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15 maggio 2013 3 15 /05 /maggio /2013 13:42

 

La lettura de "L'armata scomparsa. L'avventura degli italiani in Russia" di  Arrigo Petacco
è l'occasione per conoscere  un periodo tragico della storia italiana, tuttavia dopo la lettura del libro si prova una certa impressione apprendendo molti particolari di quella che fu una tragedia immane.
Il libro non è un racconto romanzato ma è Storia vera anche se Petacco ha il pregio -a nostro parere- di saper raccontare anche le cose più tragiche in modo appassionante come un grande scrittore di romanzi.
Oltre a questo aspetto che rientra nelle caratteristiche dello storico/giornalista Petacco, pensiamo che il libro possa servire alle nuove generazioni per non dimenticare un evento tragico che forse non si potrà ripetere nello stesso modo ma che potrebbe sempre ripresentarsi sotto altre spoglie.

Ciò che abbiamo trovato apprezzabile ed interessante nell'impostazione dell'autore è il fatto che la campagna italiana in  Russia venga raccontata dall'inizio e non dalla fine, lo stesso autore fa notare al lettore questa scelta specificando che gli avvenimenti narrati partono dall'estate del 1941 per fare si che che lo stesso lettore possa comprendere in modo "più facile......le ragioni che spinsero Mussolini a compiere quella scelta rovinosa". (la frase in virgolettato è quella usata dall'autore).
Ricorda Petacco che prima di intraprendere la campagna di Russia, l'esercito italiano era stato già colpito da una "serie umiliante di sconfitte", eppure ciò non bastò e si incominciò un'avventura rovinosa di cui  gli italiani non potevano immaginare gli esiti.
Petacco poi fa una serie di domande che ancora oggi non trovano un'adeguata risposta, prima fra tutte le seguente: perché Mussolini volle partecipare a quella campagna?. Apprendiamo dal libro che l'Operazione Barbarossa lanciata da Hitler non presupponeva un coinvolgimento italiano ma solamente quello di Finlandia, Ungheria e Romania, ma -è questo secondo me il punto interessante- Petacco avanza l'ipotesi che Mussolini intraprese la campagna di Russia con in beneplacito degli ambienti economici internazionali che non vedevano l'ora di sbarazzarsi del paese simbolo del socialismo reale.

Dopo la sconfitta è singolare il fatto che un certo numero di italiani insofferenti al fascismo, quando vennero fatti prigionieri in Russia, si convertirono al comunismo che presentava metodi di indottrinamento simili a quelli impiegati dallo stesso Regime fascista. Petacco racconta questo episodio nella sua "Storia del fascismo" di cui consigliamo la lettura per integrare e ampliare le conoscenze apprese nel libro.
I soldati italiani che avevano dimostrato simpatia verso il comunismo, venivano considerati degli "illuminati" venivano prelevati e condotti a Mosca dove vi era la "Scuola Superiore di antifascismo"; a Mosca studiavano una serie di materie altrettanto singolari per l'argomento trattato, Petacco ne fa un elenco: storia d'Italia, economia politica, materialismo storico e dialettico, storia del Partito Comunista Italiano e del Partito Comunista Bolscevico. Gli insegnanti di questo particolare corso antifascista erano dei fuoriusciti italiani.

Petacco racconta una fase della storia dell'armata scomparsa, in quanto  per molti soldati italiani la storia è continuata dopo la guerra, di molti di loro, infatti, non si è saputo più niente.
 I sovietici non volevano dei convinti sostenitori del comunismo ma dei pedissequi servitori della causa staliniana ed arrivarono persino a sostenere che la radio non venne inventata da Guglielmo Marconi ma da tale Aleksandr Popov. Gli italiani che hanno tanti difetti ma non difettano certo di ironia reagirono davanti a questa assurdità e incominciarono a scrivere sui muri Viva Marconi, Abbasso Popov e un marconista disse «D'ora in poi chiamatemi popovista» (l'episodio è riportato alla pagina 202 del libro).
Molti italiani avevano un terrore della Siberia, l'idea stessa del freddo che da sempre accompagna questa zona della Russia li faceva impazzire al punto che -racconta Petacco- molti si uccisero con un colpo di pistola alla bocca. Altri che non avevano la pistola, prendevano il moschetto 91, appoggiavano la canna sotto il mento e sparavano. Fine della paura del freddo.
Gli italiani dimostrarono una grande capacità di adattarsi alle circostanze; non avendo nessun attrezzo a disposizione, i prigionieri con una semplice lama arruginita realizzavano "bastimenti, giocattoli, pettini d'osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile". Addirittura due ufficiali italiani riuscirono a costruire un orologio a pendolo fatto di chiodi e ingranaggi di legno.
Gli italiani erano poi abili anche a nascondere questi manufatti in modo da non farli trovare dai sorveglianti e cosa incredibile a dirsi crearono un mercato che incominciò a tirare tra i russi.
Questo episodio dovrebbe essere divulgato perché è sintomatico della straordinaria inventiva degli italiani capaci di adattarsi anche alle situazioni più estreme.

Molto interessante è la parte terza del libro intitolata "Davai" (camminare in russo), leggendo questa parte del libro si apprende un dato che fa ancora impressione: furono  83.430 i soldati dell'ARMIR morti e dispersi. Di questi più di 69 mila hanno oggi un nome, degli altri non si sa più niente. Dalla lettura del libro emerge un quadro completo di quella immane tragedia di cui solo in parte conosciamo le storie personali di tanti italiani che vi parteciparono.


ULTERIORI INFORMAZIONI SUL LIBRO

"L'armata scomparsa. L'avventura degli italiani in Russia" di  Arrigo Petacco è un libro pubblicato nel 2010 nella collana "Oscar Storia" della Mondadori , il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1998 nella collana "Le Scie" sempre della Mondadori.

Il libro si divide in tre parti dove vengono raccontati quattro distinti periodi: quello dell'inizio della campagna di Russia e della momentanea vittoria delle truppe dell'asse, la resistenza degli italiani quando i russi incominciarono il contrattacco, la ritirata disastrosa e la prigionia nei gulag. Il libro si conclude con un sottocapitolo intitolato "L'ultimo treno dal Gulag" dove viene raccontato il ritorno di uno degli "ultimi" italiani dai campi di prigionia sovietici. Il periodo comprende 5 anni di una storia che per certi versi non è ancora terminata dato che i resti mortali di molti italiani non sono mai stati ritrovati.
Il lettore potrà trovare nel libro un racconto dove fioriscono tutta una serie di particolari sconosciuti ai più, particolari di storie vissute,  storie vere che rappresentano un capitale umano di cui si ignora l'esistenza; eppure i fatti  narrati sono accaduti davvero e Petacco con abilità e singolare maestria riesce a raccontarli in modo vivace evitando di riportare dei freddi bollettini. In tal modo il lettore affronterà, senza cali d'attenzione,  una delle più belle ricostruzioni fatte su un periodo tragico della nostra storia.



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Published by Caiomario - in Storia
5 aprile 2013 5 05 /04 /aprile /2013 04:30

 

 

 

 

 

 

 

Una improbabile classifica degli uomini sardi più importanti degli ultimi due secoli dovrebbe affiancare Emilio Lussu ad Antonio Gramsci, Francesco Cocco Ortu, Enrico Berlinguer, Francesco Cossiga e Antonio Segni. 
Emilio Lussu è stato non solo una delle figure più importanti dell'antifascismo , ma fu anche leader del Partito Sardo d'Azione, i cui aderenti, vennero definiti dall'avvocato Ferruccio Sorcinelli, editore de "L'Unione Sarda" "Rossomori". (1) 
Per inquadrare meglio la figura di Lussu, è necessario che il lettore sappia chi erano i sardisti negli anni venti del Novecento, capendo il clima sociale, politico e storico di quel periodo, è più agevole comprendere anche l'origine delle opere di Lussu e la sua attività di uomo politico. 
I sardisti erano per la maggior parte degli ex combattenti sardi che avevano partecipato alla Prima guerra mondiale, in quel periodo in cui le differenze tra le varie forze politiche tendevano a stemperarsi nelle spinte propulsive di provenienza ideologica che diedero origine al Fascismo, si pose il problema della scelta di campo dei sardisti.

 
Da una parte vi erano i cosiddetti "fusionisti", così chiamati perchè volevano la fusione con il Partito Fascista e dall'altra parte coloro che, come Emilio Lussu, si opponevano a questa linea, prevedendo le conseguenze di una scelta di campo di cui lo stesso Lussu intravedeva, sin dagli anni Venti, gli sviluppi nefasti che gli eventi storici succedutisi poi confermeranno. 
Anche dopo la Marcia su Roma, Lussu confermerà nelle elezioni del 1924, la sua scelta politica, nonostante molti sardisti fossero passati nelle file del fascismo, il politico sardo con coerenza si pose a capo dei sardisti dell'opposizione e questa scelta fu solo l'inizio delle violenze che subì, prima dagli attivisti fascisti (2) e successivamente dalla polizia politica che ieri come oggi è sempre ligia a servire il potente di turno. 
Non bisogna dimenticare che un altro esponente dell'antifascismo come Antonio Gramsci quando rientrò in Italia venne condannato a vent'anni di carcere da parte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, morirà nel 1937 per "reati" d'opinione. 

LA CATENA 

In questo quadro di forti tensioni viene concepito il libro "La catena", scritto quando Lussu riuscì a scappare da Lipari dove era stato confinato; è un libro che analizza lucidamente quella situazione storica a partire dalle circostanze che portarono all'istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello stato Fascista, si noti come lo stesso Lussu introdurrà una specifica che di per sè è indicativa di come quel Tribunale, ammantato di un apparente legittimità, era in realtà uno strumento al totale servizio del Regime e il cui compito principale era quello di reprimere qualsiasi forma di opposizione. 
Lussu sin dal primo capitolo intitolato "Come fu preparato l'ambiente per le leggi eccezionali" dimostra di avere lo spirito dello storico che ricostruisce, analizza, cuce fatti ed episodi che permettono di andare oltre l'apologetica antifascista di quegli anni spesso volutamente distratta nel ricostruire le circostanze che portarono allo Stato Totalitario di cui Mussolini stesso, rivendicò con orgoglio da sempre la paternità. 
Lo stile del libro risente senza dubbio del clima in cui venne concepito, ma non poteva essere diversamente, tuttavia credo che debba essere affrontato con una chiave di lettura scevra da qualsiasi pregiudizio in quanto lo scritto rappresenta una testimonianza diretta di chi quei fatti li visse in prima persona ed è in questo modo che ho affrontato la lettura apprendendo anche particolari che è difficile trovare nei manuali di storia. 
E' particolarmente interessante la parte che tratta dell'ammonizione e del confino e di quali erano i reati di cui venivano accusati i confinati. 
Nella logica repressiva dello Stato fascista, il confino era uno degli strumenti utilizzati per combattere gli oppositori, ma non il solo: era infatti insieme al carcere e al manicomio uno degli strumenti che avrebbero dovuto annientare fiscamente e moralmente gli oppositori, in particolare il manicomio si rivelò come uno degli strumenti più micidiali per eliminare anche la credibilità di un oppositore. 

Se infatti il confino lasciava intatte le facoltà mentali e critiche degli oppositori come Lussu e Gramsci, il manicomio, come nel caso di Ilsa Dalser, (3) fu utilizzato come una sorta di "damnatio memoriae" per uccidere lo spirito di coloro i quali dovevano essere fatti passare per "pazzi" in modo che ogni affermazione veniva destituita di credibilità al punto che lo stesso internato finiva col diventare pazzo veramente e nel peggiore dei casi era costretto a scegliere la via liberatrice del suicidio come sola e unica possibilità di fuga. 
Dell'istituzione del confino anche lo Stato Repubblicano si è servito seppur utilizzando altri nomi, tuttavia questa pratica è stata riservata soprattutto per i mafiosi che lo hanno utilizzato per radicarsi in un territorio che spesso non conosceva il fenomeno mafioso. 
Il confino di cui parla Lussu fu politico e bisogna anche ricordare che fu utilizzato non solo per colpire gli avversari politici, ma anche come strumento di correzione per quei funzionari pubblici che si erano macchiati di qualche reato o di quegli esponenti fascisti che avevano commesso dei reati comuni o che in qualche modo avevano violato le regole dell'ordine fascista. 

Lussu descrive anche il soggiorno a Lipari che come luogo di confino (4) aveva per lo meno il vantaggio di rendere meno dura la detenzione anche se non bisogna dimenticare i confinati erano seguiti discretamente dalle forze di polizia agevolate in questo compito dal fatto che all'epoca le possibilità di comunicare con l'esterno erano pressochè nulle; è pur vero che dai luoghi di confine filtravano delle notizie, ma queste spesso era frammentarie e comunque solo la fuga del confinato poteva essere l'occasione per fare conoscere ciò che accadeva, ed è proprio dalla fuga di Lussu da Lipari che siamo venuti a conoscenza di fatti e circostanze che probabilmente non si sarebbero mai conosciute nei particolari. 
Molte storie di internamento e di confino rimangono sconosciute. 
I luoghi di confino erano ben diversi da quello che diventeranno successivamente, la bellissima Lipari era un luogo inospitale, infestato da zanzare e i cui rifornimenti di acqua provenivano da Messina attraverso una nave cisterna, la vita dei confinati e degli agenti di polizia non era certo tra le migliori, ma è pur vero che molti risucirono a scappare, oltre a Lussu anche i fratelli Rosselli e Nitti furono confinati a Lipari e dopo essere evasi, si rifugiarono in Francia. 

Concludendo: è un bel libro che abbiamo trovato interessante non solo perchè rappresenta una testimonianza diretta di quel periodo storico, ma anche perchè consente di conoscere meglio un personaggio come Emilio Lussu che, oltre ad essere stato un uomo politico, fu autore anche di numerosi libri contraddistinguendosi per un rigore morale di cui oggi avremo bisogno al di là delle contrapposizioni ideologiche e delle fedi politiche. 

Si consiglia l'edizione pubblicata da Baldini Castoldi Dalai, il prezzo di copertina è di euro 14,50, oltrechè in libreria è reperibile anche online. 

NOTE

(1) Si consiglia la lettura del libro "Il cavaliere di Rossomori" di Giuseppe Fiori, una delle più belle ed interessanti biografie scritte su Emilio Lussu. 
(2) Nel 1925 il suo studio di Cagliari venne devastato dai fascisti. 
(3) Isa Dalser, ebbe una storia importante con Mussolini, dalla loro relazione nacque un figlio Benito Albino, la scomparsa di entrambi avvenne in circostanze misteriose; si segnala il bel film di Marco Bellocchio intitolato "Vincere" nel quale si ricostruisce la drammatica storia della Dalser, internata in un manicomio e fatta passare per pazza perchè rappresentava un pericolo per la figura del Duce. 
(4) Il confino di polizia era un provvedimento amministrativo, oltre a Lipari altri luoghi di confino erano Ventotene, Favignana, Ponza, Tremiti, Ustica, Lampedusa.

 

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Published by Caiomario - in Storia
1 aprile 2013 1 01 /04 /aprile /2013 20:14

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PREMESSA 

Quando si parla di antisemitismo bisogna sempre pesare le parole in quanto il rischio incombente è quello di esprimere un'idea e di non riuscire a fare arrivare il messaggio in modo corretto, cercheremo pertanto di essere chiari in modo che non si creino equivoci e polemiche fuorvianti. 


Prima di parlare del libro vorremmo precisare un concetto: la Storia si concretizza nel tempo umano e in questo tempo le forme di governo degli Stati possono essere legittimate dal consenso da parte dei popoli che le condividono, non è però mai esistita una forma di governo completamente imposta, in ogni regime c'è una parte della popolazione che ne consente l'esistenza stessa; paradossalmente, a differenza di quanto si possa pensare, le forme di dittatura moderne hanno sempre goduto di un consenso amplissimo tra la popolazione e senza tale approvazione non vi sarebbero stati i vari Hitler, Lenin, Mao, Mussolini e Stalin ecc, ecc. 
Non si tratta di una constatazione banale in quanto nell'immaginario collettivo tutto ciò che è costrizione è necessariamente legato alla dittatura quale forma di governo, mentre tutto ciò che richiama la parola libertà è legato alla democrazia. In realtà il discorso è molto più complesso almeno per chi non fa lo storico di professione, il rischio, infatti, di diventare politicamente non corretti quando si fanno certe precisazioni c'è, ma dato che ci troviamo a doverci confrontare con un immaginario collettivo che pensa che nella Storia certi eventi si possano manifestare all'improvviso , è bene fare gli opportuni distinguo. 
Il regime nazionalsocialista non può essere visto come un'improvvisa calata degli Hyksos in quanto trovò un fertile terreno su cui svilupparsi ed affermarsi grazie anche alla diffusione di teorie antisemite che andavano in giro per l'Europa da almeno 2000 anni. È bene ricordarlo. 



I VOLENTEROSI CARNEFICI DI HITLER, TANTI SENZA VOLTO CHE SONO TORNATI NELL'ANONIMATO DOPO LA CADUTA DEL TERZO REICH 



La lettura del libro è sicuramente impegnativa, il rimando alle fonti documentali necessita di un ulteriore approfondimento da parte del lettore che si trova a dover affrontare un testo articolato non scevro da continue precisazioni, tuttavia la preoccupazione di sottolineare determinati concetti da parte dell'autore non deve essere scambiata per un eccesso di meticolosità; Goldhagen non sostiene la casualità degli eventi ma vuole con forza trasmettere un concetto: lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler era il frutto di un piano preordinato che non si sarebbe mai potuto verificare senza la complicità di una buona parte del popolo tedesco. 

 
Tuttavia manca -a nostro parere- una vera analisi storica sulle cause che portarono l'ideologia nazionalsocialista ad affermarsi in Germania, l'equazione nazionalsocialismo=antisemitismo non spiega ogni cosa e non è sufficiente per comprendere la svolta autoritaria della Germania degli anni '30; inoltre la chiave di lettura che l'autore fa su molti fatti e che allude ad un preesistente programma studiato a tavolino, può essere fuorviante e non permette di colmare quello spazio bianco che va dalla fine della prima guerra mondiale all'avvento di Hitler. 
La Storia non procede con nessun piano preordinato e le cause e le concause che determinano un evento avvengono all'insegna dell'imprevisto. Che il Terzo Reich fosse un regime organizzatissimo è noto, ma che ogni cosa fosse il frutto della pianificazione è poco credibile perché seguendo questo ragionamento e portandolo alle estreme conseguenze l'impostazione di Goldhagen, anche la sconfitta di Hitler dovrebbe essere il frutto di un evento pianificato. 
Ma questa sarebbe stata la chiave di lettura di Hegel ossia di un filosofo, lo storico invece deve sempre indagare e rivedere le sue posizioni per cercare di avvicinarsi alla verità a costo di ribaltare completamente le analisi precedenti, lo storico non deve compiacere ma deve ricostruire gli eventi. 

RIFLETTENDO SUL TESTO 


Quel che invece è interessante nell'impostazione dell'autore è la lettura dello sterminio come l'opera di un formicaio dove ognuno svolgeva il suo compito: c'era il delatore e segnalatore di ebrei che poteva essere semplicemente il tranquillo salumiere di una bottega tedesca, l'esecutore materiale dei rastrellamenti che nella vita civile era stato un impiegato, oppure il ferroviere che conduceva il treno carico di ebrei fino ai campi di concentramento, c'era il professore universitario che controllava gli atenei ecc, ecc. Ma quel che più colpisce nell'analisi di Goldhagen è il fatto che delle centinaia di migliaia di esecutori materiali delle esecuzioni degli ebrei, pochissimi in realtà sono usciti fuori dall'anonimato dopo la guerra, anzi molti di loro sono rientrati nei ranghi della vita ordinaria come se nulla fosse accaduto. Questo è il punto che dovrebbe fare riflettere quando si parla di volenterosi carnefici, è innegabile che non si sarebbe potuto attuare il piano che prevedeva la "Soluzione finale" degli ebrei se non ci fossero state centinaia di migliaia di persone che nel III Reich condividevano il piano di Hitler. 
Il discorso a questo punto si fa molto delicato e senza scomodare Vico con la sua teoria della storia come un susseguirsi di "corsi e ricorsi" c'è da domandarsi fino a che punto le generazioni che seguono questo o quell'evento, siano da considerarsi responsabili di quanto è accaduto nel passato. 
C'è un momento in cui bisogna staccare nettamente le colpe dei padri da quelle dei figli e non è possibile fare ricadere su questi ultimi le responsabilità delle generazioni passate, se passasse il concetto che ognuno è responsabile per tutto ciò che è accaduto prima, gli italiani del Ventunesimo secolo dovrebbero rispondere anche sul piano del risarcimento di quello che fecero i Romani nei confronti dei Galli e seguendo questa logica la Francia attuale potrebbe chiedere ad un inconsapevole cittadino italiano degli anni 2000 di rispondere di quanto fece Caio Giulio Cesare. 
L'esempio potrebbe sembrare paradossale in quanto si riferisce ad un arco temporale dilatato nel tempo, ma la logica seguita da Goldhagen potrebbe portare a queste estreme conseguenze. 

Sul piano della ricognizione storica va all'autore il merito di non avere circoscritto l'antisemitismo alla sola Germania hitleriana ma di avere individuato meticolosamente come l'antisemitismo abbia diversi ceppi d'origine, non ultimo quello religioso -aggiungo io- e seppur con gli opportuni distinguo l'odio nei confronti dei "giudii" fu coltivato da sempre in Europa. Chiedersi allora perché nella nazione dei filosofi, dei musicisti, dei glottologi, degli archeologi e degli scienziati questo odio sia diventato un freddo piano che avrebbe dovuto portare alla soluzione finale della questione ebraica, è più che lecito. Le risposte ci sono e Goldhagel le dà puntualizzando in modo forse pedante sul piano della fruibilità della lettura, ma il compito di uno storico non è quello di un narratore che deve sedurre i lettori. 


CONCLUSIONE 

Laddove nella storia alla ferocia segue la pietà, è un atto di crudeltà infierire sugli sconfitti, nell'Eneide si narra del mite Enea che uccide Turno e lo fa preso da un'ira che non trova sazietà se non nella morte dell'avversario, così fece Achille nei confronti di Ettore, ma Achille non fece scempio del cadavere dell'eroe troiano, lo consegnò a Priamo, suo padre in un estremo atto di pietas. 

Riflettiamo tutti sulla ferocia della guerra e come l'uomo possa arrivare a compiere atti sconvolgenti che la ragione non sarà mai in grado di comprendere fino in fondo. 


POST SCRIPTUM: Non riportiamo le discussioni che sono scaturite dopo la pubblicazione del libro in quanto sarebbe necessario scrivere un libro che parli solo delle tesi storiche contrapposte a quella dell'autore, è interessante però notare che a distanza di quasi settant'anni dalla caduta del III Reich, non è possibile affrontare con serenità l'argomento. Forse sarà possibile farlo quando l'ultimo dei protagonisti sarà scomparso.

 

 

 

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Published by Caiomario - in Storia
1 aprile 2013 1 01 /04 /aprile /2013 07:56

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Il PROFILO DEL MINISTRO DI MUSSOLINI, TRA CULTURA E INTRANSIGENZA POLITICA

Probabilmente non è stato facile per Arrigo Petacco scrivere la biografia di Alessandro Pavolini, un personaggio che pur subendo  la damnatio memoriae non è esente dal fascino che caratterizza gli uomini dalla personalità complessa che hanno fatto la storia.
Ogni studioso che ha parlato di Pavolini ne ha sempre evidenziato la differenza rispetto agli altri uomini del regime, soprattutto del "primo regime" che vide un coacervo di anime confluire nel fascismo.
Diversi storici hanno detto che lell'uomo Pavolini  erano presenti due anime: da una parte l'uomo di cultura, l'intellettuale plurilaureato che inventò il "Maggio Musicale", dall'altra parte il segretario del Pfr e il comandante delle famigerate Brigate Nere.

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In realtà la dicotomia tra l'uomo di cultura, l'intellettuale e il comandante intransigente delle Brigate Nere, è solo apparente; Pavolini fu un uomo intelligentissimo:  cultore di arte e di letteratura, iscritto contemporaneamente a due facoltà universitarie ( Legge e Scienze Sociali), a 26 anni è federale a Firenze e inventa quella straordinaria manifestazione culturale che si chiama "Maggio Musicale" e che è passata indenne tra l'inevitabile livore che colpisce chi è sconfitto.
Oltre ad aver creato il "Maggio Musicale, Pavolini inventò la mostra dell'artigianato a Ponte Vecchio, organizzò per primo la Fiera del Libro, si prodigò per fare rivivere la partita di calcio in costume e poi fu un instancabile organizzatore di convegni culturali con intellettuali del calibro di Papini, Soffici, Bargellini, Ojetti.

Fondò un giornale "Il Bargello" organo della federazione fiorentina che vide tra le sue firme molti esponenti del cosiddetto fascismo di sinistra e al quale collaborarono Ottone Rosai e Indro Montanelli ( uno che non fu mai destrorso a differenza di quanto si possa pensare ma che nell'anima continuò ad essere un eretico molto vicino alle posizioni dell fascismo di sinistra), era il periodo in cui insieme a Pavolini c'era sia Vasco Pratolini che Elio Vittorini che troveremo alla fine della guerra tra le file antifasciste ma è bene ricordarlo il loro antifascismo era nei confronti del fascismo regime e anche loro, come Montanelli provenivano da quella stagione fiorentina ricca di sollecitazioni e feconda sul piano culturale.
Come ricorda Petacco, Pavolini realizzò i Littoriali a Firenze che furono una palestra straordinaria di confronto tra intellettuali anche critici nei confronti del fascismo.

IL GRANDE MALINTESO

Numerosi espoenenti di destra hanno liquidato troppo velocemente come voltagabbana molti degli intellettuali che nel dopoguerra si trovarono in posizioni diverse aderendo al Partito Comunista, giova però ricordare che i giovani fascisti di sinistra volevano che il fascismo approfondisse le proprie radici popolari, per loro il popolo era sinonimo di cultura, di energia, di umanità, rivendicavano l'anima socialista del fascismo e rigettavano una visione elitaria quale era quella propugnata dall'ala gentiliana del regime.
Pavolini era tra questi giovanotti tra cui ricordiamo oltre a Elio Vittorini e Vasco Pratolini, Berto Ricci, Dino Garrone, Romano Bilenchi, questi erano gli amici di Alessandro Pavolini.
Scrittore giovanissimo nel 1927 pubblicò il suo primo libro "Giro d'Italia" e quando divento Ministro del "Minculpop" ebbe occasione di dimostrare sensibilità, cultura e grande intelligenza, comprendendo che le becere prescrizioni emanate contro film e musica non italiane erano assurde e per quanto fu nelle sua possibilità incoraggiò la visione di film americani compreso l'ascolto della musica jazz.

Amante del cinema, a Pavolini devono molto Rossellini, De Sica e Visconti che pur fascisti non erano e che da lui furono incoraggiati agli esordi.

Ma esiste anche il Pavolini comandante delle Brigate Nere che ordinò la fucilazione dei suoi uomini, rei di tradimento e che praticò la rappresaglia ma erano i tempi duri e feroci della guerra, gli americani forse non hanno applicato la stessa logica in Iraq e non fanno la stessa cosa in Afghanistan?.
Senza dubbio quelle furono le esigenze del momento e Pavolini si fece carico di quello che oggi ha scatenato tutto il livore possibile.

Non possiamo dimenticare gli orrori della guerra civile di cui Pavolni fu uno dei protagonisti ma la sua figura ricorda molto quella dei capitani di ventura tipo Erasmo da Narni detto il Gattamelata; alla fine della sua parabola, Pavolini aveva capito che combattere, nonostante la sconfitta imminente, era un salvare l'onore e questa lucida consapevolezza gli fece esclamare come ricorda Petacco: "Alla fine di questa avventura mi aspetta il plotone di esecuzione".

La sera del 25 aprile 1945, 5000 fascisti ( uomini e donne) si riunirono a Milano con l'intento di marciare per la Valtellina per l'ultima grande battaglia prima del massacro finale, bloccati dai partigiani i capi del fascismo restarono isolati dalle forze che stavano confluendo in Valtellina, prima di essere catturato Pavolini tentò l'ultimo disperato tentativo di resistere, passeranno solo 24 ore, verrà fucilato a Dongo insieme agli altri gerarchi, un fimato sbiadito dell'epoca lo ritrae con un impermeabile bianco mentre va incontro al suo destino.

Un Che Guevara in camicia nera che trovò la morte a Dongo insieme a Nicolino Bombacci, uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano.
Dal mucchio di uomini fucilati si alzò Alessandro Pavolini, forse si dice nel tentativo di fare l'ultimo saluto romano prima che una raffica di mitra lo abbattesse definitivamente.



Un altro bel libro di Petacco in cui quanto esposto precedentemente viene sviluppato con dovizia di particolari, interessanti le informazioni biografiche, le relazioni, le amicizie e gli aneddoti, un ritratto quello fatto da Petacco che pur senza indulgenza ne riconosce la coerenza fino in fondo.

 

Si consiglia la lettura di  "Pavolini, l'ultima raffica di Salò" sempre scritto da Arrigo Petacco.

 

Per la figura di Pavolini si veda anche:

http://alessandropavolini.blogspot.it/

 



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Published by Caiomario - in Storia
24 dicembre 2012 1 24 /12 /dicembre /2012 07:04

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"LA NOSTRA GUERRA 1940-1945  - L'avventura bellica tra bugie e verità" è il titolo di un libro che si dispiega in 300 pagine dense di avvenimenti visti sotto la lente di Arrigo Petacco che è, a nostro parere, perfettamente riuscito ad affrontare un periodo molto complesso con il consueto taglio del giornalista-storico che rende l'argomento interessante e fruibile anche al pubblico non specializzato, non  si tratta quindi di un'opera ad uso degli storici ma di una cronaca dettagliata, a tratti anche impietosa, dei fatti dell'epoca; il racconto asciutto, scevro da connotazioni ideologiche consente di avere un quadro chiaro dei tragici fatti di quegli anni. 

 
Petacco si dimostra ancora una volta un grande narratore che racconta un'epopea collettiva pur tenendo in dovuta considerazione le grandi personalità che furono protagoniste di quelle vicende: Mussolini, Hitler, Stalin, Churchill, Rommel, Kesserling, Montgomery ( elenco questo non esaustivo e casualmente citato). 
Sicuramente la scienza storica in questi anni ha potuto approfondire, alla luce di nuove documentazioni, fatti e circostanze che hanno riservato delle rivelazioni inaspettate oltre ad aver provocato quelle inevitabili riflessioni maturate in un periodo sufficentemente lungo per avere un quadro il più possibilmente vicino alla realtà dei fatti. 

Non c'è dubbio che la disastrosa avventura bellica italiana è stata causata da complicità politiche, da inefficenze volute e a volte provocate oltrechè da doppigiochi e tradimenti che sembrano fare parte della cultura italiana da sempre, Petacco narra con straordinaria forza evocativa quete menzogne volte ad occultare tutta una serie di responsabilità politiche che non furono solo del Fascismo. 

Petacco racconta queste vicende con un ritmo appassionante, non indulgendo mai alla retorica ed essendo fedele al presupposto iniziale riportato all'inizio del libro e dedicato ad una ragazza del '43 

"Quando comincia una guerra 
la prima vittima 
è sempre la verità 
Quando la guerra finisce 
le bugie dei vinti 
sono smascherate 
quelle dei vincitori 
diventano Storia" 

È il concetto ben espresso nella frase che Brenno, capo dei Galli, avrebbe pronunciato quando venne sconfitto e catturato dai Romani, ma viene in soccorso anche quanto Winston Churchill che nell'arte della dissimulazione non era secondo a nessuno ebbe a vergare nei suoi scritti: 

" In tempo di guerra, la verità è così preziosa che bisogna nasconderla dietro una cortina di bugie"...... 

 

 

 

 

Winston-Churchill.jpg

Il primo ministro inglese Winston Churchill, ammiratore della prima ora di Mussolini, ebbe -secondo alcuni storici- un ruolo fondamentale nei tragici fatti di Dongo. Secondo la versione ufficiale, il partigiano comunista Walter Audisio sarebbe il responsabile dell'esecuzione di Mussolini, attualmente detta versione risulta poco credibile mentre si propende per la tesi dell'uccisione del Duce da parte di agenti segreti inviati da Churchill il quale avrebbe recuperato tutta una serie di documenti che Mussolini avrebbe custodito in una borsa  dalla quale quale non si separava mai. Nè la borsa nè i documenti vennero mai ritrovati. 


Tutto iniziò il 10 giugno 1940 con gli italiani che andarono a riempire le piazze dopo avere ascoltato il radiodiscorso in cui Mussolini annunciava che "la dichiarazione di guerra" era "stata presentata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia", gli italiani ( salvo rarissime eccezioni) erano contenti, pensavano di andare a fare una scampagnata, erano convinti che la guerra sarebbe stata di breve durata e vittoriosa, del resto le conquiste travolgenti della Germania hitleriana avevano prodondamente influenzato il morale degli italiani oltrechè di Mussolini. 
L'Italia aveva deciso di schiierarsi a fianco della Germania con la certezza da parte di Mussolini di potersi sedere al tavolo della pace, tutti erano tranquilli pensavano che la vittoria era a portata di mano, invece... 

È pur vero che in nove mesi Mussolini era viassuto nella più assoluta incertezza e che le sfolgoranti vittorie della Wehrmacht lo spingevano ad emulare Hitler ma questa è solo una parte delle ragioni.. 

Mussolini inventò L'espressione "non belligeranza" che indicava una "formula ambigua....che ...stava a significare che l'Italia non si dichiarava neutrale, ma che restava schierata al fianco del suo alleato sia pure non combattendo", è straordinario notare che settant'anni dopo è stata coniata un'altra ambigua espressione "missione di pace" per dissimulare missioni di guerra, è straordinaria la fantasia che dimostriamo noi italiani quando si tratta di nascondere la verità o per lo meno di non dire bugie quando si vuole nascondere la verità, a quanto pare i tempi sono cambiati, le generazioni si sono succedute ma l'antico vizio rimane. 

 

 

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Militari italiani durante la Campagna di Russia che ebbe inizio nel luglio del 1941

 

 



Il libro è diviso in due parti: 

  • La prima parte intitolata "La guerra-lampo" tratta le vicende che vanno dal 10 giugno 1949 alla battaglia di Stalingrado e alla tragedia dell'Armir. 


  • La seconda parte intitolata "Verso la guerra civile" va dall'anno della svolta ( il 1943) alla fine  Fucilazione di Mussolini, Piazzale Loreto e macelleria messicana). 


Molto ci sarebbe da scrivere su tanti episodi e fatti che sono ancora lontani da essere compresi, primi fra tutti quelli che permettono di conoscere le vere ragioni dell'entrata in guerra dell'Italia, difficilmente sarà ritrovato il famoso carteggio Mussolini-Churchill dove ci sarebbe una verità dal punto di vista storico sconvolgente e cioè il fatto che l'entrata in guerra dell'Italia venne caldeggiata e incoraggiata dallo statista inglese che vedeva l'Italia in funzione antisovietica. 

 
Dall'autopsia del corpo di Mussolini è emerso che il Duce venne fucilato due volte, la prima da Bruno Lonati alla presenza di un emissario di Churchill che fece sparire l'importante carteggio, la seconda (falsa) fu una messa in scena architettata da Longo e compagni che non volevano che gli venisse tolta la paternità della fucilazione di Mussolini, agli inglesi rimase il compromettente carteggio, a Botteghe Oscure l'oro di Dongo.

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23 dicembre 2012 7 23 /12 /dicembre /2012 05:32

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/33746011@N03/3545865687 (album di come cane in austostrada)

PREMESSA 

Lo studio della storia ci porta in contatto con il nostro passato più o meno recente, spesso abbiamo l'impressione di avere a che fare con fatti, circostanze e personaggi che rimangono solo dei segni d'inchiostro sulle pagine di un libro scolastico e man mano che scorriamo i capitoli di un testo tutto ciò che viene raccontato pare solo un grande racconto dove sembrano susseguirsi solo dei periodi che per noi, il più delle volte, non significano niente. 
Quando però si parla di fatti e circostanze vicini nel nostro tempo contemporaneo la nostra prospettiva cambia e ci sentiamo più coinvolti soprattutto quando sono ancora in vita le persone che hanno vissuto nel bene e nel male quelle circostanze. 


AUGUSTO SECONDO SPINOSA, RITRATTO IMPIETOSO DI UN IMPERATORE 


"Augusto. Il grande baro" è un libro scritto dal giornalista storico Antonio Spinosa pubblicato per la prima volta nel 1996 nella collana "Le Scie" e successivamente nel 1998 nella collana Oscar per le edizioni Mondadori; il libro è stato poi più volte ristampato ed è facilmente reperibile sia in libreria che online. 
La nostra lettura partecipata di questo bel libro di Antonio Spinosa non è però esente da una certa perplessità per il paragone tra la figura di Cesare Augusto e quella di Benito Mussolini; la storia -per quanto possa essere suggestiva la teoria dei corsi e ricorsi di Vico- non si ripete mai nello stesso modo nonostante le forme possano indurre nell'errore i meno cauti inclini a stabilire parallelismi tra epoche diverse. 
Che Mussolini avesse l'ambizione di continuare l'opera dei Cesari è un fatto noto, ma è meno noto il fatto che già gli oppositori del Fascismo avessero in un certo modo rafforzato le ragioni del capo del Fascismo paragonando la sua presa del potere a quella di Tiberio Augusto.

Probabilmente il giudizio dello storico Arnaldo Momigliano (riportato da Spinosa e da lui condiviso) non dispiaceva a Mussolini, paragonare la sua presa del potere con quella di Augusto forse era gradita al Duce anche se, per gli oppositori del fascismo, questo parallelismo serviva per mettere in evidenza la spregiudicatezza e il cinismo di Mussolini.
Per chi oggi si aggira nelle strade di Roma, è facile incontrare le vestigia del passato ed imbattersi in marmi ingrigiti un tempo coloratissimi, così come è facile trovare delle statue più recenti che risalgono al periodo del ventennio mussoliniano. Spinosa nel suo parallelismo ricorda che proprio davanti al Foro, sorge una statua bronzea che venne fatta innalzare da Mussolini in onore ad Augusto nel segno di una continuità con un passato che si voleva riportare in auge. Sappiamo però come le cose sono andate, gli italiani del Ventennio mussoliniano non erano e non potevano essere gli antichi Romani e di questo se ne accorse presto lo stesso Mussolini che tentò di cambiare il modo di pensare gli italiani fallendo però nel suo intento.  
Spinosa non sbaglia a nostro parere nel dire che il Fascismo ha preso molto dalla Roma di Augusto, del resto questo voleva Mussolini e ciò era la parte fondante del Fascismo, ma le analogie con il passato finiscono col fermarsi alle forme. 

LE ORIGINI DI TIBERIO: ANTENATI PLEBEI CHE PROVENIVANO DA VELLETRI 


Leggendo il libro di Spinosa si apprendono molti particolari poco noti su Ottavio (Augusto) a partire dalle sue origini che erano plebee: il nonno era un fabbricante di cordami e il padre era una sorta di intrallazzatore che procurava voti a questo o quel candidato; quello che però più colpisce era il fatto che i suoi antenati non provenissero da Roma città ma dalla zona di Velletri; insomma il primo dei Cesari era un provinciale che proveniva dalla campagna romana, i cui progenitori praticavano delle umili professioni e se il padre di Mussolini era un fabbro di Predappio, gli antenati di Tiberio erano mugnai. 

Nella sua gradevole ed interessante esposizione Spinosa con tono discorsivo racconta l'infanzia di Ottavio fino ad arrivare al 15 marzo del 44 a.C., la data fatidica che segnerà il passaggio dalla Roma di Cesare a quella dei Cesari ed Ottavio fu il primo dei Cesari assumendo il nome di: Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. 

Il racconto di Spinosa è sempre appassionante, la narrazione dei fatti si mantiene sul piano discorsivo e leggendo il libro pare di trovarsi davanti ad una pagina di Svetonio, l'antico storico dei Cesari dal quale apprendiamo molti fatti ai quali fanno riferimento anche gli storici moderni che tuttavia hanno cercato di filtrare quanto lo stesso Svetonio raccontò con spirito partigiano.
Spinosa rivisita la figura di Augusto svelando torbidi raggiri del suo modo di agire, ne esce fuori il ritratto di un imperatore spregiudicato che si servì degli intellettuali dell'epoca: da Virgilio ad Orazio passando per Ovidio. 
Niente lasciò al caso il primo imperatore di Roma che a soli vent'anni si fece nominare console e che contrastò con ogni mezzo gli anticesariani in nome di una pax che significò spesso fare tabula rasa di ogni opposizione.

A volte la storia si ripete ma da tragedia si può trasformare in farsa. Teniamone conto! 


"Augusto. Il grande baro" di Antonio Spinosa è un bel libro scritto bene con un linguaggio comprensibile che stimola il senso critico del lettore. Ne consigliamo pertanto la lettura.

 

Articolo dell'autore pubblicato in forma modificata anche altrove.

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2 novembre 2012 5 02 /11 /novembre /2012 17:57

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Lettera ad un soldato della classe 40 di Robert Brasillach è un'opera la cui diffusione la si deve ad Adriano Romuladi, figlio di Pino, scomparso in maniera tragica nell'estate del 1973 in un incidente stradale.

L'edizione in nostro possesso è stata pubblicata nel 1975 da Giovanni Volpe Editore nella collana L'ARCHITRAVE diretta da Gianfranco de Turris. Il volumetto si compone di 63 pagine e comprende:

  • la premessa scritta dal de Turris (da pag. 5 a pag. 8);
  • un capitolo introduttivo intitolato "ROBERT BRASILLACH, POETA DEL FASCISMO" scritto da Adriano Romuladi (da pag.9 a pag. 31);
  • la "Lettera ad un soldato della classe 40" scritta da Robert Brasillach (da pag. 35 a pag. 57) comprensiva di una nota in cui si spiega la differenza che c'è tra la Francia e l'Italia per quanto concerne il modo di concepire la leva militare;
  • la bibliografia che comprende le opere e gli scritti di Robert Brasillach (da pag. 61 a pag. 62).

 

Sovrapporre un commento su Brasillach alle riflessioni che Adriano Romualdi fece quando decise di curare la ristampa di un libretto che in Italia era del tutto sconosciuto, ci sembra presuntuoso, ma a distanza di anni una rilettura aggiornata di quello scritto permette di ragionare con più serenità su quella che rimane prima di tutto una toccante testimonianza umana.

 

Brasillach prima di essere giustiziato per collaborazionismo scrisse una lettera rivolgendosi idealmente ad un indeterminato ragazzo nato nel 1940; è il 5 novembre del 1944, Robert Brasillach si trova nella cella 344 della prigione di Fresnes decide di scrivere delle note in ordine sparso sotto forma di lettera scritta, è il suo testamento spirituale, ma è anche uno sfogo accorato verso un atto che considera profondamente ingiusto.

Brasillach spiega i motivi per cui è in prigione e fa una distinzione tra gli accusatori: i partigiani da una parte e i magistrati dall'altra; mentre ai primi riconosce il ruolo di avversari politici, ai secondi riserva delle parole sprezzanti e polemiche definendoli come coloro  "che hanno prestato giuramento, in qualità di funzionari, al Governo del Maresciallo Pètain, pronti a pronciare una requisitoria contro i comunisti se ne avessero ricevuto l'ordine" e continua:

"E' il caso, penso di certi giudici d'oggi. Poveri diavoli, preoccupati solo della carriera, e pronti a sacrificare con allegra indifferenza la vita di un giovane di 22 anni -lo abbiamo visto- pur di non perdere la promozione e mille franchi in più al mese".

 

Brasillach pone il problema della Giustizia e degli errori giudiziari e ricorda che è stata proprio la Giustizia ad aver condannato Socrate, Gesù Cristo e Andrea Chénier, dopo quasi 70 anni il problema della Giustizia ha assunto altri contorni,  è vero siamo in un'epoca storica diversa da quella terribile della prima metà degli anni '40, ma gli errori giudiziari continuano ad esserci e purtroppo chi non ne è colpito non si rende conto quale devastazione umana possano provocare.

Adriano Romualdi nella parte introduttiva ricorda che quando il 19 gennaio 1945 Brasillach venne portato davanti ai suoi giudici, si difese "con dignità e coraggio", ma tutto fu inutile nonostante la difesa appassionata dell'avvocato Isorni. La decisione di condannare a morte  Brasillach venne presa prima del pronunciamento finale dei giudici, il processo fu una farsa come lo furono molti processi celebrati in quel periodo tragico. Giusto è ricordare che da ambo le parti vennero condannate persone che non avevano commesso alcun reato, è grave invece pensare che questo possa avvenire ancora oggi in un sistema democratico che dovrebbe salvaguardare la pluralità delle opinioni politiche.

Robert Brasillach si macchiò di qualche delitto? No, è storicamente accertato che l'unica colpa di Brasillach fu quella di aver scritto per un giornale collaborazionista. Insomma i suoi furono dei cosiddetti reati d'opinione che come si sa, sono considerati tali, sempre da chi la pensa diversamente; Il pubblico ministero durante il processo disse: "i suoi articoli hanno fatto più male alla Resistenza di un battaglione della Wermacht".

 

Ora che tutto è ormai così lontano, se ne potrebbe parlare con meno astio, ma dovrà passare ancora del tempo per leggere diversamente la tragica vicenda umana di Robert Brasillach.

 

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3 ottobre 2012 3 03 /10 /ottobre /2012 07:11

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Molte delle soluzioni utilizzate dalle forze armate germaniche sono ancora oggi in uso (rivedute e adattate ai tempi attuali) , in questo bel libro illustrato è possibile conoscere le variegate uniformi che venivano impiegate dai militari tedeschi. 

Non tutti sanno che molti dei combattenti della seconda guerra mondiale non facevano parte di un esercito disciplinato ed inquadrato pur potendo contare su un numero, spesso rilevante, di individui. 
Al contrario di quanto avveniva per gli "irregolari", i soldati tedeschi erano ben equipaggiati e molte delle soluzioni utilizzate per le tenute di combattimento, sono ancora impiegate dai molte forze militari moderne. 
E' il caso dell'M 35, l'elmetto in dotazione alla "Wehrmacht", un elmetto dotato di una vistosa falda concepita per proteggere tempie e nuca. 
Sarà capitato a molti di vedere dei documentari in cui sono in azione i militari statunitensi e notare che l'elmetto da loro indossato è una rivisitazione moderna del famoso M 35. Le ragioni per cui ancora oggi si preferisce quell'elmetto ad altri è dovuta semplicemente al fatto che nessun modello è in grado di fornire la medesima protezione dell'M 35. 

Nel libro di Paolo Marton e Giorgio Vedelago intitolato "Le uniformi tedesche della seconda guerra mondiale" è presente un vero e proprio catalogo delle uniformi impiegate dai soldati tedeschi e dai corpi speciali germanici. Per ricostruirne la storia sono state utilizzate le documentazioni fotografiche originali che hanno permesso di illustrare, con dovizia di particolari, le tenute di combattimento, da parata e d'ordinanza delle forze germaniche. 


I TEDESCHI INVENTORI DELLA GUERRA LAMPO


La storia si può comprendere facendo ricorso ad esempi e soprattutto a comparazioni: la seconda guerra mondiale, oltre che un immane conflitto in cui sono morti milioni di uomini, è stata una guerra in cui la velocità d'azione fu un elemento determinante per tutti gli eserciti, sotto questo punto di vista quel conflitto fu il primo confronto militare moderno in cui venne abbandonata la logica della guerra di posizione che fu una caratteristica peculiare, invece, della prima guerra mondiale. 
I tedeschi furono gli inventori della guerra repentina (emblematiche a tal riguardo sono le foto in cui vengono ritratti i soldati tedeschi che nel 1939 rimuovono il cippo confinario della Repubblica polacca) e in questa nuova concezione della guerra un ruolo fondamentale lo ebbe anche l'equipaggiamento. 
Ad esempio il paracadutista tedesco (Fallschirmjager) calzava un elmetto di modello speciale che rispetto all'M 35 era più leggero ma nello stesso tempo più protetto in quanto era dotato di una speciale imbottitura che riparava la testa, aveva poi un telino mimetico che oggi è utilizzato dai militari di tutti gli eserciti. 
Sopra la divisa indossava un ampio e comodo giaccone studiato appositamente per portare una quantità maggiore di munizioni senza che fosse necessario indossare sulle spalle ingombranti zaini. I pantaloni erano, poi, studiati in modo da non creare impacci durante il lancio.

Tirando le somme: il libro è  ben curato, è  ricco di illustrazioni ed è consigliato agli amanti della storia militare. 

 

Articolo di proprietà dell'autore pubblicato in forma modificata anche altrove. 

 

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/29998366@N02/4502667184

Album di  Nationaal Archief

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22 settembre 2012 6 22 /09 /settembre /2012 04:49

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"Morte di Galeazzo Ciano" non è un libro di storia ma un testo teatrale  scritto nel pieno rispetto di quelli che sono stati i fatti storici che hanno visto come protagonista il conte Galeazzo Ciano marito di Edda Mussolini figlia di Benito. Se i documenti storici nulla tolgono alla drammaticità degli eventi, il testo di Enzo Siciliano restituisce quell'umanità che manca ai fatti raccontati nei libri di storia. La narrazione di un fatto acquista una luce completamente diversa quando a parlare sono i sentimenti, i dubbi, le paure, le speranze, la rabbia e infine la rassegnazione. 

Il testo di Enzo Siciliano è stato paragonato ai testi degli antichi tragici greci, lo spartiacque tra le opere di un Sofocle, di un Eschilo o di un Euripide e quella dello scrittore romano sta nella realtà, nei fatti accaduti perché Galeazzo Ciano in quella cella numero 27 del Carcere degli Scalzi di Verona passò quasi tre mesi dal 19 ottobre 1943 all'11 gennaio 1944, giorno in cui venne fucilato dopo la condanna comminata dal Tribunale fascista nel corso del famigerato Processo di Verona
Siciliano rappresenta Ciano per quello che fu veramente, oggi è possibile ricostruire quelle vicende e la personalità dell' ex ministro degli Esteri che non fu l'emblema del tradimento come da sempre è stato presentato da parte fascista. Anzi, tutta la storia che portò al 25 luglio nacque per un gigantesco equivoco di cui molti componenti del Gran Consiglio non ne compresero immediatamente la portata e Ciano stesso, più degli altri, sottovalutò le conseguenze che avrebbe comportato l'approvazione dell'ordine del giorno Grandi. Nell'opera teatrale Ciano è poi rappresentato come un uomo tormentato e contradditorio ma non equivoco, lo stesso Siciliano parlando della sua pièce ebbe a dire che lui parteggiava per il genero di Mussolini, nel raccontarlo infatti sembra l'amico di un tempo tornato a trovarlo.

 
Non c'è alibi però per il Ciano teatrale che si esprime con un monologo quasi ininterrotto, con lunghi ragionamenti che non richiedono alcuna particolare spiegazione, ma il vero capolavoro della tragedia di Siciliano è l'immagine di Edda Mussolini rappresentata come una donna travagliata in continuo dialogo solipsistico con se stessa. 
Il suo esistere ideale e spirituale tra il padre amato e odiato e l'amore e la pietà verso il marito, fa di Edda l'altra parte della tragedia, quella speculare di Galeazzo; Edda è colei che si sostituisce al marito che ne fa le veci quando si confronta con il padre con il quale ha un rapporto lacerato e non conciliabile. 

Il cerchio delle turbative si amplia fino a diventare ingovernabile sconvolgendo gli equilibri familiari, i rapporti tra padre e figlia e tra suocero e genero ed è proprio questo l'elemento fondante di questo dramma moderno fino a che sfuggono tutti i criteri di valutazione. 
L'atmosfera che porterà al tragico epilogo diventa ad un certo punto disperata, senza vie d'uscita, l'ambiente ostile del carcere e la solitudine della cella 27 finisce col diventare la solitudine di ogni uomo che davanti alla morte si trova solo con se stesso mentre il tempo, sempre più rarefatto, scorre verso la parabola finale. 

La domanda di grazia non pervenne mai a Mussolini, Ciano prima di morire scrisse le seguenti parole di congedo: 

"Addio, Edda cara. Addio Ciccino, Dindina, Marzio. Vi stringo al cuore con tenerezza infinita e prego Iddio perché dia a voi ogni bene. Vi bacia con tanto amore il vostro per sempre Papà". 

Dal carcere degli Scalzi  Galeazzo Ciano venne portato al forte di San Procolo dove venne fucilato l'11 gennaio del 1944.

 

 

Morte di Galeazzo Ciano

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14 settembre 2012 5 14 /09 /settembre /2012 17:53

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Nel corso di un'intervista tra il giudice Giovanni Falcone e il giornalista Marcelle Padovani e poi pubblicata nel libro "Cose di Cosa Nostra",(1) Falcone spiega in modo dettagliato quali sono le tecniche di omicidio preferite dai mafiosi.Le considerazioni di Falcone partono da un dato di fatto: l'analisi delle armi  da fuoco impiegate dall'organizzazione mafiosa, armi da fuoco che hanno rivelato molti aspetti del modus operandi di Cosa Nostra ma che sgombrano il campo anche da un equivoco: la convinzione che la mafia privilegi una tecnica rispetto ad un'altra. Falcone a tal proposito precisa: "(La mafia) non ha alcuna preferenza di tipo feticistico per una tecnica o per un'altra"(2) tuttavia il metodo migliore da sempre utilizzato da Cosa Nostra è la "lupara bianca" che consiste nella scomparsa della vittima senza lasciare tracce. Sono migliaia le persone vittime della mafia di cui non si sa più niente e a differenza di quanto si possa pensare, Cosa Nostra non ama gli spargimenti di sangue semplicemente per il fatto che non vuole stare al centro dell'attenzione con fatti clamorosi.

Nello specifico per eliminare una persona senza spargimento di sangue la tecnica preferita dai mafiosi è quella dello "strangolamento" quindi "Niente colpi di arma da fuoco, niente rumore. Nessuna ferita e quindi niente sangue"(3), il passo successivo è lo scioglimento del corpo della vittima in un bidone di acido che viene poi scaricato in un canale di scolo o in un pozzo.

Falcone spiega in cosa consiste il ragionamento dei mafiosi: se attirare una persona in un luogo appartato non è facile, una volta che questa ha accettato, è meglio evitare di attirare l'attenzione dei vicini con colpi di arma da fuoco.

Per uccidere un uomo con lo strangolamento ci vogliono circa 10 minuti ad averlo raccontato a Falcone è stato il pentito Francesco Marino Mannoia che con una punta di macabra civetteria definì gli strangolamenti "omicidi da professionisti".

 

 

NOTE

  1. Giovanni Falcone In collaborazione con Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Rcs Rizzoli Libri S.p.A., 1991.
  2. In op. cit. p.26
  3. Ibidem p.26

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