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24 maggio 2012 4 24 /05 /maggio /2012 17:59

 

 

 

i-fiori-del-male.jpg

 

 

Parlare di Baudelaire dopo che sono stati scritti fiumi di parole, potrebbe sembrare superfluo, eppure pochi sanno che la riproposizione editoriale de "I fiori del male", rappresenta una scelta dovuta al fatto che il libro non solo incontra il favore dei lettori, ma è ancora oggi uno dei best seller senza tempo che non ha bisogno, tra l'altro, di alcun battage pubblicitario.
Le generazioni passano ma il fascino del poeta parigino rimane intatto e sembra non essere scalfitto dal tempo, quasi che la sua opera rappresenti un'attrattiva ispiratrice per tutti coloro che, in un modo o nell'altro, vivono una situazione esistenziale di rivolta interiore che attraverso la poesia viene sublimata verso una forma di arte decadente senza tempo.

E' solo con Baudelaire che nasce la figura del "poeta maledetto", lacerato da tormenti interiori ed estraneo al mondo con il quale vige, sovente, la più completa incomunicabilità.
Questo essere altro da sè nella sua imperfezione e nella sua volgarità provoca quel disagio interiore che farà perseguire al poeta strade inesplorate che saranno percorse attraverso la distruzione fisica e morale e ricercando sensazioni morbose e raffinate.

I fiori del male potrebbero, quindi, essere rititolati anche come gusto del male perchè il gusto verso il morboso e la decadenza non sono altro che una reazione che il poeta ha verso un mondo impuro e indegno avverso alla purezza a cui lo stesso poeta anela.

L'autodistruzione va quindi intesa come liberazione dalla sofferenza della vita e questa via si realizza con l'arte, solo con l'arte; un arte che il pubblico comune non riesce a comprendere.
Il poeta stesso di questa incomprensione si nutre e nella sua solitudine ha bisogno di librarsi alto nel cielo come un albatro: e proprio in una famosissima poesia intitolata appunto "L'albatro", Baudelaire farà il paragone con questo uccello maestoso che appare tale fino a che vola alto nel cielo mentre quando cade nella tolda di una nave finisce coll'apparire goffo e impacciato tanto da essere fatto oggetto di beffa e di derisione da parte dei marinai.

Fatte queste premesse, "I fiori del male", si presentano come una raccolta di componimenti che non hanno una successione cronologica ma sono raggruppati per argomenti ed è proprio questa divisione che da alla raccolta una struttura unitaria che segue un percorso ben preciso dove ad un principio corrisponde una fine.

   

 

 

        

  •     La prima sezione "Spleen et Ideal" paragona il poeta ad un angelo decaduto in perenne tensione fra il mondo corrotto e l'anelito verso l'arte che innalza e tutto sublima.
  • La seconda sezione "Tableaux parisiens" è una spiegazione del tentativo fallimentare di integrazione nella metropoli caratterizzata da un degrado che impedisce al poeta di raggiungere questo intento.   
  • Le altre quattro sezioni raccontano , attraverso il frammento lirico, come il poeta cerchi di raggiungere questo intento e quali mezzi utilizzi:

 

 

 

   

  •  il vino
  • i piaceri fisici (I fiori del male)
  •  Satana a cui si rivolge dopo aver raggiunto l'abisso ed essersi ribellato a Dio (La rivolta)          
  • la ricerca della morte quale ultimo mezzo di evasione alla ricerca di qualcosa di nuovo.

 


Possiamo quindi comprendere la scelta anche del titolo, "I fiori del male":
il fiore rappresenta l'arte intesa come qualcosa di perfetto ma anche di caduco e di inutile, in questa sua caducità viene contrapposto al tumulto delle passioni simboleggiato dalla terra dal quale il fiore nasce.
Così come Il fiore (l'arte) si staglia verso il cielo sbocciando dalla terra e alzandosi verso il cielo, così l'arte nasce dalle sofferenze e dalle passioni e proprio nella sua inutilità , troviamo la sua assolutezza e la sua bellezza.

Potremmo anche non condividere la via indicata da Baudelaire, ma leggendo i versi delle sue liriche ci troviamo dinanzi a un linguaggio che potremmo paragonare alla musica per la sua ricchezza di analogie,di metafore e di simbolismi a cui, tutti gli altri poeti, in seguito, si ispireranno.

 

 Una poesia che tocca le più alte vette della purezza artistica

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Published by Caiomario - in Letteratura
10 novembre 2011 4 10 /11 /novembre /2011 18:27

Riccardo Bacchelli è stato un autore che si è distinto nella letteratura per un'attività quanto mai feconda e rivolta a molteplici interessi che hanno spaziato dalla narrativa alla poesia, dalla critica letteraria al teatro sino alla critica musicale.

Basterebbe questa affermazione per intuire che Bacchelli non fu solo l'autore de "Il Mulino del Po" e sarebbe  senz'altro riduttivo ricordarlo solo per questo.
Certamente "Il Mulino del Po" è il libro più impegnativo della vasta opera letteraria di Bacchelli ma non è l'unico che merita attenzione e considerazione dal punto di vista letterario.

Molto abile nella redazione di romanzi storici non si può non menzionare "Il diavolo al Pontelungo", un romanzo uscito nel 1927 e che si colloca nel filone dei romanzi dell'Ottocento ispirati a fatti e accadimenti del Risorgimento, l'impianto del romanzo è quello classico: l'eroe che combatte per un ideale e ne è vittima, ma chi è questo eroe?
L'eroe è il ribelle anarchico, il nichilista una figura a tratti tragica e a tratti bizzarra che si muove sullo sfondo delle prime lotte sociali.

Tra tutti questi personaggi spicca il principe anarchico Bakunin ma troviamo anche figure di molti altri rivoluzionari come Andrea Costa o Abdon Negri del quale apprendiamo molte notizie dallo stesso Bacchelli che lo descrisse come il più deciso di tutti.

Esaurire una rassegna di tutte le opere di Bacchelli è cosa impossibile in questo spazio, tuttavia per i lettori che vogliano avvicinarsi alle opere del grande intellettuale bolognese una cosa deve essere tenuta a mente: Bacchelli fu una delle personalità più feconde e senza dubbio indirizzate a interessi moteplici grazie alla sua straordinaria preparazione storica e più ampiamente culturale , prova ne sono i numerosi saggi di critica musicale tra i quali spiccano: "La congiura di Don Giulio d'Este" e "Rossini e i saggi musicali", opere che no sono certamente minori ma semplicemente meno note.

Probabilmente il grande successo cinematografico e poi televisivo de Il Mulino del Po, ha contribuito a mettere in secondo piano le altre opere di Riccardo Bacchelli che è un autore ancora oggi tutto da scoprire, un autore che ha certamente un posto di rilievo tra gl scrittori del Novecento Italiano.

Segnalo oltre all'opera "maggiore" e più nota, due opere di pregio:

  • I tre schiavi di Giulio Cesare 
  • Lo sguardo di Gesù 


Sono due opere che permettono di vedere come Riccardo Bacchelli riuscisse con disinvoltura a raccontare accadimenti diversi, ambientandoli in periodi storici distanti tra loro ma che hanno un comun denominatore: ogni opera è preparata con cura, i riferimenti ai fatti storici sono sempre precisi e il romanzo non è solo un'opera letteraria ma l'occasione per conoscere fatti e circostanze che spesso la grande Storia ignora o non ritiene importanti.

 

Scritto pubblicato parzialmente anche altrove

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Published by Caiomario - in Letteratura
10 novembre 2011 4 10 /11 /novembre /2011 17:48
Avvicinarsi alla lettura delle opere di Aldo Palazzeschi significa scoprire e, in molti casi, riscoprire, uno scrittore divertente e ironico che ha avuto la capacità di dare una chiave di lettura personalissima a molte delle esperienze e vicende culturali del Novecento.
Il suo vero nome è Aldo Giurlani ed è curioso il fatto che usò uno pseudonimo quello di Aldo Palazzeschi, con il solo scopo di non farsi individuare da amici e conoscenti principalmente per il fatto che l'attività letteraria era considerata come un'attività giudicata da "morti di fame".
Ma la fortuna di Palazzeschi fu dovuta principalmente all'interessamento di Filippo Tommaso Marinetti che, avendo letto una delle se prime opere intitolata "Poemi", ne fu colpito in modo così favorevole che lo invitò a fare parte del movimento futurista.
Questa adesione iniziale al futurismo segnò poi tutta la vicenda letteraria di Palazzeschi che nel corso della sua lunga produzione si caratterizzò per il fatto di essere fortemente anticonvenzionale e provocatoria.
Condivise con il movimento futurista la lotta contro le convenzioni e il gusto per la provocazione scanzonata ma senza scadere mai nella violenza, anzi scrisse con garbo e con gusto usando sempre un'arma:l'ironia.

CONOSCIAMOLO ATTRAVERSO LE SUE PAROLE

Per parlare di Palazzeschi senza scadere nella ripetizione di cose già dette, citiamo una sua poesia intitolata "Chi sono?" , tratta da "L'incendiario", la raccolta che dcumenta uno dei momenti più significativi della vita di Palazzeschi: la sua vicinanza al futurismo.
"Chi sono?" è un autoritratto ironico e garbato dove il poeta si da delle domande sulla sua identità, ma anche sul ruolo della poesia.
Una poesia che è cambiata e di cui Palazzeschi se ne fa interprete, rendendosi conto di come la poesia ampollosa e solenne con i suoi messaggi seri e retorici rischi di apparire ridicola e del tutto inutile.
L'unica strada da percorrere è quella dell'ironia e dello scherzo, della burla giocosa che diverte ma non offende, che ridicolizza e sa mettere alla berlina:

Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia:
"follia".
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell'anima mia:
"malinconia"
Un musico allora?
Nemmeno
Non c'è che una nota
nella tastiera dell'anima mia:
"nostalgia"
Sono duque...che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia.

UN POEMETTO PER CAPIRE LA PERSONALITA' DI PALAZZESCHI:

Notiamo come la prima parte del componimento poetico si svolga con una serie di affermazioni in negativo: Palazzeschi dichiara di non essere nè un poeta, nè un musico, nè un pittore, ma di ogni figura salva la caratteristica che per lui è più importante:

  • Per il poeta: la follia
  • Per il pittore: la malinconia
  • Per il musico: la nostalgia
Da una parte abbiamo, quindi, un'immagine del poeta che si definisce incline alla follia, alla malinconia e alla nostalgia, un'identificazione che sembra avvicinare Palazzeschi allo spirito più crepuscolare della poesia ma nello stesso tempo, nella parte finale dell'autoritratto ecco l'affermazione in positivo:
"Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia"

Questo è in sintesi Palazzeschi ed è lui stesso a definirsi un saltimbanco che riuscì a capovolgere la serietà in riso e che ebbe un solo scopo quello di divertire.
Cosa fu il suo celebre romanzo  "Le sorelle Materassi" di cui volutamente qui non abbiamo parlato? Fu un'opera amara ed  ironica, a tratti dissacratoria che Palazzeschi riuscì a comunicare con un modo tutto toscano ma anche con una tenerezza che ne ha rivelato l'animo gentile e altamente poetico.

Scritto pubblicato anche altrove

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Published by Passieno - in Letteratura
6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 05:31

 

 

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La Chiesetta di San Guido a Bolgheri

Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/49356316@N00/3973748125

 

 

Rievocare Giosuè Carducci dopo le migliaia di pagine che sono state scritte, significa anche ricordare che il poeta toscano è stato tra i pochissimi italiani a conseguire il premio Nobel.
Un riconoscimento prestigioso che a distanza di tempo assume maggior valore se consideriamo la data in cui gli venne assegnato: il 1906.
Relegare Carducci al solo ruolo di sommo poeta significherebbe fargli un torto perchè il professore toscano fu anche storico e critico letterario: la sua vasta produzione fu caratterizzata agli inizi da un temperamento polemico e sanguigno che lo pose all'antitesi di una letteratura sentimentale e a tratti decadente propria del secondo Romanticismo.
Proprio per questo motivo egli vagheggiò un ritorno ad un Classicismo virile che fosse vicino ai canoni espressi da Alfieri, Foscolo e Berchet.

Di pregevole valore sono le sue raccolte giovanili "Juvenilia" e "Levia gravia", nelle quali un posto a parte ha il celebre "Inno a Satana".

La pubblicazione di questo famoso inno provocò molto scalpore e si caratterizzò per essere un inno alla libertà contro ogni forma di oscurantismo.

Ricordato spesso per la celebre "Inno a San Guido", pochi alunni delle scuole hanno letto questo Inno A Satana che rivela il vero spirito del primo Carducci imbevuto di polemica politica e sociale, spirito che ritroviamo anche nella raccolta poetica "Giambi ed epodi" dove Carducci si scaglia contro la politica mediocre dei governi italiani che gli pareva, a suo modo di intendere, che tradissero i grandi ideali risorgimentali.

Poco noto in questa prima parte della sua opera poetica, Carducci è conosciuto sopratutto per quelle "Rime Nuove" che occuparono lunghi anni della sua attività, con poesie che risalgono al 1861 e che sono unite ad alcuni grandi temi che contraddistinsero la sua giovinezza, i suoi sentimenti e i suoi dolori ma anche unite da un intento volto a recuperare le grandi memorie del passato come l'affermazione dei Comuni Italiani nel Medioevo.

Cito a questo proposito la poesia "Faida Comune" che fa parte di una sezione delle Rime nuove dove Carducci dedicò alcuni dei suoi più riusciti componimenti poetici alla ricostruzione dei momenti storici del passato, soffermandosi con maggiore insistenza intorno alle vicende dei nostri Comuni.

 

 

giosu-carducci-autore.jpg

 

 



In Faida comune , Carducci ricorda la vendetta del comune di Pisa contro quello di Lucca e si tratta di un fatto storico realmente accaduto nei primi anni del XIV secolo, questo è forse uno dei motivi dell'antica rivalità, mai sopita, ancora esistente tra gli abitanti delle due meravigliose città toscane.

Proprio partendo dalle cronache dell'epoca e dalle canzoni del tempo, Carducci, ricostruì l'episodio avvenuto nel novembre del 1313 immaginando che i pisani vittoriosi avessero mandato ambasciatori ai lucchesi per chiedere la consegna di tre castelli come era stasto pattuito.

I lucchesi risposero che avrebbero raso solo due castelli mentre nel terzo annunciarono di aver posto degli specchi dove si potevano riflettre le donne pisane; questo fatto ritenuto una grande offesa, scatenò l'ira dei pisani che misero a ferro e fuoco le campagne lucchesi arrecando distruzione e saccheggiando ogno cosa.

Giunti sotto le mura del terzo castello, misero a loro volta due giganteschi specchi, uccisero l'ultimo lucchese in fuga scrivendo col sangue questa frase:

"Manda a te, Bonturo Dati
che i lucchesi hai consigliati,
da la porta a san Friano
questo saluto il popolo pisano"

Ecco spiegate le ragioni dell'antico antagonismo mai sopito tra pisani e lucchesi...grazie al Carducci che lo mise in rima, oggi lo possiamo in parte comprendere.

 

 Rievocò in versi le memorie del nostro passato

 

 Scritto di mia proprietà intellettuale in parte rielaborato e condiviso altrove



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Published by condividendoidee - in Letteratura

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