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19 novembre 2014 3 19 /11 /novembre /2014 06:36

 

ACCOMODARSI AI TEMPI

 

 

 Felice te che nella tua carriera

t'avvenne di chiappar la via più trita

e ti s'affà la scesa e la salita,

4 e sei omo da bosco e da riviera.

 Stamani a corte, al Circolo stasera,

domattina a braccetto a un Gesuita,

poi ricalcando l'orme della vita,

8 doman l'altro daccapo, al sicutera.

 Che se codesta eterna giravolta

a chi sogna Plutarco e i vecchi esempi

11 il delicato stomaco rivolta,

va pure innanzi e lascia dir gli scempi,

che tra la gente arguta e disinvolta

14 questo si chiama accomodarsi ai tempi.

 

________________________________________

In questi versi il Giusti si rivolge ad un interlocutore immaginario: il voltagabbana sempre pronto a sfruttare le circostanze per il proprio tornaconto personale. Giusti per indicare questo comportamento utilizza l'espressione "accomodarsi ai tempi";  mostrando insofferenza e disprezzo verso chi muta bandiera continuamente e seconda delle circostanze,  invita l'opportunista ad andare avanti per la sua strada e lo esorta a lasciare agli stolti il giudizio benevolo verso chi mette in pratica quest'arte apprezzata "tra la gente arguta e disinvolta". A quanto pare ai tempi del Giusti (siamo negli anni intorno al 1830-1840), l'antica arte, tutta italica, dell'opportunismo era molto praticata, chi pensa che in Italia possa avvenire un radicale cambiamento culturale rimarrà deluso scoprendo che i vizi degli italiani vengono da lontano e che sono difficili da estirpare. L'acutissimo sguardo osservatore del Giusti  sa  sempre cogliere nel segno utilizzando la satira per mettere a nudo le miserie di un'umanità sempre eguale a se stessa e che mai cambia.

 

1-4 Beato te che nel corso della tua vita t'accadde di imboccare la strada più battuta (nel senso seguire l'opinione dominante) e ti va bene tanto la discesa quanto la salita,  e sei un uomo di bosco e di riviera: ossia ti trovi bene in tutte le circostanze l'importante è che tu ne tragga vantaggio.

5-8 A seconda della situazioni sei  ora dalla parte dei principi, ora con i liberali, ora vai a braccetto con i Gesuiti (simbolo della reazione e storicamente in quel periodo avversi ai principi liberali). Poi seguendo le orme della tua vita all'indomani rincominci da capo.

9-14 Questo comportamento da voltagabbana fa rivoltare lo stomaco a chi crede ai grandi esempi degli uomini virtuosi raccontati da Plutarco. Continua per la tua strada e lascia dire agli stolti che tra la gente arguta e disinvolta questo comportamento si chiama adattarsi alle circostanze (accomodarsi ai tempi).

 

Caiomario

 

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
16 novembre 2014 7 16 /11 /novembre /2014 21:44

IL DIES IRAE

 

1 Dies Irae! è morto Cecco ;

   Gli è venuto il tiro secco

                Ci levò l'incomodo.

2 Un ribelle mal di petto

     Te lo messe al cataletto :

                  Sia lodato il medico.

3 È di moda : fino il male

       La pretende a liberale:

                      Vanità del secolo!

4 Tutti i Principi reali

      E l'Altezze imperiali.

                  L'Eccellenze eccetera,

5 Abbruniscono i cappelli :

      Il Balì Samminiatelli

                  Bela il panegirico.

6 Già la Corte, il Ministero,

       Il soldato, il birro, il clero,

                    Manda il morto al diavolo.

7 Liberali del momento,

       Per un altro giuramento

                   Tutti sono all'ordine.

8 Alle cene, ai desinari

      ( Oh che birbe!) i Carbonari

                      Ruttan inni e brindisi.

9 Godi, o povero Polacco

      Un amico del Cosacco

                  Sconta le tue lacrime.

10 Quest'è ito: al rimanente

        Toccherà qualche accidente

                    Dio non paga il sabato.

11 Ma lo Scita inospitale

         Pianta l'occhio al funerale

                    Sitibondo ed avido,

12 Come iena del deserto,

         Annosando a gozzo aperto

                   Il fratel cadavere.

13 Veglia il Prusso e fa la spia,

        E sospirano il Messia

                    L'Elba, il Reno e l'Odera.

14 Rompe il Tago con Pirene

       Le cattoliche catene,

                  Brucia i frati e gongola.

15 Sir John Bull, propagatore

        Delle macchine a vapore,

                      Manda i tory a rotoli.

16 Il Chiappini si dispera

      E grattandosi la pera,

                    Pensa a Carlo Decimo.

17 Ride Italia al caso reo

          E dall'Alpi a Lilibeo

                     I suoi re si purgano.

18 Non temete ; lo stivale

       Non può mettersi in gambale ;

                 Dorme il calzolaio.

19 Ma silenzio ! odo il cannone :

        Non è nulla : altro padrone!

                  Habemus Pontificem!

_____________________________________________-

Questa poesia venne scritta dal Giusti nel 1835, le strofe sono di due ottonari e rime baciate e un senario  sdrucciolo. Il poeta con l'arguzia che sempre lo contraddistingue svolge il suo componimento satirico facendo numerosi riferimenti a personaggi della sua epoca, l'incipit è di quelli che non si dimenticano:  Egli auspica un Dies Irae  risolutore che vendichi una volta per tutte i popoli sottomessi e che  spazzi via i feroci reazionari sempre pronti ad eseguire gli ordini del potente di turno. Per quanto l'evidente intento polemico  porti il Giusti a condividere i malumori dell'opinione pubblica, il Giusti rimane entro i limiti della moderazione come si può notare dall'espressione spregiativa utilizzata nei confronti dei Carbonari (Alle cene, ai desinari /(Oh che birbe!) i Carbonari/ Ruttan inni e brindisi) verso i quali non sembra avere  alcuna simpatia.

 

1-5 È giunto il giorno dell'ira di Dio, è morto Francesco (Cecco), gli è venuto un colpo e se n'è andato (Ci levò l'incomodo), il Giusti si riferisce a Francesco II d'Asburgo Lorena Imperatore del Sacro Romano Impero). Un male  al pettoche non può essere curato ( Un ribelle mal di petto) lo stese morto sul catafalco ( cataletto da intendersi come bara). Anche le malattie seguendo le mode del momento si mostrano seguaci della libertà. Tutte le altezze reali mettono il lutto (abbruniscono i cappelli), il Samminatelli (Giusti cita Cosimo Andrea Samminatelli, uno dei più feroci reazionari dell'epoca) recita belando l'encomio.

6-10 Già la Corte, il Ministero, l'esercito, la polizia e il clero dimenticano colui che si è fatto solo odiare e temere (Manda il morto al diavolo nel senso di "mandano il morto a quel paese"). Si mostrano liberali del momento ma sono pronti ad obbedire e a un nuovo giuramento. Ai banchetti i Carbonari cantano (ruttano) inni e fanno brindisi, Oh che birbe! (l'Oh che birbe non è affatto bonario ma evidenzia la poca simpatia che aveva il Giusti degli ambienti Carbonari, pur essendo contro la politica rezionaria dei sovrani dell'epoca). Esulta povera Polonia, un amico del Cosacco (lo zar Nicola I) sconta le lacrime per quello che ti ha fatto soffrire ( il poeta si riferisce allo zar Nicola I di Russia che nel 1830 soffocò nel sangue la resistenza polacca). Intanto  questo è morto, agli altri prima o poi accadrà qualcosa, Dio prima o poi li punirà (Dio non paga il sabato).

11-15 Ma lo zar inospitale durante il funerale  come una iena nel deserto fiuta con grande avidità il collega morto. Fa la veglia la Prussia (considerata come il gendarme della Santa Alleanza) e sospirano che venga  un redentore (il Messia) che li unisca come un solo popolo i Tedeschi. Rompono le cattoliche catene il Portogallo come la Spagna (il poeta si riferisce all'insuerrezione contro Michele I di  Braganza re del Portogallo) brucia i frati ed esulta. L'Inghilterra (Sir John Bull) manda a quel paese il partito conservatore (i tory).

16-17 Luigi Filippo re di Francia  si dispera ( il Giusti lo chiama il Chiappini in quanto -come racconta Atto Vanucci- girava la voce che il sovrano discendesse da tal Chiappini, capo della polizia del Granduca Leopoldo I,; quando il padre, Filippo Egalitè  si trovava in Toscana, la moglie partorì una bambina, ma egli che desiderava un maschio, decise di scambiarla con il figlio appena nato del Chiappini) e grattandosi la testa pensa a Carlo X. Ride l'Italia per la morte dell'Imperatore (caso reo), e dalle Alpi all'estremo capo della Sicilia (Lilibeo è il capo Boeo che si trova nella punta estrema della Sicilia occidentale) i suoi re se la fanno sotto. Non abbiate paura l'Italia non può essere sistemata, dorme il popolo italiano. Ma silenzio! Sento il cannone, non è nulla, vi è un altro padrone, Habemus Pontificem. Il Fanfani ha commentato questo strofe dicendo il Giusti vuol dire che "c'è nulla da sperare, nè per l'Italia, nè per altri Stati; che ormai s'è eletto un altro imperatore al posto di Cecco".

 

     

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
15 novembre 2014 6 15 /11 /novembre /2014 18:29

RASSEGNAZIONE E PROPONIMENTO DI CAMBIAR VITA

 

1 Io non mi credo nato a buona luna;

   E se da questa dolorosa valle

   Sane a Gesù riporterò le spalle,

                     Oh che fortuna!

2 In quanto al resto poi non mi confondo:

   Faccia chi può con meco il prepotente ;

   Io me la rido, e sono indifferente,

                Rovini il mondo.

3 A quindici anni immaginava anch'io

   Che un uomo onesto, un povero minchione,

   Potesse qualche volta aver ragione ;

                      Furbo per Dio!

4 Non vidi allor che barattati i panni

       Si fossero la Frode e la Giustizia :

       Ah veramente manca la malizia

                      A quindici anni!

5 Ma quando, in riga di paterna cura,

      Un birro mi coprì di contumelia,

      Conobbi i polli, e, accorto della celia,

                         Cangiai natura.

6 Cangiai natura, e adesso le angherie

        Mi sembrano sorbetti e gramolate ;

        Credo il santo bargello, e ragazzate

                          Le prime ubbie.

7 Son morto al mondo ; e, se il padron lo vuole,

      Al messo, all'esattore, all'aguzzino

      Fo di berretta, e spargo sul cammino

                      Rose e viole.

8 Son morto al mondo ; e se novello insulto

   Mi viene da Commissari o colli torti,

   Dirò: Che serve incrudelir co' morti?

                    Parce sepulto!

9 Un diavol che mi porti o il lumen Christi

     Aspetto per uscir da questa bega:

     Una maschera compro alla bottega

                       De' Sanfedisti.

10 La vita abbuierò gioconda e lieta;

     Ma, combinando  il vizio e la decenza,

     Velato di devota incontinenza,

                    Dirò compieta.

11 Più non udrà l'allegra comitiva

     La novelletta mia, la mia canzone ;

     Gole di frati al nuovo Don Pirlone

                     Diranno evviva.

12 In un cantone rimarrà la belle

     Che agli scherzi co' cari occhi m'infiamma,

     E raglierò il sonetto e l'epigramma

                     A Pulcinella.

13 Rispetterò il Casino, e sarò schiavo

     Di pulpiti, di curie e ciarlatani ;

     Alle gabelle batterò le mani,

                      E dirò: Bravo!

14 Così sarò tranquillo, e lunga vita

     Vivrò, scema di affanni e di molestie ;

     Sarò de ' bacchettoni e delle bestie

                         La calamita.

15 Amica mi sarà la sagrestia,

     La toga, durlindana, e il Presidente :

     Sarò un eletto, e dignitosamente

                       Farò la spia.

16 Subito mi faranno cavaliere,

     Mi troverò lisciato e salutato,

     E si può dare ancor che sia creato

                     Gonfaloniere.

17 Allora, ventre mio, fatti capanna ;

     Manderò chi mi burla in gattabuia...

     Dunque s'intuoni agli asini alleluia,

                     Gloria ed osanna!

 

_______________________________________________

Giuseppe Giusti scrisse "Rassegnazione e proponimento di cambiar vita" nel 1833, la scelta metrica è quella delle strofe saffiche (tre endecasillabi e un quinario) secondo lo schema ABBa. Le scelte lessicali e stilistiche espirmono nel contempo ironia, rassegnazione nei confronti della realtà delle cose e un certo malcelato disprezzo verso l'ordine costituito. Giusti comprende che dinanzi al potere e ai suoi rappresentanti non serve opporsi apertamente ma, facendo di necessità virtù, si fa beffe degli imbecilli pronti sempre a reverire i potenti, esclamando nel finale  che "s'intuoni agli asini alleluia, gloria ed osanna".

1-5 io non credo di essere nato con i favori della fortuna. E se da questa valle di lacrime (questa dolorosa valle) me ne andrò senza avere dovuto affrontare grandi disgrazie, mi dovrò ritenere fortunato. Quanto al resto non mi scoraggio (In quanto al resto poi non mi confondo). Chi vuole faccia con me il prepotente, me la rido e rimango indifferente verso il mondo che va in rovina. All'età di quindici anni anch'io pensavo (ingenuamente) che un uomo onesto, un povero credulone, potesse qualche volta avere ragione, ma non mi accorsi che la frode e la giustizia si erano scambiate le parti (il poeta afferma che l'imbroglio spesso assume il volto della giustizia. A quindici anni manca la malizia. Ma quando sotto forma di cura paterna, uno sbirro mi coprì di ingiurie, mi resi conto con quali persone avevo a che fare (conobbi i polli) e della farsa che ognuno recitava, così decisi di cambiare vita.

6-10 Cambiai vita e adesso (imparata la lezione) le angherie mi sembrano sorbetti e granite (gramolate). Credo santo il capo degli sbirri e considero delle ragazzate i primi slanci ideali (il tono del poeta è ironico). Le cose che avvengono al mondo non mi riguardano (Son morto al mondo) e se il padrone lo vuole, mi tolgo il cappelli davanti al messo, all'esattore e all'aguzzino  e spargo al loro passaggio rose e viole (Giusti quando parla di padrone si riferisce al Granduca di Toscana e il messo, l'esattore e l'aguzzino erano i funzionari pubblici al servizio della burocrazia statale). Sono fuori dalle cose del mondo: e se un nuovo insulto mi viene dai commissari di polizia o dagli ipocriti (colli torti), dirò "Che serve mostrare crudeltà verso i morti? I morti vanno lasciati in pace (Parce sepulto). Attendo una fortuna improvvisa (Un diavol che mi porti) o mi atteggerò a devoto per uscire da questa situazione intricata (bega). Comprerò una maschera per trasvestirmi da Sanfedista. Lascerò da parte ogni atteggiamento giocoso e messo il nero velo dell'ipocrisia, vivrò mettendo insieme vizio e onestà, reciterò poi la compieta (la compieta nella litrugia delle ore veniva dopo i vespri e imponeva la recita di particolari preghiere).

11-15 L'allegra compagnia dei mie amici non sentirà le mie barzellette e i miei racconti. Sarò un nuovo Don Pirlone (il poeta si riferisce al personaggio di un'opera di Girolamo Gigli che scrisse una commedia ispirata al Tartufo di Molière) e i frati diranno "Evviva". In un cantuccio rimarrà l'innamorata (la bella) che mi infiamma coi suo occhi quando recito i miei componimenti scherzosi (nel senso di satirici). Declamerò ragliando come un asino i sonetti e l'epigramma a Pulcinella (chi sia il Pulcinella di cui parla il poeta si può solo ipotizzare, secondo il Fanfani Giusti allude al Granduca di Toscana). Rispettero  i nobili (Casino non indica il luogo in cui vi erano le prostitute ma un club in cui i nobili si riunivano per conversare) e sarò al servizio di curie e ciarlatani ( Giusti era fondamentalmente un anticlericale che non vedeva di buon occhio le palandrane nere sempre pronte a stare dalla parte dei potenti), quando saranno imposte delle gabelle applaudirò e dire "Bravo!". Ancora una volta Giusti parla delle tasse che all'epoca (come del resto oggi) strozzavano i sudditi. Facendo queste scelte sarò tranquillo e vivrò una lunga una vita senza affanni e molestie. Attirerò i bacchettoni e gli ignoranti. Sarò amico del clero (Amica mi sarà la sagrestia), dei magistrati (la toga), dei militari (durlindana) e del capo della polizia (il Presidente).

16-17 Subito sarò eletto cavaliere, sarò accarezzato e salutato dal Governo ed è possibile che sia eletto sindaco (Gonfaloniere). In questo caso mi preparerò ad arricchirmi senza limite ( Allora, ventre mio, fatti capanna, detto che indica l'ingordo che vuole mangiare per cento). Manderò in prigione chi mi prende in giro e dunque si applauda agli asini che ovunque trionfano.

 

Caiomario

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
13 novembre 2014 4 13 /11 /novembre /2014 09:19

1 Hanno fatto nella China

Una macchina a vapore

per mandar la guigliottina:

Questa macchina in tre ore

Fa la testa a centomila

Messi in fila.

2 L'instrumento ha fatto chiasso,

E quei preti han presagito

Che il paese passo passo

Sarà presto incivilito:

Rimarrà come un babbeo

L'Europeo.

3 L'imperante è un uomo onesto;

Un po' duro, un po' tirato,

Un po' ciuco; ma dal resto

Ama i sudditi e lo Stato,

E protegge i bell'ingegni

De' suoi regni.

4 V'era un popolo ribelle

Che pagava a malincuore

I catasti e le gabelle:

Il benigno imperatore

Ha provato in quel paese

Questo arnese.

5 La virtù dell'instrumento

Ha fruttato una pensione

A quel boia di talento,

Col brevetto d'invenzione,

E l'ha fatto mandarino

Di Pechino.

6 Grida un frate: Oh bella cosa!

Gli va dato anco il battesimo. -

Ah perchè ( dice al Canosa

Un Tiberio in diciottesimo)

Questo genio non m'è nato

Nel Ducato!

___________________________________________

Giuseppe Giusti scrisse "La Guigliottina a Vapore" nel 1833, all'età di 24 anni; le strofe di cinque ottonari e un quaternario, sono rimate secondo lo schema ABABCc. La poesia prende lo spunto dall'invio in Cina della ghigliottina che deve il suo nome al francese Joseph-Ignace Guillottin. Il mezzo utilizzato per rendere più efficiente la ghigliottina è una "macchina a vapore". Il fatto che la Cina già all'epoca brillasse per intrapendenza fa esclamare al Giusti che « Rimarrà come un babbeo/ l'Europeo», intendendo che gli Europei rimarrano stupiti quando si vedranno superati dai cinesi anche in crudeltà e in efficienza. Secondo, Pietro Fanfani, uno dei più autorevoli commentatori del Giusti, il poeta dimostra uno spirito ironico finissimo in quanto non sono gli Europei che devono stupirsi della crudeltà dei Cinesi, ma sono proprio questi ultimi che, pur spiccando per ferocia, debbono meravigliarsi della crudeltà degli Europei. Giusti ironicamente definisce l'imperatore riferendosi probabilmente a Daoguang, allora regnante in Cina, un uomo onesto, ma anche duro di comprendonio, burbero, ignorante ed avaro; dal ritratto delineato dal Giusti, Daoguang è un imperatore difficile da trattare, tutt'altro che benigno (ancora una volta Giusti usa un termine per intendere il suo contrario), intento a imporre ai suoi sudditi tasse e dazi. Un'iniziativa che sarebbe stata condivisa dai Sanfedisti che propugnavano la restaurazione del vecchio ordine. Curioso il fatto che la ghigliottina, simbolo della Rivoluzione francese, qui diventi lo strumento scelto dai reazionari per la sua efficienza.

Grazie ai risultati ottenuti con la ghigliottina, l'imperatore si mostrò tanto soddisfatto da insignire il boia del titolo nobiliare di Mandarino. Nella parte finale Giusti fa riferimento al Canosa, ministro del Duca di Modena che spiccando per crudeltà definisce «Un Tiberio in diciottesimo» e accostandolo a uno degli imperatori più crudeli del periodo imperiale di Roma gli fa esclamare « Questo genio non m'è nato nel Ducato », ossia « Peccato che l'inventore della ghigliottina non sia nato nei territori governati dal Ducato, perchè non mancherei di servirmene volentieri»

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
10 novembre 2014 1 10 /11 /novembre /2014 21:50

Giuseppe Giusti nacque la mattina del 13 maggio 1809 a Monsummano, poi si trasferì con la famiglia a Montecatini e successivamente nel 1828 a Pescia. La biografia   dell'illustre poeta è nota, meno nota è invece la Lettera Autobiografica che lo stesso Giusti scrisse all'amico Atto Vannucci, detta lettera assume una rilevanza storica che va al di là della mera curiosità sui particolari sulla vita raccontati dallo stesso Giusti e che  può essere considerata un vero e proprio testamento letterario che permette  anche  di conoscere il carattere di un autore che scrisse molte poesie all'insegna dell'ironia, dello sberleffo e della satira,  segni distintivi di un'intelligenza acuta ed originale pronta ad usare il pennino come la punta di una spada.

La lettera autobiografica venne scritta dal Giusti il 14 settembre 1844, quando  egli aveva  35 anni, 6 anni prima della morte che lo colse il 31 marzo del 1850. Dalle riflessioni del Giusti emerge la vena malinconica e rinuciataria di chi sta per tirare i remi in barca e fa ( suo malgrado) un bilancio della propria vita. L'uomo Giusti è sincero  ed onesto e, per quanto sofferente per i dolori che lo assalgono, si mostra preoccupato del fatto che qualcuno possa mentire su di lui nel bene o nel male. Al destino che  sembra riservargli dolori e sofferenze, Giusti non si ribella arrivando a dire nella parte conclusiva della lettera: È andata così e bisogna chinare il capo.  Giusti pur accettando rassegnato la propria naturale indolenza, non mostra alcun rimpianto verso quello avrebbe potuto fare ma non ha fatto. Ricorda con riconoscenza e affetto  tutte quelle persone che in un modo  o in un altro lo hanno aiutato e preferendo di non nominarle, mostra un delicato riserbo che è  fortino  nel contempo dei propri sentimenti e di quelli altrui.

TESTO DELLA LETTERA AUTOBIOGRAFICA

« Non crepa un asino

che sia padrone

d'andare al diavolo

senza iscrizione ».

Questi versi scritti anni sono mi fanno temere che qualcuno dopo la mia morte possa essere tentato a scrivere qualcosa di me; e siccome io vivendo mi sono mostrato sempre tale e quale, non vorrei che mi si potessero abbaiare sul sepolcro altri versi dello stesso Scherzo che dicono:

« Ma dall'elogio

Chi ti assicura,

o nato a vivere

senza impostura?

Morto, e al biografo

cascato in mano,

nell'asma funebre

d'un ciarlatano

menti costretto,

e a tuo dispetto

imbrogli il pubblico

dal cataletto ».

Dunque, per mettere le mani avanti, se mai si desse il caso che io me ne dovessi andare, prego te a salvarmi da ogni pericolo, scrivendo poche righe sul conto mio.

Tu sei uomo sincero, di buoni principi e d'indole liberissima, ed è per questo che io voglio mettere la mia memoria nelle tue mani.

Mi sarebbe grave specialmente una lode e un biasimo non meritato, e vorrei o che si tacesse del tutto o che si parlasse di me colla stessa franchezza colla quale ho scritto io medesimo quel poco che lascio.

Sono nato a Monsummano nel 1809 (la mattina del 13 maggio) poi passato con la famiglia a Montecatini e finalmente a Pescia nel 1828.

Della mia prima infanzia noerò, per mera piacevolezza, due buffonate: una che mio padre non volle che la levatrice m'accomodasse il cranio come usano fare, sebbene l'avessi cacciato fuori della forma di un pane di zucchero, motivo per cui sarebbe un'indiscretezza l'accusarmi di aver fatto di testa, e di non essermi assoggettato alle regole dei cervelli rimpolpettati; l'altra che lo stesso mio padre, appena comincia a spiccicare le prime parole, m'insegnò il Canto del Conte Ugolino, e di qui potrebbe darsi che fosse nato l'amore alla poesia e allo studio continuo della Divina Commedia.

A Montecatini fui educato da un prete, buon uomo in fondo, e anco dotto per quello che faceva la piazza, ma subitaneo, collerico e manesco.

Passai a Firenze dell'Istituto Zuccagni, e là veramente cominciai a prendere amore agli studi per le buone maniere e per le amorevoli cure di Andrea Francioni, che riconosco per l'unico maestro che mi sia stato veramente tale, e che ho sempre amato e benedetto di tutto cuore.

Da Firenze passai al Collegio di Pistoja, da Pistoja in quello di Lucca, e di Lucca tornai a Montecatini, riportando poco profitto, poca educazione, e l'intimo convincimento di non essere buono a nulla.

Lssù consumai un anno quasi inutilmente, poi (nel 1826) fui mandato a Pisa a studiare il diritto di contraggenio.

Dopo essere stato tre anni senza conclusione in quel bailamme, tornai a Pescia, dove la famiglia si era già stabilita, e dove sciupai altri tre anni e mezzo in una vita oziosa, noiosa, senza regola e senza scopo.

Gli spropositi fatti e certi fastidioli che allora mi parevano una gran cosa ed ora riconosco per risibilissimi, mi ricacciarono a Pisa e poi a Firenze sotto la bandiera di Giustiniano.

Presi (a dì 18 giugno 1834) i miei titoli di dottore ed avvocato, ma ho sempre lì in carta pecora, senza essermene servito ma neppur nella firma e nelle carte da visita.

Ho sempre avuta poca stima e poca speranza di me stesso, ma in tutto questo tempo era tale la persuasione di non valere un'acca che dentro di me ridevo di chi mi diceva che io ero nato disposto a qualcosa. Soalmente sentiva una certa smania inesplicabile d'impancarmi a ciarlare di letteratura, di leggiucchiare e di scrivere ora versi, ora prose; ma finivo sempre col buttare in un canto i libri e i fogli e tornare a fare lo spensierat mestiere al quale per dire il vero ho inclinato sempre un tantino.

Fino dal 1831, a forza di raspare senza guida e senza concetto, m'era venuto fatto uno scherzo sulle cose d'allora e il favore degli amici, piuttosto che il mio proprio giudizio, mi fece intendere che poteva aprirmisi una via.

Trascurai un pezzo questa specie di vocazione, poi la ripresi quasi per forza e per farne una prova, non sentendomi sicuro di vernirne a capo; e anno per anno ho seguitato, senza presunzione, senz'odio contro nessuno in particolare, e senza tenere per moneta corrente tutto il bene che me ne dicono e tutto il grido che per me ne promettono.

Ho avuto molta facilità d'imparare, ho letto pochi libri, ma credo di averli letti bene assai; del resto sono ignorantissimo di molte cose essenziali da far paura e pietà a me stesso. Questo m'ha sempre umiliato al mio cospetto, e m'ha salvato dal troppo osare e dall'insuperbirmi di quel poco che m'era rimasto nella testa.

Ho avuto molti difetti, non ho mai perseguitato nessuno, e se talvolta mi sono lasciato trasportare dall'indole subitanea, è stato un fuoco di paglia.

Ho amato come si può amare ed ho sentita vivissima l'amicizia.

Dell'amicizia non ho da lagnarmi o sono bagatelle, dell'amore molto, o per colpa mia propria o per colpa d'altri, dimodochè aveva finito per farlo tacere, e m'era riuscito, con molto scapito del cuore e e della mente.

Ho molto sofferto e molto goduto e mi sono troppo scoraggiato nelle disgrazie, e troppo fidato quando le cose mi andavano a seconda.

Mille dure prove, mille disinganni acerbissimi non mi hanno potuto nè mettere in sospetto nè scemare la fiducia nei miei similialtro che a parole, e dopo avere sospirato e fremuto lungamente, ho finito per prendermi anch'io la mia parte della colpa, conoscendomi uomo.

Quel poco che ho pouto scrivere m'ha procacciato molti amici, molto favore, molte compiacenze, che mi sono state un largo compenso ai dolori della vita, di alcuni dei quali non oso parlare apertamente, e desidero che rimangano sepolti meco.

Non faccia ingannoa nessuno l'avermi veduto il più delle volte gaio e svagato: e tenete tutti per certo, che spesso mi sono avvolto e quasi inebetito nella folla per paura di starmene solo con me stesso, e perchè si sospendessero le fiere battaglie che si combattevano in me.

Qualche volta il dolore mi ha fatto ardito, fiero e loquace oltre il dovere; ma quanto ho compatito, quanto ho dimenticato, quante, oh quante, amarezze mi sono ricacciato dentro, per paura di dir troppo, per paura di non essere creduto, per paura di non essere inteso! Ma ho perdonato, e perdonato di cuore, perchè così vuole l'animo mio, e perchè chi sa quanti avrò tormentato anch'io o volendo o non volendo.

Ho molto da arrossire di me stesso, e prego il cielo e gli uomini a volermi essere benigni per quel poco di buono che posso aver fatto, e dimenticare generosamente i miei vizi, i miei errori. Io non me ne scuso e non me ne sono scusato mai, come molti fanno, e posso dire d'aver tentato di correggermene colla speranza di potervi riuscire. Oramai, se non mi basta la vita, valga qualcosa la buona volontà.

Per quanto possano essere corse alcune voci oziose sul conto mio, dichiaro che patita veruna molestia nè per parte del governo nè per parte del pubblico, e rigetto da me la nomea di vittima e di perseguitato, molto più che ho visto parecchi cercarla, scroccarsela e farsene belli.

Ho detto a tutti le cose mie coll'aperta schiettezza dell'uomo che sa di non mentire e di non voler male a nessuno.

Quella mania di far mostra di sè, io non l'ho potuta mai capire nè in me nè in altri, e credo di essere stato accorto bastamente per conoscere il vero biasimo e la vera lode.Ma forse l'amor proprio mi adula, e anco in questo mi rimetto.

Solo ventotto Scherzi dei quali ho lasciato nota nelle mani di un amico carissimo, voglio che siano pubblicati: il resto o non è mio, o lo rifiuto, e prego che non mi sia fatto l'oltraggio d'andare a ripescare tutte le minuzie che mi possono essere cadute dalla penna.

Quelli che li leggeranno, pensino che avrei desiderato, ma forse non potuto fare meglio, e che ho dato poco al mio paese perchè l'ingegno e la salute non mi sono bastati.

Questa scelta che ho fatto tra i miei scritti, non è mia solamente, ma anco consigliata da persone che ho amato e stimato e che meritavano per tutti i lati d'essere ascoltate e obbedite. Non le nomino per non cadere in sospetto di volermi fare appoggio di nomi celebri e reveriti, e per risparmiarea loro le brighe e i fastidi che potrebbero patire per essermi lasciato andare ad un eccesso di gratitudine. Mi conferma in questa risoluzione l'aver veduto quanto poco scrupolo si fanno certuni di mettere nella pèste gli amici e conoscenti, o per poca considerazione, o per zelo soverchio, o perchè trovandosi in salvo, non badano tanto per la minuta a chi può pericolare. Tacerò quei nomi, ma ne porterò meco la memoria e l'affetto come di cosa santa e preziosa al mio cuore, che tante volte si è confortato ed esaltato della loro amicizia.

Protesto più specialmente che non m'appartengono un Sonetto al Contrucci - Il Creatore e il suo mondo - uno Scherzo per la soppressione dell'Antologia - Le croci del 1842 - una Satira a Cesare Cantù - Il Giardino - Il Picciotto - e altre cose di questa fatta, delle quali non mi rammento, e che mi vergognerei di avere scritte.

Debbono essere d'uno di quei mordaci timidissimi, che urlano rimpiattati al primo che passa, vendendo i loro bassissimi odii e le ire meschine come sante e nobili censure.

Se tu volessi parlare delle cose lasciate in tronco potresti dire che oltre parecchi altri Scherzi meditava di scrivereun libretto su i costumi delle nostre montagne, in foggia di commento ai Rispetti che cantano lassù.

Voleva riordinare e dare una forma agli appunti presi sulla «Divina Commedia », lavoro nel quale non avrei forse fatto nulla di nuovo, ma raccolto e ordianto il meglio che n'è stato pensato.

Voleva fare un'operetta sui modi di dire, scegliendo quelli da tenere in corso, da quelli ormai troppo vieti e da mettersi là. Soprattutto mi stava a cuore di condurre a termine l'opera pensata lungamente sui Proverbi dei quali ho fatto raccolta giù giù giorno per giorno, per l'amore della lingua e della sapienza pratica.

Se mi fosse riuscito d'incarnare il mio concetto, sarebbe nato un libro da aversi a mano di tutti; scritto senza boria, senza pompa, senza affetazione nessuna; ma alla buona, all'amichevole, come conviene alla materia. Avrei fatto tesoro specialmente della lingua parlata che non è tenuta in onore quanto bisognerebbe, e sperava di non fare cosa inutile se il tempo e l'ingegno mi si fossero prestati.

Un'ombra di questo lavoro sarà trovata fra i miei fogli e apparirà anco meglio da una lettera indirizzata a Francioni.

Poteva darsi che tentassi anco la Commedia, sebbene m'abbia fatto sempre una paura terribile, e sia persuaso che non vi sarei riuscito.

Inoltre ho almaccato molto col cervello per tentare una specie di Romanzo sul gusto di Don Quichotte o del Gil-Blas, e per quanto non abbia mai presa la penna neppur per cominciare, confesso che da molti anni è stata la mia tentazione quotdiana. Avendo bazzicata gente di ogni risma, mi sentiva in corpo tanta roba da tesserne tre o quattro volumi, ma può essere che sia stato un castello in aria da rovinare alle prime mosse, o da non arrivare mai.

In ogni modo, in tutto ciò che ho scritto o che ho pensato, non ho avuto in mira che di pagare un tributo al mio paese nella moneta che aveva in tasca, la quale se non è d'oro o d'argento, credo almeno che non sia falsa.

Troverai in questa lettera o troppo o troppo poco, poichè l'ho scritta in mezzo ai dolori, spronato dal desiderio che nessuno mentisca sul conto mio.

Tu leva e aggiungi come ti detta la coscienza, e bada che non ti faccia velo l'amicizia passata tra noi. Sii breve, schietto, severo e domanda di me ai più intimi come ai semplici conoscenti, per raccapezzare il vero ch'io non avrò saputo dirti.

Per quanto ne pensino certuni, io non credo che il mio nome debba essere tanto temuto da far segnare col carbone chiunque s'attentasse a rammentarlo; nonostante fai in modo di porti in salvo, stampando fuori d'Italia  e lasciando anonimo il libretto.

Perdonami se ti dò questo carico penoso e scabroso, e non attribuirlo a bramosia di fama, ma come t'ho detto già due volte, al timore d'essere sfigurato o in bene o in male.

L'abuso e il mercato, che si fa dai biografi e dagli epigrafai m'ha fatto ribrezzo quando si trattava d'altri, figurati poi quando si tratta di me!

A questo proposito voglio aggiungere una cosa. Forse la morte verrebbe a tempo per provvedere ai miei bisogni. Io da una cert'epoca in qua mi sentiva quasi isterilito, e forse, seguitando a scrivere, sarei andato a scapitare un tanto, sebbene avessi molta carne al fuoco.

Se udirai qualche benevolo che dica di me: Oh se avesse vissuto più a lungo chi sa cosa avrebbe potuto fare! Rispondigli che forse non avrei fatti nulla di più, e che molto prima d'ammalarmi sentiva o credeva di sentire dei cenni di decadimento. I progetti molti, le forze chi sa?

Se morirò, muoio per un disturbo dal quale non ebbi virtù di difendermi o per debolezza d'animoo per troppa delicatezza di fibra. Già, per il dolore dello zio, io  era disposto alla malinconia, quando il sospetto d'idrofobia, finì per turbarmi. Dopo pochi giorni passò, ma il colpoaveva lasciata una traccia profonda, turbandomi irreparabilmente le funzioni della digestione. Appena avvertita la lesione al basso ventre, mi corse il pensiero alla malattia di famiglia, e per quanto me ne abbiano saputo dire, non ho potuo mai mutare opinione perchè

                                ... io meglio i miei

                                casi d'ogni altro intendo.

È andata così e bisogna piegare il capo.

Ricordati di me, e sii certo che tu sei stato uno di quelli che ho amato grandemente e stimato quanto si può amare e stimare. Tu ne sia un'ultima prova questa lettera scritta in un momento solenne, ma con più serenutà d'animo di quella che io stesso non avrei creduto.

Fino a che barcollava tra la speranza e il timore, mi sentiva meno forte sulle gambe; ora che l'una e l'altro se ne sono andati, mi pare di camminare più spedito.

Prendi un abbraccio e un bacio di congedo dal tuo

                                                                         GIUSEPPE GIUSTI.  »

 

_____________________________________________________

La redazione del presente articolo è avvenuta in data 09/11/ 2014, ogni diritto sulla sola parte commentata è riservato, si autorizza a pubblicare quanto riportato previa citazione dell'autore.

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti

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