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7 agosto 2012 2 07 /08 /agosto /2012 06:45

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"Quando tu incontri gente che loda Omero e sostiene che qusto poeta ha educato l'Ellade e che merita di essere preso e studato per amministrare ed educare il mondo umano, e che secondo le regole di questo poeta si organizza e si vive tutta la propria vita, questa gente si deve si baciarla e abbracciarla......(Platone, La Repubblica, libro X, VII). 



Se c'è un autore più letto e commentato fin dall'antichità questi è Omero, se c'è un autore di cui non si conosce assolutamente nulla questi è proprio Omero eppure tra i Greci di epoca antica i testi omerici erano letti e commentati e costituivano la letteratura per eccellenza ma anche dei testi didattici perchè l'epica nasce principalmente con questo intento pedagogico e formativo. 

E' più che probabile ed è accettato ai massimi livelli di critica lettteraria che Omero non sia mai esistito ma che l'insieme dei canti omerici non sia altro che la sintesi di una cultura preletteraria della cultura di un popolo che possiamo circoscrivere nel periodo che va dal II millenio a.C. fino alla fine del medioevo ellenico ( VIII secolo) e i poemi cosiddetti omerici non furono altro che la conclusione letteraria codificata in forma scritta di questa cultura orale che si riferiva alle origini della cultura greca. 

Ma qual'è la società che viene raccontata nell'Iliade e nell'Odissea? E' una società arretrata dove la divisione del lavoro era molto elementare e dove gli aedi avevano un ruolo fondamentale: quella di tramandare oralmente, attraverso la forma del canto epico, vicende e fatti ( anche storici) in chiave mitologica. 

Le vicende delle popolazioni greche del II millennio diventano l'occasione, quindi per trasmettere tutto il sapere dell'umanità al fine di insegnare la cultura materiale di un popolo ma anche con il preciso intento di non disperdere la memoria storica e collettiva di un intero popolo. 

Una funzione pedagogica e didattica che si incentrava su due episodi quasi fondanti: la guerra di Troia e la genealogia degli dei

 

 

TANTI CANTORI

Quindi non Omero come singolo personaggio, ma Omero come tanti cantori che, a seconda del temperamento o dell'occasione, recitavano a memoria questo o quel passo; ci troviamo dinanzi a dei passi che furono riuniti e che non rappresentavano un tutto organico e compiuto così come lo conosciamo oggi. 
Sarà solo con il tempo che questi passi assumeranno una forma compiuta dove i fatti si succederanno logicamente e cronologicamente. 
Ecco allora che da questa tradizione orale espressa da tanti cantori nasce l'opera che per comodità chiameremo "omerica" ed è più che probabile il fatto che ogni singolo cantore fosse impegnato a trasmettere la sua parte e che conoscesse solo quella a memoria e che alla fine di questo lungo percorso gli elementi mitologici-fantastici abbiano superato quelli storici. 

E' un fatto tuttavia che i progenitori dei Greci e cioè gli Achei vissero almeno sei secoli prima dei cantori su menzionati e questo è stato ricavato dal contenuto stesso dei poemi omerici che possono inquadrarsi in quel periodo del II millennio a.C che viene denominato medioevo ellenico. 

Ma qual'è la società narrata nei poemi omerci? E' una società primitiva dove vi è un forte egualitarismo e dove soprattutto non c'è alcuna autorità scritta che emergerà solo quando si affermerà l'aristocrazia. 

In ogni caso questi cantori che per tradizione chiamiamo Omero sia che si riferiscano alla civiltà degli Achei o a quella di sei secoli dopo, ci dicono molte cose sull'ordinamento civile e sociale, sulla cultura materiale, sulla religione e le credenze di un popolo che altresì sarebbe rimasto sconosciuto a noi moderni. 

A questo punto forse Omero è una bella invenzione, ma l'Iliade e l'Odissea rimangono come capovalori unici e insuperabili andando a costituire quel patrimonio dell'umanità che rende l'uomo superiore a tutti gli altri esseri viventi proprio come Ulisse.

 

Articolo di proprietà dell'autore, pubblicato anche altrove.2527645526_c40714554a.jpg

 

Fonte immagine:http://farm3.static.flickr.com/2055/2527645526_c40714554a.jpg

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Published by Caiomario - in Letteratura latina e greca
18 luglio 2012 3 18 /07 /luglio /2012 05:25

SOFFERMANDOMI SULL'ARA DI CESARE 

Due anni fa andai al Foro Romano e mi sono soffermato davanti all'ara di Cesare, un tempietto eretto in onore del "dittatore democratico" romano; sono rimasto colpito dal fatto che vi erano deposti dei fiori, molti fiori freschi .Caio Giulio Cesare è morto nel 44 a.C. E' l'unico uomo di stato dell'antichità che continua ad essere ricordato e onorato. 

Racconto questo episodio perché la mia vicinanza con Cesare è legata soprattutto ai suoi scritti, come è noto infatti la sua fama non è legata solo alle sue imprese e alle sue conquiste, ma anche alle sue opere che oggi potremo definire storico-letterarie, ma che al tempo in cui vennero scritte erano dei commentari, dei diari in cui Cesare raccontava le imprese delle campagne militari di cui lui era l'unico e vero artefice insieme ai sui legionari. 

LA GUERRA CIVILE DI CAIO GIULIO CESARE 


L'opera originale si intitola "COMMENTARII DE BELLO CIVILI" e consta di tre libri, tratta della sanguinosa guerra civile tra Cesare e Pompeo che avvenne tra il 49 e il 48 a.C. 
Nello scritto vengono raccontati numerosi episodi alcuni dei quali notissimi come, ad esempio, il passaggio del Rubicone, dove venne pronunciata la famosa frase "Il dado è tratto", frase che NON si trova nel De bello civili. 

LA LINGUA PARLATA DA CESARE, UN ESEMPIO DI CHIAREZZA 

Anche chi non conosce il latino può comprendere la lingua parlata da Cesare, riporto solo come a titolo d'esempio, l'incipit di un passo famoso in cui Cesare descrive la Gallia Transalpina (si tratta di un passo tratto da un'altra famosa opera di Cesare il "De bello gallico"): 

"Gallis est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam, qui, ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur". 

Anche andando a senso, il lettore italiano riesce a comprenderne il significato, Cesare aveva una capacità di sintesi rarissima, lo si potrebbe definire un giornalista ante litteram e uno stilista della bella scrittura. 
Sotto questo punto di vista La guerra civile  con il testo originale a fronte permette di avere una rigorosa traduzione e nel contempo di poter leggere il testo originale riportato a fronte. 

In questo modo anche il lettore moderno può sentire la voce di Cesare, capirne la personalità, comprendere il suo modo di pensare, ma anche inquadrarlo in tutta la sua faziosità di uomo teso a difendere fino in fondo il proprio operato. 

Senza dubbio il "De bello civili" è un'opera apologetica dove Cesare vuole dimostrare a futura memoria di aver operato sempre secondo ragione e secondo diritto. 


NOTA A MARGINE SU QUANTO VIENE RACCONTATO NELL'OPERA 

Al di là dell'aspetto linguistico, è inevitabile ragionare intorno al contenuto dell'opera da cui emerge un Cesare fiero di aver modificato la struttura dello stato a favore delle classi basse ossia di provinciali, centurioni e persino (per l'epoca) liberti (schiavi che aveva riconquistato di diritto la libertà). Naturalmente il quadro che emerge è sempre "secondo il racconto di Cesare", ma secondo Cicerone il vero responsabile della guerra civile fu proprio Cesare. 
Di contro Cesare dimostra tutto il suo risentimento nei confronti degli avversari arrivando a denunciarne l'operato illegale e arrivando ad appellarsi ai suoi legionari in modo che sedassero qualsiasi tumulto. Cesare aveva capito che l'unico suo solo oppositore era il Senato romano ma non il popolo che lo appoggiava e da fine politico qual'era, sapeva che proprio il popolo e l'esercito mai gli avrebbero girato le spalle....queste furono le ragioni per cui i congiurati decisero di eliminarlo, erano le famose idi di marzo. 



L'OPERA CHE DOVREBBERO LEGGERE TUTTI E IN PARTICOLARE 

"La guerra civile" dovrebbe essere letta da tutti ed in particolare da: 

  • tutti coloro i quali parlano oggi di Roma a sproposito; 
  • tutti coloro che confondono la squadra della Roma con Roma antica; 
  • tutti coloro che parlano sempre a sproposito di Galli, Celtici ed affini e di romani moderni confondendoli con quelli antichi. 
  • gli studenti dei licei classici e scientifici, se non altro perché, possono trovare tutti i brani tradotti delle versioni che, sicuramente, saranno loro assegnate; 
  • tutti coloro che ignorano che Roma antica non ha niente a che fare con la città di oggi; 
  • ai lettori moderni per comprendere che le tensioni sociali e politiche in terra italiana incominciarono ai tempi di Cesare.....non sono ancora finite. 



INFORMAZIONI SUL LIBRO

 

  • Listino € 9,50
  • Editore Garzanti
  • Collana I grandi libri
  • Data di pubblicazione 21/02/2008
  • Pagine 352
  • Lingua Italiano
  • EAN978881136728

 

 

 

la-guerra-civile.jpg

 

 

 

 

 

 

 Pompeo finì decapitato, Cesare morì pugnalato.....sic transit gloria mundi.

 

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Published by Caiomario - in Letteratura latina e greca
11 luglio 2012 3 11 /07 /luglio /2012 04:02

Tutte-le-poesie---Salvatore-Quasimodo.jpg

 

 

"Tutte le poesie di Salvatore Quasimodo" è un'opera ponderosa di 656 pagine pubblicata dalla Casa Editrice Mondadori nel 2003; nel volume troviamo l'opera omnia di Quasimodo, a partire dalle prime poesie pubblicate, nel 1930, sulla rivista "Solaria", a seguire la raccolta "Acqua e terre"  pubblicata nel 1930 e la raccolta "Oboe sommerso" pubblicata per la prima volta nel 1932 e poi tutte le altre.


La poesia di Salvatore Quasimodo può essere divisa schematicamente nelle segueti due fasi:

  • Fase ermetica 
  • Fase dell'impegno neorealistico 


Se la prima fase è caratterizzata da un impegno squisitamente poetico, a partire dal 1943 e dalla raccolta "Giorno dopo giorno", la poesia di Quasimodo diventa impegnata ideologicamente e politicamente ma questo non snatura la linea tenuta fin dal periodo giovanile :resta, infatti, intatta la caratteristica principale di tutte le liriche del poeta siciliano: l'uso di una forma espressiva classica consacrata alla tradizione. 

Leggendo le poesie di Quasimodo non si trovano mai forme espressive estreme, piuttosto il tono delle liriche rivela un carattere leggero quasi musicale ma nello stesso tempo molto intenso e atto ad evocare e commerorare sensazioni ed emozioni. 
Tuttavia ogni poesia sembra sfuggire ad ogni riferimento storico andando a caratterizzare una sorta di distacco dalla realtà circostante e da ogni coinvolgimento emotivo. 
E' come se Quasimodo volesse intenzionalmente creare un solco tra realtà del mondo esterno ed espressione poetica, è quasi un disallineamento dalla realtà che il poeta persegue a favore della contemplazione e della descrizione. 
Questa poetica descrittiva evita accuratamente un riferimento puntuale alle cose, prediligendo la forma astratta e perseguendo così uno dei tratti più caratteristici dell'ermetismo. 
Quasimodo appare, nello stile,quasi surreale, calato in una dimensione esistenziale fin dalle prime liriche giovanili in cui veniva descritto il paesaggio della Sicilia con toni favolistici e lontani dalla realtà quotidiana. 

Analizzare l'intera produzione poetica di Quasimodo richiederebbe altri spazi ma è indicativo rilevare alcuni caratteri prendendo ad esempio una poesia molto bella che ho scelto tra le tante: 

"Davanti al simulacro d'Ilaria Carretto

è una poesia rappresentativa ed emblematica che sembra contraddire quanto esposto nelle righe precedenti (riferimento puntuale alle cose) , tuttavia tale contraddizione è solo apparente in quanto si rivela quello che è uno dei temi più trattati da Quasimodo: la solitudine esistenziale. 
In realtà il monumento funebre è solo un pretesto per parlare della distanza esistente tra il mondo dei vivi e quello dei morti: 

" ............................e tu 
tenuta dalla terra, che lamenti? 
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto 
forse è il tuo, uguale d'ira e di spavento 
Remoti i morti e più ancora i vivi, 
i miei compagni vili e taciturni" 

Bellissimo questo frammento in cui Quasimodo con quel "non hanno pietà" denuncia l'illusione dei vivi, un'illusione che offende ed oltraggia in modo crudele chi un tempo l'aveva approvata e condivisa. 
Il grido finale presente nel frammento è una costante dell'intera produzione poetica di Quasimodo quando dice " Remoti i morti e ancora più i vivi": i morti sono lontani (remoti) ma i vivi lo sono ancora di più, è presente un'identificazione tra i morti e l'atteggiamento dei vivi che nel loro cinico egoismo, tacciono e che vengono definiti "i mei compagni vili e taciturni". 

E come non citare la notissima "Alle fronde dei salici" che trae spunto dal biblico Salmo 136 che esprime il dolore degli ebrei per l'allontamento di Israele e il loro esilio in Babilonia. 

Molto si potrebbe dire sul primo verso: 

"E come potevamo noi cantare/con il piede straniero sopra il cuore..." 

in cui l'interrogativo iniziale sembra la conclusione di un ragionamento precedente ma questa lirica è emblematica anche di un nuovo modo di porre la poesia da parte di Quasimodo che dall'io passa al noi quasi a voler essere il portavoce degli altri che la pensano come lui; è una lirica in cui si avverte l'influenza e la forte eredità dell'ermetismo con l'uso di metafore e analogie che rendono il testo intenso ed emotivamente coinvolgente. 

L'ultima poesia che ho scelto è "Un uomo del mio tempo" in cui Quasimodo si rivolge all'uomo del suo tempo ritenendolo solo portatore di morte e di violenza : 

"...T'ho visto:eri tu,/con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,/senza amore, senza Cristo.Hai ucciso ancora,/come sempre/come uccisero i padri, come uccisero/gli animali che ti videro la prima volta." 

Un quadro di desolazione e morte a cui segue un appello: 

"Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue/salite dalla terra, dimenticate i padri:/le loro tombe affondano nella cenere,/gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore" 

Un grido di speranza che il poeta lancia ai giovani, infondendo speranza e invitandoli a recidere qualsiasi contatto con il passato e con quegli uomini crudeli che hanno torturato,sterminato, giustiziato. 


 

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Published by Caiomario - in Letteratura latina e greca
1 settembre 2011 4 01 /09 /settembre /2011 11:35

Il codice lingua secondo gli autori Latini.

Facendo un viaggio nella letteratura antica scopriremo che molte nostre convinzioni sul giusto modo di scrivere sono del tutto errate, il motivo principale è dovuto al fatto che le lingue del passato non seguivano i canoni di scrittura che noi utilizziamo attualmente.

Chi ha studiato il latino e il greco sa bene che la traduzione in italiano di frasi che presentano particolari difficoltà morfologiche e sintattiche, non dipende solo dalla conoscenza delle nozioni sintattiche basilari, ma anche e soprattutto dalla conoscenza dello scopo comunicativo dell'autore.

Uno degli autori "più facili" da tradurre è C. Giulio Cesare, eppure se non si conosce lo scopo comunicativo delle sue opere letterarie, si rischia di fare delle traduzioni prive di qualsiasi significato.

Se poi dovessimo prendere il testo originale rischieremo di perderci nel tentativo di comprendere semplicemente il significato di quello che c'è scritto, ma come scrivevano Cesare, Cicerone e gli autori latini?

Prima di tutto scrivevano in maiuscolo, non esisteva infatti la differenza tra lettere maiuscole e minuscole, poi non usavano i segni di punteggiatura semplicemente perché non esistevano e al posto della U usavano la V.

Per gli antichi, infatti, era inconcepibile pensare di differenziare il linguaggio parlato da quello scritto, era quindi perfettamente normale scrivere come parlavano.

Se prendiamo, ad esempio, il famoso incipit della prima Catilinaria di Cicerone "Quo usque tandem, Catilina, abutere patientia nostra" , notiamo che la parola Catilina si trova racchiusa tra due virgole, mentre Cicerone ha scritto: "QUO VSQUE TANDEM CATILINA ABUTERE PATIENTIA NOSTRA",si noti anche che al posto della U si trova quella che per noi è una V.

In conclusione possiamo dire che il modo di scrivere non ubbidisce a regole fisse e immutabili, ma cambia con il tempo e non c'è cosa più vecchia della grammatica perché le regole che osservava, ad esempio, Leopardi non sono quelle che seguiamo noi.

Nella lingua italiana scritta è rimasto qualcosa di questo antico modo di pensare e riguarda nello specifico i segni di punteggiatura. Non esiste infatti una sola grammatica che stabilisce delle regole rigide sulla punteggiatura, anzi molti grammatici raccomandano di usare la punteggiatura nel modo che si preferisce. Perché? Semplicemente perché la punteggiatura serve per esprimere il proprio stato d'animo, il proprio stile, il proprio scopo comunicativo ed è l'autore che deve decidere se mettere un punto esclamativo o un punto di sospensione. Non il lettore!

see filename | Source | Date see metadata | Author sailko | Permissio

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