA' COME ORIGINE DEL TUTTO 

Per Freud nel bambino è già presente una forma di sessualità ed è proprio la sessualità infantile l'origine di determinati comportamenti; Freud elabora la teoria del "complesso di Edipo" che sta all'origine di ogni esperienza, ed è proprio questo il tema che verrà affrontato in "Tre saggi sulla teoria sessuale", un'opera fondamentale per conoscere la teoria feudiana sui comportamenti infantili prima ignorati.


INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE 

Sono state pubblicate numerose edizione di "Psicopatologia della vita quotidiana", indico quella da me letta e pubblicata nella Collana Universale dall'editore Bollati Boringhieri.
L'opera è stata più volte riproposta a partire dal 1971 anno della sua prima pubblicazione, tra le diverse edizioni presenti in libreria, quella della Boringhieri è sicuramente una delle più aderenti al testo in lingua tedesca. La traduzione è stata curata da C.F. Piazza, M. Ranchetti e E.Sagittario.

La versione pubblicata nel 1971 è oggi pubblicata nella collana "Gli Astri" da Bollati Boringhieri e costa euro 8,55.

Per chi volesse procedere ad un ulteriore approfondimento consiglio, inoltre, la seguente opera:

* V. Cappelletti, Freud, Struttura della metapsicologia, Laterza, Roma-Bari, 1973.


Non è possibile esprimere un giudizio di valore su Freud, sarebbe un comportamento presuntuoso da parte di un lettore "normale", ma sul piano della piacevolezza della lettura è possibile pronunciarsi. Freud non è solo un teorico, parte dai casi concreti e per questo l'opera è consigliata anche a chi ha un approccio "dilettantistico" verso tutto ciò che riguarda la psiche.
Freud riesce a mantenere alta l'attenzione fornendo continui elementi che permettono a ciascuno di noi di comprendere se stessi e gli altri.


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Published by Caiomario - in Filosofia
2 gennaio 2013 3 02 /01 /gennaio /2013 18:40

contatore gratuito

 

Francesco Maria Arouet o Voltaire si formò in un collegio di gesuiti, è considerato l'esponente principale dell'illuminismo deistico francese, pur essendo legato al meccanicismo fisico e al sensismo, non espresse mai posizioni ateistiche. La polemica contro la teologia nasceva dalla sua profonda avversione nei confronti di ogni forma di metafisica e di dogmatismo ecclesiastico forieri di illusioni e di intolleranza; Voltaire riteneva che l'uomo dovesse rassegnarsi con i suoi mezzi alquanto limitati alle necessità di questo mondo.

 

 

 

  • Gesù non ha insegnato alcun dogma metafisico, e non ha scritto trattati teologici; non ha detto: "io sono consubstanziale, ho due volontà e due nature con una sola persona". Egli non ha lasciato ai monaci, che dovevano venire dodici secoli dopo di lui, la preoccupazione di argomentare per sapere se sua madre sia stata consepita nel peccato originale; non ha mai detto che il matrimonio è il segno visibile di una cosa invisibile; ha taciuto intorno alla grazia concomitante, non ha istituito né monaci né inquisizione; non ha ordinato nulla di quanto oggi vediamo. (da Voltaire, Dizionario filosofico, in Gli illuministi francesi, a cura di Pietro Rosso, Torino, Loescher, 1973)

 

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/72746018@N00/5504225706 (album di dalbera)

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Published by Caiomario - in Filosofia
2 agosto 2012 4 02 /08 /agosto /2012 15:45

Protagora fu un personggio storico e uno dei degli esponenti più importanti della sofistica, non quindi un prodotto della fantasia filosofica di Platone, fu arduo sostenitore della tesi secondo la quale  sono inconoscibili le relazioni tra i fatti, Protagora era un relativista che sarebbe potuto arrivare a negare persino che mentre stava camminando i piedi si muovessero uno  dopo l'altro.

Essere relativisti difronte alla ricerca, è il modo migliore per fare progredire la conoscenza, così come uno storico   deve essere sempre revisionista  per vocazione cioè pronto a revisionare delle versioni storiche,  ormai accettate dai più, se intervengono fatti e documenti nuovi: il relativismo sta alla conoscenza come il revisionismo sta al metodo storico.

Una volta però che si è verificata scientificamente la validità di una legge, di un dato, di un fatto etc.., l'atteggiamento relativista deve essere abbandonato e rivolto verso un altro oggetto affinchè la conoscenza diventi realmente patrimonio intelligibile dell'umanità, in caso contrario se il relativismo viene perseguito come metro per misurare anche il verificato, si trasforma in ostinazione corrosiva, un inconcludente atteggiamento che porta solo in un vicolo cieco.

Lo spirito libero di cui parlava Nietzsche era proteso verso la conoscenza ma non era un ostinato realtivista pronto a negare qualsiasi cosa solo per spirito di contraddizione per cui - per dirla alla Hegel - se uno diceva si, lui diceva no e se qualcuno diceva no, lui diceva si.

 

 

 

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Published by condividendoidee - in Filosofia
27 luglio 2012 5 27 /07 /luglio /2012 04:56

Sappiamo che quando si dà un giudizio non molto positivo su un libro si rischia di cadere nella presunzione, ma la valutazione personale proprio perché è tale, non deve dispiacere all'autore; però quando leggo un manuale che parla di filosofia devo trovare determinati requisiti e la stessa cosa vale per quei libri che trattano di cose filosofiche. 
Qualche anno fa erano molto in voga dei libri che avevano la pretesa di spiegare la filosofia in modo simpatico, erano scritti da un autore che doveva la sua notorietà in gran parte al mezzo televisivo. Non era un insegnante di filosofia, né un docente universitario, né un laureato in filosofia, probabilmente aveva fatto il liceo classico, insomma aveva masticato un poco di filosofia, in grandi linee conosceva alcuni aspetti ma la sua "riduzione" trovava sicuramente il riscontro favorevole di coloro i quali non avevano mai letto un testo filosofico. L'autore in questione non ha scritto più libri del genere e non poteva essere diversamente, lo sapevamo noi studenti di filosofia che di lui invidiavamo solo il successo letterario. 


DIDATTICA 

"Cinquanta Grandi Idee di Filosofia" di Ben Duprè non può essere messo sullo stesso piano di quel genere di libri a cui ho fatto riferimento nelle righe precedenti, non è un manuale ma è stato scritto con lo spirito del sunto, cosa intendo per spirito del sunto? In cinquanta brevi capitoli l'autore vorrebbe spiegare argomenti che necessiterebbero di ben altra trattazione, l'intenzione è ammirevole e l'operazione in parte è riuscita; la scrittura è brillante, sul piano del rigore non si può rivolgere all'autore alcuna critica, ma è troppo poco per capire cinquanta idee? E poi perché proprio cinquanta? Se mettiamo una dietro l'altra le idee che i filosofi hanno generato dai pre-socratici fino ai nostri giorni, constateremo che le idee sono centinaia di migliaia e che spesso sono concatenate le une alle altre. 

Prendiamo ad esempio il capitolo che tratta dell'Estetica, Duprè presenta un breve saggio intitolato "cos'è l'arte?" Manca una trattazione di quella che può essere considerata l'opera principale sul giudizio estetico: "La Critica della facoltà di giudizio", non ci si può domandare su cosa sia l'arte senza fare un riferimento a Kant in modo sistematico anche se l'intenzione dell'autore è quella di spiegare in modo non complicato questioni che hanno reimpito biblioteche intere. 
Un altro esempio: la trattazione del problema del peccato originale, del male e del libero arbitrio è ben impostata ma non vi è alcun riferimento al tomismo, assenti del tutto i riferimenti teologici così come mancano quelli bibliografici. E' una valutazione ex post "viziata" dall'approfondimento, ma non è un ipercriticismo spocchioso, bensì è l'impressione che sarebbe la medesima da parte di qualsiasi studente di filosofia. So che è sbagliata la prospettiva, ma è una valutazione personalissima. 


L'ANGOLO PERSONALE 

Non è marginale invece la buona intenzione dell'autore, divulgare i principi della filosofia, i grandi interrogativi che da sempre accompagnano l'uomo; non c'è dubbio che restringere solo in ambito specialistico determinate questione significherebbe eliminare il 98 per cento dei potenziali lettori. 
Non posso che esprimere un giudizio meno severo che non contraddice quanto detto prima, credo che il più grande errore che sia stato ingenerato riguardo alla filosofia sia quello di averla man mano ristretta ad un ambito accademico e questo ha portato ad una sua marginalità nell'ambito del sapere umano. 
Assistiamo da tempo (uso il plurale riferendomi a molti che avendo studiato filosofia condividono questa mia posizione) all'attività degli iniziati della filosofia che con spocchia si sono chiusi nella loro torre d'avorio. 
Chi sono questi iniziati? Alcuni accademici che saranno del tutto ininfluenti in ambito filosofico, non si tratta della magnifica schiera dei "professori tedeschi" a cui apparteneva Hegel, Kant, Nietzsche e tutti gli altri, ma di fruitori di cose altrui, di cose già dette, di ripetitori a cui manca persino l'intuizione dell'esegeta. 

Allora ben vengano i Duprè che lanciano corde dalla torre d'avorio e ben vengano tutti coloro che divulgano (con rigore) determinate tematiche; le questioni di carattere etico (leggere i capitoli 25 "Gli animali provano dolore?" e 26 "Gli animali hanno diritti?") riguardano tutti, quello che è importante invece è non liquidare in modo semplicistico questioni complesse facendole diventare complicate. 

Duprè non pretende di fare lo storico della filosofia ma bisogna riconoscergli che, dal punto di vista divulgativo, è riuscito nell'intento, peccato per la brevità dell'opera, poco più di 200 pagine è poca cosa. Di contro invece è apprezzabile la presenza delle illustrazioni e la copertina rigida, la veste grafica rende agevole la lettura, quel che basta per non fare prendere il libro e metterlo da parte. 

La lettura dell'opera è consigliata a tutti gli spiriti pensanti, alcune delle domande che vengono poste da Duprè ognuno, almeno una volta, se le è chieste. Ma oltre alle domande bisogna argomentare una risposta, l'autore in questo ha centrato l'obiettivo aiutando il lettore a trovare la bussola. 



  • Bisogna essere dei grandi ignoranti per rispondere a tutto quanto ci viene richiesto. (Voltaire


ma oguno di noi deve ricordare sempre quanto ha detto Socrate

  • So di non sapere

 Libro divulgativo che pone domande più o meno impegnative.

 

Scritto di proprietà dell'autore, già pubblicato anche altrove.

 

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Published by Caiomario - in Filosofia
16 luglio 2012 1 16 /07 /luglio /2012 14:54
Un 'iniziativa editoriale lodevole

La casa editrice genovese il melangolo ha dato avvio, da qualche anno, ad un'iniziativa veramente lodevole scegliendo di pubblicare, nella collana opuscula, dei libri che definire minori sarebbe fare un torto ai grandi autori presenti nella stessa ma che sono certamente poco conosciuti, sia perchè di un autore si ricordano le opere più significative sia perchè per travagliate vicende storiche, spesso molte opere sono cadute ingiustamente nel dimenticatoio.
Fare conoscere pertanto queste opere non solo è l'occasione per arricchire il proprio patrimonio di conoscenze allargando orizzonti culturali spesso troppo condizionati da scelte editoriali che potremmo definire da best seller ma anche per misurarsi con idee nuove che possano essere da stimolo alle nostre scelte valoriali.

Charles de Bovelles chi era costui ?

 

Charles de Bovelles (il cui nome latinizzato che troviamo nelle sue opere è Carolus Bovillus) è un filosofo che non troverete in nessun manuale di filosofia semplicemente perchè non è stato determinante nella storia del pensiero filosofico e anche per il fatto che le sue riflessioni sono ascrivibili al campo della riflessione teologica.
I confini tra filosofia e teologia sono stati per molto tempo inesistenti, tutti i filosofi del passato, certamente fino ad arrivare ad Hegel, hanno compiuto studi di teologia questo perchè da Aristotele in poi, ragionare intorno ai massimi sistemi è stato quasi un obbligo a cui nessun pensatore si poteva sottrarre.
Benedetto Croce usò l'espressione di filosofia teologizzante per descrivere le trattazioni o i discorsi che hanno per oggetto Dio, per Croce era inconcepibile occuparsi di problemi che non potevano avere una soluzione costruendo dei sistemi del tutto astrusi frutto della più fervida immaginazione.
Croce è stato un pensatore che ha vissuto nel XX sec., de Bovelles era figlio del suo tempo ma aveva una mentalità aperta e agli studi di teologia, giovanissimo, accostò quelli della matematica, una matematica-filosoficache risentì delle influenze di Cusano (1)
Grande viaggiatore, de Bovelles girò in mezza Europa entrando in contatto con gli intellettuali dell'epoca da Raimondo Lullo a Raimondo di Sebunda passando da Ermete Trismegisto fino a Ficino e Pico della Mirandola, un personaggio curioso de Bovelles che scrisse moltissimo, poi l'oblio durato secoli e la riscoperta che ha stimolato una vivace lettratura critica sulla sua vita, il pensiero e la sua opera.
LIBELLUS DE NIHILO

Il libro venne scritto nel 1509 e successivamente pubblicato nel 1511 a Parigi presso l'editore H.Estienne con il titolo in latino come erano usi fare a quei tempi tutti gli scrittori e gli studiosi , fa parte di un insieme di scritti che portano come parola iniziale o quella di Liber o di Libellus e la sua versione in lingua italiana "contemporanea" è abbastanza recente e si apre con una lettera dedicatoria e con un avviso rivolto al lettore, quello che veniva chiamato Octostico, scritto da Jean Pellitarius e che così recita.

Come Dio trasse tutte le cose dal nulla,
Come Dio, che è senza principio nè fine,
Produsse la materia prima, creando la vasta sfera,
Lui che donò l'essere ai cori degli angeli,
Lettore che desideri saperlo, rivolgi qui la tua ampia mente:
Benchè piccolo, questo libro te lo dirà.
Se il rinoceronte dell'invidia lo minaccia col suo corno,
Proteggilo tu, che in esso troverai un sostanzioso
nutrimento (2)

Una definizione del nulla

Bisogna distinguere il piano della riflessione filosofica da quello del linguaggio comune, quando noi diciamo nulla, intendiamo dire niente ad esempio direnon fare niente dalla mattina alla sera, significa molto semplicemente che si è stati in ozio per tutto il giorno, il che non significa dire che non si sia fatto nulla oppure, sempre a titolo esemplificativo, affermare non fa niente significa dire che quella cosa non è importante, nel linguaggio comune niente e nulla hanno la stessa valenza, sono termini interscambiabili.
Viceversa nel linguaggio filosofico il termine nulla ha una valenza categoriale completamente diversa, dice a questo proposito de Bovelles.

Il nulla non è in nessun luogo, nè nella mente nè nella natura delle cose, nè nelmondo intelligibile nè nel mondo sensibile, nè in Dio nè fuori di Dio in nessunacreatura. Ogni ente è, ogni è qualcosa. Tutte le cose sono piene di essere. Ilnulla è vuoto inattivo è vano...... (3)

Dal nulla non si genera nulla

 

Non ci addentreremo entro campi insidiosi e di difficile comprensione anche perchè questa non è la sede adatta ma anche ai profani è ormai noto che al di là del dibattito in campo filosofico, la fisica moderna è, da tempo, alla ricerca di quella particella infinitesimale chiamata impropriamente particella di Dio che sarebbe alla base di ogni materia presente nell'universo, non è quindi un dibattito astruso e alla base dell'odierna sperimentazione c'è un assunto filosofico in base al quale dal nulla non si genera nulla, chiamiamolo Dio o caso, sta di fatto che il principio fondamentale dell'ontologia greca è lo stesso principio che sta alla base della fisica moderna in base alla quale tutto quello che c'è nell'universo pre-esisteva sotto altra forma.

 

La sterile polemica tra creazionisti e anticreazionisti

 

E' evidente che la polemica che a quanto pare continua ad essere alimentata dal muro contro muro che puntualmente i custodi del creazionismo acritico e gli anticreazionisti scientisti, erigono a sostegno di una o dell'altra tesi, è non solo un'inutile querelle, ma è soprattutto un volere sfuggire al problema superato da tempo anche in sede scientifica ed è veramente straordinario vedere che de Bouvelle quasi cinque secoli fa aveva capito che la materia è all'origine di tutte le cose, non ha importanza se questa materia è infinitesimamente piccola e incompiuta, il dato scientifico è che quella materia è alla base di ogni cosa.
L'unico errore da non commetttere è pensare che l'idea di creazione sia una nozione di origine vetero testamentaria, la stessa folosofia greca aveva elaborato una certa idea di creazione e lo stesso Platone da un'idea di creazione che è ex nihilo (dal nulla), una cosa è certa anche alla fisica contemporanea e cioè il fatto che non esiste un'apparizione della materia senza causa al di là di ogni congettura fideistica.

 

Non riusciamo a concepire l'idea di un tempo che mai è iniziato e mai finirà

 

Non c'è bisogno di essere filosofi o scienziati per chiedersi cosa vuole dire tempo infinito e non essere terrorizzati dinanzi a questa idea inconcepibile per la mente umana, il concetto di tempo infinito è un concetto filosofico e matematico,de Bouvelle distinge quattro modi di durata:
  • l'eternità
  • l'evo
  • il tempo
  • l'istante

Una tetrade o quaternità che si avvale di principi matematici e che de Bouvelle così esplicita:

l'eternità è la durata illimitata, non ha principio nè fine, è come una retta mediana che viene tracciata in entrambe le direzioni senza limite nè termine, quello che noi possiamo vedere di questa retta è solo una parte, mentre le due estremità si perdono all'infinito.

L'evo è una durata che non pone nessuna fine a un principio e procedendo con la stessa similitudine matematica esso è paragonabile ad una retta che ha un certo inizio ma non ha alcuna fine, de Bouvelle dice testualmente, Dalla parteanteriore è limitato, da quella posteriore è illimitato.

il tempo ha una durata limitata e puo essere rappresentato da una retta limitata ad entrambe le estremità, ha un principio e una fine, l'uomo vive nel tempo.

L'istante è un limite privo di durata, l'istante non è nè il secondo, nè il millesimo di secondo, l'istante è senza parti e privo di successione e di intervallo e pur costituendo la durata è impalpabile e non si può nè cogliere nè concepire, può essere astrusa quest'idea ma il presente non esiste siamo condannati a vivere solo due momenti il passato e il futuro e istante dopo istante il futuro è contiguo al passato perchè ogni futuro appena concepito diventa subito passato..

Possiamo arrivare forse a spiegare il come, mai il perchè

 

Sapere che esiste la molecola, poi l'atomo sino ad arrivare a quell'impalpabile particella che è il bosone forse svelerà come la materia è stata formata (e ci siamo guardati dall'usare il termine creare proprio per non alimentare equivoci concettuali a cui i fideisti sono pronti a replicare con incosistenti argomentazioni), ma mai l'uomo potrà spiegare il perchè dal nulla si è formata la materia.
Si rischia di provocare un cortocircuito del cervello come ha ben rilevato Emanuele Severino quando si affrontano argomenti che appaiono essere come dei buchi neri che tutto risucchiano, il rischio esiste ma la consapevolezza che tra la forma più impalpabile della materia (il fotone) e la mente umana corre la stessa relazione che esiste tra il nulla infimo e il Sommo Bene, la nostra origine è il nulla, noi veniamo dal nulla (4) e nel nulla ritorniamo.
Considerazioni come queste possono apparire solo speculative ma la logica contemporanea continua ad occuparsene, come allora si può sviluppare un'idea del nulla senza cadere nella trappola metafisica o teologica?
Due filosofi contemporanei, Bergson e Carnap hanno cercato di illustrare al meglio questo concetto cercando di evitare tutte le magagne presenti da sempre nella metafisica.
Bergson dice che l'idea del nulla è una pseudo-idea ed è una idea assurda come quella del circolo quadrato, ciò significa che se si dice che "non c'è nulla" quando non c'è la cosa che aspettavamo che ci fosse.
Carnap critcò il concetto metafisico del Nulla e affermò che dal punto di vista della logica dire "Non c'è Nulla fuori" significa affermare che "non c'è qualcosa che sia fuori", in definitiva la logica contemporanea è molto più vicina al significato del Nulla che viene dato dal linguaggio comune che con il nulla intende indicare l'esistenza di possibilità.
Nulla rimane

E' sconsolante e crea disperazione sapere che della quasi totalità degli uomini non rimarrà nulla, non rimarrà un ricordo ( i ricordi dei cari estinti si esauriscono nell'arco di un paio di generazioni), non rimarranno opere degne di essere studiate o lette, non rimarranno neppure i frutti del loro lavoro materiale ( Nerone non avrebbe mai pensato che la sua Domus Aurea sarebbe diventata di proprietà di uno stato di cui non avrebbe mai potuto concepire l'esistenza).
Ogni creatura è quindi nulla perchè non si può dare vita da se stessa ed è puro nulla perchè non può preservare se stessa dalla distruzione.

La via del distacco

 

Esiste un modo per non precipitare nel nulla e non farsi travolgere dalla sua ingombrante seppur impalpabile presenza? Dobbiamo ritornare a quel mistico che è stato Meister Eckhart che consapevole dell'impossibilità umana di cogliere la libertà del nulla suggeriva di essere liberi come il nulla, cosa significa questo? Significa che l'unica strada è quella del puro distaco da ogni forma costrittiva che ci fa precipitare nella disperazione del nulla, solo diventando nulla ci si libera dal nulla.
Attenzione che diventare nulla non significa diventare una nullità nel senso inteso dal linguaggio comune, diventare nulla per Meister Eckhart significa abbandonare il nulla per sprofondarsi nel nulla cioè in Dio che è la massima espressione del nulla, il concetto è lo stesso di tutte le esperienze insegnate dalla mistica buddista dove l'individuo si annulla trascendendo nascita, vita, vecchiaia e morte per raggungere il Nirvana.
Non pensare al nulla

Se il pensare il nulla è inconcepibile anche non pensare, è pensare al nulla, cosa significa questo? Che pensare positivamente ( cioè affermando) o negativamente ( cioè negando) si trovano esattamente sullo stesso piano, se pensare il nulla è impensabile l'unica strada per liberarsi da questo orrore metafisico è percorrere la strada indicata da Epicuro che

*dinanzi alla morte e al nulla disse:

Non aver paura della morte, quando c'è la morte noi non ci siamo, quando noi ci
siamo non c'è la morte

*e quella indicata da Nietzsche che:

dinanzi al nulla proclamato dai filosofi patrocinatori di catastrofi per evitare di farsi adescare su vie impervie e seducenti della dialettica , sosteneva che bisognava vivere con un immensa e superba imperturbabilità'; sempre al di là ......E restare padroni delle nostre quattro virtù, coraggio, perspicacia, simaptia, solitudine. (5)


Non è la strada, è una strada che può essere terapeutica per evitare qualsiasi cortocircuito mentale e per non perdersi nei labirinti inestricabili del....nulla.
La dedica di de Bovelles

De Bovelles dedicò questo libro a Jacques Vitry che era il cancelliere del duca di Borbone e anche il suo protettore e mecenate, la sua dedica può essere fatta propria da ogni lettore e si distingue per una grande delicatezza anche nei confronti di chi deve leggere quelle poche cose che si possono dire del nulla; era in uso all'epoca e lo è stato per secoli scrivere dedicando un'opera a chi ne era stato il patrocinatore e aveva finanziato la stampa di un libro, al di là del tono elegante di de Bovelles è da evidenziare il fatto che egli con l'affermazionetutte le cose furono tratte dal nulla dimostra implicitamente di credere in quella teoria della creatio ex nihilo che dal punto di vista esegetico non compare nella Bibbia.
La nota posta a piè di pagina è di particolare interesse perchè spiega che in nessuna fonte biblica si parla di creazione dal nulla, non è una cosa di poco conto perchè su questo punto vi sono sempre stati scontri anche violenti, in realtà solo l'esegesi e il confronto con i primi testi scritti toglie ogni dubbio sul fatto che nella tradizione ebraica quest'idea non esistesse e che è stata introdotta solo a partire dal V sec, nella versione latina.

Segnalazione ulteriore ad uso di lettori curiosi

 

Nella collana opuscula della casa editrice il melangolo si trovano molti titoli che costuiscono delle perle che sicuramente i bibliofili hanno già raccolto ma che possono essere l'occasione per ampliare le proprie conoscenze e perchè non leggere dopo "Il piccolo libro del nulla" di de Bovelles, lo stupendo libro di Stefan Zweig intitolato Gli occhi dell'eterno fratello? ...


Un piccolo libro che tu, forse riconoscerai come frutto di una fatica non vana nè inutile, purchè a questo opuscolo si aggiunga qualche lustro e purchè questo
minerale grezzo, lavorato senza sosta, venga forgiato sul tuo incudine. Addio

Charles de Bovelles di Amiens (Samarobrinus)




NOTE

========================================​==================
(1) Nicola Cusano è noto soprattutto per il suo concetto di docta ignorantia dove sosteneva che non si può conoscere Dio attraverso la via del sapere, per cui la distanza tra il finito e l'infinito è incommensurabile per l'assenza di proporzione che separa finito da infinito

(2) Charles de Bovelles, Il piccolo libro del nulla,il melangolo, 1994, p. 17

(3) Ibidem, p.21

4) Meister Eckhart affermava che tutte le creature sono un puro nullaperchè vengono dal nulla e la precarietà del nostro essere è tale che ritorniamo nel nulla.

(5) Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, 1977, p.199

 

Scritto di mia proprietà già pubblicato altrove

 

Il piccolo libro del nulla

 

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Published by Caiomario - in Filosofia
10 luglio 2012 2 10 /07 /luglio /2012 17:55

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BECCARIA E LA LEGISLAZIONE PENALE 

Nel 1764 uscì in Italia il trattato "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria, un libro che viene spesso citato per una sua presunta attualità ( ed in parte è vero) ma che venne concepito dall'autore avendo davanti il modo in cui erano amministrate le leggi penali nel Settecento. 

LA CONFUSIONE 

Beccaria aveva ben compreso ciò che era sbagliato nelle leggi penali dell'epoca, prima di tutto regnava una confusione dovuta al fatto che in quella che era la fonte principale, il diritto romano, si era avuta l'influenza di nuove leggi che avevano profondamente alterato lo spirito originario del codice penale; proprio questa confusione aveva ingenerato un'arbitrarietà tale che in sede di giudizio i magistrati sceglievano una pena che era prevista per altri delitti, in altri casi era presente una previsione di legge per quanto riguarda alcuni delitti ma il giudice poteva aumentare o diminuire la pena a sua discrezione. 

LA CRUDELTA' 

Quello che ispirava la legislazione civile era essenzialmente un criterio che si rifaceva al principio biblico della legge del taglione, una legge che provenendo direttamente dal Dio di Abramo, di Isacco etc. non poteva essere modificata; non era possibile quindi alcuna revisione. 
Aggiungiamo il fatto che tutta la società era dominata da una superstizione che faceva si che imbastissero numerosi processi per essersi dedicati alle arti magiche e alla stregoneria. 
Oggi riteniamo che il suicidio sia una forma di autolesione che l'individuo infligge a se stesso per i più svariati motivi, nel diciottesimo secolo non c'era differenza tra reato e peccato: il suicidio era una colpa condannata dalla religione cattolica e quindi la giustizia si rivolgeva addirittura agli eredi confiscando i beni del suicida e infliggendo al cadavere i più gravi oltraggi. 

IL DIRITTO D'ASILO 

E' arcinoto l'episodio di Fra Cristoforo, narrato da Alessandro Manzoni nei "Promessi Sposi" dove viene raccontato che in seguito alla uccisione in un duello di un nobile, Lodovico (poi Fra Cristoforo) trovò rifugio in un convento di frati Cappuccini; il riferimento letterario è utile per sapere che nel diciottesimo secolo era una pratica accettata dal diritto dell'epoca il cosiddetto "diritto d'asilo", chiunque avesse varcato la soglia di un edificio sacro non poteva essere perseguito dalla giustizia ordinaria. 
Questa sorta di privilegio ecclesiastico portava a delle conseguenze che sarebbero inaccettabili dalla cultura e dalla sensibilità moderna: un assassino e un ladro potevano trovare rifugio all'interno di un edificio ecclesiastico e con loro la refurtiva. 
Nel caso descritto i religiosi che accoglievano l'assassino o il ladro non potevano essere perseguiti dalla giustizia civile, addirittura non era infrequente il caso che un malvivente che avesse commesso un furto, per non essere imprigionato, uccidesse qualcuno nelle vicinanze di una chiesa per poi precipitarsi all'interno dell'edificio e ricevere il diritto d'asilo. 

IL CARCERE 

Oggi sentiamo parlare delle condizioni dei detenuti nelle carceri a causa del sovraffollamento, all'epoca in cui Beccaria scriveva la sua opera, il carcere era la migliore delle ipotesi (qualunque fossero le condizioni) in quanto quasi tutti i reati venivano puniti o con la pena di morte o con la mutilazione. 
La fustigazione era praticata regolarmente così come il taglio della lingua, la mutilazione del naso o di altre parti del corpo che dovevano essere immediatamente visibili da tutti. 

ARONNE PIPERNO E LA BERLINA 

Ne "Il Marchese del Grillo" vi è un ampio spazio dedicato alla storia dell'ebreo Aronne Piperno, l'ebanista accusato e condannato ingiustamente alla berlina, questa pena era riservata a coloro i quali si macchiavano del reato di falso giuramento o di corruzione altro che gogna mediatica!); nella piazza principale di un paese o di una città veniva eretto una sorta di marchingegno dove il condannato doveva in appositi buchi infilare le braccia e il collo, dopodichè chiunque passava davanti poteva schernirlo, riempirlo di ortaggi e uova marce, insultarlo. 
Addirittura a Roma le berline venivano erette sulle scale del Campidoglio e ai malcapitati veniva riservato un trattamento particolare: il volto veniva ricoperto di miele per attirare le mosche e provocare ancora più sofferenze. 

LA PENA DI MORTE: TANTI MODI DI APPLICARLA 

I colpevoli di gravi reati venivano condannati alla pena di morte e le modalità erano in relazione al tipo di reato: 

  • I colpevoli di eresia (si poteva venire accusati di questo reato facilmente anche per una semplice opposizione al potere ecclesiastico) venivano condannati al rogo ( famoso è l'episodio di Giordano Bruno di qualche secolo prima del '700 che venne condannato al rogo nella piazza di Campo dei Fiori a Roma). 
  • Lo squartamento era praticato con diverse modalità: si utilizzavano dei cavalli (da tiro) che tiravano il malcapitato uno dalle braccia l'altro dalle gambe, oppure delle leve che smembravano letteralmente il reo che dopo essere svenuto per le lussazioni, veniva tagliato in due pezzi. 
  • La ruota: altro strumento mortale finalizzato allo smembramento degli arti. 
  • Pena di morte speciale: in casi particolarmente gravi si ricorreva all'impalamento, al malcapitato veniva infilato un palo nel retto e lentamente questo veniva fatto scorrere fino a farlo uscire dalla bocca.
  • Stivaletti: Voltaire ci racconta questa terribile tortura applicata a un certo Damiens reo di aver ferito con un coltello il re di Francia. Il malcapitato venne preso e torturato con lo scopo di estorcergli il nome di eventuali complici, poi venne portato nei sotterranei della prigione e gli vennero applicati degli "stivaletti" che venivano resi sempre più stretti con delle inserzioni di cunei. Dopo questa tortura, il povero Damiens venne portato nella piazza pubblica principale e gli venne bruciata con dello zolfo incandescente la palma della mano con la quale aveva tenuto il coltello che aveva ferito il re. Nel frattempo il carnefice, aprendo delle ferite vi buttò dell'olio bollente mentre la folla gridava e alla fine le estremità degli arti vennero legate a quattro cavalli che opportunamente frustati smembrarono il povero Damiens. 

L'agonia durò circa un'ora e mezza. 
Non contenti di ciò la GIUSTIZIA del re inflisse l'oltraggio al corpo, le braccia, le gambe e il torso vennero gettate tra le fiamme. 

Ma in tutta Europa (compreso lo Stato della Chiesa) pena di morte e tortura erano praticate ed in uso, queste condanne erano poi ancora più libere, per esempio i colpevoli di alto tradimento venivano trascinati nel luogo in cui si doveva eseguire la condanna a morte, legandoli alla coda di un cavallo, dopo aver eseguito l'impiccaggione i boia di Sua Maestà strappavano le viscere le gettavano nel fuoco e facevano letteralmente a pezzi il corpo del colpevole. 

TORTURA 

*Tortura ordinaria:faceva malissimo ma manteneva in vita il colpevole che rimaneva il più delle volte mutilato. 

*Tortura complessa: era praticata per portare alla morte il colpevole dopo indicibili atrocità. 

*Tortura preliminare: era preparatoria ad una confessione che si riteneva facile da estorcere. 

*Tortura definitiva: venivano applicati i metodi più raffinati e più dolorosi. 

NEL DIRITTO(?) INGLESE NON ESISTEVA LA FORMA SCRITTA: 

Le leggi scritte erano poche e pochi erano coloro i quali vi potevano accedere, il diritto alla difesa non esisteva e il giudice coondannava nel più assoluto arbitrio. 
In più il torturato doveva sottoscrivere un documento in cui ammetteva le sue colpe e solo in seguito a questa sottoscrizione, potevano essere confiscati i beni della famiglia, molti, stoicamente accettavano la torura in silenzio preferendo la morte alla confessione per evitare che i beni di famiglia venissero confiscati. 

QUESTO ERA IL MODO IN CUI VENIVA AMMINISTRATA LA GIUSTIZIA PENALE QUANDO CESARE BECCARIA SCRISSE "DEI DELITTI E DELLE PENE" 

Cesare Beccaria economista, filosofo, letterato 

Nel diciottesimo secolo non esisteva la figura del giurista così come la intendiamo noi, la legge come tecnica era un concetto del tutto estraneo alla cultura dell'epoca, per cui non era affatto insolito che un filosofo o un letterato scrivessero di legge. 
Beccaria è ricordato soprattutto per l'opera "Dei delitti e delle pene" nella quale egli prende in considerazione la corretta amministrazione della giustizia (penale). 

UN PRINCIPIO SEMPRE VALIDO (ora più che mai) 

Per Beccaria un sistema penale che possa definirsi giusto ed efficace richiede un legislatore che definisca nella maniera più precisa la relazione tra condanna e reato per evitare qualsiasi arbitrio e dall'altra parte che la giustizia sia rapida e certa (certezza della pena) 
La condanna dei malvitosi non deve essere una vendetta che come abbiamo visto era applicata dai sistemi giudiziari dell'epoca, ma doveva servire per scoraggiare i reati prevenendoli. 

*Il potere dello stato nei confronti di un reo non deve essere visto solo dal punto di vista della capacità di infliggere una pena ma anche dal punto di vista dell'utilità sociale: più una condanna è inflitta prointamente, più è utile alla società. 
Una giustizia rapida è una giustizia utile anche al colpevole perchè si limita il periodo di privazione della libertà. 

In un paese civile per Beccaria bisogna distinguere il carcere preventivo da quello definitivo che si infligge in seguito ad una condanna definitiva. 

La pena come il delitto è un male pertanto il diritto penale non deve accrescere questo male a danno della società. 

Il ritardo tra pena inflitta e reato commesso è da inquadrare in quella mentalità tipicamente illuminista che vedeva l'utilità sociale come il fattore più importante per la coesione sociale, una condanna che arriva in ritardo, secondo Beccaria ha un duplice aspetto negativo: da una parte diminuisce l'effetto del rapporto con la colpa da parte del colpevole e dall'altra l'opinione pubblica stessa può essere portata ad essere più indulgente nei confronti di un reato commesso molto tempo prima e di cui non si percepiscono emotivamente i sentimenti di riprovazione. 
Una tardiva esecuzione, quindi, ingenera un altro pericoloso effetto nei confronti dell'opinione pubblica che è portata a creare un senso di errore generico invece di porlo in relazione a quello specifico delitto. 

In ultimo vi parlo di una parte che di solito non è affrontata da nessun commentatore ed è quella che riguarda: 

*I DELITTI DI PROVA DIFFICILE 

Cosa sono i delitti di prova difficile? Sono quei delitti "che sono nel medesimo tempo frequenti nella società. e difficli a provarsi:Tali sono l'adulterio, l'attica venere, l'infanticidio." 

  • L'adulterio è un delitto che deriva da due ragioni: le leggi variabili degli uomini e l'attrazione sessuale. 

Per Beccaria questo tipo di delitto (attenzione che nella legislazione penale italiana fino a pochissimo tempo fa l'adulterio era considerato un reato, si ricordi il noto caso di cronaca che vide coinvolto Fausto Coppi e Giulia Occhini, la cosiddetta "dama bianca" che venne addirittura condannata e messa in carcere per adulterio) è un elemento fondatore dell'umanità ed è rintracciabile in un bisogno costante e universale di tutta l'umanità. 
E' ineliminabile ma è contenibile. 

  • L' attica venere: cos'è l'attica venere? E' l'amore omosessuale che secondo Beccaria si diffonde soprattutto "in quelle case" (si riferisce a conventi e seminari) dove gli impulsi dell'ardente gioventù sono repressi per cui trovano sfogo in quello che c'è più vicno.(?) 

 

  • L'infanticidio: "è parimenti l'efffetto d'una inevitabile contraddizione in cui è posta una persona che per debolezza o per violenza abbia ceduto", qual'è il modo migliore per prevenire questa infamia? Quello di prevenire con leggi efficaci la debolezza contro la tirannia che favorisce il vizio invece di prevenirlo. 


UN CONSIGLIO AL LETTORE 

Chi voglia leggere l'opera di Beccaria sappia che non è facile leggere l'italiano del Settecento, è simile al nostro ma è anche molto diverso in quanto è frequente l'utilizzo di termini obsoleti e caduti in disuso. 
Ci sono in commercio diverse edizioni che offrono un buon apparato critico utile dal punto di vista didattico e che aiutano a comprendere concetti non sempre di facile comprensione. 
Oggi è comunque possibile reperire edizioni meno datate e collegate alla sensibilità culturale dei giorni nostri. 


Conclusione: A misura che le pene divengono più dolci, la clemenza e il perdono diventano meno necessari

 

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Published by Caiomario - in Filosofia
7 luglio 2012 6 07 /07 /luglio /2012 17:53

Per Cicerone l'oratore deve avere una solida cultura: e la base essenziale di questa è la filosofia, regina e madre del sapere. 
Cicerone è fermamente convinto che senza l'aiuto della filosofia non si possa formare il vero oratore : 

"sine philosophia non posse effici quem quaerimus eloquentem" (Orator 4,14) 

"senza filosofia non può essere formato quello che chiamiamo oratore" 

Lo studio della filosofia che viene anche definita la "madre di ogni bella parola", per Cicerone, deve essere in funzione della perfetta ed ideale eloquenza. 

Cicerone si dedicò agli studi filosofici nel triennio che va dal 46 al 44 a.C., con la caduta di Pompeo e il conseguente trionfo di Cesare, Cicerone, si era distaccato dalla vita politica, oltre a ciò la morte della figlia Tullia causò in lui un così forte disagio che si rifugiò nel porto confortevole della filosofia che arrivò a definire come "vitae philosophia dux" guida della vita, dunque per Cicerone la filosofia non era solo cultura ed ornamento ma anche azione. 

Il merito di Cicerone fu quello soprattutto di aver reso disponibile ed accessibile il pensiero filosofico greco e grazie ai suoi scritti abbiamo potuto conoscerlo ed apprezzarlo. 

Tra le opere filosofiche di Cicerone sono da menzionare i tre libri del 

DE OFFICIIS 

un'opera interessantissima che in linea generale offre ancora degli spunti validi a distanza di più di duemila anni. 

In questi tre libri "Sui diveri" Cicerone illustra i doveri che l'uomo ha verso se stesso e la società; si espone in particolare la relazione dell'utile con l'onesto e si conclude che è UTILE SOLO CIO' CHE E' ONESTO. 

Per molti quest'opera è considerata come il testamento di Cicerone e il suo influsso è stato tale nei secoli che il pensiero filosofico di Immanuel Kant risentì molto di quest'opera. 

Effettivamente molti degli ammonimenti presenti sembrano essere senza tempo e la loro validità si estende non solo ai singoli individui ma anche a tutti i popoli. 

Cicerone a questo proposito dice: 

"Ergo unum debet esse ominibus propositum, ut eadem sit utilitas uniuscuisque et universorum; quam si ad se quisque rapiet, dissolvetur omnis humana consortio" 

"Dunque uno solo dev'essere il proposito di tutti, che il vantaggio del singolo si identifichi con quello di tutti; se il vantaggio comune uno se lo prende per sè soltanto, allora avverrà la rovina dell'umana società" 


Un pensiero che molti oggi dovrebbero tenere presente: è lecito rafforzarsi ma questo non deve avvenire a danno degli altri, l'uomo è un essere sociale che deve mettere a vantaggio di tutti le proprie doti e anche i suoi beni. 

Tuttavia anche delle ombre sono presenti nell'opera di Cicerone al punto che Carlo Emilio Gadda gli rivolse delle critiche sarcastiche facendo riferimento ad un passo del De officiis in cui Cicerone, partigiano di Pompeo, si scagliò, dopo la morte di Cesare, contro i provvedimenti di giustizia sociale ( le cosiddette leggi agrarie) che avrebbero intaccato i privilegi delle classi possidenti. 

Un'altra accusa che Cicerone rimproverava a Cesare era di aver sospeso i debiti per quanto riguardava gli affitti delle case popolari e Cicerone era proprietario di numerose case popolari da cui riscuoteva notevoli somme che provenivano dagli affitti, in definitiva l'accusa che rivolgeva a Cesare nel De officiis era di aver violato il diritto di proprietà, un diritto che riteneva sacro ed intoccabile. 

Cicerone si riferiva ad un decreto di Cesare del 47 a.C. che sospendeva per un anno il pagamento del canone d'affitto per coloro i quali non superavano i duemila sesterzi all'anno e il ragionamento fatto nel De officiis è ineccepibile, si chiede il perchè costoro debbano alloggiare gratis in una casa altrui, casa che ha comprato, costruito e per la quale ha provveduto alla manutenzione facendo delle spese. 

E' pur vero che gli appunti di Cicerone a Cesare non furono del tutto privi di fondamento, in quanto allora (come oggi), numerosi speculatori e affaristi traevano vantaggio dalla situazione e Cicerone che era fine politico ben aveva capito la situazione che si era venuta a creare. 

Un'opera quindi che non è esente da contraddizioni e che non può essere considerata un modello di coerenza ma che è da ammirare per il suo stile e la passione al punto che possiamo considerarla come il vero e unico testamento di Marco Tullio Cicerone.

De officiis ossia I doveri che l'uomo ha verso se stesso e verso la societàDe-officiis.jpg

 

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Published by Caiomario - in Filosofia
27 dicembre 2011 2 27 /12 /dicembre /2011 07:30

 

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"Federazione, dal latino foedus, genitivo foederis, vale a dire patto, contratto, trattato, convenzione, alleanza, ecc, è una convenzione attraverso la quale uno o più gruppi comuni o di Stati si obbligano reciprocamente ed equamente gli uni verso gli altri per uno o più soggetti particolari, il cui carico incombe specialmente ed esclusivamente ai delegati della federazione"

P.J PROUDHON, Du principe fédératif. 1863, p. 67

 

Proudhon specifica che il contratto sociale nel sistema federale è qualcosa di più che una finzione, parla infatti di "patto positivo" ossia di un patto che è discusso, votato e proposto. Proudhon esprimeva questi concetti nel 1863, in Italia al contrario negli ultimi tempi si è parlato troppo e a sproposito di federalismo, un federalismo inutile e calato dall'alto che non serve ad arginare l'invadenza di uno Stato sprecone e accentratore.

Ma si sa a una buona parte degli italiani fa comodo e fa comodo anche ai teorici di un certo pseudofederalismo calato dall'alto.

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Published by Passieno - in Filosofia
26 novembre 2011 6 26 /11 /novembre /2011 18:09

 

 

 

 

 

IL FILOSOFO, LO STORICO DELLA FILOSOFIA, IL PROFESSORE. LO STUDIOSO 

Per chi non ha mai avuto un approccio agli studi filosofici, il nome di Luodovico Geymonat è quello di un Carneade, al contrario intere generazioni di studenti di filosofia (ma non tutti) conoscono almeno il nome di Ludovico Geymonat, avendo avuto frequentazione con i suoi libri almeno a livello universitario, altri alle scuole medie superiori (classico e scientifico) hanno studiato sull'opera minore di Geymonat, il famoso manuale intitolato "Storia del pensiero filosofico e scientifico" ad uso dei licei. 
E' opportuno questo richiamo perchè con il titolo di "Storia del pensiero filosofico e scientifico" si fa riferimento, in questo articolo , all'opera maggiore che consta di 11 volumi ed è stata edita da Garzanti libri per la collana "Collezione maggiore
Rettifico quanto scritto nella descrizione dell'opera in quanto i volumi usciti dal 1970 al 1975 sono sei e che qui elenco: 

  • Vol. I- L'antichità - il medioevo 
  • Vol. II - Il Cinquecento - il Seicento
  • Vol. III- Il Settecento 
  • Vol IV - L'Ottocento 
  • Vol. V - Dall'Ottocento al Novecento 
  • Vol VI - Il Novecento 


I volumi aggiuntivi rispetto all'edizione del 1975 sono degli aggiornamenti sul Novecento, l'ultima edizione è stata pubblicata nel 1997. 
Il codice ISBN è 881125064 

Ludovico Geymonat è morto nel 1991, i volumi pubblicati postumi sono stati curati da studiosi del pensiero filosofico che hanno mantenuto l'impostazione del grande maestro. 

Dovendo parlare dell'opera è opportuna questa distinzione in quanto vi sono in giro numerose edizioni datate mentre nel tempo la grande opera enciclopedica di Geymonat si è arricchita di preziosi contributi ed è tuttora un prezioso punto di riferimento . 

Quando nasce la storia della filosofia come disciplina? Possiamo dire che la disciplina è sempre esistita sin dal momento in cui l'uomo ha incominciato a filosofare, gli stessi "Dialoghi" di Platone sono storia della filosofia perchè includono il pensiero di Socrate e rappresentano un esempio di ricostruzione del pensiero del filosofo da parte di un altro filosofo. Non è quindi eccessivo definire Platone come il primo storico della filosofia e come il primo interprete delle teorie filosofiche esposte prima di lui. 
Diceva Hegel che le opere dei filosofi non li hanno seguiti nelle tombe e che ogni periodo ha avuto la sua filosofia, possiamo aggiungere con molta umiltà che ogni epoca ha avuto i suoi interpreti delle filosofie passate. 

Geymonat può essere definito l'interprete della filosofia che ha seguito metodologicamente l'impostazione enciclopedica dell'illuminismo e che ha interpretato il pensiero filosofico secondo le categorie del marxismo. 
Geymonat era un razionalista, uomo di scienza e nel contempo filosofo della scienza, fu sua la prima cattedra di Filosofia della scienza istituita a Milano nel 1956. 
Proprio la sua formazione lo portò a concepire la storia delle idee filosofiche strettamente congiunta a quella del pensiero scientifico ed è questo il fatto che segna lo stacco rispetto ad altri modi di vedere la filosofia per esempio come supremo rimedio contro il dolore ma nello stesso tempo la sua impostazione razionalista lo portò ad essere un autentico interprete della filosofia come "epistème" in cui sono svelati il Senso e l'Origine del divenire che si deve liberare dalla protezione dell'immutabile. 
Geymonat era convinto che non ci poteva essere sviluppo sociale senza progresso tecnologico, probabilmente non aveva tutti i torti quando invitava ad abbandonare le elucubrazioni metafisiche ma c'è da dire che proprio in ambito filosofico sono nate tutte quelle perplessità verso le "magnifiche sorti e progressive" e a quali insidiosi vicoli ciechi possa portare l'eccessiva fiducia nel positivismo logico che non è in grado di esaurire le domande che da sempre assillano l'uomo. 

Se si esamina la struttura dell'opera si noterà che il pensiero filosofico che va dalle origini al Seicento è concentrato in due volumi, mentre è ampia la parte che riguarda la storia del pensiero filosofico che incomincia ad avere una sua fisionomia sempre più antimetafisica a partire dall'affermarsi del cosiddetto "metodo scientifico". 
Ampia è anche la parte dedicata alla scienza e linguaggio nel XX secolo e in particolare tutto ciò che concerne il dibattito epistemologico a partire da Karl Popper; Geymonat fu profondamente influenzato dal pensiero di Karl Popper e il metodo che seguì anche negli studi filosofici fu strettamente popperiano ritenendo che in filosofia si dovessero tenere disitinti il piano della scienza da quello della metafisica. 
Geymonat non sopportava la filosofia idealista e fu strenuo oppositore di Gentile e Croce, da questo punto di vista, pur con tutti i suoi limiti, Geymonat fu un filosofo proiettato verso la modernità e la sua visione, il suo modo di vedere le cose era sempre proiettato a distinguere anche in campo filosofico ciò che è vero da ciò che è falso. 
In base a questi presupposti la sua storia della filosofia è prima di tutto un'interpretazione della logica che è propria di ciascuna teoria filosofica, senza voler ridurre schematicamente il significato delle molte interpretazioni avanzate da Geymonat, possiamo concludere dicendo che la sua riflessione filosofica sul linguaggio e sulla scienza ha contribuito ad espandere illimitatamente l' approccio scientifico a questioni che tuttavia continuano ad essere irrisolte. 

Quello che rimane apprezzabile è invece il rigore scientifico, l'impianto metodologico e l'aver indicato gli strumenti operativi d'indagine..il che non è poco. 

L'opera è un'opera di consultazione, uno strumento ausiliario di studio che ha il pregio di dare ampio spazio al pensiero scientifico che ha ereditato la posizione centrale che la filosofia aveva nel passato. 

 

Articolo da me scritto anche altrove

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