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20 gennaio 2013 7 20 /01 /gennaio /2013 06:59

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IL LIBRO PUBBLICATO DALL'EDITORE NOTTETEMPO E DALLA FELTRINELLI, IL SAGGIO INTRODUTTIVO DI GIORGIO AGAMBEN. 

Facciamo presente che l'articolo non è su "Il fanciullino" di Giovanni Pascoli -tutte le notizie sulle tematiche riguardanti il testo sono reperibili in qualsiasi antologia scolastica- ma è sul libro edito dalle case editrici "Nottetempo"e "Feltrinelli" (vedi sotto). 
Quello che è pregevole di questo libro è l'introduzione scritta da Giorgio Agamben, professore di Filosofia teoretica all'università Cà Foscari di Venezia; il professor Agamben è anche un brillante studioso che ha scritto numerose opere di filosofia e saggi occupandosi anche di linguistica e curando la parte introduttiva di importanti scritti quali saggi, studi critici e opere letterarie. 

"Nottetempo" è una piccola ma brillante casa editrice molto attiva nel settore della narrativa italiana e straniera; consiglio -per inciso- di visitare il portare della casa editrice perché si trovano in catalogo interessantissimi titoli di opere scritte da autori dimenticati o del tutto sconosciuti al grande pubblico. 
Si possono scoprire delle chicche davvero interessanti; lo stesso autore del saggio de "Il Fanciullino" ha pubblicato altre nove opere tra cui l'interessantissimo "Genius" di cui consiglio la lettura. 


PERCHE' UN'OPERA LETTERARIA COME IL FANCIULLINO DEVE ESSERE LETTA CON LA MENTE DI UN FILOSOFO. 

Esistono pagine splendide scritte su questa opera del Pascoli redatta nel 1907 e che apparve per la prima volta sul "Marzocco" di Firenze, ma l'impostazione troppo letteraria fa perdere di vista la parte filosofica dell'opera del Pascoli che possiamo definire un "filosofo" che faceva letteratura. 

Facciamo un esempio che permette di cogliere questo aspetto: quando Pascoli dice:

 

"È dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi....." 

Cosa vuole dire? Cosa c'entra la filosofia in questa famosa frase dell'opera? La parte filosofica sta nel riferimento "come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime e tripudi suoi..", qui bisogna fare riferimento al "Fedone" di Platone. Chi era Cebes? Cebes era un discepolo di Socrate, quando il filosofo greco sta per bere la cicuta, pronuncia un commiato dove si sofferma sul significato della morte e sull'immortalità dell'anima. Cebes inteviene affermando che chi si deve convincere a non avere paura della morte non è l'uomo adulto ma il bambino, il fanciullino appunto che si trova sempre dentro l'uomo. 

Pascoli quindi scrive Il fanciullino avendo come punto di riferimento il Fedone di Platone e in particolare la parte del dialogo tra Socrate e Cebete. 
Cebes (o Cebete) parla di brividi ma Pascoli aggiunge "lagrime" e parla di "tripudi" nel senso di gioia (termine desueto che non viene quasi più utilizzato nel linguaggio comune). La differenza tra il fanciullino di Cebete/Platone e quello di Pascoli è che lo scrittore di San Mauro di Romagna attribuisce al fanciullino anche la capcità di provare gioia e dolore non sole paure. Pascoli tenta quindi di superare il simbolismo di Platone rileggendolo in chiave personalissima. 



Il saggio scritto dal professor Agamben permette di comprendere meglio i rapporti che il fanciullino intrattiene con la realtà e riflettere sul concetto di "primitivo" e "uomo nuovo". Dalle riflessioni contenute nel saggio possono poi scaturire ulteriori riflessioni sul rapporto scienza ragione e sulla nascita del linguaggio. 


  • Il volumetto edito da Nottetempo consta di 96 pagine, fa parte della collana catalogo/figure e costa 10,00 euro. 

 

 

 

 

  • Esiste anche l'edizione pubblicata nella collana Universale Economica Feltrinelli, è identica a quella pubblicata dalla casa editrice Nottetempo e costa euro 4.13. 



        Il fanciullino

 

ALTRI RIFERIMENTI

 

  • http://www.feltrinellieditore.it
  • http://www.amazon.it/Il-fanciullino-Giovanni-Pascoli/dp/8807820374
  • http://www.edizioninottetempo.it/catalogo/il-fanciullino/

 

 

 

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Il palazzo della Torre a San Mauro in cui Giovanni Pascoli trascorse alcuni anni quando era fanciullo

 

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Published by Caiomario - in Letteratura
26 settembre 2012 3 26 /09 /settembre /2012 05:07

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Non abbiamo mai amato la visione scolastica della letteratura, la riteniamo deprimente e limitativa  nei confronti di qualsiasi autore, ma purtroppo Giovanni Verga si presta facilmente a questa visione perché da sempre le sue novelle sono un punto di passaggio obbligato nei programmi scolastici.
Non è pertanto importante conoscere solo una storia, ma anche che cosa quella storia evoca in noi e, per quanto riguarda "La Roba" il personaggio di Mazzarò ha sempre suscitato in noi un misto di repulsione e di pena,  sentimenti che sono cresciuti quando nella realtà vissuta abbiamo fatto un inevitabile collegamento con l'aspetto letterario della novella che pensavamo solo il frutto della fantasia dello scrittore siciliano. 
Ognuno di noi ha incontrato nella sua vita dei Mazzarò attaccati alla loro "roba" e molti di costoro non ci sono più, la loro roba è stata mangiata dagli eredi e costoro sono passati a miglior vita e riposano per l'eternità in un camposanto. 

 
Bisognerebbe sempre rammentare che per quanti piatti noi possiamo comprare mangeremo sempre in un piatto, per quanti letti possiamo acquistare dormiremo sempre in un letto, sembra scontato e banale osservarlo ma l'uomo non lo capisce e non comprende che in questa vita siamo a tempo. Mazzarò a quanto pare non lo aveva capito e per tutta la vita aveva pensato solo ad una cosa: accumulare roba. 
Siamo sicuri di aver conosciuto un tipo come Mazzarò che come lui pensava che "perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a ranicchiarsi col volo breve...." facessero tutto questo per lui. 
Povero Mazzarò, una vita spesa a faticare, a zappare, a potare, a mietere e non consumare, Mazzarò era un uomo ricco ma  era anche un vero e proprio pezzente dell'anima. È vero Mazzarò poteva sembrare umile, ma la sua era una falsa umiltà e faceva come molte persone che per non fare vedere di essere ricche vivono tutta la vita da poveri. 

Pensate che  Mazzarò  che si mangiava una galletta che faceva durare tutto il giorno sia una figura letteraria inventata da Verga? Nossignori, la realtà è piena di Mazzarò in carne ed ossa,  il "nostro" emulo di Mazzarò, ad esempio, era ricchissimo, aveva almeno 10 appartamenti, garage e negozi, ma mangiava un tozzo di pane insieme al suo cane nel suo negozietto di alimentari. 
E se Mazzarò dopo aver venduto il vino ci metteva un giorno a contare il denaro, il nostro emulo di Mazzarò dedicava dei giorni interi per andare a riscuotere personalmente gli affitti delle sue case . 
 

Sapete come finisce la Roba, il finale è noto, ma quella frase ce l'abbiamo stampata nella mente: quando era giunto il momento di passare a miglior vita Mazzarò va nel cortile e incomincia ad ammazzare le anatre con un bastone e pronuncia questa frase: "Roba mia, vientene con me!". 
Il nostro Mazzarò era più calmo, ma non meno avido, in occasione di una visita al camposanto, davanti alla tomba dei genitori disse: "Peccato che non possiamo portarci via niente". Avete capito che razza di uomo avido e avaro era? neanche in terra consacrata poteva nascondere la sua inclinazione...come Mazzarò che sentiva la vita andare via!


MEMENTO MORI

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Published by Caiomario - in Letteratura
31 agosto 2012 5 31 /08 /agosto /2012 09:25

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Album di Caiomario

 

 

"Le prime sigarette ch'io fumai non esistono più in commercio

Così incomincia la "Coscienza di Zeno", il romanzo capolavoro di Italo Svevo dove il protagonista Zeno Cosini, dietro consiglio del proprio psicanalista, tiene un diario al fine di trovare quell'equilibrio psichico compromesso da fatti accadutigli nel corso della sua esistenza. 
Proprio partendo da questa "prescrizione", Zeno fa l'analisi del suo vizio del fumo: come iniziò a fumare, come la proibizione e il divieto di fumare trasformò questa pratica occasionale in vero e proprio vizio e come soprattutto nel lungo corso della sua vita il proposito di smettere di fumare rimase solo tale. 

"Del piacere e del vizio di fumare"è una raccolta di diversi racconti in cui Svevo affronta il vizio del fumo che è diventato per lui emblematico della sua impossibilità e incapacità di vincere le proprie debolezze, i propri vizi e le proprie inclinazioni. 


Svevo parla di "ridda delle ultime sigarette" dove ogni sigaretta è un ripetersi costante del medesimo pensiero, ogni volta esce fuori prepotente di fumare l'ultima sigaretta. 
Ogni fumatore conosce queste contorsioni psicologiche dove spesso tutto si dimostra vano, Svevo scrive: 

"L'atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito. Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa, impensabile che non si arresta mai. Da me, solo da me ritorna." 

E' l'uomo che ogni si volta si ripropone qualcosa che come un rito ha i suoi tempi e le sue risposte e dove sembra che vi sia un sottile piacere psicologico verso tutto ciò che rinnova un proposito che non troverà mai seguito. 

Quella di Svevo/Zeno verso il fumo fu una vera e propria ossessione che trattò non solo ne" La Coscienza di Zeno", ma anche nel racconto "Il mio ozio" dove ritorna costante l'idea del fumo come terapia: 

"In questo sforzo di rinunziare alla cena mi fu di grande utilità il fumo col quale, per la prima volta in mia vita, mi riconciliai anche in teoria

 

Oppure nel capitolo terzo de "La Coscienza di Zeno" intitolato "Il fumo":

 

"Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo che prima che potesse avere un'importanza. Ecco che ho registrata l'origine della sozza abitudine e (chissa?) forse ne sono già guarito. Perciò, per provare, accendo l'ultima sigaretta e forse la getterò via subito, disgustato"

 

 

 


L'opera permette al lettore di conoscere  il punto di vista di Svevo sul fumo, un tema  che lo scrittore triestino seppe affrontare con un'ironia finissima, spesso con punte di ineguagliabile umorismo dove tragico e grottesco si intrecciano parlando delle debolezze umane e dell'incapacità dell'uomo di vincerle. 

 

SCHEDA DEL LIBRO

 

  • Titolo: Del piacere e del vizio di fumare
  • Autore: Italo Svevo
  • Editore: Passigli
  • Collana: Le occasioni
  • Anno di pubblicazione: 2009
  • Pagine: 141
  • Prezzo di copertina: 8,50

 

Del piacere e del vizio di fumare

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Published by Caiomario - in Letteratura
28 agosto 2012 2 28 /08 /agosto /2012 17:36

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Se nell'immaginario del lettore esiste uno scambio tra immagini cinematografiche e lettura di un testo, rimane indelebile nella nostra memoria una delle scene più celebri del romanzo: la tormenta di neve che colpisce il convoglio ferroviario su cui Anna Karenina sta viaggiando. Ma se la Rai in bianco e nero trasmetteva Tolstoj pensando che "non fummo fatti per vivere come bestie", oggi è difficile che le nuove generazioni si accostino di propria iniziativa alla lettura quello che è senza dubbio uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale. 

E sempre ricorrendo a quel ricordo in bianco e nero per noi Anna Karenina ha il volto della bellissima Lea Massari che la interpretò in modo magnifico, diretta da quello straordinario regista che fu Sergio Bolchi. 

Crediamo che si faccia un torto a Lev Tolstoj definire "Anna Karenina" un romanzo d'amore, ma al centro del racconto vi è la storia d'amore fra Anna Karénina e il conte Vrònskij e, sullo sfondo, le storie d'amore di due altre coppie: quella di Kitti e Lévin e quella di Dolly e Stephàn Oblònskij; sotto questo profilo Anna Karenina è il romanzo di donne che amano degli uomini e di uomini che vivono quell'amore con un'intensità che diventa quella di ogni tempo al punto che tutte le storie narrate assurgono ad emblema dell'amore che anima ogni rapporto tra un uomo e una donna, ovunque e sempre. 

L'8 marzo era la festa della donna, nessuno ha citato Anna Karénina eppure Anna è la quintessenza della donna, di una donna che va incontro ad un destino tragico a cui fa da contraltare la storia di Kitty che, invece, alla fine riesce a trovare una strada che dia senso ad un'esistenza che, almeno nella parte iniziale, presentava dei caratteri comuni a quella di Anna. 

Anna sotto un certo punto di vista è scandalosa (e scandalo questo romanzo ne creò molto) perché è una donna sposata che conosce un uomo, il conte Vrònskij e se ne innamora; è durante un ballo che scocca la scintilla, ed è proprio in quell'occasione che si incominciano ad insinuare tutta una serie si complicità che saranno l'inizio di una storia tormentata dall'esito tragico e commovente. 

Anna Karénina è un simbolo di molte donne perché come molte di loro vive una vita matrimoniale insoddisfacente, il marito è un esponente della burocrazia zarista, freddo e cinico, è esattamente il contrario del conte Vrònskij ed Anna quando se ne innamora non ha remore a lasciare la vita piatta matrimoniale provocando uno scandalo dalle inimmaginabili conseguenze. 
Cos'è quindi la molla che fa scattare quella decisione che potremmo con molta superficialità definire improvvida"? L'insoddisfazione. 
Ma anche la storia tra Anna e il conte Vrònskij non può essere serena, entrambi si rendono conto che la loro non può continuare ad essere una relazione clandestina fino a quando l'esito della storia è drammatica: Anna la donna che ha amato decide di farla finita e si getta sotto un treno. 

ANNA L'ADULTERA 

Lev Tolstoj è un gigante della letteratura e un campione dell'indagine psicologica, ci presenta all'inizio una donna serena che vive la vita matrimoniale con apparente serenità; ha un uomo importante che sembra stimare, ha un figlio, fa parte di una classe agiata, ma non ha l'amore. Non ha quell'amore fatto di un turbinio di sentimenti e di sensazioni fisiche che solo una relazione intensa può dare. 
Quando decide di vivere l'adulterio, sembra quasi subirlo, prova vergogna, inquietudine, vorrebbe vivere la propria femminilità libera senza remore ma sono propri i freni sociali che la bloccano. 
Qual'è la morale? Forse che fuori dal matrimonio c'è solo vergogna e rimorso? Se si legge la biografia di Tolstoij non sembra che questo sia lo spirito che anima il romanzo, Tolstoj abbandonò la famiglia dopo che contrasti insanabili con la moglie lo avevano profondamente lacerato. La sua decisione non fu però dovuta all'inizio di un'altra relazione e, per quel che ne sappiamo, pagò anche lui a caro prezzo la sua scelta finendo col vivere solo, povero e ignorato da tutti. 


LA MORTE DI ANNA 

E' un "pezzo" di letteratura straordinaria, Tolstoj con la capacità descrittiva dei grandi scrittori riesce a condensare in poche righe tutto quello che passava nella mente di Anna prima di prendere la tragica decisione, vale la pena riportare un brano di quel celebre episodio e leggerlo: 

"Ed esattamente nel momento in cui il tratto di mezzo fra le ruote giunse alla sua altezza, ella gettò indietro il sacchetto rosso e con un movimento leggero, come preparandosi ad alzarsi subito, si lasciò cadere in ginocchio. Ed in quell'attimo stesso inorridì di quel che faceva. "Dove sono? che faccio? perché?" Voleva sollevarsi, piegarsi indietro, ma qualcosa di enorme, d'inesorabile le dette una spinta nel capo e la trascinò per la schiena......e si spense per sempre". 



* Tra le varie edizioni presenti in commercio consigliamo quella curata e tradotta da Leone Ginzburg e più volte edita da Einaudi. E' la migliore.

 

Un grande libro che sta tra i fuori quota...guarda dall'alto quelli che alcuni chiamano romanzi.

 

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura
25 agosto 2012 6 25 /08 /agosto /2012 17:41

 

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Album di Caiomario

 

 

Se un libro diventa solo un reperto archeologico è inutile, questo è quello che pensiamo ogni qual volta ci capita di riprendere in mano un'opera letteraria, un testo di filosofia o un romanzo; ci sono libri che sono come dei testimoni del pensiero di un autore e ci sono poi storie che sono quelle di sempre e che pur ripetendosi in tempi diversi diventano universali proprio perché i personaggi che le animano sono immortali. "I miserabili" di Victor Hugo sono ormai un classico e possono essere letti in tanti modi, ma quei miserabili raccontati da Hugo sono anche quelli di oggi: barboni,senzatetto, reietti, precari, pezzenti, sfruttati e senza fissa dimora. Un'umanità composita che possiamo trovare ovunque e che provoca a volte pena, a volte fastidio ma che è sempre lì a ricordarci che ognuno di noi può essere come loro. Basta scendere per strada nelle grandi città e vedere esseri umani che sembrano dei fantasmi, dei senza nome che vivono nel più perfetto anonimato e che cercano di ripararsi dalle intemperie che nel periodo invernale diventano un tormento al punto che sono esse stesse sinonimo di morte, perché quando non c'è un riparo, la morte è lì dietro l'angolo e non basta un cartone per ripararsi dal freddo e dalla neve. 

Le recenti nevicate hanno nuovamente riportato alle attenzioni delle cronache le storie di senza tetto uccisi dal freddo e ancora una volta non ho potuto fare a meno di pensare a "I miserabili" di Victor Hugo, un libro che ho letto sempre a più riprese e che mi ha emozionato e mi continua ad emozionare. La definizione di grande romanzo però non rende appieno l'idea di una storia popolata da personaggi indimenticabili: Jean Valjean, Cosette, Fantine sono lì a testimoniare le loro frustrazioni, i loro sentimenti di rivalsa, il loro amore. Sullo sfondo della complessa trama narrativa la fatica e la povertà di una pletora di persone fatte di carne e sangue. 
Sin dall'inizio del romanzo è presente questa umanità a cui riserva le attenzioni monsignor Charles-Francois-Bienvenu Myriel vescovo di Digne, cittadina della Provenza. 

Nella nota spese di Miryel vengono elencate le seguenti spese: 

  • Per dare brodo di carne ai malati dell'ospedale 1500 franchi; 
  • Per la Società di carità materna di Aix 250;
  • Per la Società di carità materna di Draguignam 250; 
  • Per i trovatelli 500; 
  • Per gli orfani 500;


Erano le spese riservate ai i poveri della diocesi, poveri che fuori dalle chiese facevano la questua e che per alcune iniziative delle società caritatevoli venivano assistiti il più delle volte con un piatto di minestra calda. Queste iniziative erano ben diverse da quelle che attualmente possono svolgere volontari e amministrazioni comunali che hanno mezzi e risorse che sono in grado di alleviare la sofferenza dei senza tetto. 

 

 

 

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Album di Caiomario



"I miserabili" è un libro complesso che si sviluppa intorno alla vicenda umana di Jean Valjean, un galeotto condannato a 19 anni di lavori forzati : cinque anni per furto qualificato e quattordici anni per tentato di evadere quattro volte. Jean Valjean è un uomo duro ma che riesce ancora a provare gioia. Hugo usa la seguente espressione per descriverlo: "Valjean era un ignorante ma non era un idiota, e alla luce naturale del suo intelletto si era aggiunta quella che proviene dalla sventura". 
Valjean quindi incomincia a riflettere attorno alla sua vicenda cominciando ad esaminarsi e riconoscendo di non essere stato condannato ingiustamente. Proprio pensando agli errori commessi che possono portare alla disperazione, cerca di lottare disperatamente incominciando a percorrere la strada dell'espiazione. 

Anticipo che ne "I miserabili" non c'è solo disperazione ma anche speranza, voglia di riscattarsi nei confronti di una società che aveva a sua volta commesso un delitto contro una persona condannandola ad una pena detentiva spropositata rispetto ai delitti commessi. Hugo descrive ogni aspetto con dovizia di particolari presentando i pensieri, anche quelli più oscuri che passano nella mente di Valjean. Anche le situazioni più oscure e negative riescono però a dare luce alla figura di un uomo condannato per un furto attraverso il quale pensava di sfuggire dalla miseria. 

Man mano che le pagine scorrono, la storia si fa sempre più appassionante, entrano in scena nuovi protagonisti, la bravura di Hugo è notoria, riesce a sviluppare una trama che ad un certo punto rischia di sfuggire al lettore ma poi l'attenzione ritorna subito dopo, pagina dopo pagina, grazie anche ai frequenti riferimenti storici che fanno del romanzo uno straordinario affresco di quell'epoca. Il libro terzo si apre con una illustrazione dell'anno 1817, Hugo alla fine dell'excursus storico osserva: 

"La storia trascura quasi sempre tutti questi particolari, e non può fare altrimenti senza perdersi nell'infinito. Pertanto questi particolari che a torto si dicono piccoli (non ci sono piccoli fatti nella storia, come non ci sono piccole foglie nella vegetazione), sono utili. La faccia dei secoli si compone delle varie fisionomie degli anni". 

Per Hugo i particolari sono di fondamentale importanza e ogni aspetto viene approfondito, sviscerato, analizzato perché è vero che i fatti fanno la storia ma è la storia stessa, come osserva Hugo, che spesso li ignora. 

Nella seconda parte del romanzo la figura che domina è quella di Cosette, Hugo inizia il capitolo rievocando la battaglia di Waterloo, sono poi frequenti le digressioni e le parentesi che rompono il ritmo della narrazione e permettono al lettore di conoscere aspetti storici interessanti come, ad esempio, quelli che riguardano la vita monacale, il convento, la preghiera, la fede, la legge. 

Nessun riassunto della trama narrativa de "I miserabili" riuscirebbe a dare valore a uno dei più bei romanzi della letteratura dell'Ottocento, l'invito è di avvicinarsi al libro dandosi tutto il tempo per leggerlo e per digerirlo. E' un fuori quota destinato a lettori che amano la grande letteratura. 

Tra le numerose edizioni de "I miserabili", consiglio quella edita dalla Newton & Compton con la traduzione di E. De Mattia riveduta, curata e annotata da Riccardo Reim. 

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Published by Caiomario - in Letteratura
6 agosto 2012 1 06 /08 /agosto /2012 17:55

saldatrici

 

 

 

Quando nel 1936 Luigi Piandello morì, questo avvenne a causa di una polmonite contratta mentre, negli stabilimenti d Cinecittà, assisteva alle riprese del romanzo che più lo ha reso celebre "Il fu Mattia Pascal". 

Paradossalmente morì come un personaggio pirandellano: un'uscita di scena quasi teatrale sulle scene e dalle scene, quasi ad effetto, in una situazione normale e apparentemente calma, avvenne il fatto imprevisto. 

La NOVELLA COME GENERE LETTERARIO 

Se, come dicevamo, il romanzo di maggior successo è stato "Il fu Mattia Pascal", è altrettanto vero che la novella ha rappresentato il genere letterario a cui Pirandello dedicò le sue attenzioni per tutta la vita. 

Iniziò a pubblicare le novelle in giornali e riviste fino a racoglierle in un volume "Novelle per un anno" che come dice il titolo, avrebbe dovuto contenerne 365, mentre in realtà la composizione arrivò al numero di 230. 

La novella moderna inaugurata da Pirandello, quale genere letterario, ha costituito una tappa fondamentale per la storia della letteratura ma è stata anche l'occasione per rappresentare una galleria di personaggi che spesso costituirono la base per ulteriori sviluppi che si concretizzarono in romanzi e rappresentazioni teatrali. 

Quello che contraddistingue la novella pirandelliana è la sua struttura, unica e inconfondibile, quasi una firma autografa che la rende riconoscibile immediatamente: in una situazione assolutamente normale e ordinaria quale quella che si può vivere quotidianamente, avviene un fatto improvviso, repentino che fa da rottura con le abitudini ordinarie; questo fatto repentino e accidentale arriva a modificare la struttura percettiva del personaggio, il suo livello d coscienza appare modificato, quasi traumatico. 

Questo accadimento può essere esterno e da accidentale si trasforma in determinante e centrale nel fare emergere un ricordo o una sensazione. 

Ecco l'inizio del dramma: l'intera esistenza del personaggio della novella pirandelliana, viene turbata mentre acquista un livello di coscienza di sè che gli permette di vedere il mondo in modo totalmente diverso, un mondo falso nel quale la forma nella quale è vissuto, viene disconosciuta. 

A questa presa di coscienza, segue il rientro nella vita normale ma con l'arricchimento che viene dalla consapevole lucidità che gli consente di riconoscere il paradosso della vita, la sua stravaganza e il suo destino tormentato e senza via d'uscita. 

Ma qual'è lo stumento che Pirandello predilige per approfondire la realtà, per scavare nelle coscienze? E' lo strumento per eccellenza che non ammette l'altro: il monologo, mentre nel dialogo in un certo qual modo si riconosce l'altro, nel soliloquio si assiste a un ripiegarsi su se stesso a uno scavare la propria coscienza per capire il mondo. 

Pirandello introdusse nel campo letterario degli altri elementi che prima di allora non avevano una grande importanza: gli oggetti ( mobili, quadri, oggetti d'arredo, abiti, parti della casa come una porta o una finestra). 
Questa caratteristica ci può fare definire Pirandello anche un ritrattista di nature morte che al pennello preferì la penna, e questa rappresentazione non è semplicemente uno sfondo presente nei suoi racconti come accessorio ma è uno degli elementi a cui è condannato l'uomo e che costituiscono la sua prigione: 

"attaccati alle cose, vivendo per le cose, finiamo coll'essere prigionieri delle cose che inevitabilmente sopravvivono a noi".

 

Articolo di proprietà dell'autore, pubblicato anche altrove.

 

Per ulteriori approfondimenti sulla figura di Luigi Pirandello si consiglia la lettura del seguente libro:

  • Autore: Lauretta Enzo
  • Titolo: Luigi Pirandello Storia di un personaggio «fuori di chiave»
  • Editore: Mursia
  • Collana: Storia biografie diari
  • Data di pubblicazione: 15/10/2008
  • Codice EAN: 9788842541448

 


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Published by Caiomario - in Letteratura
27 luglio 2012 5 27 /07 /luglio /2012 22:30

PRIMI POEMETTI: UN'OPERA DI SPERIMENTAZIONE LINGUISTICA 

La pubblicazione di questa opera di Giovanni Pascoli è fedele alla stesura definitiva che il poeta volle nel 1904 dopo i primi tentativi giovanili di sperimentazione linguistica che hanno da sempre caratterizzato la sua produzione poetica fin dagli esordi.

Si tratta di un'opera che normalmente viene tralasciata nella programmazione scolastica e in cui si rivela anche un aspetto, quello ideologico del Pascoli che tendenzialmente abbracciò le istanze del nazionalismo piccolo-borghese tanto in voga in quegli anni)

Troviamo oltre a questo aspetto ideologico, anche quello più squisitamente letterario e che consiste nella ricerca non solo della sperimentazione linguistica ma anche nell'adesione ad una tendenza narrativa che porta il Pascoli ad adottare testi piuttosto lunghi, suddivisi in sezioni e con il ricorso a figure umane di grande rilievo spesso dialoganti fra loro.

Pur abbracciando le istanze ideologiche piccolo-borghesi, Pascoli nei "Primi poemetti" si dimostra il campione di quel generico umanitarismo populistico che raffigura il mondo popolare nella sua dignitosa sofferenza e che nello stesso tempo denuncia le profonde ingiustizie sociali ( si ricorda che all'inizio del secolo in Italia l'emigrazione assunse delle dimensioni tali che potrebbero essere definite di esodo bibilico e spesso quelle generazioni emigrate nelle Americhe, tagliarono definitivamente i ponti con gli originari luoghi di provenienza, questo fenomeno venne incentivato dal ceto politico dell'epoca che vide nell'emigrazione l'occasione per liberarsi definitivamente di un pesante fardello che avrebbe potuto creare anche delle conseguenze sul piano sociale e dell'ordine pubblico).

Al pessimismo e all'aggressività della massa, Pascoli contrappone il mito della bontà naturale e della poesia.
Dove si manifesta questa bontà naturale? Semplicemente nella bontà del mondo contadino e nell'umiltà di una vita priva di problematiche e lontana da contraddizioni e conflittualità.

Si tratta di una visione idealizzata quella del Pascoli che non corrisponde e non ha mai corrisposto alle vere problematiche presenti presso le polazioni rurali e agresti, al contrario è proprio in questo mondo in cui era diffusa la pratica del mezzadro, le problematiche più diffuse erano quelle della sopravvivenza, certamente non problematiche esistenziali ma legate all'esistenza e a una quotidianità fatta di stenti e spesso di rassegnazione.

La poesia che troviamo nei "Primi poemetti" è una poesia-rifugio dei valori cancellati dalla civiltà industriale, una sorta di rivalsa che Pascoli escogita per risarcire un rapporto solidale presente nel mondo agreste e che pensava irrimediabilmente perduto nella civiltà industriale.

Anche questa concezione di una presunta solidarietà presente nel mondo della campagna è un'idealizzazione che non corrisponde alle relazioni spesso conflittuali presenti tra individui e persino all'interno degli stessi gruppi familiari spesso lacerati dal ruolo predominante del capofamiglia assillato dalle problematiche dei miseri raccolti e di come metter su il piatto della cena.

Nonostante queste incongruenze e un'idealizzazione del mondo della campagna, i "Primi poemetti" sono un'opera in cui la presenza del fascino naturale sembra rimandare ad una minaccia di morte incombente e di rovina piuttosto che alla realizzazione di un'illusoria identità naturale e quel che più risalta è l'atmosfera di dolore e inquietudine che accompagnano la vita umana, una vita umana fragile e senza speranza.

Sul piano linguistico, i "Primi poemetti" rappresentano un tentativo sperimentale di andare oltre la bella lingua, impiegando termini dialettali o il gergo dell'italiano americanizzato come nel caso del poemetto "Italy". un poemetto che segnalo perchè è l'occasione per conoscere il vero linguaggio che gli italiani emigranti in America utilizzavano per dialogare ed è forse l'occasione  per conoscere da un contemporaneo un idiona gergale ben lontano dall'artificio linguistico che viene riportato nella finzione cinematografica.

Questo idioma gergale riportato da Pascoli è una parte di quella pluralità di dialetti parlati dagli emigranti italiani che a secondo delle regioni di provenienza andavano a costituire delle comunità chiuse spesso impenetrabili a chi pur essendo della stessa nazione, non era però della stessa regione.

Nel poemetto "Italy" protagonisti sono gli italiani garfagnanini, emigranti toscani originari della Garfagnana in provincia di Lucca, provenienti da Cincinnati (Ohio) e in visita a Caprona.
I personaggi descritti da Pascoli sono realmente esistiti ed è quindi di particolare importanza questo poemetto perchè costituisce una memoria storica, una cronaca di quegli anni e di quel fenomeno che il poeta rievoca grazie anche ai rapporti personali che ebbe con molte di queste persone.

Di notevole pregio è anche il poemetto "Digitale purpurea" e anche questo nasce da personaggi e fatti reali in quanto (il poemetto) avrebbe tratto ispirazione, dal racconto riferito dalla sorella del poeta, Maria a Pascoli e riguardante un periodo di permanenza giovanile in un convento.
E' un testo intenso dove è presente una malcelata sensualità compiaciuta da parte del Pascoli, una sensualità che sembra quasi repressa ed in alcuni tratti appare persino morbosa.
Ma a parte questi risvolti psicologici, il poemetto è molto interessante dal punto di vista poetico perchè quello che emerge è l'uso dei dati sensoriali che attraverso il verso vengono trasmessi al lettore che si trova così immerso in un mondo di odori, colori e profumi.

Si leggano a questo proposito i seguenti versi:

"Vedono; e si profuma il lor pensiero 
d'odor di rose e di viole a ciocche, 
di sentor d'innocenza e di mistero"

Il poemetto consta di tre parti di 25 endecasillabi organizzati in terzine dantesche ed è forse il più rappresentativo dell'intera raccolta per la particolarità del lessico impiegato e per la forte carica di sensualità e di mistero che riesce a trasmettere al lettore.

Segnaliamo la seguente bellissima edizione:

G. Pascoli, Primi poemetti, a cura di G. Leonelli, Mondadori,Milano, 1982

Come altre opere è preferibile l'edizione con le note critiche che fungono da guida alla lettura.

 Morte, amore, sensualità....il Pascoli dei Poemetti........

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura
26 luglio 2012 4 26 /07 /luglio /2012 03:40

NAPOLI, UN PARADISO PER GOETHE PADRE E GOETHE FIGLIO 


Racconta J. Wolfgang Goethe che suo padre perse la tranquillità perché non poteva vedere più Napoli, non sappiamo quali siano state le ragioni di questo impedimento, ma il racconto è sintomatico del fatto che nella famiglia tedesca dei Goethe, Napoli venisse considerata in modo specialissimo, così speciale che ciò che provocava nel loro spirito era superiore anche a quello che provocava Roma o Firenze. 
Goethe che fu uno straordinario raccontatore di viaggi, ci ha lasciato delle bellissime cartoline dell'Italia dell'epoca, delle illustrazioni che ci permettono di gettare uno sguardo sul Bel Paese in un periodo in cui non era ancora stato devastato dalla cementificazione selvaggia che oggi -come un cancro- ha colpito ogni zona del nostro paese. 

Goethe figlio, suggestionato dal padre, volle poi andare in quello che all'epoca veniva definito dal genitore un paradiso e si avvicinò alla città senza pregiudizi semplicemente perché all'epoca non esisteva alcun giudizio precostituito nei confronto di Napoli. Ma la Napoli raccontata da Johann Caspar Goethe e quella poi cantata dal figlio ,non aveva niente a che fare con quella attuale. 
Quindi, affrontando la lettura del libro, giova dimenticarsi completamente di tutto ciò che oggi affligge Napoli, della cattive abitudini e dei mali che sembrano insolubili. Siamo nel '700, circa 8 generazioni fa rispetto alla generazione attuale. 
Il padre di Goethe si preparò meticolosamente prima di intraprendere il viaggio in Italia, imparò l'italiano e scrisse proprio in lingua italiana un diario -ora diventato un libro- sulla sua permanenza a Napoli. Il diario ad uso familiare non doveva essere pubblicato e per questo è animato da uno spirito sincero e senza secondi fini. 

Goethe padre come il figlio amava l'arte, la poesia, la letteratura e la bella architettura, a Napoli trovò tutto questo; proprio l'armonia e l'equilibrio che regnava in città provocarono in lui, al ritorno, un senso di nostalgia malinconica. 
Il diario non riguarda solo Napoli ma tutte le tappe del viaggio che portarono Johann Caspar nel Regno di Napoli che era separato dallo Stato pontificio da un muraglia che divideva due mondi completamente diversi. 
Napoli era definita gentile per due motivi: il primo perché era una città molto accogliente e poi perché era il salotto buono degli intellettuali, è a Napoli che l'illuminismo produsse le migliori menti della cultura filosofica italiana. 
Questo fatto, oltre le Alpi. lo sapevano ed ecco il motivo per cui gli austeri teutonici venivano non in Italia, ma a Napoli da cui se ne andavano colmi di "soddisfazione e di civiltà" 
Johann Caspar era un visionario? Niente affatto, anche altri illustri personaggi che appartengono alla storia maggiore come, ad esempio, Charles Dickens o Percey Shelley ritenevano non solo Napoli una città gentile (nell'accezione indicata) ma anche la città romantica per eccellenza. 


Tutto questo oggi suona strano, ma era così, perché oggi le cose siano cambiate non lo sappiamo e ha poco senso chiederselo, sarebbe bello leggere il diario di Johann Caspar scritto oggi dopo una visita alla Napoli attuale, probabilmente quell'epiteto gentile non farebbe parte del suo vocabolario. 

Dopo l'Unità d'Italia la storiografia sabauda ha voluto dipingere il Regno dei Borboni come il regno dell'arretratezza, niente di più falso, a Napoli vi fu la prima ferrovia italiana e a Napoli i Borboni inventarono la raccolta differenziata dei rifiuti, ma a Napoli vi era anche una fiorente industria siderurgica, oltre alla pesca in un mare non inquinato. Purtroppo la storiografia attuale persevera in questa direzione diffamatoria. 
Il Regno venne spogliato delle sue ricchezze, i ribelli fucilati e trattati come briganti...da allora Napoli non si è più ripresa. 

E' un peccato che le giovani generazioni e (quelle vecchie) siano piene di luoghi comuni su Napoli, la storia andrebbe conosciuta attraverso i documenti e non leggendo distrattamente i manuali scolastici ripetuti a pappardella. 


Goethe ritornato nei luoghi descritti dal padre invitava i suoi conoscenti e i suoi lettori a lasciarsi trasportate dalla sublime visione del Golfo di Napoli, delle sue baite sovrastate dalla "mole piramidale" del Vesuvio. 

***"il chiarore della luna batteva triste or su' burroni, e su' colli, ora su' risalti coronati di merli e di guglie"*** (Goethe) 

L'autore del diario è Johann Caspar e non Johann Wolfgang, uno è il padre e l'altro è il figlio

 

 Ritratto di una Napoli che affascinò i Goethe, Dickens, Shelley e tanti altri...

 

 

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24 luglio 2012 2 24 /07 /luglio /2012 10:07

 

 

La cicala e la formica - Jean de la Fontaine

 

 

 

 

 

 

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Frontespizio dell'edizione originale delle Favole di La Fontaine

 

Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/96437739@N00/251277848

 

 

EPPURE MOLTI CONFONDONO 

Chissà perché Jean de La Fontaine ha deciso di riscrivere la celebre favola di Esopo? Non era meglio scriverne un'altra di sana pianta con un argomento originale? sono interrogativi a cui è difficile dare una risposta sicura ed anche i filologi su questo interrogativo hanno avanzato delle ipotesi, ma nessuna sembra abbastanza convincente da sciogliere l'interrogativo. 
Eppure molti confondono la favola di Esopo con quella di Jean de la Fontaine, ma quali sono le differenze tra le due favole? 

  •  Prima di tutto Esopo parla di formiche e non di una formica, usa infatti il termine "oi murmeches " oi murmeches (le formiche). 

 

  • Collocazione nel tempo: Esopo colloca l'inizio della favola nel periodo invernale "Era d'inverno", La Fontaine anche ma esplicita immediatamente la condizione della cicala definendola "imprudente" ed anticipa il motivo della sua richiesta scrivendo che "tutta l'estate al sol restò". 

 

  •  L'azione delle formiche di Esopo è corale, la formica di La Fontaine parla come genere avocando a sè tutti i meriti per la sua previdenza. 



La morale di entrambe le favole sembra uguale, per Esopo una persona in ogni circostanza non deve essere trascurato nel senso che di negligente per non trovarsi a dovere affrontare dolori e ristrettezze (usa esattamente questi termini). La Fontaine non rende conclude alla maniera di Esopo che preferisce l'ammaestramento morale, ma in modo molto ironico termina con la risposta della formica "Balla adesso se ti pare" ossia "Canta che ti passa". 

In entrambe le favole però la cicala è poco accorta e sfrontata, di contro le formiche (Esopo) e la formica (la Fontaine) non sono da meno e danno una risposta canzonatoria che non lascia scampo. Insomma "peggio per te che invece di lavorare hai perso tempo a cantare". 

LA FORMICA 

Ha ragione, ma è antipatica, mette il dito nella piaga ed è refrattaria a qualsiasi sentimento di carità, mi sembra che ci sia un senso di rivalsa più che di giustizia. Il senso di futuro della formica poi è previdente fino ad un certo punto perché nella vita diventa difficile programmare tutto e l'imponderabile è sempre in agguato. 

LA CICALA 

Quando si rende conto di stare male chiede aiuto agli altri, ma la sua risposta assomiglia ad una burla e provoca la reazione stizzita della formica che è una gran faticatrice, abbassa la testa e va avanti lavorando per sé e per la comunità ma non è stupida. 


UN'INTERPRETAZIONE DELLA MORALE

  • Non chiedere mai aiuto ai vicini ( la cicala chiese aiuto alla formica sua vicina che gli rispose picche); 
  •  I furbi sono destinati prima o poi a rimanere con un pugno di mosche in mano; 
  • Essere previdenti va bene, ma non bisogna esagerare, la formica lavora sempre ma non si divaga mai; 
  •  Non dire mai "te lo avevo detto", si rischia di diventare antipatici. 





Il libro della Giunti ha solo 16 pagine, è un libro illustrato adatto per i bambini, come molte fiabe e storie illustrate l'immagine prevale sulla parola, ovviamente sfugge ai bambini il significato più profondo della favola, ma può essere un modo per avvicinarli alla lettura. 
Se si ha pazienza ad argomentare le tavole qualcosa rimane nella fantasia dei bambini, non è poco sotto l'aspetto educativo; ma facciamo però vivere i bambini un po' da cicale, avranno poi tutto il tempo di fare le formiche. 

Il libretto costa  meno di 6 euro.

Il libro illustrato è un modo efficace per avvicinare i bambini alla bellissima favola.

 


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12 luglio 2012 4 12 /07 /luglio /2012 05:47

 

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FRANTUMO' TUTTI I VALORI DEL PASSATO 


*Premessa 
Con un discreto imbarazzo parlo di Filippo Tommaso Marinetti, soprattutto considerando il fatto che la lettura delle sue opere meriterebbe non una veloce ricognizione ma un'attenta analisi e così meriterebbero un giusta attenzione  molti dei fatti salienti della sua vita unica e speciale fatti che andrebbero inquadrati all'interno di un quadro generale che è non solo letteratura ma arti figurative, architettura e persino la musica. 
Lo spazio breve di un articolo può essere un omaggio ma non può avere la pretesa di essere esaustiva soprattutto se ci si prefigge di andare al di là dei meri dati biografici reperibili altrove. 
Cercherò pertanto di cogliere l'essenzialità affinchè sia propedeutica per coloro che vogliano accostarsi all'opera di Marinetti e comprendere lo spirito non solo politico ma anche culturale dell'italiano Filippo Tommaso Marinetti e vorrei quindi soffermarmi proprio sull'aspetto dell'italianità di una figura di intellettuale sui generis che ha inciso profondamente su molti aspetti non solo squisitamente letterari ma anche di costume, contribuendo, in taluni casi a creare una mentalità di cui ancora oggi, in parte, se ne possono vedere i seppur sbiaditi effetti. 

IL FUTURISMO DI MARINETTI QUALE AVANGUARDIA POLITICA 

Parlando del'italianità di Marinetti è inevitabile parlare di quello che ha rappresentato anche sul versante politico del primo Novecento, per molto tempo nei confronti di Marinetti è calata una sorta di "damnatio memoriae" per la sua adesione al fascismo, il pregiudizio "ad excludendum" di cui si è macchiata una buona parte dell'èlites intellettuale del dopoguerra, non fa onore alle intelligenze critiche perchè la complessità della storia, dei movimenti culturali e delle epoche non si può ridurre a una chiave di lettura che giudica solo in base alle adesioni politiche. 
Marinetti è perfettamente calato in quel periodo di formidabili cambiamenti che è stato il primo Novecento, negarlo significa non conoscere la storia; in quel periodo di fermenti politici, intellettuali e culturali, il vecchio mondo era rappresentato da tutte le forze e le forme reazionarie che difendevano il passato e in principio era impossibile fare distinzioni entro quel magma ideologico di ansia rinnovatrice che permeava le avnaguardie politiche e culturali italiane. 
Socialismo rivoluzionario, massimalismo e sindacalismo spesso si incontravano con il nazionalismo ma dall'altra parte c'era il mondo borghese che non accettava i cambiamenti, l'èlite culturale che faceva resistenza e che difendeva le sue forme. 
É allora che nasce il femminismo e molte femministe aderirono a molti di quei movimenti rivoluzionari tra cui anche il primo fascismo ben diverso dal fascismo regime che avendo normalizzato tutto, normalizzò anche le coscienze. 

Gli inizi del Novecento sono caratterizzati in Europa dal fervore attivista di tanti movimenti riformatori sia nel campo della letteratura che delle arti, l'obiettivo era unico. cercare nuove forme espressive che superassero le vecchie forme tradizionali, questo anche a costo di far crollare tutta l'impalcatura che sorreggeva un mondo di valori in alcuni casi più che trapassato. 
In questo frenetica esplosione le proposte furono numerose e spesso autenticamente rivoluzionarie e queste proposte finirono non solo per essere accettate ma anche per creare un gusto del tutto nuovo, una sensibilità rinnovata che si riversò poi, anche in ambito politico. 

**Uno di questi movimenti che dette inizio a uno dei più formidabili rinnovamenti culturalì, paragonabile solo al Rinascimento, fu quello cui dette inizio Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) con un famoso manifesto programmatico apparso il 20 febbraio 1909 sul giornale Figaro di Parigi e che prese il nome di "Futurismo". 
Quel manifesto andrebbe riportato integralmente perchè è lì che si svela buona parte della personalità di Marinetti e da lì è possibile comprendere anche la scelta finale della sua vita che si identificò in pieno con quanto propugnato. 
In questo manifesto si possono leggere delle frasi come queste: 

"La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno.Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno....Noi affermiamo la bellezza della velocità....un automobile ruggente è più bella della Vittoria di Samotracia....Noi vogliamo glorificare la guerra -sola igiene del mondo- il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna...Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie

Marinetti auspica quindi una palingenesi rigeneratrice che spazzi via tutto il vecchiume e riparta da zero con le nuove idee, certamente certe frasi andrebbero spiegate perchè si rischia di non comprendere le vere intenzioni. 

Marinetti è il futurismo e in questo manifesto progrmmatico c'è molta della sua personalità, dopo aver letto quelle proposizioni si può avere l'idea di un guerrafondaio, misogino e dalle tendenze barbare, invasato e ansioso di distruggere ogni cosa, non è così. 

L'esigenza di mutare i canoni della letteratura era una tendenza che poi culminò in diverse forme espressive e che era già in atto da tempo in tutta Europa, pensiamo ad esempio all'ermetismo quale corrente poetica del nostro Novecento, sviluppatasi tra due guerre che reagiva alla retorica del tardo Ottocento di D'annunzio o del Pascoli e che aveva i suoi maggiori rappresentanti in Mallarmè e Valery. Tipico dell'ermetismo è il frammento lirico , la parola caricata da suggestioni, la soppressione di nessi linguistici e sintattici. 
In questa tendenza rinnovatrice Marinetti si inserisce andando oltre, creando un linguaggio nuovo, originale, volutamente provocatorio teso a rompere con la parola bella fine a se stessa. 
Si tratta di un modo nuovo di concepire la letteratura e che Marinetti stesso definì come "parole in libertà", un impulso al nuovo una sorta di sotituzione delle foze brute della materia ad un "io" letterario che esprime se stesso riscoprendo la propria estetica primordiale. 
Marinetti inventava le "parole in libertà" sopprimendo, sintassi, metrica e punteggiatura. 

*Una puntualizzazione sull'auspicata distruzione dei musei, Marinetti capì prima di ogni altro che lo spazio museale come mera esposizione di oggetti, non solo è fine a se stessa ma non ha alcun significato, è semplicemente mettere oggetti insieme, distruggere i musei quindi non significa distruggere gli edifici con le opere d'arte ivi contenute ma distruggere l'idea di un museo così concepito. Oggi non solo questo è accettato, ma è il primo criterio per organizzare uno spazio museale, la paternità dell'idea fu di Filippo Tommaso Marineti. 

*Sulle accademie e sul loro vecchiume, Marinetti acutamente già aveva compreso la tendenza tutta italiana della rendita di potere che vige all'interno delle accademie e delle università (aggiungiamo noi), purtroppo la sua intenzione programmatica non ha avuto alcun seguito anzi si è andati in direzione esattamente contraria. Le accademie sono oggi governate da satrapi che impongono parenti e figli uccidendo qualsiasi ansia rinnovatrice, uccidendo il merito e relegando le nuove generazioni a ruoli marginali o costringendole ad andare all'estero per potersi affermare. Chissà cosa avrebbe detto Marinetti di quei professori universitari che hanno fatto assumere nei vari dipartimenti mogli e figli..avrebbe invocato il gesto distruttore dei libertari. 

================================================= == 
Marinetti avrebbe così risposto:"Noi vogliamo liberare l'Italia dalla sua fetida cancrena di professori,d'archeologi, di ciceroni e d'antiquari....." 
(Manifesto del Futurismo) 
================================================= = 

****Il disprezzo della donna, una frase che letta così non rende onore a quella mente fine che fu Marinetti che non era affatto misogino anzi..il disprezzo per la donna era il disprezzo verso un modo di vedere le donne da parte degli uomini e di quelle donne che così si volevano vedere, è la donna angelo del focolare, dedita a quei "lavori donneschi" che la relegavano ad essere un donna di servizio a vita. 
E' pur vero che nel manifesto del 1909 si dice anche "combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà" ma è un'accusa verso ogni forma di sottomissione, una concezione che predilige la donna-amazzone e non quella dedita ai fornelli e ai panni da lavare. 
Potrà sembrare bizzara questa idea della superfemmina ma è un'esigenza quella della riappropriazione della donna e delle sue prerogative che sarà poi ripresa anche dai movimenti femministi, anche in questo Filippo Tommaso Marinetti è stato profeta ..."futurista". 
Un ideale di donna anticonformista, antiborghese pronta ad essere paladina dell'estetica, di una nuova concezione di vedere il mondo, l'arte, la letteratura..una donna nuova affianco ad un uomo nuovo. 

*Il militarismo e la guerra: anche su questo aspetto bisogna fare degli opportuni distinguo, l'idea di un Marinetti violento e guerrafondaio è quanto di più lontano possa esserci, l'auspicata palingenesi rigeneratrice era soprattutto l'esaltazione del vitalismo contro ogni logica pantofolaia e piccolo-borghese. Non è questa logica forse che porta all'indifferenza e all'accettare qualunque cosa pur di stare tranquilli? Non è queta logica che porta alle peggiori pulsioni egoistiche che escludono la generosità e non è proprio questa logica che nei posti di lavoro, ad esempio, porta a non vedere soprusi e violenze, pur di stare tranquilli. 
****Coerente a questi principi e ostile ad ogni forma di pantofolaia acquiescenza a cui la borghesia italiana era avvezza anche nei confronti del fascismo, polemico nei confronti del regime e maldisposto ad accettare la retorica dei panciuti gerarchi, Marinetti partì volontario ultrassesantacinquenne in Russia, senza alcun grado....coerente fino in fondo. 

Marinetti contribuì anche al rinnovamento del teatro, drammaturgo e autore di testi teatrali propose testi talmente innovativi che quando venivano portati sulle scene i suoi testi il pubblico reagiva alle provocazioni con gazzarre, urla e lanci di verdure sul palco..eppure quelle proposte apparentemente balorde non solo hanno contribuito a svecchiare un teatro vecchio e cadente ma sono state accolte dalle avanguardie teatrali dando origine poi a tantissime novità ancora oggi utilizzate in scena. 
Basti pensare all'episodio presente in una dei pezzi più interessanti di Marinetti "La camera dell'ufficiale" in cui tutto l'effetto del pezzo teatrale sta nell'improvvisa esplosione che interrompe all'improvviso la lunga scena precedente e il clima di attesa che aveva creato. 


A chi voglia accostarsi al pensiero di Filippo Tommaso Marinetti consiglio la lettura di  un libro interessantissimo ed originale  intitolato "La cucina futurista" edito da Viennepierre, non è il solito banale libro di ricette. Altro bel libro è "L'alcova d'acciaio" edito da Valecchi, è un libro che parla di guerra, l'occasione migliore per leggere che cosa lui pensasse su questo argomento. 



Conclusione: Quanto c'è da svecchiare nelle menti..caro Filippo Tommaso


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