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31 dicembre 2014 3 31 /12 /dicembre /2014 03:57


Ogni volta che mi capita di parlare di "Ulisse" di James Joyce, mi viene mente una felice espressione di Umberto Eco che ha parlato di "boschi narrativi" per indicare quelle letture intricate che però hanno la rara capacità di appassionare il lettore ma che possono anche  provocargli un senso di repulsione.
Ogni persona che affronta la lettura di un romanzo inizia un suo itinerario, poi il giudizio finale rientra nel gusto personale: un romanzo può essere gradevole e interessante oppure accessibile oppure ancora impegnativo al punto che il lettore deve sforzarsi continuamente per non fare scendere la sua attenzione rischiando di perdere il bandolo della matassa.
"Ulisse" di Joyce ha tutte le caratteristiche descritte, è interessante ma è impegnativo, quando si legge l'ultima parola dell'ultima pagina il lettore però si sentirà soddisfatto dell'impresa e avrà la consapevolezza di avere letto uno dei più grandi capolavori della letteratura del Novecento.
Anticipo pertanto il giudizio finale e ne consiglio la lettura, ma tu caro lettore devi essere consapevole sin dall'inizio che sarà un'impresa ardua, sarai all'altezza di questo romanzo tra i più difficili e complessi che siano mai stati scritti?


1000 PAGINE DOVE SI RACCONTA LA STORIA DI UN ULISSE BORGHESE

James Joyce prima di scrivere il suo Ulisse, decise di fare un'operazione alquanto ardita: riprese l'Odissea e utilizzò il tema dell'avventura, del ritorno, degli amori trasferendolo sul piano comunissimo della vita borghese. L'idea originale appare ancora oggi attuale e ci induce ad una riflessione: chi è oggi l'eroe? Chi può dirsi eroe?
Il novello Ulisse è Leopold Bloom, un agente pubblicitario di mezza età che conduce una vita normalissima e banale (già questo è a mio parere un fatto eroico); Bloom non ha viaggi da affrontare, non incontra ciclopi e maghe, né ninfe ma si trova invischiato in tutta una serie di incidenti che fanno parte della quotidianità. Gli incidenti narrati sono quelli della coscienza, i peggiori perché sono quelli che creano più tormento e Joyce è un maestro nello smontare e rimontare ogni particolare costringendo il lettore a seguire il racconto e a immedesimarsi nelle vicende e nei pensieri dei protagonisti.
Emblematico a tal proposito è l'episodio in cui viene descritto Bloom che si fa la barba, Joyce ha un modo di scrivere insolito pensate come descrive il numero civico 7 riferendosi alla casa dello stesso Bloom:

«Giunto agli scalini del quarto dei numeri dispari equidifferenti, numero 7 di Eccles street, egli inserì meccanicamente.....»

e ancora (riferendosi alla chiave che Bloom aveva dimenticato):

«era nella tasca corrispondente dei pantaloni che aveva indossato il giorno immediatamente precedente».
Gli esempi che si potrebbero fare sono innumerevoli, ma i due riportati sono sufficienti  per capire il modo di scrivere di Joyce che, quando si sofferma sui  particolari, lo fa per provocare il lettore e per rendergli indigesta la lettura. Quando poi Joyce usa espressioni dotte per descrivere cose comuni e per esprimere delle banalità si prende ancora gioco del lettore che se è preparato a questa particolarità finisce col divertirsi e condividerne "le regole" di un linguaggio che indulge nel tecnico.

IL MONOLOGO DI MOLLIE BLOOM E IL SUO FARNETICARE

Non possiamo estrarre delle parti del romanzo a discapito delle altre senza correre il rischio di fare una deprimente  riduzione, merita però fare un riferimento all'ultimo capitolo del romanzo in cui viene raccontato il monologo di Mollie Bloom, la moglie di Leopold. La donna si trova a letto, non riesce a prendere sonno e medita. Si tratta di una delle parti più note del romanzo dove Joyce "segna" tutto quello che passa per la mente di Mollie, il lettore si troverà a passare in rassegna tutta una serie di riferimenti a "briglia sciolta" spesso indecifrabili e che sembrano non avere alcuna apparenza logica, riferimenti che non possono essere conosciuti da chi li apprende ma che costituiscono il modo di procedere del pensiero dell'essere umano abituato a fare dei voli pindarici da un argomento ad un altro.
Chissà -si chiederà il lettore- cosa c'entra la braciola di maiale presa col tè con l ricordo di Gibilterra dove Mollie trascorse la sua gioventù. Apparentemente niente, ma è questo il modo di procedere del pensiero che è indecifrabile quando deve essere interpretato da un altro, ma se noi proviamo ad esplorare la nostra stessa mente ci rendiamo conto che siamo tormentati esattamente come lo è Mollie Bloom.


ULISSE DEL 2012 E.....PENELOPE

Chi è l'Ulisse del 2012? E' colui il quale deve affrontare la sua odissea quotidiana fatta di lavoro che non c'è, di stipendi dimezzati, di vessazioni e ricatti che lo costringono a rampollare da un'idea ad un'altra, di bollette sempre più difficili da pagare, di umiliazioni e di uno Stato che non c'è. E Penelope chi è? È la donna costretta ad abdicare ad ogni scelta decisa da altri, è una donna tormentata che tesse continuamente la sua tela ma il suo Ulisse non scaglierà mai l'arco per liberarla dai Proci che sono sempre lì ad insidiarla fin da quando era bambina, anzi lui stesso, spesso, rappresenta l'insidia più grande e inaspettata.

NOTA FINALE

Joyce riesce con toni parodistici a divertire il lettore, il suo "Ulisse" è vero che costituisce una sfida per qualunque lettore, ma il suo umorismo e la sua ironia bilanciano lo sforzo che alla fine viene premiato; l'avventura quotidiana che ogni uomo deve affrontare è sempre imprevedibile e non sempre siamo in grado di penetrare nella sostanza autentica della realtà ed è quello che fa esattamente Joyce il quale, fissando lo sguardo su un oggetto di uso quotidiano, lo rende simile ad una natura morta. L'indifferenza delle cose esteriori si accompagna al nostro flusso di coscienza impetuoso ed incontenibile.

EDIZIONE CONSIGLIATA

L'edizione che suggerisco è quella pubblicata da Mondadori, nel corso degli anni la casa editrice di Segrate ha ristampato l'opera numerose volte; a mio parere l'edizione migliore è quella pubblicata nel 1960 dalla stessa Mondadori quando si chiamava "Arnoldo Mondadori Editore", la traduzione di Giulio De Angelis continua ad essere quella più aderente al testo di Joyce contraddistinguendosi per lo stile fluido che non crea mai disagio al lettore.

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Published by Caiomario - in Libri
31 dicembre 2014 3 31 /12 /dicembre /2014 03:37

La lettura di "Despero" di Gianluca Morozzi trasmette un senso di freschezza e quando si arriva all'ultima pagina dispiace che il libro sia troppo breve, ma le sue 157 pagine sono scritte bene e aiutano a superare quel senso di inquietudine e di malinconia che incombe sulla vita quotidiana.

Forse -ed è l'unica riserva che nasce dopo la lettura del libro- rimane un senso di incompiuto nella vita dei lettori più maturi che pensano a quel connubio straordinario che accompagna la vita di molti giovani fatto di amicizia, amore, sogni e musica. Ci sono intere generazioni che non hanno potuto godere appieno di tutti questi "fattori" , ma ce ne sono altre che le hanno elevate a principi di vita rendendo quella stagione della vita come qualcosa di speciale e di unico, almeno fino a che tutto è durato.
Il sentimento dell'amicizia quale è presentata dall'autore è una sensazione fatta di luoghi, di incontri, ma anche di idee, di speranze e di persone vere; non è tanto importante cosa pensa l'autore ma quello che riesce a stimolare nel lettore, compreso quel pizzico di impulsività che può portare anche alla delusione ma che rimane un'esperienza unica da vivere insieme
 E così è anche l'amore, elemento essenziale della vita e di tutte le stagioni a prescindere dall'età ma che nella giovinezza dà le ali per volare come una farfalla e se l'amore fallisce ecco che gli amici possono dare una sferzata d'ottimismo. L'amicizia e l'amore si compenetrano basandosi sulla scelta reciproca e anche gli incontri impossibili diventano meno aspri se c'è un amico pronto a consolare l'illusione che si fa delusione. L'amore è il motore che spinge a fare cose impossibili, a creare storie forse assurde ma sempre appassionanti ed emozionanti.

E' il mistero che affascina e questo si accompagna sempre ai sogni che fanno lavorare l'immaginazione incantando e contagiando anche chi ci circonda, sogni che possono diventare irriverenti ma che sono anche un grido lanciato nell'infinito della mente il cui fine è quello di cambiare la propria vita. E come non mettere in questo straordinario mix la musica (sempre presente in tutto il racconto, una costante che si ritrova quasi in ogni pagina) che con i suoi intrecci e le sue suggestioni rende emozionanti e rivelatrici i nostri rapporti. Un giorno forse passerà tutto, avremo perso di vista gli amici di un tempo ma c'è una linea d'ombra che ci unisce al passato e che ci riporta ai più riposti segreti della nostra vita.

"Despero" è un bellissimo racconto che è come una voce ipnotica che si induce a riflettere e a non predere di vista quello che ci ha portato dove siamo, forse dopo anni sarà perso tutto, ma caparbiamente possiamo salvare quelle tracce che ci permettono di trovare noi stessi. È bello pensare che mentre la vita ha la sua evoluzione naturale  non tutti i granelli della nostra vita sono dispersi; "Despero" forse non avrà la potenza di un racconto visionario ma aiuta a non perdere per sempre quell'universo di parole, di sensazioni e di esperienze che non potranno più diventare il principio categorico della nostra vita.

Il Buscadero, i cofanetti dei Los Lobos, il live dei Grateful Dead, le antologie di Jonnhy Cash...che bellezza e poi la doccia, il frigo aperto, due birre, i fumetti della Marvel e Dc....parole che evocano non solo ricordi, anche da adulti.

NOTA FINALE SUL LINGUAGGIO

"La band significava appartenenza: un Despero non era un fighetto tipo Gold o un caciarone tipo Fegati spappolati, aveva i suoi territori e i suoi Dragon Pub per ubriacarsi di birra il sabato sera, il suo bowling di San Felice per giocare a biliardino con aria in****ata........"

Il linguaggio del libro è questo, realista come quello che si trova in "Ragazzi di vita" di Pasolini, ma l'utilizzo dell'espressione gergale nella narrativa rende un racconto vivo, un racconto fatto di persone vere e non solo un artificio letterario verosimile.

Libro di cui consiglio la lettura..... scritto da un narratore sorprendente!!!

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Published by Caiomario - in Libri
30 dicembre 2014 2 30 /12 /dicembre /2014 20:29

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http://www.flickr.com/photos/8623220@N02/8124802719 (Album di The Library of Congress)

 

L'INSENSATEZZA DELLA GUERRA RACCONTATA DA CHI ERA PARTITO....... 

"Mico È Tornato Coi Baffi" di Massimiliano Scuriatti sarebbe uno dei tanti romanzi in cui si parla di un'amicizia interrotta e della guerra ma è molto di più, probabilmente è stata una scommessa editoriale fortunata grazie alla scelta dell'autore di non seguire la strada intrapresa dalla letteratura documentaria; eppure in un breve ma intenso romanzo che si contraddistingue per la qualità narrativa, troviamo una storia autentica raccontata con uno stile unico ed originale, storia nella quale emerge tutta l'insensatezza di un'impresa che, senza retorica, rimane una delle più grandi tragedie nel Novecento: la Grande Guerra.


Leggendo il romanzo mi è capitato di venire coinvolto in quelli che sono stati i ricordi narrati da mio nonno che pur parco nel raccontare i dettagli di quell'esperienza che lo segnò irrimediabilmente nell'animo e nel fisico, doveva avere molto probabilmente un'età vicino a quella di Mico, uno dei tanti ragazzi che vennero mobilitati per entrare nelle fila di un esercito formato in gran parte da classi subalterne la cui origine era prevalentemente contadina.
Non possiamo negare che quella generazione ricca di ideali e di passioni si rese ben presto conto della forza eversiva della guerra che prima di essere un evento bellico fu una tragedia esistenziale e sociale.

Chi si aspetta di leggere un libro come "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque, rimarrà deluso intanto perché "Mico È Tornato Coi Baffi" non è un romanzo autobiografico ma il merito dell'autore sta a mio parere, nell'essere riuscito perfettamente ad entrare nella testa di due giovani dell'Italia meridionale che nel 1914 si trovarono a subire un evento di cui neppure lontanamente avrebbero potuto immaginare gli esiti terribili che ebbe a partire dal numero di vite umane sacrificate.

....E L'INSENSATEZZA DELLA GUERRA VISTA DA CHI NON ERA PARTITO



Potrebbe essere un libro di memorie è invece molto di più: è un libro di memoria dove vengono raccontate due prospettive diverse ma congiunte: quella del giovane Mico che parte per il fronte e quella dell'amico inabile a combattere che rimane nel piccolo paesino siciliano ad attendere notizie.
L'unico contatto che vi è tra i due è di tipo epistolare, la sola forma di contatto possibile che la grande massa di militari arruolati poteva utilizzare per stare in contatto con i propri familiari ed amici; leggendo il libro mi sono domandato quanti Mico siciliani, sardi, calabresi, campani e di tutte le altre regioni d'Italia abbiano comunicato a chi era rimasto i loro umori e quanto a noi sia giunto di autentico di quelle lettere che gli organi censori controllavano per non fare trapelare quale era la vita vissuta al fronte.

Tutto il racconto è appassionante a partire dall'arrivo di quel giorno in cui Mico si distacca dal suo paesino per andare incontro alla grande mattanza, leggendo l'episodio ci immaginiamo il ritratto di un giovane che con tutta la sua sguaiata incoscienza si accinge a prendere la tradotta che lo porterà lontano dagli affetti più cari e dal paesino sonnolento fatto di personaggi scombinati ma autentici che con lui condivideranno l'esperienza della guerra.
Bisogna considerare che cento anni fa la coscrizione obbligatoria era il mezzo attraverso il quale le autorità ingrossavano le fila degli eserciti, chi era arruolato forzatamente viveva questa esperienza con un misto di rassegnazione ed ineluttabilità alla quale era impossibile sottrarsi; gli incontri sporadici, brevi e casuali che avvenivano durante la permanenza nel fronte diventavano tal volta dei legami profondi e il senso di cameratismo prendeva il sopravvento quando ci si trovava a vivere la quotidianità. Questo accade a Mico che essendo analfabeta trova un compagno d'arme volenteroso che gli scrive le lettere da inviare all'amico che è rimasto al paese; per il lettore non è importante che in quelle epistole vi siano delle riflessioni scritte in un bell'italiano ma che quelle lettere contengano pensieri che sembrano rimasti in sospeso, mai banali e sempre struggenti.

La scelta del'autore di usare in diverse parti del libro il dialetto siciliano dà un senso di verosimiglianza a quei dialoghi a distanza intrisi di un'intensità commovente dove troviamo la solitudine, la disperazione, le paure che da sempre accompagnano l'uomo nelle situazioni di pericolo e poi lo smarrimento che si dilata e si comprime in relazione allo stato emotivo vissuto in quel momento.

Il racconto di Scuriatti è un viaggio nell'animo dell'uomo in cui si intrecciano in un contesto storico le vicende individuali di uomini che loro malgrado si trovarono costretti a subire eventi che solo i manuali di storia non riescono a fare comprendere se non si conoscono le migliaia di storie di coraggio, di vigliaccheria e di speranza che tanti uomini come Mico vissero nella loro carne.

..........Mico tornò dalla guerra coi baffi, era cambiato...per sempre.

SCHEDA DEL LIBRO

* Autore: Massimiliano Scuriati
* Titolo: Mico È Tornato Coi Baffi
* Pagine: 130
* Editore: 2011 Edizioni Bietti srl
* ISBN: 978 88 8248 242 8

...lettura consigliata.

Conclusione:Breve ma intenso romanzo in cui è bello perdersi

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Published by Caiomario - in Libri
30 dicembre 2014 2 30 /12 /dicembre /2014 20:15

Dopo che ho letto "Bavaglio", mi sono ripromesso di mantenere la calma perché questo non è il solito libro di denuncia, è una raccolta documentata, articolata e commentata di tutti i provvedimenti e delle proposte di legge che hanno limitato non solo la libertà di stampa ma anche quella di stampare. La domanda che il lettore dovrebbe farsi è la seguente: "Quanto conosciamo e quanto ci viene permesso di conoscere su quello che questa classe politica ha fatto per nascondere in modo molto soft fatti rilevanti non solo di rilevanza penale ma anche che implicano delle conseguenze nella loro vita?".

 Non penso che Gomez, Lillo e Travaglio siano delle figure profetiche del nostro tempo, né tanto meno siano dei visionari, ritengo,invece, che siano dei giornalisti che si documentano, che si interrogano, che rendono noti fatti e circostanze che altrimenti rimarrebbero nelle cancellerie dei tribunali e che interpretano l'informazione nel modo più autentico cercando (e spesso riuscendoci) di togliere il velo a personaggi  della politica che vogliono manipolarci, allettarci e confonderci.
Dalla lettura del libro emerge intanto un dato di fatto incontrovertibile: tutte le vicende esposte non vengono fatte passare attraverso il mezzo televisivo; le ragioni sono diverse, in primo luogo risiedono nel fatto che la maggioranza delle persone ha un'informazione visiva e passiva, spesso assorbita in modo distratto e in secondo luogo sono dovute al fatto che la lettura impegna e non tutti, sia per motivi culturali che per mancanza di voglia, si prendono la briga di approfondire dei fatti che in un modo o nell'altro investono la loro vita.

In "Bavaglio" gli autori non scendono mai direttamente nella polemica spicciola ed evitano le sterili contrapposizioni, nel libro viene ricostruita la vicenda Mills, non è il caso di riproporla, rimane solo l'amarezza nel constatare che nel 2012 l'ex premier non è stato condannato per avvenuta prescrizione, si tratta di una vittoria a metà che comunque conferma quelle che erano solo ipotesi giudiziarie. E' bene ricordare che una cosa è essere assolti con formula piena per non avere commesso il fatto, un'altra cosa è essere assolti per avvenuta prescrizione del reato.

Recentemente ho letto un altro libro di Travaglio, "Berluscomiche" sottotitolo "Bananas 2 la vendetta: le nuove avventure del Cavalier Bellachioma dal kapò al kappaò", è un libro molto diverso da "Bavaglio", il taglio satirico però rimanda anche alle vicende più serie come la telefonata avvenuta tra Silvio Berlusconi e Agostino Saccà nel corso della quale si parlava di Rai, di raccomandate e di raccomandati, di fiction; ad un certo punto della telefonata avviene il seguente scambio di battute:
": ... chiama la Marinella lunedì ...
S: mi metto daccordo con Marinella ...
B: .. lunedi che ci mettiamo daccordo, vabbene. Senti, tu mi puoi fare ricevere due persone ...
S: assolutamente..."
Non si può non pensare all'altro libro di Travaglio, ma non era una comica perché si tratta di un episodio dove non c'è niente da ridere.

Nella prima parte del libro vi è una rigorosa ricostruzione, in base da quanto si evince dagli atti parlamentari, dei provvedimenti  ad personam volti a fermare  il processo Mills dove Berlusconi era accusato di corruzione. Questi provvedimenti sono stati approvati dalla maggioranza  che sosteneva Berlusconi, sarà meglio in futuro non dimenticarlo.
Il giudizio finale sul libro è ampiamente positivo, la ricostruzione delle vicende raccontate è rigorosa, lo stile giornalistico rende la lettura agevole ed interessante, insomma un bel "libro" di inchiesta che vale la pena leggere per capire in quale condzione è stata ridotta l'italia.

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Published by Caiomario - in Libri
30 dicembre 2014 2 30 /12 /dicembre /2014 19:08

Questa volta vorrei suggerire la lettura di un libro che apparentemente esce fuori dai miei soliti interessi, il libro si intitola "Vicini da morire. La strage di Erba e il Nord Italia divorato dalla paura" ed è stato scritto dal bravissimo giornalista e scrittore Pino Corrias.
L'autore ripercorre le vicende della strage di Erba che -secondo la verità processuale- è stata perpetrata da Olindo Romano e Rosa Bazzi, il fatto di cronaca è notissimo ed è stato oggetto di trattazione in numerose trasmissioni televisive.
Non sono un guardone dei fatti criminosi  e a differenza di un certo tipo di pubblico che ama conoscere anche i particolari più scabrosi della cronaca nera,  non mi piace guardare le varie trasmissioni televisive che si sono occupate di Omar, Erika, zio Michele e zia Cosima ma il caso di Olindo e Rosa mi ha colpito particolarmente e ho cercato di capire che cosa può scattare nella mente di due persone apparentemente normalissime che pianificano la morte dei loro vicini.
Corrias ha fatto un'analisi seria e approfondita di tipo sociologico antropologico su un fenomeno che, al di là del fatto di cronaca, ci induce a questa riflessione: esiste un tarlo che rode dentro le nostre coscienze e divora anche chi ha le più incrollabili certezze.  Quanto di Olindo e Rosa potrebbe esserci dentro di noi e quante famiglia Castagna si trovano nei condomini che abitiamo o vicino alle nostre case?
La domanda è consequenziale al fatto che la normalità è un concetto molto relativo e sfido chiunque -sottolineo chiunque- a dire che non ha mostrato insofferenza verso i propri vicini.
Le situazioni che hanno portato allo sterminio di quattro persone sono banalissime, se vogliamo, ma sono proprio quelle che determinano l'insofferenza verso il prossimo e possono trasformare un netturbino e una domestica in assassini senza pietà (almeno secondo quanto ha stabilito il processo)

Corrias ha ampliato la sua indagine andando oltre alla Strage di Erba e ha parlato di paura del Nord, perché da Pietro Maso in poi c'è da chiedersi se esiste una relazione tra il benessere sociale e il verificarsi di certi fatti terribili anche per le modalità con cui sono avvenuti; io correggerei però la domanda e dico quale relazione c'è tra un eccessivo valore dato ai soldi e il verificarsi di certi eventi?
Olindo era un netturbino, Rosa una domestica, Pietro Maso era un ragazzo che faceva lavori precari, Omar ed Erika erano degli studenti ma tutti in un modo o nell'altro non versavano in condizioni  economiche precarie; c'è un Olindo e una Rosa in ognuno di noi ma il freno morale è quello che ci ferma e non ci fa andare oltre, ma quando questo freno si rompe o non c'è è facile diventare dei mostri.
Pino Corrias dà un ritratto di Olindo e Rosa che è inquietante ma è vero: entrambi vivono il loro mondo seguendo un concetto di perfezione fatto di gesti abituali e sempre uguali, gesti che davano loro sicurezza ma che non dovevano essere disturbati da nessuno; l'ossessione per la pulizia della casa, la disposizione sempre eguale degli oggetti e la ripetizione all'infinito di abitudini che solo loro potevano conoscere vengono minacciati nel momento in cui altri rompono il fragile equilibrio che hanno costruito: tutto ciò fa scattare la molla dell'odio e il desiderio di togliere di mezzo i propri vicini. È il punto di non ritorno.


 OLINDO E ROSA DENTRO DI NOI

Il libro non va letto per sapere quello di cui le cronache si sono occupate in modo esaustivo, ma va utilizzato per autocontrollarsi, per cercare di non cadere nella trappola del perfezionismo che ci porta a guardare in controluce se vi sono dei segni nel muro oppure ad avere un ossessivo rapporto con la propria auto. Rosa era ossessionata dalla pulizia e Olindo era la sua spalla e viceversa.

So che non è facile convivere con persone maleducate e sono consapevole del fatto che l'acqua dei vasi che cade sul nostro balcone ci può improvvisamente trasformare in portatori di odio e maledizioni, ma so anche che le sopraffazioni possono condurre delle persone apparentemente normali a commettere dei crimini inimmaginabili.

...dopo la condanna Rosa e Olindo hanno chiesto di non essere separati, hanno gridato la loro innocenza, forse hanno rimosso quanto è accaduto e questo è ancora più terribile.


......potrebbe anche esservi un Olindo una Rosa vicino a noi...........abbassate la radio!!!

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Published by Caiomario - in Libri
20 dicembre 2014 6 20 /12 /dicembre /2014 19:28

SE FOSSI TRASFORMATO IN UN INSETTO COME IL SIGNOR SAMSA.........

Cosa fareste se foste trasformati in un insetto dopo una metamorfosi notturna? E quale insetto vorreste essere? Una mosca, una zanzara o una blatta? Io nessuno dei tre, sono insetti troppo fastidiosi che rischiano continuamente di essere sterminati dall'uomo, io vorrei essere una coccinella, è abbastanza rispettata, dicono che porti fortuna, sarà ma comunque è difficile che venga schiacciata, l'uomo si sa è superstizioso.
Ma il protagonista del romanzo di Kafka, Gregor Samsa, non poteva scegliere il tipo di insetto in cui sarebbe stato trasformato e per di più leggendo la descrizione  della metamorfosi, è difficile capire di che insetto si tratti, potrebbe essere un coleottero dato che Kafka parla di numerose gambe "pietosamente esili" e di "una schiena dura come una corazza", ma non gli dà volutamente un nome.
Al lettore poco importa di conoscere questo particolare e una volta tolta da sé l'insana fantasia di essere trasformato in un insetto,  lo stesso lettore finisce col  provare tutta la sua più profonda repulsione per la crudelissima metamorfosi di  Gregor Samsa da uomo ad insetto.
Un insetto però non ha le preoccupazioni di noi umani o per lo meno non è preso dalle faccende che ogni giorno preoccupano la maggior parte degli individui e questo il signor Samsa lo sa, ecco perché alla fine accetta con un certo piacere il suo nuovo immutabile destino.

MEGLIO INSETTO CHE ESSERE UMANO

Mi sono sempre domandato per quale motivo il signor Gregor Samsa non provi ribrezzo per essere stato trasformato in un insetto suo malgrado. È forse la parte più cerebrale del romanzo, capire se Kafka elimini qualsiasi reazione di Samsa o se questo espediente di finzione narrativa serva per mettere sul medesimo piano il reale e l'assurdo.
Ma ogni dubbio viene fugato quando ci si rende conto che Kafka non sta raccontando una situazione di incubo (la paura di essere trasformato in un insetto) ma una situazione verosimile (almeno nel romanzo): l'uomo Gregor Samsa è proprio un insetto.

FRUGANDO NEI MEANDRI DELLA PSICHE UMANA

Avverto una certa affinità con il signor Gregor Samsa specialmente quando ragiona sull'ansia generata dal rapporto tempo-lavoro; Gregor fa il commesso viaggiatore, un lavoro che non viene più svolto secondo le modalità di una volta e che non è da confondere con quello dell'agente o del rappresentate di commercio; il commesso viaggiatore di una volta era un lavoratore autonomo che agiva per conto di un'azienda e che girava esclusivamente con mezzi pubblici (treno e bus) per recarsi dai potenziali clienti. Questa figura ha continuato ad esistere sino a tutti gli anni '50 e i primi anni '60.
Gregor Samsa prova insofferenza per il suo lavoro che definisce faticoso, caratterizzato da levatacce alle cinque del mattino che lo portavano in giro tutti i santi giorni.
Ecco allora che il signor Gregor da insetto pensa a quel lavoro faticoso con un certo disgusto, ai pasti cattivi e  irregolari e "ai rapporti con il prossimo che cambiano di continuo" e "che non diventano mai cordiali e duraturi". Meglio insetto che commesso viaggiatore.
Da insetto, invece, Gregor si può godere quello che gli piace di più: la sua stanza che assomiglia a una tana in cui trovare riparo e il tempo dedicato al sonno e al riposo; da insetto poi può ignorare quell'oggetto che implacabilmente segna il tempo che scorre: la sveglia.
Ho sempre pensato che non esista cosa più fastidiosa della sveglia che trilla la mattina, solitamente non la uso, ma non so perché se ho un appuntamento la detesto, esattamente come il signor Gregor Samsa.

L'ASSEDIO DI SAMSA, IL PADRE COMANDA

Quando Samsa subisce la metamorfosi da uomo ad insetto, i suoi familiari lo sottopongono ad un assedio perché non esce dalla sua camera, tentano di farlo uscire chiamandolo e pregandolo di uscire ma niente da fare, la sua camera rifugio si trasformerà nella sua prigione, ma una prigione che paradossalmente è l'unica a garantirgli la libertà che si realizza nella più perfetta solitudine.
Il padre quando scopre che è  Gregor è diventato un insetto, lo chiude nella sua stanza, anche il padre subisce una metamorfosi, tutti i familiari cambiano, ma il padre, nonostante l'odio nei confronti del figlio, appare a Gregor come una divinità che alla fine lo condannerà.

IL TERZO CAPITOLO

Non anticipo niente sul contenuto del terzo ed ultimo capitolo del libro e, suggerisco di lasciare perdere qualsiasi sunto e di leggere direttamente il testo; mi limito a fare alcune considerazioni sul ruolo dell'uomo/insetto. Sono pochissimi gli scrittori che come Kafka riescono solo con le parole a descrivere in modo così puntuale determinate situazioni e che riescono a provocare emozioni fortissime.
Con il terzo capitolo, infatti, il lettore si rende conto di avere a che fare con un racconto dove le porte, i muri, i mobili e le chiavi riempiono ogni spazio al punto che Gregor l'uomo/insetto vive la sua condizione di sepolto vivo in attesa della morte proprio come un insetto che sta chiuso in una scatoletta. In definitiva il signor Gregor attraversa una strada lastricata di tormenti facendosi carico di tutte le miserie dei suoi familiari, il suo calvario finirà con la metamorfosi delle metamorfosi: la morte


La metamorfosi è un romanzo dove la suspence domina dall'inizio alla fine, Kafka scrive con un ritmo serrato adatto al gusto del lettore moderno, l'ossessività che caratterizza lo scritto è simile a quella che può emergere nella visione cinematografica; opera splendida di uno dei più grandi autori della letteratura mondiale di tutti i tempi.

LA METAMORFOSI SECONDO ALBERTO BEVILACQUA (EDIZIONI LATERZA)

Il racconto è brevissimo, si può  leggere in un paio di giorni,  ma ulteriore motivo di interesse  per la lettura del libro edito da Laterza, sono le stimolanti riflessioni di Alberto Bevilacqua che presenta il libro  facendo riferimento -tra le altre cose- al Vangelo.
 Mettere in  parallelo il calvario di Cristo con quello di Gregor Samsa potrebbe sembrare una forzatura, ma il confronto originale tra le due "morti" permette di intendere in modo compiuto il significato della vittima sacrificale che paga per le colpe degli altri. Non vi è nulla di sacro nella volontà di Gregor Samsa ma anche lui come il Cristo attende la sua trasfigurazione.
L'accostamento tra il racconto e le fiabe potrebbe sembrare ardito, ma lo scrittore boemo usa lo schema del genere favolistico salvo poi virare nel finale del libro verso un esito drammatico e senza ritorno, una conclusione senza speranza e che non ha niente di lieto e che, forse, non ha nessuna pretesa di insegnamento morale (come nelle fiabe).

 

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Published by Caiomario - in Libri
14 dicembre 2014 7 14 /12 /dicembre /2014 10:07

di Caiomario

 Milioni di giovani hanno letto il libro, ma alla maggior parte dei vecchi non interessa, poco inclini al cambiamento tendono a mantenere lo status quo.

 

Quando Klaus Werner-Lobo e Hans Weiss hanno scritto questo libro non avevano intenzione di fare un manifesto politico, il loro scopo era quello di scrivere un libro denuncia sulla realtà delle aziende multinazionali. Eppure hanno fatto politica.
Quando poi il libro venne pubblicato il clamore e lo scandalo suscitato hanno preso una via inaspettata, milioni di giovani hanno incominciato a leggere il libro e a cambiare il modo di porsi davanti ai consumi. Il fenomeno "no global" da piccolo è diventato grande, internazionale e trasversale, all'origine di molti gruppi di protesta vi è prima di tutto una critica al sistema economico e solo dopo una insofferenza alla politica dei politicanti di professione.
Ancora una volta il cambiamento può venire solo dai giovani, i vecchi sono tendenzialmente restii al cambiamento salvo qualche rara eccezione, ecco perché questo libro trova consenso soprattutto tra i giovani: vogliono cambiare nonostante vi siano molte resistenze da parte delle generazioni precedenti.

I crimini delle multinazionali è stato pubblicato da Newton & Compton nel 2010 in edizione economica, letto a distanza di due anni dalla pubblicazione appare fastidiosamente attuale, terribilmente provocatorio, purtroppo realisticamente vero. I due autori ci fanno conoscere da vicino  le contraddizioni delle aziende multinazionali che da una parte producono i loro prodotti in condizioni di lavoro disumane e dall'altra, per vendere i loro prodotti si presentano in modo pulito ed eticamente impegnato.  Dal quadro delineato nel libro emerge che questo agire nasconde un'ipocrisia e una falsità che sono esattamente il contrario di quanto si voglia fare credere ai consumatori occidentali,  gli autori denunciano il doppio volto delle multinazionali insensibili ad ogni diritto umano pronte a  fare qualsiasi cosa nell'ombelico del mondo e dall'altra  parte capaci di presentarsi  nei mercati occidentali con il volto ipocrita di chi sposa le cause della difesa degli animali o dell'ambiente.
Le aziende più coinvolte nelle pratiche di un neo-colonialismo delle risorse e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo sono secondo  Klaus Werner e Hans Weiss quelle dell'elettronica e quelle farmaceutiche. Entrambe mettono in pratica numerose pratiche -tra cui l'acquisizione di terreni, miniere, accordi con forze politiche corrotte - per riuscire ad accaparrarsi le materie prime necessarie alla fabbricazione dei loro prodotti. Nel secondo capitolo del libro vengono pubblicati tutta una serie di documenti che provano l'esistenza di vere e proprie corruzioni elevate a sistema nei paesi africani, luoghi in cui si possono reperire materie prime rarissime come, ad esempio, la columbite-tantalite un minerale indispensabile per la fabbricazione di cellulari, computer, lettori Dvd e altri prodotti elettronici.

I ROSSO MALPELO DEL CONGO, LA CORSA AL COLTAN

I giacimenti più consistenti di columbite-tantalite  sono in Congo, una delle zone più dilaniate dai conflitti e dalle guerre civili, gli autori riportano importanti documenti dai quali si evince che importanti multinazionali del settore dell'elettronica hanno intessuto una rete d'affari con le forze contendenti per finanziare i conflitti e come molti di questi conflitti siano strettamente legati ai proventi  derivanti dall'estrazione della columbite-tantalite.
Se in Italia il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile è in gran parte debellato e persiste in alcune zone marginali del paese, in Congo circa il 30 per cento della forza lavoro adibita nell'estrazione di columbite-tantalite è formata da bambini in età scolare.

NO TESTATO SUGLI ANIMALI MA TESTATO SUGLI ESSERI UMANI...E POI IL RESTO

È una notizia scioccante apprendere che molte case farmaceutiche (nel libro vengono denunciati i nomi) utilizzano cavie umane (pagate) per sperimentare l'efficacia dei farmaci. Se in molti paesi è vietata detta pratica ecco che diverse aziende multinazionali vanno ad effettuare queste pratiche dove è tollerato come, ad esempio, in Ungheria.
Se tali pratiche sono sconcertanti e condannabili, lo sono altrettanto quelle che producono danni ambientali dalle proporzioni gigantesche causate da importanti aziend multinazionali nel settore alimentare che hanno sottratto centinaia di migliaia di ettari di terra agli autoctoni per impiantare coltivazioni intensive.

LEGGERE L'ELENCO

Nella seconda parte del libro si trova un elenco dettagliato di tutte le aziende coinvolte, in questo elenco si trovano aziende multinazionali che operano nel settore petrolifero, dell'elettronica, dell'abbigliamento, dei farmaci e persino dei giocattoli. I proprietari di queste aziende? Sono gli stessi della grande finanza internazionale.

IN CONCLUSIONE

I crimini delle multinazionali  di Klaus Werner-Lobo e Hans Weiss non è un libro che deve piacere, come non piace il foglio che riporta i risultati delle analisi del sangue, è un libro-documento di denuncia di fatti reali, di fenomeni che troppi nel mondo occidentale volutamente ignorano per non fare conoscere all'opinione pubblica quello che accade davvero in quelle aree del mondo. Il colonialismo continua sotto altre forme.

Libro consigliato per sapere che dietro al "profumo dell'ottimismo" c'è molta sofferenza sangue.

In Italia, a parte la trasmissione "Report" condotta da Milena Gabanelli, nessuno prima di Report aveva denunciato questi fatti.

 

SCHEDA DEL LIBRO
 

  • AUTORI:Klaus Werner-Lobo, Hans Weiss
  • TITOLO: I crimini delle multinazionali
  • EDITORE: Newton & Compton Editori
  • ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2010
  • PAGINE: 333
  • PREZZO. Euro 12,90
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Published by Caiomario - in Libri
23 novembre 2014 7 23 /11 /novembre /2014 11:46

Ognuno ha il suo modo di vivere i libri e mi riferisco in particolare a quelli "scolastici" , preziosissimi ed indispensabili strumenti di studio che vivono spesso la stagione della scuola per poi essere abbandonati e riposti nelle librerie, molti, poi, utilizzano il libro scolastico come un testo "stagionale" a tempo che li porta a liberarsi dello stesso una volta terminata la scuola. Personalmente non ho mai avuto questo approccio in quanto ritengo che il preziosissimo strumento può continuare a rimanere tale per il resto della vita diventando un valido ausilio di consultazione al di là del suo breve utilizzo in ambito scolastico.

I libri di storia, come del resto la maggior parte dei testi usati durante il periodo scolastico, li ho conservati, non me ne sono voluto liberare non solo per ragioni di carattere affettivo ma anche perché mi capita sovente di consultarli; credo che la conoscenza storica per l'uomo sia importantissima perché ciò gli  consente di poter comprendere meglio il presente e le sue aspettative. Essere consapevoli del fatto che il nostro presente fatto di leggi e di sentimenti più o meno condivisi ha una lunga storia che ha attraversato i millenni, ci aiuta a ridimensionare molti problemi pratici  che si presentano nella nostra vita quotidiana. Ricostruire però con precisione i fatti del passato non è facile, per chi come la maggior parte delle persone non è uno storico di professione, il problema si complica ulteriormente quando si tratta di comprendere le idee degli antichi; la ricerca storica non ha mai fine perché non solo si scoprono nuovi documenti, ma si leggono i fatti in modo diverso al punto che tutto viene messo in discussione. Tutto viene analizzato, sviscerato alla luce delle nuove convinzioni morali, non basta infatti sapere che in quel determinato periodo storico ha regnato questa o quella dinastia, il compito dello storico è quello di dare un senso alla storia e di fare capire che gli uomini dei tempi passati avevano un'idea molto diversa dalla nostra per quanto riguarda la dimensione dello spazio e lo scorrere del tempo.

STORIA E STORIOGRAFIA VOLUME 1 - ANTONIO DESIDERI

Alla luce del mio modo di vivere i testi scolastici, i cosiddetti "libri istituzionali" sono quelli che hanno un doppio valore: da una parte sono stati lo strumento per apprendere e dall'altra parte mi hanno impegnato del tempo per memorizzare fatti, concetti e interpretazioni che costituivano l'ambito della disciplina che affrontavo. Storia e Storiografia di Antonio Desideri è stato uno dei manuali utilizzati durante il liceo e durante la preparazione di diversi esami universitari;  che questo manuale risponda  ancora oggi ad un effettivo bisogno degli studenti è dimostrato dal fatto che molti insegnanti lo scelgono ancora come testo.
Un ulteriore elemento che conferma la validità del testo scritto dal Desideri, risiede nel fatto che ogni altro libro del genere venuto dopo ha sostanzialmente seguito l'impostazione metodologica del Desideri, del libro, ma sarebbe meglio parlare dei libri se consideriamo i manuali del triennio ne sono state pubblicate diverse versioni in cui cambia la grafica e la copertina ma non l'impostazione di fondo. Non c'è dubbio che il succedersi delle edizioni risponda ad un'esigenza didattica ben precisa a partire dalla forma  che deve essere resa più agile ed accessibile al gusto dei giovani, l'edizione del 1978 è ancora validissima e risponde benissimo alle esigenze dei programmi attuali, tuttavia le più recenti edizioni che sono state adottate da uno dei miei figli sono graficamente migliori rispetto a quelle più datate.

Al di là comunque delle finalità didattiche della scuola odierna, resta apprezzabile il fatto che oltre alla parte illustrativa/narrativa il lettore può consultare un significativo corpo documentale che permette di verificare, attraverso le fonti, quello che riguarda  la trama storica oggetto del capitolo.

ULTERIORE RIFLESSIONE

Per motivi di studio ho consultato numerosi manuali, è vero che la storia del passato non cambia; faccio un esempio che permette di comprendere il filo del mio ragionamento: la data e le circostanze in cui si verificò la congiura di Catilina non mutano, tuttavia la chiave di lettura che uno storico può dare può cambiare perché diversa è la formazione ideologica. In molti manuali scolastici del passato la congiura di Catilina veniva letta come un fatto ispirato da sinceri convincimenti democratici , eppure oggi, alla luce di interpretazioni sicuramente meno ideologiche rispetto a quelle sostenute da diversi studiosi del passato, quell'evento viene letto come il sintomo evidente dello sfacelo etico-politico di Roma. Come vedete cambia completamente la prospettiva di lettura ma non il fatto in sé.

 

"Storia e Storiografia Volume 1"  di Antonio Desideri, una volta conclusi gli studi della scuola secondaria, può essere utilissimo a tutti coloro che vogliono avere un validissimo strumento di riferimento per approfondire criticamente questa o quella parte della storia. Il libro essendo un manuale scolastico è facilmente reperibile anche nel mercato dell'usato.

Validissimo manuale da utilizzare anche come testo di orientamento

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Published by Caiomario - in Libri
22 novembre 2014 6 22 /11 /novembre /2014 06:13

Oggi si parla di fantasia, un tempo si poteva essere accusati di eresia...

 

Le tesi espresse dai tre autori de "Il Santo Graal" costituiscono un'analisi originale sulle origini del cristianesimo e sui fatti della vita di Gesù raccontate nel Nuovo Testamento e in particolare nei quattro Evangeli.
L'opinione comune è portata a credere che la vita di Gesù sia esposta in tutti i Vangeli, in realtà solo in quelli di Matteo e di Luca si parla dell'origine e della nascita di Gesù e molti fatti raccontati in uno degli evangeli sono in netto contrasto con quelli esposti nell'altro.

Secondo Matteo Gesù era di famiglia aristocratica, un legittimo discendente di Davide e di Salomone, solo con Marco si diffonde l'idea di Gesù come "povero falegname".

Due racconti diversi e contrastanti tra loro che evidenziano un modo diverso di "sentire" l'origine di Gesù e, da cui si può desumere, come in quei racconti confluissero tradizioni diverse che facevano parte della cultura vetero-testamentaria che ognuno interpretava a modo suo.

Le discrepanze che troviamo negli Evangeli riguardano anche l'origine della famiglia di Gesù:

  • secondo Luca la famiglia di Gesù era di Nazareth, e solo in seguito ad un censimento ( che storicamente non è mai avvenuto) si trasferirono a Betlemme, in base al racconto di Luca Gesù nacque in una mangiatoia.
  • mentre per Matteo, la famiglia di origine di Gesù era benestante, risiedeva a Betlemme e il Nazzareno era nato in una casa.

Su questi ed altri episodi la domanda che avanzano gli autori è provocatoria e la esprimono in questi termini: "Piaccia o no, si deve ammettere che uno di questi due vangeli ha torto, o che hanno torto tutti e due. Di fronte ad una conclusione così clamorosa e inevitabile, non è possibile considerare come inoppugnabili i Vangeli: Come possono essere inoppugnabili, quando si smentiscono l'un l'altro?".

Partendo da questo assunto, gli autori, esaminano puntigliosamente le tappe storiche che hanno portato al riconoscimento dei Vangeli come libri che appartenevano alla parola rivelata e individuano una data, il 367 d.C., il momento fondamentale in cui avvenne la scelta da parte del vescovo Atanasio d'Alessandria di escludere alcuni dei testi che dimenticati e ritenuti pericolosi per l'ortodossia.
Questa scelta venne ratificata nel 393 d.C. durante il Concilio di Ippona e definitivamente nel 403 d.C quando si tenne il Concilio di Cartagine.
Ancora una volta gli autori si pongono una domanda " come poteva un'assise di ecclesiastici decidere infallibilmente che certi libri appartenevano alla Bibbia e altri no?".
Secondo gli autori, Gesù non morì sulla croce, sposò Maria Maddalena, dalla quale ebbe dei figli e insieme a loro si trasferì in Francia presso una famigli ebraica.
I suoi discendenti con il nome di Merovingi, posero le basi del Sacro Romano Impero, di questi segreti sarebbe titolare il Priorato di Sion.

 Anche qui ci muoviamo nel campo delle ipotesi, delle coincidenze e di fatti contraddittori ma comunque i riferimenti storici sono numerosi e le prove raccontate fanno più di una volta sobbalzare il lettore mettendo a dura prova le sue convinzioni. In particolare si ponga attenzione alle pagine che vanno dal cap. XI al capitolo XV : sono di grande interesse, ma -secondo me- andrebbero affrontate solo da lettori preparati.
Leggendo, ad esempio, il paragrafo intitolato "La Crocifissione" (pagina 455 del testo), gli autori, avanzano delle ipotesi che hanno come punto di partenza i Vangeli che erano rivolti ad un pubblico greco-romano e, a tal proposito scrivono:

"I Vangeli furono composti durante e dopo l'insurrezione del 68-74 d.C., quando il giudaismo aveva finito di esistere come una forza sociale, politica e militare organizzata. E soprattutto, i Vangeli furono composti per un pubblico greco-romano, e dovevano risultare accettabili".

È solo un esempio tra i tanti chesi potrebbero elencare, son infatti numerossimi  i passi che aprono delle parentesi che necessiterebbero di un  opportuno approfondimento, ecco perché leggere il libro non basta e la derubricazione a "giallo storico" penso che sia svalutativa in quanto si rischia di affrontare ogni pagina senza avere la necessaria preparazione. Il rischio ( parlerei più di certezza a tal proposito) è di rimanere avviluppato nelle sabbie mobili delle suggestive tesi che gli autori hanno avanzato ai quali va comunque riconosciuto il merito di seguire un filo logico improntato su basi scientifiche (almeno per quanto riguarda il metodo).
Pur non essendo un testo accademico, infatti, "Il Santo Gral" è un'opera ben documentata che utilizza il metodo scientifico, alla fine di ogni capitolo si trovano numerose note "di rimando" che fanno riferimento a studi di notevole spessore.
Solitamente un lettore normale non ha il tempo ma soprattutto la voglia di affrontare la lettura in modo così approfondito anche perchè la scienza del "Nuovo Testamento" è vasta e complessa, ma una Storia del Nuovo Testamento aiuterebbe senz'altro il lettore ad affrontare determinati argomenti con meno superficialità.
Il lettore odierno che legge i Vangeli lo fa spesso per motivi di fede, ma non bisogna dimenticare che i più grandi studiosi (quasi tutti di formazione culturale protestante) hanno esaminato ognuno dei ventisette scritti del Nuovo Testamento partendo da un'ipotesi ormai accettata da tutti i maggiori studiosi del settore ossia che i Vangeli storici non sono che in gran parte i "portavoce della comunità crisitiana primitiva, che ha fissato la tradizione orale".
Se quindi è importante il valore letterario dei testi (e non quello storico) ci rendiamo conto che un testo come "Il Santo Graal" rischia di creare una grande confusione nella testa di quei lettori che non hanno un'adeguata preparazione per affrontarne la lettura.

AUTORI: Michael Baigent,Richard Leigh, Henry Lincoln
TITOLO: IL Santo Graal
TITOLO ORIGINALE DELL'OPERA: The Holy Blood and the Holy Grail
PRIMA EDIZIONE: Ingrandimenti 1982 I Miti

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Libri
20 novembre 2014 4 20 /11 /novembre /2014 12:28


La filosofia del godimento dal punto di vista di un uomo che parla per conto di una donna

"Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere"  di John Cleland è un romanzo avvincente, coraggioso e se mi permettete sincero, senza reticenze ostentatamente erotico. A priori, possiamo pensare che il genere erotico si trovi al confine con la pornografia, ma la buona accoglienza soprattutto da parte dei lettori e poi della critica, ha un solo significato: l'elevazione attraverso la scrittura della dignità dell'eros quale componente essenziale della natura umana.
Dopo tutto, i lettori delle varie generazioni che si sono succedute da quando il libro venne pubblicato, hanno sempre buone ragioni per interessarsi dell'erotismo: c'è chi si interessa al genere per una malcelata inclinazione al voyeurismo, c'è chi invece è tormentato dall'arte della seduzione femminile e c'è chi, infine ne apprezza la prosa vigorosa che dà dignità al desiderio della carne e non lo condanna.

Credo che un libro come "Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere" si possa definire a pieno titolo un classico e che offra una storia tanto provocatoria quanto interessante che il possibile lettore deve affrontare andando al di là di tutti gli insopportabili luoghi comuni che riguardano i sessi e la sessualità in genere.

DICIOTTESIMO SECOLO: PRIMI VAGITI DI UN'EPOCA NUOVA

Le pesanti ornamentazioni a cui ci ha abituato certa letteratura settecentesca fanno dimenticare che a livello di storia delle idee emergono nuovi modelli di razionalità, ma ancora una volta il piacere diventa il vero motore di un'epoca in cui la severità religiosa ferma e contiene la morale del godimento.
Leggendo "Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere",  mi sono venuti in mente i versi del Metastasio il quale declamava:

"Per me son gradite
ancor le catene
in mezzo alle pene
più bello è il piacer
"

questa potrebbe essere la chiave di lettura entro cui inscrivere un romanzo erotico come "Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere", un romanzo che deve essere scrostato dalla sua immediata apparenza e che riserva delle sorprese di cui in questo contesto anticipo solo alcuni aspetti in quanto il libro va letto.

L'OZIOSO GODIMENTO CON LE DONNE DI PIACERE

Frances Hill detta Fanny non può essere ascritta nella vasta schiera delle cortigiane che  per interesse davano soddisfazione ai  più raffinati bisogni dei ricchi eppure diventò, suo malgrado, simile alle prostitute di corte che nel periodo che va dal '500 al '700 erano parte integrante tollerata e voluta dei nobili ricchi e delle alte sfere ecclesiastiche. Con una differenza però: amava avere rapporti sessuali.
Chi è Fanny? È un inglese di Liverpool  che nasce da una famiglia povera e che vive fino all'età di quattordici anni secondo i dettami di  un'educazione che rientrava entro i canoni del comune sentire dell'epoca;  presso le classi povere non vi era alcun sistema obbligatorio di educazione, solo le istanze  dell'illuminismo francese permetteranno alla borghesia  di accedere ad un sistema educativo in parte regolato e che non fosse affidato al solo ruolo del precettore.

Fanny nonostante fosse stata allevata in uno stato di ignoranza, almeno fino all'adolescenza non era ancora stata divorata dal vizio, solo dopo scoprirà il piacere della copula, una copula che quanto più è animalesca più  è fonte di inesauribili piaceri; il piacere di Fanny è mentale prima di essere fisico, l'idea di essere riempita dal membro maschile, produce in lei un godimento infinito e lo dice senza mostrare la benché minima remora o autocensura. Insomma Fanny è esplicita, il suo corpo è un aggregato di cellule che vanno alla ricerca del piacere e il coito si verifica ogni volta senza alcun calcolo e con estrema energia e partecipazione. È come se Fanny vivesse un perpetuo stato di natura attraverso il quale passa la conoscenza dell'altro e di se stessa, forse in questo sta la genesi della femminilità e il carattere ipotetico della procreazione, la più antica di tutte le idee, appartiene più alla storia religiosa che a quella profana.
Il passaggio dalle sensazioni fisiche a quelle morali costituisce l'essenza della femminilità di Frances Hill, ed è proprio nella precisa definizione del piacere che si rispecchia paradossalmente la sua voglia di fisicità e di vita.

 


COMPARAZIONE CON UN FENOMENO EDITORIALE ODIERNO, GRANDE COPIA DEL PASSATO

Dopo aver letto una serie di recensioni negative su "Cinquanta sfumature di grigio", ho deciso di affrontarne la lettura , presto scriverò  che  cosa ne penso del  romanzo di  E. L. James alias Erika Leonard; preferisco però non anticipare il mio giudizio, mi limito a dire solo questo: dov'è lo scandalo? L'autrice londinese ha scritto un romanzo all'acqua di rosa, rispetto  a "Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere",  ci troviamo  infatti davanti a un modello in cui gli elementi immaginari sono troppo influenzati dal deja vu.
Ma la differenza più evidente è che le memorie di Fanny Hill non sono scritte da una donna ma da un uomo, l'autore John Cleland racconta di una donna con la mentalità di un uomo, l'esito non poteva  quindi che essere differente.
Se la natura ci ha dato la razionalità ma anche degli impulsi primitivi, il sesso raccontato da Cleland non ha nessuna mediazione, non vi quindi nessuna contrapposizione tra il maschio e la femmina ma la totale e assoluta complicità.
In Fanny Hill il rapporto di padronanza uomo donna si inverte o se vogliamo si muove entro un piano di parità assoluta, stabilire poi se Fanny rappresenti il prototipo della donna di piacere che l'immaginario maschile vorrebbe è molto difficile, impantanarsi nei meandri insidiosi di un'interpretazione psicologica e comportamentale, ci porterebbe lontani dal piano puramente letterario di questo ambito.

Il Settecento è stato il secolo nel quale sono state elaborate diverse teorie sul piacere, al punto che si può parlare di filosofia del godimento, l'idea era semplice: il selvaggio una volta che ha soddisfatto i suoi bisogni primari va alla ricerca della felicità che costituisce però un limite del godimento stesso. Il romanzo di Cleland ha il coraggio di espandere il piacere fisico come manifestazione più evidente della vita e lo fa senza allegorie quasi che fosse una forma di illuminazione e di rivelazione di cui Fanny Hill è la profetessa disinvolta e spesso sfacciata.

Non mi resta che raccomandare (ai curiosi) la lettura del libro...Fanny Hill è un personaggio indimenticabile!!

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