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31 dicembre 2014 3 31 /12 /dicembre /2014 03:20

MONSIGNOR DELLA CASA NORME PRATICHE DI BUONA EDUCAZIONE

 Il "Galateo ovvero de' costumi" venne scritto  da Monsignor Giovanni Della Casa fra il 1551 e il 1556  e venne pubblicato postumo nel 1558; inquadrare il periodo storico in cui l'opera venne scritta ci consente di affrontarne la lettura con un certo distacco valutando le indicazioni dell'autore come istruzioni ad uso e consumo  dell'uomo comune della sua epoca. L'idea di sapersi ben comportare è giunta fino a noi grazie a Dalla Casa che ha, comunque, avuto un merito: quello di aver per primo parlato di norme comuni e di regole di convivenza, ma è stato anche colui che ha teorizzato la supremazia dell'apparenza sulla realtà. Sotto questo punto di vista nessuno meglio di lui ha saputo elevare il conformismo sociale a valore di vita a cui ispirarsi per convivere senza conflitti. È su quest'ultimo punto che vorrei concentrare l'attenzione del lettore, punto che a mio parere rappresenta l'anima stessa dell'opera di Della Casa, il criterio generale a cui il gentiluomo si deve uniformare per vivere in società: non deve mai creare  alcun dispiacere agli altri.

Nel capitolo II del Galateo, l'autore scrive:

"IN CHE CONSISTA L'ESSERE SCOSTUMATO: QUALI ATTI SIENO SPIACEVOLI A QUE' CO' QUALI SI USA, SI DIVIDONO QUESTI SECONDO IL NUMERO DELLE POTENZE DELL'ANIMA, ALLE QUALI SI PUÒ RENDERE NOIA" (Il titolo è scritto in maiuscolo, lo cito come viene riportato nell'edizione pubblicata dall'editore Le Monnier, edizione curata da P.Pancrazi).

Il titolo si presta a diverse riflessioni, intanto Dalla Casa individua gli elementi che fanno sì che uno possa definirsi scostumato, nell'accezione del monsignore scostumato è quello che commette atti spiacevoli agli altri e introduce una personalissima classificazione di questi atti che dipendono dalle "potenze dell'anima" vale a dire non sono uguali in tutti gli individui, c'è che chi commette atti scostumati più o meno gravi, ma tutti questi atti -secondo Dalla Casa- recano offesa agli altri.
Consiglia Dalla Casa di temperare ed ordinare i modi ossia i comportamenti non secondo la propria voglia ma in modo che non siano mai di cattivo gradimento agli altri.
Le due parole d'ordine sono quindi: moderare (temperare) e controllare (ordinare); il principio è valido e lo dice il buon senso, non possiamo, ad esempio, andare a casa di una persona e fare le stesse cose che facciamo a casa nostra in assoluta libertà. Gli esempi  che si possono fare a tal proposito sono innumerevoli, non ne vale la pena elencarli.
Quel che invece è importante sottolineare è la raccomandazione che Dalla Casa dà circa il modo in cui ciò si deve realizzare: è necessario che il gentiluomo non crei dispiacere ma non deve esagerare al punto da apparire un buffone (è proprio questo il termine usato dall'autore).

Avere riguardo per il piacere altrui è una cortesia ma chi esagera diventa fastidioso esattamente come lo zotico che Dalla Casa definisce "scostumato" e "disavvenente"(sgradevole).

Dalla Casa non amava il linguaggio colorito e non approvava coloro i quali usavano le male parole, sotto questo punto di vista era un moralista; insomma il suo giudizio era negativo davanti a un Dante che, ad esempio, nel canto XVIII dell'Inferno, quello dedicato a ruffiani e seduttori usa il termine "P****na".  Dalla Casa non poteva capire Dante, si era fermato alla forma e da buon curiale guardava la parolaccia e non il resto, possiamo quindi dire che Dalla Casa sta al moralismo come Dante sta al giudizio morale.


CURIOSITÀ

  • Monsignor Della Casa aveva una sola ambizione: venire nominato cardinale, il papa Paolo IV lo nominò segretario di stato, ma il suo desiderio di diventare porporato non fu mai esaudito.
  •  Uno degli incarichi a cui Della Casa dedicò le sue energie fu quello di censore librario.
  •  Galateo è l'italianizzazione del termine "Galatheus" ossia Galeazzo, il libro venne dedicato  al vescovo Galeazzo Florimonte. Chissà se sua eccellenza Galeazzo era un uomo gentile, non lo sapremo mai!
  • Nel "Galateo, overo De' costumi"  di Giovanni Della Casa il precettore che insegna i buoni costumi è un "vecchio idiota" ignorante ma gentile; monsignore ci vuole dare un messaggio: "Non serve aver studiato per imparare a stare con gli altri e non sempre chi ha studiato è una persona cortese".





"Adunque con ciò sia cosa che le nostre maniere sieno allora dilettevoli, quando noi abbiamo risguardo all'altrui e al nostro diletto" ( Giovanni Della Casa).

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Published by Caiomario - in Letteratura
31 dicembre 2014 3 31 /12 /dicembre /2014 03:00

LE TAMERICI DI VIRGILIO, PASCOLI E D'ANNUNZIO

I poeti hanno la capacità di saper parlare delle piccole cose in modo semplice soffermandosi sui particolari e Pascoli, più di altri,  ha saputo, con un tono basso, descrivere la realtà agreste dalla quale la maggior parte di noi proviene. Sino a cinque generazioni fa i bis-bis nonni erano contadini e le nostre bis-bis nonne erano lavandare.
Quel mondo agreste non c'è più, ci rimangono però le bellissime 156 liriche di "Myricae", a me carissime per la loro semplicità che Pascoli amava paragonare alle tamerici, delle pianticelle che si trovano anche su certe spiagge e che hanno dei bellissimi fiori di color lillà.  Mi sono riproposto di fare più attenzione alle tamerici quando andrò in campagna o sulle spiagge della Sardegna, perché queste pianticelle sono evocatrici da sempre di bella poesia; anche D'Annunzio parla di "tamerici salmastre ed arse" nella sua "Pioggia del Pineto" ma il più grande poeta che ha elevato a dignità le tamerici è stato Virgilio che scrisse: "iuvant arbusta humilesque mirycae" e questa definizione piacque a Pascoli che intitolò appunto la sua raccolta "Myricae".

LA VERSIONE BREVE E LUNGA DI MYRICAE

Sul numero delle liriche contenute in Myricae giova fare una precisazione che è nota ma che si presta a una riflessione; Pascoli nella prima edizione di Myricae del 1891 pubblicò una raccolta composta da sole ventidue poesie, solo nell'ultima edizione del 1903 (quella che noi oggi leggiamo) Pascoli arrivò a raccogliere centocinquantasei liriche. La scioltezza e la facilità con cui Pascoli arrivava a comporre le sue poesie (alcune espresse secondo la forma metrica del madrigale) nasceva prima di tutto dal riscontro del pubblico dell'epoca che ne apprezzava i "bozzetti" per lo spirito confortante che le caratterizza.


GLI STORNELLI MARCHIGIANI, ANDANDO PER LE CAMPAGNE MA NON CI SONO PIÙ ARATRI E LAVANDARE

Raccontare tutti i testi presenti in Myricae richiederebbe uno spazio non appropriato in questo contesto, segnalo alcune particolarità come l'influenza che ebbero due stornelli marchigiani in quella famosissima lirica intitolata "Lavandare":

"Ritorna, Amore mio, se ci hai speranza, per te la vita mia fa penitenza!/Tira lu viente e nevega li frunna/de qua ha da rvenì fideli amante" (dicono nelle Marche)

"Il vento soffia e nevica la frasca,/e tu non torni ancora nel tuo paese!/quando partisti, come son rimasta!/come l'aratro in mezzo alla maggese". (scrive Pascoli)

Anche questo aspetto è stato sviscerato e non costituisce affatto una novità, ma andando per le colline marchigiane nel periodo autunnale mi capita spesso di vedere le foglie che cadono come neve e di pensare al Pascoli,  in quella campagne però non si vedono più aratri e  lavandare.

LA BALLATA DEL LAMPO E DEL TUONO

Invitando alla lettura di Myricae segnalo una corrispondenza che ti sovverrà caro lettore ogni volta che sentirai un tuono e vedrai un lampo che ti farà ricordare Pascoli; nella raccolta sono presenti due piccole ballate intitolate "Il lampo" e "Il tuono" , due quadretti in cui le parole sono usate come i colori che disegnano due eventi di una natura che appare allucinante.
Il lampo è una delle poesie più belle della raccolta e forse tra le più personali perché -secondo i critici della letteratura- sembra che Pascoli in questa breve lirica abbia voluto ricordare il tragico evento della morte del padre che avvenne durante una notte in cui il cielo era squarciato dai lampi; bellissima pur nella sua brevità è "Il tuono" che riprende il tema della tragica notte in cui venne ucciso suo padre.
Non mi soffermo su quel capolavoro che è "Novembre", osservo solo che ogni volta che arriva l'estate di San Martino è quasi inevitabile pensare a questa lirica di Pascoli che in poche strofe descrive "l'estate fredda dei morti".


NOTE FINALI AD USO DEI POTENZIALI LETTORI

La raccolta edita da Zanichelli ha il pregio della completezza e della continuità nel solco della tradizione, Pascoli pubblicò infatti la sua raccolta definitiva proprio con la casa editrice di Bologna città a lui carissima dove affrontò gli studi universitari e dove nel 1906 succedette alla cattedra di letteratura a quell'altro gigante della nostra cultura  che risponde al nome di Giosuè Carducci.

Myricae si può leggere sempre, non è un'opera pesante ed offre il pregio della brevità, affrontarne la lettura è come entrare in un museo, guardare un quadro, uscire e poi ritornare per guardarne un altro.
Del resto tutta la poesia pascoliana, come ad  esempio i "Canti di Castelvecchio" è apprezzabile perché il Poeta con rapidi tocchi riesce a delineare perfettamente una situazione, altro aspetto importante riguarda il linguaggio usato da Pascoli: non è mai aulico, ma impiega parole tratte dalla vita quotidiana, per questo è accessibile a tutti e tocca le corde della sensibilità di ogni persona che potrà trovare nella raccolta la poesia che più lo rappresenta o nella quale rintraccia ciò che più corrisponde alla propria sensibilità.





 

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Published by Caiomario - in Letteratura
26 maggio 2014 1 26 /05 /maggio /2014 12:58

IL TRIONFO DELLA MORTE

GABRIELE D'ANNUNZIO



Accostarsi alla lettura del Trionfo della morte, il più nietzschiano dei romanzi di Gabriele D'Annunzio, può indurre il lettore a confondere l'esteta, come lo intendeva il Vate con il superuomo di Nietzsche, ma il decadentismo non ha niente a che fare con la filosofia di Nietzsche se non per l'influenza che questi ebbe su tutti gli scrittori (D'Annunzio compreso) che credettero di interpretare in modo corretto il pensiero del filosofo tedesco. L'influenza che il  filosofo tedesco ebbe su D'Annunzio, è innegabile ma, per ovvie ragioni, fu un'influenza non voluta; nel secondo Novecento, poi, l'accezione del superuomo come individuo slegato da qualsiasi imposizione della morale è quella che ha avuto più successo ed è anche quella che ha contribuito, in maniera determinante, a non comprendere Nietzsche, difatti coloro che sostengono questa tesi sono solitamente quelli che non hanno mai letto le opere di Friedrich Nietzsche.
Chi scrive ha cercato di tenere distinti i due piani di pensiero anche se una certa vulgata letteraria tende a sovrapporre i due piani ingenerando un equivoco fuorviante.
Nietzsche aveva un'idea di uomo che andava oltre (superuomo nel senso di sopra l'uomo) e che rappresentava un modello per il futuro, un uomo che era libero da qualsiasi superstizione e pregiudizio, D'Annunzio invece, sotto questo punto di vista, rappresenta un decadimento dell'idea nietzschiana.

IL TRIONFO DELLA MORTE UN PASSANTE SI BUTTA DAL PINCIO E SI RINCHIUDONO IN ALBERGO

Il romanzo si compone di 24 capitoli divisi in sei parti, gli unici  protagonisti  sono Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio, entrambi sono amanti; gli altri attori sono delle comparse che si muovono dietro la storia tragica dei due. La parola "amante" in D'Annunzio è pregna di sensualità, gronda di fisicità e non è mai foriera di gioioso trasporto, il poeta raccontava storie di amanti maledetti che nella tragedia personale sublimavano se stessi sino ad annullarsi.
L'inizio del romanzo conferma l'inclinazione di D'Annunzio a narrare episodi che turbano il lettore: siamo sul Pincio, Giorgio e Ippolita stanno passeggiando ad un certo punto una persona si suicida buttandosi nel vuoto.  I due che fanno? Vanno a rinchiudersi in un albergo e non avendo altro da fare Giorgio mostra le lettere che le ha scritto e non le ha mani spedito, Ippolita apprende la folle gelosia di lui, ne è turbata.

LA SEPARAZIONE E LA MAMMA DI LUI

Giorgio e Ippolita vanno verso l'inevitabile separazione, entrano in gioco le figure femminili della sua famiglia: la mamma e le sorelle. La madre suscita in lui pena e amore, mentre è il padre quello che gli ha dato l'imprinting della violenza, da questa tara è impossibile liberarsi e la figura del padre, anonima e misteriosa, è quella che, in parte, ne condizionerà le scelte.

PER RITROVARE L'AMORE SI RIFUGIANO IN UN ALBERGO, MA È L'ULTIMA TAPPA PRIMA DEL TRIONFO DELLA MORTE

Giorgio e Ippolita dopo essersi ritrovati decidono di ritirarsi in un albergo dell'Adriatico abruzzese, la parte del romanzo in cui si descrive questo episodio è tra le più belle, D'Annunzio che di donne  certo se ne intendeva, riesce a descrivere in maniera unica il rapporto carnale che lega i due, la sensualità di lei e l'ossessione che lui prova verso la vitalità straripante dell'amante.
È l'esito che è infausto e, lascia l'amaro in bocca! Giorgio decide di uccidere Ippolita e poi di togliersi la vita.
Giorgio è un raffinato, non c'è dubbio, ma è anche psicologicamente fragile, lo definirei un uomo adulto  instabile  che prova tenerezza verso una madre tradita da un marito che passa da una donna ad un'altra, ma è anche un uomo sul quale le figure femminili svolgono un'influenza che si trasforma in dipendenza totale.
Vedo in Giorgio poco superuomo e tanto infantilismo, fatto già negativo di per sé, che si trasforma in pericolosità quando diventa patologia e Giorgio è letteralmente ossessionato dalla figura della madre e dalla sua psicologia fragilissima.
Ippolita doveva essere molto bella, Giorgio è conquistato dal suo aspetto fisico, il suo è un rapporto carnale che diventa con il tempo sempre più torbido al punto da vedere Ippolita come una Nemica (nel testo la parola è scritta con la lettera maiuscola). Cede a Ippolita diventando trepido e debole, di lei ama tutto: i lunghi capelli che arrivano fino al bacino, le ciocche «ammassate dall'umidità», ma soprattutto il suo essere «cupida e convulsa» che tradotto dal lessico dannunziano significa bramosa di desiderio (insomma era una che amava e voleva essere amata biblicamente parlando).
Gli alberghi: ci si va per lavoro, per turismo o per amarsi, Giorgio e Ippolita facevano di ogni albergo la loro alcova e purtroppo alla fine anche il luogo in cui trovare la morte; una storia di attrazione fisica che diventa una storia di morte? Questo è il romanzo, Giorgio è un debole e forse uno psicotico, per non essere schiavo della carnalità decide di ammazzare lei e di suicidarsi. È terribile, ma questo esito è sconvolgente, come si può pensare di uccidere una donna perché con la sua bellezza si viene turbati?
Giorgio è un fallito, la sua inettitudine è pericolosa, annienta se stesso e gli altri e alla fine cosa rimane? Niente, assolutamente niente.

Di superuomo non c'è niente, l'unica vittima è Ippolita mentre Giorgio è un carnefice.

Il lettore troverà un linguaggio inconsueto per i nostri giorni, ma affascinante; il romanzo merita poi una lettura perché D'Annunzio anticipa un tema come quello dell'inetto che sarà poi ripreso anche da Kafka e da Pirandello...ma questa è un'altra storia.

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Published by Caiomario - in Letteratura
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 05:14
Empirismo eretico - P. Paolo Pasolini

Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
 ma sapete anche come essere
 prepotenti, ricattatori e sicuri:
 prerogative piccolo borghesi, amici.
- Pier Paolo Pasolini -

.


Non posso fare a meno, ogni qualvolta si parla di politica, di fare riferimento  al contenuto di  due libri di Pasolini che ancora oggi mantengono intatta tutta la loro carica "eversiva": "Scritti corsari" e "Empirismo eretico".
Si rimane stupefatti del fatto che gli articoli contenuti nei due libri continuino ad essere attuali, sicuramente perché la critica pasoliniana alla società neocapitalista si può applicare alla società globalizzata del nuovo millennio.
Eppure se  tra l'Italia del miracolo economico e quella attuale vi sono profonde differenze non si può non constatare che il conformismo culturale sia una costante che lega i due periodi, un conformismo culturale che sta ammorbando tutti i campi dalla politica alla letteratura, dal cinema alle altre molteplici manifestazioni in cui si esprime la creatività umana.

Pasolini aveva una rarissima capacità, quella di  " saper fare letteratura" ad altissimo livello esattamente come faceva ad altissimo livello: giornalismo, poesia e cinema. E lo faceva bene. molto bene.
Quando Pasolini parla di letteratura non mette in discussione la forma o il modo di esprimersi, ma mette in discussione il ruolo stesso della letteratura che riteneva del tutto inadeguata a dare una risposta ad una società in cui si succedevano formidabili e repentini cambiamenti.
Rileggendo, ad esempio, un articolo intitolato "Guerra civile" contenuto nella raccolta, si comprende perché Pasolini fosse un intellettuale scomodo al politburo del PCI dell'epoca; commentiamo queste parole che pesano come un macigno:

"la collettivizzazione comunista non porta necessariamente (storicamente) l'operaio alla completa partecipazione al potere, ossia alla decisione sul proprio destino, e che, se mai, è vero il contrario, cioè che la creazione di una "anticomunità" in cui il lavoratore giunga alla esasperata coscienza democratica del dovere e del diritto della completa partecipazione al potere, può condurre, come conseguenza, alla collettivizzazione dei beni."

Non sono le parole di un reazionario ma quelle dell'intellettuale più irriverente e antiorganico della cultura italiana del Novecento, critico verso ogni forma di omologazione anche quella della sinistra, anzi si potrebbe dire in primis della sinistra.
In questo  celebre articolo Pasolini rivendica il ruolo della sinistra pacifista americana arrivando a dire che le istanze della Nuova sinistra americana gli ricordavano lo stesso clima di urgenza, di lotta e di speranza che animavano la Resistenza italiana.
Questo scritto apparve subito come provocatorio e il fatto che venne accolto su "Paese Sera" ( uno dei giornali più schierati dell'epoca) fece discutere l'intellighenzia del PCI sempre ondeggiante tra ragioni della società italiana e il modo di interpretare il comunismo alla maniera dei sovietici.

Eppure pensiamo alle proteste degli indignati americani e ragioniamo sulle modalità in cui si sono espresse. Quando Pasolini qualche decennio fa affermava che: " Chi non ha visto una manifestazione pacifista e non-violenta a New York, manca di una grande esperienza umana, paragonabile solo, ripeto, ai grandi giorni della Speranza degli anni Quaranta", si rendeva conto che gli strumenti di lotta di quello che definiva il "sacro teppismo" erano del tutto inadeguati ad affrontare un potere forte che deteneva il controllo della violenza.

È un vecchio problema mai risolto che mantiene tutta la sua attualità soprattutto quando si devono affrontare delle manifestazioni di lotta che devono essere necessariamente non violente per affermare le proprie ragioni.
Gandhi riuscì a cacciare gli inglesi con la più straordinaria manifestazione non violenta che  il mondo possa ricordare, se avesse affrontato gli inglesi con le armi, gli indiani avrebbero perso senz'altro.

Ed è proprio questo il punto che Pasolini più di una volta ribadì nei suoi scritti e che, a distanza di anni, mantiene intatta tutta la sua attualità e che in questo scritto così espresse. "Dunque, anziché negli scioperi o nelle altre forme di lotta di classe, la coscienza della propria realtà sociale albeggia nelle manifestazioni pacifiste e non violente, dominate, appunto, da un intelligente spiritualismo".

In "Empirismo eretico" troviamo, poi, una raccolta di saggi sul cinema che costituisce l'occasione per ragionare sul modo di fare ed intendere il cinema, per il lettore odierno si tratta di scoprire un Pasolini profondamente innamorato della tecnica cinematografica che riteneva uno straordinario strumento di espressione capace di cogliere quegli aspetti della realtà che la forma scritta era insufficiente ad esprimere.
Ancora una volta emerge prepotente la critica di Pasolini di un certo modo di fare cinema e lui artigiano antico della macchina da presa, grande sperimentalista originale e innovativo fu un feroce detrattore del cinema dell'industria delle grandi case cinematografiche che avevano e hanno come unico scopo quello di inseguire e solleticare le pulsioni più basse delle masse.
 Ritengo (ma questa è un'opinione del tutto personale) che il cinema di Pasolini sia una delle prove più alte della sua arte, un'arte non facile da comprendere in prima battuta ma che è sempre ricerca e prosecuzione della sua attività di poeta e romanziere.
Pasolini riteneva che il cinema fosse una "lingua della realtà" (l'espressione è sua) vale a dire una forma di espressione che organizza in forma strutturata quello che accade liberamente nella realtà.
Da appassionato di quel cinema posso dire che film come "Teorema", "Il Vangelo secondo Matteo" o "Medea" sono ancora oggi così evocativi  al punto che si apprezza quella straordinaria la capacità che aveva Pasolini di rompere con  tutti gli schemi di una tradizione filmica troppo legata a schemi precostituiti.
Il Pasolini teorico (si legga il bell'articolo intitolato " La lingua scritta della realtà) è prima di tutto un abile dilettante della tecnica cinematografica, della fotografia, del montaggio ( non fece alcuna scuola di regia), ma è prima di tutto autore originale che seppe unire in modo mirabile filosofia, arte, letteratura nel cinema. Non è poco!

PASOLINI IL PROVOCATORE


Riporto qui di seguito per esigenze di commento, il celeberrimo articolo che Pier Paolo Pasolini scrisse dopo gli scontri di Valle Giulia, a Roma, davanti alla facoltà di Architettura avvenuti in occasione della manifestazioni studentesche tenutesi nel 1968, lo scritto si trova in "Empirismo eretico":

"Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care. 
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia. 
Ma prendetevela contro la magistratura, e vedrete! 
I ragazzi poliziotti 
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione 
risorgimentale) 
di figli di papà, avete bastonato, 
appartengono all'altra classe sociale. 
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento 
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte 
della ragione) eravate i ricchi, 
mentre i poliziotti (che erano dalla parte 
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, 
la vostra! In questi casi, 
ai poliziotti si danno i fiori, amici, 
"Popolo" e "Corriere della sera", "Newsweek" e "Monde" 
vi leccano il culo. Siete i loro figli, 
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano 
non si preparano certo a una lotta di classe 
contro di voi! Se mai, 
alla vecchia lotta intestina
".

ANALOGIE CON IL PRESENTE

Bisognerebbe chiedersi se sia cambiato qualche cosa rispetto a quando Pasolini scrisse queste parole che ancora oggi pesano come macigni? Cosa avrebbe scritto Pasolini a proposito di quel che è accaduto a Roma in occasione della manifestazione degli indignati del 15 ottobre 2011?  Qualcuno sempre pronto a fare dei distinguo dirà che le circostanze sono diverse, che i protagonisti degli scontri provengono da altre classi sociali e che non si può paragonare la situazione del 2011 a quella degli anni '60 e '70.
Non possiamo dire con certezza se Pasolini, nella situazione odierna, avrebbe ripetuto gli stessi concetti, pertanto gli interrogativi posti nelle righe precedenti rimangono, ma ipotizzando che davanti a fatti e circostanze che presentano molti punti di contatto con tutti i movimenti protestatari del passato, probabilmente avrebbe ripetuto il medesimo concetto.
Sta di fatto che i motivi della protesta attuale "benché dalla parte della ragione" non sempre tengono conto dei formidabili cambiamenti in atto che sono avvenuti in questi decenni.
A mio parere il rivendicare "la propria fetta di torta" è una rivendicazione molto pericolosa che non porta da nessuna parte, soprattutto pensando a quei giovani che si rifiutano di fare qualsiasi lavoro perché sono laureati e che "per diritto", pretendono di avere un posto in cui "non si sporcano le mani".
Queste rivendicazioni sono figlie del peggior "classismo culturale" che porta i popoli vecchi (come il nostro) al loro inevitabile tramonto perché nessuna società si può reggere su una pletora di persone che pretende di lavorare dietro una scrivania.
Sono cosciente del fatto che molti interpreteranno tale lettura dei fatti come un conato della peggior reazione, ma non è così, è esattamente il contrario "cari e care" (così si rivolgeva a loro Pasolini).
Recentemente ho visto un'intervista televisiva in cui un ragazzo ha affermato che lui essendo un perito industriale "non doveva sporcarsi le mani" e il suo compito era quello di "dirigere una squadra" e non di fare un lavoro manuale.
Ecco la deriva culturale che viene da lontano e che rimane uno dei motivi della nostra scarsa competitività al livello mondiale tra i paesi industrializzati; abbiamo perso l'attitudine a sporcarci le mani, quell'attitudine che avevano gli antichi Romani che erano ingegneri, architetti, costruttori e soldati.

Mi viene in mente un verso di "Compagno di scuola" la canzone di Antonello Venditti  che raccontava come si viveva la scuola di quegli anni:

"Compagno di scuola, compagno di niente
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
"

Questa è  la fetta della torta che molti rivendicano?

Credo che il peggior servizio che si possa fare alla conoscenza sia quello di mettere in sequenza "titolo di studio" e rivendicazione di un posto di lavoro ben pagato e comodo. Pasolini anticipò questa tematica e aveva ben compreso che le istanze spesso rivendicate da coloro che stavano dalla parte della ragione provenivano da una classe sociale piccolo borghese che non conosceva affatto la miseria.
Per quanto possano provocare sentimenti di risentimento, le parole di Pasolini non si possono eludere perché il rischio concreto è che tutto ancora una volta finirà nel nulla.

L'operaio che sta in cassa integrazione, deve mantenere una famiglia e guadagna 880 euro al mese è il vero povero, ma chi va in giro con la macchina di mammà e non si vuole sporcare le mani, è povero?

"Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
 ma sapete anche come essere
 prepotenti, ricattatori e sicuri:
 prerogative piccolo borghesi, amic
i"

Pier Paolo Pasolini


 

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Published by Caiomario - in Libri Letteratura
31 marzo 2014 1 31 /03 /marzo /2014 18:29

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Pinocchio è ancora attuale? 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/12111034@N03/1916013835 (album di mstefano80)

 

 

 

 

 

 

PINOCCHIO PUÒ DEFINIRSI ANCORA ATTUALE? 

All'unanimità quando si parla di Pinocchio o meglio de "Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino" se ne sottolinea la grandezza e se ne rimarca la fortuna che sembra non avere mai conosciuto pause da quando uscì a puntate nel 1880 su "Il Giornale dei bambini", una fortuna che può definirsi giusta e ininterrotta; giusta perché al di là degli intenti che hanno animato il progetto dello scrittore fiorentino il libro ha fascino, ininterrotta perché l'onda di entusiasmo, seppur con alterne vicende, si è sempre tenuta alta tra almeno 6 generazioni che si sono succedute nel tempo. 
Da lettori assidui del libro continuiamo ad apprezzarne l'intento didascalico del suo autore che scrisse un libro di "morale" più ad uso dei bambini che degli adulti, adulti che una volta diventati adulti ne hanno raccolto l'eredità morale condividendola con i loro figli. Questo è il punto nodale che dovrebbe rendere Pinocchio un libro da mettere nella lista dei libri irrinunciabili, eppure negli ultimi anni la generazione di quelli che con Pinocchio sono cresciuti, sembra averlo messo da parte a favore di storie che "favolisti" di professione sfornano a ritmo continuo e di cui si fatica anche a ricordare i titoli. 

La differenza che passa tra "Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino" e i racconti brevi odierni che comunque meritano in taluni casi una debita valorizzazione sta -a nostro parere- nel bagaglio stilistico di Collodi che con arguzia si è fatto beffe di ogni possibile senso logico con la storia di un burattino che si è fatto ragazzino. Difficile è invece interpretare libri destinati alla prima infanzia che abbiano altrettanto carisma e credibilità, le cui trame non sono spesso all'altezza delle aspettative. Aggiungiamo che leggendo molte delle storie seriali destinate ai bambini abbiamo rilevato una scontata ripetitività che finiscono col dare una sensazione di incompletezza che i lettori (ma sarebbe meglio dire i piccoli ascoltatori) non sono in grado di cogliere. Come è possibile proporre ai bambini delle storie popolate da eterogenee e bizzarre presenze dimenticando che l'equilibrio tra fiaba e realtà è il modo di migliore per riuscire ad arrivare nel cuore di grandi e piccini? Eppure con eccessiva ostinazione dopo avere accantonato Pinocchio molti genitori continuano a proporre ai piccoli ascoltatori/lettori libretti privi di suggestioni originali che si susseguono stancamente dando origine a fenomeni editoriali che nel futuro difficilmente saranno in grado di lasciare un segno. 



Una rappresentazione onesta e verace di Pinocchio non può comunque prescindere da una lettura appassionata ed entusiastica, speriamo sempre che quando si parla di Pinocchio lo si faccia prima con gli occhi di un bambino e poi con quelli dell'adulto. Non c'è dubbio che il burattino Pinocchio è un personaggio improbabile e frutto della fantasia, ma il trucco di Lorenzini/Collodi rimane un capolavoro inimitabile e tutte le attività parallele sono costruite intorno a questa immediatezza originaria, intelligentissima e mai banale. 

Non è nostro intento in questo spazio ripetere una storia che presumiamo molti conoscano in grandi linee, ma non possiamo esimerci da alcuni riferimenti che meritano la giusta considerazione e più che su pezzi del racconto mi piace soffermarmi sui personaggi del racconto. 

LA MORALE DELLA VITA 

Ci sono momenti in cui ci si sente come Pinocchio solo che non abbiamo vicino il conforto di una Fata turchina, anzi i nostri compagni di viaggio assomigliano più a dei pelandroni immarcescibili come Lucignolo che ci distraggono e ci fanno deviare dalla retta via. Chi sono i Lucignoli del secondo millennio? I ladri del tempo, ossia tutti coloro che rubano il nostro tempo facendoci impantanare nelle sabbie mobili dell'inconsistente; ammetto che può sembrare piacevole e al tempo stesso rilassante perdere tempo ma il rischio di finire in un virtuale "paese dei balocchi" è sempre altissimo. L'elenco è lunghissimo e comprende anche la rete dove si gira per ore senza combinare nulla, ma nell'elenco dei Lucignoli includo anche i tanti imbonitori televisivi che fanno perdere tempo e non fanno guadagnare nulla tanto meno sul piano morale. 

Un convincente esempio di ladro della speranza è rappresentato da Mangiafuoco, il manipolatore per eccellenza, colui il quale illude e seduce, promette e non mantiene, epico trascinante pronto ad esplodere con la sua voce che rimbomba nelle orecchie. Il lettore odierno non faticherà a trovare vicino a lui un seduttore come Mangiafuoco e un fremito di rabbia, emotivamente prevedibile, lo coglierà quando ripensa alla sua ingenuità che lo ha fatto cadere più volte nella trappola tesagli. 

Il repertorio è lunghissimo e la nostra riflessione non vuole essere esaustiva ma qualche scampolo di riferimento può essere utile al lettore odierno e non possaimo non citare quella straordinaria coppia di imbroglioni che è rappresentata dal "Gatto e la Volpe", un "premiato sodalizio" che si riproduce nella vita come la gramigna e che infesta ogni realtà. O si è tremendamente ingenui o stupidi per dare retta a una coppia scomoda come quella del Gatto e la Volpe, eppure molti sono incapaci di prendere le distanze da promesse ormai superate e di intraprendere un personale percorso senza farsi influenzare e senza cadere nelle trappole. A differenza del tremendo Mangiafuoco, i due malandrini non usano mai l'aggressività ma circuiscono con delicatezza e continuità facendo cadere nella trappola l'ingenuo malcapitato che da gonzo adolescenziale è pronto a berle tutte. Attenzione al Gatto e la Volpe, sono vitali ed attivi più che mai. 

IL GRILLO PARLANTE 

Se il libro di Pinocchio fosse stato pubblicato oggi qualcuno ne avrebbe messo in discussione la sua sincera prospettiva e probabilmente ne avrebbe malevolmente ridimensionato la grandezza, eppure Collodi racconta il comportamento umano e non può a lui essere minimamente rimproverato il fatto che la storia della vita continua a ripetersi sempre eguale a se stessa. 
La nostra coscienza (il Grillo parlante) ci avverte ed è sempre pronto a consigliarci nel migliore dei modi, eppure imperterriti spesso cadiamo nell'errore. A noi comunque resta sempre la scelta finale di ogni atto ma ricordiamoci che purtroppo non ci sarà al nostro una fatina pronta a rimediare ai nostri errori e alle nostre bugie. 


AUSPICIO  

Le riflessioni presenti in questo articolo scaturiscono da una frequentazione ripetuta del libro di Carlo Collodi, auspichiamo che, dopo averne colto l'essenza, si rilegga il libro e lo si proponga ai bambini del secondo millennio, libro che rimane attualissimo per tutti e in particolare per coloro che vivono nella realtà italiana dove ci saranno sempre un "Gatto e la Volpe" pronti a fare credere che sotterrando delle monete nel "Campo dei miracoli", queste si moltiplicheranno. 
Il paese degli Acchiappacitrulli purtroppo non riesce a sottrarsi dal suo torpore atavico, ci vuole un Grillo parlante che tocchi le coscienze addormentate dei più. 


AVVERTENZA: Il libro scritto da Carlo Collodi molti non lo hanno letto, ne hanno un vago ricordo e parlano del Pinocchio di Disney, il geniale Walt, sempre originalissimo, quella volta rielaborò la storia del maestro fiorentino e a lui si ispirò; senza togliere nulla alla bellezza artistica del cartone animato, teniamo però i due piani distinti e non aggiungiamo confusione a confusione. 


La morale esiste ma il moralismo è roba da Gatto e la Volpe...

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Published by Caiomario - in Letteratura
21 marzo 2014 5 21 /03 /marzo /2014 17:55

 

 

  Storia di una lumaca che scoprì l'importanza di essere lenta

Luis Sepùlveda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo scrittore cileno Luis Sepùlveda con la sua "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza di essere lenta" ancora una volta  ci regala una bella fiaba dove protagonista è un animale quasi a voler spronare il lettore a ricordare con la metafora della lentezza uno stile di vita da eleggere in netta contrapposizione a quello di una società sempre lanciata a forte velocità verso obiettivi di cui spesso si fatica a comprendere l'utilità e la concretezza.

 

Se la fiaba e la parabola ci aiutano a fissare nelle memoria una storia non possiamo però non tenerci legati al nostro presente, Pascal spiegò bene che la nostra inclinazione verso l'anticipazione dell'avvenire dipende dal fatto che è come se "volessimo affrettare il suo corso troppo lento; ovvero rievochiamo il passato come per arrestare la sua veloce fuga; a tal segno imprudenti che sempre andiamo errando in un tempo che non ci appartiene e non pensiamo mai a quello che è solo nostro; e così stolti, da tenere fissa di continuo la nostra mente ad un tempo che non esiste, mentre lasciamo che trascorra senza riflettere il solo che esiste davvero".

 

 

Diceva La Rochefoucauld che "La filosofia ha un facile trionfo sui mali passati e futuri, ma quelli presenti trionfano su di lei" ed anche la lentezza, aggiungiamo noi, è per chi se la può permettere a meno che non ci si lasci vivere senza avere alcun senso di responsabilità verso sè stessi e  gli altri.

L'inazione e l'ignavia fanno parte delle società purulente che nell'immobilismo e nella corruzione sono destinate a tramontare. Tuttavia solo creandosi uno spazio quotidiano in cui poter riflettere è possibile apprezzare ciò che ci circonda e preparare un piano d'azione in una vita dove tutto scorre e dove si rischia di essere continuamente travolti.

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura
21 marzo 2014 5 21 /03 /marzo /2014 07:32

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Solitudine

nei pini al tramonto

       su panche vuote

       su viali deserti.

Solitudine

in una lampada al crepuscolo

e nel guaire di un cane.

Solitudine

nella nebbia la notte

agli angoli delle strade.

Vivi nel silenzio, essenza di Dio

.....reclinata sull'uomo

     per le grandi prove.

 

                           Raffaello Borsetti (poeta, pittore, critico d'arte)

 

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura
20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 16:41

 

VALENTINE PONTIFEX-Robert Silverberg-1st Brit-Unread-DJ

 

 

 

 

"Pontifex Valentine" è un bel romanzo nato dalla fervida fantasia di Robert Silveberg, anche qui ci troviamo in un immaginario mondo extraterrestre, il pianeta di Majipoor e lord Valentine è il protagonista di questo racconto di letteratura fantastica che si gioca tutto dentro l'incubo del labirinto. 

Fortemente visionario, il libro di Silveberg è il completamento della trilogia che comprende altri due libri "Il castello di Lord Valentine" e "Cronache di Majipoor"; la descrizione del pianeta di Majippor è affascinante ed è quello che in realtà sta alla base anche di molte imprese aereospaziali: il desiderio di trovare un pianeta diverso dalla terra ma con delle possibilità di vita che lo rendano colonizzabile, Majipoor è un pianeta gigantesco dai mari sconfinati e caratterizzato dalla presenza di vaste aree desertiche, a differenza poi della terra è abitato anche da creature dalle parvenze non umane ed è ricchissimo di foreste dalla vegetazione rigogliosa. 

Ci troviamo ancora immersi in un ambiente dove è presente la commistione di diversi elementi: terrestri, umani e alieni ma con una differenza fondamentale rispetto ad altri romanzi del genere: l'elemento tecnologico non è prevalente rispetto alla figura in questo del protagonista che continua ad essere un uomo. 

Lord Valentine è in questo caso l'eroe moderno che è sempre presente in tutto l'intreccio narrativo e sullo sfondo uno scenario che diventa plausibile nel momento in cui le condizioni di vita, per quanto diverse dalla terra, sono accettabili per i terrestri. 
Tutto il romanzo dimostra l'abilità narrativa di Silveberg, abile in quella manipolazione spazio-temporale che immerge il lettore in un tempo indefinito, in una sorta di quarta dimensione dove la cronologia terrestre passa in secondo piano: siamo nel futuro ma anche nel passato, le condizioni di vita del pianeta sono quelle che la Terra ha già visto ma che ha definitivamente perso. 

Eppure la Terra e l'uomo rimangono ancora al centro dell'universo, è Lord Valentine che si impone contro il cattivo di turno, in questo modo il lettore per quanto affascinato dall'extra-mondo, ritrova tutti gli elementi che gli sono familiari: elemneti fisici, storici e architettonici. 
Bisogna riconoscere al genio di Silveberg di avere avuto un senso dell'estetica straordinario: l'idea del castello come labirinto non è nuova sicuramente ed attinge all'idea del labirinto di Cnosso costruito da

Dedalo, famoso nella mitologia per aver concepito una costruzione dai corridoi inestricabili e di difficile orientamento ma nonostante ciò la sua descrizione lascia incredulo il lettore. 

Un altro aspetto importante è che il lettore non viene immerso in una sorta di mondo dove tutto è perfetto e migliore rispetto al mondo terrestre, il potere esiste, Lord Valentine per diventare Pontifex deve lottare, il male non sembra eliminabile neanche in condizioni differenti da quelle terrestri, il dolore non è solo una condizione umana ma è comune a tutte le forme di vita. 

La stessa concezione del tempo che Silveberg presenta non è affatto fantascientifica ma è una concezione che trova riscontro nella teoria della relatività di Einstein secondo la quale il tempo non è uguale ovunque per cui è plausibile che ci siano mondi extraterrestri in cui il loro futuro corrisponde al nostro passato e viceversa. 

Un altro bel romanzo a cui bisogna approcciarsi con lo stesso spirito a cui si approcciava il lettore a Jules Verne, il padre di molta letteratura fantastica che ebbe il merito di predire il futuro descrivendo circostanze e tecnologie con cui oggi abbiamo familiarità, Silveberg fa questo e il suo Lord Valentine è quello che potrebbe essere l'uomo di domani. 

 

INFORMAZIONI SUL LIBRO

Titolo: Pontifex Valentine

Autore: Robert Silveberg 

Editore: Nord

Anno di pubblicazione: 1994

Pagine: 357

Codice ISBN: 8842907553

 

Articolo di propietà dell'autore

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Published by Caiomario - in Letteratura
20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 04:33

pronto sulla terra

e Geova spartì il mondo

fra Coca-Cola Inc., Anaconda,

Ford Motors, e altre entità:

la Compagnia della Frutta Inc.

si riservò la parte più succosa,

la costa centrale della mia terra,

la dolce cintura d'America.

 

Ribattezzò le sue terre

come "Repubbliche Banane,"

e sopra i morti addormentati,

sopra gli eroi inquieti

che conquistarono la grandezza,

la libertà e le bandiere,

istituì l'opera buffa:

sguainò l'invidia, si accattivò

la dittatura delle mosche,

mosche Trujillo, mosche Tacho,

mosche Carias, mosche Martinez,

mosche Ubico, mosche umide

di sangue umile e di marmellata,

mosche ubriache che ronzano

sulle tombe popolari

mosche da circo, sagge mosche

esperte in tirannia.

 

Frattanto negli abissi

zuccherati dei porti,

cadevano indios sepolti

nel vapore del mattino:

un corpo rotola, una cosa

senza nome, un numero caduto,

un grappolo di frutta morta

sparsa nel marcitoio"

 

(PABLO NERUDA)

 

 

IL COMMENTO DI CAIOMARIO

 

L'irruzione provocatoria di Neruda che all'inzio dei tempi attribuisce a Dio la spartizione del mondo tra diverse compagnie tra cui la Compagnia della Frutta Inc. a cui spettò "la parte più succosa", appare così bizzarra da perdere qualsiasi irriverenza nei confronti del sacro. È la logica del profitto a tutti i costi che invece rivela tutta la sua carica di violenza che irride il sacro del Creato, la United Fruit Company assurge a simbolo del male assoluto portando quella che il poeta cileno definisce "opera buffa" alludendo alla creazione di una falsa libertà politica in cui contava solo lo sfruttamento delle risorse, ottenuto tramite l'utilizzo di uomini trattati alla stregua delle bestie da soma.

E Neruda, senza reticenza, fa i nomi di coloro i quali si prestarono a questo sfruttamento dissennato  che portò all'impoverimento delle terre e delle popolazioni del centro America: Rafael Trujillo, Tacho ossia Anastasio Somoza, Carias, Massimiliano Martinez e Ubico; tutti piccoli dittatori definiti  da Neruda con disprezzo mosche; ma mosche pericolose capaci di ignobili e turpi azioni nei confronti di uomini trattati come cose senza nome, uomini sfruttati,  spremuti e poi buttati a marcire come "la frutta morta".

 

Che differenza c'è tra quella situazione di sfruttamento dell'uomo sull'uomo e altre forme si sfruttamento odierno, più sottili, meno plateali ma non per questo meno violente? Assistiamo anche oggi, in forma massiccia, allo strazio di tanti uomini e donne trattati come cose, come frutta marcia e non esistendo più l'alibi della dittatura, tutto viene accettato anche dalle stesse vittime, ormai impotenti e prive di qualsiasi capacità di reazione.

 

 

 

Nella foto: Pablo Neruda nel 1949 a Parigi (Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/28047774@N04/7902300334)

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19 marzo 2014 3 19 /03 /marzo /2014 06:40

"O poco cervello! o veramente bestia! - disse un giorno la formichetta al gatto. - Che fai tu pazzo? Vedi un poco me: io non lascio correre il tempo invano. Quando ho preso un granellino di frumento o qualche guscio di fava, vado a riporlo nel mio granaio e, come se non l'avessi, esco fuori a provvedermene d'un altro; e così fo del terzo e poi del quarto senza mai arrestarmi, tanto che fra gli uomini sono mostrata per esempio di cautela e di giudizio. Tu all'incontro, quando hai preso un topolino, in cambio di attendere a far nuova caccia, ti dai ora a miagolare, poi lo lasci correre e lo ripigli, di là con una zampa lo fai balzare dall'altra, e fai mille giuochi o saltellini e pazziuole, sicchè prima di dargli la stretta, perdi qualche ora di tempo.

Ti pare prudenza questa? Bada ai fatti tuoi e non gittar via le ore in frascherie, sciocco e cervellino che tu sei"

"La sciocca e cervellina sei tu; - rispose il gatto. - Quanto è a me, credo di essere maggior filosofo di Aristotele. Credi tu che sia maggior segno di giudizio l'affaticarsi sempre al mondo per avere assai, o sapere in quel poco che si ha trovare la contentezza, e la consolazione triando in lungo qualche tempo senza pensieri?"

Non mi pare che il gatto parlasse male: sicché, se vi pare, ingegnatevi, d'imitarlo da qui avanti, come avete finore

imitata la formica"

 

(Gaspare Gozzi)

 

 

IL COMMENTO DI CAIOMARIO

 

Meglio la prudente formichetta o lo stoico gatto che definendosi filosofo maggiore di Aristotele, rimprovera alla formica il suo affrettarsi che non conosce la contentezza dell'attimo che fugge?

Se per alcuni le  ore trascorse a "far frescherie" ossia le sciocchezze sono segno di mancanza di giudizio, per altri vivere  la quotidianità è un riflesso condizionato che rivela il cupo abisso della noia e del non senso: l'uomo ha bisogno anche di frescherie e di  sciocchezze per non finire nel moralismo pedantesco di una seriosità che porta ad agire in modo meccanico, un modo che fa perdere il gusto e la frizzantezza di una vita troppo breve per non gustarla giorno dopo giorno.....anche facendo "mille giuochi  o saltellini e pazziuole"...anche questa è ragionevolezza!!

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