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25 luglio 2014 5 25 /07 /luglio /2014 15:44

La teoria dell'uomo viene esposta da Aristotele nel più vasto ambito della fisica che comprende tutta la realtà mobile e sensibile. La struttura dell'uomo rientra nella struttura delle cose della natura e in particolare degli esseri viventi che sono tutti dotati di anima che va intesa nella accezione di forma, tutti gli esseri viventi sono quindi provvisti di un corpo (materia) e da un principio vitale (anima) che è forma prima del corpo organico. Per Aristotele l'anima è la sostanza che forma il corpo ma a differenza di quanto sostiene Platone, non vi è alcuna preesistenza dell'anima ma unità inscindibile con il corpo. L'uomo come ogni altro essere vivente ha le seguneti funzioni vegetative:

  • nutrizione;
  • accrescimento;
  • riproduzione.

L'uomo -insegna Aristototele- è dotato di sensi esterni e sensi interni, i primi sono dotati di un organo esterno che permette di percepire la realtà corporea (vista, udito, gusto, odorato, tatto). I secondi consentono di percepire gli oggetti secondo il punto di vista della memoria, della fantasia e del senso comune che permette a sua volta di fare una sintesi delle percezioni. Inoltre l'uomo mediante la percezione estimativa è in grado di valutare ciò che è nocivo o utile.

Aristotele introduce poi una ulteriore distinzione per quanto riguarda gli oggetti sensibili che sono raggruppabili in due classi fondamentali: gli oggetti sensibili per se che sono percepibili per le loro caratteristiche e oggetti sensibili per accidens che sono connessi agli oggetti sensibili per se. Gli oggetti sensibili per se sono a loro volta di due specie: gli oggetti sensibili per un solo senso e quelli comuni a più sensi.

L'epistemologia aristotelica è strettamente connessa alla spiegazione che egli dà della struttura ilemorfica dell'uomo che conosce se stesso così come è (anima e corpo) e conosce la natura nel modo in cui è fatta (forma e materia). L'uomo conosce se stesso e le realtà sensibili impegnando anima e corpo pertanto il conoscere è nel contempo attività intellettiva e sensibile. L'essere umano essendo un essere intellettivo rappresenta universalmente le cose mediante le idee ma le idee o concetti non potrebbero esistere senza i sensi. La conoscenza è quindi legata al mondo sensibile e può attuarsi nell'ambito delle cose che lo costituiscono, l'uomo non conosce prima di esistere nel mondo sensibile come sosteneva Platone ma dipende dalle cose.

L'intelletto umano davanti alle cose è passivo ossia è intelletto in potenza, l'intelletto umano parte dal senso ed elabora i dati del senso, non esiste conoscenza intellegibile fuori dal sensibile. Tuttavia Aristotele fa entrare dalla finiestra quello che fa uscire dalla porta quando parla dell'intelletto agente che egli definisce immortale ed incorruttibile. Aristotele parlando di intelletto agente indipendente dalla sfera della realtà sensibile sembrerebbe ritornare sui suoi passi riprendendo la teoria dell'immortalità dell'anima sostenuta da Platone, tuttavia gli storici della filosofia non hanno potuto dare una interpretazione univoca sulla teoria dell'intelletto agente in quanto lo stesso Aristotele su questo punto fece un'esposizione incerta che ha finito per generare molti equivoci che lasciano la questione tutt'ora aperta.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele
6 luglio 2014 7 06 /07 /luglio /2014 09:37

Quando la vulgata manualistica ha la pretesa di collocare il pensiero di Aristotele nel solo ambito filosofico riducendone la portata alle soluzioni di questo o quel problema, cade nell'errore di non trasmettere l'importanza di Aristotele nella storia delle discipline scientifiche. Saremmo ingenui o parziali nell'attribuire ad Aristotele ciò che lui non sostenne mai e per quanto possa oggi fare sorridere la sua concezione fisico-astronomica geocentrica, bisogna tenere presente che il livello tecnologico dell'epoca in cui visse Aristotele era inesistente e che l'unica "base" di riflessione era l'osservazione laddove l'occhio umano era in grado di arrivare.

Ciò premesso bisogna aggiungere che nella visione unitaria aristotelica l'universo è qualcosa di statico e non in continuo movimento come le cose sensibili del mondo, l'universo ha un limite che è costituito dalle stelle fisse e al suo centro vi è la Terra immobile costituita dalle quattro essenze empedoclee che sono costitutive dei corpi corruttibili. I corpi corruttibili hanno come caratteristica comune il movimento rettilineo verso il luogo naturale che per i corpi pesanti (terra e acqua) è il basso mentre per i corpi leggeri (aria e fuoco) è l'alto.

Il cielo è invece costituito da una sostanza speciale e non corruttibile: la quinta essenza il cui movimento continuo è perfetto, sempre eguale e circolare. In questa opposizione tra mondo e universo Aristotele si richiama al dualismo platonico e alla teoria espressa da un discepolo del genio di Atene, quel Eudosso di Cnido che aveva teorizzato l'esistenza di sfere concentriche alla Terra dove si troverebbero infisse gli astri celesti. La difficoltà di spiegare le differenti rotazioni del Sole e dei pianeti Eudosso ipotizzò l'esistenza di un movimento composto per ciascun pianeta e per il Sole dalla rotazione di più sfere. Detta rotazione sarebbe di due tipi: la rotazione deferente che è all'origine di una rotazione regolare e quelle reagenti o revolventi che sono la causa dell'alterazione della rotazione deferente ruotando in un altro asse con diverse velocità e in diverse direzioni. Secondo Eudosso il numero di queste sfere sarebbe di 26 mentre per Aristotele il numero ipotizzato sarebbe di 55.

Al di là del fatto ovvio e scontato che oggi tali teorie rappresentano sul piano conoscitivo una semplice curiosità, è da tenere nella giusta importanza invece un altro aspetto dell'aristotelismo che si presenta non come una metafisica fine a se stessa ma come una riflessione che si rivolge alla natura spiegandone il funzionamento e le finalità. In questo senso Aristotele è sempre attuale e la sua eredità più che nel contenuto delle sue teorie, sta nell'avere indicato un metodo di ricerca basato sull'osservazione dei fenomeni della natura, un metodo che non può prescindere dallo strumento di indagine che presiede ogni lavoro scientifico: la logica.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele
29 giugno 2014 7 29 /06 /giugno /2014 17:47

Nella filosofia di Aristotele, come abbiamo già visto, la fisica è strettamente connessa alla metafisica: tutto ciò che accade nel mondo sensibile è soggetto al divenire attraverso lo spazio e il tempo e ogni passaggio può essere qualitativo, quantitativo e locale. La natura nel suo incessante sviluppo tende al fine supremo che è il Motore immobile, Dio. Se Dio è pienezza assoluta dove non c'è mancanza o difetto, la natura oltre ad essere il complesso delle cose sensibili è anche il principio di azione che muove ogni cosa costituendo nel contempo la determinazione della forma che è principio di attività ed unità. Una volta che è stato stabilito che tutta la natura è in continuo movimento, Aristotele si trova ad affrontare Il problema di individuare le condizioni che consentono il movimento. Aristotele osservando i corpi in movimento individua quattro tipi di movimento:

  • la generazione la corruzione;
  • il mutamento;
  • l'accrescimento e la diminuzione;
  • la traslazione.

Ogni movimento avviene nello spazio che per Aristotele è la somma dei luoghi o ciò che circonda in superficie i corpi che sono destinati a stare nel loro luogo naturale in relazione alla loro natura e alla loro conformazione; ad esempio il luogo naturale di una cosa pesante è il suolo, una pietra lanciata viene sostenuta per un tempo brevissimo dall'aria che è anch'essa corpo per poi ricadere per terra ossia nel suo luogo naturale. Ogni corpo quindi si muove grazie ad un altro corpo pertanto per Aristotele è inconcepibile il vuoto in quanto se fosse presente come invece sosteneva Democrito, impedirebbe il movimento dei corpi. Se lo spazio è la somma dei luoghi dove avviene il movimento, il tempo è una realtà strettamente connessa al divenire dove vi è un prima e un dopo.

Nella fisica aristotelica rientrano poi l'astronomia e lo studio degli esseri viventi, ambiti disciplinari che oggi sono oggi propri di scienze a sè stanti rispetto alla filosofia così come viene concepita nel mondo moderno; per Aristotele invece, la filosofia era essenzialmente ricerca sistematica finalizzata alla soluzione dei problemi. Questo è il motivo per cui diversi storici della filosofia hanno osservato che il pensiero di Aristotele è caratterizzato dall'apodissi ossia dalla ricerca di una soluzione ad un determinato problema finalizzata all'affermazione di una tesi sostenuta dalla dimostrazione

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Published by Caiomario - in Filosofi: Aristotele
23 giugno 2014 1 23 /06 /giugno /2014 10:30

Come si è visto, il divenire della natura nella dottrina aristotelica impone la struttura di atto e potenza, si sostanza e accidente; questa concezione viene spiegata con il principio di causalità in base al quale ogni cosa soggetta al divenire è mossa da una causa-atto al cui vertice vi è una Causa-Atto senza la quale non sarebbe possibile alcun movimento. La concezione fisica in Aristotele è propedeutica alla concezione teologica e non si può capire una facendo a meno dell'altra. La Causa-Atto viene chiamata Motore Immobile, motore perchè è causa del moto e immobile in quanto non è soggetto al divenire, si tratta di un atto senza potenza la cui perfezione consiste nell'assoluta mancanza di materia, il Motore Immobile è Atto Puro sempre eguale a se stesso e perciò eterno. La teologia cristiana si è rifatta per secoli alla dottrina insegnata da Aristotele ritenendo che il filosofo di Stagìra fosse stato un anticipatore del monoteismo cristiano, tuttavia è bene precisare che il Dio di Aristotele è quanto di più lontano possa esserci dalla concezione del Verbo che si è fatto carne. Per Aristotele Dio è pensiero di pensiero ossia pensa sè come pensiero e non ha nessun contatto con la natura che tende verso Dio. A questo punto si possono cogliere meglio le differenze tra il Dio aristotelico e quello del giudaismo e del Nuovo Testamento: il Dio aristotelico non solo non ha nessun contatto con il mondo ma non lo conosce neppure in quanto scenderebbe al livello della natura avvilendosi, inoltre Dio non ama nè crea ma è Forma perfetta a cui tutto tende. I Padri della Chiesa che ben conoscevano il pensiero di Aristotele si erano opposti sin da subito alle sua dottina essendo pienamente consapevoli dell'inconciliabilità della teoria del Motore Immobile con quella squisitamente cristiana di Dio che si è fatto carne diventando uomo tra gli uomini; Tommaso d'Aquino in età medievale utilizzerà le categorie aristoteliche di potenza e atto per spiegare l'esistenza di Dio che come primo motore muove il mondo finito ed è principio di movimento.Come si può vedere da queste brevi note la concezione di Dio come primo motore espressa da Tommaso d'Aquino ha delle analogie con quella del Motore Immobile di Aristotele, ma si tratta appunto di analogie terminologiche in quanto era impossibile per Aristotele concepire un Dio che provvede al divenire come invece riteneva l'Aquinate.

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20 giugno 2014 5 20 /06 /giugno /2014 14:47

Abbiamo trattato in precedenza dei gradi del filosofare e di come la metafisica sia la scineza o dottina dell'ente in quanto ente; nel pensiero di Aristotele la metafisica è la filosofia fondamentale in quanto fornisce le basi fondamentali della dottrina filosofica. I princìpi della metafisica che per il filosofo di Stagira costituiscono i princìpi o gli assiomi di ogni sapere sono i seguenti:

  1. Il principio di contraddizione in base al quale una cosa è impossibile che sia e non sia « secondo lo stesso rispetto» ossia secondo lo stesso punto di vista. Di due affermazioni che si contraddicono, una di esse deve essere necessariamente falsa. Si ricollega al principio di contraddizione il principio di identità e il principio del terzo escluso in base al quale oltre all'essere e non essere non può esistere un medio ossia, diremmo con il linguaggio comune, un qualcosa che sia una via di mezzo tra essere e non essere. Ciò è così evidente che non necessità, insegna Aristotele, di alcuna dimostrazione nè può essere dimostrato. Il principio di contraddizione è ciò che permette l'esistenza del linguaggio senza di esso non si può nè dialogare nè formare il pensiero. Chi nega il principio di contraddizione non distinguendo più il vero dal falso riduce ad una sola cosa entrambi.
  2. Il principio di causalità in base al quale «ogni cosa in movimento esige la causa del suo movimento» in altre parole una cosa in movimento si trova in uno stato di potenza ossia di passaggio all'atto quindi un ente in potenza richiede necessariamente l'ente in atto.
  3. Il principio di finalità: se il passaggio dalla potenza all'atto è connaturale a tutte le cose sensibile questo è dovuto alla privazione della forma che cerca di conquistare. Ogni cosa quindi tende a raggiungere la sua forma perfetta quindi per Aristotele la legge suprema che regola il mondo sensibile è il finalismo (o teleologia); tutto ciò che esiste nel mondo è diretto ad un fine, questo fine è la perfezione dove non c'è alcuna privazione ma pienezza o Atto puro cioè Dio.

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18 giugno 2014 3 18 /06 /giugno /2014 05:18

Per Aristotele caratteristica della sostanza intesa come realtà concreta è il divenire che si manifesta non solo negli accidenti ma anche nella stessa sostanza. Il divenire o movimento per Aristotele è il passaggio da una condizione ad un'altra, la realtà sensibile è soggetta a un continuo divenire, tuttavia questo divenire esclude il passaggio dal nulla all'essere, ma va intesa come l'assunzione da parte di un sostrato indeterminato (la materia) di varie determinazioni. Aristotele distingue due tipi di materia: la materia prima o sostrato indeterminato e il corpo o concreto corporeo che è un composto (sinolo) di materia e froma. La determinazione della materia viene detta da Aristotele forma sostanziale (o forma prima) che non va confusa con gli accidenti o forme secondarie. La materia prima e la forma sostanziale sono i principi basilari della realtà corporea, da qui il nome di ilemorfismo con cui viene indicata la dottrina arisotelica della fisica. Il passaggio della materia alle varie forme è spiegabile con un terzo principio denominato stèresi o privazione, in base a questo principio la materia prima avente una forma, si trova in uno stato permanente di tensione che permette il passaggio ad un'altra forma di cui la sostanza ne è priva. Ad esempio se noi prendiamo in considerazione una statua fatta di marmo, il marmo (composto di materia e forma) e la materia da cui nasce una statua che assume una forma che in precedenza non aveva (in questo senso Aristotele parla di privazione). Il concreto della natura è quindi un composto (sinolo) di materia e di forma in continua trasformazione, trasformazione che avviene a causa della stèresi (o privazione). La teoria ilemorfica espressa da Aristotele non può essere intesa come una spiegazione scientifica della realtà corporea in senso moderno, ma come una teoria che sul piano strettamene filosofico si propone di superare le contraddizioni emerse nell'eleatismo e in particolare in Parmenide che sosteneva l'univocità dell'essere e del non-essere. A completamento della teoria della materia, della forma e della privazione Aristotele individua quattro cause che spiegano come avviene il divenire nella realtà concreta:

  • la causa materiale (id ex quo);
  • la causa formale (id quo);
  • la causa efficiente id a quo);
  • la causa finale (id cuius gratia o id propter quod).

Ritornando all'esempio della statua di marmo, la causa formale è la forma assunta dal marmo (che costituisce la causa materiale), la causa efficiente è lo scultore e la causa finale è lo scopo per cui lo scultore fa la statua.

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17 giugno 2014 2 17 /06 /giugno /2014 12:38
Aristotele: le categorie

Aristotele elabora la dottrina delle categorie partendo dalla distinzione di sostanza e accidente, abbiamo visto che la sostanza è ciò che è in sè e per sè, in altre parole sostanza è il concreto è ciò che ha una propria consistenza mentre l'accidente è un predicato del concreto, predicato che esiste sempre in funzione della sostanza. Aristotele elenca poi dieci categorie che valgono tanto nella metafisica come nella logica. Nella metafisica le categorie sono modi di essere della sostanza, nella logica sono classi generali di predicati. I termini che non hanno alcuna connessione con altri termini esprimono:

  • una sostanza;
  • una quantità;
  • una qualità;
  • una relazione;
  • un luogo;
  • un tempo;
  • l'essere in una situazione;
  • un avere;
  • un agire;
  • un patire (nel senso di subire).

ARISTOTELE SPIEGA

Aristotele segue un criterio logico molto rigoroso per rendere chiaro ciò che sostiene, facendo sempre ricorso a numerosi esempi concreti; a proposito delle categorie scrive:

«sostanza è, ad esempio, uomo, cavallo; quantità è lunghezza di due cubiti, lunghezza di tre cubiti, qualità è bianco, grammatico; relazione è doppio, maggiore; luogo è nel Liceo, in piazza, tempo è ieri, l'anno scorso; essere in una situazione è si trova disteso, avere è porta le scarpe, è armato; agire è tagliare, bruciare; patire è venir tagliato, venire bruciato » (1)

Ciascun termine preso da solo -insegna Aristotele- non costituisce un'affermazione che si ha solo quando i termini si connettono l'uno all'altro. Un'affermazione può essere vera o falsa mentre ciascun termine preso da solo senza relazione è vero oppure falso.

____________________________________________________________

(1) Da Aristotele, Organon, trad. it. di G.Colli, Laterza, Bari 1970

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16 giugno 2014 1 16 /06 /giugno /2014 10:59
Aristotele: Omonimi, Sinonimi, Paronimi

Aristotele elencò dieci categorie sulle quali diede una dettagliata spiegazione nell'Oganon, una delle sue opere più importanti nelle quali si prefisse di fornire gli strumenti che rendono attuabili dei ragionamenti corretti. È importante precisare che la dottrina delle classificazioni generali elencate da Aristotele vale tanto per la logica che per la metafisica. Secondo i canoni che devono regolare la costruzione del discorso, Aristotele distingue:

  • gli Omonimi ossia quegli oggetti che hanno in comune il nome ma non i discorsi definitori;
  • i Sinonimi cioè quegli oggetti che hanno in comune il nome e i medesimi discorsi definitori;
  • i Paronimi vale a dire quegli oggetti che traggono la loro definizione da un certo nome, costituendo in tal modo delle differenti flessioni.

Per quanto riguarda la definizione di paronimi in senso aristotelico va precisato che lo stesso Aristotele ne puntualizzò il significato spiegando che ad esempio il termine grammatico trae la sua designazione dalla grammatica, così come il coraggioso da coraggio. Esiste quindi una connessione strettissima e necessaria tra il termine principale e quelli derivati che non mutano la radice del vocabolo originante.

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15 giugno 2014 7 15 /06 /giugno /2014 07:54
Aristotele: La sostanza e l'accidente

ARISTOTELE

Posto che per Aristotele vi sono diverse accezioni del termine ente (analogia), egli spiega che la molteplicità della natura e del divenire si manifesta in due altri modi: la sostanza e l'accidente,

La sostanza è una categoria dell'ente, ha una propria consistenza e sussistenza ed esiste in sè e per sè; ciò significa che mentre tutte le altre categorie dell'ente sono in relazione alla sostanza. Aristotele fa poi un'altra distinzione: la sostanza prima che si riferisce al concreto e la sostanza seconda con la quale denomina il concetto che noi abbiamo di una determinata sostanza prima. Aristotele specifica che per sostanze seconde si indicano «le specie cui sono immanenti le sostanze che si dicono prime ed oltre alle specie, i generi di queste». Un determinato uomo è immanente ad una specie, ossia alla nozione di uomo ma nello stesso tempo la specie è immaniente al genere di tale specie, la nozione di animale. La sostanza prima è quindi quel determinato uomo e la nozione di uomo e di nomale sono le sostanze seconde.

Se la sostanza esiste di per sè, l'accidente è una determinazione che noi attirbuiamo alla sostanza prima e che esiste in rapporto ad essa. Il concreto è quindi formato da sostanza ed accidente, per indicare questo complesso Aristotele usa il termine sinolo (dal greco σύνολον che indica il "tutto insieme"). In altre parole l'accidente sta alla sostanza come l'atto sta alla potenza.

I modi generali dell'essere -insegna Aristotele- sono diversi: la sostanza è un modo di essere che è tale in sè e per sè , l'accidente è un modo di essere che è in relazione all'altro.

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14 giugno 2014 6 14 /06 /giugno /2014 10:20

ARISTOTELE

 

Gli elementi fondamentali della scienza dell'ente in quanto ente sono due:

  • il divenire è il carattere peculiare della natura e l'oggetto del sapere;
  • l'ente può avere diverse accezioni e il movimento o divenire non è altro che un passaggio dall'ente all'ente, per Aristotele detto passaggio non può mai avvenire dal non-ente all'ente.

Nella natura pertanto tutto ciò che esiste è ente che può manifestarsi in due condizioni fondamentali:

  1. Nello stato di determinazione ossia l'atto;
  2. Nello stato di indeterminazione ossia la potenza.

Ad esempio il seme di un frutto non è pianta ma non per questo non è non-ente, è esso stesso ente che si trova in stato di inderminazione (potenza) prima di passare allo stato determinato (atto).

Il divenire aristotelico va quindi inteso come un passaggio dalla potenza all'atto, ogni potenza contiene l'atto impiicitamente o in altre parole l'atto è una esplicitazione della potenza.

Chi è privo di potenza -insegna Aristotele- è impossibile, ciò che non è generato non potrà essere generato e quindi non potrà mai divenire, tutto ciò che non ha la potenza di esistere è impossibile nel senso che non potrà mai divenire e passare dallo stato di potenza a quello dell'atto.

Aristotele quando spiega il significato di potenza rivolge la sua critica ai Megarici per i quali la potenza esiste solo quando c'è l'atto e per mettere in evidenza l'assurdità della loro teoria scrive:

« Ci sono alcuni (ad esempio i Megarici), i quali sostengono che c'è potenza solo quando c'è atto, e che, quando non c'è atto, non c'è neppure potenza: così, ad esempio, chi non sta costruendo non avrebbe, a parer loro neppure la potenza di costruire, ma sarebbe in possesso di tale potenza solo colui che sta costruendo, nel momento in cui egli sta costruendo: e ciò varrebbe anche per le altre cose. Ma non è difficile vedere in quali assurde conseguenze costoro vanno a cadere. A parer loro è evidente che non ci sarà neppure un costruttore, qualora questi non stia costruendo (in realtà, però, l'essenza di costruttore non è altro se non l'esser.capace-di-costruire) e così anche per le altre arti. Poichè pertanto, è impossibile possedere queste varie arti senza averle imparate in un dato momento e senza averle acquisite, e poiché è impossibile non possederle più senza averle perdute in un dato momento (magari per dimenticanza o per malattia o per il passare del tempo, ma non certamente perché sia andato distrutto l'oggetto dell'arte, giacchè questo è eterno), allora se si ammette che uno, quando interrompa l'esercizio della sua arte, non avrà più in suo potere quest'arte, noi, vedendo che egli si è poi messo nuovamente a costruire, ci chiediamo “come mai egli ha un'altra volta acquisito il possesso dell'arte?”».

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