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Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie

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La nascita della morale sociale - Paolo Aramu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CONCEZIONE DELL'ORDINAMENTO SOCIALE PRIMA DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

 

L'attenzione verso l'ordinamento sociale che deve essere sottoposto a una valutazione basata sui principi della giustizia è un fatto relativamente recente e assai poco noto.

Se andiamo ad esaminare come la stratificazione sociale con le sue differenze veniva considerata durante  l'antichità e durante il medioevo possiamo notare che la cultura di quelle epoche riteneva l'ordine costituito come un qualcosa voluto da Dio; non si metteva in discussione l'ordinamento sociale in quanto veniva considerato come l'ordinamento medio naturale come se questo facesse parte del processo operativo di Dio, il principio a cui tutto si informava si potrebbe riassumere nell'espressione:  "così deve essere e così è".

 

Se prendiamo in considerazione il pensiero dominante nel XVI secolo - quello che viene chiamato il "secolo d'oro della teologia morale" e che ha visto operare teologi di grande spessore intellettuale come  il Molina e  il Suarez - possiamo constatare che l'ordinamento sociale non veniva messo in discussione in quanto si riteneva che entrasse nel progetto di Dio perciò questa realtà non costituiva l'oggetto di riflessione propriamente normativa.

 

Approfondendo, poi, questo aspetto, si può constatare che per secoli i filosofi e i teologi si erano limitati a verificare se le leggi corrispondessero o no alla rappresentazione dei valori dominanti della società senza mai metterla in discussione.

Emblematico è il caso della disputa sorta tra De Burghera e  Bartolomé de Las Casas quando vennero scoperte le Americhe e che   rivelò due atteggiamenti diversi:  il primo sosteneva che quella era la condizione dei nativi e che bisognava  prendere atto della loro inferiorità intellettuale, il secondo invece, riconoscendo la  loro diversità, riteneva che dovevano essere trattati come esseri umani riconoscendo i loro diritti.

Forte, pertanto di un vastissimo sostegno alla tesi del De Burghera, si affermò l'idea in ambito teologico che dovesse essere accettata quella realtà: Dio aveva stabilito quell'ordinamento e non lo si poteva mettere in discussione.

 

Nel XVI secolo si mirava a stabilire quello che era l'ordinamento esistente non a cambiarlo, tutto doveva essere accettato così come era e ogni tentativo di mettere in discussione la realtà era considerato un'offesa nei confronti di Dio.

L'ordinamento sociale veniva considerato come facente parte dell'ordine naturale delle cose, vi era una concezione stabile del diritto e della società e questa stabilità è una caratteristica del pensiero e della cultura dell'umanità che si protrae sino ad epoca recente perciò l'ordine delle cose dal momento che appariva naturale, non mutava e se mutava ciò avveniva senza che ciò venisse avvertito in quanto l'idea di fondo era quella della stabilita.

I principi erano immutabili e non potevano essere messi in discussione essendo dei valori fondamentali e tutto ciò rimase esattamente uguale per secoli fino a quando non si verificarono dei fattori esterni alla riflessione teologica, questi fattori esterni sono: la rivoluzione industriale e la globalizzazione.

 

IL PASSAGGIO ALLA SOCIETÀ STATICA

 

Con la rivoluzione industriale si dissolve ll'ordinamento sociale così come si era mantenuto per secoli, si passa da una società statica e una società dinamica dove ai vecchi processi di produzione subentrano nuovi processi razionalmente progettati; la ricerca scientifica ebbe un forte impulso, è il momento in cui nasce la tecnologia orientata al servizio di una sempre maggiore produttività.

L'industrializzazione ha cambiato il modo stesso di intendere l'economia che da economia di sussistenza si trasforma in economia di crescita indefinita.

Insieme all'economia cambia anche il modo di rapportarsi alla realtà, cambia la cultura e la mentalità delle persone, una nuova energia si diffonde e si apre una nuova civiltà per l'umanità.

 

L'ATTEGGIAMENTO DELLA CHIESA

 

La rivoluzione industriale pone la Chiesa e riflessione teologica dinanzi ad un fenomeno completamente nuovo che non tocca solo l'economia ma anche la vita delle persone. Con la Rerum Novarum (1891) la Chiesa prende posizione sullo sfruttamento degli operai e si sveglia da quel torpore che l'aveva caratterizzata per secoli.

Mario Cipolla, uno degli studiosi più autorevoli della ricoluzione industriale ha scritto:

 

"gli storici hanno spesso usato e abusato del termine rivoluzione per significare un mutamento radicale ma nessuna rivoluzione è stata così drammaticamente rivoluzionaria come la rivoluzione industriale, salvo forse la rivoluzione neolitica, ambedue cambiarono per così dire, il corso della storia, ciascuna creando una discontinutà nel processo storico".

 

Questa affermazione è importante  perchè ci dice che la rivoluzione industriale ha creato una separazione netta con il passato e se pensiamo ai tempi in cui  si è attuato questo processo possiamo constare che tutto è avvenuto in un periodo relativamente breve mentre altre rivoluzioni si sono attuate nel corso di millenni. Ci troviamo davanti ad un processo che nel giro di tre generazioni ha provocato una irreversibile doscontinuità con il passato che ha coinvolto l'intera esistenza delle persone e il loro sistema di valori.

 

 

 

Tratto dal libro  "Lineamenti  per una teologia morale e religiosa" scritto da Paolo Aramu; il libro è disponibile nella versione completa  in formato cartaceo. Il libro costa 10 euro,  per riceverlo scrivere nella voce "Contatti" presente su questo blog.

 

 

 

 

 

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