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1 settembre 2012 6 01 /09 /settembre /2012 07:50

La sottoelencata descrizione in lingua spagnola/aragonese è la fedele

trascrizione, con relativa traduzione, di quanto inciso in una lapide all'ingresso

di Via Canelles ( seconda casa a sinistra salendo dal Bastione di S.Remy)

nel quartiere di Castello in Cagliari -

 

 

 

 

PARA PERPETUA NOTA DE INFAMIA DE QUE ' FUERON

TRAYDORES A RE SILVESTRO SENOR DON JAIME ARTAL DE

CASTELVI QUE FUE MARQUES DE CEA, DONA FRANCESCA

CETRILLA QUE FUE MARQUESA DE SETE FUENTES, DON

ANTONIO ERUNDO, DON SILVESTRE AYMERICH, DON FRANCESCO

CAO, DON PORTOGLIES Y DON CAVINO CARBONI

COMO DE CRIMEN PARA LESA MAGESTAD POR

HOMICIDAS DEL MARQUES DI CAMARASSA V.re DE CERDENA,

FUERON CONDENADOS A MUERTE PERDIDAS DE E DES

HONORES DEMOLIDAS SUS CASA CONSERVANDO EN SU RUINA

ETERNA IGNOMINIA DE SU NEFANDA MEMORIA Y POR SER EN

ESTRESITIO LA CASA DE DONDE SE COMETIO DELICTO TAM

ATROZ A VEYNTE YUN DE ANO MIL SEISCIENTOS Y

OCHO EPITAPHIO.

 

TRADUZIONE

 

 

PER NOTA DI IN QUANTO FURONO

TRADITORI A RE - DON GIOVANNI ARTAL DI CASTELVÌ

CHE FU MARCHESE DI CEA, DONNA FRANCESCA CETRILLA CHE FU

MARCHESA DI FUENTES, DON ANTONIO ERUNDO, DON

SILVESTRE AYMERICH, DON FRANCESCO CAO, DON FRANCESCO

PORTOGUES E DON CAVINO CARBONI IN QUANTO COLPEVOLI

DEL CRIMINE DI LESA MAESTÀ PER L'OMICIDIO DEL MARCHESE

DI CAMARASSÀ VICE RE DI SARDEGNA, FURONO CONDANNATI A

MORTE CON LA PERDITA DEI BENI E DEI TITOLI, DEMOLITA LA

LORO CASA CONSERVANDO SULLE ROVINE ETERNA IGNOMINIA E

NEFANDA MEMORIA E PER ESSERE STATA IN QUESTO SITO LA

CASA DA DOVE SI COMMISE DELITTO TANTO ATROCE IL VENTI

GIUGNO DELL'ANNO MILLESEICENTOSESSANTA, A VISTA SI ERIGE

QUESTO EPITAFFIO.

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Published by Caiomario - in Storia
19 agosto 2012 7 19 /08 /agosto /2012 05:21

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Nella prefazione al libro Oreste Del Buono ha scritto: "Questo è un libro terribile. Non solo perché sono terribili i fatti che racconta ma per il modo in cui li racconta. Ovvero senza esagerazioni e falsità", una frase che sembra lapidaria e che ci sentiamo di condividere in pieno perché quegli anni furono davvero terribili e hanno sconvolto la vita di un'intera generazione, irrimediabilmente persa e sulla quale ormai, da tempo, è stata lanciata una "damnatio memoriae" che non permette di capire cosa sia successo e che in molti casi non consente di andare oltre la verità processuale.

 

A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti, terrorista neo-fascista quasi per caso

 

 

 

 

Giovanni Bianconi racconta la storia di Giuseppe Valerio Fioravanti detto Giusva, leader dei NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, autore reo confesso di delitti di cui si è assunto la piena responsabilità, ma che  ha sempre rifiutato di essere, insieme a Francesca Mambro,  il responsabile della strage di Bologna.

Nell'introduzione del libro leggiamo che Giovanni Bianconi ha ritenuto opportuno aggiungere altre pagine perchè, dopo la prima edizione, è accaduto un fatto inatteso: "Alcuni brigatisti rossi hanno preso la parola per sostenere in pubblico la possibilità dell'innocenza dei due terroristi neri, e altri, operatori carcerari , politici, intellettuali anche della sinistra si sono uniti a loro formando un comitato all'insegna del dubbio".

L'interrogativo è "Se fossero innocenti ?" perché non si tratta solo di scagionare Fioravanti e Mambro dall'accusa di essere gli autori della strage di Bologna, ma di pervenire alla verità individuando in primo liogo i mandanti dell'attentato. Prendendo per buone le parole di Fioravanti e Mambro si arriva alla conclusione che non esiste  cosa peggiore per le vittime dell'attentato che quella di trovare ad ogni costo dei colpevoli ma non i colpevoli. La giustizia italiana ha ritenuto chiudere definitivamente la faccenda condannando Fioravanti e Mambro che per molti rimangono a prescindere i  soli colpevoli della strage.

Non si tratta di schierarsi dalla parte degli innocentisti o dei colpevolisti ma di andare oltre la logica dei comitati perché ancora una volta un velo terribile e misterioso impedisce di capire cosa veramente sia successo sabato 2 agosto 1980 a Bologna. L'introduzione di Del Buono scritta a gennaio del 1996 è ancora attuale se si pensa all'intervista a Giusva Fioravanti effettuata nel corso della trasmissione radiofonica "La zanzara" il 25 luglio 2012, un'intervista che ha sollevato un vespaio di polemiche certamente inaspettate per i due conduttori Cruciani e Parenzo.

Anche se il tema dell'intervista radiofonica non era la "strage di Bologna", la sola presenza di Giusva Fioravanti ha provocato la reazione di tutti coloro che hanno ritenuto inopportuna la presenza di un "mostro" condannato come autore materiale dell'attentato. Ma questa è un'altra storia che comunque può costituire del materiale integrativo per affrontare la lettura del libro in modo attivo a distanza di 20 anni dalla sua prima pubblicazione.

 

Il libro si apre con un episodio che Bianconi racconta come se fosse un romanzo: Mambro e Fioravanti insieme ad altri "camerati" si trovano in Veneto sulle rive del canale Scaricatore vicino a Padova, stanno tentando di recuperare delle armi; insieme a loro ci sono: Gigi ( Gilberto Cavallini), Giorgio (Vale), Cristiano (Fioravanti), Fiorenzo (Trincanato) che non c'entra niente con il terrorismo ma è un malavitoso comune al quale il gruppo si è rivolto per acquistare armi e procurarsi auto per le rapine.

L'obiettivo del gruppo nel 1981 è quello di rompere le righe e farla finita con la lotta armata, le armi dovevano essere recuperate ad ogni costo perché sarebbero dovute servire per una "rapina multimiliardaria" che avrebbe consentito loro di ritirarsi senza problemi.

Le cose però non vanno come dovrebbero andare, arriva una pattuglia di carabinieri chiamata da una persona che si è insospettita per i strani movimenti che si stavano verificando vicino al canale, ne scaturisce un conflitto a fuoco, Giusva Fioravanti viene ferito, i due carabinieri vengono uccisi.

L'autore inizia il racconto partendo dalla fine, emblematico il titolo del primo capitolo "La storia è finita qui", non c'è commento ma solo la cruda cronaca dei fatti.

 

L'epilogo finale è l'ultimo atto di una storia iniziata negli ambienti della destra romana: le sezioni del Msi, gli scontri con gli avversari politici, i pestaggi, una serie di azioni che con il tempo diventano abitudine fino al salto del non ritorno: la lotta armata  esattamente come fecero molti giovani che militarono su fronti opposti. Poi il niente....per tutta la vita.

 

Bianconi con precisione certosina racconta quel clima, fa riferimento a fatti che trovano riscontro nelle carte processuali e con uno stile narrativo fluido ripercorre eventi che sfociarono in terribili delitti di cui ancora oggi si fatica a comprendere il perché. Omicidi politici che non potevano avere nessun consenso e che erano l'esatto contrario di una logica rivoluzionaria il cui obiettivo è sempre stato quello di aggregare le masse. L'assassinio del giudice Mario Amato rimane incomprensibile, così come è del tutto priva di significato politico la logica della banda armata che si avvicina alla criminalità comune intessendo dei "rapporti d'affari".

 

Non c'è dubbio che l'intolleranza politica che si respirava in quegli anni nei confronti dei militanti del Msi sia stata la causa che ha portato molti giovani a deviare verso la deriva senza ritorno dell'eversione. Quando Giusva Fioravanti racconta che nel novembre-dicembre 1979 se ne andò di casa per iniziare quella che lui ha chiamato "la latitanza preventiva" aveva già commesso  un omicidio: quello di Roberto Scialabba in occasione della commemorazione della morte di Mikis Mantakas. Ma non era ancora un terrorista.

 

Quando Bianconi spiega il contesto in cui nacquero tanti Fioravanti ricorda che "le violenze, gli scandali, le tensioni politiche che appassionavano e dividevano i giovani ancor più degli adulti erano all'ordine del giorno"; chiedersi chi abbia acceso le miccie però serve e non c'è dubbio che Piazza Fontana,  la madre di tutti i misteri abbia dato inizio a una stagione lunghissima di terrore che ha visto tre protagonisti: il terrorismo di estrema destra, quello di estrema sinistra e non meglio identificati apparati dello Stato. Questo è il punto che potrebbe fornire una chiave di lettura del libro che vada oltre la figura di Giusva Fioravanti, chi soffiò su quel fuoco, chi erano i mandanti politici di quelle trame, chi aveva l'interesse a provocare ad arte divisioni e odi? Forse non lo sapremo mai, nonostante le rassicurazioni di alti epsonenti delle istutuzioni che hanno assicurato più volte che avrebbero fatto tutto quello che era nel loro potere per togliere il segreto di Stato.



La storia di Giuseppe Valerio Fioravanti, terrorista per caso, è stata da lui stesso raccontata, il sangue e la violenza ci sono stati, non ha rinnegato nè negato  quei fatti; la sua storia è quella di molti altri giovani che vissero pericolosamente quel periodo, ma non esiste un racconto vero e credibile sulla strategia della tensione e su quella pericolosa convergenza tra servizi segreti e politica. Lì è la chiave di tutto ma forse non conosceremo mai i nomi dei responsabili che hanno fatto di questa democrazia una "cosa loro".

IL LIBRO

 

  • Titolo: A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti terrorista neo-fascista quasi per caso
  • Autore: Giovanni Bianconi
  • Editore: Dalai editore
  • Data di pubblicazione: 1992 (Baldini & Castoldi)
  • Data di ultima pubblicazione: 2007 
  • Pagine: 341 
  • Codice ISBN: 9778860731784

 

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Published by Caiomario - in Storia
10 agosto 2012 5 10 /08 /agosto /2012 19:36

I DUE EVENTI DOCUMENTATI NELL'OPERA 


28 DICEMBRE 1908: MORIRONO 80 MILA PERSONE 

Non c'è più nessuno che possa ricordare la giornata del 28 dicembre 1908 quando la città di Messina venne colpita contemporaneamente da un terremoto e da un maremoto dagli effetti devastanti. I superstiti dell'epoca in grado di raccontare quel tragico evento sono tutti morti , ma rimangono le foto, i documenti, i resconti che permettono di ricostruire con precisione quello che accadde. 
Vi furono 80 mila morti, un numero enorme paragonato a quello dei deceduti nel sisma che ha colpito l'Aquila il 6 aprile del 2009. 
Le cronache raccontano che onde altissime e violentissime si levarono colpendo e travolgendo uomi e cose che si trovavano lungo le coste siciliane e calabre lungo la direzione dell'epicentro. L'epicentro del sisma -hanno accertato i vulcanologi- si verificò a 20 chilometri dalla costa siciliana e l'impatto fu enorme, ancora oggi, nononostante siano trascorsi 104 anni dall'epoca è possibile vedere i devastanti effetti del sisma. 

14-15 GENNAIO 1968: TERREMOTO DEL BELICE 

Il sisma nella nottata tra il 14 e il 15 gennaio colpì le valli del Belice, Carboi e Jato, una ferita profonda attraversò questa parte dimenticata d'Italia. i morti furono 370 ma migliaia di persone hanno vissuto per decenni come degli accampati, ancora oggi è possibile vedere i superstiti che vivono in baracche fatiscenti. 


Sono stati fatti centinaia di convegni per evitare di commettere gli errori del passato e in particolare quelli legati alla ricostruzione della Valle del Belice, ma non è servito a niente almeno per quanto riguarda gli eventi più recenti che hanno colpito l'Italia. Paghiamo ancora l'accisa sulla benzina per il terremoto del Belice del 1968. 

LA STRUTTURA E LO SCOPO DELL'OPERA 

L'opera dall'alto valore documentario si pone come obiettivo non solo di testimoniare gli effetti nefasti dei terremoti avvenuti a Messina (1908) e nel Belice (1968) ma anche di essere un utilissimo strumento per quell'opera di ricostruzione sempre programmata ma mai avvenuta completamente nelle aree colpite. 
Nel primo volume vengono esaminati in modo dettagliato gli effetti del terremoto e come è avvenuta l'opera di ricostruzione delle aree su cui si sono abbattuti i sismi. 
Il ricco corredo fotografico presente nel secondo volume permette di vedere gli effetti del sisma. Si tratta di una serie di fotografie scattate subito dopo il sisma dal professor Antonio Salinas, cattedratico e archeologo di chiara fama, numismatico di grande esperienza e amante dell'arte fotografica. 
Al professor Salinas si deve anche il recupero di importanti opere d'arte, recupero che avvenne anche grazie alla sua grande esperienza sul campo come archeologo. 
La cosa più impressionante è vedere nelle foto sul terremoto di Messina cumuli di persone adagiate per terra, persone che morirono non solo per il crollo dei fabbricati ma anche per i numerosi incendi che scoppiarono in tutta la città. 
I primi soccorsi a Messina arrivarono dal mare grazie alla Marina Regia che diede un primo conforto però del tutto inadeguato davanti alla gravità della distruzione che colpì ogni cosa. 
La stessa Marina Regia ebbe difficoltà a sbarcare a Messina visti i danni ingentissimi riportati nella zona del porto. In piazza Annunziata a Messina si vede un cumulo di macerie impressionante, rimase in piedi solo la statua di Don Giovanni d'Austria. 
La documentazione fotografrica sul Belice è recente, ma l'effetto è impressionante perché le conseguenze sulle cose furono altrettanto catastrofiche come quelle di Messina, si tratta di foto che conservano tutto il senso di precarietà e di drammaticità legate al momento in cui vennero scattate.

 

 

 

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Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/7398356@N02/1535668093 

Album Vince the photographer


Per quante volte dovremo ripetere sempre le stesse cose, per quanto tempo ancora Mario Tozzi dovrà ricordare che se non si costruisce con criteri anti-sismici, la gente continuerà a morire non per i terremoti ma per i fabbricati che cadono? 

Ecco l'impressionabile sequenza: 

 

  •  Messina 1908 
  • Belice 1968 
  • Friuli 1976 
  • Irpinia 1980 
  • Umbria 1997 
  •  L'Aquila 2009 
  •  Emilia 2012 


I cittadini sanno che non si costruisce secondo le norme anti-sismiche perché la mappa delle zone sismiche non include zone che sono tali? 

Possiamo capire Messina 1908 ma non possiamo giustificare l'inerzia di un paese che piange i suoi morti e non fa nulla per prevenire gli effetti devastanti di un sisma. La tecnologia c'è, dipende solo dai cittadini obbligare le istituzioni a prendere le opportune misure per evitare che vi siano tanti morti. 
Non è tollerabile morire sotto un capannone industriale come un castello di carte, il perchè lo stabilirà la magistratura, sta di fatto che quei capannoni sono crollati come un cartone. 
Non possiamo più tollerarlo. Dovremo imparare dal Giappone , pensate che l'aeroporto di Osaka resiste ad un sisma di 7,5 gradi della scala Richter. 
E' necessario mettere in sicurezza il territorio se no si ripeteranno sempre le stesse cose, non servono le parole di incoraggiamento serve costruire come si deve. 
Si può capire quello che accadde nel 1908 a Messina, ma non quello che succede oggi. Nel secondo millennio abbiamo istituti di metereologia e geodinamica che sono in grado di stabilire con assoluta precisione quale zona è sismica e quale no. 

I terremoti di Messina e del Belice dovrebbero insegnare. 

Consigliamo l'opera per il valore che ricopre anche per le future generazioni, è un'opera che dovrebbe essere consultata e letta in tutte le scuole di ogni ordine e grado e non solo relegata ad un uso professionale, i documenti sono utili quando aiutano l'uomo a non commettere i medesimi errori. 

Oggi nè Messina, nè Reggio Calabria sono pronte ad affrontare un sisma della medesima intensità come 104 anni fa. 

Anche questa volta ci siamo fatti trovare impreparati, rimangono i pianti....poi la gente dimentica e si rincomincia come prima. 
Il 29 maggio 2012 c'è stato un altro terremoto in Emilia, quali prevenzioni sono state fatte? La fatalità non c'entra niente. Un terremoto del 6° grado della scala Richter non dovrebbe causare morti. Le fabbriche purtroppo non sono in sicurezza, non basta costruire con del materiale di buona qualità, bisogna costruire con criteri anti-sismici, il che è tutt'altra cosa. 


"La furia di Poseidon: Messina 1908 e dintorni­ 1908 e 1968: i grandi terremoti di Sicilia" è stato pubblicato da "Silvana Editore" nel 2009, "Silvana editore" è una casa editrice specializzata nella pubblicazione di saggi fotografici, libri d'arte, opere di architettura, fotografia, cinema e teatro.

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Published by Caiomario - in Storia
10 agosto 2012 5 10 /08 /agosto /2012 16:54

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Sono tantissimi i libri che si vorrebbe conservare, sono però pochissimi quelli che si ricordano anche nei particolari, "I giusti. Gli eroi sconosciuti dell'olocausto" scritto da Martin Gilbert non è solo un libro, è un "memento" che serve per non dimenticare ed è anche un generoso e giusto ( i termini in questo caso devono andare insieme) a quegli eroi sconosciuti che, spesso da soli, si contrapposero ad un potere ostile mettendo in gioco la propria vita. 


Non possiamo dire che l'argomento affrontato nel libro rappresenti per noi una novità in assoluto, abbiamo sempre seguito le storie minori che fanno la grande storia e abbiamo letto un libro su Giorgio Perlasca che salvò, dalla morte certa, migliaia di ebrei destinati alle camere a gas. Ma sapere che ci sono stati centinaia di Giorgio Perlasca, contribuisce a ridare dignità al genere umano. 
Questo è lo spirito del libro e crediamo che il termine eroe/eroi non sia stato utilizzato a sproposito. Tutte le persone che salvarono migliaia di israeliti (ma non solo) si mobilitarono in prima persona facendo delle cose che altri avrebbero potuto considerare impossibili o pericolose. 
Per definizione quando si usa la parola "eroe" si pensa a un giovane e bello, ma non ci sono solo gli eroi delle saghe, delle epopee e dei romanzi letterari, vi è anche un altro tipo di eroe, quello sconosciuto che fa di tutto per non apparire tale. 

E' vero ci sono anche gli eroi delle cause perse che lottano per un ideale e che non si preoccupano delle conseguenze di quel che fanno, ma a quale paese spetta il primato di eroe in quest'opera immane raccontata da Martin Gilbert? A nessuno, in tutti i paesi europei vi furono dei grandissimi uomini ( nel senso di genere) che si prodigarono in imprese impossibili. 
Il libro ha anche un alto valore simbolico in quanto è stato mandato in libreria (in Italia) in occasione della "Giornata della memoria" del 2007 , non possiamo definirlo un racconto nel senso di romanzo ma è un vero e proprio studio che rende omaggio a degli uomini comuni che furono eroi nel senso che si elevarono al di sopra degli altri che, con troppa accondiscendenza, finsero di ignorare. 

Leggendo il libro ho pensato ad un altro libro intitolato "La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme" di Hannah Arendt, tra i due libri apparentemente non c'è un filo comune se non quello dello sterminio degli ebrei, ma è quasi automatico collegare la banalità del male di persone normalissime che eseguirono meticolosamente gli ordini di sterminare gli ebrei e l'eroismo senza volerlo di chi invece quegli ordini li trasgredì. E possiamo parlare di trasgressione perché in diversi paesi vicini alla Germania nazionalsocialista vi furono persone che non obbedirono. 
Quanti Schindler vi furono? Molti, l'elenco dei loro nomi si trova oggi allo Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto di Gerusalemme, ad imperitura memoria. 

Gilbert è uno storico e quindi ha ricostruito con rigore e metodo scientifico la storia dei "Giusti", è interessante anche conoscere come all'interno della Chiesa cattolica vi furono alti prelati che si prodigarono per salvare migliaia di ebrei, come ad esempio, Mons. Giuseppe Placido Nicolini, Vescovo di Assisi. Le accuse che la Chiesa fu inerme dinanzi a questa tragedia sono troppo generiche per essere affrontate in questo breve spazio, ma leggendo il libro di Gilbert si può arrivare alla conclusione che alcune delle polemiche che peraltro si riaccendono sull'argomento dovrebbero essere meno pretestuose. La storia spesso è complessa e il giudizio degli storici andrebbe letto quando i protagonisti non esistono più, ma su questo particolare aspetto, al contrario, è importante la testimonianza di chi si salvò grazie anche all'opera di uomini di chiesa che misero su delle vere e proprie organizzazioni per salvare gli ebrei. 
E nella Germania nazionalsocialista cosa accadde? Anche nel cuore della Germania vi furono degli eroi che salvarono molti ebrei come ad esempio (la storia è raccontata con dovizia di particolari da Gilbert) Heinrich Grüber, un pastore protestante che venne imprigionato Sachsenhausen e a Dachau e la cui testimonianza fu allegata negli atti del processo Eichmann (consultare il nostro articolo su "La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme" di Hannah Arendt). 

Vedi:   La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme - Hannah Arendt


SCHEDA DEL LIBRO 

  • AUTORE: Martin Gilbert 
  • TITOLO: I giusti. Gli eroi sconosciuti dell'olocausto 
  • EDITORE:Città Nuova ( pubblicato nella collana "I Prismi". 
  • ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2007 
  • Pagine: 512 
  • EAN: 9788831174923 




Vi sono libri che valgono per l'umanità che si portano dietro e questo è uno di quelli.

 

Articolo di proprietà dell'autore, adattato per questo spazio.

 

 

Eroi e angeli custodi, una storia vera che non si insegna a scuola - I giusti. Gli eroi sconosciuti dell'olocausto - Martin Gilbert Libri

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Published by Caiomario - in Storia
9 agosto 2012 4 09 /08 /agosto /2012 07:30

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IL LIBRO, STORIA DELLE EDIZIONI

 

"La banalità del male-Eichmann a Gerusalemme" è il titolo di un libro scritto da Hannah Arendt e pubblicato per la prima volta nel  marzo del 1963. Il libro che la stessa Arendt definì nella prefazione alla prima edizione, scritta nel giugno 1964, "un resoconto" venne redatto "nell'estate e nell'autunno del 1962 e terminato nel novembre del medesimo anno" mentre l'autrice era ospite del Center of Advanced  Studies della Wesleyan University.

È importante fare attenzione alle date: nel 1961 la Arendt segue il processo Eichman a Gerusalemme come corrispondente del The New Yorker, nel 1962 scrive il libro, nel  marzo del 1963 viene pubblicato, nel mese di maggio viene pubblicata una versione riveduta, corretta e accresciuta, nel giugno del 1964 inserisce una prefazione dove avverte i lettori che nelle edizioni successive alla prima vengono inseriti dei dettagli tecnici che riguardano la congiura anti-hitleriana del 20 luglio 1944. Dopo la pubblicazione della seconda edizione del 1964, l'impianto del libro non ha subito variazioni anche se l'autrice ha ritenuto opportuno, alla luce di nuove fonti, di apporre un Appendice dove replica alle polemiche seguite alla pubblicazione del libro.

In Italia il libro è stato pubblicato la prima volta da Giangiacomo Feltrinelli Editore nell'ottobre del 1964 e poi successivamente nel settembre 1992 nella collana "I Saggi", poi nel maggio 1999 nella collana "I Campi del Sapere" e nel marzo 2001 nella collana "Universale Economica".

 

LO SCOPO DEL PROCESSO EICHMANN SECONDO LA CORTE E SECONDO IL PUBBLICO MINISTERO

Nel capitolo primo viene descritto il momento in cui entra la "Corte", il linguaggio usato dalla Arendt è descrittivo, i giudici non assumono mai -chiarisce l'autrice- mai un atteggiamento teatrale, anzi ascoltano con serietà i racconti di tanti sofferenze. Il presidente del Tribunale, Landau, ci tiene a far sì che il processo non diventi una messinscena. Il controllo dell'area circostante l'aula di gisutizia è di tipo militare, secondo le aspettative del primo ministro di Israele, Ben Gurion il  processo avrebbe avuto dei controni spettacolari. Aspettative più che comprensibili ma il cui presupposto doveva essere improntato su tre punti ben precisi: processo, difesa e giudizio.

L'obiettivo è quindi quello di giudicare le responsabilità di Adolf Eichmann figlio di Karl Adolf Eichmann nella soluzione finale, le sue azioni non "le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l'umanità, e neppure l'antisemitismo ed il razzismo". Di contro l'accusa, impersonata dal sig. Hausner, diede un'impostazione che più che giudicare Eichmann aveva come unico obiettivo quello di mettere in luce le sofferenze degli ebrei chiedendo agli stessi internati per quale motivo non si erano ribellati ed avevano accettato passivamente di andare sui treni e di essere condotti nei campi di steminio.

La distinzione tra le due posizioni è importante perché permette, a distanza di tempo, di vedere quali sono i motivi della coscienza nazionale israeliana che trae le sue origini proprio nel non accettare di andare a morire come agnelli sacrificali. Tuttavia la Arendt sottolinea come la pretesa di Ben Gurion di stabilire una connessione "tra i nazisti e certi governanti arabi" non aveva alcun senso, ma aggiunge anche che "la giusitizia anche se è un'"astrazione" per le persone della mentalità di Ben Gurion si rivela molto più austera del potente Primo ministro".

Cosa vuole intendere la corrispondente Arendt? La riflessione ha l'intento di portare all'attenzione del lettore il concetto di giusitiza universale che non può passare attraverso la vendetta personale neanche di un potentissimo come Ben Gurion. La giistizia -osserva la Arendt- esige silenzio ed austerità anche quando si tratta di giudicare fatti eclatanti o drammatici, una giustizia che si mostra e che esulta non può definirsi tale anche se il nome dell'imputato è quello di Adolf Eichmann.

 

Dal punto di vista storico è interessante conoscere poi la posizione della Repubblica federale tedesca di Adenauer riguardo al passato  nazista  che aveva visto coinvolti molti esponenti di punta della classe dirigente  della nuova Germania democratica a partire dal più stretto collaboratore dello stesso Adenauer, il dottor Hans Globke che aveva avuto l'idea di "costringere tutti gli ebrei a prendere un secondo nome "Israele" oppure "Sara". Il problema della classe dirigente collusa si è sempre presentata e si presenta ogni qual volta vi è un cambio di regime, ma nel caso della Germania nazista (il medesimo discorso valeva per l'Italia fascista) era impossibile azzerare completamente la classe dirigente senza creare un pericoloso vuoto che avrebbe impedito ai paesi di rirpendersi.

IL RUOLO DEI COMMANDOS DELLA MORTE

La Arendt riferisce che ad Auschwitz furono attivi ebrei di origine greca che avevano come compito quello di far funzionare le camere a gas e i forni crematori. Per quanto possa sembrare incredibile, numerosi ebrei furono difatto complici dei loro carnefici ben sapendo che niente li avrebbe potuti salvare dalla morte. Ma piu di tutto valgono le parole pronunciate da un internato del campo di concentramento di Theresienstadt:

"Il popolo ebraico nel suo complesso si comportò splendidamente sbagliarono o gisutificano ancora i capi ebraici in nome dei lodevoli servigi che essi resero prima della guerra (e sopratutto prima della soluzione finale), quasi che non ci fosse una differenza tra aiutare gli ebrei ad emigrare e aiutare i nazisti a deportarli"

 

COSA NON È IL LIBRO

 

Il libro della Arendt è un resoconto che parla del processo e non è quello che molti si potrebbero aspettare dal titolo, ossia la storia del "più grande disastro che si è abbattuto sul popolo ebraico, nè un saggio sulle dittature, nè una storia del popolo tedesco al tempo del Terzo Reich e tanto meno un trattato teorico sulla natura del male".

La lettura del libro pertanto va affrontata con lo spirito curioso di chi ama le cose storiche o di chi si interessa di questioni di giustizia e di diritto internazionale, in quanto il libro, oltre ad essere un resoconto sul processo Eichmann è ricchissimo di informazioni e di riflessioni dell'autrice che ha preferito  raccontare con un taglio obiettivo i fatti piuttosto che lasciarsi andare ad una retorica che nulla aggiunge al dramma  vissuto dagli ebrei nel periodo in cui Hitler dominava l'Europa.

 

 

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Fonte immagine: http://farm3.static.flickr.com/2689/4392838424_b77b74d8c2.jpg



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Published by Caiomario - in Storia
1 agosto 2012 3 01 /08 /agosto /2012 16:50

 

 

 

 

 

Arrigo Petacco  ha il pregio di essere un autore molto prolifico ma nello stesso tempo ha il merito di aver scritto dei libri di qualità trattando temi e argomenti spesso tralasciati dagli storici di professione. 

Arrigo Petacco è nato a Castelnuovo Magra (La Spezia) nel 1929 e dimora abitualmente a Portovenere, giornalista professionista e scrittore, è specializzato in argomenti di carattere storico. 
Ha collaborato con riviste come "Grazia", "Epoca", "Panorama", "Corriere della Sera" , "Il tempo", "Il Resto del Carlino" ed è stato anche direttore della prestigiosa rivista "Storia Illustrata". 
Oltre all'attività di giornalista e scrittore ha curato numerosi programmi televisivi, alcuni di grande successo come "Dal Gran Consiglio al Gran Sasso" realizzato in collaborazione con Sergio Zavoli. 

Snobbato dagli storici di professione che tendono a svalutare l'opera di chi non è un accademico, Arrigo Petacco ha svolto un ruolo di inquirente storico affrontando spesso i grandi misteri rimasti irrisolti, avanzando ipotesi, analizzando i fatti e capovolgendo spesso delle verità che sembravano acquisite. 

Eppure proprio l'esperienza acquisita come giornalista di cronaca nera, gli ha consentito di usare lo stesso metodo per affrontare i temi di carattere storico più disparati percorrendo una strada che sembra non avere ancora compagni di viaggio in grado di raccgliere il testimone. 

Il suo stile narrativo è molto diretto, mai ampolloso sempre scorrevole ,a differenza di quel che accade quando si legge un libro di uno storico di professione che spesso è pieno di rimandi e di note non sempre di agevole lettura e comunque riservato ad un ambito specialistico. 

Proprio il genere storico divulgativo ha in Arrigo Petacco il massimo rappresentante vivente che da oltre cinquant'anni continua a scrivere libri dal contenuto inedito. 

Riportare sotto forma di elenco i titoli di tutti i libri di Petacco, credo sia una cosa non molto utile perchè sono notizie che si possono reperire ovunque, ci limitiano  a segnalare i seguenti titoli che meritano senz'altro di essere letti: 

  • L'anarchico che venne dall'America
  • Il comunista in camicia nera 
  • Joe Petrosino 
  • La nostra guerra 1940-1945 
  • La regina del sud 
  • O Roma o morte. 1861-1870: la tormentata conquista dell'unità d'Italia
  • Il prefetto di ferro. L'uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia
  • La Croce e la Mezzaluna. Lepanto 7 ottobre 1571: quando la Cristianità respinse l'Islam
  • L' armata nel deserto. Il segreto di El Alamein
  • L' armata scomparsa. L'avventura degli italiani in Russia


La maggior parte dei libri scritti da Arrigo Petacco sono stati editi dalla Mondadori nella collana Oscar.

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Published by Caiomario - in Storia
27 luglio 2012 5 27 /07 /luglio /2012 05:08

STUDIARE LA STORIA SECONDO L'ACCEZIONE DEGLI "STUDIOSI" 

E' opportuno fare un chiarimento su tutto il periodo che va dall'inizio del 1900 al 1945, credo poi che possa risultare di una certa utilità cosa significa studiare la storia. 
Che la maggior parte degli individui abbiano una scarsa memoria storica questo è lapalissiano constatarlo, meno evidente è invece rilevare che, a parte gli accademici, la maggior parte delle persone confonde la conoscenza dello svolgersi degli eventi storici con una fugace lettura dei manuali scolastici. 

Ecco leggere un manuale scolastico, non è studiare la storia, un manuale ad uso didattico puà esere uno strumento di lavoro che può rispondere a degli intenti educativi che si propone la scuola, ma niente di più. 
Anzi, una conoscenza dei fatti storici attraverso la lettura di un manuale scolastico è assolutamente fuorviante e quando dico "assolutamente" mi riferisco ai risultati circa la conoscenza media degli italiani della storia. 

Studiare la storia secondo l'accezione degli studiosi è invece cosa ben diversa, significa prima di tutto andare alla ricerca di tutte le fonti documentarie che permettono di ricostruire questo o quel periodo storico. 
La storiografia moderna -e in particolare quella italiana- è piena di trappole perché non si è mai liberata di un vizio di fondo che trae le sue orgini dal modo di procedere del Macchiavelli e del Guicciardini; entrambi, infatti, cercarono di dare una risposta al crollo degli Stati italiani alla fine del Quattrocento secondo un'interpretazione "militante". Sia Macchivelli che Guicciardini (menti fervide e geniali) diedero una chiave di lettura di quegli avvenimenti ma espressero un giudizio di valore che rimane ancora oggi il vizio di fondo di tutta la storiografia moderna. 

La stessa cosa è avvenuta per il "Fascismo", periodo complesissimo della storia d'Italia, studiato spesso troppo presto in modo frammentario e pregiudiziale, questo ha impedito di conoscere per molto tempo fatti, eventi e personaggi di quel periodo alimentando luoghi comuni dovuti a "cattivi studi". 


IL MERITO DI RENZO DE FELICE 

Il merito di Renzo De Felice è stato quello di aver iniziato una monumentale ricognizione sul Fascismo e sul consenso che la maggior parte degli italiani diedero a Mussolini e al sistema fascista. 
Se non si comprende questo punto cruciale non si riesce a capire il fascismo e le scelte di Mussolini. Piuttosto scarsa è stata, invece, da parte degli storici che hanno preceduto De Felice la comprensione dei motivi che hanno portato a questo consenso. 
L'idea di fondo - contrastata sul piano storico da De Felice- di questi storici è stata che il fascismo fu un evento improvviso ed estraneo alla società italiana. 
Niente di più fazioso in questa "chiave di lettura" da rinvenire nel giudizio che Benedetto Croce diede sul fascismo che definì come un' invasione degli Hyksos; quello di Croce è stato un giudizio che ha pesato in tutta la storiografia comtemporanea e che è stato amplificato in maniera improvvida. 
Si è trattato ovviamente di un giudizio ch ha poco di storico e che è da rinvenire nella posizione -legittima peraltro- del Croce stesso nei confronti del fascisimo e del suo capo. 


Mussolini il fascista I: la conquista del potere (1921-1925) è lo studio più approfondito sull'avvento al potere di Mussolini e del fascismo. l'identificazione di Mussolini con il fascismo è l'operazione tipicamente defeliciana, 
secondo De Felice il fascismo fu Mussolini, morto Mussolini il fascismo si dissolse. 
Il libro -il primo di una serie di tomi dedicati al fascismo- è ancora il punto di riferimento più autorevole per chi voglia studiare il fascismo fin dalle sue origini. 
Il tomo si compone di 802 pagine dove vengono raccontati gli avvenimenti in modo puntuale e certosino, il ricchissimo apparato di note, implica uno sforzo per il lettore medio in quanto non basta semplicemente leggere lo svolgersi degli avvenimenti bisogna fare un'opera di ricognizione sulla parte documentaria. 

E' interessante , ad esempio, apprendere da De Felice che durante il periodo dell'avvento al potere di Mussolini alcuni ambienti del repubblicanesimo italiano furono attratti dal fascismo, oppure in che modo si creò l'adesione al fascismo e come il fascismo fu un elemento composito dove confluirono numerose parti della politica italiana: monarchici, nazionalisti, socialisti, repubblicani, cattolici e anticlericali. 

Interessantissima è poi la riproduzione di molti documenti originali, il modo migliore per andare alla fonte senza che venga espresso alcun giudizio di valore. Credo che proprio questo sia stato il motivo per cui quando si pronunciava (e si pronuncia) il nome di Renzo De Felice, gi animi si accendevano (e si accendono). 
Consiglio a tal proposito di leggere gli articoli scritti da Nicola Tranfaglia contro De Felice, i due articoli celeberrimi vennero pubblicati nel quotidiano "Il Giorno" del 6 e 23 luglio 1975; da questi interventi si comprende perché De Felice provocò le reazione di quasi tutta l'intellighenzia italiana che contava nel periodo in cui il professore pubblicava i suoi studi. 





SCHEDA DEL LIBRO 

  • TITOLO: Mussolini il fascista: La conquista del potere: 1921-1925, Volume 1 
  • AUTORE: Renzo De Felice 
  • EDITORE: Einaudi (prima edizione 1966) 
  • ISBN: 8806139916, 9788806139919 
  • PAGINE: 802 pagine

 

Stuidare e ricostruire un periodo storico non significa condividerne lo spirito.

 

Scritto di propietà intellettuale dell'autore già pubblicato altrove.

 

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Published by Caiomario - in Storia
26 luglio 2012 4 26 /07 /luglio /2012 19:08

 

 

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Se c'è un periodo che porta a conclusioni fuorvianti è quello del ventennio fascista, chi ha contribuito ad aprire un squarcio su quel periodo è stato Arrigo Petacco, giornalista incline alla ricostruzione storica, il quale tra i suoi numerosi scritti può annoverare anche una pregevole "Storia del Fascismo" in cui sono presenti diversi aspetti affrontati in modo più sistematico nei suoi libri su personaggi e fatti di quella complessa vicenda storica. 

Uno degli argomenti più interessanti dal punto di vista storico è quello che riguarda l'archivio segreto di Mussolini, un archivio di cui oggi conosciamo solo una parte, mentre è probabile che numerosi documenti siano stati fatti letteralmente sparire prima del tragico epilogo di Dongo dove trovarono la morte Mussolini e Claretta Petacci. 
Uno dei problemi irrisolti che gli storici si sono sempre posti è stato il seguente: che fine ha fatto l'archivio di Mussolini conservato a Palazzo Venezia all'indomani del 25 luglio? I documenti ufficiali e segreti vennero in parte ritrovati, non sono stati mai invece rinvenuti quelli contenuti nelle famose borse che Mussolini portava con se prima della drammatica fine. Quei documenti -secondo diversi storici- vennero prelevati da agenti inglesi dietro diretto comando di Winston Churchill, è probabile che vennero distrutti. Quei momenti furono al centro di intrighi internazionali che hanno rivelato una verità oramai assodata: Mussolini venne giustiziato da uomini di Churchill e non da Walter Audisio come ha sempre raccontato la storiografia ufficiale. 

Quello che invece conosciamo (in parte) è l'archivio della polizia politica fascista, l'Ovra che agiva dietro impulso di Mussolini il cui fedele esecutore era Arturo Bocchini il quale impiantò un vero e proprio sistema di dossieraggio ad uso del Capo. Le informative di Bocchini e dei suoi collaboratori venivano usate nei confronti di tutti, senza nessuna esclusione, compresi gli stessi gerarchi fascisti. E' interessante constatare che il "sistema Bocchini" viene ancora oggi sistematicamente praticato nella politica italiana ed è triste constatare che gli archivi segreti "democratici" non sono meno inquietanti di quelli di Mussolini; proprio da questi archivi coperti da segreto di Stato potrebbe venire la verità sui tanti misteri irrisolti in cui sono coinvolti esponenti degli apparati dello Stato. 
La lettura del libro porta quindi ad un'inevitabile paragone con la storia attuale dove l'alta burocrazia maneggiona e peggiore comanda più della politica; Arturo Bocchini, alto burocrate durante il regime fascista, contribuì in modo determinante a creare quello stato di polizia che caratterizzò il fascismo e che venne ereditato e copiato in "versione democratica" dopo il 2 giugno 1946 con totale approvazione da parte delle forze antifasciste che pur avrebbero dovuto cambiare sin dal profondo le fondamenta dello Stato. 


L'ANGOLO PERSONALE 

Petacco non esprime un parere personale sui fatti raccontati, ma presenta dei documenti, in questo senso è storico, ma non si limita però a elencare una serie di documenti riesce a mantenere alta l'attenzione e l'interesse del lettore e sotto questo punto di vista è un giornalista di razza. 
Il lettore, poi, che volesse approfondire determinati aspetti può attingere dalla bibliografia presente nella parte finale del libro in cui sono presenti numerosi titoli. 

Dalla lettura del libro emerge un ritratto impietoso non sul Regime ma sull'andazzo di molti italiani di quattro generazioni fa, pronti a salire sul carro dei vincitori per lucrare su tutto ciò che passava loro sotto mano. 
La pratica della corruzione era diffusissima nel periodo fascista esattamente come lo è oggi, Mussolini lo sapeva e avendo una diffidenza quasi congenita nei confronti dei propri connazionali non si fidava neanche dei gerarchi che spesso approfittavano della loro posizione per arricchirsi in maniera illecita. 
Nel Regime vi erano anche i duri e i puri che però potevano sempre costituire un pericolo e se costoro erano integerrimi sotto il profilo della gestione della cosa pubblica nascondevano qualche scheletro nell'armadio che all'occorrenza poteva essere tirato fuori per frenarne le ambizioni politiche. 
Le informative della polizia politica in questo caso riguardavano le abitudini sessuali: relazioni extaconiugali, omosessuali o frequentazione di donnine allegre. 
Uno dei gerarchi più vicini a Mussolini negli anni del consenso come Achille Starace, prima potentissimo segretario del PNF e poi caduto in disgrazia dopo il 25 luglio era sospettato di avere una relazione con un membro della sua guardia del corpo; ma si trattava di illazioni e di fango gettato su Starace attraverso una serie di informative messe su ad arte da Arturo Bocchini, capo dell'Ovra, Mussolini lo sapeva e diffidava di quei documenti creati ad hoc per colpire un rivale politico quale era Achille Starace. 
Un altro esempio di una pratica odiosa a cui noi italiani non abbiamo mai rinunciato: il depistaggio. 
Altro esempio di continuità con il passato: durante il Fascismo gli italiani a qualsiasi livello era soliti inviare denunce anonime, una pratica odiosa che serviva spesso per colpire tutti coloro verso i quali si nutriva un'antipatia viscerale. Purtroppo molte di queste denunce anonime vennero poi utilizzate, durante il periodo delle leggi razziali, per denunciare la presenza di israeliti in questo o quel luogo. 


NIENTE DI NUOVO...I PRECURSORI DEL "METODO BOFFO" 

* Informative di polizia 
* Denunce anonime 
* Pratica sistematica del fascicolo (leggasi dossier) 
* Segnalazioni 
* Attività di spionaggio 
* Sistema clientelare 
* Traffici illeciti 
* Corruzione 
* Concussione 
*......... 
*......... etc etc 


ALTRE INFORMAZIONI SUL LIBRO 

Autore: Arrigo Petacco 
Titolo: L' archivio segreto di Mussolini 
Editore: Mondadori (pubblicato nella collana Oscar) 
Anno di pubblicazione: 1998 
Pagine: 192 
Codice EAN 9788804449140 
Prezzo: 10,00 euro 

 

http://giotto.ibs.it/cop/copj170.asp?f=9788804449140







Se ne consiglia la lettura per capire che quello che siamo oggi. La corruzione, l'imbroglio, l'approfittare della situazione di potere in ci si trova non appartengono solo ai tempi odierni. E' singolare il fatto che cambiano i sistemi politici ma il classico andazzo è sempre lo stesso.

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Published by Caiomario - in Storia
24 luglio 2012 2 24 /07 /luglio /2012 15:23

Di Giuseppe Mazzini sono noti a tutti i dati biografici e gli eventi più importanti che hanno contraddistinto la sua intensa vita. 
Ma quello che spesso viene messo in secondo piano è l'insieme degli scritti che fu veramente imponente: dagli opuscoli di tipo propagandistico agli articoli di giornale sino a vere e proprie opere organiche dove ha affrontato in maniera compita degli argomenti sempre in linea con le sue convinzioni politiche e spirituali. 

Tra gli scritti che consentono di poter meglio capire il pensiero di Mazzini, la sua concezione politica, i suoi valori spirituali e ideali vanno menzionate le seguenti due opere: 

"Dei doveri dell'uomo" e "Fede e avvenire

Si tratta di due scritti pubblicati in due periodi differenti "Dei doveri dell'uomo" nel 1860 mentre "Fede e avvenire" venne dato alle stampe nel 1835, in entrambe le opere, l'uomo politico genovese rivela la sua concezione spirituale e dove emerge una religiosità che pur distaccandosi da quella cattolica di rarissiam intensità forse paragonabile a quella del suo contemporaneo, Alessandro Manzoni che pur aderì a una forma di cattolicesimo non ortodosso come il giansenismo. 

Mazzini non si poteva accontentare di una religiosità scontata che si manifesta attraverso formule mandate a memoria, aveva bisogno di una sua religiosità e questa religiosità doveva essere prima di ogni cosa impegno dello spirito verso tutto ciò che ne era manifestazione dalla ragione al sentimento. 

Proprio da questa religiosità emerge una fede moralistica, mai scontata dove viene espressa una sua teologia: Dio esiste e la sua esistenza la possiamo vedere nell'Universo senza confondersi in esso. 

Per Mazzini la religiosità non può essere, ne deve essere una pratica di culto che si esaurisce con il momento liturgico ma la religiosità è prima di tutto adempimento dei doveri nei quali ritroviamo tanti tipi di doveri che sono sempre doveri verso Dio. 

Ecco perchè è riduttivo parlare di Mazzini patriota senza parlare di questo aspetto fondamentale che consente di capire il personaggio: i doveri verso la patria sono doveri verso Dio, la dottrina mazziniana del popolo è una dottina prima di tutto una dottrina teologica. 

Il popolo è destinatario di tutti i doveri (da qui la sua trascendenza): nel singolo individuo, per quanto possa avere una straordinaria statura morale, tutti i doveri non si possono esaurire. 

Dio e popolo per Mazzini sono inscindibili: tra Dio e il popolo non ci devono essere intermediari, non ci devono essere sovrani o gerarchie ecclesiastiche. 

Senza Dio non vi è popolo e il popolo è il consegnatario dell'idea di Dio: quindi Mazzini, proprio per questo mette l'accento sulla parte dei doveri e non è per niente scontata l'equazione diritti-doveri. 
Prima vengono i doveri che sono i doveri verso Dio, poi vengono i diritti ma questi ultimi sono sempre subordinati ai primi. 

Non si può capire il concetto di Patria, Progresso, Nazione di cui parla Mazzini senza capire quello che il Nostro così ben espresse: 

"L'origine dei vostri DOVERI sta in Dio. La definizione dei vostri DOVERI sta nella sua Legge. La scoperta progressiva, e l'applicazione della sua Legge appartengono all'umanità."

 

 Per capire il pensiero di Mazzini bisogna comprendere la sua teologia.

 

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Published by Caiomario - in Storia
17 luglio 2012 2 17 /07 /luglio /2012 16:53

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OLTRE LA RETORICA DELLE NOZIONI SCOLASTICHE

In occasione della ricorrenza dell'Unità d'Italia, l'agiografia si è ancora una volta scatenata parlando del Risorgimento con argomenti al limite del ridicolo perchè ignorando i fatti e i documenti si contribuisce ad alimentare un sentimento anti italiano ormai diffuso a livelli anche istituzionali.
Se il Risorgimento è stato un momento importante della storia d'Italia, la sua mitizzazione come quella di altri momenti storici cruciali delle vicende italiane, finisce col creare una cortina di intoccabilità che non solo è controproducente ma rischia di essere strumentalizzata per fini poco chiari che alimentano divisioni e contrapposizioni.

L'autore, Luciano Salera, ha il merito di aver scritto un'opera puntuale ricca di note, citazioni rivolta non... solo a chi già ne sa qualcosa, ma principalmente, a chi ne sa poco o addirittura niente e quel poco che eventualmente, sa è costituito da nozioni scolastiche, storielle, marce trionfali, inni e poesie da prime classi elementari.
L'abitudine di scrivere la storia ad uso e consumo dei vincitori è sempre esistita da quando l'uomo ha utilizzato la memorialisitica come straordinario strumento di propaganda, da Senofonte a Tucidide, da Suetonio a Giulio Cesare parlare di storia nel senso moderno della parola non ha senso, memorie, ricordi personali, autobiografie si mischiano dando origine a un materiale a cui manca ogni criterio di scientificità che è dato dal riscontro documentale ma nel resto nel mondo classico non esisteva questa pretesa in quanto era estraneo agli storici dell'epoca il concetto della storia come scienza.

Abbiamo già avuto occasione di toccare questo argomento che riguarda la scienza storica, ne ribadiamo il concetto: la scienza storica è per sua essenza sempre revisionista, nel senso che è una continua ricerca volta a rivedere le proprie posizioni, un percorso in cui nessun dato è definitivo, non esiste una intangibilità del fatto storico quando questo accade non ci troviamo più dinanzi all'opera dello storico ma dinanzi a quello dell'agiografo cioè di colui che fa della letteratura che mira ad esaltare un avvenimento o un personaggio storico, circondandolo di un alone di leggenda e mitizzando le sue gesta al di là di ogni ragionevole proposito di edificazione.
L'agiografia patriottica, celebrativa e laudatoria è copiosa, il libro di Salera è un tentativo ben riuscito di fare una contro-storia del Risorgimento che fu prima di tutto un periodo in cui il popolo meridionale subì rapine, massacri e umiliazioni e questo tentativo parte da uno dei tanti episodi su cui l'agiografia ha scritto una storia autocelebrativa: le vicende dei piroscafi Piemonte e Lombardo nella spedizione dei Mille.
Gabriele Marzocco che ha curato l'introduzione osserva a questo proposito raccontando un episodio a titolo di esempio:

Bisogna fare sempre più chiarezza sui fatti storici che segnano una svoltafondamentale nella vita dei popoli, a costo di dissacrare le leggende costruite
per nascondere verità meno luccicanti e più vergognose.
Ci hanno raccontato menzogne su menzogne. Un esempio fra i tanti non certod'importanza fondamentale, ma significativo: Garibaldi, dopo essere sceso dal
treno che da Salerno lo ha comodamente portato alla Stazione della Capitale,come entra in Napoli? Viene quasi sempre raffigurato in carrozza; ma c'è anche qualcuno che ce lo mostra splendidamente incedere a cavallo! lui che,tormentato dall'artrite, a cavallo non ci poteva proprio andare, visto che avevabisogno di essere aiutato perfino ad infilarsi i pantaloni! (1)

Un episodio sicuramente di poca importanza ma se le immagini sono in grado di influenzare le coscienze non c'è immagine più potente di quella che ha alimentato il mito di Garibaldi sempre rappresentato su destrieri e in campi da battaglia, un'iimaginetta simile a quella dei santi rappresentati sempre oranti o pazienti (nel senso che patiscono).

Marzocco ricorda quello che che spesso viene taciuto ( aboliamo i libri scolastici) o comunque presentato in termini completamente non rispondenti alla verità storica:
il ruolo fondamentale della Gran Bretagna nella spedizione dei Mille.

La potenza che inventò la pratica coloniale e lo schiavismo...

Chi deportò molti africani in America non furono gli americani (che non esistevano come popolo-nazione) ma gli inglesi che con le loro navi , le navi di Sua Maestà avviarono la più grande deportazione mai avvenuta nella storia dell'umanità e per quanto questo fenomeno possa sembrare del tutto estraneo all'impresa di Garibaldi, spiega il motivo per cui la Gran Bretagna si interessò di una vicenda che apparentemente non avrebbe dovuto suscitarle alcuna attenzione.
Ma quando le deportazioni incominciarono ad essere più un fenomeno d'interesse, gli inglesi incomiciarono a spostare le loro attenzioni nel Mediterraneo ed ebbero un ruolo non secondario nell'impresa di Garibaldi.

...e che preparò le calunnie contro i Borbone

 

I Borbone sono stati spesso accusati di essere una monarchia oscurantista e ancora oggi nel linguaggio comune si usa l'espressione, per esempio, metodi borbonici dove l'aggettivazione indica sempre qualcosa di arretrato, inadeguato e negativo.
Niente di più falso nell'aver accreditato questa visione negativa dei Borbone, nota e puntualizza giustamente Marzucco.

Un gran fermento e fervore di novità aveva contagiato anche la nostrapenisola:Napoli, poi, sia pur senza frenesia, s'era messa alla testa delrinnovamento. Non c'era campo in cui il nostro Regno, che si vorrebbe
"oscurantista", non si muovesse prima degli altri Stati italiani. Nel 1818
la napoletana Ferdinando I fu la prima nave a vapore a solcare il Mediterraneo
(precedendo non solo la flotta sarda e quella toscana, ma perfino quellafrancese); nel 1832 fu inaugurato, sul Garigliano, il primo ponte sospeso
in ferro dell'Europa continentale; nel 1839 la prima ferrovia, la Napoli-Portici;
in quello stesso anno Napoli, prima città italiana e terza in Europa, dopo Londra
e Parigi, fu illuminata a gas con 350 lampade; nel 1840 il primo stabilimento
metalmeccanico d'Italia per numero di operai (1050) a Pietrarsa nei pressi di
Napoli; e questi sono alcuni dei primati che il Regno di Napoli poteva vantare
(2)

E' difficile sostenere che quello dei Borbone fosse un regno arretrato e almeno non lo fu dal punto di vista dei progressi tecnologici ma sicuramente i Borbone non furono accorti politicamente e i loro problemi vennero dall'interno, in quella parte del regno che rivendicava l'autonomia: la Sicilia.
L'abbandono e l'isolamento della Sicilia da parte dei Borbone fu la vera causa della crisi dei Borbone e la scelta di Garibaldi fece leva su queste contraddizioni,e malesseri ma dietro c'erano gli inglesi.

Una casata che non parlava italiano

Con i Savoia che parlavano il francese ( e il piemontese) l'idea di unificare l'Italia non solo era un'idea del tutto estranea alla tradizione politica savoiarda ma era anche in contraddizione con quelle decisioni politiche che portarono a rinunciare a Nizza e alla Savoia a favore dell'idea (propugnata da Camillo Benso Conte di Cavour) delle piccole annessioni a favore del Piemonte, annessioni che potevano, secondo le intenzioni, al massimo fino ai territori dell'Italia centrale a discapito dello Stato Pontificio.
Come arrivò allora Garibaldi ad assicurarsi l'appoggio degli inglesi che avevano come obiettivo principale quello di destabilizzare i Borbone in favore della costituzione di uno stato unitario che fungesse da alleato in funzione antifrancese ma che soprattutto ridimensionasse e annullasse il potere temporale del Pontefice?

La storia è fatta di dettagli

 

Luciano Salera esordisce con una frase sulla quale bisogna soffermarsi per comprendere come spesso la tendenza a semplificare di impostazione manualistica-scolatica , impedisce di capire lo svolgimento delle vicende storiche che si articolano in una ben più complessa trama di fatti che costituiscono poi i grandi eventi:

La storia è fatta di dettagli, piccoli episodi all'apparenza insignificanti. Facezie
però senza le quali i "grandi eventi" non si sarebbero mai verificati. (3)

questo è il metodo adottato dagli storici, un metodo che si basa esclusivamente sull'esame delle fonti che constituiscono le principali e in alcuni casi uniche prove documentali che consentono di ricostruire un fatto storico.
Salera pur essendo uno storico non professionista ma un appassionato della storia di Napoli e del Mezzogiorno, adotta nella ricostruzione di queste vicende una metodologia squisitamente storica, iniziando la sua ricerca da un volumetto che sarebbe rimasto sconosciuto, intitolato:

Memorie documentate di Giambattista Fauchè e la spedizione dei Mille

questo libretto venne dato alle stampe dal figlio di Giambattista Fauchè conl'intento di richiamare alla memoria dei suoi contemporanei le ormaibenemerenze paterne. (4)

I manuali di storia non parlano di Fauchè che era un massone amico di Garibaldi e proprio per questa ragione ebbe degli importantissimi incarichi nei governi dittatoriali voluti da Garibaldi.

In questo certosino lavoro di ricostruzione storica, Luciano Salera affronta quattro episodi che secondo le convinzioni dello stesso, sono alla base della cosiddetta
Epopea dei Mille:
  • L'iniziale messa a disposizione dei piroscafi Piemonte e Lombardo
  • La spedizione da Quarto
  • Lo sbarco a Marsala
  • I fatti di Calatafimi

Come andarono i fatti e come ce li hanno raccontati

Avvertenza :L'intento di Salera e che condivido pienamente non è quello di mettere in discussione l'Unità d'Italia che tra l'altro definisce come intentogiusto
ed auspicabile ma di rivelare da storico una strategia che aveva come fine quello di piemontesizzare l'Italia.

La tesi di Salera è comunque supportata da fatti acclarati come quella realtiva alle varie ipotesi di intervento da attuare dinanzi alla difficile impresa dell'unificazione nazionale.
La prima puntava ad accentrare tutti i poteri nelle mani del governi e di estendere la legislazione sabauda in tutto il territorio nazionale, la seconda è la famosa proposta di decentramento del ministro degli Interni, Minghetti che era sostenitore di un prudente decentramento che avesse come fine quello di formare un istituto intermedio tra comuni e province.

Venne scelta la prima soluzione: piemontesizzare l'Italia, il 22 dicembre 1861 il governo presieduto da Ricasoli con un decreto legge estese in tutto il territorio nazionale la legislazione sabauda sulle province e sui comuni e venne istituito una figura su cui si discute ancora oggi: il prefetto.

Di fatto questa politica di trasformare una realtà variegata come quella dell'Italia meridionale (che pur aveva i suoi limiti), in una nazione unitaria, fallì e i nodi irrisolti che ci portiamo ancora dietro, vengono da lontano e quest' unità fu soprattutto ottenuta con la repressione e le baionette., non dimentichiamolo!(5)

La nascita della questione meridionale fu in parte largamente causata dalla durissima repressione militare voluta dai Savoia ma anche sostenuta dalla borghesia meridionale che preferì mantenere i previlegi passando dalla parte dei vincitori e provocando quella rivolta contadina che venne poi fatta passare come brigantaggio, oltre ad aver favorito, di lì a poco, la più grande diaspora mai avuta nella storia d'Italia.
L'emigrazione di forze, risorse ed intelligenze venne favorita con l'intento di togliere di mezzo il problema rappresentato da queste masse di miserabili mentre in realtà si rivelò una spoliazione premeditata che depauperò il meridione d'Italia che prima di allora non aveva mai sofferto di questi problemi.

Proprio sul fenomeno del brigantaggio che fu essenzialmente una rivolta contadina contro la politica di spoliazione sistematica di beni attraverso una durissima imposizione fiscale, Salera ricorda la parziale riabilitazione di Benedetto Croce che definì il fenomeno come Nuova Vandea.

In questi giorni si assiste ad una gran quantità di dibattiti sulla ricorrenza dei 150 anni dell'Unità d'Italia che si celebrerà nel 2011, gli interventi degli storici sono pochissimi mentre il palcoscenico è tenuto dai "politici" di opposte fazioni che lasciano dichiarazioni a favore o contro l'Unità d'Italia, ma la storia non prende posizioni partigiane, è lì immutabile e non può essere cambiata mentre si può e si deve dare una diversa chiave di lettura quando intervengono fatti e documenti nuovi., la riserva revisionista deve essere il criterio ispiratore di ogni vero storico.
Se alla storia come eventi si sostituisce la storiografia che vuole cambiare i fatti, vuole dire che il fine principale non è conoscere i fatti ma influenzare l'opinione pubblica e paradossalmente il pregiudizio antimeridionalista nasce proprio all'interno di questa logica che ha favorito le peggiori spinte disgregatrici e secessioniste.

Salera ricorda un caso emblematico:

...dando la stura a quella che poi diventerà una vera e propria campagna didenigrazione a sfondo razziale, il giornale Il Lampione di Firenze del 4 settembre 1860 .....sotto il titolo "La figura dell'esercito napoletano"pubblicò una vignetta raffigurante un esercito di Pulcinella , con in mano dei "cantari" ricoli di vermicelli
, che scappavano disordinatamente per cercar scampo dietro al Vesuvio, mentre
dal mare del golfo sbarcava trionfalmente un enorme bersagliere, piume di"gallo cedrone" al vento e con in mano la bandiera tricolore di Casa Savoia. (6)

Il disprezzo nei confronti del Meridione esisteva sin dall'inizio, addirittura prima che si sancisse ufficialmente l'Unità d'Italia e a questo difetto d'origine si aggiunse presto l'umiliazione e l'abbandono, checchè ne dicano i vari comitati di agiografi che con voli pindarici mettono sullo stesso piano Garibaldi, l'unità d'Italia e la Costituzione del '46, quella del Mezzogiorno fu una conquista regia a tutti gli effetti e i cosiddetti ideali di libertà erano quanto di più lontano potesse esserci per la Casa Savoia.

C'è una parte della storia che è stata volutamente ignorata e taciuta, emblematico è a questo proposito l'istituzione dei campi di concentramento ( come ben ricorda Salera) in cui vennero rinchiusi i militari del disciolto Regio Esercito Napoletano,
veri e propri lager che vennero istituiti a Genova, Alessandria, Fenestrelle,
San Maurizio e di cui nessun manuale scolastico fa accenno!

La nascita dell'antistato

 

Con queste premesse venne fatta l'Italia ma non vennero fatti gli italiani, come allora poteva nascere un sistema di valori condiviso e convissuto? Come potevano popolazioni vessate e lordate di sangue vedere nello Stato piemontese una soluzione alla loro disperazione e alla loro miseria? Hanno preferito andarsene dall'Italia e nessuno li ha trattenuti, anzi si è favorita la loro diaspora nella speranza di avere un problema in meno.
Se dopo 150 anni in buona parte del Sud Italia ( ma non solo!) è diffuso un sentimento antistatalista questo è dovuto esclusivamente all'assenza dello Stato e non è bastata la meridionalizzazione degli apparati burocratici e amministrativi per favorire lo sviluppo di sentimenti nazionali e unitari e ancora una volta si è creata una situazione paradossale per cui larghi strati della popolazione dislocata nella parte settentrionale della penisola, vedono tale meridionalizzazione degli apparati amministrativi (scuola, esercito, pubblica amministrazione) come un'invasione che ha solo rafforzato e favorito i sentimenti di disprezzo e di odio nei confronti del Sud.
Si è creata l'opinione pubblica settentrionale che spinge per un distacco prima di tutto amministrativo di una parte d'Italia che non solo è governata di fatto dalla criminalità organizzata ma è anche in cronico deficit di governabilità.
Ma adesso si può adottare la politica del laissez faire? Il rischio è enorme e la strada del federalismo potrebbe in parte responsabilizzare amministrazioni locali che di fatto non hanno mai amministrato e che hanno visto nello Stato solo la vacca da mungere.

* Ci si è mai chiesti perchè nonostante i colpi inferti alla criminalità organizzata di cui spesso vengono decapitati i vertici, le stesse organizzazioni malavitose si riproducono come l'idra a sette teste? E' una domanda che ha una sola risposta: la cultura dell'antistato che porta a vedere in uno stato parallelo la soluzione ai propri problemi.

Ma se tale cultura è così diffusa da diventare un sistema di vita e di relazioni, non è forse perchè quella unità forzata ha creato sin da subito un sentimento antistatale che si è cercato solo di nascondere?

Se le premesse storiche sono state quelle che Salera con documentata e certosina perizia denuncia, come si poteva creare una reale mentalità unitaria?

La storia dei vapori Piemonte e Lombardo, una farsa ben orchestrata

 

Per non togliere il piacere della lettura, mi limito a evidenziare alcuni punti essenziali dell'opera:
  • Il ruolo di Giambattista Fauchè nella vicenda dei vapori Piemonte e Lombardo.Fauchè era diventato direttore generale ed unico gerente dellaSocietà
    di Navigazione R. Rubattino & C.
  • Come avvenne la messa a disposizione di questi piroscafi
  • Il ruolo degli esuli meridionali stipendiatI dallo stato sabaudo e che avevano il compito di favorire la rivolta ovunque al fine di annettere il Regno del Sud al Regno Sardo-Piemontese.
  • I rapporti burrascosi tra Garibaldi e Cavour

Si potrebbe obiettare dicendo quale importanza può avere il fatto di come siano stati messi a disposizione questi due piroscafi, l'importanza c'è ed è storica ed andrebbe riformulata in maniera diversa, chi ha finanziato l'affitto dei due vapori il cui contratto era stato registrato regolarmente presso un notaio?
Chi erano i reali finanziatori dell'impresa dei Mille e soprattutto chi erano i 1072 componenti della spedizione e come erano stati arruolati ?

Si tratta di domande di non poco conto che consentono di far luce su una vicenda che si vuole raccontare come un'epopea e che fu in realtà organizzata nella più totale improvvisazione.
Garibaldi se non fosse stato militarmente supportato non avrebbe avuto la benchè minima possibilità di successo per quanto fosse un esperto delle tecniche di guerriglia e di sabotaggio e la spedizione dei Mille in realtà giocò un ruolo di apripista per il ben armato esercito sabaudo.
Così come in queste vicende romanzate, un ruolo fondamentale lo svolse la marina britannica pronta ad intervenire per ogni evenienza e Garibaldi era ben conscio del fatto che la presenza inglese era fondamentale. (7)
Salera ricorda che la flotta inglese era massicciamente presente nelle acque del Mediterraneo e che rispondeva agli ordini di Lord Palmerston, in caso di difficoltà i garibaldini avrebbero potuto riparare a bordo delle navi inglesi.


Salera documenta tutta la vicenda facendo riferimento a numerosi documenti totalmente sconosciuti all'opinione pubblica, collegando episodi, dichiarazioni, scritti, memorie, saggi, scoprendo una galleria di personaggi minori che comunque ebbero un ruolo fondamentale in questa vicenda non fatta solo di radiose giornate.

Interessante corredo di'immagini

Nel libro è presente anche una sezione fotografica con relative didascalie che arricchisce l'opera già di per se interessante.

Una curiosità tra le tante: Tra i nuovi acquisti garibaldini, vi fu anche un frate, tale Fra Giovanni Pantaleo di Castelvetrano che era solito andare in giro con una camicia rossa indossata sopra il saio, un crocifisso sul petto ed una pistola alla cintola, questo nonostante la dichiarata avversione di Garibaldi al clero che lo portò ad abolire la Compagnia di Gesù e l'odine dei Redentoristi.

La patriottica impresa di Pisacane: Carlo Pisacane che precedette Garibaldi nell'impresa, si impossessò con un vero e proprio atto di pirateria del piroscafo 
Cagliari, arrivò a Ponza e liberò 300 galeotti, con questo esercito improvvisato di tagliagole e ladri sbarcò a Sapri: eran trecento, erano giovani e forti e
sono morti...


Il libro è disponibile in libreria oppure direttamente presso la casa editrice che offre molti altri titoli di grande interesse, riporto di seguito i riferimenti.


CONTROCORRENTE
Via Carlo de Cesare, 11
80132 NAPOLI
Tel. 081/421349 - 5520024
Fax 081/4202514
E-mail:controcorrente_na@libero.it


Luciano Salera, Garibaldi, Fauchè e i Predatori del Regno del Sud, Ed. Controcorrente, Napoli, 2006

ISBN 88-89015-47-0


========================================​==================

NOTE

1) Luciano Salera, Garibaldi, Fauchè e i Predatori del Regno del Sud,Controcorrente, Napoli, 2006, p. 7

2) In op. cit., p.10

3) ibidem, p.27

4) Nonostante i sostenitori dell'abolizione della figura del prefetto attribuiscano al Fascismo la sua introduzione, il rappresentante del governo in ogni provincia è una creazione monarchica voluta dalla casa Savoia.
Da ricordare che nei primi anni in cui si era attuata l'unificazione nazionale, la maggior parte dei prefetti erano piemontesi, funzionari leali alla corona che erano gli occhi e le orecchie del re il cui compito principale era quello di mantenere l'ordine pubblico oltre a quelo di dirigere organismi sanitari provinciali e controllare la scuola e i lavori pubblici.
Tutta la politica venne improntata sui canoni di una politica liberista di ispirazione cavouriana.

5) Il torbido episodio di Bronte fu forse il più embematico nella politica della repressione attuate dalle truppe garibaldine al comando di Nino Bixio.
Lo stesso console inglese a Catania, sollecitò Garibaldi ad intervenire e Garibaldi invio Bixio che si rese responsabile di una durissima repressione in cui non solo venne aperto il fuoco contro i rivoltosi ma furono passati per le armi tutti quelli che si riuscirono a catturare.
Bixio istituì un tribunale speciale dove furono giudicati tutti i responsabili della rivolta che non ebbero alcuna possibilità di difendersi.
Bronte fu solo l'inizio della politica delle bainette e delle esecuzioni sommarie, seguirono Randazzo,Castiglione,Regalbuto , Centorbi e altri centri minori.
Dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, il parlamento votò le leggi marziali che portarono a 7000 condanne a morte, l'oppressione e la miseria dei contadini rimanevano, la questione meridionale costituirà un nodo irrisolto che attraverserà tutte le vicende della storia nazionale fino ai giorni nostri.

(6) In op. cit., p.31

(7) Ibidem, p. 159

 

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