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3 luglio 2014 4 03 /07 /luglio /2014 16:41

L'identità è un romanzo imperniato su una situazione al limite del paradosso che si crea quando in una coppia entrambi cominciano a temere sulla loro identità vivendo una situazione in cui il reale si confonde con l'irreale, tra ciò che si pensa nella propria intima coscienza e le proprie riflessioni personali. Diversi sono i temi trattati nel romanzo che come testo argomentativo ben si presta alla riflessione e tra questi il tema dell'amicizia è uno degli argomenti più importanti affrontati all'interno del rapporto di coppia tra Jean-Marc e la moglie Chantal.

L'amicizia "è indispensabile per il buon funzionamento della memoria", così dice Jean Marc parlando con la moglie Chantal quando ricorda di aver fatto visita in ospedale a un suo carissimo amico fraterno che si trova gravemente malato.
Il primo punto che Jean- Marc tiene fermo è il seguente: i ricordi fanno parte della persona e ne salvaguardano l'integrità aiutando ciascuno a sentirsi pienamente uomo.

Ma l'uomo cambia lungo il percorso della vita, cambiano le convinzioni e i valori e quello che si credeva assoluto diventa con il tempo un'altra cosa: da ragazzo Jean-Marc credeva nell'amicizia come valore supremo, come un valore vincolate più forte di qualsiasi altra cosa, più forte anche della religione e dell'idea di patria; ma ad un certo punto questo sentimento fortissimo che poteva valere per Achille e Patroclo o per i moschettieri di Dumas viene soffocato dal pessimismoi al punto che più dell'amicizia, per Jean-Marc, conta la verità.
Il dialogo tra Jean-Marc e Chantal è un dialogo in cui predomina il cinismo tanto che Chantal definirà l'amicizia una romanticheria, una cosa di altri tempi persino inutile in tempi moderni dove è necessario guardarsi continuamente alle spalle assediati da nemici nei confronti dei quali gli amici possono fare ben poco.

Il punto in cui il dialogo raggiunge il massimo del cinismo e dell'indifferenza è quando Jean-Marc pensando al mutato significato dell'amicizia, finisce col pensare che l'amicizia può essere al massimo un patto di cortesia: "un contratto basato sullo scambio di riguardi", l'amicizia è ridotta quindi a una frequentazione in cui gli amici quando ti trovi in difficoltà non prendono posizione, evitando in questo modo qualsiasi frizione ed evitando di pregiudicare un rapporto dove è meglio essere discreti e ignorare qualsiasi situazione che potrebe creare contrapposizione.

In questo dialogo si rivela l'identità di entrambi: sembra che le riserve di Chantal vengano immediatamente contraddette dalle affermazioni che lei stessa fa un momento dopo, a cui fanno da contrappeso i pensieri di Jean Marc che appare disilluso, cinico e pessimista fino a sfiorare il patologico.

Entrambi i protagonisti non hanno mai una posizione chiara , stanno nell'equivoco e generano confusione, i fraintendimenti diventano così l'effetto di una crisi d'identità in cui entrambi vivono il loro doppio, istante dopo istante e dove il rapporto d'amore diventa un rapporto di complicità nel senso più deleterio del termine.

Eppure se si pensa che cosa possa diventare un rapporto di coppia con il tempo,si scoprono tanti lati che fanno pensare seriamente che cosa sia necessario mantenere e che cosa rappresenti una degenerazione del rapporto stesso.
Leggendo i dialoghi tra Jean-Marc e Chantal sembra di ritrovare fatti e personaggi della cronaca dei nostri giorni dove le situazioni possono essere verosimili almeno per ciò che concerne le cause scatenanti che possono portare a una crisi di identità e a che cosa possa condurre vivere una vita a due dimensioni dove l'esterno, l'altro da noi, è qualcosa di pericoloso da combattere perchè può mettere in discussione la nostra sicurezza.

Ricordate la storia di Olindo e Rosa?

Consiglio il libro, bello, profondo e scorrevole, Kundera scrive bene ed arrivare fino in fondo è piacevole!

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Published by Caiomario - in Libri
26 maggio 2014 1 26 /05 /maggio /2014 20:20

 Albert Camus è l'autore che meglio ha saputo usare il simbolo per espirmere le sue idee. I "francesi"  della rive gauche sono stati dei grandi intellettuali che animarono quella stagione straordinaria che caratterizzò la primavera francese sia in campo letterario che filosofico.
 Non è possibile fare una netta separazione tra letteratura e filosofia perché in  entrambe i due campi si trovano talmente intersecati che molti libri di letteratura sono anche libri di filosofia e viceversa.
Lo stesso Camus era amico di Sartre e come lui muoveva dai medesimi presupposti, ecco questo è l'aspetto che più mi affascina e vorrei proprio partire dalla domanda di sempre facendo riferimento ad un saggio di Camus che servirà poi di argomentare  su quel capolavoro  letterario che è "La peste".
Camus scrisse un saggio intitolato "Il mito di Sisifo" che fa riferimento al mito dell'antico eroe condannato per l'eternità a portare un masso sulla schiena, a salire una montagna e a ridiscendere per caricare un'altra volta lo stesso masso che veniva gettato giù dagli dei dispettosi.
Perché l'uomo è condannato a fare cose che non servono a nulla? Una domanda che potremo esprimere in modo più diretto chiedendoci. "Perché l'uomo è condannato per sempre a fare cose che non servono a nulla?
Sartre, non riuscendo a dare risposta a questo quesito, diede forma al suo sfogo scelgiendo la politica e l'ideologia  che lo impegnarono per tutta la vita, Camus invece preferì dare una risposta morale a questo
quesito.
Con un puntiglio simile a quello di chi dà delle istruzioni, Camus, indica una strada per combattere le inquietudini e tutti i messaggieri di morte che annunziano qualsiasi tipo di morbo. Scrive im modo pacato ma sa cogliere nel segno indicando la via maestra per giungere alla rinascita.
Anche nel male e dopo un'esperienza terribile l'uomo può trovare la strada per rinascere trovando nella solidarietà l'unico mezzo davvero efficace per la sua palingenesi rigeneratrice.


IL LIBRO

Autore: Albert Camus
Titolo: La peste
Traduzione: Beniamino dal Fabbro
Editore: Bompiani (pubblicato nella collana "I grandi tascabili"
Anno di pubblicazione: 2000
Pagine: 397
Prezzo: 8,90 euro



La via indicata da Camus sembra l'unica possibile, davanti ad un mondo contradditorio  e schizofrenico, non c'è altra possibilità che prenderne atto, avere coscienza di questo fatto e prendere le contromisure  con una ribellione a bassa intensità costante che dia un senso ad una vita che sembra non averne.
Leggendo "La peste" si comprende sin dalle prime pagine che Camus utilizza l'escamotage della pestilenza per descrivere tutta l'irrazionalità del mondo.
Camus nel suo romanzo  appose la seguente citazione:
«Si può rappresentare nello stesso modo un imprigionamento per mezzo di un altro, come si può descrivere una qualsiasi cosa che esiste realmente per mezzo di un'altra che non esiste affatto»
Le parole sono di Daniel Defoe, il celeberrimo autore di "Robinson Crusoe" e la scelta di Camus sta a significare il suo voler ribadire che l'intento della sua opera è essenzialmente simbolico; la peste di Orano, infatti, non si è mai verificata, ma è anche possibile che Camus abbia voluto rendere un tributo allo scrittore londinese autore di un altro celebre libro sulla pestilenza: "Peste di Londra". In questo libro Defoe narra un fatto realmente accaduto e non di fantasia come quello raccontato da Camus, si tratta della pestilenza che colpì la popolazione di Londra nel 1665 e che venne affrontata con tutta quella carica di disperazione di chi si trova ad affrntare con mezzi scarsi e semplici degli eventi incontrollabili.
La costante che ritorna il tutto il romanzo è la presenza dei topi, della sporcizia e dell'immondizia. I topi veicolo della peste sono combattuti in ogni modo, il loro numero è sovrerchiante e la lotta dell'uomo si dimostra impari anche quando vengono profuse tutte le energie per combattere i pericolosi roditori.
La lotta ai topi descritta da Camus è anche la lotta contro tutto ciò che si riproduce all'infinito, contro quell'assurdo che sono le epidemie di ogni tipo, potrebbero essere epidemie vere e proprie ma anche paure, fobie collettive oppure ancora l'insieme delle menzogne e mistificazioni che continuamente si riproducono nelle realtà più disparate.  
La peste descritta da Camus è un morbo che tiene isolata una citta per dieci mesi è anche la metafora di una società assediata che si chiude in se stessa e si isola dal mondo esterno, ma può essere anche quella del'individuo che assediato da pericoli e attacchi finisce per essere progioniero delle proprie paure e dei propri attacchi.

Crediamo che non ci sia cosa più difficile da combattere del male che ogni giorno si ripresenta come i topi di Camus, più lo combatti più diventa forte e produce degli anticorpi, si mimetizza, si presenta sotto mentite spoglie lasciando quel senso di spossatezza tentatrice che sembra voler indicare nella rinuncia l'unica strada possibile.


Libro intenso che suggerisce una strada verso la solidarietà,  Albert Camus riesce a descrivere in modo efficace le oscure inquietudini che attanagliano l'uomo difronte all'irrazionalià del mondo.


"Il bacillo della peste non muore nè sparisce mai"
(Albert Camus)

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Published by Caiomario - in Libri
24 maggio 2014 6 24 /05 /maggio /2014 11:23

 

 

 

 

4416536177_7e331561ca.jpgIsaac Asimov è conosciuto soprattutto per aver scritto una grande quantità di racconti di fantascienza,  fu uno scrittore fecondo e un creatore di un genere, tuttavia non può essere definito il padre della fantascienza che a pieno titolo spetta a Jules Verne, il primo in assoluto che si servì della finzione scientifica per raccontare storie fantastiche.
È un percorso lungo quello che bisognerebbe fare per cercare le radici di questo interesse della fantasia letteraria verso la scienza, ma credo che il problema sia mal posto in quanto non è la letteratura che si è proiettata verso ardite supposizioni scientifiche quanto la scienza che ha bisogno di fare ipotesi che spesso sono il preludio di nuove scoperte.
Prova di questo andamento è lo spirito rinascimentale che ha trovato la sua incarnazione in Leonardo Da Vinci, forse il più fantascientifico degli scienziati di ogni tempo.
Basta scorrere le figure presenti nel Codice Atlantico per scoprire quanto di fantascientifico c'era nelle supposizioni di Leonardo da Vinci che aveva una caratteristica che possiamo anche ritrovare negli scritti di Asimov in cui la scienza si confonde con la fantascienza: il labile confine che esiste tra i due ambiti è tale solo quando la fantascienza non si è svelata in scienza.
Crediamo quindi che la lettura delle opere di Asimov debba andare al di là della semplice fruibilità del racconto; questo vale soprattutto nei confronti di chi ha conosciuto Asimov negli anni '70 leggendo la fortunata serie  di racconti pubblicati nella collana Urania.
Non deve pertanto stupire, fatte queste premesse, scoprire un altro aspetto della complessa personalità di Asimov, legato  al suo interesse nei confronti della  scienza e della filosofia, senza questo interesse probabilmente non ci sarebbero stati quei racconti.

L'universo invisibile. Storia dell'infinitamente piccolo dai filosofi greci ai Quark è  una delle opere scientifiche più importanti di Isaac Asimov che non bisogna dimenticare era un professore universitario esperto  di biochimica; l'opera non può essere tuttavia liquidata come una divulgazione scientifica in quanto, attraverso la storia dell'infinitamente piccolo, Asimov riflette su come si è evoluto l'approccio dell'uomo nei confronti della materia.
Il confine tra l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande è solo apparente e prima di essere affrontato scientificamente necessita di un approccio filosofico: i primi che avanzarono delle ipotesi sull'infinitamente piccolo furono i greci Leucippo e Democrito d'Abdera, quest'ultimo in particolare fu il fondatore di una delle più importanti accademie scientifiche del mondo antico, probabilmente Asimov era convinto di raccogliere l'eredità del fondatore dell'atomismo che oltre ad essere scienziato fu colui il quale per primo avanzò una teoria della conoscenza.
Asimov in 300 pagine condensa la storia di qull'universo invisibile dalle origini fino ai giorni nostri: di particolare interesse la parte che riguarda la fisica quantistica.
La lettura del libro è consigliata a tutti soprattutto perchè l'argomento è affrontato senza cadere nelle tentazione di usare un linguaggio tecnico  specialistico non accessibile a tutti.

Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/40936370@N00/4416536177

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1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 21:30

L'istruttoria di Peter Weiss è un'opera molto particolare che sfugge ai canoni della narrazione tradizionale e utilizza quella forma di racconto che viene denominata "oratorio"; ispirandosi al processo di Francoforte del 1964-65 contro i criminali nazisti nei lager, l'opera si divide in 11 canti che con drammatica efficacia rappresentano in modo chiarissimo e vivo l'orribile storia dei deportati nei campi di concentramento nazisti, queste vicende non vengono narrate sotto forma di romanzo  ma semplicemente registrando i racconti, privi di qualsiasi commento, dei testimoni di quelle vicende e ogni canto assomiglia ad una deposizione simile a quella che avviene in un'aula di un tribunale.

La forza che provoca forte angoscia e turbamento dell'oratorio è proprio questa sua apparente forma scarna che presenta i fatti senza alcun commento ed è proprio l'assenza di considerazioni e riflessioni personali la caratteristica dell'intera opera, la cui intensità unica è proprio dovuta all' assoluta nudità dei fatti esposti.

Essendo nata come opera teatrale il dramma scritto raggiunge la sua massima forza emotiva quando viene rappresentato in teatro, ma anche una  lettura  del testo si rivela di forte impatto emotivo proprio per la  forza sconvolgente del messaggio trasmesso.

In questi dialoghi, ricavati  dalle carte processuali, si ripercorre il percorso degli avvenimenti: il "Canto della banchina", il "Canto del lager", il "Canto dell'altalena" e così via fino al tragico "Canto dei forni" che costituisce l'epilogo drammatico di un itinerario che necessariamente ogni vittima doveva percorrere fino all'eliminazione fisica finale.

Tutti i canti sono una rappresentazione di quello che avveniva nel momento in cui un deportato arrivava in un campo di concentramento e sono anche una fonte narrativa per conoscere questo processo che avveniva sempre eguale e con una freddezza che assomiglia alla routine di un macello per animali solo che qui abbiamo a che fare con uomini.

Intensissimo è il "Canto dei forni" dove viene presentato un dialogo tra il giudice e il testimone 7, seguito da un intervento di un avvocato difensore.
Nel dialogo manca la punteggiatura, il giudice fa delle affermazioni che sono poi delle domande in cui è assente il punto interrogativo, la mancanza di segni di punteggiatura non è una licenza letteraria su cui indulge Weiss ma una scelta intenzionale che conferisce maggiore forza alle testimonianze del processo che in questo modo appaiono  esattamente eguali al dialogo parlato.

Il testimone che parla, lo fa elencando in modo essenziale e scarno un elenco di fatti, cose e circostanze che rendono la lettura nel contempo angosciante e macabra e a titolo esemplificativo, è utile per il lettore rendersi conto di questo riportando un breve estratto del dialogo tra il giudice e il testimone 7:

"GIUDICE
Signor testimone
come avveniva il passaggio
nelle camere a gas
TESTIMONE 7
Il fischio della locomotiva
davanti all'ingresso che portava alla banchina
era il segnale d'arrivo
d'un nuovo trasporto
Questo significava
che entro un'ora
i forni dovevano essere in perfetta efficenza
Si attaccavano i motori elettrici
Questi mettevano in moto i ventilatori
che portavano la temperatura nei forni
al grado richiesto"

(Brano tratto da L'Istruttoria di Peter Weiss, trad. G.Zampa, ed Einaudi, 1967,Torino)

Come si vede la domanda del giudice non ha il punto interrogativo, quasi a  voler rispettare l'esposizione dei fatti evitando di fare precedere  la domada stessa da un interrogatorio che serve si per accertare i fatti, ma anche per metterli in dubbio, fino a prova contraria.
La lettura di fatti allucinanti come quelli esposti, assomiglia quasi a un documento tecnico, essenziale e questo è ancora più evidente quando il testimone 7 si sofferma nella elencazione delle modalità che precedevano l'esecuzione:

"Gettavano il gas dall'alto
dentro le colonne di lamiera
Nell'interno delle colonne
correva una guida a spirale
lungo la quale si distribuiva la massa
Nell'aria caldo- umida
il gas si sviluppava rapidamente
e usciva dagli orifizi"

(Tratto da op. cit.)

Cercare di capire come è possibile che una nazione di alta cultura  come quella tedesca sia arrivata a questa aberrazione, è possibile al di là dell'apparente illogicità dei fatti, ma richiederebbe uno spazio che andrebbe oltre queste brevi note: la lettura dell'oratorio di Weiss è comunque l'occasione per meditare come ogni forma illogica di distruzione dell'uomo sull'uomo si possa presentare sotto altre forme completamente diverse rispetto a quanto è accaduto, del resto che differenza esiste tra una morte scientificamente determinata e quella che avviene dall'alto, scaricando un ordigno nucleare, improvvisa e altrettanto devastante?

Le armi di cui dispone la scienza e la tecnica moderna sono talmente devastanti che sono in grado di fare in pochissimi secondi quello che richiedeva tempo e organizzazione nei campi di sterminio, il risultato finale è però il medesimo, in entrambi i metodi di distruzione, i valori e la dignità umana, vengono annientati.

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Published by Caiomario - in Libri
1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 17:47

Il romanzo Foto di gruppo con una signora è la descrizione di una donna di nome Leni che vive all'interno della società tedesca nel periodo immediatamente precedente al crollo del regime nazista.
È un'ambientazione molto particolare quella che Boll riesce a ritrarre: Leni ha poco più di vent'anni ma è già vedova di guerra, oltre ad avere perso il marito, ha perso in guerra il primo fidanzato, il fratello e per motivi legati alla guerra il padre è in prigione.
Immaginiamo la Germania nel periodo che va dal marzo all'aprile del 1945 e immaginiamo una citta della Germania che è ormai un cumulo di macerie dove i vivi si sforzano di condurre una vita apparentemente normale ma che, invece, nella realtà  sembrano assomigliare a delle copie di uomini immerse in un ambiente surreale e tragico.
Questo è l'ambiente in cui è narrata la storia di Leni che per vivere è costretta ad intrecciare delle corone di fiori destinate alle onoranze funebri.
I suoi compagni di lavoro come lei sono persone che la guerra ha pesantemente coinvolto: Kremp un nazista fanatico, mutilato di guerra,  la Wanft e la Schelf, due operaie di fede nazista anch'esse fanatiche, Ilse Kremer un'operaia comunista che è costretta a tacere per non scoprire le sue posizioni, tre donne che si trovano in attesa che, in un modo o nell'altro, abbia fine la guerra, un vecchio balordo che fa il garzone de laboratorio,   infine Walter Pelzer il proprietario del laboratorio funebre che da opportunista prima era nazista, poi nell'imminenza della sconfitta era diventato comunista avendo visto nel contempo sfumare tutti gli affari e finendo coll'essere costretto a dedicarsi all'unica cosa che non risentiva della crisi: gli addobbi funebri.
Questo è il GRUPPO CON SIGNORA che lavora nel laboratorio, fino a quando non capita un operaio forzato, un prigioniero russo che parla bene il tedesco, la giovane Leni si innamora di lui e la nascita di quest'amore idilliaco avviene per un motivo apparentemente banale: un incidente causato da una tazza di caffè.

È tutta la descrizione della situazione che riesce a catturare l'attenzione del lettore: intanto bisogna pensare che in quel clima di economia di guerra il caffè era merce rara e preziosa, quasi introvabile e quei pochi che possedevano un pò di caffè ,erano costretti a mischiarlo con del surrogato in un rapporto che variava da persona a persona: Boll descrive ad un certo punto la preparazione del caffè da parte di tutti i personaggi del laboratorio e lo fa descrivendo prima di tutto  raccontando che ognuno aveva una miscela che in molti casi era di solo surrogato mentre
la miscela di Leni era 1 a 3, cioè una parte di caffè vero e tre parti di surrogato.
Proprio mentre Leni si appresta ad offrire una tazza di caffè 1 a 3 al giovane russo, il vecchio proprietario si stacca la gamba finta e questo provoca lo spavento di tutti e in particolare di Leni a cui cade per terra la tazza di caffè.
Un episodio bellissimo quello descritto da Boll che riesce a svelare tutta l'umanità della protagonista che, pur in un mondo di rovine e di odio, riesce ad essere generosa e a sfuggire alla spirale che attanagliava tutto e tutti.

È  un romanzo assai piacevole per il lettore che si ritrova pagine brevi, una scrittura che non contiene un periodare eccessivamente lungo e dove abbondano nel contempo i particolari descrittivi più minuziosi, le annotazioni di cose apparentemente insignificanti, la caratterizzazione di personaggi che alla fine è difficile dimenticare.
Un'altra cosa che mi sembra pregevole è il frequente abbandono allo humor, il gusto per le scene comiche che non abbandona mai ( come la descrizione della gamba finta) anche quando si tratta di narrare fatti e personaggi che si trovano in un'ambientazione tragica.
Il contrasto che ne esce fuori è unico, da una parte la satira dissacrante dall'altra parte la descrizione di una realtà fatta di stranezze e capricci,il lettore non potrà che averne giovamento.

Il libro è stato pubblicato nel 1971, l'anno dopo a Heinrich Boll viene assegnato il  premio Nobel per la letteratura.

Un libro consigliatissimo.

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Published by Caiomario - in Libri
1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 17:05

sciascia-leonardo-il-giorno-della-civetta.jpg

 

 

Il giorno della civetta è uno dei romanzi più noti di Leonardo Sciascia che dopo un avvio in cui sono presenti gli echi del Neorealismo tipici di una tradizione letteraria che affonda le sue radici in Verga, Pirandello, Brancati, si avviò a tematiche proprie del Postmoderno dove il motivo del complotto lo portò a utilizzare diversi generi letterari che vanno dal giallo al pamphet.
L'attività letteraria di Sciascia si è contraddistinta per la sua molteplicità di interessi dispiegandosi tra saggistica, romanzi di contenuto storico, critica letteraria e scritti politici.
Quando nel 1961 venne pubblicato Il giorno della civetta, Sciascia ebbe un grande successo e il tema, dapprima affrontato, attraverso il genere letterario del romanzo, diventerà  nei decenni successivi un argomento che Sciascia tratterà in numerosi interventi che non mancarono di provocare laceranti polemiche.
Pur essendo l'intellettuale più esposto nella lotta alla mafia, le sue posizioni sul garantismo gli provocarono numerose accuse, prima fra tutte quella di essere nei fatti un oppositore  troppo tiepido, questo si verificò quando Sciascia prese posizione contro i "professionisti dell'antimafia" accusati di essere dei veri e propri mestieranti istituzionalizzati.

Possiamo inquadrare Il giorno della civetta in quel periodo dell'attività letteraria di Sciascia che va da "Le parrocchie di Regalpetra" (1956) agli anni '70, un periodo caratterizzato dai temi della moralità sempre inquadrati all'interno di una prospettiva illuministica e calati all'interno della storia siciliana, è un periodo questo dove domina sostanzialmente la speranza che qualcosa possa cambiare.
Il giorno della civetta è un romanzo che si inscrive all'interno dello schema dell'inchiesta giudiziaria dove l'indagine poliziesca diventa l'occasione per presentare il contesto mafioso e in cui ogni avvenimento  è frutto della contrapposizione di due personaggi ideologici: il protagonista, il capitano Bellodi e Don Mariano Arena, il capomafia.

È noto che Sciascia modellò il  personagio del capitano Bellodi su una figura reale, quella di un suo amico,Renato Candida, che aveva ai suoi occhi il pregio di incarnare la figura del fedele servitore delle leggi della Repubblica.
Bellodi è infatti un ex partigiano, un fedele servitore dello stato repubblicano, settentrionale, conduce un indagini in Sicilia per scoprire i mandanti di un delitto di mafia di cui è vittima il presidente di una cooperstiva, Salvatore Colasberna.

LA FIGURA DEL CAPITANO BELLODI

Quella di Bellodi è una figura senza tempo che si avvicina molto a quegli eroi in carne ed ossa che rimarranno vittime della mafia e che spesso sono stati lasciati da soli a condurre una lotta impari sia per quanto riguarda i mezzi sia per quanto riguarda l'impossibilità di arrivare a quei livelli superiori che della mafia si servono e con la mafia prosperano.
Qualcuno ha paragonato la figura di Bellodi a quella del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con una differenza fondamentale però, Bellodi in seguito alle sue indagini, venne trasferito mentre Dalla Chiesa, ucciso barbaramente, non riuscì a terminare la sua lotta di contrasto alla mafia, fu costretto, suo malgrado, a passare il testimone.
Quella di Bellodi è quindi una figura letteraria ma anche una figura realmente esistita, una figura che riassume tutti gli eroi dell'antimafia ( non i mestieranti istituzionalizzati), quelli abituati a lottare tutti i giorni con tutta una serie di difficoltà prima di tutto culturali che spesso costituiscono la base dell'omertà, vero e proprio collante di tutto il fenomeno mafioso.

Omertà e connivenze politiche sono le cause, le uniche cause che permettono alla mafia di riprodursi come un idra a sette teste. quando infatti il capitano Bellodi ha una licenza, gli imputati non solo vengono scarcerati ma vengono forniti a loro degli alibi falsi ma perfetti che li scagionano completamente.
Si rabbrividisce leggendo il libro e constatando che nonostante i numerosi arresti di capi e mezzi capi, la mafia riesca a riprodursi con una velocità disarmante ma quello che più sconcerta è il fatto che il livello politico continua ad essere intoccabie, eppure ci sono le sentenze che andrebbero lette per comprendere come la lotta alla mafia non si sia mai fermata e come abbia più volte, nonostante numerose difficoltà, sfiorato e lambito fatti che hanno visto coinvolti eccellenti personaggi. E non è finita!!

LE PAROLE NON SI POSSONO FERMARE

È emblematica la frase pronunciata da Don Mariano Arena a proposito del pericolo delle parole :" e le parole non sono come i cani cui si può fischiare a richiamarli", una frase che si può interpretare in diversi modi, da una parte il fatto che ciò che si scrive e si dice rimane lì come un'iscrizione su una lapide, immutabile nel tempo, incancellabile ma dall'altra parte anche come le parole possano diventare un fiume in piena incontrollabile che porta solo distruzione.
E' nota l'accusa che Sciascia fece contro coloro i quali bollò  come "professionisti dell'antimafia", era il 10 gennaio del 1987 e il "Corriere della Sera" ospitò un articolo di Sciascia che provocò tutta una serie di polemiche non ancora affatto sopite, Sciascia pensava che parlare troppo di mafia portasse a una degenerazione, ma il suo scetticismo almeno dal punto di vista di chi scrive non era condivisibile, più si parla della mafia più si scalfisce giorno dopo giorno il muro di omertà che le ha consentito di prosperare.
Forse parlare di complicità con la mafia è stato eccessivo  nei confronti di Sciascia ma sta di fatto che nessun contrasto può avvenire con un romanzo per quanto importante  ed efficace come "Il giorno della civetta".
In quel famoso articolo, Sciascia sosteneva (a torto a mio parere) che nulla vale di più per fare carriera nella magistratura che prendere dei processi di mafia e ci fu un attacco frontale contro quel galantuomo che è stato Paolo Borsellino, leggere quelle righe è agghiacciante..sappiamo come è andata a finire!

Non si può fare a meno di accostare Il giorno della civetta a quel noto articolo scritto ventisei anni dopo, ma tuttavia sarebbe poco generoso e disonesto intellettualmente, sminuire il valore di un romanzo come "Il giorno della civetta" che appena lo si legge, sembra di averlo letto da sempre.
Tutte le figure del romanzo sono figure che potremmo definire antropologiche della cultura siciliana in cui emergono potenti individualità, le uniche che pur su fronti opposti possono avere dignità nel bene e nel male.
Questa filosofia di vita, questo modello antropologico lo troviamo riassunto nelle parole di Don Mariano Arena, il passo è notissimo anche se spesso le citazioni sono imprecise e parziali.

Dice Don Mariano rivolgendosi al capitano Bellodi:

«Io......ho una certa pratica del mondo, e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire l'umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainc***o e i quaquaraquà....Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini.....E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.....E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito....E infine i quaquaraquà. che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre....Lei anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.....»(Tratto da "Il giorno della civetta").

Parole che sono un esempio di filosofia applicata e che ha le sue radici antropologiche in una cultura dove solo personalità potenti possono lottare tra di loro....nel bene e nel male.

Lettura integrale del testo per capire anche l'Italia di oggi...

Vittorio Mangano, noto anche come lo stalliere di Arcore, condannato nel 2000  per associazione mafiosa è stato  così definito da un noto personaggio politico: "A modo suo un eroe". Non servono commenti!

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1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 14:44

 

ALBERTO MORAVIA

LA NOIA

Moravia-Alberto-copia-1.JPG

 

I critici letterari sono concordi nell'affermare che Alberto Moravia possa essere definito l'iniziatore del romanzo borghese, eppure abbiamo dei precedenti illustri, tra i quali va annoverato senz'altro Italo Svevo che espresse le  frustrazioni  di unal classe sociale in una prospettiva del tutto individuale.
 Moravia per primo affronta la realtà borghese da una punto di vista del tutto particolare con una lucidità unica che lo porta a raccontare quella crisi esistenziale che è sempre stato il tema di fondo dominante della sua produzione letteraria.
Nel racconto si respira  quel clima laico ed illuminista che ritroviamo in buona parte della letteratura francese influenzata dall'esistenzialismo filosofico, del resto il suo primo romanzo  Gli indifferenti rientra a pieno titolo entro i canoni di quel filone esistenzialista che ebbe successo anche in Italia.
Tuttavia Moravia sviluppa il realismo in altro modo non sbilanciandosi mai verso la letteratura di consumo che a partire da quegli anni diventerà un genere così popolare e diffuso  di cui ne avvertiamo ancora l'eco e di cui è innegabile l'influenza  anche nella successiva produzione televisiva che si svilupperà a partire dagli anni '60.
Nonostante questa particolare prospettiva di intendere il realismo, ci si è chiesti se Moravia potesse essere un autore "cinematografico" e al di là di ogni schematismo  letterario,sembra che le prove ben riuscite tradottesi nel grande schermo abbiano sciolto ogni dubbio.

Lo spazio intecorrente tra la pubblicazione de Gli Indifferenti (1929) e La noia (1960) e di oltre un tentennio, un periodo lungo nel quale erano avvenuti dei formidabili cambiamenti, l'evento della Seconda Guerra mondiale aveva cambiato profondamente il modo di rapportarsi al presente e al futuro, nuove sfide aspettavano le generazioni postbelliche, prima fra tutte quella della ricostruzione.
Molto del cosiddetto "miracolo economico" ha avuto come motore propulsore proprio quest'ansia rigeneratrice che non ha coinvolto solo la classe borghese, ma anche il sottoproletariato che per la prima volta aveva intravisto la possibilità di migliorare la propria condizione economica grazie alle nuove opportunità che le mutate condizioni offrivano.

A differenza di Pasolini, Moravia però non si occupa del sottoproletariato che spesso è del tutto assente in una parte de suoi romanzi ad eccezione di  Agostino, ma del resto  non fu mai un intellettuale organico e tanto meno marxista anche se per un certo periodo pensava che all'insensatezza borghese potesse esserci l'alternativa del "popolo", inteso come classe popolare.
Ed è proprio ne "La noia" che ritorna il tema dell'insensatezza borghese, ma se ne "Gli indifferenti", l'indifferrenza a cui non era estranea una certa dose di cinismo più che una condizione esistenziale era una sorta di atteggiamento tipico di una borghesia dedita agli imbrogli e all'erotismo, ne La noia più che di indifferenza si deve parlare di abulia, di apatia, di un'incapacità di relazionarsi con gli altri a qualsiasi livello.
È proprio Dino la figura più penosa ( nel senso proprio che provoca un senso di pena e commiserazione) del romanzo, una figura emblematica, classico rappresentante del più deleterio gallismo che una volta si definiva italico, ma che ora è andato oltre i confini del Bel Paese.
La vita di Dino è mercificata in ogni suo aspetto, tutto conta in relazione al denaro e ogni suo atto è condizionato dalla madre che conoscendo il figlio, gli "butta" letteralmente il denaro addosso ogni qualvolta Dino ne ha bisogno.
L'incapacità di riappropriarsi della propria vita è vano, Dino è afflitto da una vera e propria impotenza ad agire in modo costruttivo anche quando conosce una donna, una bellissima modella di nome Cecilia.
 Cecilia è cinica, opportunista, attratta dal denaro e dalla bella vita, pronta a tradire quando se ne presenta l'occasione, quella che con un'espressione efficace si potrebbe definire "la scarpa giusta per il piede"; Dino ne è affascinato ed attratto ed è disposto ad accettare qualsiasi compromesso pur di tenerla e mantenerla.
Patetico è Dino quando scopre che Cecilia ha un amante, accetta tutto, qualunque cosa, poi disperato decide di uccidersi lanciando la sua autovettura contro un albero.
Il gesto è disperato ma è peggio quello che accade dopo, si salva e vive come un relitto, tuttavia scopre che forse la vita va accettata così come'è e che è vano ogni tentativo di ribellarsi.

Lo stile di Moravia  è realistico, sa entrare nella mentalità dei personaggi e sa guarda la realtà da quella prospettiva, uno stile che ha affascinato tanti lettori che hanno trovato nei personaggi dei suoi romanzi una parte di loro: Questo forse  spiega (almeno in parte) il suo successo.


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Published by Caiomario - in Libri
1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 07:18

Riccardo Chiaberge già curatore dell'inserto domenicale de Il Sole 24 ore, nel 1996 ha scritto questo saggio che affronta un argomento quanto mai attuale: quello della fuga dei cervelli dall'Italia, una fuga che ha visto il nostro paese diventare vittima di un depauperamento culturale e di numerose forze intellettuali, senza precedenti.
È inevitabile che questa fuga sia principalmente legata alla situazione del mondo universitario nei confronti del quale non si è mai attuata una vera e propria riforma, un mondo che è diventato statico al punto che ci sono dei docenti che non fanno ricerca, che non pubblicano e che spesso danno un contributo minimale anche all'attività di insegnamento.
Ci sono numerosi dipartimenti universitari nei quali da decenni non si tengono concorsi e i posti sono occupati da una pletora di amici, parenti, mogli che rappresentano il peggio che possa esistere per quanto riguarda la pratica del nepotismo elevata a sistema.
In una situazione bloccata come l'attuale è una conseguenza prevedibile che i giovani talenti delle più svariate discipline decidano di andare all'estero e spesso questa loro scelta ha delle conseguenze disastrose sul piano scientifico e culturale infatti  ad ogni nuova scoperta segue un brevetto industriale e quindi un costo economico notevolissimo sia che si tratti di un farmaco, di una conquista nel campo tecnologico o delle scienze biomediche e persino delle scienze umanistiche.

Il libro di Chiaberge è un saggio di agile lettura che affronta il problema della fuga dei cervelli dall'Italia, un tema quanto mai attuale che sta rappresentando una vera e propria emergenza in un paese povero di idee e lacerato dalle diatribe di potere che investono anche il campo della cultura, un paese vecchio e di vecchi che non si cura delle nuove generazioni spesso condannate al precariato a vita anche nel campo della ricerca universitaria.
Tale emergenza come ben evidenziato da Chiaberge, non riguarda solo quella del versante occupazionale (i giovani che non riescono ad entrare nell'università) ma è anche una vera e propria emergenza culturale, quando si spendono pochi denari e i mezzi vengono lesinati anche il livello culturale  dell'intera popolazione scende.
C'è stata una stagione durante la quale in numerose facoltà universitarie è avvenuto un fenomeno ancora più deprecabile: sono entrati nelle grazie dei professori solo quelli che erano ideologicamente graditi, una sorta di nepotismo politico che ha bloccato almeno due generazioni di cervelli che avevano due scelte: o andare all'estero o cambiare completamente settore per quanto concerne le loro scelte lavorative.
Sul perchè quanto denunciato da Chiaberge nel 1996 sia ancora presente in tutta la sua drammatica emergenza, si potrebbero scrivere fiumi di parole, sta di fatto che le vere emergenze dell'Italia ancora oggi sono la scuola, la scienza e la cultura:

  • la scuola che per troppo tempo ha visto assumere pletore di insegnanti  senza che vi fosse alcun concorso pubblico, la conseguenza è stato ed è un livello bassissimo dell'attività didattica.
  • la scienza che vede poca ricerca e soprattutto una bassa predisposizione culturale verso l'innovazione a causa anche di numerose lacci e lacciuoli di questioni di carattere etico spesso assurde e fuori dal tempo.
  • la cultura, se in un paese la cultura delle veline, soubrette e amici vari prevale, la cultura è qualche cosa di inutile, di residuale ed un dato risalta su tutti, un dato allarmante e su cui bisognerebbe pensare, i nostri studenti sono rispetto alla media europea, quelli che vanno peggio in matematica, ci sarà una ragione?


Il libro è consigliato non solo per l'argomento affrontato con il rigore che contraddistingue l'attività di saggista di Chiaberge ma anche perchè se non si ha la consapevolezza che tutto deve partire dalla scuola, non ci sarà mai alcun cambiamento in questo "assurdo bel paese" che è diventato un paese per vecchi, quindi senza futuro.

Riccardo Chiaberge, Cervelli d'Italia. Scuola, scienza, cultura: le vere emergenze del paese, Sperling & Kupfer, 1996, p.224

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1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 05:14
Empirismo eretico - P. Paolo Pasolini

Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
 ma sapete anche come essere
 prepotenti, ricattatori e sicuri:
 prerogative piccolo borghesi, amici.
- Pier Paolo Pasolini -

.


Non posso fare a meno, ogni qualvolta si parla di politica, di fare riferimento  al contenuto di  due libri di Pasolini che ancora oggi mantengono intatta tutta la loro carica "eversiva": "Scritti corsari" e "Empirismo eretico".
Si rimane stupefatti del fatto che gli articoli contenuti nei due libri continuino ad essere attuali, sicuramente perché la critica pasoliniana alla società neocapitalista si può applicare alla società globalizzata del nuovo millennio.
Eppure se  tra l'Italia del miracolo economico e quella attuale vi sono profonde differenze non si può non constatare che il conformismo culturale sia una costante che lega i due periodi, un conformismo culturale che sta ammorbando tutti i campi dalla politica alla letteratura, dal cinema alle altre molteplici manifestazioni in cui si esprime la creatività umana.

Pasolini aveva una rarissima capacità, quella di  " saper fare letteratura" ad altissimo livello esattamente come faceva ad altissimo livello: giornalismo, poesia e cinema. E lo faceva bene. molto bene.
Quando Pasolini parla di letteratura non mette in discussione la forma o il modo di esprimersi, ma mette in discussione il ruolo stesso della letteratura che riteneva del tutto inadeguata a dare una risposta ad una società in cui si succedevano formidabili e repentini cambiamenti.
Rileggendo, ad esempio, un articolo intitolato "Guerra civile" contenuto nella raccolta, si comprende perché Pasolini fosse un intellettuale scomodo al politburo del PCI dell'epoca; commentiamo queste parole che pesano come un macigno:

"la collettivizzazione comunista non porta necessariamente (storicamente) l'operaio alla completa partecipazione al potere, ossia alla decisione sul proprio destino, e che, se mai, è vero il contrario, cioè che la creazione di una "anticomunità" in cui il lavoratore giunga alla esasperata coscienza democratica del dovere e del diritto della completa partecipazione al potere, può condurre, come conseguenza, alla collettivizzazione dei beni."

Non sono le parole di un reazionario ma quelle dell'intellettuale più irriverente e antiorganico della cultura italiana del Novecento, critico verso ogni forma di omologazione anche quella della sinistra, anzi si potrebbe dire in primis della sinistra.
In questo  celebre articolo Pasolini rivendica il ruolo della sinistra pacifista americana arrivando a dire che le istanze della Nuova sinistra americana gli ricordavano lo stesso clima di urgenza, di lotta e di speranza che animavano la Resistenza italiana.
Questo scritto apparve subito come provocatorio e il fatto che venne accolto su "Paese Sera" ( uno dei giornali più schierati dell'epoca) fece discutere l'intellighenzia del PCI sempre ondeggiante tra ragioni della società italiana e il modo di interpretare il comunismo alla maniera dei sovietici.

Eppure pensiamo alle proteste degli indignati americani e ragioniamo sulle modalità in cui si sono espresse. Quando Pasolini qualche decennio fa affermava che: " Chi non ha visto una manifestazione pacifista e non-violenta a New York, manca di una grande esperienza umana, paragonabile solo, ripeto, ai grandi giorni della Speranza degli anni Quaranta", si rendeva conto che gli strumenti di lotta di quello che definiva il "sacro teppismo" erano del tutto inadeguati ad affrontare un potere forte che deteneva il controllo della violenza.

È un vecchio problema mai risolto che mantiene tutta la sua attualità soprattutto quando si devono affrontare delle manifestazioni di lotta che devono essere necessariamente non violente per affermare le proprie ragioni.
Gandhi riuscì a cacciare gli inglesi con la più straordinaria manifestazione non violenta che  il mondo possa ricordare, se avesse affrontato gli inglesi con le armi, gli indiani avrebbero perso senz'altro.

Ed è proprio questo il punto che Pasolini più di una volta ribadì nei suoi scritti e che, a distanza di anni, mantiene intatta tutta la sua attualità e che in questo scritto così espresse. "Dunque, anziché negli scioperi o nelle altre forme di lotta di classe, la coscienza della propria realtà sociale albeggia nelle manifestazioni pacifiste e non violente, dominate, appunto, da un intelligente spiritualismo".

In "Empirismo eretico" troviamo, poi, una raccolta di saggi sul cinema che costituisce l'occasione per ragionare sul modo di fare ed intendere il cinema, per il lettore odierno si tratta di scoprire un Pasolini profondamente innamorato della tecnica cinematografica che riteneva uno straordinario strumento di espressione capace di cogliere quegli aspetti della realtà che la forma scritta era insufficiente ad esprimere.
Ancora una volta emerge prepotente la critica di Pasolini di un certo modo di fare cinema e lui artigiano antico della macchina da presa, grande sperimentalista originale e innovativo fu un feroce detrattore del cinema dell'industria delle grandi case cinematografiche che avevano e hanno come unico scopo quello di inseguire e solleticare le pulsioni più basse delle masse.
 Ritengo (ma questa è un'opinione del tutto personale) che il cinema di Pasolini sia una delle prove più alte della sua arte, un'arte non facile da comprendere in prima battuta ma che è sempre ricerca e prosecuzione della sua attività di poeta e romanziere.
Pasolini riteneva che il cinema fosse una "lingua della realtà" (l'espressione è sua) vale a dire una forma di espressione che organizza in forma strutturata quello che accade liberamente nella realtà.
Da appassionato di quel cinema posso dire che film come "Teorema", "Il Vangelo secondo Matteo" o "Medea" sono ancora oggi così evocativi  al punto che si apprezza quella straordinaria la capacità che aveva Pasolini di rompere con  tutti gli schemi di una tradizione filmica troppo legata a schemi precostituiti.
Il Pasolini teorico (si legga il bell'articolo intitolato " La lingua scritta della realtà) è prima di tutto un abile dilettante della tecnica cinematografica, della fotografia, del montaggio ( non fece alcuna scuola di regia), ma è prima di tutto autore originale che seppe unire in modo mirabile filosofia, arte, letteratura nel cinema. Non è poco!

PASOLINI IL PROVOCATORE


Riporto qui di seguito per esigenze di commento, il celeberrimo articolo che Pier Paolo Pasolini scrisse dopo gli scontri di Valle Giulia, a Roma, davanti alla facoltà di Architettura avvenuti in occasione della manifestazioni studentesche tenutesi nel 1968, lo scritto si trova in "Empirismo eretico":

"Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care. 
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia. 
Ma prendetevela contro la magistratura, e vedrete! 
I ragazzi poliziotti 
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione 
risorgimentale) 
di figli di papà, avete bastonato, 
appartengono all'altra classe sociale. 
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento 
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte 
della ragione) eravate i ricchi, 
mentre i poliziotti (che erano dalla parte 
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, 
la vostra! In questi casi, 
ai poliziotti si danno i fiori, amici, 
"Popolo" e "Corriere della sera", "Newsweek" e "Monde" 
vi leccano il culo. Siete i loro figli, 
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano 
non si preparano certo a una lotta di classe 
contro di voi! Se mai, 
alla vecchia lotta intestina
".

ANALOGIE CON IL PRESENTE

Bisognerebbe chiedersi se sia cambiato qualche cosa rispetto a quando Pasolini scrisse queste parole che ancora oggi pesano come macigni? Cosa avrebbe scritto Pasolini a proposito di quel che è accaduto a Roma in occasione della manifestazione degli indignati del 15 ottobre 2011?  Qualcuno sempre pronto a fare dei distinguo dirà che le circostanze sono diverse, che i protagonisti degli scontri provengono da altre classi sociali e che non si può paragonare la situazione del 2011 a quella degli anni '60 e '70.
Non possiamo dire con certezza se Pasolini, nella situazione odierna, avrebbe ripetuto gli stessi concetti, pertanto gli interrogativi posti nelle righe precedenti rimangono, ma ipotizzando che davanti a fatti e circostanze che presentano molti punti di contatto con tutti i movimenti protestatari del passato, probabilmente avrebbe ripetuto il medesimo concetto.
Sta di fatto che i motivi della protesta attuale "benché dalla parte della ragione" non sempre tengono conto dei formidabili cambiamenti in atto che sono avvenuti in questi decenni.
A mio parere il rivendicare "la propria fetta di torta" è una rivendicazione molto pericolosa che non porta da nessuna parte, soprattutto pensando a quei giovani che si rifiutano di fare qualsiasi lavoro perché sono laureati e che "per diritto", pretendono di avere un posto in cui "non si sporcano le mani".
Queste rivendicazioni sono figlie del peggior "classismo culturale" che porta i popoli vecchi (come il nostro) al loro inevitabile tramonto perché nessuna società si può reggere su una pletora di persone che pretende di lavorare dietro una scrivania.
Sono cosciente del fatto che molti interpreteranno tale lettura dei fatti come un conato della peggior reazione, ma non è così, è esattamente il contrario "cari e care" (così si rivolgeva a loro Pasolini).
Recentemente ho visto un'intervista televisiva in cui un ragazzo ha affermato che lui essendo un perito industriale "non doveva sporcarsi le mani" e il suo compito era quello di "dirigere una squadra" e non di fare un lavoro manuale.
Ecco la deriva culturale che viene da lontano e che rimane uno dei motivi della nostra scarsa competitività al livello mondiale tra i paesi industrializzati; abbiamo perso l'attitudine a sporcarci le mani, quell'attitudine che avevano gli antichi Romani che erano ingegneri, architetti, costruttori e soldati.

Mi viene in mente un verso di "Compagno di scuola" la canzone di Antonello Venditti  che raccontava come si viveva la scuola di quegli anni:

"Compagno di scuola, compagno di niente
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
"

Questa è  la fetta della torta che molti rivendicano?

Credo che il peggior servizio che si possa fare alla conoscenza sia quello di mettere in sequenza "titolo di studio" e rivendicazione di un posto di lavoro ben pagato e comodo. Pasolini anticipò questa tematica e aveva ben compreso che le istanze spesso rivendicate da coloro che stavano dalla parte della ragione provenivano da una classe sociale piccolo borghese che non conosceva affatto la miseria.
Per quanto possano provocare sentimenti di risentimento, le parole di Pasolini non si possono eludere perché il rischio concreto è che tutto ancora una volta finirà nel nulla.

L'operaio che sta in cassa integrazione, deve mantenere una famiglia e guadagna 880 euro al mese è il vero povero, ma chi va in giro con la macchina di mammà e non si vuole sporcare le mani, è povero?

"Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
 ma sapete anche come essere
 prepotenti, ricattatori e sicuri:
 prerogative piccolo borghesi, amic
i"

Pier Paolo Pasolini


 

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1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 04:25

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/7398356@N02/1535668093 (album di Vince the photographer)

I DUE EVENTI DOCUMENTATI NELL'OPERA 


*28 DICEMBRE 1908: MORIRONO 80 MILA PERSONE 

Non c'è più nessuno che possa ricordare la giornata del 28 dicembre 1908 quando la città di Messina venne colpita contemporaneamente da un terremoto e da un maremoto dagli effetti devastanti. I superstiti dell'epoca in grado di raccontare quel tragico evento sono tutti morti , ma rimangono le foto, i documenti, i resconti che permettono di ricostruire con precisione quello che accadde.
Vi furono 80 mila morti, un numero enorme paragonato a quello dei deceduti nel sisma che ha colpito l'Aquila il 6 aprile del 2009.
Le cronache raccontano che onde altissime e violentissime si levarono colpendo e travolgendo uomi e cose che si trovavano lungo le coste siciliane e calabre lungo la direzione dell'epicentro. L'epicentro del sisma -hanno accertato i vulcanologi- si verificò a 20 chilometri dalla costa siciliana e l'impatto fu enorme, ancora oggi, nononostante siano trascorsi 104 anni dall'epoca è possibile vedere i devastanti effetti del sisma.

14-15 GENNAIO 1968: TERREMOTO DEL BELICE 

Il sisma nella nottata tra il 14 e il 15 gennaio colpì le valli del Belice, Carboi e Jato, una ferita profonda attraversò questa parte dimenticata d'Italia. i morti furono 370 ma migliaia di persone hanno vissuto per decenni come degli accampati, ancora oggi è possibile vedere i superstiti che vivono in baracche fatiscenti.


Sono stati fatti centinaia di convegni per evitare di commettere gli errori del passato e in particolare quelli legati alla ricostruzione della Valle del Belice, ma non è servito a niente almeno per quanto riguarda gli eventi più recenti che hanno colpito l'Italia. Paghiamo ancora l'accisa sulla benzina per il terremoto del Belice del 1968.

LA STRUTTURA E LO SCOPO DELL'OPERA 

L'opera dall'alto valore documentario, si pone come obiettivo non solo di testimoniare gli effetti nefasti dei terremoti avvenuti a Messina (1908) e nel Belice (1968), ma anche di essere un utilissimo strumento per quell'opera di ricostruzione sempre programmata ma mai avvenuta completamente nelle aree colpite.
Nel primo volume vengono esaminati in modo dettagliato gli effetti del terremoto e come è avvenuta l'opera di ricostruzione delle aree su cui si sono abbattuti i sismi.
Il ricco corredo fotografico presente nel secondo volume permette di vedere gli effetti del sisma. Si tratta di una serie di fotografie scattate subito dopo il sisma dal professor Antonio Salinas, cattedratico e archeologo di chiara fama, numismatico di grande esperienza e amante dell'arte fotografica.
Al professor Salinas si deve anche il recupero di importanti opere d'arte, recupero che avvenne anche grazie alla sua grande esperienza sul campo come archeologo.
La cosa più impressionante è vedere nelle foto sul terremoto di Messina cumuli di persone adagiate per terra, persone che morirono non solo per il crollo dei fabbricati ma anche per i numerosi incendi che scoppiarono in tutta la città.
I primi soccorsi a Messina arrivarono dal mare grazie alla Marina Regia che diede un primo conforto però del tutto inadeguato davanti alla gravità della distruzione che colpì ogni cosa.
La stessa Marina Regia ebbe difficoltà a sbarcare a Messina visti i danni ingentissimi riportati nella zona del porto. In piazza Annunziata a Messina si vede un cumulo di macerie impressionante, rimase in piedi solo la statua di Don Giovanni d'Austria.
La documentazione fotografrica sul Belice è recente, ma l'effetto è impressionante perché gli effetti sulle cose furono altrettanto catastrofici come quelli di Messina, si tratta di foto che conservano tutto il senso di precarietà e di drammaticità legate al momento in cui vennero scattate; si tratta di una documentazione eccezionale perché venne acquisita subito dopo il verificarsi dell'evento.




Per quante volte dovremo ripetere sempre le stesse cose, per quanto tempo ancora Mario Tozzi dovrà ricordare che se non si costruisce con criteri anti-sismici, la gente continuerà a morire non per i terremoti ma per i fabbricati che cadono?

Ecco l'impressionabile sequenza:

  •  Messina 1908 
  • Belice 1968
  • Friuli 1976
  • Irpinia 1980
  • Umbria 1997
  • L'Aquila 2009
  •  Emilia 2012


I cittadini sanno che non si costruisce secondo le norme anti-sismiche perché la mappa delle zone sismiche non include zone che sono tali?

Possiamo capire Messina 1908 ma non possiamo giustificare l'inerzia di un paese che piange i suoi morti e non fa nulla per prevenire gli effetti devastanti di un sisma. La tecnologia c'è, dipende solo dai cittadini obbligare le istituzioni a prendere le opportune misure per evitare che vi siano tanti morti.
Non è tollerabile morire sotto un capannone industriale come un castello di carte, il perchè lo stabilirà la magistratura, sta di fatto che quei capannoni sono crollati come un cartone.
Non possiamo più tollerarlo. Dovremo imparare dal Giappone , pensate che l'aeroporto di Osaka resiste ad un sisma di 7,5 gradi della scala Richter.
È necessario mettere in sicurezza il territorio se no si ripeteranno sempre le stesse cose, non servono le parole di incoraggiamento serve costruire come si deve.
Si può capire quello che accadde nel 1908 a Messina, ma non quello che succede oggi. Nel secondo millennio abbiamo istituti di metereologia e geodinamica che sono in grado di stabilire con assoluta precisione quale zona è sismica e quale no.

I terremoti di Messina e del Belice dovrebbero insegnare.

Consigliamo la lettura dell'opera per il valore che ricopre anche per le future generazioni, è un'opera che dovrebbe essere consultata e letta in tutte le scuole di ogni ordine e grado e non solo relegata ad un uso professionale, i documenti sono utili quando aiutano l'uomo a non commettere i medesimi errori.

Oggi nè Messina nè Reggio Calabria sono pronte ad affrontare un sisma della medesima intensità esattamente come 104 anni fa eppure poco è stato fatto da allora sul fronte della prevenzione in ambito edilizio.

Anche questa volta ci siamo fatti trovare impreparati, rimangono i pianti....poi la gente dimentica e si rincomincia come prima.
Il 29 maggio 2012 c'è stato un altro terremoto in Emilia, quali prevenzioni sono state fatte? La fatalità spesso evocata non c'entra niente, è solo un alibi per coprire inefficenze e complicità; in un paese in cui i condoni vedono come primi entusiasti sostenitori i cittadini, non c'è da stupirsi se poi accadono tragedie i cui costi vanno a cadere su tutta la società, compresa quella che ha sempre rispettato le regole.

Un terremoto del 6° grado della scala Richter non dovrebbe causare vittime. Le fabbriche purtroppo non sono in sicurezza, non basta quindi costruire con del materiale di buona qualità, bisogna costruire con criteri anti-sismici, il che è tutt'altra cosa. Ci dicono però che questo costa, ma tacciono sul fatto che i costi per le varie ricostruzioni sono di gran lunga superiori rispetto a quelli che si sarebbero affrontati per mettere in sicurezza i territori.


"La furia di Poseidon: Messina 1908 e dintorni­ 1908 e 1968: i grandi terremoti di Sicilia" è stato pubblicato da "Silvana Editore" nel 2009, "Silvana editore" è una casa editrice specializzata nella pubblicazione di saggi fotografici, libri d'arte, opere di architettura, fotografia, cinema e teatro.

Il restauro non avverrà mai, sono passati 104 anni dal terremoto di Messina.

 

 

Non abbiamo imparato nulla - La furia di Poseidon: Messina 1908 e dintorni­ - 1908 e 1968: i grandi terremoti di Sicilia Libri

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