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11 marzo 2014 2 11 /03 /marzo /2014 12:18

 

 

 

 

 

 

 

7270024378_65f625a525.jpg"Si legge nelle antiche storie che in una città chiamata Fiorenza, e che già fu grande, maestra agli uomini di sapienza e di poesia, visse un tempo un mercante chiamato Lorenzo. I suoi avi erano discesi dal Mugello. La leggenda narra che essi erano venditori di farmachi e che dalle pillole, simbolo del loro mestiere, e dell'abilità con cui più tardi fecero inghiottire ai loro concittadini certe misure, fossero chiamati i medici.

Adottarono le pillole come insegna del loro casato, ma i Fiorentini, fieri e arguti, le chiamarono palle.

Lorenzo nacque da Piero, il Gottoso, che ebbe breve vita e minore operosità. Piero era nato da Cosimo che aveva assestato la sua posizione di privato mercante ricchissimo astuto e sapiente, a guisa di governo dei suoi concittadini.

Egli aveva fatto costruire una parte della città monumentale e commesso al nipote di fornir l'altra. Ma Lorenzo non aveva grandi attitudini al mercantato. Aveva ingegno poetico e nella sua anima capace bellezze del cielo e bellezze della terra.

 

Prediligeva Platone fra i filosofi e ne commise a Marsilio Ficinio la resurrezione della dottrina. Prediligeva fra i pittori il Botticello, Domenico Bigordi, e Filippino; fra gli architetti il venerando Michelozzo e Giuliano di San Gallo, fra gli scultori Andrea del Verrocchio, Antonio del Pollaiolo e Bertoldo conservatore del suo giardino di San Marco. Luca della Robbia e Leon Battista Alberti, ormai vecchi, gli furono assai cari. Tenne con sè Michelangiolo e gli fu padrino nel battesimo dell'arte. Agnolo Ambrogini, Luigi e Luca Pulci gli furono compagni in gloriose gare poetiche.

 

Perché Firenze era troppo piccola per tanta grandezza, spedì ai papi e al Moro, ai principi d'Este e d'Aragona il superfluo: Leonardo da Vinci, il Sansovino, i fratelli da Maiano, Luca Fancelli e il poeta Bernardo Bellincioni.

In cambio ospitò Pico, quello accolse in sè tutta la sapienza dei secoli.

Nella piccola città di Fiorenza promosse opere grandi, ma sopratutto la gaiezza di cui fu, nella poesia e nella vita, un restauratore. La corte di lui, privato cittadino, superò quella dei principi in splendore di opere e di spiriti.

L'estro spesso lo chiamava da quel curioso trono, sulla piazza, fra le comitive che cantavano i suoi canti, nelle case da signore  in cui episodi del suo straordinario spirito conviviale, si alternavano a solitudini feconde di poesia e a divinazioni politiche che lui fecero il più saggio uomo di governo del suo tempo.

 

Immeromorabile ormai è l'epoca della sua nascita e della sua opera, ma la piccola città di Forenza, vive ancora di quella gloria e l'effigie di lui è ricordata nel tempio gastronomico dei Visacci, fra le grandi stature conviviali che co, Dante, Boccaccio, Leon Battista, Michelangiolo e Leonardo seppero gustare i piacere della tavola, e, nondimeno, offrire ai posteri il tipo dell'uomo universale".

 

COSMÈ da ALMANACCO DEI VISACCI - 1939 XVII

 

 

 

Fonte Foto: http://www.flickr.com/photos/29797

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21 febbraio 2014 5 21 /02 /febbraio /2014 12:10

Foto0892.jpgGenitori baciapile, ricchi, tirchi, nobili di nascita, ignobili (pare) d'animo.

La madre (una Lisa de' Salimbeni), maligna, arcigna, mezza monaca: Angioliero (il padre), autoritario, usuraio, mezzo frate.

Cecco vien su tra digiuni, devozioni, ipocrisie, spilorcierie.

Abitano, questo e quello, in un tetro palazzo (tetro anche i nome: Torre di Pietramala) posto in fondo ad una straducola ottusa, nel centro di Siena.

Si capisce l'asfissia morale del ragazzo, prima; la ribellione del giovane, dell'uomo, dopo.

Gli danno moglie presto: brutta.

 

Quando mia donna esce la man dal letto

che sa messa ancor nel fattibello,

non ha nel mondo si laido vasello

che lungo lei non paresse in diletto.

 

 

È (come i suoceri) taccagna; per di più rissosa. E Cecco canta: 

 

Poi, quando, fui cresciuto, mi fu dato

per mia ristorazione moglie che garre

da anzi il di in fin al ciel stellato;

e il suo garrir paion mille chitarre.

 

 

Nonostante la feconda cinque volte. Ama, però nel contempo, una giovane plebea di Fontebranda, figlia di un pellaio, maritata a un avaro, prezzolata bagascia. 

Canta Cecco, la foiosa brama che ha di lei; la malinconia  (la chiama così) che lo invade per la difficoltà (è povero) di possedere la donna; la gioia, infine, tutta bestiale, d'aver raggiunto lo scopo. Canta questo fango: ma vi getta sopra se non peplo d'oro della poesia (che non è da lui) almeno il guarnello dell'arte.

Ecco il suo merito, la gloria nella sua infamia.

 

L'uomo (giocatore, gozzovigliatore, cinico, teppista, disertore, odiatore del padre e della madre, insaziabile micco, amico di sodomiti -Ciampolino, Lano, Corso di Corsano - e sodomita egli stesso), scisso dall'artista, sarebbe stat9 soltanto un complicato abbozzo criminale; ma l'artista, ponendo il proprio suggello sulle gesta del malvivente, quasi (foscamente, direi) le innalza e le trasfigura.

L'odio, per esempio, il suo lungo e basso odio contro il padre, espoìlode, alla morte di questi, in un grandioso se pur diabolico, tripudio: 

 

Non si disperin quelli dell'Inferno

po' che n'è uscito un che v'era chiavato

il quale Cecco ch'è così chiamato

che vi credea  di stare 'n sempriterno.

Ma in tal guisa è rivolto 'l quaderno

che sempre vivarò glorificato,

po' che messer Angiolier è scoiato,

che m'afrigiea di state e di verno.

 

Il Boccaccio scrisse di Cecco che "bello e costumato uomo era".

Ma ciò (specie la costumatezza) smentiscono el sue rime.

Chi,  nell'anno  domini 1937, ha inciso, finalmente sopra un pezzo di sorbo l'autentico ceffo del cantore di Bacchina è Mastro Pietro da Settimello.

E vedasi l'impronta di quel legno, e si vedrà più addentro nell'animaccia torba dell'immortale senese.

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15 febbraio 2014 6 15 /02 /febbraio /2014 06:52

Foto0881-copia-1.jpg

 

 

 

"Figlio di un cuoco e d'una castalda, seminarista, giocatore di tamburello, commesso in libreria, censore teatrale, giornalista nel Lampione e nello Scaramuccia, amico del fiasco, scapolo: una vita meschina e ridicola: e la paternità putativa di due marchesi; l'infanzia consumata tra una casa da "Acchiappa-citrulli" e un giardino con le statue di bosso e le gabbie fatte con schizzi d'acqua;  e il tubino a sghimbescio; e l'abito a quadroni da maestro d'equitazione; e i giochi di carne con le attricelle da passo sui canapè della prefettura; e la garconniere con puf e fiori di carta; e i baffi rivoltati in bocca dai quali il labbro ripompa le perline della tapioca;e i capelli riportati sulle tempie a testimonianza di mazziniana fede; e un freddurismo da capodivisione; e un congnome da immeschinire l'uomo più fiero: Lorenzini. Tali le qualità fisiche di un personaggio tra i più compiutamente metafisici di questo metafisico pànteon che è l'Italia.

Che la presenza di questi uomini straordinari vada confusa assieme con altre presenze, che il loro passaggio quaggiù non sia avvertito da nessuno, si capisce: sono uomini trasparenti, piccole colonne di luce, creature di vetro e da considerare semmai meno consistenti degli altri, come più vani e inutili".

 

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20 gennaio 2013 7 20 /01 /gennaio /2013 03:46

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7745518886_60f69b797d.jpg

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/14116506@N00/7745518886 (album di woordenaar)

 

Gabriel Garcia Marquez, scrittore e giornalista è, senza dubbio, il maggior esponente della letteratura ispano-americana e uno dei più importanti romanzieri del Novecento.
Per quanto possa apparire politicizzato, avendo appoggiato la rivoluzione castrista, in realtà Garcia Marquez segue il destino di molti intellettuali sud americani che pur non essendo marxisti non hanno potuto fare a meno di schierarsi con la parte più sensibile ai problemi politici e sociali.

Nel 1982 ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura e possiamo dire che la sua scrittura è stata la sua vita costituendo un tutt'uno inscindibile dove la finzione letteraria costituisce solo un mezzo, un appiglio per parlare della realtà che spesso è la realtà da lui vissuta in prima persona.

Molte delle informazioni su Garcia Marquez le troviamo nella sua autobiografia dove racconta che all'età di 23 anni decise di abbandonare la facoltà di giurisprudenza per dedicarsi all'attività di scrittore e in particolare alla letteratura e così ricorda questo momento cruciale quando ebbe l'approvazione indiretta della madre:

"Nè mia mamma nè io, avremmo potuto supporre che quella candida passeggiata di soli due giorni sarebbe stata così determinante per me....Adesso con più di settant'anni ben misurati, so che fu la decisione più importante che dovetti prendere in tutta la mia carriera di scrittore. E cioè, in tutta la mia vita."

Scrittore per vocazione quindi e romanziere di successo che inizia nel 1955 con il romanzo "Foglie morte" ma la consacrazione con il grande pubblico è avvenuta solo con il suo capolavoro letterario "Cent'anni di solitudine".

Per parlare del libro c'è una sezione a parte, quello che è importante rilevare in questo spazio è cio che riguarda lo stile narrativo di Garcia Marquez che ha una caratteristica sui generis, motivo forse del favore riscontrato da parte dei lettori, quella di unire al tono realistico quello fantastico-visionario.
Spesso nello stesso testo troviamo motivi di straordinario realismo descrittivo dove vengono narrate vicende drammatiche unite a racconti che hanno una dimensione fantastica e talvolta surreale.

Un'altra tecnica molto usata da Marquez è quella del ricorso alla metafora. i suoi romanzi sono ricchi di paragoni che spesso deformano i personaggi e la realtà, creando una sorta di commistione tra modo umano, animale e vegetale.

È molto importante, poi, la tecnica impiegata da Garcia Marquez per quanto concerne la narrazione dei fatti in ordine alla dimensione temporale.
Si parla a questo proposito del cosiddetto "tempo curvo" dove i fatti si snodano in maniera lineare e secondo una successione cronologica dove al prima si succede il dopo, ma a questo normale successione si intrecciano i continui riferimenti al prima e al dopo, riferimenti che proiettano il lettore in una dimensione temporale dove lo spostamento è continuo: il presente diventa passato quando lo si guarda dalla prospettiva del futuro; passato, presente e futuro, diventano quindi un unicum che danno al lettore la sensazione di trovarsi in un mondo a più dimensioni dove sogno e realtà si mischiano continuamente: l'effetto per chi legge dal punto di vista temporale è simile a quello che si prova guardando un film!

Senza dubbio Gabriel Garcia Marquez deve la sua fortuna letteraria a " Cent'anni di solitudine", ma anche i cosiddetti romanzi minori ( rispetto al suo capolavoro letterario) sono di grande spessore, in particolare segnalo "Cronaca di una morte annunciata" e "L'amore ai tempi del colera" che non solo hanno avuto un grande successo letterario, ma hanno anche avuto la loro trasposizione cinematografica che ha consentito al grande pubblico di conoscere un altro Garcia Marquez, altrettanto efficace e di straordinario impatto emotivo.

 


Un romanziere che sa fondere realismo e toni fantastici, mitici e talvolta grotteschi

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4 agosto 2012 6 04 /08 /agosto /2012 19:17

Il personaggio Moni Ovadia riesce sempre in un intento: quello di non passare inosservato e questo principalmente per due motivi: 

  • lo straordinario acume intellettuale 
  • una cultura ed un'erudizione non comune 

Da fine intellettuale qual'è Ovadia riesce a stupire ogni qual volta si ha la possibilità di ammirarne le doti non solo come autore teatrale ma anche come cantante e scopritore di curiosità musicali spesso relegate ai margini e destinate ad essere smarrite dalla memoria dei più. 

Nato a Budapest nel 1946 si trasferisce con la sua famiglia a Milano dove consegue la laurea in Scienze Politiche presso l'Università statale di Milano. 

Impregnato di cultura yiddish propria degli ebrei dell'Europa orientale, si è contraddistinto per aver iniziato una imponente opera di raccolta degli elementi costitutivi di questa particolare cultura che all'interno del mondo ebraico è stata generatrice di un patrimonio non solo religioso ma anche letterario ed artistico di grande spessore.

Proprio partendo da queste specificità, Ovadia ha dato il meglio di sè rivelando un interesse non solo culturale ma anche da autentico studioso antropologicamente orientato a ricostruire con pazienza certosina tutti gli elementi strutturali affrontando anche la lettura dei testi dal punto di vista demologico facendo subentrare alla rappresentatività puramente letteraria quella socio-culturale. 

Quindi questo studio delle proprie origini familiari e culturali non è stata solo una ricerca della propria memoria con l'intento di affermare il principio che questi elementi siano più validi e più belli ma con l'obiettivo ( a parere mio riuscito) di rappresentare una particolare e specifica condizione culturale. 

Proprio questa operazione, intellettualmente molto raffinata, ha consentito a Moni Ovadia di dialogare con il mondo non ebraico e di evitare qualsiasi celebrazione autoreferenziale che avrebbe potuto relegarlo all'interno di un gruppo etnico con il rischio di non avere alcuna possibilità di comunicazione se non con chi facesse parte di quella particolare cultura. 

Ogni formazione culturale vive una sua sorta di vita quando dura più o meno nel tempo, cominciando ad esistere e propagandosi nel tempo, fisicamente nello spazio e cessa quando muoiono gli usi praticati dagli individui, solo raccogliendo gli elementi culturali si riesce a farli circolare impedendone la dispersione al di là del fatto che questo avvenga all'interno di gruppi culturalmente omogenei. 

La pregevolissima opera di Ovadia quindi si è manifestata sia nel campo musicale con il gruppo Ensemble Havadia dove sono stati raccolti tutti quegli elementi della tradizione orale o che erano parzialmente scritti e che hanno permesso di fare conoscere un repertorio di musica etnica di straordinario interesse culturale. 

Di notevole interesse è l'attività nel campo teatrale, dove Ovadia ha dato il meglio di se non solo come autore dei testi ma come interprete unico e straordinario: basti pensare allo spettacolo Oylem Goylem dove vengono cantati testi musicali della tradizione klezmer che è un genere musicale molto particolare dove è presente una commistione di melodie yddish, polacche, russe e comunque riconducibili ad un'area geografica ben delimitata che è quella dell'Europa Orientale. 

Numerosi sono i testi scritti da Ovadia che ha dato alle stampe libri di grande successo come ad esempio "Oylem Goylem" che riprende il contenuto della rappresnetazione teatrale, dandogli forma scritta e permettendone una consultazione più meditata. 


Tutte le annotazioni riportate hanno evitato di riportare quanto è già scritto presso altre fonti, l'elenco dei libri pubblicati e del materiale pubblicato (DVD etc...) è reperibile presso il sito ufficiale dell'artista, ritenendo perfettamente inutile fare un elenco che già altri egregiamente hanno fatto, pensando, invece che possa essere un contributo valido quello che nasce esclusivamente dalla propria esperienza e dalle proprie riflessioni.

 

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Fonte immagine: http://farm2.static.flickr.com/1022/577193429_d3b90324ee.jpg

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25 luglio 2012 3 25 /07 /luglio /2012 15:39

 

Benito Jacovitti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN GENERE DI FUMETTO CHE SI E' PERSO 

Si leggono in giro numerose opinioni sui fumetti di "ultima generazione", spesso di scuola giapponese, un genere intorno al quale ho spesso tentato un approccio non semplicemente da lettore distratto e pur apprezzandone la straordinaria plasticità, non riesco ad appassionarmi in modo particolar non  tanto per l'assenza di una trama interessante quanto per l'assoluta assenza di humor; anche il genere di avventura che l'editore Sergio Bonelli ha da sempre trattato con le sue straordinarie pubblicazioni è ricco di esempi di storie di personaggi che riescono sempre a strapparci un sorriso e a coinvolgerci emotivamente, anche qui l'elenco è lungo ma fra vanno senz'altro citati Tex e Zagor. 

  • Oltre alla trama, ai personaggi c'è l'aspetto che ritengo fondamentale per gli estimatori del fumetto e che è costituito dal disegno, i disegnatori di tavole per fumetti non appartengono a un genere minore di arte, sono artisti a tutto tondo che non solo sanno disegnare possedendo la tecnica ma hanno il tratto disitintivo dell'originalità, un tratto inconfondibile che è costituito dallo stile inconfondibile ed unico di quell'artista e che ne permette l'immediata identificazione. 

L'occhio dell'appassionato sa riconoscere un disegno di Tex creato dall'immenso Galep (Aurelio Galleppini) o quello di Hugo Pratt o di Crepax ( solo per citare alcuni dei maggiori autori del fumetto italiano) e Jacovitti appartiene, senza dubbio, a quella categoria di disegnatori che gli appassionati sanno riconoscere immediatamente con una caratteristica aggiuntiva: i dialoghi dai contenuti surreali, le battute salaci e mai volgari, un "marchio di fabbrica" difficilmente riproducibile e imitabile anche dal più abile dei copiatori. 

  • Benito Jacovitti iniziò, sedicenne, la sua carriera di disegnatore esordendo su una delle riviste storiche del fumetto italiano "Il Vittorioso", un fumetto autarchico che nasceva in un periodo di grande fermento per ciò che concerne i fumetti al livello mondiale, se Disney era già affermato con il suo Topolino, in Italia rispondevamo con Pippo (un altro Pippo), Pertica e Palla e già in questi disegni giovanili era possibile vedere una creatività e una fantasia che ne caratterizzeranno anche la successiva produzione. 

Solo alla fine degli anni '50 (1957), Jacovitti creerà quel personaggio che l'ha reso celebre, Cocco Bill: ho un ricordo personale a proposito, la mia conoscenza con il mondo di Jacovitti è avvenuto grazie ai famosi diari scolastici che negli anni '70 erano molto in voga tra gli scolari e gli studenti, aspettavo settembre per acquistare il nuovo diario con nuove storie e nuovi disegni, di quei diari ne conservo ancora cinque, uno per ogni anno, lì incominciai ad apprezzare Jacovitti, solo successivamente alla parte estetica meno consapevole ho aggiunto quella documentale che mi ha permesso di apprezzarne anche le doti di disegnatore unico, capace e abile. 

  • Proprio su questo aspetto vorrei soffermarmi, quando leggiamo e guardiamo un fumetto, ci troviamo dinanzi alla parte cosiddetta tipografica, cioè alla realizzazione finale, fatta in serie, alla versione stampata di un disegno, manca totalmente la possibilità di apprezzare la parte creativa dell'autore, cioè il momento in cui il disegnatore realizza il disegno che è unico e costituisce la parte artistica dell'opera, questi due tempi costituiti dalla parte realizzativa-creativa e da quella stampata-tipografica sono i tempi del fumetto che è un disegno riprodotto in serie, se possiamo fare un esempio nel campo dell'arte una cosa è il disegno originale, una cosa è la litografia. 


Nel fumetto le storie sono narrate in sequenze che possono essere paragonate ai capitoli di un romanzo e nel fumetto, in particolare,la sequenza è costituita da vignette e di solito le vignette sono montate in strisce ( difatti i primi fumetti venivano pubblicati nelle famose "strisce" e gli albi successivi non sono altro che un insieme di più strisce disposte su più piani). 

Jacovitti non poteva sottrarsi al modo in cui viene costruito un fumetto ma lo faceva con l'abilità del grande disegnatore che usa una delle tecniche più difficili: non usava la matita ma disegnava direttamente ad inchiostro, ciò significa che non ripassava sul disegno, non correggeva. 
Solo un grandissimo disegnatore era in grado di poter fare questo e queste abilità naturali di Jacovitti sono il motivo del suo modo di fare disegno, possiamo quindi nella specificità analizzarne alcune caratteristiche: 

  • L'uso della prospettiva su più piani, campi lunghissimi con inquadrature che illustrano vasti panorami e che nella sua profondità si estende fino all'orizzonte. 

 

  • Campi lunghi con un'attenzione particolare all'ambiente. 

 

  • Campi medi dove le vignette non solo illustrano l'ambiente ma lo spazio è animato da numerose figure che occupano più di un terzo della scena. 

 

  • Figure intere rappresentate dalla testa ai piedi, figure espressive usate soprattutto per presentare un personaggio. 
  • Dettagli: è forsel'aspetto più evidente delle vignette di Jacovitti, alcuni particolari vengono inquadrati da distanza molto ravvicinata, sono ingranditi, oggetti, anche di dimensioni modeste diventano protagoniste, il particolare è curato, ogni spazio è occupato. 


La cosa più saggia per apprezzare un disegno è guardarlo e quando si parla di Jacovitti è meglio usare la parola disegno rispetto a quella fumetto perchè Benito Jacovitti è stato prima di tutto uno straordinario artista e illustratore e poi anche...un vignettista, non dimentichiamolo prima di abbandonarci alle suggestioni asiatiche. 

 

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http://farm3.static.flickr.com/2617/4098526171_6dd3ea8eaa.jpg

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