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26 febbraio 2019 2 26 /02 /febbraio /2019 06:20
Malombra - Antonio Fogazzaro

FOGAZZARO TRA SCAPIGLIATURA E NARRATIVA DECADENTE

Per chi ama la letteratura decadente "Il piacere" di Gabriele D'Annunzio rappresenta l'inizio non solo di un genere, ma anche il metro di misura di un modus vivendi che nel tardo Ottocento era molto diffuso nella classe borghese altolocata: essere decadenti significava cedere al fascino dell'eroe negativo che era la massima espressione dell'individualismo di cui il l'ideologia del superuomo di D'Annunzio ben rappresentava il modello da seguire anche dal punto di vista letterario.
Ci sono radici storiche e radici teoriche alla base del Decadentismo non è mai esistita però una  sua elaborazione teorica. Quello che si sviluppò tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento non fu tanto una filosofia ma una cultura in cui arte, letteratura e poesia e modo di vivere entrarono in corrispondenza tra di loro in un processo di contaminazione e di volgarizzazione i cui esiti a volte furono sorprendenti . Non sono mai esistiti i teorici del Decadentismo ma varie forme  vissute di decadenza dove, coloro i quali le praticavano, sembravano avere quasi programmato  la loro vita istante dopo istante al di sopra dell'umano trascorrere l'esistenza ordinaria della maggior parte degli individui.

Se D'Annunzio è stato senza dubbio il maggiore rappresentante di questo tipo di narrativa ( e di questo modo di vivere) non sono mancati altri esponenti di rilievo che in un certo qual modo possiamo fare rientrare in questo genere letterario tra cui non si possono non menzionare Grazia Deledda e Antonio Fogazzaro, del quale nel 2011 è ricorso il centenario della morte.
Tipica del Decadentismo è la ricerca spasmodica dello stile, la sensualità portata alle sue estreme conseguenze, l'esaltazione dell'irrazionalità tanto che per connotare al meglio gli scrittori e i poeti che seguivano questa tendenza, Fogazzaro parlò anche di poeti spiritualisti i quali esaltavano lo spirito e la sua superiorità sulla materia, questa è, forse, l'unica eccezione teorica che fissa alcuni punti da seguire e a cui lo stesso Fogazzaro si attenne rivelando un eclettismo culturale che avrebbe potuto rivaleggiare anche con quello di D'Annunzio.

TRA SPIRITUALISMO E SENSUALITÀ

Potrebbe sembrare una contraddizione il fatto che da una parte si esaltasse così tanto lo spiritualismo al punto che Fogazzaro in un celebre articolo (1) parlò di compito dei poeti spiritualisti e dall'altra parte si ponesse al centro dei motivi narrativi, il tema della tentazione sensuale.
Ma tale contraddizione è solo apparente: l'eros in Fogazzaro è la parte oscura che crea turbamento sollecitato nelle ore notturne dalla voce di una donna, da una foto, da gesti allusivi tra il detto e non detto, sono le donne che provocano questa sensualità, le donne dell'epoca: figure snelle, alte, bionde, coi capelli raccolti, con occhi arditi nel fondo ma è anche la sensualità provocata dalle camerierine con mani non bianche, ma piccole e sottili.

Celebre è, ad esempio, l'episodio descritto in "Piccolo mondo moderno"  che riguarda la cameriera toscana e il protagonista Piero Maironi che per resistere alla tentazione della ragazza che era entrata nella sua stanza per sedurlo, preferisce bruciarsi il braccio con la fiamma della candela (per resistere alla tentazione).
Negli intendimenti di Fogazzaro c'era quindi il proposito di esaltare i lati spirituali dell'amore trasfigurando la materia in una potenza sempre maggiore dello spirito , proposito che esplicita con queste parole: quando noi, descrivendo l'amore, vi rappresentiamo non quel falso immaginario fantasma d'amore che non avrebbe potere alcuno sui sensi, non quella febbre del solo istinto che avvilisce lo spirito, ma quell'amore che aspira di sua natura a congiungere due esseri in uno solo, e pure taciamo non direi, la parte materiale , che non è possibile, ma la parte puramente animale e fisiologica per descriverne invece quelle sensazioni delicate e squisite che solo all'uomo innamorato appartengono, per esaltare la passione delle anime, vi è allora chi ne giudica timide coscienze, intelletti incapaci d'intendere la bellezza e la gloria della vita, di tutto che propaga la vita. (2)
L'istinto sessuale quindi è e deve essere per gli umani cosa ben diversa -secondo Fogazzaro- rispetto agli altri esseri viventi che si trovano in una scala inferiore, esso deve essere sublimato, raffinato e deve essere visto come una forma spirituale depotenziata dello spirito a cui tuttavia deve tendere come termine ultimo.

MARINA DI MALOMBRA

Questi presupposti fanno si che si incontrino istanze di uno spiritualismo tardo romantico con una sorta di Decadentismo che in taluni momenti sembra solo riecheggiare il mito dannunziano, ma, ed ecco la vera novità di Fogazzaro, il protagonista che viene presentato nel romanzo non è un uomo ma una donna, l'eroina negativa che è speculare all'immagine del personaggio eccezionale, è l'unica e sola protagonista delle vicende.
Innamorarsi di Marina....letterariamente parlando è facile, Marina è inquieta, ossessionata nella convinzione di reincarnare l'anima di una sua antenata, Cecilia, che per espiare il tradimento era stata segregata dal marito, il padre del conte Cesare.
Ma anche l'aspetto fisico di Marina è conturbante, ha una flora romantica in testa, una guida stordita al fianco e sulle labbra un sorriso sarcastico che le faceva pochi amici.(3) ...e ancora, ecco come viene descritta la marchesina:
"Dall'ampio accappatoio usciva, come da una nuvola bianca, il collo sottile elegante, e fra due fiumi di capelli biondo-scuri, ove lucevano due grandi occhi penetranti, fatti per l'impero e la voluttà. Il viso, il seno di cui si vedeva una riga tra il bianco, avevano lo stesso pallore caldo". (4)
Ecco gli elementi fisici che costituiscono il modello dell'eroina romantica:  con quei due grandi occhi come quelli de "La Lupa" che il Verga così descrive: "e su quel pallore due occhi grandi così" ; e sono sempre gli occhi di una donna che D'Annunzio canterà ne "La pioggia nel pineto" con questa espressione tra le palpebre gli occhi son come polle, o ancora: 

"Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca
".

Occhi che rivelano e nascondono nel contempo la voluttà e il desiderio di comandare.
L'elenco potrebbe continuare, ma gli occhi sono l'elemento fisico su cui gli scrittori e i poeti decadenti useranno espressioni a volte quasi identiche per identificare anche un carattere: Fogazzaro non parla mai di occhi abbassati ma di due occhi penetranti , di occhi voluttuosi, di occhi imperiosi.
Più tardi (ma poco più tardi) il modello di donna sarà quello della donna amazzone futurista quando donne ex socialiste, femministe e futuriste dannunziane entreranno a far parte della sovversione fascista impregnata di modernismo.
A dispetto dei luoghi comuni quelle donne erano esattamente il contrario della donna tutta casa e famiglia, D'Annunzio arriverà a parlare di donne che gareggiavano in virile aggressività...presto però il ruolo ritornerà a quello della donna-madre ( ma non per tutte!):

- i capelli biondo- scuri sembrano fiumi o selva;
-  i seni solcati da una linea bianca.

MARINA L'INTELLETTUALE

Nella descrizione di Fogazzaro esce fuori una donna accanita lettrice che legge in inglese le opere di Shakespeare e di Byron, che ha nella sua stanza tutti i romanzi di Disraeli, i libri in lingua francese di Balzac e della Sand, e che aveva tutto Musset, tutto Stendhal, le "Fleurs de Mal di Baudelaire", Renè di Chatebriand, Chamfort, parecchi volumi dei "Chefs d'oeuvre des littèrature étrangères" o dei "Chefs d'oeuvre des littèratures anciennes" pubblicati dall'Hachette, scelti da lei con uno spirito curioso e poco curante di certi pericoli; parecchi fascicoli della "Revue des deux mondes".(5)
Solo uno spirito ribelle poteva fare una scelta libraria di autori scandalosi per l'epoca, solo una donna passionale poteva ribaltare ogni cosa e far tremare al suo passaggio al punto da far esclamare a uno dei personaggi del romanzo (il commendatore Vezza esecutore testamentario del conte Cesare d'Ormengo):

"Non vedi perdio che occhi. Lì dentro ci sono tutte le ragioni e tutte le follie. Averla
per un'ora, una donna così bella e così insolente. Si deve impazzire di piacere
".
(6)

MARINA LA MATTA

Marina aveva il suo disegno:conquistar lo zio, impadronirsene del tutto, farsi portare almeno per qualche mese a Parigi o a Torino o a Napoli, in qualunque gran corrente di vita e di piacere che non fosse Milano; navigare con questa e commettere il resto della fortuna. (7).
Immaginiamo un palazzo nobiliare, sullo sfondo un paesaggio lacustre e montano, il Palazzo con stanze che hanno un pesante letto di legno scolpito e poi grandi stanze e alle pareti grandi cornici dorate, corridoi lunghi e bui dove di notte riecheggia solo il tic-tac degli orologi.
E poi un lago con grandi alghe immobili, sassi giallastri, un giardino dove ci sono statue i cui piedistalli sono mascherati da fitti domino d'edera con braccia che si protendono in maniera sinistra e tutto intorno una fitta vegetazione tra cui spiccano dei cipressi alcuni dei quali han perduto la cima che sembrano ciclopi enormi (8) non siamo dinanzi allo scenario de "La stanza del vescovo",(9) ma l'ambientazione è la medesima ed è quella di un lago lombardo ( Como) sulle cui sponde si ergono importanti e lugubri palazzi nobiliari che hanno accesso nel lago attraverso una porticina della darsena che porta ad un cancello d'uscita.
Nel Palazzo (così lo chiamavano gli abitanti del luogo) dimora il proprietario, il conte Cesare d'Ormengo, zio di Marina, prigioniero del passato, vedovo, cattolico a modo suo che odia i preti e poi lei, la marchesina Donna Marina Crusnelli di Malombra e intorno un numero imprecisato di servitori.

La solitudine, la tristezza del vecchio palazzo atmosfera da antico regime e poi ancora lei che si aggira tra il giardino e le stanze con qualche incursione su per le strade che salivano verso la montagna, lei la Matta del palazzo come la chiamavano i contadini che la incontravano.
In questa atmosfera cupa e prigioniera del passato non poteva che accumulare, giorno dopo giorno, un'insofferenza che sarebbe sfociata in un'instabilità dapprima non grave e poi sempre più frequente:
sofferenze nervose non gravi, ma frequenti, cominciarono a travagliarla. (10)
Una instabilità che cresce in attesa di sfociare in qualcosa di più grave? L'episodio scatenante accade una sera quando Marina rinviene sotto uno stipo una ciocca di capelli, un guanto, uno specchio e un foglio ripiegato, tutto coperto di caratteri giallognoli, sbiaditissimi dove c'è un messaggio scritto da un'antenata, Maria Cecilia Varrega chiusa e fatta morire in quel castello dal marito, il padre di Cesare, il conte Emanuele d'Ormengo, per gelosia di un precedente innamorato Renato.
In seguito a questo episodio Marina è convinta di essere la reincarnazione di Maria Cecilia e di dover ripercorrere l'esistenza dell'infelice donna. Marina pensa di rivedere nello zio, il conte Cesare, il marito geloso e in Corrado Silla, l'aiutante del segretario di Cesare, l'amante di Cecilia e Renato.
Ecco il quadro:

  • Marina-Cecilia
  • Cesare-Emanuele (marito di Cecilia)
  • Corrado Silla-Renato (amante di Cecilia).


CORRADO L'INETTO (OSSIA COLUI CHE SI TROVA IMPOTENTE AD AGIRE)
 

È l'altra figura tragica del romanzo: assunto con compiti amministrativi dal conte Cesare d'Ormengo, Corrado Silla è uno scrittore senza successo che si sente chiamato ad una missione morale e spirituale ma è nel contempo condannato ad un' impotenza e ad un' inettitudine dovuta a tutta una serie di condizionamenti sociali e intellettuali.
Corrado pensa di aver trovato un amore ideale nella fidanzata Edith, figlia del segretario del conte Cesare, Steinegge, ma si sente fortemente attratto da Marina.


Una figura, quella di Corrado, sostanzialmente dominata da una volontà vaga e imperfetta che pur essendo animata da una forte e smodata carica di ambizione non lo porta a nulla: grandi ed entusiastiche ambizioni...... l'illusione che si fa delusione.
Un ragionamento irrefutabile, una sentenza opprimente in tre parole:
 "Inetto a vivere" ossia incapace di agire e prendere qualsiasi iniziativa.

IL DRAMMA

Non è difficile immaginare come procedessero, in tale stato di cose, le relazioni fra zio e nipote. Essi potevano paragonarsi a due punte metalliche fortemente elettrizzate, che non s'accostano mai l'una all'altra senza scambiare scintille che vorrebbero essere folgori.(11)
In questa situazione di nevrosi e incomprensioni e di incomunicabilità totale, Marina provoca la morte dello zio, non uccidendolo ma spaventandolo al punto da causarne un colpo apoplettico e poi l'uccisione di Corrado Silla dopo un amore intenso, breve e passionale.
La scelta anche dell'arma del delitto è degna di una gran finale. una pistola e poi: ...Marina, che voltatasi indietro, passò in mezzo a tutti, con la pistola fumante in pugno,senza che alcuno osasse toccarle un dito, attraversò la loggia, ne uscì per a parte opposta, la chiuse a chiave dietro di se. (12 )
Marina scompare su una barca a remi....tra le acque del lago, diventa fantasma.

UN ESEMPIO DI NARRATIVA DECADENTE

In Malombra sono presenti tutti i temi cari a Fogazzaro:

  1.  Il pathos: il racconto procede per tappe, l'andamento è lento, meditato ma nel contempo il lettore finisce coll'essere imbrigliato in una tela dove l'intreccio narrativo de racconto, prende la sua attenzione dalla prima all'ultima pagina, passionalità, forza espressiva sono tutti elementi di un clima da tragedia degno della migliore tradizione classica.
  2.  Il paesaggio: sono numerose le descrizioni dell'ambiente, i particolari, le descrizioni minute che permettono al lettore di immaginare esattamente i luoghi in cui si svolgono le vicende: il Palazzo, il giardino, il lungolago, le montagne, i tipi di piante...tutto concorre a creare atmosfere misteriose che creano una corrispondenza tra chi legge e il testo.
  3.  Il ritmo: lento, permette di pensare, di chiudere il libro e di riprendere la pagina, di inserire dialoghi, di fare digressioni di carattere culturale e filosofico, c'è pure il tempo di fare una partita a scacchi e di parlare del significato del Cristianesimo secondo il pensiero del conte Cesare; di riportare il contenuto della posta; oppure motivi allora in voga:"Per ridurre all'orizzonte la pendenza del terreno". (13)
  4. Brevi ritratti: la predilezione per il bozzetto fa si che i personaggi minori vengano descritti con un realismo che tratteggia con vivacità i caratteri, i costumi, le parlate e i dialoghi che avvengono spesso in dialetto:"E cossa l'è sta Merica? L'è un mazzolin di fiori Cattato alla mattina Par darlo alla Mariettina Che siamo di bandonar (14)" è il motivetto che proviene da una barca lontana indugiatasi più delle altre sul
    lago.. (15)
  5. La mondanità: con il suo ambiente galante rappresentato da Giulia De Bella che va a a ballare a Bellagio ( indizio questo che ci fa capire che ci troviamo nella zona del Lago di Como).
  6.  L'erotismo: nel romanzo sono innumerevoli le figure femminili : Giulia De Bella, Edith la figlia di Steinegge, Fanny, Cecilia, la mamma di Silla, la contessa Fosca, Giovanna, la moglie (defunta) del conte Cesare, la madre(defunta) del conte Emanuele d'Ormengo, ognuna a suo modo è una figura inquietante e ambigua ed in particolare le figure femminili che più esprimono questa fascino irresistibile sono quelle di Giulia De Bella e di Edith Steneigge, l'attrazione erotica è lì, ma è anche repressa e negata in un gioco estenuante di rimandi dove la voluttà è frenata dalla castità.
    Manca il dannunziano "par tu pianga/ma di piacere", Fogazzaro è frenato da quella resistenza alla sensualità di cui parlavamo nelle righe iniziali, è tentato ma non si vuole lasciare andare, parla dell'amore in termini di bellezza morale, cerca di sublimare l'amore fisico e la sensualità in amor spirituale...

    BREVE STORIA DELLE EDIZIONI

    Il libro venne pubblicato per la prima volta nel 1881 dalle edizioni G. Brigola, trascorsi cinquant'anni, nel 1931 la Arnoldo Mondadori Editore acquistò i diritti: dal 1931 al 1944 vennero pubblicate 7 edizioni.
    La prima edizione pubblicata nella collana Oscar è del settembre 1965 ed è costata Lire 350 (quella in mio possesso).
     Questa edizione della versione integrale è disponibile anche su un noto sito di aste on line, al costo di circa 5 euro.
    Il costo del'edizione più recente, sempre pubblicata dalla Mondadori nella collana Oscar, è di euro 9,50.





    =========================================

    N O T E

    (1) A. Fogazzaro, Per la bellezza di un'idea, in "Rassegna nazionale", I, settembre 1892
    (2) op.cit.
    (3) A. Fogazzaro Malombra, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1965, p. 51
    (4) ibidem, p.50
    (5) ibidem., p. 38
    (6) ibidem, p.109
    (7) ibidem, p.61
    (8) ibidem, p.29
    (9) La stanza del vescovo (1977) film diretto da Dino Risi, l'ambientazione era quella del Lago Maggiore.
    (10) ibidem, p.67
    (11) ibidem, p.82
    (12) ibidem, p.395
    (13) ibidem, p.249
    (14) ibidem, p.80
    (15) ibidem, p.8.


    Caiomario

 

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Published by Caiomario - in Letteratura
22 febbraio 2019 5 22 /02 /febbraio /2019 04:46
Favole - Jean de La Fontaine

Come leggere le favole di La Fontaine


Tra le note presenti in molte edizioni de "Le Favole" di La Fontaine, troviamo  due raccomandazioni  che dovrebbero indicare la tipologia di lettori: la prima consiglia la narrazione del libro ai bambini di quattro anni (lettura naturalmente  guidata da un adulto) la seconda individua i possibili lettori a partire dagli otto anni.
Credo che  entrambe le indicazioni, quella che riguarda i bambini piccolissimi e quella dei più grandicelli, significhi fare un torto a La Fontaine che non scrisse favole per bambini, anche se possiamo, senza alcuna controindicazione, leggerle ai bambini che ne trarranno giovamento e divertimento ma poco  capiranno se non aiutati da un adulto a comprenderne almeno una parte del loro significato.

SCRIVEVA FAVOLE PER CRITICARE IL POTERE E NON PER I BAMBINI

Questa personalissimo parere nasce dal fatto che un autore come La Fontaine riprendendo in parte la tradizione favolistica di Esopo e di Fedro, scriveva favole perché non poteva scrivere altro per criticare il potere e per superare il controllo ferreo di una censura che non tollerava alcuna critica al sovrano: siamo in pieno periodo assolutista con Luigi XIV che riassumeva il suo concetto di potere nella celebre frase:

 "L'état c'est moi, "lo stato sono io"

e, La Fontaine che viveva alle spalle della corte, conosceva vizi privati e pubbliche virtù non solo dei cortigiani ma anche di tutti gli esponenti più importanti del mondo politico, ecclesiale e militare francese.

È quindi la satira lo spirito che anima le favole di La Fontaine e non l'intento di fare della letteratura per bambini, purtroppo la letteratura scientifica dedicata alla favola non è molto ricca e, in particolare per quanto riguarda le favole di La Fontaine  abbiamo dei libri compilatori ed informativi e non delle ricerche scientifiche.

Qual'è dunque il motivo per cui si è scelta l'indicazione "per ragazzi"? E'- secondo me- dovuto al fatto che tutta la produzione favolistica di La Fontaine è stata derubricata a letteratura dei  bambini senza che sia  stato effettuato presente un accurato lavoro preparatorio  e introduttivo, oppure  non si trovano delle edizioni che contengano un idoneo apparato critico.

Vediamo, per esempio, l'inizio la seguente favola intitolata:

Il Sole e le Rane

Celebrando un tiranno i suoi sponsali
beveva e allegro schiamazzava il popolo.
Affogando nel fiasco i vecchi mali,
Esopo sol, si narra,
Allora dimostrò con una favola
Ch'era sciocca la gente a far gazzarra.
Volendo il Sole, ei disse, or non so quando,
Pensare a prender moglie,
Un grido miserando
Nel regno delle Rane si levò
Chi può sottrarci al danno-
Dicean le Rane alla cattiva Sorte-
Se de' figlioli al Sole nasceranno?
Se brucia tanto un Sole.
Che non splende nemmeno ogni mattina.
Figuratevi voi mezza dozzina!
L'unico bel guadagno
Sarà che moriranno
Le canne e i giunchi e seccherà lo stagno.
Addio, ranocchi! svaporato il mondo,
Sarem ridotte dello Stige in fondo.
Mi pare, a mio buon senso naturale,
Che per ranocchi non parlasse male.


Siamo veramente sicuri che La Fontaine volesse parlare di sole e di ranocchi? O forse che il Sole ( scritto maiuscolo) non fosse proprio il sovrano? E quando parla di ranocchi sta proprio parlando di ranocchi? O forse con ranocchi non intende i dignitari di corte?
E infine  parla dello Stige, ma non  tutti sanno cos'è lo Stige e men
che mai lo può sapere un bambino? ( Lo Stige era uno dei cinque fiumi dell'Ade, degli inferi, dove stavano immerse le anime dei dannati in particolare degli irosi).

Comunque il libro ha il pregio che le favole vengono raccontate in forma narrativa, cioè in forma estesa a mo' di favola e non in forma poetica così come le aveva scritte La Fontaine.
Ad esempio non troveremo a proposito della Cicala e la Formica i seguenti versi:

"La cicala che imprudente
Tutto estate al sol cantò
"

ma

"La Cicala che aveva passato tutto il tempo a cantare....."

Si tratta dunque di un  linguaggio certamente più moderno e adatto ad essere compreso dai lettori più piccoli e che, nel contempo, non altera il testo originale ma ne preserva il senso e che per questo può essere presentato a chiunque.

Nota finale

In commercio si trovano le edizioni della Einaudi, della Rizzoli e della Mondadori, particolarmente pregevole è poi  l'edizione della "Giunti editore" che ho  avuto modo di consultare ed è ottimamente redatta. Questa edizione poi è riccamente corredata dalle tavole di Gustav Dorè. Le prime sono di facile reperibilità, la seconda non è facile trovarla a meno che non ci si indirizzi sul mercato dell'usato.

"Tutti si dicono amici, ma pazzo chi se ne fida; nulla è più comune del nome, nulla più raro della cosa" Jean La Fontaine.
 

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Published by Caiomario - in La Fontaine Le favole di La Fontaine Letteratura
22 febbraio 2019 5 22 /02 /febbraio /2019 04:28
La scoperta dell'alfabeto - Luigi Malerba

TRA LIEVE IRONIA E IMPEGNO MORALE

Luigi Malerba nato a Berceto ( Parma ) nel 1927 , sceneggiatore, giornalista ha partecipato al Gruppo 63 e fa parte di quel movimento intellettuale che è stato definito della Neoavanguardia, partito da posizioni sperimentaliste si è via via spostato verso posizioni postmoderniste dove l'interesse per il romanzo neostorico ha prevalso sulla ricerca e sul gusto della paradossale provocazione.
Possiamo quindi dividere l'attività letterario di Malerba in due fasi:

1.1 La prima fase quella che si può definire del linguaggio visto nella sua impossibilità di comunicare con la realtà e di padroneggiare con essa.
Le parole sono separate dalle cose e procedono  in un binario i cui esiti sono spesso la stravaganza e la casualità.

1.2 La seconda fase segna la scomparsa dell'impianto sperimentale a favore di schemi più tradizionali e convenzionali ma in cui permane, comunque la vena umoristica che aveva caratterizzato la prima parte della sua produzione letteraria.

"La scoperta dell'alfabeto" è un libro del 1963 che ha avuto anche un grande successo nell'edizione ad uso degli scolari e degli studenti delle scuole medie proprio per le caratteristiche di un racconto che potremmo incasellare nel genere favolistico e che avvicina Malerba a Rodari ma con una differenza fondamentale: Malerba a differenza di Rodari non ha scritto libri per ragazzi e in particolare "La scoperta dell'alfabeto" è un libro che può essere letto dai ragazzi ma la cui lettura deve essere guidata perchè il divertimento è un mezzo che serve per comunicare altro e l'umorismo è lo stile usato da Malerba per trasmettere questo altro.


Il racconto è quello del mondo contadino della collina parmense ma piuttosto che ripetere lo schema descrittivo tipico del verismo, Malerba preferisce descriverlo dal punto di vista del linguaggio.
Il linguaggio appare per così dire scisso dai gesti e dalle abitudini di gente che è abituata ad essere concreta, ad andare diritta al sodo e a non usare troppe mediazioni, una scissione che si manifesta in una straordinaria capacità di saper fare astrazione e di indulgere nella fabulazione più di quanto possano fare persone dalla cultura ed erudizione apparentemente più complesse ed articolate.
Eppure tutta quest'attività di astrazione scissa dalla realtà è anche l'altro aspetto dell'essere concreti nella realtà, è il tentativo di spiegare cose che non si capiscono ma è anche un residuo di attività originaria da sempre presente nell'uomo che riuscirà, nelle forme più evolute, a spiegare il come ma non il perchè.
Per chi ha  avuto una frequentazione con il mondo contadino di almeno una generazione fa, questa scissione tra fare e dire è ritrovare la contrapposizione tra ragionamenti che possono sembrare grossolani e stolti e comportamenti che trovano soluzioni concrete.

Ma non è il mondo contadino il protagonista de "La scoperta dell'alfabeto" è il linguaggio, le sue strutture sintattiche elementari, le parole che si associano in modo bizzarro e casuale dando origine a esiti paradossali e surreali; il linguaggio e le parole utilizzate in un'innata ma anche appresa ars combinatoria anche nelle sue forme primordiali, è un meccanismo di difesa che parte dalla realtà, si distacca da essa per poi ritornarvi.
Il gioco delle parole è anche la ragione delle scelte valoriali di una comunità che vivendo in quella porzione di territorio costruisce una realtà a sè stante con le sue ritualità, i suoi ragionamenti, le sue soluzioni tecniche che sono quelle e non possono essere diverse da quelle indicate da generazioni.

Malerba riesce a tenere alta l'attenzione del lettore descrivendo episodi grotteschi e lo sa fare con un umorismo lieve che mai dileggia come nel caso delle "lezioni"  seguite dal contadino che va dal padrone per imparare a scrivere, dopo una giornata di lavoro:

"Cominciamo dall'alfabeto" disse il ragazzo che aveva undici anni.
"Prima di tutto c'e A".
"A" disse paziente Ambanelli.
"Poi c'è B"
"Perchè prima e dopo ?" domandò Ambanelli
Questo il figlio del padrone non lo sapeva.......................

***Interessante questa domanda che non ha risposta e alla quale non sa rispondere nè il contadino nè il fine letterato, perchè c'è prima A e poi B?
Continueremo a farci domande che non possono avere risposta....domande ataviche che si ripeteranno sempre eguali a se stesse, di generazione in generazione.



Consiglio l'edizione scolastica che ha il pregio di avere una bella introduzione di Giampaolo Dossena:

Luigi Malerba, La scoperta dell'alfabeto, Bompiani Editore, 1977

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22 febbraio 2019 5 22 /02 /febbraio /2019 04:27

ECCO L'ITALIA CHE TROVÒ MARIE-HENRY  STENDHAL QUANDO NAPOLEONE INVASE IL BEL PAESE

La campagna di Napoleone in Italia ebbe inizio nel 1796, già da circa un secolo una buona parte della nostra penisola era sotto l'influsso diretto e indiretto degli austriaci. Ecco l'Italia di fine '700: divisa i numerosi stati,  un paese che non aveva nessun peso politico e in cui vi erano monete diverse e unità di misura differenti; anche le nuove idee che avevano attraversato l'Europa nei secoli precedenti erano rimaste circoscritte entro un gruppo abbastanza ristretto di intellettuali. E mentre in Inghilterra era avvenuto quel fenomeno epocale che risponde al nome di "Rivoluzione Industriale", in Italia non si sapeva neanche cosa fosse l'industria.
Nella parte settentrionale da una parte, in Piemonte, vi erano i Savoia, dall'altra, in Lombardia e in Veneto, gli Asburgo. Al centro il papa re che con il suo stato pontificio non muoveva foglia, mentre a sud la dinastia borbonica  governava nel bene e nel male.

Solo 7 anni prima che Napoleone arrivasse in Italia c'era stata la "Rivoluzione francese" e per la prima volta la classe borghese aveva sferrato un duro attacco ad una aristocrazia e ad un clero che affamavano tutta la popolazione, ricchi e preti a parte. E proprio Bonaparte proveniva dai ranghi di quella borghesia rivoluzionaria da cui aveva attinto le "nuove idee" che da lì a poco lui stesso avrebbe portato "rivedute e corrette" in Italia.

Stendhal era giovanissimo quando inquadrato nell'esercito napoleonico arrivò  in Italia, poi  il lungo soggiorno nella penisola con incarichi diplomatici  e in queste condizioni privilegiate, elaborò uno dei romanzi più belli della letteratura, un romanzo che è prima di tutto un tributo alle bellezze dell'Italia e poi una critica ai comportamenti degli italiani: "La Certosa di Parma".
Marie-Henry Beyle era uomo di parte, ma credeva in quello che faceva, era convinto che le armate napoleoniche potessero cambiare il mondo e l'Italia (e in parte lo fecero) e nelle pagine bellissime de "La Certosa di Parma" troviamo proprio questa sua fede incrollabile nel cambiamento portato da Napoleone, una fede che lo portava ad evidenziare solo  i lati positivi del bonapartismo ma a tacere il resto.

MA STENDHAL AVEVA RAGIONE?

Stendhal scriveva che grazie a Napoleone, il popolo italiano si risvegliò da un lungo sonno e tutto questo avvenne in pochi mesi, Napoleone "il tecnico" sbaragliò i politici e le truppe napoleoniche, simili ad un'accozzaglia di briganti, portarono effettivamente una ventata nuova, ma anche -è bene ricordarlo- approfittarono della ricchezza di molte città italiane.
Al contrario Stendhal dà un quadro idilliaco della situazione: in un primo momento, infatti le truppe napoleoniche fraternizzarono con la popolazione, poi si distinsero per la loro durezza imponendo la coscrizione militare e spogliando letteralmente dei loro beni le masse contadine che vivevano esclusivamente dei frutti del loro lavoro.
Stendhal in questo è perfettamente aderente al proverbiale orgoglio dei francesi non immune dalla mancanza di tolleranza nei confronti di chi  loro disprezzano.
Le prove di questo comportamento altezzoso si trovano in molte parti de "La Certosa di Parma", celeberrimo è l'episodio dei camerieri genovesi definiti "canaglie" perché lo guardavano dall'alto al basso: loro che portavano scarpe eleganti, lui che indossava degli scarponi allacciati con dello spago.

Ma a parte lo spirito da funzionario napoleonico che troviamo in molte pagine del romanzo, leggere "La Certosa di Parma" è anche l'occasione per conoscere una bella Italia che non c'è più, insomma Stendhal fu un uomo pieno di passione che amò l'Italia e meno gli italiani. E quando manda delle frecciate su "quel popolo che si annoiava da cento anni" qualche ragione l'aveva.

Stendhal era un esteta incline al rigore, due comportamenti che sembrano essere in conflitto tra di loro, ma egli ebbe la capacità di coniugare lo sprezzo per le "canaglie" con l'ottimismo che gli derivava dalla generosità della sua apertura mentale. In questo senso "La Certosa di Parma" rivela il carattere dello stesso Stendhal che tende ad esprimersi con molta libertà, senza mediazioni dando giudizi sferzanti ma nel contempo mantenendo una vivace ironia che dà movimento all'intero romanzo.
In questo Beyle dimostra di essere modernissimo e la sua faziosità viene stemperata dal suo eccellente modo di raccontare e dal suo modo di prendersi beffe degli altri: il clero, i nobili e il terzo stato, tutti accomunati dall'aver una struttura mentale vecchia, almeno a detta di Stendhal il rivoluzionario.

Cosa direbbe oggi  Stendhal?  In molte delle zone  da lui visitate e raccontate c'è solo cemento.....rimaniamo però noi italiani con gli stessi difetti di allora......

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Published by Caiomario - in Letteratura Stendhal La Certosa di Parma
1 luglio 2018 7 01 /07 /luglio /2018 06:47

Si discute molto sulla "contemporaneità" di un autore, in questo senso trovare delle corrispondenze può essere agevole soprattutto quando ci si sofferma sull'aspetto del contenuto, ma anche per ciò che concerne il linguaggio.
Eppure nell'epoca dei formidabili cambiamenti come può essere l'attuale niente è più "precario" del lilnguaggio parlato, questo fatto è così vero che i dizionari della lingua italiana vengono aggiornati ogni anno, mentre in passato le nuove parole venivano inserite dopo un periodo (più o meno lungo) e solo dopo essere state metabolizzate al livello di senso comune.

Leggendo Palazzeschi si ha immediatamente l'impressione di come il linguaggio nel giro di un secolo sia così profondamente cambiato al punto che moltissime parole appaiono del tutto inadeguate ad esprimere pensieri, cose ed azioni. Ad esempio, Palazzeschi usa i termini del suo tempo quali "giovinotto", "corbellerie", ma anche numerosi neologismi come "balletta" giocando con il suono al punto che ogni parola diventa espressione di un determinato sentimento o stato d'animo.

Se le parole però hanno una vita limitata, i concetti e le idee ritornano con sorprendente ciclicità come dimostra questa bella ( e curiosa) opera giovanile intitolata "L'incendiario" scritta nel 1910, sono trascorsi 101 anni da quando questa operetta (raccolta di poesie) fu data alle stampe, ma il lettore troverà molte corrispondenza e soprattutto potrà gustarne il particolare punto di vista e attualizzarlo con il presente.
L'incendiario fa parte del periodo "futurista", quello delle origini che nel ribellismo giovanile dell'epoca trovava la sua espressione più autentica.
Palazzeschi nel 1909 venne invitato da Filippo Tommaso Marinetti ad aderire al futurismo ed è proprio in questo periodo che esce la raccolta di poesie "L'incendiario" è un gustosissimo romanzo (alternativo) intitolato "Il codice di Perelà", è un Palazzeschi molto diverso da quello più noto, per intenderci quello de "Le sorelle Materassi", tuttavia la "conversione" verso una scrittura più fruibile è solo apparente, in quanto Palazzeschi anche nel noto romanzo che ho citato, rivela la sua insofferenza verso la rigidità del perbenismo borghese.

Per chi ama il linguaggio e il neologismi, la lettura delle poesie contenute ne "L'incendiario" è un'autentico piacere, Palazzeschi come molti avanguardisti della poesia amava deformare le parole, giocare con il suono, questa caratteristica la troviamo, ad esempio, nella poesia intitolata "Lasciatemi divertire" (Canzonetta) che così attacca:

"Tri tri tri
fru fru fru
uhi uhi uhi
ihu ihu ihu

Il poeta si diverte,
pazzamente
smisuratamene.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto

Cucù rurù
rurù cucù
cuccuccurucù..
.."

Sorprendente, ma non più di tanto per chi conosce il modo di esprimersi degli avanguardisti, veri teppisti della parola pronti a provocare con il loro versi controcorrente.

È lo stesso Palazzeschi a dare una spiegazione di questo particolarissimo modo di scrivere (consapevolmente ricercato): "Cosa sono queste indecenze?/Queste strofe bisbetiche?/Licenze, licenze, licenze poetiche/ Sono la mia passione".


IL LINGUAGGIO DEI FUMETTI DEVE MOLTO ALLE INVENZIONI DI PALAZZESCHI

Le licenze poetiche sono la forma più sopraffina di deviazione dalle regole della lingua, ma sono anche il modo di andare contro le convenzioni condivise e convissute dal pubblico, Palazzeschi quindi, come altri poeti futuristi usa le parole storpiate per esprimere le sue sensazioni e le definisce in questo modo (sentite, sentite):"Sapete cosa sono? Sono robe avanzate, non sono grullerie, sono la.....spazzatura delle altre poesie".
Il poeta spazzino e avanguardista però è anche un antesignano della parola, pensate, ad esempio, al linguaggio espresso nelle "nuvolette" dei fumetti, parole che prese da sole, sembrano non avere alcun significato, ma nel contesto del racconto sono le uniche ad essere in grado di esprimere nel modo più compiuto sensazioni, idee, sentimenti.

Palazzeschi in questo si dimostra straordinariamente lucido ed è consapevole del fatto che queste parole "vogliono dire qualcosa", ma il poeta difende anche i suoi versi in nome del piacere che questi gli procurano.
Ecco allora che il gioco della parola si fa irriverente, scrive in modo volgare (nel senso di popolare)  ed esprime i suoi versi allo stessa maniera del popolano che canta un'aria importante distorcendo il testo che non conosce ( ognuno di noi lo ha fatto e lo fa).


LA FUNZIONE DELLA POESIA COME PURO DIVERTIMENTO

Questo è lo spirito de "L'incendiario", il linguaggio diventa il mezzo per divertirsi, per trasgredire e si fa infantile, libero da qualsiasi convenzione, dissacratorio, incline alla ripicca, apparentemente privo di nessi, quasi che l'autore senta il desiderio di regredire a quella fase prerelazionale in cui tutto è concesso e perdonato e a tal proposito dice: "Certo è un azzardo un po' forte scrivere delle cose così, che ci son professori, oggidì a tutte le porte".

Gozzano scrisse una poesia intitolata "Lasciatemi sognare", (triste e crepuscolare), Palazzeschi rispose con la sua "Lasciatemi divertire", irridente sicuramente come lo è tutta la breve raccolta contenuta ne "L'incendiario".
Palazzeschi in una famosa poesia intitolata "Chi sono?" si autodefinì "il saltimbanco dell'anima mia", bellissima definizione che evidenzia tutto l'anticonformismo di Aldo Giurlani in arte Aldo Palazzeschi.


C'è tanta buona letteratura nelle nostre biblioteche, conviene andare dietro ai  libri "più venduti" fatti a tavolino?  Palazzeschi che era contro le convenzioni sociali avrebbe risposto per le rime in questo modo:

Bubububu
fufufufu
Friù!
Friuù!

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Published by Caiomario - in Letteratura
1 luglio 2018 7 01 /07 /luglio /2018 06:33
Tutte le poesie - Guido Gozzano

Guido Gozzano è uno degli autori che si riprende  sempre volentieri perché la lettura delle sue poesie è sempre una scoperta continua, molti suoi versi poi, assomigliano ad una raccolta "etimologica", versi  che dimostrano la sua non comune padronanza della lingua e ciò non può che costituire motivo d'arricchimento per il lettore contemporaneo abituato ad un linguaggio sempre più povero e superficiale.
Purtroppo oggi esiste il compiacimento per le cose di pessimo gusto, facili da vendere perché sono facili da recepire e questo vale, in particolare modo, per la poesia, l'ultima forma d'arte spontanea che non ha bisogno di riconoscimenti ufficiali per esprimersi.
Questa bella raccolta edita da Mursia contiene "Tutte le poesie" di Guido Gozzano, il più importante esponente del Crepuscolarismo ed anche il più innovativo e il più moderno. Ho avuto occasione di parlare delle opere di Gozzano che ho scoperto fuori dalla scuola: opere come "Verso la cuna del mondo" o "La via del rifugio" meritano l'attenzione del lettore moderno che potrà così scoprire un autore che solitamente viene saltato a scuola o lambito superficialmente nei programmi scolastici.

Leggendo le poesie di Gozzano si scoprono parole dimenticate, rarissime che rimandano alla vasta cultura che il poeta e scrittore di Agliè sapeva miscelare perfettamente senza ostentarla e  dimostrando, inoltre, un'autoironia che cozzava con il rigore da "salotto buono" a cui spesso egli faceva riferimento. Molte poesie contenute nel libro sono liriche a carattere narrativo che assomigliano a dei cesti di vimini da cui spuntano fuori figure, immagini e personaggi della quotidianità borghese; in questo Gozzano è straordinario perché riesce ad esprimere una poesia non solo di sensazioni ma anche di idee.
Le liriche di Gozzano ci immergono in un mondo di banalità e quotidianità a cui lui guarda con distacco, per usare il suo linguaggio usa la penna come un dagherrotipo e ne escono fuori delle miniature con "figure sognanti in perplessità".

Più di mille parole vale la pena citare il seguente esempio:

"O musica! Lieve sussurro! E già nell'animo ascoso
d'ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro,

lo sposo dei sogni sognati......O margherite in collegio
sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!
"

Versi che trasudano di musicalità che riescono a creare un'atmosfera in cui predominano le componente sentimentali e le sensazioni, insomma l'arte poetica attinge dalla vita e Gozzano proprio dalla quotidianità riesce a trarre spunto per comporre versi semplici e nel contempo raffinati.
Gozzano era il contrario di D'Annunzio al punto che lui stesso affermava spesso di ringraziare Dio per non averlo fatto "gabrieldannunziano" proprio perché nelle sue poesie è presente la "vita normale" e non quella immaginifica di cui D'Annunzio era il cantore.

Chi vuole approfondire o accostarsi all'opera di Guido Gozzano,  "Tutte le poesie" è  uno dei libri più completi a cui fare riferimento, contiene  "La via del rifugio", la prima raccolta di poesie pubblicata la prima volta nel 1907 e "I Colloqui" pubblicati nel 1911, si tratta di due opere fondamentali dell'opera di Gozzano.

I versi citati nelle righe precedenti sono tratti da quella straordinaria lirica narrativa intitolata "L'amica di nonna speranza", consiglio di cercarla e di leggerla.



"Trenta quaranta, tutto il Mondo canta canta lo gallo risponde la gallina".. (Guido Gozzano)

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Published by Caiomario - in Letteratura
2 febbraio 2018 5 02 /02 /febbraio /2018 03:35

"Il piacere", pubblicato nel 1989, è il primo romanzo scritto da Gabriele D'Annunzio. Ed è proprio con esso che in Italia inizia la diffusione del cultura decadente. "Il piacere" fu scritto tra l'estate e l'autunno del 1888 e nel 1889 venne pubblicato dall'editore Treves che diventerà  in seguito l'editore ufficiale di D'Annunzio.

L'IDENTIFICAZIONE DI ARTE E VITA, L'ARTE PER L'ARTE

Il protagonista assoluto del romanzo è Andrea Sperelli che rappresenta l'incarnazione più riuscita della  figura dell'esteta quale lo concepì d'Annunzio, ma il valore assoluto che muove ogni azione di Andrea Sperelli è l'arte, "l'arte per l'arte" che è soprattutto stile di vita al punto che non è possibile distinguerla dalla vita vissuta.
In sintesi questo fu per tutta la sua esistenza il motivo dominante che mosse  la visione estetica di Gabriele D'Annunzio; cosa comporta per Andrea Sperelli/D'Annunzio questa sovrapposizione dei due piani (vita ed arte)?   L'identificazione di arte e vita costituì l'essenza più autentica del pensiero decadente del D'Annunzio che elaborò una visione estetica della vita in cui l'etica era subordinata all'estetica le cui uniche cose importanti erano la raffinatezza e la bellezza.
L'estetizzazione di una vita immaginifica portò lo stesso D'Annunzio a sviluppare una sensibilità unica che lo rese disponibile ad affrontare sempre nuove esperienze che potrebbero essere sintetizzate in queste frasi contenute nel  Libro primo, capitolo II de "Il piacere":

"Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell'ebbrezza. La regola dell'uomo d'intelletto, eccola: - Habere, non haberi".

e ancora:

"Bisogna fare la propria vita, come si fa un'opera d'arte. Bisogna che la vita d'un uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui".

La superiorità vera dell'uomo che si distingue dalla pletora degli individui comuni risiede quindi per D'Annunzio nell'esaltazione di quei valori aristocratici che nella raffinatezza e nella bellezza trovano la loro più autentica sublimazione.


LA LETTURA DE "IL PIACERE" OGGI

(L'inevitabile confronto) tra  l'esteta Andrea Sperelli e il travet del telefonino: per ragioni evidenti è auspicabile che il lettore odierno  legga "Il piacere" con la lente della sua contemporaneità e con la sensibilità della sua epoca; se così non facesse, la lettura di ogni racconto sarebbe semplicemente una sequenza di parole scritte che non hanno alcun aggancio con la realtà.
Leggere un romanzo, vedere un'opera d'arte, affrontare la lettura di un saggio sono tutte attività che non devono mai fare perdere il contatto con la realtà. Il lettore dei primi di fine Ottocento avrebbe letto "Il piacere" identificandosi con Andrea Sperelli, ne avrebbe ammirato le gesta, condiviso i pensieri e soprattutto avrebbe cercato di imitarne lo stile di vita. Oggi gli esteti non esistono più, perché gli amanti del lusso spesso non sono ricchi, sono semplicemente arricchiti privi di classe; il lusso democratico è cosa ben diversa dall'amore dell'arte per l'arte, è cosa diversissima dal fare della propria vita un'opera d'arte.
Chissà che cosa avrebbe pensato oggi Andrea Sperelli/D'Annunzio del tizio col telefonino avvezzo a far trillare la sua protesi nei luoghi più disparati, sicuramente lo avrebbe disprezzato e guardato con orrore e avrebbe pronunciato la seguente frase:

"Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione una certa tradizione familiare d'eletta cultura, d'eleganza e di arte".

Non esiste godimento del lusso senza essersi nutriti profondamente dell'amore per l'arte - D'Annunzio dice che Sperelli è "impregnato di arte" e che ha "il culto passionato della bellezza"- ma è propria questa concezione estetica della vita portata alle sue estreme conseguenze che è anche la causa principale di un carattere contradditorio e di una condotta di vita corrotta.
Eppure nonostante questa contraddizione che fa di Sperelli un protagonista negativo incline all'inettitudine, la sua figura è ricca di fascino e non lascia indifferente anche il lettore odierno ; è infatti nell'ultimo capitolo del romanzo che il lettore riesce a cogliere appieno la portata del fallimento del protagonista.
Personalmente ritengo il capitolo finale la sezione più interessante dell'intero romanzo perché in quelle righe D'Annunzio esprime l'impossibilità di realizzare fino in fondo il progetto di vivere una vita da esteta.
La sconfitta della bellezza è la sconfitta del protagonista coincidono, l'irruzione della volgarità delle masse diventa soffocante al punto che il disprezzo nei confronti della pletora degradata gli causa un senso di nausea fino a fargli provare un senso di soffocamento.
In questo clima di profonda angoscia morale si avverte il senso di morte che avvolge casa Ferres che sembra essere diventata una sorta di tomba in cui tutto è fallito, dove gli stessi muri paiono esser stati profanati da "uomini impuri" dalle "fronti sudate".

Eccessivo? È D'Annunzio che pur non disdegnava le popolane e gli odori profani, ma un conto è quello che l'Immaginifico fece nella sua vita con divine e (moltissime) servette, un conto è invece la teorizzazione del pensiero dell'esteta.

PUZZE, SUDORE E URLI DEI CARRETTIERI, ALCUNE OSSERVAZIONI RIVOLTE ALLO SPIRITO DEL VATE

Però, però caro Vate lo so che i piedi, le facce e i gomiti dell'uomo che lavora non sono certo il massimo dell'estetismo, anzi le "puzze" non attirano per niente, allontanano, ma tu che amavi la bellezza e il mondo classico sapevi bene che Achille piè veloce, lo scaltro Odisseo e il valoroso Ettorre (con due erre, è corretto) quando combattevano urlavano come dei carrettieri, sudavano e puzzavano.
E i facchini che fumavano e cantavano mentre portavano via i mobili dalla casa di Sperelli erano uguali a tutti i facchini, uomini di fatica e operai di ogni epoca che lavorano e che sollevando pesi sudano e puzzano, ma che facciamo di costoro? Li eliminiamo perché emanano un odore sgradevole?

So che non era tua intenzione fare de "Il piacere" un ode al profumo, ma quei facchini che scaricavano i mobili, erano meglio di Andrea Sperelli e di tutti quelli come lui che non hanno voglia di rimboccarsi le maniche ma vogliono fare lavorare gli altri. E poi permettimi di farti osservare che la puzza di sudore io l'ho sentita emanare anche da persone che stanno sedute e non fanno fatica...è questione di acqua e sapone, non di censo o condizione sociale.
Hai scritto un capolavoro unico ma il tuo scritto eccellente è il trionfo dell'egoismo più sfrenato, del solipsismo più deleterio, della vacuità della vita e poi caro Gabriele consentimi di ricordarti  che -proprio a te che sostenevi l'idea dell'arte per l'arte-  Michelagnolo (Michelagnolo alla maniera dei fiorentini a lui coevi)  quando batteva il marmo sudava e puzzava, ma da quella fatica immane è uscito fuori il David e grondava di sudore anche Donatello con quell'altro David....
 

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Published by Caiomario - in Libri Letteratura
1 giugno 2017 4 01 /06 /giugno /2017 16:30
Ossi di seppia - Eugenio Montale

Leggere Montale svincolandosi dai residui della cultura scolastica

È  un peccato che i migliori talenti della nostra letteratura vengano affrontati durante il periodo scolastico e poi vengano dimenticati, in realtà a scuola si lambisce un autore e gli insegnanti  stretti dal programma che deve avanzare, salvo qualche rara eccezione,  non fanno nulla per suscitare un interesse che vada al di là di una preparazione da Bignami stile ultimi giorni prima dell'esame.
Esiste una differenza tra il professore e l'insegnante, il primo professa senza preoccuparsi della didattica, il secondo insegna preoccupandosi che lo studente abbia compreso e siccome tutti ( salvo rare eccezioni) si autodefiniscono professori in realtà finiscono per non essere né l'uno né l'altro.....pochi e rari sono i maestri, Montale è da collocare tra i maestri immortali eppure non fu mai professore e l'invito prima di addentrarmi nella critica dell'opera, è di abbandonare qualsiasi residuo di cultura scolastica con tutto il suo ciarpame da programma ministeriale che non serve assolutamente a nulla e finisce per condizionare anche il giudizio su un approccio alla lettura del grande poeta genovese.
Credo che siano pochi quelli  che da adulti rileggano Montale dopo il periodo scolastico, eppure la lettura delle  sue poesie può essere una  continua scoperta che provoca emozione soprattutto quando si riesce a vivere le emozioni del poeta come se fossero le proprie.



Ossi di Seppia è un libro che per stile e carattere presenta una varietà di elementi, di manifestazioni e di influssi in cui si ritrovano diverse espressioni di orientamento poetico che fanno si che l'opera possa essere definita il libro del percorso, possiamo così individuare tre grandi correnti che influiscono sia sul piano stilistico che linguistico:

  1.  quella della poesia crepuscolare ed espressionista che caratterizzò buona parte del primo Novecento letterario e che fu una tendenza innovatrice e di rottura con la tradizione e la sensibilità contemporanea ed immediatamente precedente;
  2.  quella del simbolismo che ebbe i suoi maggiori rappresentanti in Mallarmè, Rimbaud, Verlaine e Baudelaire e in Italia Pascoli e D'Annunzio;
  3.  quella del ritorno a posizioni antecedenti all'avanguardismo letterario e al classicismo poetico.

Questo percorso che porta anche ad un ritorno potrebbe apparire contradditorio (e in parte lo è) le ragioni delle apparenti contraddizioni "letterarie" stanno prima di tutto nell'impossibilità di trovare una coerenza nell'animo del poeta, poi anche nel fatto che quando venne pubblicata l'opera nel 1925 si stava assistendo ad un mutamento culturale e politico che ne influenzò il percorso stesso.


LE EDIZIONI...IL TITOLO

La prima edizione di Ossi di Seppia è del 1925 ed è un'edizione di grande valore, non solo perché è la prima ma anche perché non è quella definitiva, la possiamo definire un'opera provvisoria perché contiene le liriche scritte tra il 1921 e il 1924; nel 1928 venne pubblicata una seconda edizione che si differenzia dalla prima perché ha sei poesie in più e anche per il fatto che la struttura interna del libro viene modificata assumendo la veste che conosciamo nelle versioni odierne.
Moltissimo si è detto sul titolo scelto per la raccolta, giova conoscerne le ragioni che possiamo desumere anche dalla biografia di Montale che è stata ricostruita dettagliatamente e che aiuta a comprenderne il percorso letterario; senza dubbio la frequentazione dei luoghi del ponente ligure influì in maniera determinante nella scelta delle tematiche presenti nell'opera ed influì anche, in parte sul titolo che tuttavia non appare del tutto originale perché l'immagine marina degli ossi di seppia, come è noto, richiama quella già utilizzata da D'Annunzio nell'Alcyone, ma questa apparente non originalità è voluta, il Montale delle estati di Monterosso si confronta a distanza con il D'Annunzio delle Madrigali d'estate.
Sul significato del titolo si ripetono scolasticamente interpretazioni trite e ritrite e quella più comune fa riferimento all'osso di seppia che sbattuto sulla riva del mare si ritrova solitario e abbandonato lungo la battigia da qui il loro essere relitti, avanzi ma non tutti gli ossi di seppia arrivano sulla spiaggia, alcuni galleggiano nel mare dal quale si lasciano trasportare perchè il mare è il simbolo stesso della felicità: nell'osso di seppia che galleggia nel mare c'è tutto D'Annunzio con il suo simbolismo panico, nell'osso di seppia scagliato sulla spiaggia e abbandonato a se stesso c'è il simbolismo negativo di Montale che si caratterizza per la sua disarmonia con il mondo.
Nessuna opera poetica potrà dirsi immune dall'influenza di D'Annunzio anche quando, come nel caso di Montale, vuole procedere simmetricamente in una direzione opposta, è come se ci trovassimo ad osservare il flusso che procede su due rette parallele ma in senso contrario, tutti i punti si toccano ma ognuno procede in direzione contraria all'altro.

LA TEMATICA

E così il percorso delineato in Ossi di Seppia è un percorso che ha due fasi:

  1.  la prima è quella dell'incoscienza, dell'adesione panica alla natura in cui il soggetto vive la sua inconsapevolezza come l'osso di seppia che si lascia trasportare dal mare, sottratto al controllo razionale della coscienza, vive una situazione provvisoria di felicità.
  2.  la seconda è quella del disincanto, caratterizzata da una chiara presa di coscienza della realtà così com'è, fuori da ogni illusione, è l'età della maturità come l'osso di seppia scagliato sulla terra che diventa il luogo emblematico di tutti i limiti della condizione umana impossibilitata a ritornare indietro nella condizione di felicità preesistente e che vive come un relitto in attesa della sua fine.


Un commento di tutte le poesie richiederebbe uno spazio che, quì non sarebbe opportuno ma vale la pena ( cosa che può interessare tutti gli amanti della letteratura e in particolare della poesia) prendere a titolo esemplificativo due poesie, a parere mio emblematiche e rappresentative dell'intera opera.
La prima è Corno inglese, la seconda è una lirica senza titolo, secondo me una delle più belle poesie del Novecento letterario:
Corno inglese è una delle poesie giovanili di Montale che venne inserita in Ossi di seppia e che esprime il desiderio di un "accordo" con la natura, desiderio che rimane frustrato per l'impossibilità del cuore di accordarsi con il mondo naturale.

Il vento che stasera suona attento
-ricorda un forte scotere di lame-
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l'orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D'alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore,
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell'ora che lenta s'annera
scordato strumento cuore.


Ho riportato integralmente la poesia che fu scritta da un Montale giovanissimo e che risente fortemente del simbolismo di cui Verlaine fu maestro, il verso diventa musica come nell'espressione e il mare che scaglia a scaglia/muta colore , numerose sono le assonanze vento/attento e gli effetti ritmici il vento che nasce e muore nell'ora che lenta s'annera, ritroviamo il D'Annunzio di Alcyone con i suoi Madrigali d'estate ( che meritano un discorso a sè) , si vedano, ad esempio, questi versi della poesia L'onda che presentano una straordinaria musicalità ritmica:


Sciacqua, sciaborda
scroscia, schiocca, schianta
romba, ride, canta
accorda,discorda


La sonorità e la musicalità dei versi assomigliano a una melodia che prende corpo dallo spartito per diffondersi nello spazio, il lettore stesso ne rimane così affascinato da voler leggere a voce alta i versi....
È  interessante notare che il Montale giovane cerca una corrispondenza con il mondo naturale ma non la trova, al punto da scrivere il cuore è uno scordato strumento mentre D'Annunzio si annega nella natura che è divina (ne La Pioggia del Pineto, l'individuo si fonde con la natura fino a divenire una sola cosa); Montale abbandonerà questa ricerca delle corrisponde simboliche (negative) fra l'uomo e la natura per rintracciare le ragioni del disaccordo con la natura.
Questo mutamento di rotta appare evidente nella seconda lirica che andiamo ad esaminare:


Senza titolo
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti.
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


ciò che non siamo, ciò che non vogliamo è una frase amara, che non lascia spazio al alcuna speranza, è la negazione del valore di ogni fede positiva, ogni possibile certezza è vana: noi non siamo quello che vogliamo ma non vogliamo essere neppure quello che siamo.
Taluni ciitici hanno voluto vedere in questa frase una denuncia della situazione in cui si trovavano molti intellettuali durante gli anni in cui il fascismo andava affermandosi, non si può negare che questo influsso ci fu, ma sarebbe riduttivo fornire una chiave di lettura che voglia storicizzare le ragioni di questa espressione , depotenziando la grande portata esistenziale della poesia di Montale.
La lirica inizia con una metonimia Non chiederci la parola, al posto di discorso Montale usa "parola" ma quello che anticipa il tono sconsolato dell'intero svolgimento è il non, a chi si rivolge la lirica? Al lettore e quel non chiederci rivela l'uso del noi al posto dell'io, un uso generazionale dell'epoca che prediligeva il pluralis maiestatis.
Il poeta avverte il lettore dicendogli a chiare lettere non chiedermi niente non ho nessun messaggio positivo da darti, la meditazione è disperata, non abbiamo nessuna possibilità di esprimere noi stessi, siamo ciò che non siamo e che non volgiamo, non abbiamo nessuna possibilità di comunicare con gli altri perché c'è una muraglia che ci divide;


Ah l'uomo che se ne va sicuro
agli altri ed a se stesso l'amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro


..che significa? Non abbiamo una facile risposta, Montale è criptico ma possiamo avanzare delle interpretazioni, una potrebbe essere questa:
beato l'uomo che procede sicuro in pace con sè e con gli altri e non si preoccupa di niente, è una via da seguire, secondo Montale? Non sembrerebbe, piuttosto in questa frase c'è sia l'invidia nei confronti di coloro i quali procedono senza preoccuparsi ma anche il disprezzo e la pietà nei confronti di coloro i quali vivono senza interrogarsi di nulla.
Farsi delle domande sulla propria ombra significa domandarsi sulla propria coscienza e sulla propria identità, quando questo non avviene, ciò appare come una condizione esistenziale che non ha alcuna giustificazione.
Desolato appare il secondo avvertimento: non domandarmi lettore, formule magiche che possano spiegarti il mondo, io non ho queste formule magiche e guardati da coloro che dicono di averle, non esistono formule scientifiche, ricette, l'unica cosa che possiamo constatare nella nostra desolata solitudine è che ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Il lettore non deve avere nessuna legittima attesa perché è l'uomo (da qui la dimensione esistenziale) che è stretto dalle necessità, da un determinismo che lo schiaccia e nei confronti del quale, nulla può, qual'è dunque la strada indicata? (Il che appare una contraddizione viste le premesse)....non c'è una strada, c'è solo il comportamento del poeta che decide di resistere asceticamente al punto che nel 1926 in una nota lettera indirizzata ad Italo Svevo, Montale si definì in questo modo: "Sono un albero bruciato dallo scirocco anzi tempo" (1) una auto definizione dove prevale la disgregazione, il rinchiudersi in se stessi che è nel contempo resistenza a un male di vivere che solo in Leopardi raggiunse vette così alte: il rapporto contenente-contenuto è un esprimere attraverso la lirica il coraggio della tristezza ammettendo i propri limiti nel mondo che si contrappone alla natura servile e vigliacca della natura civilizzata.
Ed è proprio la natura civilizzata che fa da paravento ai nostri limiti e che giustifica i nostri limiti, li nasconde fornendo l'alibi a chi cerca la bussola di un perchè che non esiste e che ognuno si sforza, illusoriamente di ricercare.
Due motivi per leggere la raccolta:

  1. Il primo motivo è che con Montale assistiamo ad una rottura con il passato letterario così forte e potente che lui stesso si prefissò di torcere il collo all'eloquenza, con la lettura si apprende un linguaggio nuovo, stupendo che lo stesso Montale definì una controeloquenza (2) contrapposta alla vecchia lingua aulica.
  2. Il secondo motivo sta nel ritrovare le medesime sensazioni che possiamo provare dinanzi ad un quadro di Giorgio De Chirico o di un Carlo Carrà, ci si ritrova soli con se stessi dove lo spettacolo provoca quel naufragar m'è dolce in questo mare di leopardiana memoria.


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Note

(1) Si tratta di due espressioni che lo stesso Montale formulò nel corso di una intervista del tutto immaginaria: E. Montale, Intenzioni. Intervista immaginaria, in Sulla poesia a cura di G.Zampa, Mondadori, Milano, 1976
(2) Cfr. P.V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano,
1978, pp 523-524.  Il libro della Mondadori contiene un saggio critico di P.V Mengaldo che ha curato numerose opere di grande pregio dando dei contributi scientifici molto importanti non solo nel campo della critica letteraria ma anche anche in quello della storia della letteratura.



 

 

 

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Published by Caiomario - in Letteratura
31 maggio 2015 7 31 /05 /maggio /2015 06:30

La conobbe al vestir del color cento,

Fatto a liste ineguali ed infinite,

Ch'or la coprono, or no: che i passi e 'l vento

Le giano aprendo, ch'erano sdrucite.

I crini avea, qual oro e qual argento,

E neri e bigi, e aver pareano lite:

Altri in treccia, altri in nastro eran raccolti:

Molti alle spalle, alcuni al petto sciolti.

Di citatorie piene e di libelli,

D'esamine e di carte di procure

Avea le mani e il seno, e gran fastelli

Di chiose e di consigli e di letture;

Per cui le facultà de 'poverelli

Non sono mai nelle città sicure:

Avea dietro e dinanzi e d'ambi i lati,

Notai procuratori ed avvocati.

Ludovico Ariosto ( Orlando Furioso c.14)

_______________________________________________________________

L'Ariosto personifica la Discordia e lo fa descrivendo in modo scherzoso il codazzo di notai, procuratori ed avvocati che da sempre accompagnano le liti. C'è sempre una schiera di legulei pronti ad intervenire con chiose, consigli e letture quando sorge una lite che - osserva l'Ariosto- abbassando sempre la facoltà di discernimento dei poveracci li mette in balia dell'Azzeccagarbugli di turno.

Caiomario

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Published by Caiomario - in Letteratura
15 maggio 2015 5 15 /05 /maggio /2015 07:07

Avea piacevol viso, abito onesto

Un umil volger d'occhi, un andar grave;

Un parlar sì benigno e sì modesto,

Che parea che Gabriel dicesse: Ave.

Era brutta e deforme in tutto il resto;

Ma nascondea queste fattezze prave

Con lungo abito e largo; e sotto quello

Atossicato avea sempre il coltello.

Ludovico Ariosto (Orlando Furioso canto 14)

____________________________________________-

In questa gustosissima ottava, l'autore descrive in modo efficace la Frode dipinta come una donna dal viso piacevole, dalle parvenze oneste, dal parlare benevolo apparentemente modesto e dimesso. Dietro queste fattezze ingannatrici la Frode nasconde il coltello dell'inganno, pronto sempre a colpire i malcapitati che le si presentano davanti. L'accostamento della Frode con l'Arcangelo Gabriele costò all'Ariosto l'accusa di irriverenza verso le Sacre Scritture, ma una siffatta chiave di lettura sarebbe oggi fuori dal tempo, rimane, invece, un gustoso ed efficace quadretto satirico che, seppur espresso in tono scherzoso, lascia un senso di inquieto timore nel lettore che vi si accosta.

Caiomario

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