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2 gennaio 2018 2 02 /01 /gennaio /2018 22:05

Qualche chiarimento in merito, su come va intesa la denominazione "Nuova versione ufficiale". 

Il Fondatore del Cristianesimo muore senza lasciare scritti, quando fu scritto il primo Vangelo? Probabilmente nel 70 d.C., 30 anni dopo la morte di Gesù.Passata la prima generazione, la comunità giudeo-cristiana  sentì l'esigenza lasciare qualcosa di scritto, da qui le differenze tra i vari Vangeli, Marco, ad esempio, rispetto a Luca, pur attingendo dalla stessa fonte, fa delle aggiunte.
A titolo di esempio prendiamo in considerazione una preghiera comunissima come il "Padre Nostro":

* Nel Pater Noster le petizioni di Matteo sono 7, in Luca 5, l'aggiunta quindi viene dopo, è importante sapere che il testo breve è quello più vicino all'originale, tra gli evangelisti, Matteo è quello che aggiunge.

Vediamo le differenze tra le due versioni:

- In Luca l'incipit del Pater Noster è : "Padre che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno..............".

- In Matteo l'inizio del Pater Noster è invece il seguente: " Padre Nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo Regno............".

e ancora:

Luca: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano/ Rimetti a noi i nostri debiti/ come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori/ Non ci indurre in tentazione........".

Matteo: "Sia fatta la tua volontà/ come in cielo anche in terra/ Dacci oggi il nostro pane quotidiano/ Rimetti a noi i nostri debiti/ come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori/ Non ci indurre in tentazione/ Liberaci dal male".

Si tratta' solo un esempio di come le differenze tra i Vangeli sinottici non siano immediatamente rilevabili da chi si limita semplicemente alla lettura senza fare un raffronto dei  testi.
Perché allora c'è l'esigenza di pubblicare una nuova versione dei Vangeli?
I testi originali dei Vangeli non presentano la forma che siamo abituati a conoscere e il testo su cui le edizioni attuali partono è la "Vulgata" di San Girolamo scritta nel 380 d.C. quando ebbe l'incarico di fare una revisione della "Vetus latina" (la cosiddetta "Itala").
Ma è solo con la scoperta dei manoscritti a partire dalla Rivoluzione francese che si afferma la critica testuale. Spesso, infatti, in molti codici vi erano molte varianti dovuti ad errori di trascrizione o correzioni volontarie.
Gli errori di trascrizione consistono in un testo senza stacchi e interpunzione, mentre le correzioni volontarie sono quelle del copista per rendere il testo più chiaro per lui.
L'obiettivo della critica testuale è quello di ricostruire il testo originale con fedeltà vale a dire come è uscito dalla penna dell'autore.
Dal 1700 in poi venne preferito come criterio di scelta dei testi la cosiddetta "Lectio difficilior" ( tra un codice di difficile interpretazione e uno più chiaro è da preferire quello più difficile perché si suppone che il redattore abbia voluto semplificare un testo più complesso e quindi autentico).
In base a questi presupposti due grandi studiosi: Mest Adams per i protestanti e Merk per i cattolici, hanno fatto un'opera di critica testuale.
Pertanto la denominazione "Nuovissima versione ufficiale" non va intesa come versione riveduta e corretta dei sinottici, in quanto tale denominazione è praticamente invariata da circa 50 anni. Si tratta, infatti, della famosa "Bibbia del centenario" la cui edizione venne curata da Don Alberione per le Edizioni Paoline e riproposta nel 1984 con la denominazione "Nuovissima versione".

Perché dunque l'esigenza di fare una nuova versione? Consideriamo lo stato attuale della ricerca: le posizioni più accreditate sono quelle dei critici tedeschi, i Vangeli constano di molte pericopi, cioè di sezioni che non sono frutto dell'autore. Il Vangelo di Marco, in particolare, consta di tante pericopi, di racconti di miracoli, di controversie con i giudei.
Chi ha creato queste pericopi? Molti sono concordi nell'affermare che queste pericopi sono frutto dell'elaborazione delle prime comunità giudeo-cristiane.
Quanto è accaduto in letteratura nel caso della questione omerica dove si ritiene che l'Iliade e l'Odissea siano il frutto dell'opera dello stesso popolo greco così nel Vangelo è la comunità che ha bisogno di mettere per iscritto: quando Marco scrive nel 70 d.C, Gesù è morto da 40 anni, può uno ricordare "de verbo" parola per parola quello che è stato detto?
Probabilmente qualcosa è stato appuntato, ma quello che è nelle pericopi è già patrimonio della comunità quindi nessuno oggi pensa che siano "Ipsissimo Verba Domini (le stesse parole del Signore)", ma siano il frutto della elaborazione della comunità che sentiva la necessità di mettere per iscritto i fatti della storicità sotto una prospettiva di chiara impronta teologica.
Quello che è accaduto prima dell'8 aprile del 30 si chiama il Gesù storico, ma il Gesù pre-pasquale che cosa ha fatto, che cosa ha  veramente detto? Tutto quello che viene dopo e che viene messo per iscritto è il Cristo della fede.
Nei Vangeli non abbiamo, infatti, il Gesù storico ma il Cristo della fede, certamente qualcosa i suoi discepoli hanno appuntato ma oralmente, poi abbiamo uno scritto che ha un'importanza fondamentale perché è venuto prima degli altri.

Il primo scritto dal punto di vista cronologico è una lettera di Paolo scritta nel 53 d.C.: la "Prima lettera ai Tessalocinesi". L'argomento è quindi molto più complesso di quanto comunemente si possa pensare non può essere esaminato in questo ambito, tuttavia gli esempi fatti possono essere utili a chi senta la necessità di approfondire questi argomenti anche dal punto di vista storico.

Una delle edizioni più popolari è stata in ambito cattolico "La Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali", vi è pertanto ancora la possibilità di aggiungere una "Nuova versione ufficiale"? E in cosa consistono le differenze rispetto al testo contenuto ne "La Bibbia di Gerusalemme"?
Dal punto di vista della sostanzialità dello scritto non è presente alcuna "revisione", nè poteva essere diversamente rispetto all'impostazione teologica scaturita dopo il Concilio Vaticano II, mentre la novità consiste nel taglio del testo adatto per una rapida consultazione rispetto a quello del libro maggiore che contiene anche gli scritti dell'Antico Testamento.
Questa edizione ad uso dei ragazzi  è una "estrazione" del testo maggiore, ma ha il pregio di avere un costo contenuto (viene venduta ad un prezzo inferiore ai 2,00 euro), è comunque inadeguata per chi voglia approfondire il testo scritto dal punto di vista esegetico.
A casa ne abbiamo un paio di edizioni  che sono state utilizzate  in ambito scolastico, negli anni le varie edizioni della "Nuova versione ufficiale" hanno avuto diverse copertine, mentre il testo scritto è rimasto invariato.
Merita senz'altro apprezzamento il fatto che prima di ogni ciclo di parabole si trovi un breve riassunto che ne spiega il contenuto.
Chi vuole avere un testo più completo può acquistare la "BIBBIA nuovissima versione dai testi originali" pubblicata per le Edizioni Paoline, dove si trova il medesimo testo arricchito da numerose note che ne agevolano la lettura.
Pregevole ed interessante è la parte introduttiva scritta  da Pietro Rossano già Vescovo ausiliare di Roma per la pastorale della cultura e Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense.
Chi vuole invece approfondire la parta esegetica può fare riferimento alla versione con traduzione interlineare a condizione che almeno si conosca il greco e il latino, personalmente credo che accontentarsi delle versioni già tradotte esponga i più deboli a qualsiasi accettazione di interpretazioni discutibili (da qualunque parte provengano).

Nda
Le considerazioni presenti in questo articolo sono il frutto dei miei studi affrontati in occasione della preparazione di un esame denominato "SS Sinottici Opera Giovannea Corpus Paulinum". In tale occasione ho esaminato tutte le versioni della Bibbia e dei Vangeli più comunemente utilizzate, comprese quelle non ortodosse.
Gli argomenti affrontati, data la complessità del tema, non sono esauribili in questo spazio, ma possono dare ai lettori la possibilità di comprendere alcuni aspetti delle tematiche affrontate.
È  comunque utile sapere che nessun testo biblico può essere "letto", ma necessita di opportuni approfondimenti  e che, comunque, le problematiche sollevate dagli studiosi di esegetica spesso ne aprono delle altre a cui in parte si è data una risposta, altre rimarranno, invece, nel campo delle ipotesi.

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
15 aprile 2014 2 15 /04 /aprile /2014 10:05

La teologia protestante sostiene una teologia di fase unica,alla fine dei tempi vi è solo la resurrezione dei morti. Invece il cattolicesimo sostiene che vi è una fase intermedia che va dalla morte alla resurrezione, muore il corpo ma sopravvive l'anima.

L'escatologia finale è espressa da due avvenimenti: la parusia e la resurrezione dei morti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tintoretto - La Resurrezione

Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/98160641@N04/9160707184

 

 

 

DUALISMO CORPO -  ANIMA

 

Affrontando questo tema noi dovremmo far vedere cosa sia l'antropologia nel Nuovo Testamento, quando usiamo il termine antropologia questo va inteso per indicare la condizione dell'uomo.

Nel N.T. il primo passo in cui viene affrontato questo argomento è il discorso che Gesù fa ai suoi discepoli (Mt 10,28): "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l'anima. Temete piuttosto Colui che ha il potere di fare perire l'anima e il corpo nella Geenna".

 

Nel passo su citato la parola che troviamo è psyché(ψυχή, un termine greco che siginifica anima non vita: in base a questo testo si può desumere che vi è la sopravvivenza dell'anima anche quando il corpo muore.

Ci troviamo davanti a una dualità antropologica: ogni uomo è formato da corpo (sóma) e anima  (psyché) e quando si parla della morte si intende il martirio (quelli che uccidono il corpo).

L'autore del testo fa sua la dottrina che proviene dal giudaismo in base alla quale la sopravvivenza dell'anima avviene dopo la morte fisica, uno stato che permane fino alla resurrezione finale di corpo e anima.

 

 

San Paolo (I Ts 5,23) impiega una terminologia più complessa ricorrendo spesso al termine pneuma inteso come principio della vita soprannaturale; in I Ts usa invece la parola psyché adottando lo schema antropologico del corpo contrapposto all'anima che sopravvive dopo la morte.

 

L'IMMORTALITÀ PRIMA DELLA RESURREZIONE

 

Nel N.T. troviamo numerosi passi in cui si parla dello stato intermedio si verifica prima della resurrezione un testo significativo in cui si fa un esplicito riferimento a questa condizione è la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro.

 

In Lc 16-19,31 l'autore parla della sopravvivenza sia dei giusti che degli empi, il ricco epulone dopo la vita terrena si trova nell'inferno, la parola utiizzata è Ade invece di Genna per indicare uno  stato intermedio che si contrappone alla Genna finale che è invece uno stato posteriore alla resurrezione.

In questa parabola si suppone uno sceol con due strati diversi, sebbene separati da un abisso invalicabile, nei versi 23 e 31 non viene trattato l'argomento della sorte finale dopo la resurrezione bensì della sorte nello stato intermedio.

Emblematico è l'episodio della preghiera che il ricco rivolge ad Abramo supplicandolo di mandare Lazzaro a casa dei fratelli, perchè non vengano "anch'essi in questo luogo di tormento";  il momento in cui il ricco prega è s una condizione anteriore alla fine della storia in quanto i fratelli del ricco sono ancora in vita, inoltre la supplica del ricco non ottiene nessun effetto a causa della separazione netta tra i due stati, quello della vita e quello della vita dopo la morte, tant'è che troviamo questa affermazione: "tra noi e voi c'è un abisso invalicabile".

 

Un altro testo significativo è quello del Buon Ladrone (Lc 13,42) precedentemente abbiamo visto l'idea di una sopravvivenza dei giusti dopo la morte e prima della resurrezione finale, sebbene espressa nello schema dello sceol a due strati,, in questa parabola invece Gesù nel dialogo che ha con il buon ladrone riduce lo sceol unicamente a luogo degli empi mentre il luogo dei giusti è quello di un paradiso; quando il ladrone dice "ricordati di me quando verrà il tuo regno", Gesù gli risponde "In verità ti dico oggi sarai con me in paradiso".

 

L'espressione "nel tuo regno" è sinonimo di maestà regale, ma quando si parla di paradiso si intende la dimora dei giusti precedente alla resurrezione dei morti nell'escatologia finale cioè non siamo più nello sceol ma siamo unicamente nel regno dei giusti, mentre nella parabola del ricco epulone abbiamo lo sceol a due strati in cui  vi sono i giusti e i non giusti nella parabola del buon ladrone abbiamo il luogo della ricompensa dei giusti che non è lo sceol ma il paradiso.

 

In entrambi i passi di Luca, possiamo constatare che è presente una concezione escatologica che è anteriore alla resurrezione, nella seconda parabola poi non si parla dell'ultimo giorno ma Gesù dice "oggi" alludendo alla ricompensa che vi sarà subito dopo la morte.

 


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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 21:53

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Accettare la morte o ribellarsi ad essa?

ACCETTARE LA MORTE: Per Martin Heidegger, il maggior rappresentante dell'esistenzialismo filosofico, la morte è un naufragio totale e l'uomo cammina verso questo naufragio.

La posizione antimetafisica del filosofo tedesco lo porta a scartare qualsiasi ipotesi su ciò che sarà dopo la morte.

Heidegger si ferma alla pura esistenza circoscritta nel tempo senza andare al di là dell'esistenza stessa in quanto non è possibile alcuna forma di conoscenza al di fuori di questo contesto.

Non ha senso interrogarsi su qualcosa che sia anteriore o posteriore all'esistenza.

Per Heidegger l'uomo può avere una conoscenza esclusivamente legata al tempo della propria esistenza fisica e non è in grado di avere alcuna cognizione oltre il proprio esistere nel tempo.

Heidegger usa il termine dasein per indicare l'esistenza circoscritta nel tempo e sostiene che l'uomo corre inevitabilmente verso il naufragio totale.

L'uomo è cosciente di questo naufragio, ma non è in grado di poterlo arrestare.

Questo è il motivo dell'angoscia che permea l'esistenza di ogni singolo individuo: ogni uomo è cosciente di andare verso questo naufragio totale, ma pur avendo un sentimento di ripugnanza, è totalmente impotente.

Come affrontare allora la vendetta del tempo? Heidegger propone di accettare il naufragio totale per superare il sentimento dell'angoscia e per raggiungere quella fase che lui definisce dell'esistenza autentica.

RIBELLARSI CONTRO LA MORTE: Di fronte al naufragio totale Miguel de Unamuno propone un'altra soluzione e, a differenza di Heidegger, non dice "dobbiamo rassegnarci".

De Unamuno sostiene che la nostra ragione interpreta la morte come un naufragio totale e che il modo migliore per raggiungere l'esistenza autentica non è quello di accettare la situazione ma di ribellarsi contro il naufragio totale.

Questo ribellarsi non è un fatto razionale ma nasce da un sentimento di ripugnanza nei confronti dell'idea di cessare di vivere.

Questo sentimento non deve essere soffocato con l'accettazione della tragedia piuttosto deve essere coltivato.

La differenza tra testa e cuore: La testa ci dice che c'è questo naufragio nei confronti del quale non possiamo fare niente, però il cuore ci porta a ribellarci.

Come Don Chisciotte lottiamo contro il destino e anche se dobbiamo accettare questo fatto, nel contempo dobbiamo ribellarci coltivando il sentimento dell'immortalità.

De Unamuno rappresenta un punto di partenza per tutto l'esistenzialismo cristiano espresso nella teologia del "Gaudium et Spes" in base alla quale:

L'uomo vive nella sua esistenza, ma l'uomo non limita la sua esistenza nel tempo.

Pinselzeichnung, die w:de:Martin Heidegger | Martin Heidegger darstel

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 09:02

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Esiste una morale fondamentale e una morale speciale, tutta la discussione verte su quattro aree della morale speciale:

 

  • La morale sociale
  • La morale religiosa
  • La morale sessuale
  • La bioetica.

 

Con la morale sociale entriamo all'interno della teologia e non della filosofia; tutto l'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa non coincide con la morale sociale anche se la dottrina sociale della Chiesa è un caposaldo di tutta la morale soprattutto quella sociale.

 

La morale sociale comprende tutti i problemi che si riferiscono al rapporto diretto dell'uomo con gli altri simili; la morale sociale intesa in questo senso è portata ad illuminare le domande sul perché e sul come vivere in società.

Questo in generale, se prò andiamo a vedere la trattazione della morale sociale possiamo constatare che nella manualistica è quasi inesistente.

 

In passato la Summa teologica di San Tommaso comprendeva tutto il contesto morale dove veniva riportata la totalità dello scibile sulla realtà teologica al livello morale.

Sta di fatto che la morale sociale non aveva nessuno spazio, si parlava solo di giustizia, nella trattazione manualistica odierna, la morale sociale è un capitolo quasi inesistente perciò esprimiamo i problemi morali alla luce della fede; lo stesso insegnamento sociale della Chiesa veniva relegato ad un'appendice della teologia morale anche se è importante sottolineare che la dottrina sociale della Chiesa espressa con la Rerum Novarum (1891) è apparsa in ritardo rispetto a quanto che aveva già teorizzato Marx 50 anni prima.

 

Lentamente la Chiesa a partire dalla promulgazione della Rerum Novarum entra in questo contesto e altrettanto lentamente viene formandosi quella che è la teologia morale e sociale.

Inoltre, dobbiamo tenere presente che negli ultimi tempi la riflessione etico-teologica sul sociale ha preso ampio spazio, sviluppandosi rapidamente; si è venuta a formare una coscienza di fondo condivisa del tutto nuova rispetto ai vecchi manuali che trattavano la questione morale solo in relazione all'individuo.

Dopo il Concilio Vaticano II ci si accorge che il messaggio morale che parte dal Vangelo, non si limita alla sfera privata delle persone, ma va a toccare quella che è tutta la realtà sociale.

 

Il Concilio Vaticano II rappresenta un enorme svolta  per la storia della Chiesa in quanto vi è un ritorno della morale ai valori fondanti della Bibbia; il testo biblico viene riscoperto come il solo pilastro davvero necessario a stabilire le linee guida di una morale fondamentale per tutti i cristiani.

La riscoperta del legame fede e morale non è solo qualcosa che viene ricercato nella propria privatezza e coscienza, il cristiano è colui entra nella realtà mondana.

Cambia il modo di rapportarsi alla realtà mondana che prima del Concilio Vaticano II era caratterizzata dalla condanna irriducibile e senza condizioni stabilita dal Sillabo che riteneva inconcepibile stabilire qualsiasi patto  con il mondo moderno.

 

Il Concilio Vaticano II ha una concezione diversa del mondo e della realtà, il cristiano viene chiamato a vivere le gioie, le speranze e i dolori della realtà (Gaudium et Spes), entrare nella realtà significa discernere con il Vangelo in modo da poter distinguere i valori positivi da quelli negativi.

Questo significa che  con il Concilio Vaticano II avviene un passaggio di grandissimo peso per la Chiesa e per la riflessione teologica perchè il punto di riferimento non è più il Sillabo che stabiliva una distanza tra la Chiesa e il mondo, ma è la realtà giocata nel mondo, quindi il cristiano è chiamato al discernimento, a capire dove va il mondo.

La fede non può essere una realtà astratta ma deve entrare nella società, con questo doppio ruolo di giudizio e di promozione della realtà.

 

Prima del Concilio Vaticano II non vi era stata una trattazione della morale sociale, dopo il Concilio Vaticano II il cristiano non può più essere fuori dalla realtà, deve impegnarsi nella realtà mondana ed esserne partecipe.

 

 

 

 

 

Tratto dal libro  "Lineamenti  per una teologia morale e religiosa" scritto da Paolo Aramu; il libro è disponibile nella versione completa  in formato cartaceo. Il libro costa 10 euro,  per riceverlo scrivere nella voce "Contatti" presente su questo blog.

 

 

Altri scritti tratti dalla stessa opera:

 

La nascita della morale sociale - Paolo Aramu

 

 

 

 

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 08:51

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando nasce l'idea della parusia: il Giorno di Javhè nell'Antico Testamento.

Dal punto di vista cristiano, parlare di escatologia significa fare una teologia dell'al di là, vale a dire ragionare intorno a ciò che c'è dopo la vita terrena dell'uomo o dopo la stessa storia dell'umanità.

Ecco perché il concetto cattolico dell'al di là distingue:

1) Un'escatologia finale: posteriore alla conclusione della storia e alla fine dei tempi.

2) Un'escatologia intermedia: che riguarda ogni uomo ossia la sua morte fino alla fine dei tempi.

Il primo trattato teologico sull'escatologia è stato scritto da San Giuliano di Toledo che lo intitolò "Pronostikon futuri saecoli", successivamente Pietro Abelardo affrontò il tema dell'escatologia nell'opera "Le Sentenze".

Dopo questi primi scritti, la trattazione sistematica dell'escatologia ha fatto riferimento a due avvenimenti:

a) La Parusia.

b) La resurrezione dei morti.

Cos'è la Parusia: il termine parusia indica la venuta gloriosa del Cristo alla fine dei tempi e non la venuta del Messia morto in croce nel tempo storico;

nell'Antico Testamento non c'è un sostantivo che corrisponda alla parola parusia, tuttavia troviamo il concetto de "il giorno di Javhè" che interpreta la speranza degli israeliti di un intervento guerresco di Dio che un giorno annienterà i nemici di Israele.

Il "Giorno di Javhè" sta a indicare per il popolo salvezza, restaurazione, felicità definitiva e questo evento straordinario viene presentato come il giorno di giudizio su Israele, ma anche sugli israeliti che non si sono tenuti in rapporto con Dio.

Ecco allora che questo "Giorno di Javhè" rappresenta l'instaurazione completa del Regno di Dio ed è proprio in questo giorno che si stabilirà un giudizio sulla fedeltà o non fedeltà a Dio.

Il "Giorno di Javhè" nella descrizione vetero-testamentaria viene accompagnato da elementi descrittivi apocalittici quali distruzioni, cataclismi, ma anche da descrizioni apocalittiche positive e non catastrofiche (sorgenti paradisiache, benessere, ecc)

Sebbene non usi l'espressione il "Giorno di Javhè" anche il Deuteroisaia parla di teofania non solo per Israele, ma per tutti i popoli e descrive degli eventi apocalittici che porteranno a "cieli nuovi e terra nuova".

L'unione di queste due linee ha il suo culmine in Daniele (7,13) in cui l'istituzione escatologica si unisce alla speranza messianica, tuttavia bisogna arrivare al N.T. per trovare distinti i due piani: il piano della parusia e quello del Messia.

E proprio nel N.T. troviamo l'idea cardine del cristianesimo: il Messia è venuto una volta, ma verrà una seconda volta.

Roma - Campanile di Trinità dei Monti

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 07:42

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Fonte immagine:http://www.flickr.com/photos/11349203@N02/2306478823 (Album di Luciana Luciana)

 

RITRATTO 

Kahlil Gibran è noto a molti per i suoi aforismi, pensieri brevi di un autore di grandissima umanità che grondava di spiritualità, tra i pensatori del '900 Gibran è stato uno dei più intensi e più forti, leggere le sue opere è emozionante e permette di cogliere particolari che spesso sfuggono a chi come molti di noi è assorbito dalla quotidianità ed è divorato dalla fragilità dell'esistenza. 
Gibran ci conduce con la sua riflessione personale verso itinerari stimolanti che ci fanno andare oltre il dolore e ci fanno riscoprire l'amore inteso come desiderio dell'infinito. Uomo di grandissima cultura ondeggiante tra aneliti mistici e profetici fu senz'altro un visionario tormentato da ascrivere nella schiera sempre più assottigliata dei Maestri. 
Tra poesia, filosofia e arte pittorica, l'attività di Kahlil Gibran si esprime attraverso il ricorso al simbolismo che reinterpreta la realtà togliendo il velo dell'apparenza. 
Solo le grandi personalità come Gibran riescono a trasmettere una visione evocativa della realtà riuscendo a suscitare quelle emozioni profonde che danno un senso alla vita. 


PARTENDO DAGLI AFORISMI 

Qualche anno fa avevo acquistato un cofanetto della collana "Tascabili Economici Newton" in questo cofanetto vi sono una serie di volumetti dedicati alle massime, agli aforismi e ai pensieri brevi di diversi autori tra cui vi è anche Kahlil Gibran; il libretto si intitola "Sabbia e spuma" ed è una miniera di diamanti preziosissimi che rivelano una profonda ed autentica spiritualità difficilmente riscontrabile tra gli autori contemporanei. 
Solo dopo aver gustato gli aforismi, ho voluto approfondire la conoscenza di un autore che rientra in quella categoria dei senza tempo che vanno oltre la letteratura e che sono in grado di influenzare il pensiero di altri uomini. Poi ho scoperto altre opere, ho incominciato con "Il Profeta", da sempre uno dei libri più venduti fino ad approdare a "Gesù figlio dell'uomo", un libro che si può rivelare bellissimo se supportato da un minimo di conoscenza storica e soprattutto se si abbandona l'idea che possa essere un libro agiografico sulla figura di Gesù. 
Il libro è stato pubblicato la prima volta nel 1928, ma non può essere definito un libro datato in quanto la tematica trattata va al di là del tempo contingente legato alla sua elaborazione, la ricostruzione di Gibran non può definirsi storica e sotto questo punto di vista risponde appieno alle esigenze del Cristo delle fede. 

RIFLETTENDO SUL LIBRO

In questi 2000 anni si è parlato molto di Gesù, delineando delle figure opposte a Cristo, sono venute fuori risposte determinate da condizioni filosofiche e da correnti culturali. Oggi questo incontro della cultura cristiana avviene con altre culture mondiali -per inciso Gibran era un cristiano-maronita profondamente imbevuto di cultura araba- , la domanda "Chi è Gesù Cristo" si inserisce anche nel contesto cristiano che stiamo vivendo (ecco perché il libro non può dirsi mai datato), anche i malcontenti nei quali si pone questa domanda, viene fuori un'immagine parziale di Gesù Cristo, perché alcuni hanno risposto a questa domanda enfatizzando l'elemento puramente umano, quasi considerando Gesù Cristo esclusivamente nella concreta prassi politica sociale, altri hanno risposto enfatizzando l'aspetto della redenzione divina e del dogma. 

Gibran si distacca dalla riflessione criticamente condotta, non è questo il suo obiettivo, ma il suo racconto è orientata e sostenuta dalla fede ed è volta a dare una risposta coerente ed organica all'interrogativo fondamentale della fede, cioè chi è Gesù Cristo. 
D'altra parte leggere il libro di Gibran andando al di là della fede è impossibile così come non possiamo considerare Gesù Cristo fuori dall'ambito della fede perché se noi siamo fuori da questo ambito non riusciamo a capire profondamente tutta la dimensione di Gesù Cristo. 

GIBRAN NEL BINARIO TEOLOGICO 

Nel contesto culturale in cui viviamo la Cristologia procede su due binari: il binario gnoseologico e il binario teologico, mi spiego meglio: gnoseologia indica tutto ciò che può essere conosciuto, teologico tutto quello che interpreta, supera la pura conoscenza storica. 
Il testo dell'autore libanese comprende entrambi: nella linea della ricerca gnoseologica prende in esame gli aspetti della figura di Gesù Cristo, nel suo aspetto storico anche se la dimensione biografica costituisce una forzatura in quanto non vi è riscontro nelle scritture neotestamentarie di molti degli episodi raccontati. 

Basta questo allora per poter affermare che la riscrittura romanzata della vita del Nazareno e di altri personaggi vada oltre la gnoseologia? A mio parere no, leggendo il libro anzi si avverte che la problematica attuale non è diversa rispetto a quella degli anni '20 del Novecento. 
Sarebbe un errore pensare di interpretare la vita di Gesù sotto la lente della solo gnoseologia, l'ambiente culturale di oggi risente di due influssi che sono l'illuminismo che ha voluto dare un'interpretazione assoluta alla ragione sconfessando la tradizione, l'autorità e ogni forma di giurisdizione in nome di una ragione assoluta; dall'altra parte alle posizione illuministiche si è contrapposta una forma di restaurazione dei valori a cui, sul piano del pensiero, è corrisposto un tradizionalismo anche teologico. 

Oggi che sono state superate queste due posizioni: una che diceva solo la ragione, una che sosteneva solo la fede, possiamo inquadrare il libro di Gibran nel suo significato più autentico; l'operazione di Gibran va oltre la storia che non è in grado di dare una spiegazione esaustiva di Gesù Cristo. 
L'episodio del dialogo tra Gesù e Giuda Iscariota non è mai avvenuto nei termini descritti, se nei Vangeli ci fosse stata questo episodio, potremo spiegare molte cose sul piano storico, ma la storia non è in grado di spiegare tutto in maniera esaustiva. 

Le coordinate attraverso cui procede Gibran sono storico-teologiche: la teologia aiuta a spiegare chi è Gesù Cristo, "Il mio trono è altro da quello che tu sai vedere....il mio regno non è di questa terra, e il mio seggio non sorge sui teschi dei vostri avi", non è una frase che trova un riscontro testuale in nessuno dei quattro Vangeli, e questa operazione potrebbe suscitare molto scalpore. 
Eppure Gibran dimostra di conoscere benissimo la distinzione che c'è tra il Gesù della storia e quello della predicazione apostolica: Gesù storico era un messia che voleva liberare Israele dalla dominazione romana, il Gesù che veniva predicato nella Chiesa delle origini era il Cristo biblico. 
Gibran presenta quindi Cristo e i personaggi a lui legati o che con lui hanno avuto un rapporto secondo una prospettiva teologica che diventa valore attingendo dai fatti che vengono raccontati nei Vangeli: i fatti in sé non avrebbero valore, serve che questi fatti abbiano un significato e che abbiano una spiegazione. 

I LIMITI (dalla parte dei detrattori) 

* Primo limite: l' eccessiva capacità creativa di Gibran paradossalmente si inscrive nel medesimo atteggiamento delle prime comunità cristiane che avrebbero inventato la stragrande maggioranza dei racconti di Gesù. 

* Secondo limite: la personalità degli evangelisti viene in qualche modo minata, in quanto spesso non vi è alcun riscontro testuale tra quanto raccontato e le fonti. 

I MERITI (dalla parte di Gibran) 

La storia non ci dice che il Figlio di Dio si è incarnato per salvarci, ma la storia ci dice che le prime comunità cristiane presentavano un Cristo annunciato e predicato; Gibran però va oltre e ci presenta il pensiero degli attori che verosimilmente potrebbero avere pensato nel modo in cui viene raccontato. 
Prendiamo, ad esempio il quadro presentato da Gibran sulla figura di Caifa il sommo sacerdote, Gesù è stato mandato a morte da Ponzio Pilato o dal Sinedrio? La questione è stata ed è fonte di contrapposizioni feroci sulle quali in questo contesto non mi soffermo, ma è importante che siano chiari alcuni punti per capire il perché: 

ai Romani del processo religioso non interessava niente, sono i sommi sacerdoti del tempio che processano Gesù, la domanda che gli venne rivolta era anche un'accusa: "Ti sei proclamato veramente Figlio di Dio, il consideri il Messia?". Questo era il capo d'accusa, quando Gibran fa pronunciare a Caifa la seguente frase: "Non si dimentichi che la Torah è il nostro pilastro ed il nostro sostegno" non è lontano da quello che sicuramente egli pensava. 
Ecco allora che noi sappiamo di questo processo religioso secondo quello che ci viene narrato nei Vangeli, ma Gibran va oltre, la sua narrazione rispecchia storicamente la situazione del mondo ebraico, non è una semplice ricostruzione, è la realtà perché riporta a quella condizione esistente. 

C'è da dire poi che il processo non poteva essere fatto neppure per una ragione religiosa, i sommi sacerdoti lo fecero in modo subdolo, non affrontando Gesù de visu, alla luce del solo perché non avevano l'autorità per farlo, lo fecero di notte lasciando Gesù solo. Questo è il momento in cui si manifesta la paura dei discepoli e questo è il momento in cui Simone (detto Pietro), pur avendo un amore sconfinato verso Cristo, lo rinnega. 
Nel momento in cui Gesù rivela chi è, il sinedrio lo accusa di essere contro la religione ebraica, però pur riconoscendo questa affermazione fatta pubblicamente davanti al sinedrio, lo accusano di aver bestemmiato e gli ricordano che non c'era bisogno di prove in quanto era lui stesso ad ammetterlo. 

Non risponde invece al vero il contenuto della frase presente nel libro: "Noi e Ponzio Pilato sapevamo quale minaccia si nascondesse in quell'uomo, e sapevamo che era la prudenza stessa a suggerire di eliminarlo" , la minaccia vera era per il potere religioso, per i Romani l'unico timore era quello che scoppiassero dei disordini. 
L'ostacolo principale per cui Gesù potesse venire accolto dal giudaismo era quello del Messia e quello del Tempio che rappresentava l'emblema, il simbolo dell'unità del giudaismo e quindi distruggerlo significava distruggere tutto il processo religioso, il cammino religioso degli ebrei. 


CONCLUSIONE 

Definire il libro di Kahlil Gibran un testo di religione è riduttivo e fuorviante, è sicuramente però un'opera cristologica che si può inscrivere nella tradizione degli autori che si rifanno alla tradizione primaria. 
Chi vuole affrontare la lettura del testo potrà scorgere il tragico paradosso dell'esperienza cristiana dove la storia spesso non trova riscontro nella fede e viceversa....questa però è l'essenza della ricerca spirituale, teniamone conto.


"Quando la Vita non trova il cantore che ne canti il cuore produce un filosofo che ne esprima il pensiero" (Kahlil Gibran) 


La presente opinione è frutto delle mie riflessioni personali: la teologia mi aiuta a spiegare chi è Gesù Cristo, la storia mi dà la possibilità di avere la certezza di alcuni fatti e avvenimenti.

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 04:18

QUALCHE CHIARIMENTO IN MERITO, COME VA INTESA LA DENOMINAZIONE "NUOVA VERSIONE UFFICIALE". 

Il Fondatore del Cristianesimo muore senza lasciare scritti, quando fu scritto il primo Vangelo? Probabilmente nel 70 d.C., 30 anni dopo la morte di Gesù. 
Passata la prima generazione, la comunità giudeo-cristiana sentì l'esigenza lasciare qualcosa di scritto, da qui le differenze tra i vari Vangeli, Marco, ad esempio, rispetto a Luca, pur attingendo dalla stessa fonte, fa delle aggiunte. 


A titolo di esempio prendiamo in considerazione una preghiera comunissima come il "Padre Nostro": 

  • Nel Pater Noster le petizioni di Matteo sono 7, in Luca 5, l'aggiunta quindi viene dopo, è importante sapere che il testo breve è quello più vicino all'originale, tra gli evangelisti, Matteo è quello che aggiunge. 


Vediamo le differenze tra le due versioni: 

  • In Luca l'incipit del Pater Noster è : "Padre che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno..............". 


  •  In Matteo l'inizio del Pater Noster è invece il seguente: " Padre Nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo Regno............". 


e ancora: 

  • Luca: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano/ Rimetti a noi i nostri debiti/ come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori/ Non ci indurre in tentazione........". 


  • Matteo: "Sia fatta la tua volontà/ come in cielo anche in terra/ Dacci oggi il nostro pane quotidiano/ Rimetti a noi i nostri debiti/ come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori/ Non ci indurre in tentazione/ Liberaci dal male". 


E' solo un esempio di come le differenze tra i Vangeli sinottici non siano immediatamente rilevabili da chi si limita semplicemente alla lettura e non ne confronta i testi. 

Perché allora c'è l'esigenza di pubblicare una nuova versione dei Vangeli? 
I testi originali dei Vangeli non presentano la forma che siamo abituati a conoscere e il testo su cui le edizioni attuali partono è la "Vulgata" di San Girolamo scritta nel 380 d.C. quando ebbe l'incarico di fare una revisione della "Vetus latina" (la cosiddetta "Itala"). 
Ma è solo con la scoperta dei manoscritti avvenuta a partire dalla Rivoluzione francese che si afferma la critica testuale. 
Spesso, infatti, in molti codici vi erano molte varianti dovuti ad errori di trascrizione o correzioni volontarie. 
Gli errori di trascrizione consistono in un testo senza stacchi e interpunzione, mentre le correzioni volontarie sono quelle del copista per rendere il testo più chiaro per lui. 
L'obiettivo della critica testuale è quello di ricostruire il testo originale con fedeltà vale a dire come è uscito dalla penna dell'autore. 

Dal 1700 in poi venne preferito come criterio di scelta dei testi la cosiddetta "Lectio difficilior" ( tra un codice di difficile interpretazione e uno più chiaro è da preferire quello più difficile perché si suppone che il redattore abbia voluto semplificare un testo più complesso e quindi autentico). 
In base a questi presupposti due grandi studiosi: Mest Adams per i protestanti e Merk per i cattolici, hanno fatto un'opera di critica testuale. 

In base a quanto abbiamo esposto la definizione di "Nuovissima versione ufficiale" non va intesa come versione riveduta e corretta dei sinottici, in quanto tale denominazione è praticamente invariata da circa 50 anni. Si tratta, infatti, della famosa "Bibbia del centenario" la cui edizione venne curata da Don Alberione per le Edizioni Paoline e riproposta nel 1984 con la denominazione "Nuovissima versione". 

PERCHE' L'ESIGENZA DI FARE UNA NUOVA VERSIONE 

Consideriamo lo stato attuale della ricerca: le posizioni più accreditate sono quelle dei critici tedeschi, i Vangeli constano di molte pericopi, cioè di sezioni che non sono frutto dell'autore. Il Vangelo di Marco, in particolare, consta di tante pericopi, di racconti di miracoli, di controversie con i giudei. 
Chi ha creato queste pericopi? Molti sono concordi nell'affermare che queste pericopi sono frutto dell'elaborazione delle prime comunità giudeo-cristiane. 
Quanto è accaduto in letteratura nel caso della questione omerica dove si ritiene che l'Iliade e l'Odissea siano il frutto dell'opera dello stesso popolo greco così nel Vangelo è la comunità che ha bisogno di mettere per iscritto: quando Marco scrive nel 70 d.C, Gesù è morto da 40 anni, può uno ricordare "de verbo" parola per parola quello che è stato detto? 
Probabilmente qualcosa è stato appuntato, ma quello che è nelle pericopi è già patrimonio della comunità quindi nessuno oggi pensa che siano "Ipsissimo Verba Domini (le stesse parole del Signore)", ma siano il frutto della elaborazione della comunità che sentiva la necessità di mettere per iscritto i fatti della storicità sotto una prospettiva di chiara impronta teologica. 
Quello che è accaduto prima dell'8 aprile del 30 si chiama il Gesù storico, ma il Gesù pre-pasquale che cosa ha fatto, che cosa ha veramente detto? Tutto quello che viene dopo e che viene messo per iscritto è il Cristo della fede. 
Nei Vangeli non abbiamo, infatti, il Gesù storico ma il Cristo della fede, certamente qualcosa i suoi discepoli hanno appuntato ma oralmente, poi abbiamo uno scritto che ha un'importanza fondamentale perchè è venuto prima degli altri. 
Il primo scritto dal punto di vista cronologico è una lettera di Paolo del 5 d.C.: la "Prima lettera ai Tessalocinesi". 
L'argomento è quindi molto più complesso di quanto comunemente si possa pensare e non può essere liquidato con superficialità. 

Una delle edizioni più popolari è stata in ambito cattolico "La Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali", è lecito chiedersi se vi può essere ancora la necessità di pubblicare una "Nuova versione ufficiale"? Quali sono poi le differenze rispetto al testo contenuto ne "La Bibbia di Gerusalemme"?

Dal punto di vista della sostanzialità dello scritto non è presente alcuna "revisione", nè poteva essere diversamente rispetto all'impostazione teologica scaturita dopo il Concilio Vaticano II, mentre la novità consiste nel taglio del testo adatto per una rapida consultazione rispetto a quello del libro maggiore che contiene anche gli scritti dell'Antico Testamento. 
Questa edizione ad uso dei ragazzi è una "estrazione" del testo maggiore, ma ha il pregio di avere un costo contenuto (viene venduta ad un prezzo inferiore ai 2,00 euro), è comunque inadeguata per chi voglia approfondire il testo scritto dal punto di vista esegetico. 
Nel corso degli  anni  sono state pubblicate diverse edizioni della "Nuova versione ufficiale", l'unica differenza tra una edizione ed un'altra è la copertina, mentre il testo scritto è rimasto invariato. 
Merita senz'altro apprezzamento il fatto che prima di ogni ciclo di parabole si trovi un breve riassunto che ne spiega il contenuto. 

 

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Album di Caiomario


Chi vuole avere un testo più completo può acquistare la "Bibbia nuovissima versione dai testi originali" pubblicata per le Edizioni Paoline, dove si trova il medesimo testo arricchito da numerose note che ne agevolano la lettura. 
Pregevole ed interessante è la parte introduttiva scritta da Pietro Rossano già Vescovo ausiliare di Roma per la pastorale della cultura e Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. 

Chi vuole invece approfondire la parta esegetica può fare riferimento alla versione con traduzione interlineare a condizione che almeno si conosca il greco e il latino, crediamo che accontentarsi delle versioni già tradotte esponga i più deboli alla passiva accettazione di interpretazioni alquanto discutibili (da qualunque parte provengano) che favoriscono il fideismo.




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Album di Caiomario

La Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali, questa versione venne pubblicata in 48 fascicoli tra il 1967 e il 1980, nel gennaio del 1983 venne pubblicata in un solo volume. 

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1 aprile 2014 2 01 /04 /aprile /2014 04:07

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CONCEZIONE DELL'ORDINAMENTO SOCIALE PRIMA DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

 

L'attenzione verso l'ordinamento sociale che deve essere sottoposto a una valutazione basata sui principi della giustizia è un fatto relativamente recente e assai poco noto.

Se andiamo ad esaminare come la stratificazione sociale con le sue differenze veniva considerata durante  l'antichità e durante il medioevo possiamo notare che la cultura di quelle epoche riteneva l'ordine costituito come un qualcosa voluto da Dio; non si metteva in discussione l'ordinamento sociale in quanto veniva considerato come l'ordinamento medio naturale come se questo facesse parte del processo operativo di Dio, il principio a cui tutto si informava si potrebbe riassumere nell'espressione:  "così deve essere e così è".

 

Se prendiamo in considerazione il pensiero dominante nel XVI secolo - quello che viene chiamato il "secolo d'oro della teologia morale" e che ha visto operare teologi di grande spessore intellettuale come  il Molina e  il Suarez - possiamo constatare che l'ordinamento sociale non veniva messo in discussione in quanto si riteneva che entrasse nel progetto di Dio perciò questa realtà non costituiva l'oggetto di riflessione propriamente normativa.

 

Approfondendo, poi, questo aspetto, si può constatare che per secoli i filosofi e i teologi si erano limitati a verificare se le leggi corrispondessero o no alla rappresentazione dei valori dominanti della società senza mai metterla in discussione.

Emblematico è il caso della disputa sorta tra De Burghera e  Bartolomé de Las Casas quando vennero scoperte le Americhe e che   rivelò due atteggiamenti diversi:  il primo sosteneva che quella era la condizione dei nativi e che bisognava  prendere atto della loro inferiorità intellettuale, il secondo invece, riconoscendo la  loro diversità, riteneva che dovevano essere trattati come esseri umani riconoscendo i loro diritti.

Forte, pertanto di un vastissimo sostegno alla tesi del De Burghera, si affermò l'idea in ambito teologico che dovesse essere accettata quella realtà: Dio aveva stabilito quell'ordinamento e non lo si poteva mettere in discussione.

 

Nel XVI secolo si mirava a stabilire quello che era l'ordinamento esistente non a cambiarlo, tutto doveva essere accettato così come era e ogni tentativo di mettere in discussione la realtà era considerato un'offesa nei confronti di Dio.

L'ordinamento sociale veniva considerato come facente parte dell'ordine naturale delle cose, vi era una concezione stabile del diritto e della società e questa stabilità è una caratteristica del pensiero e della cultura dell'umanità che si protrae sino ad epoca recente perciò l'ordine delle cose dal momento che appariva naturale, non mutava e se mutava ciò avveniva senza che ciò venisse avvertito in quanto l'idea di fondo era quella della stabilita.

I principi erano immutabili e non potevano essere messi in discussione essendo dei valori fondamentali e tutto ciò rimase esattamente uguale per secoli fino a quando non si verificarono dei fattori esterni alla riflessione teologica, questi fattori esterni sono: la rivoluzione industriale e la globalizzazione.

 

IL PASSAGGIO ALLA SOCIETÀ STATICA

 

Con la rivoluzione industriale si dissolve ll'ordinamento sociale così come si era mantenuto per secoli, si passa da una società statica e una società dinamica dove ai vecchi processi di produzione subentrano nuovi processi razionalmente progettati; la ricerca scientifica ebbe un forte impulso, è il momento in cui nasce la tecnologia orientata al servizio di una sempre maggiore produttività.

L'industrializzazione ha cambiato il modo stesso di intendere l'economia che da economia di sussistenza si trasforma in economia di crescita indefinita.

Insieme all'economia cambia anche il modo di rapportarsi alla realtà, cambia la cultura e la mentalità delle persone, una nuova energia si diffonde e si apre una nuova civiltà per l'umanità.

 

L'ATTEGGIAMENTO DELLA CHIESA

 

La rivoluzione industriale pone la Chiesa e riflessione teologica dinanzi ad un fenomeno completamente nuovo che non tocca solo l'economia ma anche la vita delle persone. Con la Rerum Novarum (1891) la Chiesa prende posizione sullo sfruttamento degli operai e si sveglia da quel torpore che l'aveva caratterizzata per secoli.

Mario Cipolla, uno degli studiosi più autorevoli della ricoluzione industriale ha scritto:

 

"gli storici hanno spesso usato e abusato del termine rivoluzione per significare un mutamento radicale ma nessuna rivoluzione è stata così drammaticamente rivoluzionaria come la rivoluzione industriale, salvo forse la rivoluzione neolitica, ambedue cambiarono per così dire, il corso della storia, ciascuna creando una discontinutà nel processo storico".

 

Questa affermazione è importante  perchè ci dice che la rivoluzione industriale ha creato una separazione netta con il passato e se pensiamo ai tempi in cui  si è attuato questo processo possiamo constare che tutto è avvenuto in un periodo relativamente breve mentre altre rivoluzioni si sono attuate nel corso di millenni. Ci troviamo davanti ad un processo che nel giro di tre generazioni ha provocato una irreversibile doscontinuità con il passato che ha coinvolto l'intera esistenza delle persone e il loro sistema di valori.

 

 

 

Tratto dal libro  "Lineamenti  per una teologia morale e religiosa" scritto da Paolo Aramu; il libro è disponibile nella versione completa  in formato cartaceo. Il libro costa 10 euro,  per riceverlo scrivere nella voce "Contatti" presente su questo blog.

 

 

 

 

 

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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
21 marzo 2014 5 21 /03 /marzo /2014 05:35

 

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Fonte: http://www.flickr.com/photos/20912428@N04/2356715011

 

 

La relazione matrimonio/religione/Dio è per molte culture e per la maggior parte degli individui un punto sensibile foriero di lacerazioni interiori che potrebbero essere evitate se si avesse piena consapevolezza di quello che è il testo di riferimento di tutti i credenti cristiani ed ebrei: la Bibbia. 

In Genesi 1,27-28 si trova scritto: 

"Dio creò gli uomini a norma della sua immagine; 
a norma della immagine di Dio li creò; 
maschio e femmina li creò. 
Quindi Dio li benedisse e disse loro: 
"Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela...." 

E' un passo notissimo che può essere sintetizzato in quel famoso "Crescete e moltiplicatevi" che tuttavia non rende bene l'idea chiaramente espressa dalle traduzioni aderenti ai testi più antichi. 

Siate fecondi e moltiplicatevi vuole dire fate l'amore e moltiplicatevi, non sposatevi e contemplatevi. 

MATRIMONIO E PECCATO SECONDO LA RELIGIONE CRISTIANA 

Quando allora c'è peccato? Il peccato c'è quando due persone (maschio e femmina) si sposano e dopo il matrimonio uno di loro si astiene dal rapporto sessuale. Il peccato non c'è quando due si sposano e scelgono deliberatamente di astenersi da qualsiasi rapporto sessuale. 
Il concetto è semplice ma dovrebbe essere tenuto a mente da tutti coloro che ritengono il matrimonio indissolubile, in realtà secondo il Diritto Canonico sono ammessi numerosi casi di nullità, questa casistica è ben codificata e in base ad essa molti matrimoni vengono "cancellati" vale a dire che vengono ritenuti come non consumati anche se sono stati regolarmente celebrati. 

QUANDO E' AMMESSO IL DIVORZIO 

Deve essere chiaro che la Chiesa cattolica non parla di divorzio ma di "matrimonio nullo" quindi per il battezzato i matrimoni cancellati rimangono matrimoni validi per sempre. 
Vi sono dei casi in cui il matrimonio può essere riconosciuto come nullo, cioè come mai esistito, vediamone alcuni: 

1) ERRORE DI FATTO SULLA PERSONA: (1° esempio) Lorella ha conosciuto Paolo In una comunità ex tossicodipendenti, Paolo ha seguito tutto il programma di recupero ed è ufficialmente disintossicato. I due si sposano, hanno un figlio ma Lorella scopre che Marco si droga ancora. 
Nel caso in cui si dovesse dimostrare dinanzi alla Sacra Rota che l'errore è doloso, il matrimonio è nullo. 

(2° esempio): Giovanna ha 25 anni conosce Marco, un avvocato di 40 anni che ha (apparentemente) un buon successo professionale ed economico. Giovanna vive una situazione personale molto delicata, ha delle difficoltà finanziarie e la madre è malata. 
Giovanna si è confidata con Marco circa la sua situazione familiare e Marco l'ha tranquillizzata prospettandole un futuro migliore. 
I due si sposano ma Giovanna scopre che l'appartamento in cui dovevano andare ad abitare era in affitto e che doveva essere lasciato quanto prima, la macchina di Salvatore è in leasing e il lavoro non rende quello che lo stesso Salvatore aveva prospettato. Giovanna si sente presa in giro e ricorre al tribunale ecclesiastico che dichiara il matrimonio nullo. 

2) SIMULAZIONE DEL CONSENSO 

E' uno dei casi più difficili da dimostrare perché l'elemento volontà non è dimostrabile facilmente. Tuttavia una simulazione del consenso al matrimonio può portare alla nullità dello stesso anche se si tratta di un fatto interno non sempre rilevabile dal giudicante. 

(1° esempio): Maria e Luca si conobbero ai tempi delle scuole medie superiori, una volta terminata l'università i due decidono di rendere stabile la loro relazione. Entrambi decidono di celebrare il matrimonio religioso per non dare un dispiacere alle rispettive famiglie di origine. 
Maria però subito dopo il matrimonio sente un calo di attrazione nei confronti di Luca, il suo progressivo distacco la porta ad avvicinarsi a Giovanni un giovane collega. 
Maria dopo qualche mese dalle nozze comunica a Luca il proprio disimpegno dal matrimonio e va a vivere con Giovanni con il quale ha nel giro di qualche anno tre figli. 
Maria è convinta di non avere tradito i suoi ideali di matrimonio pur dichiarandosi dispiaciuta di quanto è accaduto con Luca che ricorre al tribunale ecclesiastico. 
Il tribunale dichiara nullo il matrimonio per simulazione totale. 

(2° esempio): Piero e Rosa si lasciano dopo aver vissuto qualche anno in comune, non hanno avuto figli. Piero aveva ricevuto i favori dei genitori di Rosa che durante il periodo degli studi lo avevano aiutato economicamente concedendogli gratuitamente un piccolo appartamento. La coppia era poi sostenuta economicamente dai genitori di Rosa che richiede la nullità del matrimonio, tuttavia il tribunale dichiara che il matrimonio non può essere dichiarato nullo in quanto non era dimostrabile che Piero aveva subordinato il matrimonio al raggiungimento di altri fini. 
L'esempio vuole dimostrare che il tribunale ha sempre un atteggiamento di prudenza quando si tratta di giudicare questa fattispecie. 

3) IMPEDIMENTO IMPOTENZA COPULATIVA 

Cosa significa "impedimento matrimoniale" secondo il diritto canonico? Dal punto di vista tecnico l'impedimento rientra pienamente nei casi in cui il diritto vietava la celebrazione di un matrimonio. 

Questi impedimenti rientrano nel cosiddetto "diritto positivo divino" (ricordatevi quanto detto circa il passo della Genesi citato nelle righe iniziali), ma anche quanto si rinviene nelle parole di Gesù (Mt 19, 1-12 e Mc 10, 1-12). 

La norma di riferimento è il can. 1084 del Codice di Diritto Canonico in cui si afferma che l'impotentia coeundi ( impotenza copulativa) sia che sia antecedente al matrimonio e perpetua, sia che riguardi il maschio che la femmina, è motivo di nullità del matrimonio. 

(1° esempio): Carlo si sposa con Teresa, prima del matrimonio non hanno avuto rapporti sessuali, Teresa è convinta che questa scelta sia dovuta al fatto che Carlo essendo profondamente religioso abbia deliberatamente scelto di avere un rapporto solo dopo il matrimonio. 
Carlo sa benissimo quale è il vero problema e Teresa scopre che il matrimonio non può essere consumato perché il marito è impotente. 

Secondo il can. 1061 il matrimonio deve essere consumato in "modo umano" vale a dire nel modo in cui da sempre un uomo e una donna si sono uniti. 
In termini semplici nel diritto canonico si intende per modo umano: per l'uomo l'erezione, la penetrazione e l'eiaculazione e per la donna la penetrabilità e la tolleranza fino alla eiaculazione. 
Il diritto canonico quindi si riferisce sia all'impotenza dell'uomo che a quella della donna. 

(2° esempio): Cesare e Valeria si sposano, Valeria soffre di disturbi gravi che impediscono la penetrazione, dopo le cure, il problema rimane e i due non possono avere rapporti sessuali. Il matrimonio è nullo. 

Una persona impotente si può sposare ma deve dire prima del matrimonio il suo problema, insomma non lo devo tacere. 


Come abbiamo visto non sempre lo scioglimento del matrimonio è peccato secondo la Chiesa cattolica, anzi in molti casi il Codice ne prevede l'annullamento. 
Prima di cadere nella depressione derivante da un matrimonio fallito è bene conoscere questi aspetti, purtroppo bisogna dire che nei corsi prematrimoniali non si tratta di questo argomento, se lo si facesse con dovizia di particolari si eviterebbero molti matrimoni destinati al fallimento. 


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Published by Caiomario - in Teologia e scienze religiose
28 luglio 2011 4 28 /07 /luglio /2011 18:19

La morte non ci tocca perché tutto finisce.

Come trattano il tema della morte i "materialisti" antichi? Tra le diverse interpretazioni che hanno caratterizzato la storia del pensiero, quella democritea è quella che ha maggiormente influenzato la filosofia moderna.

Per la filosofia esistenzialista, infatti, la morte è una realtà che opera nel nostro intimo fin dal primo istante, ossia fa parte della nostra esistenza.

Ogni passo che l'uomo fa è quindi segnato da un'operazione della morte.

L'idea per cui la morte esiste ed accompagna ogni istante della nostra esistenza trae la sua origine dalle posizioni filosofiche di Epicuro e di Lucrezio che a loro volta sono stati profondamente influenzati da Democrito.

La morte per Democrito rientra nell'organicità dell'essere, perché tutto è materiale, anche l'anima è costituita da atomi anche se piccolissimi, per cui tutto finisce nel nulla. La filosofia di Democrito può essere definita come un nichilismo assoluto.

Epicuro in coerenza con la posizione di Democrito, sosteneva che ci può essere un sentimento verso la morte, ma l'uomo deve superarlo. La posizione di Epicuro può essere sintetizzata nel seguente concetto così da lui espresso: "Quando la morte viene, noi non ci siamo più e quando ci siamo la morte non c'è".

Per Epicuro, quindi, non ci dobbiamo preoccupare della morte perché quando siamo vivi non c'è la morte e quando siamo morti non ci rendiamo conto di esserlo, perché tutto è finito.

Tale posizione è conseguente all'obiettivo della filosofia epicurea il cui intento è quello di rendere l'uomo felice liberandolo da qualsiasi preoccupazione, compreso il timore della morte.

Per Epicuro quello che vale è vivere nel tempo: l'uomo deve impostare un modo di vivere che si riferisce al tempo perché oltre il tempo l'anima non è importante in quanto formata da atomi piccolissimi e si dissolve.

Epicuro sosteneva che l'uomo doveva guardare il mondo, essere spettatore di quello che accadeva evitando di mischiarsi in qualsiasi tipo di affanno.

È il concetto del "Vivi nascosto" che Epicuro così esprimeva:

"Vivi ma allontanati da tutto ciò che può causare apprensione, dolore e timore.

Allontanati dalla ricchezza, dall'amore, della politica".

Quella di Epicuro è una concezione etica negativa: "Vivi nascosto separandoti da tutto ciò che potrebbe causare dolore".

La posizione di Epicuro può essere riassunta nel seguente concetto:

La morte non ci tocca, perché tutto finisce.

Heidegger riprenderà in parte questa idea sostenendo che bisogna accettare il naufragio totale per superare il sentimento dell'angoscia in modo da raggiungere l'esistenza autentica.

Berlino

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