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1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 09:06

 

Ferdinando II di Borbone, re delle due Sicilie

 

Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie in un ritratto dipinto da ignoto. Non si conosce 

il nome del pittore. Il dipinto si trova conservato a Napoli presso il Museo di San Martino.

 

 

 

Figlio di Francesco I e di Maria Isabella di Borbone di Spagna, Ferdinando II (Palermo 1810 - Caserta 1859) " svolse - come annota il Saitta - nei primi anni del regno una notevole attività riformatrice, in senso, naturalmente dispotico illuminato e non liberale-costituzionale".

 

Sta di fatto che proprio sotto il regno di Ferdinando II venne dato un grande impulso alle attività commerciali ed industriali, una delle iniziative più importanti fu la creazione nel 1837 della Società per la ferrovia Napoli-Salerno ma già nel 1832 iniziò la sua attività la Compagnia Sebezia promotrice delle industrie nazionali.

 

Sempre sotto il regno illuminato di Ferdinando II nacque nel 1846 la Società per la navigazione a vapore mentre è da annoverare una delle iniziative più importanti nel comparto che oggi definiremo "agroalimentare": nel 1835 nacque l'industria per la trasformazione dello zucchero di barbabietola.

 

Intensa e proficua fu poi la stipula di importanti trattati commerciali che portarono ad un allentamento di quei vincoli doganali che impedivano lo svolgersi del libero scambio; l'atto più importante fu la riforma doganale del 1846 che diede un forte impulso allo sviluppo del commercio napoletano.

 

 Si fa presto a dire borbonico intendendendo con tale termine tutto ciò che è gretto, rigido e farraginoso, che dire allora della  casta burocratica italiana?  Vive di un dispotismo protetto che soffoca l'economia e che, a differenza di quello di Ferdiando II, non è illuminato ma è violento e predatore; l'accentuazione della pressione fiscale è solo la conseguenza della necessità di avere continue risorse che servono per alimentare un sistema di cui beneficiari sono in tanti.

Questa è la colpa storica di una parte consistente della società italiana che ha legittimato e sostenuto tutte le forze politiche che hanno governato l'Italia a partire dalla nascita della Repubblica.

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Published by Caiomario - in Storia
23 marzo 2014 7 23 /03 /marzo /2014 05:51

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Sopra una curiosità relativa ad una inserzione pubblicitaria che pubblicizza un miracoloso "Sciroppo" per contrastare le malattie di petto; l'inserto risale agli inizi del Novecento, si noti il linguaggio impiegato, pur tenendo conto il contesto espressivo dell'epoca, le frasi ad effetto sono una costante della pubblicità di ogni tempo.

Oggi si potrebbe sorridere per l'ingenuità di certe frasi ma i posteri avranno lo stesso approccio che abbiamo noi per tutto quello che riguarda il passato, pubblicità comprese.

 

Riportiamo qui di seguito il testo dell'inserzione pubblicitaria per renderne fruibile la lettura:

 

 

 

MALATTIE DI PETTO

 

Tutte le persone affette da malattie di petto, dei bronchi e

del polmone come catarri, tisi, raffreddore e tossi ostinate

debbono far uso dello

 

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il quale da molti anni prescritto da Medici di tutti i paesi, ha

sempre operato delle cure meravigliose.

 

Con l'uso di questo Sciroppo, la tosse si calma, i sudori

 notturni spariscono, la nutrizione degli ammalati, miglio-

ra rapidamente e viene subito constatata da un aumento

di peso e dall'aspetto di una salute più florida.

 

LA BOCCETTA: L. 0,20

 

A Parigi, GRIMAULT e C. 8, rue Vivienne

e nelle principali Farmacie del Regno

 

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Published by Caiomario - in Storia
22 marzo 2014 6 22 /03 /marzo /2014 07:21

article marketing italia

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/33083165@N02/3524215927 (album di ReservasCoches.com)

 

 

 

 

"Augusto. Il grande baro" è un libro scritto dal giornalista storico Antonio Spinosa pubblicato per la prima volta nel 1996 nella collana "Le Scie" e successivamente nel 1998 nella collana Oscar per le edizioni Mondadori; il libro è stato poi più volte ristampato ed è facilmente reperibile sia in libreria che online. Anticipando il mio giudizio sull'opera devo dire che mi è piaciuto proprio per i motivi che ho illustrato nella premessa: Spinosa parla del passato ricollegandosi alla nostra storia recente. 
La mia lettura partecipata di questo bel libro di Antonio Spinosa non è però esente da una certa perplessità per il paragone tra la figura di Cesare Augusto e quella di Benito Mussolini; la storia -per quanto possa essere suggestiva la teoria dei corsi e ricorsi di Vico- non si ripete mai nello stesso modo nonostante le forme possano indurre all'errore i meno cauti inclini ai parallelismi tra epoche diverse. 
Che Mussolini volesse continuare l'opera dei Cesari è un fatto noto, ma è meno noto il fatto che già gli oppositori del Fascismo avessero in un certo modo rafforzato le ragioni del capo del Fascismo paragonando la sua presa del potere a quella di Tiberio Augusto. Probabilmente il giudizio dello storico Arnaldo Momigliano (riportato da Spinosa e da lui condiviso) non dispiaceva a Mussolini, paragonare la sua presa del potere con quella di Augusto probabilmente era cosa gradita al duce. 

Per chi oggi si aggira nelle strade di Roma, è facile incontrare le vestigia del passato ed imbattersi in marmi ingrigiti un tempo coloratissimi, così come è facile trovare delle statue più recenti che risalgono al periodo del ventennio mussoliniano. Spinosa nel suo parallelismo ricorda che proprio davanti al Foro, sorge una statua bronzea che venne fatta innalzare da Mussolini in onore ad Augusto nel segno di una continuità con un passato che si voleva riportare in auge. Sappiamo però come le cose sono andate, gli italiani del Ventennio mussoliniano non erano gli antichi Romani e di questo se ne accorse presto lo stesso Mussolini che tentò di cambiare il modo di pensare gli italiani fallendo però nel suo intento. 
Spinosa non sbaglia a mio parere nel dire che il Fascismo ha preso molto dalla Roma di Augusto, del resto questo voleva Mussolini e ciò era la parte fondante del Fascismo, ma le analogie con il passato si fermano alle forme. 

LE ORIGINI DI TIBERIO: ANTENATI PLEBEI CHE PROVENIVANO DA VELLETRI 


Leggendo il libro di Spinosa si apprendono molti particolari poco noti su Ottavio (Augusto) intanto a partire dalle sue origini plebee, il nonno era un fabbricante di cordami e il padre era una sorta di intrallazzatore che procurava voti a questo o quel candidato, quello che però più colpisce era il fatto che i suoi antenati non provenissero da Roma città ma dalla zona di Velletri. Insomma il primo Imperatore di Roma era un provinciale che proveniva dalla campagna romana, i cui progenitori praticavano delle umili professioni e se il padre di Mussolini era un fabbro di Predappio, gli antenati di Tiberio erano mugnai. 

Nella sua gradevole ed interessante esposizione Spinosa con tono discorsivo racconta l'infanzia di Ottavio fino ad arrivare al 15 marzo del 44 a.C., la data fatidica che segnerà il passaggio dalla Roma di Cesare a quella dei Cesari ed Ottavio fu il primo dei Cesari assumendo il nome di: Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. 

Il racconto di Spinosa è sempre appassionante, la narrazione dei fatti si mantiene sul piano discorsivo e leggendo il libro pare di trovarsi davanti ad una pagina di Svetonio, l'antico storico dei Cesari dal quale apprendiamo molti fatti che poi gli storici successivi hanno ripreso seppur criticandone l'impostazione di parte. 
Spinosa rivisita la figura di Augusto svelando torbidi raggiri del suo modo di agire, ne esce fuori il ritratto di un imperatore spregiudicato che si servì degli intellettuali dell'epoca: da Virgilio ad Orazio passando per Ovidio. 
Niente lasciò al caso il primo imperatore di Roma che a soli vent'anni si fece nominare console e che contrastò con ogni mezzo gli anticesariani in nome di una pax che significò spesso fare tabula rasa di ogni opposizione. A volte la storia si ripete ma da tragedia si può trasformare in farsa. Teniamone conto! 


"Augusto. Il grande baro" di Antonio Spinosa è un bel libro scritto bene con un linguaggio comprensibile che stimola il senso critico del lettore. Ne consiglio pertanto la lettura.

 Augusto un baro che utilizzò ogni mezzo per prendere il potere e per mantenerlo....fu così

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Published by Caiomario - in Storia
20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 11:51

 

 

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Nel museo archeologico  di Rabat in Marocco, si trova un busto in bronzo di Marco Porcio Catone Minore  più conosciuto come Catone l'Uticense, così soprannominato per la città di Utica in cui si tolse la vita, era pronipote dell'altro Catone, noto come il Censore e come il celeberrimo antenato, era uomo parco ed estraneo ad ogni forma di lusso.

 

L'austerità dell'Uticense è proverbiale, era solito camminare a piedi nudi nel Foro e indossava abiti modesti, agli indigenti distribuiva gli stessi viveri che mangiava lui: rape e cipolle.

 

Ecco come lo storico greco Plutarco racconta gli istanti che precedettero il suo suicidio. Siamo nel 46 a.C, Marco Porcio Catone Minore si trova ad Utica non lontano da Cartagine, gli è giunta notizia che Cesare ha sbaragliato l'esercito dei repubblicani:

 

"Dopo avere mangiato e congedato gli ospiti, Catone si sdraia, prende il dialogo di Platone sull'anima e dopo averne letta una gran parte, volge lo sguardo verso il cuscino. Non scorgendo la sua spada, tolta da suo figlio durante il pasto, chiama uno schiavo e gli domanda chi l'abbia presa.

La prende, la tira fuori dal fodero e la guarda con attenzione; poi vedendo che la punta è ben acuminata e il taglio affilato dice: "Adesso sono padrone di me stesso".

Pone allora la spada vicino a sè, riprende il libro e lo legge. Poi prende la spada e se la conficca nel petto. Non spira immediatamente; durante l'agonia cade dal letto, facendo un gran rumore.....Gli schiavi udiscono, gridano e i figli e gli amici di Catone si precipitano nella camera.

Lo rinvengono in una pozza di sangue, ancora vivo e con gli occhi aperti. Il medico fascia la ferita, ma quando Catone rinviene, responge il medico, riapre la ferita e muore".

 

(da "Vita di Catone" di  Plutarco)

 

 

Catone l'Uticense aveva un senso dell'onore e del coraggio che  non può essere compreso dalla cultura dell'uomo del XXI secolo, eppure l''Italia dei vili, degli opportunisti e dei voltagabbana venne un tempo calpestata da uomini  dalla forte tempra come l'Uticense che dinanzi alla vergogna della sconfitta preferivano stoicamente uscire dalla vita piuttosto che subire l'umiliazione del vincitore.

 

 

 

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Published by Caiomario - in Storia
10 marzo 2014 1 10 /03 /marzo /2014 06:28

 

 

 

Claudio Claudiano, un poeta latino vissuto nel IV secolo d.C. scriveva:

 

"Roma è stata la sola a ricevere i vinti nel suo seno e a prendersi cura di tutto il genere umano sotto uno stesso nome.

Madre e non regina, essa chiama cittadini i suoi sudditi. Noi siamo tutti un popolo solo".

 

La gloria di Roma visse a lungo grazie alla scelta lungimirante di dare ai vinti gli stessi diritti dei vincitori,  la vendetta nei confronti dei vinti  era estranea alla politica dei Romani a cui interessavano solo due cose: che si pagassero i tributi e che si rispettassero le leggi di Roma.

 

Sulla stessa lunghezza d'onda un altro poeta romano, Namaziano che annotava:

 

"Tu hai dato una patria comune a popoli diversi; tu offri ai vinti di dividere i tuoi diritti, tu hai fatto del mondo intero una sola città".

 

Oggi con la contradditoria logica dell'esportazione della democrazia contano invece solo due cose: che i "sudditi consumino" e che non si metta in discussione la politica dei  nuovi padroni del mondo che ben si guardano di condividere i propri diritti con i nuovi sudditi pronti a prostrarsi al vincitore.

 

 

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Published by Caiomario - in Storia
1 marzo 2014 6 01 /03 /marzo /2014 10:11

 

 

 

 

 

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Secondo quanto osservato da Ettore Pais discepolo di Teodoro Mommsen,  sicuramente il più auotorevole studioso della storia di Roma, sono poche le istituzioni che ebbero un'importanza pari a quelle del tribunato della plebe.

In origine i tribuni della plebe non erano magistrati dello Stato  e "non avevano neppure il diritto di penetrare nella Curia".

 

Solo in un secondo momento il tribunato della plebe diventò una potente magistratura civile ed i "tribuni erano divenuti Senatori", tuttavia a causa delle loro modeste origini, inizialmente non si sedevano nella Curia e solo con il tempo che a tutti gli effetti acquisirono il diritto di discutere con i senatori di origine patrizia.

 

Ma quando i tribuni della plebe vennero chiamati a far parte del Senato? Nel 206 a.C e fu un certo Fabio Buteone a volere che ne facessero parte. A seguito di questo curioso fatto, venne promulgata una legge, la lex Atinia in base alla quale i tribuni della plebe vennero chiamati a fare parte, secondo diritto, del Senato.

 

La storia di Roma è la storia dell'attività del popolo Romano, l'alternarsi tra vicende esterne ed interne a favore delle prime, diede forza al Senato e a tal proposito osserva il Pais:

 

"L'attività del popolo Romano continuò sopratutto  ad essere rivolta alle vicende esterne e da ciò ne derivò come logica conseguenza l'accentramento degli affari di Stato nelle mani del Senato. Questi si arrogò sempre più la facoltà di trattare e risolvere questioni rispetto alle quali per i tempi passati era stato necessario tener conto dell'autorità dei tribuni della plebe, spesso avversi e del consenso del popolo raccolto nei comizi".

 

I COMPITI DEI TRIBUNI DELLA PLEBE

 

*  Controllavano le leve militari;

* Davano protezione a quei plebei che dopo avere compiuto il servizio militare, ne erano esentati;

* Garantivano la libertà a coloro che erano nati liberi e a coloro che si erano affrancati legittimamente, dalla schiavitù.

 

 

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/80146877@N00/6595318079 (Dall'album di Adas Ardor)

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Published by Caiomario - in Storia
1 gennaio 2014 3 01 /01 /gennaio /2014 08:02

PREMESSA

Quando si parla di antisemitismo bisogna pesare le parole in quanto il rischio incombente è sempre quello di esprimere un'idea e di non riuscire a fare arrivare il messaggio in modo corretto, cercherò pertanto di essere chiaro in modo che non si creino equivoci e polemiche fuorvianti.

Prima di parlare del libro vorrei precisare un concetto: la Storia si concretizza nel tempo umano e in questo tempo le forme di governo degli Stati possono essere legittimate dal consenso da parte dei popoli che le condividono, non è però mai esistita una forma di governo completamente imposta, in ogni regime c'è una parte della popolazione che ne consente l'esistenza stessa; paradossalmente, a differenza di quanto si possa pensare, le forme di dittatura moderne hanno sempre goduto di un consenso amplissimo tra la popolazione e senza tale approvazione non vi sarebbero stati i vari Hitler, Lenin, Mao, Mussolini e Stalin ecc, ecc.
Non si tratta di una constatazione banale in quanto nell'immaginario collettivo tutto ciò che è costrizione è necessariamente legato alla dittatura quale forma di governo, mentre tutto ciò che richiama la parola libertà è legato alla democrazia. In realtà il discorso è molto più complesso almeno per chi non fa lo storico di professione, il rischio, infatti, di diventare politicamente non corretti quando si fanno certe precisazioni c'è, ma dato che ci troviamo a doverci confrontare con un immaginario collettivo che pensa che nella Storia certi eventi si possano manifestare all'improvviso , è bene fare gli opportuni distinguo.
Il regime nazionalsocialista non può essere visto come un'improvvisa calata degli Hyksos in quanto trovò un fertile terreno su cui svilupparsi ed affermarsi grazie anche alla diffusione di teorie antisemite che andavano in giro per l'Europa da almeno 2000 anni. È bene ricordarlo.

I VOLENTEROSI CARNEFICI DI HITLER, TANTI SENZA VOLTO CHE SONO TORNATI NELL'ANONIMATO DOPO LA CADUTA DEL TERZO REICH

La lettura del libro è sicuramente impegnativa, il rimando alle fonti documentali necessita di un ulteriore approfondimento da parte del lettore che si trova a dover affrontare un testo articolato non scevro da continue precisazioni, tuttavia la preoccupazione di sottolineare determinati concetti da parte dell'autore non deve essere scambiata per un eccesso di meticolosità; Goldhagen non sostiene la casualità degli eventi ma vuole con forza trasmettere un concetto: lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler era il frutto di un piano preordinato che non si sarebbe mai potuto verificare senza la complicità di una buona parte del popolo tedesco.
Tuttavia manca -a mio parere- una vera analisi storica sulle cause che portarono l'ideologia nazionalsocialista ad affermarsi in Germania, l'equazione nazionalsocialismo=antisemitismo non spiega ogni cosa e non è sufficiente per comprendere la svolta autoritaria della Germania degli anni '30; inoltre la chiave di lettura che l'autore fa su molti fatti e che allude ad un preesistente programma studiato a tavolino, può essere fuorviante e non permette di colmare quello spazio bianco che va dalla fine della prima guerra mondiale all'avvento di Hitler.
La Storia non procede con nessun piano preordinato e le cause e le concause che determinano un evento avvengono all'insegna dell'imprevisto. Che il Terzo Reich fosse un regime organizzatissimo è noto, ma che ogni cosa fosse il frutto della pianificazione è poco credibile perché seguendo questo ragionamento e portandolo alle estreme conseguenze l'impostazione di Goldhagen, anche la sconfitta di Hitler dovrebbe essere il frutto di un evento pianificato.
Ma questa sarebbe stata la chiave di lettura di Hegel ossia di un filosofo, lo storico invece deve sempre indagare e rivedere le sue posizioni per cercare di avvicinarsi alla verità a costo di ribaltare completamente le analisi precedenti, lo storico non deve compiacere ma deve ricostruire gli eventi.

RIFLETTENDO SUL TESTO


Quel che invece è interessante nell'impostazione dell'autore è la lettura dello sterminio come l'opera di un formicaio dove ognuno svolgeva il suo compito: c'era il delatore e segnalatore di ebrei che poteva essere semplicemente il tranquillo salumiere di una bottega tedesca, l'esecutore materiale dei rastrellamenti che nella vita civile era stato un impiegato, oppure il ferroviere che conduceva il treno carico di ebrei fino ai campi di concentramento, c'era il professore universitario che controllava gli atenei ecc, ecc. Ma quel che più colpisce nell'analisi di Goldhagen è il fatto che delle centinaia di migliaia di esecutori materiali delle esecuzioni degli ebrei, pochissimi in realtà sono usciti fuori dall'anonimato dopo la guerra, anzi molti di loro sono rientrati nei ranghi della vita ordinaria come se nulla fosse accaduto. Questo è il punto che dovrebbe fare riflettere quando si parla di volenterosi carnefici, è innegabile che non si sarebbe potuto attuare il piano che prevedeva la "Soluzione finale" degli ebrei se non ci fossero state centinaia di migliaia di persone che nel III Reich condividevano il piano di Hitler.
Il discorso a questo punto si fa molto delicato e senza scomodare Vico con la sua teoria della storia come un susseguirsi di "corsi e ricorsi" c'è da domandarsi fino a che punto le generazioni che seguono questo o quell'evento, siano da considerarsi responsabili di quanto è accaduto nel passato.
C'è un momento in cui bisogna staccare nettamente le colpe dei padri da quelle dei figli e non è possibile fare ricadere su questi ultimi le responsabilità delle generazioni passate, se passasse il concetto che ognuno è responsabile per tutto ciò che è accaduto prima, gli italiani del Ventunesimo secolo dovrebbero rispondere anche sul piano del risarcimento di quello che fecero i Romani nei confronti dei Galli e seguendo questa logica la Francia attuale potrebbe chiedere ad un inconsapevole cittadino italiano degli anni 2000 di rispondere di quanto fece Caio Giulio Cesare.
L'esempio potrebbe sembrare paradossale in quanto si riferisce ad un arco temporale dilatato nel tempo, ma la logica seguita da Goldhagen potrebbe portare a queste estreme conseguenze.

Sul piano della ricognizione storica va all'autore il merito di non avere circoscritto l'antisemitismo alla sola Germania hitleriana ma di avere individuato meticolosamente come l'antisemitismo abbia diversi ceppi d'origine, non ultimo quello religioso -aggiungo io- e seppur con gli opportuni distinguo l'odio nei confronti dei "giudii" fu coltivato da sempre in Europa. Chiedersi allora perché nella nazione dei filosofi, dei musicisti, dei glottologi, degli archeologi e degli scienziati questo odio sia diventato un freddo piano che avrebbe dovuto portare alla soluzione finale della questione ebraica, è più che lecito. Le risposte ci sono e Goldhagel le dà puntualizzando in modo forse pedante sul piano della fruibilità della lettura, ma il compito di uno storico non è quello di un narratore che deve sedurre i lettori.


Laddove nella storia alla ferocia segue la pietà, è un atto di crudeltà infierire sugli sconfitti, nell'Eneide si narra del mite Enea che uccide Turno e lo fa preso da un'ira che non trova sazietà se non nella morte dell'avversario, così fece Achille nei confronti di Ettore, ma Achille non fece scempio del cadavere dell'eroe troiano, lo consegnò a Priamo, suo padre in un estremo atto di pietas.Riflettiamo tutti sulla ferocia della guerra e come l'uomo possa arrivare a compiere atti sconvolgenti che la ragione non sarà mai in grado di comprendere fino in fondo.


POST SCRIPTUM: Non riporto le discussioni che sono scaturite dopo la pubblicazione del libro in quanto sarebbe necessario scrivere un libro che parli solo delle tesi storiche contrapposte a quella dell'autore, è interessante però notare che a distanza di quasi settant'anni dalla caduta del III Reich, non è possibile affrontare con serenità l'argomento. Forse sarà possibile farlo quando l'ultimo dei protagonisti sarà scomparso.

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Published by Caiomario - in Storia
16 ottobre 2013 3 16 /10 /ottobre /2013 06:23

Lo studio della storia è cosa ben diversa dall'indagine storica eseguita con il metodo scientifico e la ricostruzione attraverso le fonti. Scrivere la storia significa non mettere mai un punto finale sugli accadimenti del passato, ogni fatto storico può essere rivisto qualora si scoprano nuove fonti che negano quanto sostenuto nelle tesi precedenti, un caso emblematico è quello dell'eccidio di 22 mila cittadini polacchi più noto come il Massacro di Katyń perpetrato da parte dell'Armata Rossa per ordine diretto di Stalin.

Per decenni l'eccidio venne a addossato ai soldati tedeschi fino a quando nel 1989  venne resa nota la verità da parte di alcuni storici sovietici, si tratta di un classico esempio di "revisionismo" storico che in realtà definire con questo termine che ha assunto una valenza negativa e ideologica, è fuorviante.

 

L'indagine storica è sempre revisionista, se non lo fosse sarebbe storiografia di regime ossia  storia manipolata dagli storici di parte che strepitano ogni qual volta si indaga alla ricerca della verità, qualunque essa sia.

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Published by Caiomario - in Storia
14 ottobre 2013 1 14 /10 /ottobre /2013 17:52

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Il 6 agosto 1945 venne sganciata su Hiroshima la prima bomba atomica, a pilotare il bombardiere che trasportava l'ordigno fu il colonnello Paul Tibbets, morirono subito oltre 60 mila persone, tutti civili, negli anni successivi si calcola che i decessi furono superiori ai 100.000. Tibbets eseguì gli ordini impartiti dal presidente americano Harry S. Truman che portò avanti la politica del suo predecessore Franklin Delano Roosevelt. Nessuno ha mai definito Paul Tibbets e gli altri 11 membri dell'equipaggio criminali di guerra.


 

 

 

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Published by Caiomario - in Storia
12 giugno 2013 3 12 /06 /giugno /2013 06:50

IL LIBRO, CONOSCERE L'UOMO ATTRAVERSO LA STORIA DEL BICCHIERE 

"Bicchieri. Storia, Usi e Costumi" è un volume breve di sole 61 pagine che ripercorre le vicende storiche legate alla nascita del bicchiere, al suo diffondersi quale oggetto destinato alle classi dominanti sino a diventare l'oggetto d'uso inteso nell'accezione più comune del termine. 
Se cultura, intesa in senso antropologico, è tutto ciò che gli uomini fanno e segna il distacco dalla condizione biologica del puro ciclo alimentazione/riproduzione a quello della sofisticazione della forma, il bicchiere rappresenta l'emblema di come un oggetto inteso in senso funzionale possa diventare un oggetto anche prezioso e costoso che però non può cambiare la sua funzione originaria che è quella di contenere un liquido. 

Il bicchiere inteso recipiente funzionale è esistito da sempre, dapprima fu ciotola, tazza e calice, vagamente rassomigliante ai bicchieri odierni, se quindi la sua funzione è rimasta immutata nel corso dei secoli, sono invece mutate le tecniche di lavorazione e i materiali impiegati per fabbricarlo. 

Attualmente la maggior parte dei bicchieri in commercio è fabbricata in vetro e cristallo. La tecnica di lavorazione può variare in relazione al materiale utilizzato, ma attualmente, salvo rare eccezioni, il processo di produzione è quasi esclusivamente industriale. 
È interessante apprendere dal punto di vista storico come la produzione dei bicchieri in materiali silicati e resistenti alla quasi totalità delle sostanze chimiche si sia diversificata sino all'utilizzo di materiali come la plastica e la carta. 

Probabilmente quello che più colpisce la nostra fantasia è la foggiatura del vetro e il moltiplicarsi di forme di bicchieri che possono assumere varie dimensioni, ma pochi sanno che il bicchiere in vetro quale oggetto artistico si affermò nella Roma antica dove la tecnica di produzione del vetro raggiunse l'eccellenza. Attraverso la storia dei bicchieri possiamo conoscere la storia dell'uomo, infatti quando il fiorente sviluppo dell'arte subì una battuta d'arresto con il declino della Roma imperiale, bisognerà aspettare il tardo Medio Evo per trovare manufatti eleganti di grandissimo valore artistico. 
Il centro dell'industria vetraria trovò la sua sede a Murano dove i vetrai veneziani grazie alla loro abilità produssero bicchieri d'arte preziosissimi e unici, ma si deve ai Cechi la creazione di bicchieri di cristallo caratterizzati da quella proverbiale lucentezza che ancora oggi trova apprezzamento ovunque. 


IL BICCHIERE COME OGGETTO DI USO COMUNE 

Nel libro l'argomento viene affrontato secondo diversi punti di vista, trovo però interessante soffermarsi sulla diffusione dei bicchieri in tutte le classi sociali conseguente alla generale industrializzazione avutasi nell'Ottocento che permesso di abbassare notevolmente i costi di produzione. 
In linea di massima possiamo riscontrare un livellamento e una standardizzazione del prodotto bicchiere che, salvo rarissime eccezioni, può oggi definirsi un oggetto artistico. 
Oggi possiamo trovare facilmente in commercio bicchieri di plastica di tutte le fogge, bianchi colorati, bicchieri di carta e di polistirolo, di dimensioni standard, grandi e piccoli,tutti prodotti che costano qualche centesimo di euro e che hanno una durata di vita abbastanza breve. 

USI 

Se è interessante la storia del bicchiere, altrettanto interessante è un altro argomento affrontato dagli autori: l'uso del bicchiere. Pensate che un buon vino possa essere bevuto in un bicchiere di plastica? State imboccando la strada sbagliata, il vino va bevuto in un bicchiere di vetro, meglio ancora se a forma di calice quando si tratta di degustare vini armonici di particolare pregio come ad esempio il Barolo e l'Amarone. 
Bere un vino in un bicchiere di plastica è un peccato mortale che non permette di cogliere l'essenza di un vino, il suo sapore, i suoi profumi e l'aroma che si sprigiona a contatto con l'aria; poi vi sono bicchieri da dessert, bicchieri per liquori dolci e per Whisky, bicchieri a forma di coppa che servono per dare calore all'alcool e infine bicchieri per i vini da pasto. 

CONCLUSIONE 

Nel libro vengono illustrate numerose curiosità legate al'uso dei bicchieri, anticiparne il contenuto toglierebbe il gusto della lettura, il taglio di questo volumetto è davvero unico: cattura mille sfaccettature che riguardano un oggetto che utilizziamo tutti i giorni e che porta con sé l'abilità del fare dell'uomo, la sua intelligenza e il suo spiccato senso del bello e dell'utile. 
Il viaggio nel mondo dei bicchieri è affascinante e fa comprendere come essere coltivatori del gusto significhi anche saper apprezzare le forme e i materiali che tra tecnica e manualità hanno prodotto bicchieri di grande qualità e che, al di là dell'uso, sono degli importanti oggetti d'arredamento in tanti ambiti extra domestici e sono persino dei biglietti da visita come, ad esempio, nell'alta ristorazione; un tavolo ben apparecchiato con dei bicchieri di cristallo è il modo migliore per creare un'atmosfera esclusiva e per dare più gusto alla tavola!!! 



SCHEDA DEL LIBRO 

* Titolo: Bicchieri. Storia, Usi e Costumi 
* Autori: Pollini Gilberto e Bellinazzo Laura 
* Editore: Idealibri 
* Anno: 1999 
* EAN: 9788870825954 
* Pagine 61 


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    TRA LIEVE IRONIA E IMPEGNO MORALE Luigi Malerba nato a Berceto ( Parma ) nel 1927 , sceneggiatore, giornalista ha partecipato al Gruppo 63 e fa parte di quel movimento intellettuale che è stato definito della Neoavanguardia, partito da posizioni sperimentaliste...
  • La Certosa di Parma - Stendhal
    Ambientato in un Italia ottocentesca in parte fantastica, in parte reale, le avventure di Fabrizio del Dongo si snodano in una serie di incontri e peripezie al termine dei quali si trova il luogo ... ECCO L'ITALIA CHE TROVÒ MARIE-HENRY STENDHAL QUANDO...
  • Il nuovo etnocentrismo in nome della lotta al razzismo
    Sino al 1492 esistevano in America delle genti chiamate genericamente Amerindie (aztechi, maya, toltechi etc.) che costituivano il patrimonio umano e culturale di quelle terre. Sappiamo come le cose sono andate dopo quella data, da quel momento è iniziato...
  • Il ritratto di Dorian Gray - Oscar Wilde
    Letteratura, cinema e teatro, un ritratto che non invecchia. Il ritratto di Dorian Gray è un classico della letteratura, almeno così viene definito e ogni volta che si deve usare questa espressione bisognerebbe farlo con una certa riluttanza perché c'è...
  • Filosofi: Bruno Giordano
    VITA, OPERE Giordano Bruno (Nola, 1548-1600), entrò a diciotto anni a far parte dell'Ordine dei Domenicani nei confronti del quale mostrò insofferenza per la disciplina e per l'indirizzo culturale. Nel 1576 abbandonò l'Ordine perché sospettato di posizioni...
  • Poco o niente. Eravamo poveri. Torneremo poveri - Giampaolo Pansa
    Pansa ha la capacità di saper leggere la realtà e non semplicemente di interpretarla, la sua "narrazione" suscita stupore ed è sempre spiazzante e al di là del fatto che i suoi libri riescano a raggiungere i primi posti delle classifiche dei libri più...

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