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29 marzo 2014 6 29 /03 /marzo /2014 16:57

 

 

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/28484296@N03/3106637981 (Album di Bryluen)

 

 

 

 

I monaci benedettini sono da molti secoli impegnati nella conservazione di un preziosissimo patrimonio culturale e in particolare di quello libraio. Grazie al lavoro silenzioso di straordinari e capacissimi monaci, abilissimi nell'arte del restauro possiamo conoscere libri, codici e manoscritti il cui contenuto andrebbe inesorabilmente perso se non vi fosse stata in passato l'attività di recupero e di copiatura dei monaci.

Un'attività che è stata non solo esclusiva dei benedettini ma anche di altri ordini quali i cluniacensi, i cistercensi, i camaldolesi, i vallombrosani che si sono prodigati per sottrarre al deperimento dovuto alla polvere, all'umidità, ai microrganismi libri di inestimabile valore di cui spesso si ha una sola copia.

 

Uno dei centri più importanti  al livello mondiale in cui vengono "salvati" i libri è l'Abbazia di Paglia che si trova in provincia di Padova "ai piedi dei Colli Euganei", l'Abbazia è stata fondata nel 1080 e divenne nel 1124 un feudo di Federico II.

Nel laboratorio dell'Abbazia il restauro dei libri avviene  sia attraverso  un meticoloso lavoro manuale sia impiegando sofisticati e moderni macchinari che servono per eliminare muffe e batteri  entrambi tra i  nemici più insidiosi dei libri.

 

Com'è da tradizione i monaci dell'Abbazia di Paglia seguono la regola che prevede la sveglia alle 5 a cui segue la lettura della  Lectio Divina, alle ore 7 i monaci si riuniscono nel refettorio. Dopo avere declamato le Lodi e avere assistito alle Messa conventuale, alle ore 9 inizia il lavoro che viene sospeso alle 12,15, dopo la pausa dedicata al pasto il lavoro continua sino alle 18.

La giornata continua con la celebrazione del Vespro e della Lectio Divina segue la cena e infine  la preghiera prima del riposo notturno, la Compieta. Poi la regola impone che venga seguito il silenzio.

 

 

 

 

Per maggiori approfondimenti sull'attività dell'Abbazia di Praglia, si consulti:

 

http://www.praglia.it/wordpress/ link

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Libri
27 marzo 2014 4 27 /03 /marzo /2014 04:11

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                   MALE                                                                        BENE

 

Mi trovo gettato su di un orribile                      Ma sono vivo, invece di essere morto                       

isola deserta, privo di qualsiasi                          annegato, come tutto l'equipaggio della

speranza di salvezza.                                            nave.

 

 

Sono stato diviso dal mondo intero                   Ma sono stato anche prescelto fra

e prescelto, per così dire per una                      l'equipaggio della nave, per essere salvato

vita d'infelicità.                                                     dalla morte, e Colui che miracolosamente

                                                                                mi ha salvato dalla morte può anche

                                                                               liberarmi da questo stato.

 

 

Sono separato dall'umanità, solitario                Ma non mi trovo morente di fame

bandito dalla società dei miei simili.                  in un luogo sterile che non mi offra

                                                                                nessuna possibilità di nutrimento.

 

 

Non ho vesti per coprirmi.                                  Ma vivo in un clima caldo e, se

                                                                                anche avessi abiti, non li potrei portare.

 

 

Sono indifeso e non ho mezzi per                       Ma sono stato gettato in un'isola dove

resistere agli attacchi degli uomini e                 non vedo bestie feroci che mi possano

delle bestie.                                                           fare del male, come vidi sulla costa

                                                                                dell'Africa: che sarebbe di me se avessi

                                                                                fatto naufragio su quelle coste?

 

 

Non c'è un'anima con cui possa parlare             Ma Dio miracolosamente, ha mandato

e che mi possa confortare.                                   vicino a riva la nave, da cui ho potuto

                                                                                 ricavare tutto il necessario per i miei

                                                                                bisogni e tutto ciò che mi aiuterà a supplirvi

                                                                                finchè vivrò.

 

 

 

IL COMMENTO DI CAIOMARIO

 

Il marinario superstite si trova in un'isola deserta preso dallo sconforto e comincia ad esaminare la situazione e lo fa per iscritto in modo da fissare dei punti fermi, razionalizzando i pro e i contro delle sua condizione.

Il confronto tra le cose  negative(Male) e positive (Bene) lo libera da un'ossessione che avrebbe potuto condurlo alla pazzia e grazie alla ragione egli incomincia a mettere ordine nella sua posizione riuscendo persino ad apprezzare ciò che di buono c'era nel suo essersi salvato pur trovandosi in un'isola deserta.

 

Troppo spesso l'essere umano si lamenta della sua condizione e non riesce a vedere chi si trova in situazioni peggiori rispetto alla propria. Niente è dovuto, neppure trovarsi in vita ed essere in buona salute e cio che siamo a volte può rivelarsi una ricchezza che dobbiamo solo scoprire e valorizzare. Abituiamoci a ringraziare per ciò che di positivo abbiamo, che si scelga Dio, la buona sorte o chi ci circonda e ci aiuta con le sue azioni e le sue parole,  non ha importanza ma non diamo nulla per scontato, neppure il fatto di vivere un giorno sereno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/12403504@N02/11225384645

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Published by Caiomario - in Libri
25 marzo 2014 2 25 /03 /marzo /2014 07:29

 

 

 

 

 

 

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Storie di ordinaria follia o di straordinaria lucidità? 

Leggendo Charles Bukowski si rischia di cadere in una trappola che può indurre dopo poche pagine di scorrevole lettura a prendere il libro e a buttarlo letteralmente nella spazzatura, è un rischio che si può correre, ma per evitarlo converrebbe attenersi ad alcune istruzioni per l'uso, eccole (sono da prendere alla lettera): 

  • Istruzione numero 1: la prima è quella, senza dubbio, di spogliarsi di qualsiasi bigotto pregiudizio da benpensante - non sempre quello che è ritenuto giusto dal senso comune può essere definito "buon senso" e quindi in assoluto giusto. 
  • Istruzione numero 2: bisogna considerare quest'opera come uno straordinario affresco della realtà dei nostri tempi. 
  • Istruzione numero 3: l'artista è libero, va sempre oltre e la sua libertà non è censurabile, in qualunque arte si esprima (letteratura, pittura, musica ecc.) 


PREMESSA PROPEDEUTICA ALLA LETTURA, BOCCACCIO ERA UNA SORTA DI BUKOWSKY DEI SUOI TEMPI, ANCHE LUI FU CENSURATO OGGI E' LETTERATURA 

Nella storia della letteratura troviamo degli autori che possiamo, considerare dei grandi in tutti i sensi perchè hanno scritto delle opere d'arte e NON per il fatto che si siano espressi con un linguaggio dai toni forti e triviali. 
Molte di queste pagine proibite non sempre sono note al grande pubblico, si tratta pagine che, per il linguaggio usato, scandalizzerebbero molte persone come, ad esempio, quelle splendide di Boccaccio che con il suo Decamerone ha rappresentato in modo efficace la realtà del suo tempo e, per quanto nelle sue opere vi siano anche pagine sboccate, sono considerate alta letteratura. 

Questo criterio di valutazione vale anche per Pietro l'Aretino o Marziale o Petronio, ma l'elenco è davvero lungo. 
Charles Bukowski, fatte le debite proporzioni, va letto con questo spirito, come se si leggesse Boccaccio o Marziale; leggendo le sue opere scopriremo un mondo vero, quello reale a cui viene data quella dignità letteraria che nessuna società reale è in grado di dare. 

Questo tentativo è -a parere mio- ben riuscito perchè libera questo mondo di disperati e reietti dal fetore che spesso accompagna il degrado e, fissandolo con la scrittura, lo libera dalla repulsione che molti possono provare.

Il brutto, il repellente che emana puzza ed è immerso nel luridume libero dal senso dell'olfatto passa attraverso la scrittura diventando immortale; il pezzente, il respinto, chi vive di espedienti cessano così di diventare persone reali e assumono (per sempre) le sembianze dell'ultimo che si potrebbe incontrare in qualsiasi angolo di qualsiasi città del mondo.



IL LIBRO 


"mostratemi un uomo che abita solo e 
ha la cucina perpetuamente sporca e, 5 volte 
su 9, vi mostrerò un uomo eccezionale 
Charles Bukowski, 27 giugno 1967, alla 19esima 
birra 
mostratemi un uomo che abita solo e ha 
una cucina perpetuamente pulita, 8 volte su 
9 vi mostrerò un uomo detestabile sul piano 
spirituale 
Charles Bukowski, 27 giugno 1967, alla 20esima 
birra" 

......Così inizia il racconto numero ventisette del libro che sintetizza il Bukowski-pensiero che sembra svilupparsi sempre al limite della provocazione, non per stupire ma per irrompere su un mondo della narrativa spesso caratterizzato dalla scrittura elegante che però sembra perdere ogni spinta propulsivae non riuscendo a destare quella curiosità e novità che ogni lettore si aspetta. 

Il libro contiene 42 racconti brevi, raccontati in modo beffardo spesso ironico, sempre provocatorio dove i temi affrontati sono, sicuramente autobiografici: il mondo dei cavalli e delle scommesse, il mondo 
dei barboni, la descrizione della letteratura underground, il sesso disordinato e occasionale, l'alcool come droga dei poveri, gli ambienti luridi dei sobborghi americani. 

Ed ecco quindi i racconti dei buoni-pasto, dei dormitori, dei buoni albergo, di prostitute e scommettitori perennemente al verde, sempre pronti ad escogitare qualche accorgimento per sopravvivere, racconti on the road, 
underground, lontani anni luce dal quadro idilliaco della famigliola americana con la villetta circondata dal giardinetto, le staccionate e la station wagon ben 
in vista. 

Sono i racconti di Charles Bukowski che visse realmente così e che disse di sè: 

"io Charles Bukowski, detto gambe d'elefante, il fallito......" 

Libro forte, di esperienze forti, di toni duri ma capace  anche di improvvisi slanci di tenerezza. 
 

 

Charles Bukowski seppe parlare dei reietti dando loro dignità letteraria...

 


Scritto parzialmente modificato, espresso anche altrove

 

 

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/34025889@N00/8566153116 (Foto scattata da Alberto Garcia).

 

 

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 L'ultimo hotel e altre poesie - Jack Kerouac


Il sogno vuoto dell'universo - Jack Kerouac

 

Panino al prosciutto - Charles Bukowski

 

 


 

 

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Published by caiomario - in Libri
25 marzo 2014 2 25 /03 /marzo /2014 07:08

 

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Libro chiaramente autobiografico "Panino al prosciutto" è il percorso a ritroso di Charles/Henry che ricorda la sua infanzia e la sua adolescenza in una Los Angeles che ieri, come oggi, tutto fagocita nel suo ventre molle fatto di tentazioni ma anche di opportunità. 
La storia di Henry Chinasky, si noti lo "sky" finale come in Bukowsky, altro indizio di un'esperienza di vita vera e non di una fervida fantasia letteraria. 
Ancora una volta Bukowsky ci offre una storia ordinaria che risulta però sempre vivida e drammatica anche se viene letta con il filtro della carta stampata, ma Bukowsky sa parlare e trasmettere emozioni attraverso uno stile di scrittura che viene dal quotidiano e che sa svelare i segreti della vita. 
L'esperienza di questo ragazzino tedesco che vive di espedienti, di furti, che vive nella strada e per la strada ci induce ad una domanda? Può una persona che vive in un ambiente degradato avere possibilità di scelta? E quale scelta può esserci se in ogni passaggio dell'esistenza, in un momento poi molto particolare come quello dell'infanzia, gli inviti alla deviazione sono continui e si ripresentano in ogni circostanza? Sembra quindi che non vi sia alcuna possibilità di deviare da una strada che sembra inesorabilmente già segnata, ma Henry ci riesce grazie allo scoperta di uno strumento semplice che gli permetterà di recuperare la fiducia in se stesso e fargli conoscere la vera libertà: il libro; una libertà che tuttavia sarà sempre velata dalla disperazione e dalle ferite mai rimarginate. 

Henry con la sua indolenza e la su strafottenza non si può fregiare del titolo di bravo ragazzo ma ha la sfortuna/fortuna di conoscere i peggiori aspetti della vita umana e dell'umano vivere insieme. è spinto da una moltitudine di correnti, ma è determinato, ostinato vuole vivere, nonostante tutto. 
A differenza di quanto può accadere in diversi ambiti della vita dove non c'è ritorno, Henry difende con le unghie e con i denti il suo spazio vitale, lo fa a modo suo: è sboccato, bizzarro, rumoroso ma è anche percorso da una solitudine bruciante che lo porta a vedere cosa c'è dietro la strada, dietro la staccionata di un ghetto popolato da ingombranti presenze. 
Ma ecco che gli intrecci della vita portano Henry a scoprire un mondo affascinante: quello dei libri ed incomincia così a frequentare la biblioteca pubblica, si appassiona alla lettura, colma il vuoto lasciato da un'istruzione scolastica alquanto precaria e si ferma ad un passo dal burrone che l'avrebbe fatto precipitare nel baratro della malavita fino a diventare scrittore (e che scrittore!). 

La scrittura diventa quindi una fonte di riscatto e anche una possibilità di guadagno (ma questo avverrà solo più tardi, il riferimento è a Charles) vincendo le ombre di una (mala) educazione proibita e di un passato poco pulito. 

Il romanzo è splendido si divora letteralmente in due giorni, c'è tanto fango in questo bel racconto di Bukowsky ma c'è anche speranza, voglia di riscatto e il tutto è condito da quelle prepotenze ed arroganze che con i loro riti fanno parte del mondo della strada, di tutte le strade, ovunque esse si trovino.

"Panino al prosciutto": il romanzo di un uomo che con la scrittura si salva dal baratro.

 

 

Per maggiori informazioni circa i costi del libro visitare il seguente:

link

 

 

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Published by Caiomario - in Libri
24 marzo 2014 1 24 /03 /marzo /2014 17:24

 

 

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Se si pensa alla vicenda personale di Gavino Ledda si rimane semplicemente stupiti: analfabeta fino a vent'anni e pastore nelle campagne della Sardegna, si laurea in lettere e diventa professore universitario di Glottologia (la disciplina scientifica che studia le lingue). 

Un caso esemplare che dovrebbe insegnare molto a tutti coloro che fanno professione di vittimismo e a tutti coloro che si piangono adosso. 

Ed è proprio Gavino Ledda a raccontarcelo: 

"L'italiano non lo sapevo parlare che sillabicamente" 

Gavino non aveva frequentato alcuna scuola e per arruolarsi nell'esercito aveva dovuto prendere la licenza elementare perchè quello era il requisito minimo richiesto, ed è interessante sapere come questo avvenne. 
La preparazione all'esame avvenne con le ripetizioni del padre (che a sua volta aveva conseguito la licenza elementare a trent'anni) e con quelle della maestra del paese. 
Ma nonostante avesse conseguito la licenza elementare grazie alla comprensione e clemenza della comissione d' esame, Gavino rimase sostanzialmente un'analfabeta. 

Una volta in Continente questo stato di emarginazione crebbe tra i commilitoni principalmente per il fatto della comunicazione, non sapendo esprimersi altro che in sardo. 

Tutte queste vicende personali sono raccontate da Gavino Ledda nel romanzo autobiografico "Padre padrone", romanzo da cui venne tratto anche un film di grande successo, diretto dai fratelli Taviani e che ebbe il riconoscimento della critica internazionale e che culinò nell'assegnazione della Palma d'oro al Festival cinematografico di Cannes, nel 1977. 

Quando Ledda decise di scrivere il libro, questo lo fece per due scopi: 
spiegare la propria esperienza a se stesso e farla conoscere agli altri. 

Il libro può essere interpretato con diverse chiavi di lettura: da una parte quella del rapporto tra un figlio, vittima e succube, e un padre "padrone", unico patriarca e decisore assoluto di ogni vicenda personale; dall'altra parte quella dell'emarginazione e della solitudine dovuta principalmente all'gnoranza. 
Sullo sfondo una società pastorale arretrata, basata su rapporti primordiali quasi elementari, dove il rapporto di subalternità incomincia a livello familiare manifestandosi sostanzialmente in uno stato di sottomissione e di totale soggezione nei confronti del potere paterno. 

Ma ecco che Gavino Ledda, oltre a darci una testimonianza delle sue vicende personali, indica anche la strada per liberarsi da questa sottomissione: la cultura. 

L'istinto ferino e animalesco del giovane pastore analfabeta, lo porta con il sacrificio e la dedizione a liberarsi da questo giogo attraverso il possesso della cultura, inducendo in ogni lettore la consapevolezza dell'importanza del linguaggio come mezzo fondamentale per impostare qualsiasi forma di rapporto individuale e sociale. 

L'emarginazione linguistica significa per il nostro autore emarginazione sociale, fatto che così descrive: 

"L'italiano non lo sapevo parlare che sillabicamente. Dovevo fare il balbuziente senza esserlo. Un vero smarrimento che trovava l'unico ripiego solo nei soliloqui desolati in sardo "pensato". 

o ancora:

"Il mio sardo lì non lo capiva nessuno. Io ero "muto" e senza una lingua:

come un essere inferiore che non poteva esprimere quello che pensava". 

Eppure il libro di questo ex analfabeta è scritto in un italiano perfetto, chiaro, scorrevole, frutto di un percorso di appropriazione della cultura che porterà Gavino Ledda ad essere professore ordinario di Glottologia all'Università di Sassari. 

 

 

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/28695774@N00/4820811751

 


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Published by Caiomario - in Libri
24 marzo 2014 1 24 /03 /marzo /2014 06:45

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Si fa un gran parlare, spesso a sproposito, di anarchia e di anarchici, questo dipende in larga misura dal fatto che i termini sono utilizzati impropriamente come sinonimo di disordine (anarchia) e di sobillatore (anarchico); eppure tra gli anarchici possono essere annoverati personaggi dall'estrazione culturale molto differente tra di loro: era un anarchico Bakunin ma lo era anche Nietzsche e tra i contemporanei si definiscono anarchici Massimo Fini e Vittorio Feltri.

Anarchia è quindi un termine che può significare più cose: può indicare l'ideologia che deriva dalle tesi elaborate da Bakunin o le idee teorizzate dagli anarchici individualisti che mostrano insofferenza verso ogni forma di controllo del potere o infine la posizione di chi è un battitore libero senza padroni.

IL DIAVOLO AL PONTELUNGO, BAKUNIN A BOLOGNA

"Il Diavolo al Pontelungo" il romanzo scritto da Riccardo Bacchelli può essere annoverato tra i grandi romanzi storici dell'Ottocento che si ispirano al periodo risorgimentale, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1927, ebbe un successo immediato.
La struttura del romanzo si ispira a quella dei romanzi dell'Ottocento la cui trama narrativa si sviluppa intorno alla figura dell'eroe irriducibile che in nome dei propri ideali è anche capace di sacrificare la propria vita, ma con una differenza: Bacchelli al centro del suo racconto mette la figura di Michail Bakunin, l'anarchico per eccellenza, l'irriducibile che non accetta nessun compromesso, il sobillatore che trama sempre.
La figura di Bakunin non è romanzata, Bakunin è un personaggio storico vissuto realmente, che conobbe da giovane il rigore delle segrete zariste e che pagò in prima persona per le sue idee.
Non era certamente uno stinco di santo, si staccò infatti dalle posizioni propugnate da Karl Marx prospettando la liquidazione totale della società e auspicando un mondo in cui tutti gli uomini potessero vivere in libertà e in parità di diritti.
Ovviamente come tutti gli utopisti era un visionario senza saperlo come lo erano i personaggi che popolano il romanzo di Bacchelli che ricostruisce con dovizia di particolari l'incontro del rivoluzionario russo con gli agitatori italiani, un incontro che vi fu veramente quando Bakunin visse a Bologna tra il 1872 e il 1874.


     

Riccardo Bacchelli aveva una caratteristica che lo contraddistingueva da tutti gli altri scrittori a lui coevi: era rigoroso quando si trattava di ricostruire dei fatti storici; le sue storie sono spesso popolate da personaggi realmente esistiti, ma il suo modo di "fare romanzo" non è il racconto di un determinato avvenimento bensì l'interpretazione di esso.
Ed è proprio il punto di vista di Bacchelli quello che dà al romanzo una luce completamente diversa rispetto a quello che può essere un testo di storia o un documento; lo scrittore bolognese racconta l'incontro descrivendo l'intera faccenda come una sorta di farsa grottesca in cui vi era una netta sproporzione tra gli intenti prospettati dai rivoluzionari italiani come Andrea Costa, Abdon Negri e lo stesso Bakunin.
Emblematica a tal riguardo è la scena dell'arrivo di Bakunin alla stazione di Bologna, Bakunin si fa passare per un aristocratico, tale conte Armfeld e, grazie ad un impeccabile travestimento, riesce a sfuggire ai controlli della polizia, poi per raggiungere il luogo dell'incontro viaggia in un calesse condotto da un anarchico, tale Sandrone il barrocciaio, inviato da Andrea Costa.
In questo trasferimento esce fuori tutta l'ironia di Bacchelli che racconta la scena con un Bakunin che cerca di non dare nell'occhio nonostante avesse una statura gigantesca.

Quel "consiglio di guerra" tra incendiari emiliani e romagnoli per preparare la congiura contro la monarchia e il regime borghese, venne presto conosciuto da tutti e dal fatto storico si passò al racconto leggendario che passava di bocca in bocca infarcito di episodi poco credibili ma che rivelavano la paura che assalì borghesi e benpensanti.

Concludiamo citando una frase pronunciata dal Bakunin di Bacchelli:

"Con un popolo........il quale per istinto odia tanto l'autorità da sollevarsi in aiuto dei cani senza museruola, che cosa non riusciremo a fare? Che cosa non farà questo popolo quando gli daremo per meta e per coscienza, la Rivoluzione Anarchica?....."
"Noi non daremo leggi ......Noi no! Le bruceremo tutte. Viva la plebe, viva la canaglia bolognese!"


Merita una lettura quest'opera di Riccardo Bacchelli, è un grandissimo autore, il suo valore non è assolutamente paragonabile a molti cosiddetti "scrittori" che mirano a comporre solo best seller.

Il libro lo potete trovare online al costo di 9,00 euro; è disponibile, inoltre, in tutte le maggiori biblioteche pubbliche.

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Published by Caiomario - in Libri
23 marzo 2014 7 23 /03 /marzo /2014 17:20

 

 

 

 

 

 

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Storia del bidet all'attenzione dei ricchi di spirito

ossia come apprendere tra il serio e il faceto a quale livello è giunta la cultura materiale dell'uomo attraverso l' igiene delle parti intime.


  È una bella disputa sapere se il bidet sia stato inventato dagli italiani o dai francesi, perchè per quanto riguarda gli italiani, la presunta paternità della scoperta è attestata da diversi documenti che parlano di bidetto, riferendosi aun cavallo piccolo da campagna ma si hanno notizie scarne e frammentarie circa l'uso di vaschette (adibite per l'igiene) che dovevano essere usate mettendosi a cavalcioni come se si montasse un cavallo.

Non è una questione da poco perchè a quanto pare i francesi possono attestare non solo documenti ufficiali ma anche vantare nobilissime origini per ciò che concerne l'invenzione del bidet.

Vogliono le malelingue sostenere che i francesi sono poco avvezzi all'abluzione per fini igienici e che presso la corte di Luigi XIV il lezzo emanato dai nobili corpi, fosse occultato ricoprendo di persistenti fragranze le parti che più dovrebbero essere soggette a frequenti e abbondanti aspersioni.

Ma anche questo è un altro di quei luoghi comuni e leggende metropolitane difficili da sdradicare e dunque, dato che le disquisizioni dotte sembrano inadeguate, non rimane che partire dal basso nella speranza che ciò sia di sprone per capire come la storia delle idee passi attraverso quello che riteniamo a torto di residua importanza.

Madame de Prie

 

Racconta l'autore che:

Dopo essere stato ministro degli Esteri, Renè-Louis de Voyer, marquisd'Argenson nel 1747 si era ritirato dalla vita politica per dedicarsi alle suericerche storiche e di diritto pubblico; membro del "Club de l'Entresol"
un'accademia culturale, godeva della stima di Voltaire, che aveva studiato conlui, da ragazzo, in un collegio di gesuiti. Nei dieci anni trascorsi nell'ozio, ilmarchese d'Argenson si dedicò anche ai suoi ricordi e raccolse una serie di
ritratti di caratteri e di anedotti inediti. Madame de Prie lo affascenava, eppuretemeva che la sua galanteria lo coinvolgesse in un infido giodco di futili amori.
Essa lo riceveva generalmente da solo, senza testimoni, e non gli aveva mai
negato l'accesso ai suoi appartamenti intimi. D'Argenson scriveva che con Ma-
dame si sentiva come il casto Giuseppe con la libidinosa Putifarre.
Ed ecco che una mattina il marchese d'Argenson entrò nel gabinetto di toeletta
della nobildonna e la sorprese seduta sul suo''' bidet'''. Egli si voleva ritirareimmediatamente ma Madame lo invitò a rimanere. "Permettete Madame", disse
il marchese, "che io possa inaugurare questa vostra pulizia". Ed effettivamente
d'Argenson , preso da subitaneo trasporto, abbracciò le natiche di Madame dePrie. Ma fu un attimo, perchè la padrona di casa attendeva altre visite e ilmarchese non voleva essere compromesso: in quel periodo amavasinceramente.......................


Ebbene questa annotazione, datata 1726, è il primo documento che conosciamo
sull'esistenza del bidet.
pag. 8 e 9 )

Si tratta quindi non solo del primo documento ufficiale in cui si parla del bidet ,ma anche di un'opera di artigianato di pregevole fattura come attestato nei registri contabili che sono stati rinvenuti e che appartenevano ad abili artigiani ebanisti.

Come erano fatti questi primi bidet? Erano delle vaschette di forma ovale,come ben descrive l'autore,installate su: 
un supporto di legno con quattro piedi in modo che fossero ad un'altezzaadatta al lavaggio delle parti intime del corpo.
pag. 9 ).

Ogni vaschetta era intarsiata (ecco perchè era necessario il lavoro dell'ebanista) ed era un lavoro che veniva affidato solo ai migliori laboratori artigiani essendo delle vere e proprie opere d'arte, raffinate per dei destinatari dai gusti altrettanto ricercati.

Ed è interessante notare, ci dice l'autore, come questi articoli non solo fossero destinati a un pubblico di aristocratici particolarmente raffinati ma come i possessori del divin cavallino fossero tutti collegati tra loro.

Tra questi personaggi vi era l'affascinante Pompadour, che addirittura possedeva
due bidet:

uno aveva la vaschetta di stagno con schienale impiallicciato in legno di rosa
con intarsi floreali ( pag.9) montato su un supporto che aveva degli intarsi floreali. L'altro bidet era particolarmente raffinato: era di porcellana, montato su un supporto di noce con coperchio e schienale di marocchino rosso.

Una storia quella del sanitario ormai diffuso in quasi la totalita delle abitazioni italiane che ha visto come protagonisti oltre al bidet ,anche personaggi celebri come per esempio Giacomo Casanova, che ce ne fornisce una precisa descrizione nelle sue memorie dove troviamo la rievocazione di uno dei tanti incontri amorosi con una giovane amante alla quale donò un bidet addirittura d'argento.

Particolarmente interessante è il secondo capitolo intitolato Paura dell'acquache si apre con una citazione di un personaggio insospettabile, Luigi Pirandello,
ovviamente non la riporto perchè toglierei il gusto della lettura, mi limito solo a dire che Spadanuda, riporta un'annotazione scritta a matita dal premio Nobel:

Pulizia oh!, Non più di quanto basta con un pò d'acqua in un bugliolo di latta
di quelli col manico di ferro che ti permette di portarne due alla volta, uno per
mano, questo per la mano e la faccia, questo per il c**o e per i c*******i.........
pag.20 )

L'annotazione, ricorda Luciano Spadanuda, è stata pubblicata nel 1960 in un opera intitolata Foglietti inediti ed è stata ritrovata nelle carti personali del grande scrittore ed è una testimonianza di quale fosse la sensibilità dell'epoca riguardo
all'igiene: una sensibilità minimalista che riduceva la pulizia al minimo indispensabile ma che già sul finire del XIX secolo, incomincia ad essere considerata importante per la salute e questo trova uno dei più tenaci sostenitori nel Professor Paolo Mentegazza che raccomandava di:

portare l'acqua in quelle recondite regioni anche in quei giorni
( vedi a questo proposito l'intero secondo capitolo).

Perchè contenuto ideologico?

Qui il discorso si fa più serio, finiti gli eventuali sorrisi sulle curiosità raccontate, c'è un fatto importante e una domanda che merita una risposta:
come mai gli antichi romani avevano in molte case anche popolari, l'acqua corrente e i servizi igienici e invece, nei migliori dei casi 2000 anni dopo, un 'illustre professore, medico e igienista raccomandava di lavarsi utilizzando tutto al più una tinozza con dell'acqua presa nel pozzo?

'La risposta è purtroppo, bisogna dirlo, nella concezione del corpo che si era sviluppata con l'ideologizzazione del Cristianesimo che aveva diffamato l'antica
civiltà del bagno l'odore di santità copriva altri odori meno santi e il lezzo,non bisogna scandalizzarsi di questo e non c'entra niente con la fede questo odiare il corpo e la pulizia.

Scrive Spadanuda:

Santa Caterina da Siena beveva acqua sudicia,evitava di lavarsi e praticava la ri-
tenzione delle feci e dell'urina come forma di penitenza ( pag.21 )

E poi prosegue con tanti altri santi esempi, questo per dimostrare a cosaportasse, nella sensibilità dell'epoca, la svalutazione del corpo ritenuto
strumento del demonio.

Sappiamo oggi che questo non c'entra niente con il credere in Dio, ma per secoli si è ritenuto così perchè mortificando il corpo si esaltava la pudicizia (vedi p.22) in quanto per gli antichi i bagni pubblici e le terme ( lo raccontano Ovidio e Marziale) erano luoghi in cui si incontravano le prostitute che proprio lì andavano per adescarei i clienti ( e lo stesso facevano in tutte le manifestazioni pubbliche in cui si poteva incontrare gente).

San Girolamo, ad esempio, prescriveva il divieto assoluto di fare il bagno alle giovinette perchè qualcuno poteva vedere il loro corpo e se era proprio necessario farlo, questa operazione doveva avvenire nel buio più assoluto e con le persiane ermeticamente chiuse.

Questa avversione per l'acqua era anche dovuta a cattive interpretazioni mediche: i medici del '500 per esempio ritenevano che sifilide, colera e peste si diffondessero particolarmente con i vapori dell'acqua calda e che quindi era meglio non lavarsi a differenza dei greci che come ci raccconta Omero, erano soliti fare dei bagni integrali a casa e nei luoghi più impensati.

IL BIDET PIU' CITATO DA LETTERATI E STUDIOSI

E' quello della marchesa di Chatelet perchè l'episodio del cameriere che con una brocca versa dell'acqua nel bidet, non è servito per chissà quali pruriginosi allusioni ma per dimostrare la lontananza che c'era tra le classi sociali al punto che un cameriere o una cameriera erano ritenuti solo degli strumenti nei confronti dei quali non si provava alcun sentimento al punto che ogni vergogna era bandita.
Nel libro troviamo citati storici del calibro di Hans Peter Duerr, Norberto Elias, Georges Vigarello che si sono serviti di questo famoso episodio proprio per le ragioni che ho su menzionato.

Un ' industria fiorente

Dopo aver esaminato storicamente la nascita e l'evoluzione del bidet, delle ragioni che ne hanno impedito lo sviluppo e il diffondersi, l'autore esamina un altro aspetto importantissimo: quello industriale e mette in risalto come già a partire dalla fine della seconda guerra mondiale ,centinaia di bidet vennero esportati verso gli Stati Uniti, segno di una domanda che era solo all'inizio.
Oggi i più importanti architetti, arredatori, disegnatori a livello mondialesono impegnati nella produzione di un articolo sempre più diversificato, che esteticamente presenta forme differenti, fatto di materiali anche pregiati , con miscelatori all'avanguardia dal punto di vista tecnologico, veri e propri pezzi d'arredamento che possono fare del bagno una stanza in cui è piacevole stare e non fugacemente passare per espletare le proprie funzioni vitali.

 

 

Storia del bidet

 

 


 


Considerazione finale

134 pagine si leggono velocemente ma il merito dell'autore è di aver trattato un tema con un taglio da storico, del resto cosa fanno gli archeologi quando trovano un reperto? Ricostruiscono la storia materiale di un popolo e dalla storia di un manufatto si può ricostruire un'intera civiltà.

Ricchissimi sono, inoltre gli esempi ,di celebri disegnatori e pittori che hanno ritratto questo momento di cura del corpo, nel libro vengono riportati diverse immagini di disegni, incisioni e dipinti tra cui il celebre quadro intitolato La toilette intime di Francois Boucher del 1741.

 

 

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/12503422@N07/4219329433

 

 


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Published by Caiomario - in Libri
21 marzo 2014 5 21 /03 /marzo /2014 05:08

 

Caustico, provocatorio e distruttivo, Céline rimane uno dei giganti della letteratura, non ci sono vie di mezzo, o lo si accetta o lo si rifiuta.

 

 

Perché leggere oggi Louis- Ferdinand Céline? Perché è lo scrittore che più di tutti, per lungo tempo, ha subito la damnatio memoriae da parte della critica e poi perché il recupero postumo operato tardivamente non lo ha mai completamente riabilitato al punto che le sue opere sono ancora oggi poco conosciute.
Non c'è dubbio che Céline sia stato un personaggio difficile e complesso e forse ciò che più a nuociuto al suo genio letterario è stato l'antisemitismo viscerale che lo portò a comporre un libello violento come Bagatelles pour un massacre e a scegliere la collaborazione con il regime di Vichy.
Per inciso Bagatelles pour un massacre è un libro ormai introvabile, andrebbe comunque letto senza farsi influenzare dal potere suggestivo delle parole che Céline sapeva ben usare in modo sapiente ed efficace.

Bisogna comunque ammettere che oggi quando si parla di Céline si tende a separare quelle che furono le sue posizioni ideologiche dal valore delle sue opere anche se si tratta -a mio parere- una forzatura perché l'opera di Céline non può essere separata dalla sua vita. Céline che esercitò la professione di medico nei quartieri popolari di Parigi, per tutta la vita stette in contatto con il dolore, lo squallore e il degrado e questa situazione lo portò su posizioni nichiliste al punto da non credere più in niente se non nella soddisfazione dei bisogni primari quali la fame e il sesso.
Potremo quindi definire Céline anarchico individualista insofferente ad ogni forma di potere per il quale l'uomo è solo una creatura degradata, irrimediabilmente persa e il suo modo di scrivere canzonatorio e offensivo è solo un modo di esprimere questo forte disagio che lo portò a non credere più a niente.


L'AUTORE

 
Louis Ferdinand Céline è forse l'autore che più di tutti, nel Novecento letterario, ha ricevuto delle catalogazioni che in parte hanno inficiato la diffusione delle sue opere per ragioni esclusivamente di pregiudizio ideologico; eppure nonostante la superficialità di certe etichette affibbiate a Céline, a ragione, può essere annoverato tra i protegonisiti assoluti della narrativa novecentesca.
Non si può comprendere lo spirito di un'opera come Viaggio al termine della notte se non si comprende il substrato ideologico di Céline che è stato definito un grande scrittore fascista, che sia grande nessuno lo può contestare , che si possa definire fascista secondo l'accezione usata nel senso comune è alquanto discutibile.
Céline era un anarchico e un nichilista che potrebbe iscriversi nel filone degli irregolari di ogni tempo e che non può avere connotazioni di carattere ideologico, la sua adesione al fascismo francese, peraltro mai organica, va vista esclusivamente come l'ennesimo atto di rottura di un personaggio che leggeva la realtà senza alcun filtro e che auspicava una sorta di palingenesi rigeneratrice che avrebbe coinvolto tutti.
Probabilmente la capacità distruttiva del nazismo era inconsciamente vista come il mezzo per accellerare questo dissolvimento che nasce proprio dal suo anarchismo cinico e distruttivo incline allo sberleffo, alla negazione e al riso ghignante e questo è proprio lo spirito che anima Voyage au bout de la nuit

IL CONTENUTO DEL LIBRO E IL COMMENTO

Viaggio al termine della notte racconta la storia di Ferdinand Bardamu che dopo esser stato ferito nel corso della prima guerra mondiale, viene mandato a Parigi per trascorrere la convalescenza, in questa occasione conosce Lola una ragazza statunitense di cui si innamora.
Fin dalle prime pagine appare lo stile corrosivo di Céline, la descrizione delle abitudini di quelli di Parigi è animata da un disprezzo che non fa sconti e li definisce come coloro che hanno sempre l'aria occupata,ma di fatto, vanno a passeggio da mattina a sera, prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e locali di birra.
Ad un certo punto Cèline allarga la prospettiva e medita sul secolo della velocità affermando che in realtà non è cambiato niente e che tutto è come prima, la sua è un'insofferenza verso la medicorità ottimista delle magnifiche sorti e progressive che sembra aver contagiato tutto lo spirito del Novecento per poi diventare la caratteristica dominante del secolo successivo, il nostro in cui alla velocità del progresso tecnologico non corrisponde nessun cambiamento dell'animo umano.

A questa folla di cisposi,pulciosi, cagoni che popola i tempi della modernità si ascrive anche lui Bardamu/Cèline che tuttavia pur subendola non l'accetta invocando l'anarchia come stile di vita, un'anarchia intesa come rifiuto più che come elaborazione ideologica o di adesione a un gruppo politico.Dice Cèline siamo tutti seduti su una grande galera, remiamo tutti da schiattare, puoi mica venirmi a dire il contrario. E che cos'è che ne abbiamo? Niente, solo randellate, miserie, frottole e altre categorie.....di là sul ponte ci sono i padroni.
Emerge quindi sin da subito il Céline più autentico, quello insofferente ad ogni costrizione e ad ogni padrone, ma soprattutto si delinea un aspetto che contraddice quanto sostenuto dai detrattori di Céline:la sua insofferenza verso la guerra che vede da una parte i civili che allora mandavano incoraggiamenti e oggi pensano che le missioni di pace siano una passeggiata, mentre non sono altro che un modo diverso di chiamare la guerra con l'aggravante dell'ipocrisia.

Eppure questa chiave di lettura potrebbe non soddisfare in quanto parlare di insofferenza verso la guerra potrebbe fare pensare a un Céline pacifista, mentre emerge un contenuto antimilitarista indirizzato ad una critica nei confronti delle gerarchie militari e della logica dell'armiamoci e partite dove le decisioni vengono prese da altri, scrive infatti Céline:
Mai mi ero sentito così inutile come in mezzo a tutte quelle pallottole e le luci di quel sole. Una immensa. Universale presa in giro.

Nel secondo capitolo del libro dove si rievoca l'esperienza della guerra emerge anche un altro aspetto: la personalizzazione del racconto ci da lo spunto per comprendere il significato di eroe che Céline ben inquadra senza reticenze e togliendo il velo che purtroppo nasconde il significato vero di questa parola e soprattutto del meccanismo psicologico che si scatena nella guerra:

"ero preso in questa fuga di massa, verso l'assassinio di gruppo, verso il fuoco",

questa presa di coscienza lo porta a dare il primo giudizio negativo sul genere umano affermando in modo lapidario:
Non crederò più a quello che dicono, a quello che pensano. E' degli uomini e di loro soltanto che bisogna aver paura, sempre.
Un protagonista quello descritto da Céline che comunque dimostra il suo valore guadagnandosi un riconoscimento militare:

"In convalescenza me l'avevano portata la medaglia, addirittura in ospedale e che in quell'occasione conosce un personaggio femminile che avrà una forte influenza su di lui la piccola Lola d'America".

 
Il ritratto che esce fuori di Lola è quello di una ragazza carina, dolce: Il cuore di Lola era tenero, debole ed entusiasta. Il corpo era grazioso, molto gradevole e dovetti prenderla tutta come si ritrovava
Il linguaggio descrittivo è essenziale ma efficace, quel che risalta immediatamente è lo stile ingentilito fortemente in contrasto rispetto all'uso del torpiloquo e della bestemmia che troviamo nei capitoli dove si parla della guerra, tuttavia a questo tributo per il bell'aspetto della giovane, corrisponde immediatamente la consapevolezza di trovarsi davanti ad una donna combattiva, incantevole ma combattiva.
Non mancano delle curiose digressioni come quella che si riferisce al chilo preso da Lola e al tentativo di eliminarlo: Sta angoscia di ingrassare era arrivata a rovinarle ogni piacere, a questo piacere rovinato fa da contraltare la figura di Madame Herote, un po' prostituta per piacere e per denaro e nel contempo lingerista, guantaia, libraia descritta come protetta da una volubilità straordinaria, da un temperamento indimenticabile, una donna che in seguito a una malattia che l'aveva privata delle ovaie poteva concedersi liberamente a chiunque.
Madame Herote è un personaggio che sembra uscito da un film di Fellini, anche se a questo punto bisognerebbe dire che la Gradisca di Amarcord sembra uscita da un libro di Céline.
Efficace ancora una volta nel linguaggio Céline definisce Madame Herote come una che architettava felicità e drammi senza posa. Provvedeva alla manutenzione della vita delle passioni..........una donna che prelevava la sua decima sulle vendite dei sentimenti.
Céline ritorna spesso su Parigi, la Parigi del 1932 che così descrive:

"I ricchi a Parigi vivono insieme, i loro quartieri, in blocco formano una fetta di torta urbana la cui punta tocca il Louvre, mentre il bordo arrotondato si ferma agli alberi tra il ponte di Auteuil e la Porte des Ternes: E' la fetta buona della città. Tutto il resto è fatica e letame".

Céline ci descrive non solo la Parigi degli anni '30 ma anche l'umanità che popolava quelle strade, un 'umanità che popolava le botteghe come quella di Mademoiselle Hemance la cui specialità era l'articolo di caucciù confessabile o no, da una parte Mademoiselle Herote che dispensava amore a pagamento, dall'altra Mademoiselle Hermance che vendeva profilattici.
Ad un certo punto Céline lancia un altro dei suoi giudizi senza appello che assomiglia ad un aforisma Le donne hanno natura da serve ma parlando della brutta aiutante di Madame Herote si domanda in modo provocatorio ''Dopotutto'', ''perché non ci potrebbe essere un'arte nella bruttezza come c'è nella bellezza? E' un genere da coltivare, ecco tutto".
Céline si dimostra uno straordinario lettore dell'animo umano e questa occasione gliela dà ancora la guerra, argomento sul quale ritorna più volte, la guerra quindi è anche un formidabile rivelatore dello spirito umano.


LE COLONIE

 
Come la guerra, le donne, Parigi e i suoi negozi, anche le colonie sono un'occasione per ragionare ed in particolare la colonia di Bambola-Bragamance dominata dalla figura del Governatore, una società organizzata gerarchicamente e dominata dai militari e dai funzionari governativi e più sotto ancora dai commercianti, alla base i negri elemento catalizzatore di tutte le violenze.
Un Céline anticolonialista? Forse no , ma che sicuramente vedeva gli indigeni con un misto di pietà e di disprezzo, al punto che afferma Quanto ai negri uno si abitua in fretta a loro, alla loro ilare lentezza,ai loro gesti troppo ampi, ai venti debordanti delle loro donne. La negreria puzza di miseria, di vanità interminabili, di rassegnazione immonda; insomma come i poveri da noi ma con più bambini ancora e meno biancheria sporca e meno vino rosso intorno.


L'AMERICA DI CELINE RIPENSANDO A BUKOWSKY

Gli americani visti da Céline: "Te lo raccontiamo subito noialtri cos'è che sono gli americani! O tutti milionari o tutti carogne! Non c'è via di mezzo".
Leggere l'America descritta dall'autore è un'occasione per entrare nelle strade, nella gente, nelle abitudini gastronomiche, più si leggono le pagine di Céline più ci si rende conto quanto sia stato saccheggiato, in un autore come Charles Bukowsky, un altro maledetto che con la narrativa ci ha saputo fare, ritroviamo tanto Cèline; quella descritta da Céline è l'America di folle di emigrati che non sapevano parlare inglese, diseredati definiti bestie sfiduciate che bisognava tenere lontani perché la loro bocca aveva la puzza della morte.
E poi il lavoro in fabbrica che ti fa diventare vecchio in un solo colpo e la cura personalissima a questa situazione che Bardamu/Céline trova per rifarsi un'anima, un locale un po' bordello che gli consentiva gli effetti negativi che provenivano dall'atrocità materiale della fabbrica.
Ancora una volta troviamo diversi personaggi femminili come Molly che così descrive:

"Mi ricordo come se fosse ieri le sue gentilezze, le sue gambe lunghe e bionde e splendidamente agili e muscolose, delle nobili gambe.La vera aristocrazia umana, si ha un bel dire, sono le gambe che la conferiscono, non si può sbagliare".

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In ogni periodo quindi ritroviamo una figura femminile descritta nella sua fisicità, pochi tratti ma essenziali in grado di delineare anche il carattere e una sorta di ammirazione, ma anche tanti modi di descrivere l'amore, in particolare parlando di Molly, Céline descrive il modo di intendere l'amore da parte degli americani: L'amore che eseguiva per vivere non la stancava troppo. Gli americani lo fanno così, come gli uccelli.
Un parallelo con Madame Herote e Molly ci porta a vedere due modi di intendere l'amore a pagamento di cui Céline sembra un grande esperto: un amore quasi a livello industriale quello di Molly che disponeva di ampie risorse......perché si faceva anche cento dollari al giorno, un amore voluttuoso quello di Madame Herote.

UN MECCANISMO PER DIFENDERSI DAGLI IMPREVISTI DELLA VITA


Quando Bardamu dopo l'esperienza delle colonie e dell'America, torna in Europa sviluppa una sua filosofia della sopravvivenza che così delinea: Val la pena agitarsi, aspettare basta, dal momento che tutto deve finire per passarci, nella strada. Quella sola conta in fondo.Niente da dire. Ci aspetta. Bisognerà pur scenderci nella strada, decidersi, non uno, non due non tre, ma tutti. Stiamo lì davanti a far cerimonie e complimenti, ma capiterà.

PROTAGONISTA ANCORA UNA VOLTA IL CORPO DELLA DONNA

Al suo ritorno in Europa Bardamu si dedica ad un'attività abbietta: praticare aborti clandestini, il corpo della donna come il suo corpo è il luogo del piacere, ma anche della sofferenza e del dolore.
Convivono quindi due atteggiamenti verso il corpo: quello del corpo visto come piacere e quello del corpo visto come fonte di dolore e di orrore come nell'episodio in cui descrive un'emorragia vaginale di una sua cliente a cui aveva procurato l'aborto.E' il corpo il protagonista di tutti i suoi personaggi ed il suo stesso corpo: Mademoiselle Herote, Lola, Molly, lui che è in ospedale ferito, lui che soffre il lavoro in fabbrica, un corpo che è in perenne disfacimento, ma anche il corpo delle belle ragazze, definite gioie viventi, delle grandi armonie fisiologiche, comparative..............il corpo, divinità manipolata dalle mie mani vergognose.

In conclusione: è difficile inquadrare Céline semplicemente come un nichilista, sarebbe preferibile definirlo uno strutturalista, Céline analizza la realtà, vi entra dentro e senza reticenze la viviseziona, non si limita a fotografarla, la materia diventa vita.
La città viene vista come un'immensa prigione ma solo per i poveri che costretti al lavoro in fabbrica, non vivono la città. Ed ecco allora due umanità : da una parte i lavoratori salariati, coloror che vivono la fabbrica, la catena di montaggio e i nativi africani delle colonie e dall'altra parte i quartieri che contano come quello di Parigi descritto nelle pagine iniziali del libro.


Caustico e cinico Céline l'anarchico individualista per eccellenza, ci introduce nel mondo della miseria umana, mettendo a nudo il nichilismo che investe l'umanità misera e senza speranze; il libro pur essendo stato nel 1932, conserva distanza di ottanta anni il suo valore.
Lo stile letterario di Céline non è facile, è una prosa ritmica quasi onomatopeica. Il linguaggio a volte popolare raggiunge vette altissime utilizzando le iperboli, stilisticamente geniale pur nel cinismo non manca mai di ironia .

 

Caiomario

 

Recensione di mia proprietà pubblicata anche altrove.

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Published by Caiomario - in Libri
20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 05:19

Ripercorrere in un libro tutti  i fatti di cronaca nera accaduti a Roma è impossibile, ecco perché gli autori hanno dovuto necessariamente fare una scelta a partire dal prologo dove si parla di Romolo e Remo che, secondo quanto raccontato nella leggenda,  fondarono Roma nella divisione e nel sangue. E se la storia di Remo  che si faceva beffe del fratello e dei confini da lui tracciati o, a seconda delle versioni, delle mura da lui erette, appare troppo lontana nel tempo, sono i fatti più vicini a noi quelli che maggiormente coinvolgono il lettore.

Un comun denominatore di molti fatti di cronaca raccontati nel libro riguarda il fatto che continuano a rimanere un mistero; il "caso di Manuela Orlandi" è forse quello più emblematico come quello del "delitto di via Poma" o andando indietro nel tempo alla storia del mostro per antomasia quel Gino Girolimoni che poi si rivelò del tutto estraneo alla serie di delitti che videro come vittime delle bambine.

 

Ed è anche la Roma papalina ad attrarre l'interesse del lettore che scoprirà come faide e duelli spesso dall'esito cruento, sono stati anche motivo di ispirazione per la scrittura di opere che poi hanno ispirato celebri autori, si pensi solo, in tempi più recenti, alla commedia musicale "Rugantino" o alla scene di osterie e coltelli presenti nel film "Il Marchese del Grillo" di Monicelli.

Non poteva mancare nel libro una trattazione del "caso Montesi" con tutto il suo carico di mistero e di presunte coperture che da sempre caratterizzano i fatti di cronaca nera.

Nel libro troviamo un'ampia trattazione delle Banda della Magliana, l'organizzazione criminale che ha pesantemente marcato con il sangue le strade della capitale e che ha potuto agire, spesso indisturbata, grazie al sodalizio con diversi ambienti della Roma affaristica e grazie alle protezione di alcuni personaggi delle alte gerarchie vaticane.

 

Numerosi sono gli argomenti trattati da Cristiano Armati  e Yari Selvetella, nell'edizione più recente che è stata pubblicata nel 2009 è presente un aggiornamento con l'inserimento degli ultimi fatti di cronaca nera tra cui spiccano quelli del giovane Gabriele Sandri, il giovane tifoso della Lazio ucciso l'11 novemre del 2007 durante una sosta nell'autogrill di Badia del Pino e di Vanessa Russo, la ragazza uccisa con l'ombrello.

 

 

La lettura delle 478 pagine del libro  è agevolata dal fatto che sono presenti numerose fotografie, spesso si tratta di immagini di  articoli di giornali dell'epoca in cui sono accaduti i fatti raccontati, giornali che costituiscono la vera fonte di informazione da cui gli autori hanno potuto attingere per realizzare un'opera che, purtroppo, non è un romanzo criminale ma una sequela di storie di sangue realmente accadute.

 

Roma-criminale.jpeg

 

 


 

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Published by Caiomario - in Libri
17 marzo 2014 1 17 /03 /marzo /2014 21:42

siti di article marketing

 

5841251630_6ec6def560.jpg                                            Fonte: http://www.flickr.com/photos/44175918@N08/5841251630

 

 

 

 

 

Se dovessimo individuare la costante presente in tutti i racconti di Dino Buzzati (sia nelle narrazioni in genere brevi che in quelle più ampie del romanzo), noteremo che il tempo è spesso il protagonista assoluto. 

Nella sua opera più nota il "Deserto dei Tartari", il fattore tempo diventa così angosciante che il lettore ogni volta che si trova nella situazione di attesa (di qualsiasi attesa, più o meno lunga) non può fare a meno di pensare alla situazione surreale e a tratti magica in cui si trovò il tenente Giovanni Drogo. 
Il tempo per ognuno di noi scorre velocemente e quando abbiamo trascorso una parte importante della nostra vita senza avere raggiunto i risultati che ci eravamo prefissi, è inevitabile che girandoci indietro tutto appare squallido e monotono. 

Se poi al fattore tempo aggiungiamo il pensiero della morte ritorna in noi insistente quel senso di inutilità che tutti hanno provato almeno una volta nella propria vita. 
Ecco perché "Il reggimento parte all'alba" tende a sconvolgere quel desiderio di tranquillità e di rilassatezza che più o meno consapevolmente accompagna chiunque si avvicini alla lettura. 
Personalmente credo che questa serie di racconti di Buzzati debba essere letta con un'avvertenza in quanto ogni singola narrazione presenta delle controindicazioni prime fra tutte il senso di angoscia e di terrore che si prova procedendo nella lettura. 
Il tema della morte, infatti, viene affrontato con l'espediente della invenzione narrativa e può essere considerato per affinità la continuazione ideale del "Deserto dei Tartari", almeno per quanto riguarda la tematica di fondo affrontata: la morte, un appuntamento ineluttabile a cui tutti, prima o poi, siamo destinati. 

Chi ha visto un film straordinario come "Vi presento Joe Black" in cui i due protagonisti (Brad Pitt e Anthony Hopkins) "giocano" sulla'ineluttabilità di un destino a cui non si può sfuggire e dove la "Morte" assume sembianze umane per portare il suo annunzio funesto, non può che provare alla fine della visione della pellicola un senso di inquietudine e di incertezza che tuttavia non vanno a detrimento della piacevolezza della visione stessa. 
E' esattamente lo stesso sentimento che si prova dopo aver letto "Il reggimento parte all'alba", il reggimento è la carovana dei "morituri" che parte per l'ignoto. 
Il narratore "ne sa meno" dei personaggi si limita a descrivere quella che è la fine e lo fa ricorrendo a personaggi che sono la personificazione del morituro o del morto che appare ai vivi e ogni riga ingenera una sorta di disperazione che non ammette riscatto. 

 35547156_967f31f035.jpg

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/26849183@N00/35547156

Album di angelocesare

 

 


Ci viene in mente il celebre passo dell'Iliade in cui si racconta l'incontro tra Achille e Priamo, così recita:


"O Patroclo, non indignarti con me, se saprai, 
pur essendo nell'Ade, che ho reso Ettore luminoso 
al padre, non indegno riscatto m'ha offerto 
e anche di questo io ti farò la parte che devo". 

Buzzati riesce a presentare il tema della morte trasmettendo quell'aura di presentimento fatale che solo gli autori greci erano in grado di comunicare poeticamente; leggendo i libro sono arrivato alla conclusione che Buzzati sia riuscito a raccontare in modo unico la sfera dell'inconscio (la paura della morte) fermandosi al piano della coscienza del lettore che in, tal modo, viene stimolato dalle sue impressioni e da tutti quei pensieri nascosti che creano conflitto e che hanno poco di poetico come la morte. 

Il libro è brevissimo (solo 112 pagine) e lo consiglio a tutti i "buzzattiani", suggerisco, inoltre, la lettura de "I sette messaggeri", altro libro magnifico ad alta tensione che, dopo la lettura, fa rimuginare e.....terrorizza.

Con il senso dell'ignoto e del mistero siamo costretti a fare i conti, giorno dopo giorno.

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