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1 marzo 2018 4 01 /03 /marzo /2018 17:41

Uno degli argomenti non conclusi che riguarda il modo di acquisire i fatti storici verte sul metodo impiegato per fare ricerca. La branca dell'epistemologia che studia la metodologia storica è l'euristica (da εὑρίσκω, verbo greco che significa scopro, trovo).  L'euristica si occupa essenzialmente sull'uso delle fonti e  metodo di approccio osservato nel campo della ricerca.

Il problema delle fonti o meglio su cosa siano le fonti è fondamentale per lo storico, non c'è ricostruzione storica senza fare riferimento alle fonti. Se questo punto sembra ormai acquisito da tempo,  tanto che la figura dello storico moderno presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto agli storici dell'antichità è altrettanto vero che vi sono state e vi sono "scuole di pensiero" differenti su cosa siano le fonti storiche. La discussione su cosa siano le fonti storiche è una discussione che è nata nell'Ottocento in pieno clima positivistico ma possiamo dire che i primi approcci finalizzati alla classificazione dei fatti e degli eventi sono da fare risalire al periodo illuminista quando incominciarono i primi lavori di sistemazione ordinata dello scibile umano compresa quindi la storia, intesa come narrazione degli eventi passati.

In tutti i manuali viene riportata la distinzione tra fonti dirette o primarie e fonti indirette o secondarie; è possibile quindi schematicamente distinguere:

Fonti scritte tra cui rientrano:

  • le fonti letterarie quali ad esempio documenti istituzionali, opere letterarie e di qualunque altro campo del pensiero  umano;

  • le fonti epigrafiche che pur rientrando nell'ambito generale della scrittura, si caratterizzano per il fatto di essere incise sui più svariati supporti materiali.

Fonti non scritte tra cui vanno annoverate:

  • le fonti iconografiche quali ad esempio dipinti, disegni, immagini incisi etc.

  • le fonti monumentali;

  • le fonti orali che comprendono tutte le testimonianze chi ha vissuto direttamente un fatto o un evento.


 

La distinzione su riportata ha uno scopo pratico, utile sul piano espositivo ma apre delle discussioni su cosa sia una fonte. Una discussione che è ancora in atto e che è iniziata alla fine dell'Ottocento quando lo storico Johann Gustav Droysen, sul piano dottrinario, sentì l'esigenza di dare alla storia una dignità scientifica stabilendo compiti e competenze dello storico. Droysen era ben conscio del fatto che la storia abbracciasse tutta una serie di problematiche che originariamente non avevano a che fare con la storiografia vera e propria. Innanzitutto Drosen sentì l'esigenza di trovare un metodo storico che fosse del tutto autonomo rispetto all'alternativa tra la concezione speculativa e quella materialistica, un'alternativa falsa e che riteneva astratta e di natura essenzialmente spirituale mentre lo storico si sarebbe dovuto muovere nel campo della realtà empirica. Questa esigenza - secondo il Droysen- non doveva essere solo dello storico ma di chiunque operasse nel campo della ricerca e che avesse avuto a che fare con il mondo empirico. Proprio da questa consapevolezza era necessario partire per non perdere il senso per le realtà e per senso per le realtà Droysen riteneva con Wilheelm von Humboldt che si dovesse pervenire alle verità. Sotto questo punto di vista - sosteneva lo storico tedesco - la storia è scienza perché ogni scienza che possa essere definita tale vuole raggiungere la verità.

La storia è una disciplina che si deve occupare di realtà empiriche e per questo è una scienza empirica che deve essere autonoma e che non può avere alcuna commistione con la filosofia e la teologia che operano in altri ambiti e che hanno altre finalità. Oggetto della storia è tuttavia tutto il contenuto di un popolo (Droysen si riferiva al popolo tedesco e nello specifico prussiano) per ciò che concerne il passato, passato che però esercita la sua influenza nel presente che è il risultato di ciò che rimane del passato.  Nella distinzione che Droysen ci ha fornito, possiamo riassumere schematicamente tra  fonti vere e proprie e i cosiddetti "avanzi". La distinzione operata dallo storico prussiano si fonda sulle intenzioni, per Droysen possiamo distinguere fonti intenzionali mediate da fonti immediate ossia scevre da qualsiasi interesse di tipo testimoniale. Il primo passo per una corretta conoscenza storica, è tenere presente che la storia ha a che fare con dei materiali, materiali che possono essere utilizzati ed afferrati in vista di una corretta ricostruzione. Bisogna quindi partire dal materiale che si trova nel presente e andare a ritroso nel passato. A tal proposito Droysen afferma: " Si potrebbe dire che l'essenza della ricerca consiste nel ravvivare i tratti sbiaditi, le tracce latenti nel punto del presente che essa coglie, nel proiettare il lume di una lanterna a ritroso nella notte dell'oblìo" 1.

Ogni punto della realtà è storia, ogni persona è il risultato di un processo storico, il passato è tale nel momento in cui viene interiorizzato riverberandosi nel presente. La comprensione e la forza di un uomo risiedono nella comprensione del passato, soltanto attraverso la conoscenza del passato l'uomo - sostiene convintamente Droysen – non sarebbe spirito.

La storia senza la coscienza del proprio passato, è una storia senza memoria e senza speranza. Droysen poi dice chiaramente che laddove c'è l'impronta della mano umana, c'è storia: è storia l'architettura, la scultura, l'industria, lo Stato, la società, il linguaggio, la religione, la scienza ecc.; non c'è ambito dell'attività umana che non possa non definirsi storica. Ogni storia umana è prima di tutto storia e non esiste uomo se non come risultanza di ciò che “è stato vissuto dalla sua famiglia, dal suo popolo, dalla sua epoca, dalla sua umanità2


 

Nel metodo storico prospettato da Droysen assume una grande rilevanza leanomalie in quanto la ricerca storica non è rivolta a rinvenire leggi universali ma varianti mutabili. Ciò che però caratterizza in maniera unica il metodo storico, la sua quintessenza è il Verstehen, ossia comprendere indagando, l'interpretazione. Nella storia le variabili producono risultati diversi e solo l'interpretazione delle variabili può portare alla comprensione dei fatti.

Nel contempo Droysen argomenta in modo puntuale i limiti del metodo storico che non può comprendere il singolo senza considerare la totalità. Ma quali sono le condizioni che permettono di osservare ? Innanzitutto – sostiene Droysen – gli osservatori si devono trovare nelle medesime condizioni etiche ed intellettuali, solo allora possono comprendere ed interpretare i fatti. La disamina fatta da Droysen passa dall'universale al particolare con uno stile che oggi appare dispersivo, le frequenti disgressioni così evidenti, stridono con il nostro modo di comunicare ma è proprio questa caratteristica che ci mostra non solo lo storico ma l'uomo di cultura straordinaria, dalle conoscenze vaste e solide che con l'esemplificazione rende la sua argomentazione convicente e affascinante.

Non vi può essere attività dell'intrpretare i fatti storici se lo storico non sviluppa la capacità di comprendere tutte le forme in cui si manifesta la cultura umana, a questo proposito Droysen afferma:


 

"Ogni uomo è in certa misura uno storico, ma colui che fa dello ἱσtορεῖν la sua professione, questi ha da compiere qualcosa che è umano in una misura e con un'ampiezza particolari perchè in lui deve compiersi lo γνῶθι σεαυτον del genere umano (almeno nella forma dello ναγιγνώσκεισν, dacchè deve comprendere, leggere l'essente come un divenuto, quasi conoscerlo risalendo all'indietro e fin sino alla sua origine)"3

Al di là del contenuto del metodo indicato da Droysen, ciò che assume una rilevante importanza è il fatto che lo studioso tedesco ha posto le basi della moderna metodologia storica intuendo che l'individuazione delle fonti deve essere un processo continuo che investe tutto l'agire umano, tutto il materiale prodotto umano, l'unico che permette di conoscere ed interpretare il passato.

 

Uno degli argomenti non conclusi che riguarda il modo di acquisire i fatti storici riguarda il metodo impiegato per fare ricerca. La branca dell'epistemologia che studia la metodologia storica è l'euristica (da εὑρίσκω, verbo greco che significa scopro, trovo).  L'euristica si occupa essenzialmente sull'uso delle fonti e  metodo di approccio osservato nel campo della ricerca.

Il problema delle fonti o meglio su cosa siano le fonti è fondamentale per lo storico, non c'è ricostruzione storica senza fare riferimento alle fonti. Se questo punto sembra ormai acquisito da tempo,  tanto che la figura dello storico moderno presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto agli storici dell'antichità è altrettanto vero che vi sono state e vi sono "scuole di pensiero" differenti su cosa siano le fonti storiche. La discussione su cosa siano le fonti storiche è una discussione che è nata nell'Ottocento in pieno clima positivistico ma possiamo dire che i primi approcci finalizzati alla classificazione dei fatti e degli eventi sono da fare risalire al periodo illuminista quando incominciarono i primi lavori di sistemazione ordinata dello scibile umano compresa quindi la storia, intesa come narrazione degli eventi passati.

In tutti i manuali viene riportata la distinzione tra fonti dirette o primarie e fonti indirette o secondarie; è possibile quindi schematicamente distinguere:

Fonti scritte tra cui rientrano:

  • le fonti letterarie quali ad esempio documenti istituzionali, opere letterarie e di qualunque altro campo del pensiero  umano;

  • le fonti epigrafiche che pur rientrando nell'ambito generale della scrittura, si caratterizzano per il fatto di essere incise sui più svariati supporti materiali.

Fonti non scritte tra cui vanno annoverate:

  • le fonti iconografiche quali ad esempio dipinti, disegni, immagini incisi etc.

  • le fonti monumentali;

  • le fonti orali che comprendono tutte le testimonianze chi ha vissuto direttamente un fatto o un evento.


 

La distinzione su riportata ha uno scopo pratico, utile sul piano espositivo ma apre delle discussioni su cosa sia una fonte. Una discussione che è ancora in atto e che è iniziata alla fine dell'Ottocento quando lo storico Johann Gustav Droysen, sul piano dottrinario, sentì l'esigenza di dare alla storia una dignità scientifica stabilendo compiti e competenze dello storico. Droysen era ben conscio del fatto che la storia abbracciasse tutta una serie di problematiche che originariamente non avevano a che fare con la storiografia vera e propria. Innanzitutto Droysen sentì l'esigenza di trovare un metodo storico che fosse del tutto autonomo rispetto all'alternativa tra la concezione speculativa e quella materialistica, un'alternativa falsa e che riteneva astratta e di natura essenzialmente spirituale mentre lo storico si sarebbe dovuto muovere nel campo della realtà empirica. Questa esigenza - secondo il Droysen- non doveva essere solo dello storico ma di chiunque operasse nel campo della ricerca e che avesse avuto a che fare con il mondo empirico. Proprio da questa consapevolezza era necessario partire per non perdere il senso per le realtà e per senso per le realtà Droysen riteneva con Wilheelm von Humboldt che si dovesse pervenire alle verità. Sotto questo punto di vista - sosteneva lo storico tedesco - la storia è scienza perché ogni scienza che possa essere definita tale vuole raggiungere la verità.

La storia è una disciplina che si deve occupare di realtà empiriche e per questo è una scienza empirica che deve essere autonoma e che non può avere alcuna commistione con la filosofia e la teologia che operano in altri ambiti e che hanno altre finalità. Oggetto della storia è tuttavia tutto il contenuto di un popolo (Droysen si riferiva al popolo tedesco e nello specifico prussiano) per ciò che concerne il passato, passato che però esercita la sua influenza nel presente che è il risultato di ciò che rimane del passato.  Nella distinzione che Droysen ci ha fornito, possiamo riassumere schematicamente tra  fonti vere e proprie e i cosiddetti "avanzi". La distinzione operata dallo storico prussiano si fonda sulle intenzioni, per Droysen possiamo distinguere fonti intenzionali mediate da fonti immediate ossia scevre da qualsiasi interesse di tipo testimoniale. Il primo passo per una corretta conoscenza storica, è tenere presente che la storia ha a che fare con dei materiali, materiali che possono essere utilizzati ed afferrati in vista di una corretta ricostruzione. Bisogna quindi partire dal materiale che si trova nel presente e andare a ritroso nel passato. A tal proposito Droysen afferma: " Si potrebbe dire che l'essenza della ricerca consiste nel ravvivare i tratti sbiaditi, le tracce latenti nel punto del presente che essa coglie, nel proiettare il lume di una lanterna a ritroso nella notte dell'oblìo" 1.

Ogni punto della realtà è storia, ogni persona è il risultato di un processo storico, il passato è tale nel momento in cui viene interiorizzato riverberandosi nel presente. La comprensione e la forza di un uomo risiedono nella comprensione del passato, soltanto attraverso la conoscenza del passato l'uomo - sostiene convintamente Droysen – non sarebbe spirito.

La storia senza la coscienza del proprio passato, è una storia senza memoria e senza speranza. Droysen poi dice chiaramente che laddove c'è l'impronta della mano umana, c'è storia: è storia l'architettura, la scultura, l'industria, lo Stato, la società, il linguaggio, la religione, la scienza ecc.; non c'è ambito dell'attività umana che non possa non definirsi storica. Ogni storia umana è prima di tutto storia e non esiste uomo se non come risultanza di ciò che “è stato vissuto dalla sua famiglia, dal suo popolo, dalla sua epoca, dalla sua umanità2


 

Nel metodo storico prospettato da Droysen assume una grande rilevanza leanomalie in quanto la ricerca storica non è rivolta a rinvenire leggi universali ma varianti mutabili. Ciò che però caratterizza in maniera unica il metodo storico, la sua quintessenza è il Verstehen, ossia comprendere indagando, l'interpretazione. Nella storia le variabili producono risultati diversi e solo l'interpretazione delle variabili può portare alla comprensione dei fatti.

Nel contempo Droysen argomenta in modo puntuale i limiti del metodo storico che non può comprendere il singolo senza considerare la totalità. Ma quali sono le condizioni che permettono di osservare ? Innanzitutto – sostiene Droysen – gli osservatori si devono trovare nelle medesime condizioni etiche ed intellettuali, solo allora possono comprendere ed interpretare i fatti. La disamina fatta da Droysen passa dall'universale al particolare con uno stile che oggi appare dispersivo, le frequenti disgressioni così evidenti, stridono con il nostro modo di comunicare ma è proprio questa caratteristica che ci mostra non solo lo storico ma l'uomo di cultura straordinaria, dalle conoscenze vaste e solide che con l'esemplificazione rende la sua argomentazione convicente e affascinante.

Non vi può essere attività dell'intrpretare i fatti storici se lo storico non sviluppa la capacità di comprendere tutte le forme in cui si manifesta la cultura umana, a questo proposito Droysen afferma:


 

"Ogni uomo è in certa misura uno storico, ma colui che fa dello ἱσtορεῖν la sua professione, questi ha da compiere qualcosa che è umano in una misura e con un'ampiezza particolari perchè in lui deve compiersi lo γνῶθι σεαυτον del genere umano (almeno nella forma dello ναγιγνώσκεισν, dacchè deve comprendere, leggere l'essente come un divenuto, quasi conoscerlo risalendo all'indietro e fin sino alla sua origine)"3

Al di là del contenuto del metodo indicato da Droysen, ciò che assume una rilevante importanza è il fatto che lo studioso tedesco ha posto le basi della moderna metodologia storica intuendo che l'individuazione delle fonti deve essere un processo continuo che investe tutto l'agire umano, tutto il materiale prodotto umano, l'unico che permette di conoscere ed interpretare il passato.

1Johann Gustav Droysen, Istorica: lezioni di enciclopedia e metodologia della storia (1857) a cura di Silvia Caianello, 2003, Alfredo Guida Editore, Napoli, 2003, p.88.

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Published by Caiomario - in Storia
24 aprile 2015 5 24 /04 /aprile /2015 18:04

La svolta costantiniana diede un forte impulso allo sviluppo dell'arte cristiana, e con la libertà di culto e con le sovvenzioni governative che pare vi siano state per precise disposizioni della corte imperiale, sorgono importanti siti cristiani: a Roma la Basilica di San Pietro che venne costruita con il materiale del circo di Nerone, la Basilica di San Giovanni Laterano e la chiesa di San Costanza. A Gerusalemme la Chiesa del Santo Sepolcro, a Costantinopoli una chiesa sulla quale più tardi sarà costruita da Giustiniano Santa Sofia.

Non è estraneo durante l'epoca costantiniana lo sviluppo di varie istituzioni ecclesiastiche che collegano divise comunità tra loro. Raccordandosi alla struttura statale, la Chiesa crea province ecclesiastiche rette da metropoliti in parte già esistenti nei decenni precedenti e circoscrizioni più grandi dette Patriarcati, ci saranno il Patriarcato di Roma, di Costantinopoli, di Antiochia, di Gerusalemme e di Alessandria, poi la chiesa si organizza in diocesi e province. Dall'altra parte la svolta costantiniana comportò anche degli effetti negativi e delle conseguenze pericolose. Uno dei provvedimenti di Costantino che sarà destinato ad avere una grande influenza nella storia della Chiesa  fu una legge del 318 che autorizzava i vescovi a giudicare le cause non solo tra cristiani ma anche tra pagani in qualunque stadio si trovasse il processo quando le parti avessero accettato una soluzione che avesse accorciato la durata e i costi del processi. In questo periodo si formò quindi una concorrenza tra due giurisdizioni: quella statale e quella ecclesiastica, questo fatto avrebbe potuto portare a un miglioramento di una giustizia spesso corrotta ma l'estensione dei poteri del vescovo costituirà un precedente che cambierà molto la fisionomia del corpo di una diocesi spostando la sua attività verso interessi prettamente temporali. Il vescovo cessò di essere un pastore di anime e aumentò il suo prestigio e il suo potere trasformandosi in una sorte di funzionario statale legato strettamente alle sorti dello Stato e del potere governante.

Oltre alla giurisdizione concorrenziale per le cause civili, la Chiesa si aggiudicherà la  giurisdizione esclusiva sulle cause dei sacerdoti, nasce così il cosiddetto Foro ecclesiastico che resterà in vigore fino all'Unità d'Italia: quando un sacerdote commetteva un reato non veniva giudicato del tribunale ordinario ma dal tribunale della Curia e nel caso in cui fosse stato condannato non andava in un carcere ordinario ma in uno riservato agli ecclesiastici  che si trovava a Tarquinia. In epoca successiva la riflessione che si andrà ad elaborare da parte di numerosi pensatori cristiani, difenderà l'istituzione del Foro ecclesiastico così come delle immunità,  come un diritto innato insito nella condizione  stessa del sacerdote, una condizione che, secondo questa teoria, implicava l'acquisizione di diritti che di fatto  vennero  però concessi da Costantino  e che portarono ad un aumento consistente delle ricchezze del clero.

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Published by Caiomario - in Storia
12 aprile 2015 7 12 /04 /aprile /2015 09:08

Anche chi considera il paganesimo come causa dell'evoluzione della legge romana, deve ammettere che il Cristianesimo ebbe un ruolo fondamentale nella civilizzazione del diritto romano.

Questo processo si può riassumere in due aspetti rilevanti:

  • Il maggior rispetto per la persona e la vita umana;

  • Il miglioramento delle condizioni dei fedeli cristiani.

Per la prima volta l'uccisione di uno schiavo viene ritenuta un assassinio, è proibita la tortura, la marchiatura e la spartizione, in caso di separazione, di un patrimonio che comportava anche la spartizione degli schiavi che spettavano una parte al marito e un'altra parte alla moglie.

Si favorisce l'affrancatura cioè l'emanciparsi dalla condizione di schiavo, semplificando la procedura, la prassi e la schiavitù rimane sino a che non cambiano le condizioni economiche.

Da Costantino in poi è proibita la pena di morte tramite crocifissione per rispetto a Gesù Cristo, è proibita l'uccisione di un bambino eseguita dal padre, è vietato il libero abbandono dei bambini, è proibito al giudice di destinare i rei al gioco del circo o di diventare gladiatori, vengono anche abolite delle sanzioni introdotte da Augusto contro il celibato e contro la mancanza di prole.

Il riconoscimento della domenica come giorno festivo ebbe diverse conseguenze in quanto il momento della messa festiva diventa il luogo in cui si manifesta maggiormente la Chiesa incarnata, se durante le persecuzioni la Chiesa potè esercitare un influsso limitato, dopo Costantino la Chiesa incomincia ad avere un influsso sempre maggiore nei confronti della società.

Bisogna sottolineare che l'azione sociale delle leggi, non viene realizzata da ecclesiastici ma da laici, mentre i primi si limitano a ricordare i princìpi, i laici invece li traducono in fatti concreti; nello stesso tempo alla Chiesa protesa verso la realtà ultraterrena, a una Chiesa fiduciosa soprattutto nella forza di verità e nella efficacia della grazia, succede una Chiesa a stretto contatto con la realtà cirocostante, alleata con il potere, potente, rispettata e anche temuta.

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Published by Caiomario - in Storia
3 aprile 2015 5 03 /04 /aprile /2015 05:57

Se dal punto di vista religioso è difficile dire di più (vedi http://condividendoidee.over-blog.it/2015/04/la-conversione-religiosa-di-costantino.html), per quanto riguarda l'aspetto politico del personaggio, diciamo che la personalità dell'imperatore Costantino, merita di essere messa accanto a quella dei più grandi uomini di stato dell'antichità ed era una personalità che in qualche modo giustifica quelle lodi che le erano state fatte da Eusebio di Cesarea che per quanto siano troppo sbilanciate a favore di Costantino, esprimono chiaramente il senso di ammirazione che il genio costantiniano provocò in quelli che lo conobbero.

Si deve per esempio a Costantino una riforma amministrativa che nonostante le critiche mosse dagli storici dell'antichità, si può giudicare positiva in quanto proprio grazie a questa riforma l'apparato amministrativo ne uscì rafforzato sopravvivendo e superando ad un periodo di forti crisi militari.

Con questa riforma amministrativa Costantino da dittatore militare che era la condizione da cui era partito, diventa effettivamente il capo di uno stato. Costantino è poi quello che trasferì la capitale dell'Impero da Roma a Bisanzio e che ribattezzerà Costantinopoli in onore a se stesso. Questo trasferimento può essere letto come un avvertimento geopolitico molto forte e se da una parte permetterà all'Impero d'Oriente di sopravvivere a lungo, dall'altra parte favorirà l'autorità del Vescovo di Roma, cioè del Papa. Infatti, dal momento che l'Imperatore si trasferisce a Costantinopoli, l'autorità del Papa si può sviluppare più liberamente però finirà per l'opporgli un concorrente pericolo: il vescovo di una seconda Roma, il Patriarca di Costantinopoli.

Per quanto riguarda la storia della Chiesa, la politica di Costantino ebbe degli effetti complessi che si sentirono maggiormente dopo la sua scomparsa quando la Chiesa diventò un'altra cosa rispetto a quella che era alle origini. Costantino credeva che Dio gli avesse dato una missione speciale a vantaggio non solo dello Stato ma anche dalla Chiesa ed era convinto che tra le due sfere dovesse regnare l'armonia.

È naturale che Costantino non potesse liberarsi dalla mentalità del tempo legate al paganesimo quindi è chiaro che nei confronti della Chiesa si sente il padrone così come nei confronti del paganesimo, tanto è verò che l'Imperatore aveva il titolo di Pontifex Maximus e si riteneva tale anche nei confronti della religione cristiana. Costantino a volte si presenta come servo di Dio ma anche come Vescovo autonominandosi Vescovo costituito da Dio per l'umanità fuori dalla Chiesa. Il suo biografo, Eusebio di Cesarea, nell'opera Vita di Costantino lo nomina Vescovo universale. L'utilità che va a favore dello Stato derivante dall'appoggio alla religione cristiana si unisce alla convinzione che l'Imperatore fa del bene a vantaggio della religione e della Chiesa stessa. Di questa Chiesa lui percepisce la forza, la grandezza e quindi si sente nel diritto di gestirlo e di governarla, anche se per quanto riguarda la sua appartenenza alla Chiesa rimane un semplice catecumeno, ossia uno che sta sulla soglia della porta ma che non vi entrerà mai.

A Costantino si deve la cessazione delle persecuzioni, poi bisogna ammettere che lo Stato romano continuò a praticare trattamenti diversi verso quelle forze che, in un modo o nell'altro, erano in contrasto con il potere, in particolare ciò avvenne in Africa nelle parti dell'impero che fino al 325 non erano sottoposte alla sua giurisdizione e dove si svilupparono numerose eresie. Dopo il suo avvento nella parte orientale dell'Impero cessarono anche queste persecuzioni, una svolta importante dopo l'Editto di Milano del 313 che rappresenta una tappa fondamentale nella storia della libertà della Chiesa e del Cristianesimo.

Costantino ha appoggiato in vari momenti la religione cristiana prima perseguitata e ciò ebbe un'influenza sulla legge romana che lentamente andò a ricercare i suoi fondamenti non più nello stoicismo ma nella buona fede cristiana. Anche chi considera il paganesimo come causa dell'evoluzione della legge romana, non può non ammettere che il Cristianesimo ebbe un ruolo fondamentale nell'accelerare e nell'allargare il processo di civilizzazione presente nel Diritto romano.

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Published by Caiomario - in Storia
2 aprile 2015 4 02 /04 /aprile /2015 09:24

Costantino nasce intorno al 280 da Costanzo Cloro che era un generale di Diocleziano e da Elena, regge l'Impero d'Occidente dal 311 al 325 e tutto l'Impero intero dal 325 al 337 anno della sua morte. Colui che è stato definito il primo imperatore cristiano in realtà non arrivò mai a convertirsi alla fede cristiana con convinzione, forse vi è arrivato negli ultimi anni della sua vita, ma sono solo ipotesi che non possiamo provare. Sono molti però che ritengono che Costantino fosse un machiavellico, uno pronto a servirsi di una religione a cui non credeva e che gli si presentava come un utile strumento di governo, non vuol dire però che fosse un sincretista, lo fu piuttosto per quanto riguarda la sua disposizione interna. Sotto questo punto di vista Costantino fu una persona sempre alla ricerca, sempre in evoluzione e che passò da un senso religioso vago dei suoi primi anni di vita e in cui vi fu un'influenza di elementi superstiziosi, alla svolta decisiva del 312. Tuttavia è difficile capire se questa svolta fu davvero profonda, è però innegabile che in seguito a questo passaggio Costantino incominciò ad avvicinarsi al Cristianesimo. Si tratta di una fede che vediamo tradotta in pratica in maniera molto imperfetta perché Costantino personalmente si è macchiato di varie violenze soprattutto nell'ultimo decennio della sua vita: fece assassinare, infatti, suo figlio Crispo, sua moglie Fausta, suo suocero e tre cognati.

Tuttavia nessun motivo di basso livello poteva in punto di morte indurre Costantino a farsi battezzare, quindi quell'atto ritardato sino a quel momento, secondo una mentalità diffusa nel IV sec. si capisce solo se avesse avuto una fede o quanto meno una preoccupazione religioso.

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Published by Caiomario - in Storia
2 aprile 2015 4 02 /04 /aprile /2015 08:59

Possiamo definire la remissione del Cristianesimo come svolta costantiniana riguardo alla fede e alla professione cristiana, a tale riguardo vi sono i giudizi degli storici contemporanei e di quelli antichi. Uno degli storici antichi che ne parla è San Girolamo che, a Betlemme dopo avere fondato un monastero, scrive una lettera ad una sua figlia spirituale e ad un certo punto lascia l'argomento che stava trattando e apre una parentesi sulla condizione del Cistianesimo e del paganesimo alla fine delle persecuzioni «Il Campidoglio una volta dorato è ormai immerso nello squallore, tutti i templi sono coperti di fuliggine e di ragnatele, la città si muove dalle sue abitazioni e il popolo in folla passa indifferente di fronte ai santuari mezzi cadenti per correre alle tombe dei martiri, il paganesimo è abbandonato persino in Roma e quelli che erano un tempo gli dei delle genti sono stati relegati nei comignoli fra le civette e i gufi, i destini dei soldati sono dati dalla croce, l'immagine del patibolo da cui è venuta la salvezza, orna la porpora dei re e le corone di gemme, anche Serafide in Egitto si è converito al Cristianesimo. Abbiate Marna piange chiuso nel suo tempio che può anche essere demolito. Dall'India, dalla Persia, dall'Etiopia, accogliamo ogni giorno schiere di monaci, l'arciere da deposto le sue frecce, gli Unni invadono il Partenio, il freddo della Scizia è sciolto dal calore della fede, l'esercito dei Goti biondi e rossicci è accompagnato dalle insegne della Chiesa etc... ».

Prima di San Girolamo Eusebio di Cesarea che ha scritto una fondamentale Storia della Chiesa e la Vita di Costantino, aveva pure esaltato con entusiasmo il trionfo del Cristianesimo e l'apporto che Costantino aveva dato alla Chiesa, scrive Eusebio a tale proposito: «Cantiamo il cantico nuovo perchè siamo stati stimati dentro di vedere e celebrare cose che prima di noi, molti relamente giusti e martiri di Dio desideravano vedere e non dirlo, desideravano dire e non dicono, tutti gli uomini erano ideati dall'oppressione, ogni luogo rincominciava e rivivere, le chiese nuovamente si ergevano dalle rovine, imperatori supremi con continue leggi promulgate a favore dei cristiani estendono e pomtificano la grazia che la divina liberalità ha elargito, i Vescovi ricevevano onori di denaro dall'imperatore ».

Eusebio sottolinea i meriti di Costantino nei confronti della Chiesa, soprattutto in occasione del Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico, convocato nel 325 dallo stesso Costantino, meriti che consistono nell'aver sostenuto le spese per trasportare i vescovi sia per lo svolgimento delle discussioni, sia per applicare le decisioni che vengono prese. I contemporaei quindi giudicarono con entusiasmo la svolta costantiniana, a questo ottimismo si contrappone il giudizio di buona parte della storiografia attuale, per esempio uno storico moderno, il D'Avack, ha ritenuto che l'appoggio statuale alla Chiesa «fu quanto di più dannoso e pericoloso potesse capitare alla Chiesa », ossia ebbe un'influenza nefasta e corruttrice sulla Chiesa. Secondo questo storico proprio a causa del protezionismo statale voluto da Costantino e che si protrarrà per secoli, alcune comunità orientali crollarono con il primo contatto con l'Islam. Sono bastati quindi due secoli di protezioni statali per atrofizzare queste comunità cristiane in maniera completa, questa tesi è stata esposta da Pietro Agostino D'Avack nel libro “Il problema storico-giuridico della libertà religiosa”.

Un giudizio negativo sulla cosiddetta svolta costantiniana lo abbiamo nella Storia del Cristianesimo di Ernesto Buonaiuti il quale osserva che « i Cesari si sono converti al Cristianesimo però per riflesso il Cristianesimo si è convertito al Cesarismo », in altre parole, secondo il Buonaiuti la fede cristiana è diventata uno strumento del potere cooperando con il nuovo regime imperiale instaurato da Diocleziano. Il Cristianesimo si è allontanato sempre più dal suo spirito primitivo, si è modernizzato, una mutazione questa che si è verificata proprio con Costantino che rappresenta una tappa fatale per la storia del Cristianesimo e che costituisce il passaggio da una religione che separava i valori della sfera politica da quella religiosa, negando la preminenza a quella della politica e fondando quelli della sfera religiosa sull'amore. Una religione prona ap potere politico è una religione strumentalizzata e influenzabile che si riduce ad adoperare quei mezzi che sono propri dell'attività politica.

Per Buonaiuti la svolta costantiniana è una rivoluzione involutiva per la Chiesa che regredisce invece di evolversi. Ad una Chiesa povera, senza appoggi statali, fondata solamente sulla forza della verità e sull'efficacia della Grazia, pronta a dare la vita e a non usare violenza, succede con la svolta costantiniana, una Chiesa ricca, appoggiata dallo Stato ma nel contempo strumentalizzata dallo Stato stesso e anche incline a usare pressioni fisiche a sostegno della verità.

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Published by Caiomario - in Storia
26 marzo 2015 4 26 /03 /marzo /2015 20:03

Nell'antichità la diffusione di un annuncio era favorita dalle vie di comunicazione e così è stato per il Piceno. Si è molto discusso da dove potesse essere venuto nel Piceno il Cristianesimo, qualcuno ha ipotizzato da Ancona dove c'era un porto molto importante con rotte anche con l'Oriente, però questa ipotesi sembra poco plausibile sia per la distanza sia per la difficoltà della comunicazione stradale. L'ipotesi più accreditata è che il Cristianesimo possa essere entrato nel Piceno attaraverso la via Salaria, una via di comunicazione diretta e prarticata sopratutto per motivi commerciali. Niente di più facile quindi che un catechista o un mercante che abbia conosciuto la buona novella nell'ambiente romano possa averla riferita nel territorio piceno. Purtroppo per ciò che concerne l'introduzione del Cristianesimo nel Piceno, non abbiamo documentazioni di prima mano, abbiamo però delle tradizioni che vengono riportate da scrittori ed eruditi del 1600 e del 1700 i quali si rifanno a precedenti autori i cui scritti non ci sono pervenuti. Dobbiamo quindi fidarci di questi autori e in che modo? Cercando soprattutto di inquadrare il problema nell'abito delle congetture plausibili, perchè abbiamo solo tradizioni e non documenti, plausibili perchè possano andare d'accordo con il contesto storico dell'epoca. Per quanto la passio di S.Emidio sia tadiva, sembra che un fondo di storicità ci sia, un fondo sul quale sia stata poi imbastita la trama gonfiata da elementi accidentali non diretti, è ormai acquisito che alla sua venuta nel Piceno, abbia già trovato dei cristiani, esattamente come la venuta di Pietro e Paolo a Roma, in effetti questi storici molto tardivi riportando antiche tradizioni e parlano di vescovi regionali e non di sedi episcopali o diocesi così come le intendiamo noi. Anche su questi vescovi regionali abbiamo scarse notizie, sappiano che nel femano vi erano Alessandro e Filippo così come viene citato un certo Marzulio, ma a parte i nomi non sappiamo altro. L'unico martire storicamente accertato e risalente alla metà del III secolo è San Marone sepolto a Civitanova, San Marone fu condannato a lavorare i campi demaniali dell'Imperatore lungo la via Salaria, occasione per evangelizzare i viandanti che la percorrevano. Per quanto riguarda la costituzione della diocesi picena, pare che si possa parlare di una diocesi ascolana nel IV sec., prima del IV sec. Non si può parlare di una comunità ben determinata in quanto non vi era un vescovo della comunità ascolana ma un vescovo itinerante che seguiva diverse comunità. Le diocesi non erano solo le attuali ma ve ne erano altre che poi sono scomparse, per esempio esisteva la diocesi di Tronto, i resti della città di Truentum sono stati trovati sopra il cimitero di Martinsicuro e quella comunità aveva un vescovo perchè ne è stata accertata la storcità in quanto è stato presente a dei concili,dove si ritrova il nome e la firma di questo vescovo di Tronto; nel VII sec. questa comunità scomparve sotto la pressione delle incursioni saracene che imperversavano lungo le coste. Altre diocesi furono quelle di S.Nerone, di Cluento (Civitanova), Cupra, Ascoli, Ancona, Pesaro Fermo, Fano e Camerino. Facendo una congettura plausibile, possiamo collocare negli anni che coincidono con l'editto di Claudio (41-42 d.C.) la prima attività di evangelizzazione del Piceno avvenuta ad opera di giudeo-cristiani che furono costretti ad allontanarsi da Roma per motivi di ordine pubblico. Possiamo quindi collocare il termine iniziale di questa attività di evangelizzazione nel 41-42 d.C. e il termine finale con il martirio di San Marone collocabile nel III secolo d.C.; dalla metà del III secolo le testimonianze diventano più numerose perchè abbiamo delle liste episcopali semicontinue, abbiamo anche delle testimonianze archeologiche che attestano l'esistenza di queste prime comunità come il Battistero di Pesaro e il Battistero di Ascoli che al suo interno ha una vasca battesimale paleocristiana ad immersione. Abbiamo poi anche documenti del IV sec. come le lettere di papi che scrivono ai vescovi del Picenum. Le prime comunità cristiane del Piceno si dissolsero rapidamente in seguito alla calata dei barbari e soprattutto dei longobardi la cui presenza portò alla fuga della popolazione dagli agglomerati urbani verso le zone montane. La parrocchia rurale nasce con le invasioni longobarde, la popolazione si dà alla fuga, si rifugia sui monti e fonda degli agglomerati che danno origine ai paesi di montagna e di collina la cui fondazione non è anteriore al IV sec. d.C. Con la fuga dalle città comincia a nascere la piccola parrocchia, le comunità sono talmente piccole che non c'è un singolo vescovo per ognuna di esse ma certamente più di una ed è proprio allora che nascono dei presbiteri locali che si prendono cura delle piccole comunità e un Vescovo che è un coordinatore di più comunità, Più tardi durante il periodo carolingio sia dal punto di vista lavorativo che culturale vi sarà l'apporto del monachesimo e in particolare di quello benedettino che nell'ascolano proveniva dal monastero di Fassa. La gran parte delle parrochie rurali ha origine da fondazioni di monaci che insegnavano a dissodare il terreno, a disboscare e a coltivare. Le chiese più antiche sono fuori dalle città, il che fa pensare che fossero chiese ricettizie non di un agglomerato, ma di casali sparsi nel territorio, solo nel 1500-1600 si costituiscono le chiese dentro gli agglomerati, ma le chiese più antiche sono sempre fuori il che avvalorebbe l'ipotesi che queste chiese fuori le mura servissero più comunità che si erano rifugiate nelle campagne, più tardi per esigenze pratiche e difensive si sono riunite dando origine al castrum.

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Published by Caiomario - in Storia
22 marzo 2015 7 22 /03 /marzo /2015 21:05

Nell'Alto Medioevo la Chiesa ha avuto il merito salvare ciò che si poteva salvare nella cultura generale, sia per indirizzare l'acculturamento verso un approfondimento della fede e sia per difendere il patrimonio delle conoscenze che perveniva dai periodi precedenti.

La necessità di sapere era in funzione delle necessità apostoliche e pastorali, in quel periodo poi vi è da tenere presente che gli unici che sapessero leggere e scrivere ed erano in grado di studiare erano gli ecclesiastici.

A partire dal 1100 la Chiesa comincia a coinvolgere nel discorso culturale strati sempre più vasti della popolazione, all'epoca la divulgazione della cultura non si poteva fare con la stampa ma attraverso le copie di un testo unico denominato esemplare. Nei pressi delle università si stabilirono delle copisterie la cui attività era svolta da monaci che potevano contare su una lunga tradizione nella trascrizione di testi provenienti dall'antichità. Oltre ai copisti vi erano degli artisti detti miniaturisti che decoravano i capilettera e i margini dei codici che ci danno un'immagine per niente fosca del periodo medioevale al contrario di quanto sostiene una certa storiografia che parla di secoli bui del medioevo. La Chiesa medioevale ad un certo punto dà inizio a un sistema scolastico aperto a tutti coloro che avessero avuto la possibilità di approfittarne.

Nell'antichità la scuola era una cosa privata, nell'epoca cristiana la scuola divenne una cosa pubblica e la Chiesa si impegna ad organizzarla così come si impegna in tutte quelle iniziative sociali nelle quali lo Stato sarà, fino all'epoca moderna, del tutto assente.

Nel 1179 il Concilio Lateranense, sotto il papa Alessandro II ordina al clero di aprire ovunque le scuole che risultavano ripartite nelle seguenti tre categorie: la scuola primaria (elementari), la scuola secondaria (medie e biennio delle superiori) e l'università.

La scuola primaria era una scuola al livello parrocchiale dove la funzione di maestro era svolta dal parroco; in teoria questa scuola era aperta a tutti i bambini della parrocchia, in realtà era frequentata da molto pochi perché i bambini erano utilizzati come braccia nei lavori dei campi, investire in cultura era considerato dalle popolazioni contadine poco remunerativo e poco importante. Il più delle volte il maestro era anche cantore, sagrestano, segretario comunale e responsabile della comunità. Questa scuola era gratuita, le materie insegnate erano scrittura, lettura, canto, grammatica e i primi rudimenti della lingua latina, nell'ambito dell'attività didattica si impartiva poi anche il catechismo.

Per quanto riguarda la scuola secondaria, in un primo momento era solo al livello abbaziale, poi intorno al 1200, le scuole abbaziali cominciano a decadere e al posto di queste subentrano le scuole vescovili o capitolari (capitolari perchè scuole all'ombra delle cattedrali). Tutti i vescovi di quest'epoca, ebbero le proprie scuole secondarie. La frequenza della scuola secondaria avveniva fino a circa 20 anni, la scuola era a pagamento per chi poteva pagare, chi era indigente veniva esentato.

L'insegnamento nella scuola secondaria era diviso in trivio e quadrivio. Il trivio raggruppava le materie umanistiche: grammatica, dialettica e retorica; il quadrivio riguardava l'ambito scientifico e raggruppava geometria, astronomia e musica. L'impostazione di fondo della scuola secondaria riguardava la verità sull'uomo, i problemi dell'uomo, l'origine e il fine dell'uomo, la religione della morale. Poi poco per volta compaiono delle specializzazioni in diverse località dell'Europa, per esempio a Chartres si avrà una scuola superiore particolarmente specializzata nelle lettere; a Parigi nella teologia, a Bologna nel diritto, a Salerno nella medicina, queste scuole diventeranno poi università.

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Published by Caiomario - in Storia
15 marzo 2015 7 15 /03 /marzo /2015 09:16

La tradizione indica negli apostoli Pietro e Paolo come i fondatori della Chiesa di Roma, tale tradizione però oggi non è più sostenibile, perchè? Svetonio ci dice che l'imperatore Claudio espulse i giudei da Roma dal momento che questi stavano continuamente in tumulto impulsore Chresto (1). Ora Svetonio, nella successione cronologica, colloca questo fatto nel 49 d.C, tuttavia vi è un altro autore di lungua greca che si chiama Ammiano Marcellino riporta la stessa espulsione collocandola non nel 49 d.C, ma intorno al 40-41 d.C.. Questo vorrebbe dire che a 10 anni dalla resurrezione di Cristo qualcuno avrebbe già introdotto il Vangelo nella comunità dei giudei-cristiani di Roma che praticavano il loro culto nella sinagoga e deve esserci stato un catechista itinerante che fece questo ma non sicuramente gli apostoli Pietro e Paolo dal momento che la veridicità del loro martirio è fuori discussione, martirio che possiamo colloare nel periodo della persecuzione neroniana cioè negli anni che vanno dal 64 al 66 d.C.

Pietro e Paolo quindi possono essere inquadrati come organizzatori della comunità piuttosto che come coloro che avevano fatto la prima evangelizzazione. Possiamo quindi ipotizzare che il Vangelo sia stato portato da un giudeo convertito al Cristianesimo e del quale non conosciamo il nome. Detto personaggio annunciò per la prima volta nella sinagoga la fede in Cristo seguendo il modello di Paolo che quando andava in una città, si recava subito in una sinagoga, dove trovava opposizione. Sarebbe quindi questa la spiegazione dei tumulti e il conseguente provvedimento di espulsione emanato da Claudio di cui parla Svetonio. Lo stesso Paolo fuggì da Roma proprio per l'espulsione voluta da Claudio e si recò a Corinto dove incontrò Aquila e Priscilla che saranno suoi collaboratori nell'opera di evangelizzazione. Possiamo collocare la prima opera di evangelizzazione a Roma nel 40 d.C. e non certo per opera di Pietro e Paolo, questa ipotesi assume una certa rilevanza anche per quanto riguarda la datazione della diffusione del Cristianesimo nelle altre zone della penisola.

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NOTE

(1) Svetonio, Vita Claudii, 23.4 - «Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit».

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1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 07:00

La Rivoluzione e i Contadini

Carlo Pisacane

 

 

 

 

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"L'eccidio di Carlo Pisacane e dei suoi compagni" illustrazione tratta da

Storia d'Italia di Francesco Bertolini, illustrata da Lodovico Pogliaghi

con 97 grandi riquadri di  Edoardo Matania.

Fonte immagine:https://www.flickr.com/photos/37667416@N04/4595066636


 

Carlo Pisacane (Napoli 1818 - Salerno 1857) è stata una delle figure più attive del Risorgimento nazionale, partecipò nel 1848 alla Prima guerra d'Indipendenza e fece parte della Commissione di Guerra durante la difesa della  Repubblica Romana  del '49 di cui fu anche capo di stato maggiore.

Dapprima vicino al pensiero di Mazzini, si avvicinò alle posizioni del Cattaneo e dei socialisti francesi. Nel 1857 fu a capo della spedizione nel Regno di Napoli che avrebbe dovuto sollevare i contadini,  partito da Genova si diresse a Ponza dove liberò trecento ergastolani e da Sapri si diresse verso l'interno. La sperata insurrezione delle plebi agricole non vi fu, attaccato dall'esercito borbonico e dagli stessi contadini preferì togliersi la vita per non finire prigioniero dei Borboni

Tra le sue opere vanno annoverati due scritti importanti: La guerra combattuta in Italia negli anni 1848'-49 e i quattro volumi dei Saggi storici, politici, militari sull'Italia.

 

Nel Saggio sulla Rivoluzione Pisacane racconta le condizioni delle plebi agricole nel Regno Borbonico, è interessante ancora oggi riflettere sull'analisi del patriota napoletano, un'analisi che al di là delle ragioni contingenti dell'epoca, ci inducono a comprendere i motivi per cui lo sfruttamento subito si possa trasformare in forme di collaborazione e di collusione con il potere egemonico che è causa dello stesso sfruttamento. Le vittime della brutalità spesso per motivi di autodifesa scelgono di diventare sfruttatori di altri sfruttati e di "saltare" dall'altra parte della barricata una volta che la protesta si è spenta. Per quanto riguarda, invece, le contingenze storiche bisogna sottolineare che il Risorgimento nazionale fu un movimento  in larga parte  condotto dalla borghesia liberale i cui interessi erano del tutto estranei a quelli degli strati  più subalterni della popolazione meridionali. L'assenza di valori condivisi e convissuti ha fin da allora impedito che nascesse una coscienza autenticamente nazionale ma è anche causa dello scarso senso civico che da sempre caratterizza larghi strati della popolazione italiana.

 

 

 

«L'odio ai presenti governi -osserva Pisacane- bastante ad insorgere, trionfata l'insurrezione, s'ammorza; quindi bisogna suscitare una passione, onde bilanciare gli stenti e i rischi della guerra. Il desiderio di libertà, d'indipendenza, l'amor della patria hanno forza grandissima nei cuori di quella balda ed intelligente gioventù, che è sempre prima ad affrontare i pericoli delle battaglie, ma essi soli non bastano; l'Italia trionferà quando il contadino cangerà volontariamente la marra col fucile; ora, per lui, onore e patria sono parole che non hanno alcun significato; qualunque sia il risultato della guerra, la servitù e la miseria lo aspettano. Chi può senza mentire a se medesimo, affermare che le sorti del contadino e del minuto popolo, verificandosi i concetti de' presenti rivoluzionari, subiranno tal cangiamenti da meritare le pene e i sacrifizi necessari a vincere? Il socialismo o se vogliasi usare altra parola, una completa riforma degli ordini sociali, è l'unico mezzo che, mostrando a coloro che soffrono un avvenire migliore da conquistarsi, li sospingerà alla battaglia. Quindi la difficoltà che presenta la guerra, dal nostro risorgimento, i numerosi nemici, l'indole italiana assai difficile a governare, la vita municipale prima a manifestarsi nelle rivoluzioni, il costume, ormai reso seconda natura, di resistere a chi comanda.....costituiscono il fato della nazione; inesorabilmente le è segnato il destino. Schiavitù o socialismo; altra alternativa non v'è.

I rivolgimenti del 48 ebbero precisamente questo carattere: tutto il popolo che si agita, i prìncipi sono travolti dal turbine, ed al termine di questa nuova fase succede una disfatta: ed un nuovo ammaestramento. Popolo e prìncipi hanno mire opposte: quindi diffidenza, dubbia fede, spergiuro, incapacità nè capi; e, dopo tanti sforzi, il popolo altro non guadagnò che persecuzioni ed efferrata tirannide.»

 

 

L'odio nei confronti della classe politica e di governo una volta che è passata l'insurrezione si placa, la rivolta fine a se stessa dimostra tutta la sua labilità in quanto funge da valvola di sfogo ed è mera protesta che non apporta alcun cambiamento.

Perchè si formi una coscienza civile è necessario suscitare una passione, ossia avere un forte convincimento delle proprie idee. Nessuna rivoluzione può avvenire se non viene coinvolto tutto il popolo, scrive Pisacane che solo quando il contadino sostituirà la marra con il fucile si potrà parlare di rivoluzione. Nei tempi attuali, messe da parte le velleità bellicose ed armate si potrebbe dire che i cambiamenti avvengono solo quando la partecipazione è totale e non limitata agli strati più illuminati della popolazione.

Se i concetti espressi dal Risorgimento non riuscirono a muovere le plebi questo fu dovuto al fatto che gli interessi dei rivoluzionari non coincidevano con quelli delle plebi contadine, ma altre cause sono da rinvenire nei particolarismi municipali. Quanta attualità vi è nelle parole di Pisacane! L'Italia divisa e frammentata è ciò che sopravvive delle antiche divisioni e di quello spirito di campanile mai sopito in cui ognuno pensa ai propri interessi.

L'eredità che ci viene dagli antagonismi di Municipi, Signorie e Principati si ripresenta ciclicamente sotto forme diverse e investe sfere dell'agire umano che non sono solo politiche; oltre a questo aspetto costitutivo delle popolazioni nazionali vi è la tendenza a resistere a chi comanda, gli italiani fondamentalmente non hanno fiducia nelle istituzioni statali viste come qualcosa di estraneo e ciò è il risultato di secoli di diffidenza nei confronti dei vari signori e signorotti che non sapevano altro che vessare le popolazioni servendosi degli scagnozzi e dei birri di turno.

Ma ancora oggi valgono le parole di Pisacane: se non vi è una rivoluzione sociale non vi è alternativa alla schiavitù antica che da sempre -aggiungiamo noi -  l'Italia si porta dietro e che impedisce il comune sentire.

 

Rimangono diverse domande che non sembrano avere soluzione: ma al di là delle celebrazioni retoriche che si risolvono nelle mille vie intitolate a Pisacane, cosa rimane delle riflessioni stimolanti dell'uomo politico napoletano? E cosa fa  la classe politica per superare l'antica diffidenza nei confronti dello Stato da parte della popolazione? L'orologio della storia sembra ritornato indietro: alle antiche plebi agricole si sono sostituite pletore di  individui esclusi incapaci di qualsiasi reazione e pronti a tutto pur di risolvere la propria situazione personale.

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