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26 febbraio 2019 2 26 /02 /febbraio /2019 06:20
Malombra - Antonio Fogazzaro

FOGAZZARO TRA SCAPIGLIATURA E NARRATIVA DECADENTE

Per chi ama la letteratura decadente "Il piacere" di Gabriele D'Annunzio rappresenta l'inizio non solo di un genere, ma anche il metro di misura di un modus vivendi che nel tardo Ottocento era molto diffuso nella classe borghese altolocata: essere decadenti significava cedere al fascino dell'eroe negativo che era la massima espressione dell'individualismo di cui il l'ideologia del superuomo di D'Annunzio ben rappresentava il modello da seguire anche dal punto di vista letterario.
Ci sono radici storiche e radici teoriche alla base del Decadentismo non è mai esistita però una  sua elaborazione teorica. Quello che si sviluppò tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento non fu tanto una filosofia ma una cultura in cui arte, letteratura e poesia e modo di vivere entrarono in corrispondenza tra di loro in un processo di contaminazione e di volgarizzazione i cui esiti a volte furono sorprendenti . Non sono mai esistiti i teorici del Decadentismo ma varie forme  vissute di decadenza dove, coloro i quali le praticavano, sembravano avere quasi programmato  la loro vita istante dopo istante al di sopra dell'umano trascorrere l'esistenza ordinaria della maggior parte degli individui.

Se D'Annunzio è stato senza dubbio il maggiore rappresentante di questo tipo di narrativa ( e di questo modo di vivere) non sono mancati altri esponenti di rilievo che in un certo qual modo possiamo fare rientrare in questo genere letterario tra cui non si possono non menzionare Grazia Deledda e Antonio Fogazzaro, del quale nel 2011 è ricorso il centenario della morte.
Tipica del Decadentismo è la ricerca spasmodica dello stile, la sensualità portata alle sue estreme conseguenze, l'esaltazione dell'irrazionalità tanto che per connotare al meglio gli scrittori e i poeti che seguivano questa tendenza, Fogazzaro parlò anche di poeti spiritualisti i quali esaltavano lo spirito e la sua superiorità sulla materia, questa è, forse, l'unica eccezione teorica che fissa alcuni punti da seguire e a cui lo stesso Fogazzaro si attenne rivelando un eclettismo culturale che avrebbe potuto rivaleggiare anche con quello di D'Annunzio.

TRA SPIRITUALISMO E SENSUALITÀ

Potrebbe sembrare una contraddizione il fatto che da una parte si esaltasse così tanto lo spiritualismo al punto che Fogazzaro in un celebre articolo (1) parlò di compito dei poeti spiritualisti e dall'altra parte si ponesse al centro dei motivi narrativi, il tema della tentazione sensuale.
Ma tale contraddizione è solo apparente: l'eros in Fogazzaro è la parte oscura che crea turbamento sollecitato nelle ore notturne dalla voce di una donna, da una foto, da gesti allusivi tra il detto e non detto, sono le donne che provocano questa sensualità, le donne dell'epoca: figure snelle, alte, bionde, coi capelli raccolti, con occhi arditi nel fondo ma è anche la sensualità provocata dalle camerierine con mani non bianche, ma piccole e sottili.

Celebre è, ad esempio, l'episodio descritto in "Piccolo mondo moderno"  che riguarda la cameriera toscana e il protagonista Piero Maironi che per resistere alla tentazione della ragazza che era entrata nella sua stanza per sedurlo, preferisce bruciarsi il braccio con la fiamma della candela (per resistere alla tentazione).
Negli intendimenti di Fogazzaro c'era quindi il proposito di esaltare i lati spirituali dell'amore trasfigurando la materia in una potenza sempre maggiore dello spirito , proposito che esplicita con queste parole: quando noi, descrivendo l'amore, vi rappresentiamo non quel falso immaginario fantasma d'amore che non avrebbe potere alcuno sui sensi, non quella febbre del solo istinto che avvilisce lo spirito, ma quell'amore che aspira di sua natura a congiungere due esseri in uno solo, e pure taciamo non direi, la parte materiale , che non è possibile, ma la parte puramente animale e fisiologica per descriverne invece quelle sensazioni delicate e squisite che solo all'uomo innamorato appartengono, per esaltare la passione delle anime, vi è allora chi ne giudica timide coscienze, intelletti incapaci d'intendere la bellezza e la gloria della vita, di tutto che propaga la vita. (2)
L'istinto sessuale quindi è e deve essere per gli umani cosa ben diversa -secondo Fogazzaro- rispetto agli altri esseri viventi che si trovano in una scala inferiore, esso deve essere sublimato, raffinato e deve essere visto come una forma spirituale depotenziata dello spirito a cui tuttavia deve tendere come termine ultimo.

MARINA DI MALOMBRA

Questi presupposti fanno si che si incontrino istanze di uno spiritualismo tardo romantico con una sorta di Decadentismo che in taluni momenti sembra solo riecheggiare il mito dannunziano, ma, ed ecco la vera novità di Fogazzaro, il protagonista che viene presentato nel romanzo non è un uomo ma una donna, l'eroina negativa che è speculare all'immagine del personaggio eccezionale, è l'unica e sola protagonista delle vicende.
Innamorarsi di Marina....letterariamente parlando è facile, Marina è inquieta, ossessionata nella convinzione di reincarnare l'anima di una sua antenata, Cecilia, che per espiare il tradimento era stata segregata dal marito, il padre del conte Cesare.
Ma anche l'aspetto fisico di Marina è conturbante, ha una flora romantica in testa, una guida stordita al fianco e sulle labbra un sorriso sarcastico che le faceva pochi amici.(3) ...e ancora, ecco come viene descritta la marchesina:
"Dall'ampio accappatoio usciva, come da una nuvola bianca, il collo sottile elegante, e fra due fiumi di capelli biondo-scuri, ove lucevano due grandi occhi penetranti, fatti per l'impero e la voluttà. Il viso, il seno di cui si vedeva una riga tra il bianco, avevano lo stesso pallore caldo". (4)
Ecco gli elementi fisici che costituiscono il modello dell'eroina romantica:  con quei due grandi occhi come quelli de "La Lupa" che il Verga così descrive: "e su quel pallore due occhi grandi così" ; e sono sempre gli occhi di una donna che D'Annunzio canterà ne "La pioggia nel pineto" con questa espressione tra le palpebre gli occhi son come polle, o ancora: 

"Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca
".

Occhi che rivelano e nascondono nel contempo la voluttà e il desiderio di comandare.
L'elenco potrebbe continuare, ma gli occhi sono l'elemento fisico su cui gli scrittori e i poeti decadenti useranno espressioni a volte quasi identiche per identificare anche un carattere: Fogazzaro non parla mai di occhi abbassati ma di due occhi penetranti , di occhi voluttuosi, di occhi imperiosi.
Più tardi (ma poco più tardi) il modello di donna sarà quello della donna amazzone futurista quando donne ex socialiste, femministe e futuriste dannunziane entreranno a far parte della sovversione fascista impregnata di modernismo.
A dispetto dei luoghi comuni quelle donne erano esattamente il contrario della donna tutta casa e famiglia, D'Annunzio arriverà a parlare di donne che gareggiavano in virile aggressività...presto però il ruolo ritornerà a quello della donna-madre ( ma non per tutte!):

- i capelli biondo- scuri sembrano fiumi o selva;
-  i seni solcati da una linea bianca.

MARINA L'INTELLETTUALE

Nella descrizione di Fogazzaro esce fuori una donna accanita lettrice che legge in inglese le opere di Shakespeare e di Byron, che ha nella sua stanza tutti i romanzi di Disraeli, i libri in lingua francese di Balzac e della Sand, e che aveva tutto Musset, tutto Stendhal, le "Fleurs de Mal di Baudelaire", Renè di Chatebriand, Chamfort, parecchi volumi dei "Chefs d'oeuvre des littèrature étrangères" o dei "Chefs d'oeuvre des littèratures anciennes" pubblicati dall'Hachette, scelti da lei con uno spirito curioso e poco curante di certi pericoli; parecchi fascicoli della "Revue des deux mondes".(5)
Solo uno spirito ribelle poteva fare una scelta libraria di autori scandalosi per l'epoca, solo una donna passionale poteva ribaltare ogni cosa e far tremare al suo passaggio al punto da far esclamare a uno dei personaggi del romanzo (il commendatore Vezza esecutore testamentario del conte Cesare d'Ormengo):

"Non vedi perdio che occhi. Lì dentro ci sono tutte le ragioni e tutte le follie. Averla
per un'ora, una donna così bella e così insolente. Si deve impazzire di piacere
".
(6)

MARINA LA MATTA

Marina aveva il suo disegno:conquistar lo zio, impadronirsene del tutto, farsi portare almeno per qualche mese a Parigi o a Torino o a Napoli, in qualunque gran corrente di vita e di piacere che non fosse Milano; navigare con questa e commettere il resto della fortuna. (7).
Immaginiamo un palazzo nobiliare, sullo sfondo un paesaggio lacustre e montano, il Palazzo con stanze che hanno un pesante letto di legno scolpito e poi grandi stanze e alle pareti grandi cornici dorate, corridoi lunghi e bui dove di notte riecheggia solo il tic-tac degli orologi.
E poi un lago con grandi alghe immobili, sassi giallastri, un giardino dove ci sono statue i cui piedistalli sono mascherati da fitti domino d'edera con braccia che si protendono in maniera sinistra e tutto intorno una fitta vegetazione tra cui spiccano dei cipressi alcuni dei quali han perduto la cima che sembrano ciclopi enormi (8) non siamo dinanzi allo scenario de "La stanza del vescovo",(9) ma l'ambientazione è la medesima ed è quella di un lago lombardo ( Como) sulle cui sponde si ergono importanti e lugubri palazzi nobiliari che hanno accesso nel lago attraverso una porticina della darsena che porta ad un cancello d'uscita.
Nel Palazzo (così lo chiamavano gli abitanti del luogo) dimora il proprietario, il conte Cesare d'Ormengo, zio di Marina, prigioniero del passato, vedovo, cattolico a modo suo che odia i preti e poi lei, la marchesina Donna Marina Crusnelli di Malombra e intorno un numero imprecisato di servitori.

La solitudine, la tristezza del vecchio palazzo atmosfera da antico regime e poi ancora lei che si aggira tra il giardino e le stanze con qualche incursione su per le strade che salivano verso la montagna, lei la Matta del palazzo come la chiamavano i contadini che la incontravano.
In questa atmosfera cupa e prigioniera del passato non poteva che accumulare, giorno dopo giorno, un'insofferenza che sarebbe sfociata in un'instabilità dapprima non grave e poi sempre più frequente:
sofferenze nervose non gravi, ma frequenti, cominciarono a travagliarla. (10)
Una instabilità che cresce in attesa di sfociare in qualcosa di più grave? L'episodio scatenante accade una sera quando Marina rinviene sotto uno stipo una ciocca di capelli, un guanto, uno specchio e un foglio ripiegato, tutto coperto di caratteri giallognoli, sbiaditissimi dove c'è un messaggio scritto da un'antenata, Maria Cecilia Varrega chiusa e fatta morire in quel castello dal marito, il padre di Cesare, il conte Emanuele d'Ormengo, per gelosia di un precedente innamorato Renato.
In seguito a questo episodio Marina è convinta di essere la reincarnazione di Maria Cecilia e di dover ripercorrere l'esistenza dell'infelice donna. Marina pensa di rivedere nello zio, il conte Cesare, il marito geloso e in Corrado Silla, l'aiutante del segretario di Cesare, l'amante di Cecilia e Renato.
Ecco il quadro:

  • Marina-Cecilia
  • Cesare-Emanuele (marito di Cecilia)
  • Corrado Silla-Renato (amante di Cecilia).


CORRADO L'INETTO (OSSIA COLUI CHE SI TROVA IMPOTENTE AD AGIRE)
 

È l'altra figura tragica del romanzo: assunto con compiti amministrativi dal conte Cesare d'Ormengo, Corrado Silla è uno scrittore senza successo che si sente chiamato ad una missione morale e spirituale ma è nel contempo condannato ad un' impotenza e ad un' inettitudine dovuta a tutta una serie di condizionamenti sociali e intellettuali.
Corrado pensa di aver trovato un amore ideale nella fidanzata Edith, figlia del segretario del conte Cesare, Steinegge, ma si sente fortemente attratto da Marina.


Una figura, quella di Corrado, sostanzialmente dominata da una volontà vaga e imperfetta che pur essendo animata da una forte e smodata carica di ambizione non lo porta a nulla: grandi ed entusiastiche ambizioni...... l'illusione che si fa delusione.
Un ragionamento irrefutabile, una sentenza opprimente in tre parole:
 "Inetto a vivere" ossia incapace di agire e prendere qualsiasi iniziativa.

IL DRAMMA

Non è difficile immaginare come procedessero, in tale stato di cose, le relazioni fra zio e nipote. Essi potevano paragonarsi a due punte metalliche fortemente elettrizzate, che non s'accostano mai l'una all'altra senza scambiare scintille che vorrebbero essere folgori.(11)
In questa situazione di nevrosi e incomprensioni e di incomunicabilità totale, Marina provoca la morte dello zio, non uccidendolo ma spaventandolo al punto da causarne un colpo apoplettico e poi l'uccisione di Corrado Silla dopo un amore intenso, breve e passionale.
La scelta anche dell'arma del delitto è degna di una gran finale. una pistola e poi: ...Marina, che voltatasi indietro, passò in mezzo a tutti, con la pistola fumante in pugno,senza che alcuno osasse toccarle un dito, attraversò la loggia, ne uscì per a parte opposta, la chiuse a chiave dietro di se. (12 )
Marina scompare su una barca a remi....tra le acque del lago, diventa fantasma.

UN ESEMPIO DI NARRATIVA DECADENTE

In Malombra sono presenti tutti i temi cari a Fogazzaro:

  1.  Il pathos: il racconto procede per tappe, l'andamento è lento, meditato ma nel contempo il lettore finisce coll'essere imbrigliato in una tela dove l'intreccio narrativo de racconto, prende la sua attenzione dalla prima all'ultima pagina, passionalità, forza espressiva sono tutti elementi di un clima da tragedia degno della migliore tradizione classica.
  2.  Il paesaggio: sono numerose le descrizioni dell'ambiente, i particolari, le descrizioni minute che permettono al lettore di immaginare esattamente i luoghi in cui si svolgono le vicende: il Palazzo, il giardino, il lungolago, le montagne, i tipi di piante...tutto concorre a creare atmosfere misteriose che creano una corrispondenza tra chi legge e il testo.
  3.  Il ritmo: lento, permette di pensare, di chiudere il libro e di riprendere la pagina, di inserire dialoghi, di fare digressioni di carattere culturale e filosofico, c'è pure il tempo di fare una partita a scacchi e di parlare del significato del Cristianesimo secondo il pensiero del conte Cesare; di riportare il contenuto della posta; oppure motivi allora in voga:"Per ridurre all'orizzonte la pendenza del terreno". (13)
  4. Brevi ritratti: la predilezione per il bozzetto fa si che i personaggi minori vengano descritti con un realismo che tratteggia con vivacità i caratteri, i costumi, le parlate e i dialoghi che avvengono spesso in dialetto:"E cossa l'è sta Merica? L'è un mazzolin di fiori Cattato alla mattina Par darlo alla Mariettina Che siamo di bandonar (14)" è il motivetto che proviene da una barca lontana indugiatasi più delle altre sul
    lago.. (15)
  5. La mondanità: con il suo ambiente galante rappresentato da Giulia De Bella che va a a ballare a Bellagio ( indizio questo che ci fa capire che ci troviamo nella zona del Lago di Como).
  6.  L'erotismo: nel romanzo sono innumerevoli le figure femminili : Giulia De Bella, Edith la figlia di Steinegge, Fanny, Cecilia, la mamma di Silla, la contessa Fosca, Giovanna, la moglie (defunta) del conte Cesare, la madre(defunta) del conte Emanuele d'Ormengo, ognuna a suo modo è una figura inquietante e ambigua ed in particolare le figure femminili che più esprimono questa fascino irresistibile sono quelle di Giulia De Bella e di Edith Steneigge, l'attrazione erotica è lì, ma è anche repressa e negata in un gioco estenuante di rimandi dove la voluttà è frenata dalla castità.
    Manca il dannunziano "par tu pianga/ma di piacere", Fogazzaro è frenato da quella resistenza alla sensualità di cui parlavamo nelle righe iniziali, è tentato ma non si vuole lasciare andare, parla dell'amore in termini di bellezza morale, cerca di sublimare l'amore fisico e la sensualità in amor spirituale...

    BREVE STORIA DELLE EDIZIONI

    Il libro venne pubblicato per la prima volta nel 1881 dalle edizioni G. Brigola, trascorsi cinquant'anni, nel 1931 la Arnoldo Mondadori Editore acquistò i diritti: dal 1931 al 1944 vennero pubblicate 7 edizioni.
    La prima edizione pubblicata nella collana Oscar è del settembre 1965 ed è costata Lire 350 (quella in mio possesso).
     Questa edizione della versione integrale è disponibile anche su un noto sito di aste on line, al costo di circa 5 euro.
    Il costo del'edizione più recente, sempre pubblicata dalla Mondadori nella collana Oscar, è di euro 9,50.





    =========================================

    N O T E

    (1) A. Fogazzaro, Per la bellezza di un'idea, in "Rassegna nazionale", I, settembre 1892
    (2) op.cit.
    (3) A. Fogazzaro Malombra, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1965, p. 51
    (4) ibidem, p.50
    (5) ibidem., p. 38
    (6) ibidem, p.109
    (7) ibidem, p.61
    (8) ibidem, p.29
    (9) La stanza del vescovo (1977) film diretto da Dino Risi, l'ambientazione era quella del Lago Maggiore.
    (10) ibidem, p.67
    (11) ibidem, p.82
    (12) ibidem, p.395
    (13) ibidem, p.249
    (14) ibidem, p.80
    (15) ibidem, p.8.


    Caiomario

 

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Published by Caiomario - in Letteratura
22 febbraio 2019 5 22 /02 /febbraio /2019 16:25
Epistula secunda ad Lucilium - Seneca

SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

1. Ex iis quae mihi scribis et ex iis quae audio, bonam spem de te concipio: non discurris nec locorum mutationibus inquietaris. Aegri animi ista iactatio: est primum argumentum compositae mentis existimo posse consistere et secum morari. 2. Illum autem vide, ne ista lectio auctorum multorum et omnis generis voluminum habeat aliquid vagum et instabile. Certis ingeniis inmorari et innutriri oportet, si velis aliquid trahere quod in animo fideliter sedeat. Nusquam est qui ubique est. Vitam in peregrinatione exigentibus hoc evenit, ut multa hospitia habeant, nullas amicitias; idem accidat necesse est iis qui nullius se ingenio familiariter applicant sed omnia cursim et properantes transmittunt. 3. Non prodest cibus nec corpori accedit qui statis sumptus emittitur; nihil aeque sanitatem inpedit quam remediorum crebra mutatio; non venit vulnus ad cicatricem in quo medicamenta tempantur; non convalescit planta quae saepe transfertur; nihil tam utile est ut in transitu prosit. Distringit librorum multitudo; itaque cum legere non possis quantum habueris, satis est habere quantum legas. 4.'Sed modo' inquis 'hunc librum evolvere volo, modo illum' Fastidientis stomachi est multa degustare; quae ubi varia sunt ed diversa, inquinant, non alunt. Probatos itaque semper lege, et si quando ad alios deverti libuerit, ad priores redi. Aliquid cotidie adversu paupertatem, aliquid adversu mortem auxili compara, nec minus adversus ceteras pestes; e cum multa percurreris, unum excerpe quod illo die concoquas. 5. Hoc ipse quoque facio; ex pluribus quae legi aliquid adprehendo.Hodiernum hoc est quod apud Epicurum nanctus sum (soleo enim et in aliena castratransire, non tamquam transfuga, sed tamquam explorator): 'honesta' inquit 'res est laeta paupertas. 6.Illa vero non est paupertas, si laeta est; non qui parum habet,sed qui plus cupit, pauper est. Quid enimrefert quantum illi in arca, quantum in horreis iaceat, quantum pascat aut feneret,si alieno imminet, si non adquisita sedadquirenda conputat? Quis sit divitiarum modus quaeris? Primus habere quod necesse est,proximus quod sat est.Vale

 

SENECA SALUTA IL SUO LUCILIO

 

1.Dalle cose che scrivi e dalle cose che sento, nutri per te buone speranze: non vai correndo qua là né ti inquieti a causa della voglia di cambiare luoghi. Questa agitazione è sintomo di un animo malato: penso che il primo indizio di una mente equilibrata possa consistere nel fermarsi e nel stare in compagnia con se stessi. 2. Bada poi che la lettura di molti autori e di ogni genere di libri ha qualcosa di incostante e di volubile. Occorre che tu ti soffermi e ti nutra di autori di gran talento, se desideri ricavare qualcosa che rimanga ben radicato in te. Chi è dappertutto non è in nessuna parte.Questo accade alle persone che passano la vita in viaggi, sebbene abbiano molte relazioni di ospitalità, non hanno alcuna amicizia; la stessa cosa accade a coloro i quali non si dedicano con intensità ad alcun autore ma sfogliano tutto in modo veloce affrettandosi. 3. Non è di giovamento il cibo che viene ingerito e subito dopo rigettato; allo stesso modo ostacola la buona salute il frequente cambiamento di medicine; non si cicatrizza la ferita nella quale vengono provati diversi medicamenti; una pianta se viene spostata spesso non si irrobustisce; niente è utile da dare giovamento quando è di passaggio. Una gran quantità di libri distrae, e così non potresti leggere tutti i libri che potresti avere, è sufficiente che tu ne abbia quanti puoi leggerne. 4. "Ma" -tu obietti - " io voglio sfogliare ora questo libro ora quell'altro". Mangiare molte cose è tipico di uno stomaco che prova fastidio: i cibi che sono vari e diversi non nutrono intossicano. Leggi sempre autori riconosciuti e si ti piacerà passare ad altri autori, ritorna poi ai primi. Ogni giorno procura un aiuto contro la povertà, contro la morte e, anche, contro le altre sventure; e quando avrai fatto molte letture, estrai una concetto su cui riflettere per quel giorno. 5. Anche io stesso faccio questo; apprendo qualcosa dalla pluralità di cose che ho letto. Questo è quello che oggi ho trovato per caso presso Epicuro ( ho l'abitudine infatti di attraversare gli accampamenti altrui non tanto come  un fuggitivo ma  come un esploratore): "Nobile cosa -dice - è una povertà gradita" 6. Quella invero non è povertà, se è gradita; non è povero chi ha poco ma chi desidera continuamente. Che cosa importa quanto uno abbia in cassaforte, quanto grano sia conservato nel granaio, quanto bestiame sia al pascolo e quanto capitale renda, se invidia le cose altrui, e non apprezza le cose acquisite ma le cose da acquisire? Mi domandi  quale sia  il modo giusto di porsi dinanzi alle ricchezze? Primo avere ciò che è necessario, poi ciò che basta. Sta bene.  

Traduzione di Caiomario

 

Commento 

La seconda lettera a Lucilio si articola riflettendo su tre concetti: il primo riguarda l'importanza di starsene tranquilli e in compagnia di se stessi evitando di correre qua e la e di agitarsi continuamente; il secondo, sviluppando il primo argomento,  sulla necessità di non sprecare tempo ed energie affrontando la lettura di un gran numero di autori ma di concentrarsi solo su quelli di riconosciuto valore; il terzo sull'importanza della povertà quando è gradita e quanto valore abbia per la salute dell'animo non desiderare più di quello che serve. Seneca dice "primus habere quod necesse est, proximus quod sat est" " la prima cosa è possedere ciò che è necessario, poi ciò che basta" . Quest'ultimo concetto è una costante nel pensiero senecano che deriva dal disprezzo per i beni materiali sostenuto da quell'Attalo che fu il maestro di Seneca e verso il quale  egli nutriva una grande ammirazione e un debito di riconoscenza. Come è sua abitudine Seneca conclude la lettera con un "munusculum" "un piccolo dono" citando una sentenza di Epicuro, sentenza che egli cita con un certo pudore con la consapevolezza che grande era la distanza esistente tra lui che viveva lo stoicismo in libertà e l'epicureismo ma  nello stesso tempo proprio il suo senso di libertà consentiva a Seneca di transitare nei campi altrui non come un disertore ma come un esploratore pronto a cogliere i frutti migliori di questa o quella dottrina filosofica.

Caiomario

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Published by Caiomario - in Letteratura latina e greca
22 febbraio 2019 5 22 /02 /febbraio /2019 05:00
Elogio Della Donna Erotica. Racconto Pornografico - Tinto Brass

 

46 PAGINE DI APPASSIONATO TRIBUTO AD UNA DONNA EROTICA: NINFA

Non vi è traccia nella letteratura di opere esplicative in cui un regista spiega le sue scelte filmiche, per questo motivo "Elogio Della Donna Erotica. Racconto Pornografico" scritto da Tinto Brass non è un libro che può essere assimilato alle migliaia di titoli che ogni anno vengono pubblicati e che rientrano nella narrativa "ordinaria"; è un libro brevissimo, unico e speciale che dovrebbe essere perlomeno letto da tutti coloro i quali parlano dei film di Tinto Brass senza cognizione né causa.
Tinto Brass racconta una donna erotica (Ninfa) e lo fa a modo suo con una prosa ricca di sfaccettature e mai allusiva; il punto di partenza e di arrivo è sempre la donna e non importa che si chiami Ninfa come la protagonista del racconto, in quanto potrebbe avere il nome delle protagoniste delle sue pellicole, magnificamente interpretate da attrici come Stefania Sandrelli, Serena Grandi, Claudia Koll e Debora Caprioglio, attrici protagoniste per circa un decennio della produzione cinematografica di Brass e che hanno caratterizzato una stagione non solo cinematografica ma anche culturale.

Le magnifiche protagoniste femminili di Brass sono state tutte subissate da feroci critiche che i detrattori del regista veneziano hanno rivolto loro identificando le scelte professionali di ognuna con quelle del credo erotico di Brass; critiche beghine che sembra tengano in considerazione solo il cinema impegnato quasi che il genere erotico in Italia non possa essere visto attraverso gli occhi di un uomo, ma neppure attraverso quelli della donna che sceglie e che vuole fare sesso: dato che i conti con il pubblico ogni pellicola li deve fare al di là del giudizio dei critici, credo che il regista Brass abbia fatto benissimo a spiegare che cosa sia la donna erotica semplicemente raccontandone una, una donna che non è un semplice burattino ma una persona viva che ha con l'eros un rapporto speciale. Il sesso delle donne di Brass è uno dei fattori di emancipazione e non un atto subito per volontà del maschio ed è questa la filosofia di vita di Ninfa, la quintessenza della donna erotica che nel breve racconto meriterebbe un fiume di complimenti da parte chi ha il coraggio di parlare di libertà femminile senza indicarne la strada.

NINFA E VALENTINA: PARALLELO

Ninfa può ricordare molto la Valentina disegnata da Crepax, come Brass anche il grande fumettista milanese che pur non poteva essere accusato di maschilismo, venne criticato da un certo femminismo militante per avere dato vita ad una donna che si serviva della sua disinvolta femminilità per raggiungere i suoi obiettivi, ma bisogna riconoscere che è proprio quella disinvoltura che ha reso Valentina femminile e libera; se poi il personaggio è diventato un cult come le donne di Brass, questo dipende dal fatto che nell'immaginario maschile Valentina è colei che prende l'iniziativa e non colei che subisce l'effetto struggente delle insidie del maschio.
Esiste un modo di vestirsi vincente? Ai detrattori non è venuto mai in mente che Brass nel suo racconto pornografico non faccia altro che riassumere le caratteristiche leggere e nel contempo raffinate che deve avere la donna erotica? Io credo di sì, non dobbiamo pensare che vi siano delle ricette meravigliose sulla castità perché dalla parte di molte donne non vi è sempre questa vocazione, al contrario una donna che ha mille interessi e idee può vedere nel suo erotismo un prezioso strumento per scegliere autonomamente il tipo di piacere che preferisce.

TINTORETTO E LA CRITICA MALEVOLA

L'equivoco di molti sta nel credere che lo "sporcaccione" Brass sia uso praticare il genere pornografico, niente di più sbagliato, se il regista veneziano avesse voluto ingaggiare una qualsiasi pornostar per i suoi film ne avrebbe trovato a migliaia , ma in nessuna sua pellicola troverete una ripresa ravvicinata del pene come non troverete un rapporto sessuale mostrato in modo esplicito sotto il profilo genitale, questa è invece la caratteristica più evidente della pornografia ed è la sua ragion d'essere che è sempre disumanizzante, ripetitiva e degradante, al contrario Brass mette sempre in evidenza l'aspetto che riguarda l'euforia dell'eros.
Allora perché alcune militanti del femminismo antipornografico che non ha più nulla da vendere accusano Brass di voler rappresentare la donna come un oggetto privo di qualsiasi volontà di discernimento? Mettere sullo stesso piano "La Chiave" con uno dei tanti filmini pornografici che ammorbano il web, è secondo me un errore perché nega alla seduzione femminile dignità e la vede solo come una colpa.

Troppi hanno copiato Brass, ma nessuno è riuscito a raggiungere la sua arte, è l'unico ad aver scritto un libro intitolato "Elogio al culo", un tributo al lato B femminile che spiega le sue scelte registiche comprese le inquadrature che mettono in evidenza le grazie delle varie monelle alla paprika ( tanto per usare alcuni dei titoli di alcune sue celebri pellicole).

Il mondo cambia ed è mutato anche il modo di intendere il rapporto tra l'uomo e la donna, non sarebbe il caso di riscoprire l'erotismo come un legante formidabile ed insostituibile nel rapporto di coppia? La risposta a questa domanda la si può trovare nel disinibito comportamento di Ninfa, i cui sensi fremono in assoluta libertà. L'esaltazione dei sensi non è politicamente scorretta e anche se lo fosse riemerge fuori con tutta la potenza dell'eros che è naturalmente incontenibile ed insopprimibile. Solo l'ipocrisia mistificatrice di talune arroganti prese di posizione nega il ruolo dell'eros quale unica forza vitale capace di perpetuare la vita e di rinnovare quell'eterno movimento che si chiama genericamente amore. Amore dei sensi e nei sensi ma pur sempre amore!

CONCLUSIONE

Lettura consigliata da abbinare ad "Elogio al culo" pubblicato sempre da Tullio Pironti editore, altre 32 pagine da leggere tutte d'un fiato!!

SCHEDA DEL LIBRO

* Titolo: Elogio della donna erotica. Racconto pornografico
* Autore: Brass Tinto
* Pagine : 46 p.
* Editore: Tullio Pironti

LA SCUOLA VENEZIANA E IL PRIMATO DEI SEDERI FEMMINILI 

"Cinquanta sfumature di grigio" scompaiono davanti al trionfo multicolore della pittura di Tintoretto che ha sviluppato forme espressive nuove avvalendosi di una tecnica dalle molteplici possibilità: la cinematografia in cui la figura della donna appare la protagonista assoluta anche se è spesso circondata da un larghissimo repertorio di oggetti che hanno un significato simbolico. Solo l'apertura in primo piano non è rappresentata in prospettiva, nelle sue scene assumono un ruolo fondamentale i glutei femminili spesso inquadrati in  controluce oppure appena illuminati mentre il resto si perde in sottofondo.

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22 febbraio 2019 5 22 /02 /febbraio /2019 04:46
Favole - Jean de La Fontaine

Come leggere le favole di La Fontaine


Tra le note presenti in molte edizioni de "Le Favole" di La Fontaine, troviamo  due raccomandazioni  che dovrebbero indicare la tipologia di lettori: la prima consiglia la narrazione del libro ai bambini di quattro anni (lettura naturalmente  guidata da un adulto) la seconda individua i possibili lettori a partire dagli otto anni.
Credo che  entrambe le indicazioni, quella che riguarda i bambini piccolissimi e quella dei più grandicelli, significhi fare un torto a La Fontaine che non scrisse favole per bambini, anche se possiamo, senza alcuna controindicazione, leggerle ai bambini che ne trarranno giovamento e divertimento ma poco  capiranno se non aiutati da un adulto a comprenderne almeno una parte del loro significato.

SCRIVEVA FAVOLE PER CRITICARE IL POTERE E NON PER I BAMBINI

Questa personalissimo parere nasce dal fatto che un autore come La Fontaine riprendendo in parte la tradizione favolistica di Esopo e di Fedro, scriveva favole perché non poteva scrivere altro per criticare il potere e per superare il controllo ferreo di una censura che non tollerava alcuna critica al sovrano: siamo in pieno periodo assolutista con Luigi XIV che riassumeva il suo concetto di potere nella celebre frase:

 "L'état c'est moi, "lo stato sono io"

e, La Fontaine che viveva alle spalle della corte, conosceva vizi privati e pubbliche virtù non solo dei cortigiani ma anche di tutti gli esponenti più importanti del mondo politico, ecclesiale e militare francese.

È quindi la satira lo spirito che anima le favole di La Fontaine e non l'intento di fare della letteratura per bambini, purtroppo la letteratura scientifica dedicata alla favola non è molto ricca e, in particolare per quanto riguarda le favole di La Fontaine  abbiamo dei libri compilatori ed informativi e non delle ricerche scientifiche.

Qual'è dunque il motivo per cui si è scelta l'indicazione "per ragazzi"? E'- secondo me- dovuto al fatto che tutta la produzione favolistica di La Fontaine è stata derubricata a letteratura dei  bambini senza che sia  stato effettuato presente un accurato lavoro preparatorio  e introduttivo, oppure  non si trovano delle edizioni che contengano un idoneo apparato critico.

Vediamo, per esempio, l'inizio la seguente favola intitolata:

Il Sole e le Rane

Celebrando un tiranno i suoi sponsali
beveva e allegro schiamazzava il popolo.
Affogando nel fiasco i vecchi mali,
Esopo sol, si narra,
Allora dimostrò con una favola
Ch'era sciocca la gente a far gazzarra.
Volendo il Sole, ei disse, or non so quando,
Pensare a prender moglie,
Un grido miserando
Nel regno delle Rane si levò
Chi può sottrarci al danno-
Dicean le Rane alla cattiva Sorte-
Se de' figlioli al Sole nasceranno?
Se brucia tanto un Sole.
Che non splende nemmeno ogni mattina.
Figuratevi voi mezza dozzina!
L'unico bel guadagno
Sarà che moriranno
Le canne e i giunchi e seccherà lo stagno.
Addio, ranocchi! svaporato il mondo,
Sarem ridotte dello Stige in fondo.
Mi pare, a mio buon senso naturale,
Che per ranocchi non parlasse male.


Siamo veramente sicuri che La Fontaine volesse parlare di sole e di ranocchi? O forse che il Sole ( scritto maiuscolo) non fosse proprio il sovrano? E quando parla di ranocchi sta proprio parlando di ranocchi? O forse con ranocchi non intende i dignitari di corte?
E infine  parla dello Stige, ma non  tutti sanno cos'è lo Stige e men
che mai lo può sapere un bambino? ( Lo Stige era uno dei cinque fiumi dell'Ade, degli inferi, dove stavano immerse le anime dei dannati in particolare degli irosi).

Comunque il libro ha il pregio che le favole vengono raccontate in forma narrativa, cioè in forma estesa a mo' di favola e non in forma poetica così come le aveva scritte La Fontaine.
Ad esempio non troveremo a proposito della Cicala e la Formica i seguenti versi:

"La cicala che imprudente
Tutto estate al sol cantò
"

ma

"La Cicala che aveva passato tutto il tempo a cantare....."

Si tratta dunque di un  linguaggio certamente più moderno e adatto ad essere compreso dai lettori più piccoli e che, nel contempo, non altera il testo originale ma ne preserva il senso e che per questo può essere presentato a chiunque.

Nota finale

In commercio si trovano le edizioni della Einaudi, della Rizzoli e della Mondadori, particolarmente pregevole è poi  l'edizione della "Giunti editore" che ho  avuto modo di consultare ed è ottimamente redatta. Questa edizione poi è riccamente corredata dalle tavole di Gustav Dorè. Le prime sono di facile reperibilità, la seconda non è facile trovarla a meno che non ci si indirizzi sul mercato dell'usato.

"Tutti si dicono amici, ma pazzo chi se ne fida; nulla è più comune del nome, nulla più raro della cosa" Jean La Fontaine.
 

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Published by Caiomario - in La Fontaine Le favole di La Fontaine Letteratura
22 febbraio 2019 5 22 /02 /febbraio /2019 04:28
La scoperta dell'alfabeto - Luigi Malerba

TRA LIEVE IRONIA E IMPEGNO MORALE

Luigi Malerba nato a Berceto ( Parma ) nel 1927 , sceneggiatore, giornalista ha partecipato al Gruppo 63 e fa parte di quel movimento intellettuale che è stato definito della Neoavanguardia, partito da posizioni sperimentaliste si è via via spostato verso posizioni postmoderniste dove l'interesse per il romanzo neostorico ha prevalso sulla ricerca e sul gusto della paradossale provocazione.
Possiamo quindi dividere l'attività letterario di Malerba in due fasi:

1.1 La prima fase quella che si può definire del linguaggio visto nella sua impossibilità di comunicare con la realtà e di padroneggiare con essa.
Le parole sono separate dalle cose e procedono  in un binario i cui esiti sono spesso la stravaganza e la casualità.

1.2 La seconda fase segna la scomparsa dell'impianto sperimentale a favore di schemi più tradizionali e convenzionali ma in cui permane, comunque la vena umoristica che aveva caratterizzato la prima parte della sua produzione letteraria.

"La scoperta dell'alfabeto" è un libro del 1963 che ha avuto anche un grande successo nell'edizione ad uso degli scolari e degli studenti delle scuole medie proprio per le caratteristiche di un racconto che potremmo incasellare nel genere favolistico e che avvicina Malerba a Rodari ma con una differenza fondamentale: Malerba a differenza di Rodari non ha scritto libri per ragazzi e in particolare "La scoperta dell'alfabeto" è un libro che può essere letto dai ragazzi ma la cui lettura deve essere guidata perchè il divertimento è un mezzo che serve per comunicare altro e l'umorismo è lo stile usato da Malerba per trasmettere questo altro.


Il racconto è quello del mondo contadino della collina parmense ma piuttosto che ripetere lo schema descrittivo tipico del verismo, Malerba preferisce descriverlo dal punto di vista del linguaggio.
Il linguaggio appare per così dire scisso dai gesti e dalle abitudini di gente che è abituata ad essere concreta, ad andare diritta al sodo e a non usare troppe mediazioni, una scissione che si manifesta in una straordinaria capacità di saper fare astrazione e di indulgere nella fabulazione più di quanto possano fare persone dalla cultura ed erudizione apparentemente più complesse ed articolate.
Eppure tutta quest'attività di astrazione scissa dalla realtà è anche l'altro aspetto dell'essere concreti nella realtà, è il tentativo di spiegare cose che non si capiscono ma è anche un residuo di attività originaria da sempre presente nell'uomo che riuscirà, nelle forme più evolute, a spiegare il come ma non il perchè.
Per chi ha  avuto una frequentazione con il mondo contadino di almeno una generazione fa, questa scissione tra fare e dire è ritrovare la contrapposizione tra ragionamenti che possono sembrare grossolani e stolti e comportamenti che trovano soluzioni concrete.

Ma non è il mondo contadino il protagonista de "La scoperta dell'alfabeto" è il linguaggio, le sue strutture sintattiche elementari, le parole che si associano in modo bizzarro e casuale dando origine a esiti paradossali e surreali; il linguaggio e le parole utilizzate in un'innata ma anche appresa ars combinatoria anche nelle sue forme primordiali, è un meccanismo di difesa che parte dalla realtà, si distacca da essa per poi ritornarvi.
Il gioco delle parole è anche la ragione delle scelte valoriali di una comunità che vivendo in quella porzione di territorio costruisce una realtà a sè stante con le sue ritualità, i suoi ragionamenti, le sue soluzioni tecniche che sono quelle e non possono essere diverse da quelle indicate da generazioni.

Malerba riesce a tenere alta l'attenzione del lettore descrivendo episodi grotteschi e lo sa fare con un umorismo lieve che mai dileggia come nel caso delle "lezioni"  seguite dal contadino che va dal padrone per imparare a scrivere, dopo una giornata di lavoro:

"Cominciamo dall'alfabeto" disse il ragazzo che aveva undici anni.
"Prima di tutto c'e A".
"A" disse paziente Ambanelli.
"Poi c'è B"
"Perchè prima e dopo ?" domandò Ambanelli
Questo il figlio del padrone non lo sapeva.......................

***Interessante questa domanda che non ha risposta e alla quale non sa rispondere nè il contadino nè il fine letterato, perchè c'è prima A e poi B?
Continueremo a farci domande che non possono avere risposta....domande ataviche che si ripeteranno sempre eguali a se stesse, di generazione in generazione.



Consiglio l'edizione scolastica che ha il pregio di avere una bella introduzione di Giampaolo Dossena:

Luigi Malerba, La scoperta dell'alfabeto, Bompiani Editore, 1977

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22 febbraio 2019 5 22 /02 /febbraio /2019 04:27

ECCO L'ITALIA CHE TROVÒ MARIE-HENRY  STENDHAL QUANDO NAPOLEONE INVASE IL BEL PAESE

La campagna di Napoleone in Italia ebbe inizio nel 1796, già da circa un secolo una buona parte della nostra penisola era sotto l'influsso diretto e indiretto degli austriaci. Ecco l'Italia di fine '700: divisa i numerosi stati,  un paese che non aveva nessun peso politico e in cui vi erano monete diverse e unità di misura differenti; anche le nuove idee che avevano attraversato l'Europa nei secoli precedenti erano rimaste circoscritte entro un gruppo abbastanza ristretto di intellettuali. E mentre in Inghilterra era avvenuto quel fenomeno epocale che risponde al nome di "Rivoluzione Industriale", in Italia non si sapeva neanche cosa fosse l'industria.
Nella parte settentrionale da una parte, in Piemonte, vi erano i Savoia, dall'altra, in Lombardia e in Veneto, gli Asburgo. Al centro il papa re che con il suo stato pontificio non muoveva foglia, mentre a sud la dinastia borbonica  governava nel bene e nel male.

Solo 7 anni prima che Napoleone arrivasse in Italia c'era stata la "Rivoluzione francese" e per la prima volta la classe borghese aveva sferrato un duro attacco ad una aristocrazia e ad un clero che affamavano tutta la popolazione, ricchi e preti a parte. E proprio Bonaparte proveniva dai ranghi di quella borghesia rivoluzionaria da cui aveva attinto le "nuove idee" che da lì a poco lui stesso avrebbe portato "rivedute e corrette" in Italia.

Stendhal era giovanissimo quando inquadrato nell'esercito napoleonico arrivò  in Italia, poi  il lungo soggiorno nella penisola con incarichi diplomatici  e in queste condizioni privilegiate, elaborò uno dei romanzi più belli della letteratura, un romanzo che è prima di tutto un tributo alle bellezze dell'Italia e poi una critica ai comportamenti degli italiani: "La Certosa di Parma".
Marie-Henry Beyle era uomo di parte, ma credeva in quello che faceva, era convinto che le armate napoleoniche potessero cambiare il mondo e l'Italia (e in parte lo fecero) e nelle pagine bellissime de "La Certosa di Parma" troviamo proprio questa sua fede incrollabile nel cambiamento portato da Napoleone, una fede che lo portava ad evidenziare solo  i lati positivi del bonapartismo ma a tacere il resto.

MA STENDHAL AVEVA RAGIONE?

Stendhal scriveva che grazie a Napoleone, il popolo italiano si risvegliò da un lungo sonno e tutto questo avvenne in pochi mesi, Napoleone "il tecnico" sbaragliò i politici e le truppe napoleoniche, simili ad un'accozzaglia di briganti, portarono effettivamente una ventata nuova, ma anche -è bene ricordarlo- approfittarono della ricchezza di molte città italiane.
Al contrario Stendhal dà un quadro idilliaco della situazione: in un primo momento, infatti le truppe napoleoniche fraternizzarono con la popolazione, poi si distinsero per la loro durezza imponendo la coscrizione militare e spogliando letteralmente dei loro beni le masse contadine che vivevano esclusivamente dei frutti del loro lavoro.
Stendhal in questo è perfettamente aderente al proverbiale orgoglio dei francesi non immune dalla mancanza di tolleranza nei confronti di chi  loro disprezzano.
Le prove di questo comportamento altezzoso si trovano in molte parti de "La Certosa di Parma", celeberrimo è l'episodio dei camerieri genovesi definiti "canaglie" perché lo guardavano dall'alto al basso: loro che portavano scarpe eleganti, lui che indossava degli scarponi allacciati con dello spago.

Ma a parte lo spirito da funzionario napoleonico che troviamo in molte pagine del romanzo, leggere "La Certosa di Parma" è anche l'occasione per conoscere una bella Italia che non c'è più, insomma Stendhal fu un uomo pieno di passione che amò l'Italia e meno gli italiani. E quando manda delle frecciate su "quel popolo che si annoiava da cento anni" qualche ragione l'aveva.

Stendhal era un esteta incline al rigore, due comportamenti che sembrano essere in conflitto tra di loro, ma egli ebbe la capacità di coniugare lo sprezzo per le "canaglie" con l'ottimismo che gli derivava dalla generosità della sua apertura mentale. In questo senso "La Certosa di Parma" rivela il carattere dello stesso Stendhal che tende ad esprimersi con molta libertà, senza mediazioni dando giudizi sferzanti ma nel contempo mantenendo una vivace ironia che dà movimento all'intero romanzo.
In questo Beyle dimostra di essere modernissimo e la sua faziosità viene stemperata dal suo eccellente modo di raccontare e dal suo modo di prendersi beffe degli altri: il clero, i nobili e il terzo stato, tutti accomunati dall'aver una struttura mentale vecchia, almeno a detta di Stendhal il rivoluzionario.

Cosa direbbe oggi  Stendhal?  In molte delle zone  da lui visitate e raccontate c'è solo cemento.....rimaniamo però noi italiani con gli stessi difetti di allora......

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Published by Caiomario - in Letteratura Stendhal La Certosa di Parma
14 luglio 2018 6 14 /07 /luglio /2018 12:29

Sino al 1492 esistevano in America delle genti chiamate genericamente Amerindie (aztechi, maya, toltechi etc.) che costituivano il patrimonio umano e culturale di quelle terre. Sappiamo come le cose sono andate dopo quella data, da quel momento è iniziato il più straordinario processo di assimilazione, conversione e distruzione delle differenze che la storia dell'umanità abbia  mai conosciuto. Eppure la storia sembra che non abbia insegnato nulla, ci consideriamo ancora la culla della civiltà e crocevia delle culture, eppure abbiamo distrutto riti antichi, lingue e le radici di quel che rimane di una mescolanza che ha adottato da tempo l'ideologia dei conquistadores. All'epoca gli europei andavano in terre lontane per conquistare, oggi vi è una parte di europei che presa da un afflato di buon sentimento conquista e attrae non poveri ma persone che spesso provengono da aree cittadine dove non ci sono guerre e che vengono in Europa con il miraggio di ottenere solo vantaggi con poco sforzo. Ma non è così, ecco l'inganno, un inganno che farebbe sfigurare Cortès e i suoi conquistadores, è iniziato da tempo un processo di assimilazione subdolo che sta svuotando le terre africane. In nome di una supposta eguaglianza si vogliono globalizzare i comportamenti e quindi i valori. 

Uno straordinario antropologo, Tzevatan Todorov, ha scritto un libro intitolato "La conquista dell'America", questo libro è ancora la migliore narrazione che spiega come gli europei con l'intento di "comprendere" hanno determinato la distruzione quelle culture. Un altro aspetto - scrive Todorov- riguarda l'egualitarismo del cristianesimo che si basa su questo presupposto: «poiché Dio è il Dio di tutti, così tutti sono figli di Dio, senza differenze fra popoli e individui», (1) il cristianesimo -annota sempre Todorov- non lotta contro le ineguaglianze ma le legittima ritenendole giuste dinanzi all'unità di Cristo. Ovviamente occorre precisare che quando parliamo di cristianesimo ci dobbiamo riferire al sentimento religioso così come era vissuto dagli spagnoli. Oggi i nuovi conquistadores sono stati sostituiti da imbarcaderi che non hanno un minimo di cognizione di causa su cosa sia l'alterità, l'altro è uno di noi che più ci  assomiglia più assimila la nostra ideologia e più colma il senso di rimorso (tipicamente etnocentrico) per quello che gli europei, prima gli spagnoli e poi gli inglesi, hanno fatto in modo sistematico per secoli: estirpare, distruggere e assimilare. Todorov introduce il capitolo intitolato "Comprendere, prendere e distruggere" (2) osservando che Cortès comprende meglio la realtà atzeca più di quanto sia in grado di fare Menteczuma con quella spagnola. Tuttavia nonostante questa comprensione niente impedisce che si avvii una sistematica distruzione della civiltà azteca. Il primo elemento la comprensione è il presupposto della distruzione per cui sembra che sia proprio questa predisposizione degli spagnoli a capire le civiltà messicane ciò che determina la loro distruzione. 

Ecco affermarsi un nuovo colonialismo, quello della conquista delle menti che agisce in nome dell'eguaglianza. Un razzismo subdolo con l'alibi del "tutti uguali" in nome della fraternità universale.  I poveri, quelli veri, sono rimasti in Africa ma a quanto pare il rimorso dei sostenitori del nuovo etnocentrismo  scatta solo quando all'orizzonte si vedono gli imbarcaderi....poi tutti con lo smartphone simbolo delle nuove catene che ci rendono tutti eguali. Possiamo dedurre da tutto ciò che quando non si riconoscono le simmetriche differenze che naturalmente esistono vengono meno tutte le ragioni che rendono compatibile la coesistenza. La coesistenza è una lealtà verso il rispetto delle differenze, l'assimilazione è una forma coattiva e violenta fatta passare per integrazione. Ma se rinuncio alla mia storia e alle mie radici non sono integrato ma sono conquistato. La virtù del rispetto è non solo non fare del male ma anche fare del bene e quando un individuo viene solleticato a rinunciare a se stesso lo si getta nella disperazione illusoria dell'utopia. Cosa ha a che fare la libertà con questo progetto ideologico che combatte le identità? Questa idea manipolata della libertà è diventata la serva dei sostenitori del mondialismo ad oltranza che riconosce solo un'eguaglianza: quella dei detentori del capitale senza confini. Noi possiamo incontrare gli altri popoli a partire dalla nostra cultura questo non ci impedisce di incontrare gli altri, questo non significa chiudersi e rifiutare gli altri. Abbracciare senza rinnegare e fare in modo che ognuno abbia la sua patria questo è rispetto per l'alterità. Non importa ciò che si afferma come principio, il principio si deve concretizzare in comportamenti adeguati e la diversità è un valore.

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(1) Tzevatan Todorov, La conquista dell'America, Torino, 2014 p.130.

(2) Ibidem, p, 155.  

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Published by Caiomario - in Antropologia Culturale
14 luglio 2018 6 14 /07 /luglio /2018 08:39
Il ritratto di Dorian Gray - Oscar Wilde

 Letteratura, cinema e teatro, un ritratto che non invecchia.

Il ritratto di Dorian Gray è un classico della letteratura, almeno così viene definito e ogni volta che si deve usare questa espressione bisognerebbe farlo con una certa riluttanza perché c'è una certa ipocrisia in questa connotazione e, aggiungo una certa supponenza che svaluta la grandezza di un'opera il cui valore non dipende certo dal tempo. Ma su questo argomento hanno riflettuto altri e in particolare Italo Calvino che non amava particolarmente questa convenzione in uso nella letteratura.
Il romanzo di Oscar Wilde ha dato origine a molte riduzioni cinematografiche e teatrali, alcune sono pregevolissime come quella del regista Oliver Parker il cui merito sta -a mio parere- nell'aver adattato sul grande schermo il capolavoro di Wilde dandone una sua particolarissima interpretazione. Qualcuno potrebbe obiettare che Parker è un amante di Wilde visto che aveva già diretto "Un marito ideale" e "L'importanza di chiamarsi Ernesto", però io ho amato anche una vecchia pellicola che risale al 1945 e che a differenza del film di Parker presenta meno discrepanze rispetto al romanzo di Wilde.

Nel nostro disperato tentativo di restare al passo coi tempi dimentichiamo che tutto ciò che facciamo è condizionato dal tempo: il mito dell'edonismo non è nuovo, sin dall'antichità gli uomini hanno teorizzato che davanti alla caducità della vita,  l'unica cosa che rimane da fare è vivere il tempo cogliendo l'attimo; Orazio è stato il più importante teorizzatore del "carpe diem", ma la prospettiva di Wilde è diversa: perseguire l'eterna giovinezza per non soccombere e per distinguersi dal vivere mediocre degli altri

C'È UN PO' DI DORIAN GRAY IN OGNUNO DI NOI

Mi ha sempre colpito la figura di Dorian Gray, ingenuo, pieno di insicurezze, vanesio e pronto a vendere l'anima al diavolo in cambio della giovinezza che dura per sempre. Il suo modo di porsi nei confronti del ritratto che gli ha dipinto il pittore Basil Hallward è la parte più dolorosa e omissiva che mi ha sempre fatto pensare a come ci poniamo davanti a delle vecchie foto che ci ritraggono quando eravamo giovanissimi. Si potrebbe parlare del libro di Wilde partendo solo da una serie di considerazioni sul quel legame tra Dorian Gray e il quadro che nasconde le insidiose sembianze, ma vi è mai capitato di avere dei brividi e dei rimpianti davanti ad una foto che ci mette davanti a quello che non siamo più? Ciò che cambia però è il terribile mistero che nasconde Dorian Gray.
La storia è paradossale: solo Dorian potrà deliberatamente rinunciare al patto segreto facendo emergere la propria natura seguendo il proprio destino.

QUELLA DIABOLICA SEDUZIONE CONTEMPORANEA

Wilde da grande scrittore di razza qual'è sa scavare nelle nostre paure e ironia del destino anche noi ci troviamo a vivere in un frenetico inseguimento di una giovinezza persa per sempre; avete mai pensato che c'è una diabolica seduzione nel messaggio che trasmettono certe pubblicità? Sappiamo rinunciare alle nostre sembianze in cambio di una seducente promessa di ritornare giovani? Può capitare di essere angelicamente ispirati nel volere avere il volto da ventenne, ma il disperato obiettivo si tramuta presto in un'illusione; forse dovremo avere un giusto approccio con il benessere  e non ricercare di riconquistare la giovinezza passata.

Non si può parlare di Dorian Gray senza parlare di Lord Henry Wotton, una sorta di teorico della scienza dell'immortalità in versione ottocentesca, a metà tra Mefistefole e uno stregone, il vero responsabile della deriva di Dorian Gray che è una vittima indifesa nei confronti di un seduttore e manipolatore diabolico a cui però sfugge il completo controllo della situazione. Il pittore Basil Hallward  dà una definizione che di Dorian Gray che vale più di mille parole: " È una natura semplice e bella" e quasi intuendo le intenzioni del malefico Lord Wotton gli raccomanda di non gustarlo, ma si sa che il diavolo sa mentire e circuire facendo credere esattamente il contrario. Lord Wotton sa influenzare e parla spesso con una voce sommessa, con un tono musicalmente seducente.
Mi capita spesso di riflettere su una frase pronunciata da Lord Wotton che ad un certo punto dice "Noi siamo puniti per quello che rifiutiamo a noi stessi", c'è del vero in questa osservazione ma c'è anche una seduzione che nasconde un tranello; molti seguono questa regola auto imposta pensando di invertire la rotta ma è impossibile agire sul passato e spesso la punizione non è altro che il rimorso per non avere fatto quello che avremmo potuto fare.




ALCUNI AFORISMI TRATTI DA "IL RITRATTO DI DORIAN GRAY"

Oscar Wilde è stato uno dei più grandi creatori di aforismi, a differenza di Nietzsche però molte frasi celebri sono incastonate all'interno di un racconto, tra le numerose, condivido le seguenti:

  •  "La bellezza, la vera bellezza, finisce là dove l'espressione intellettuale inizia";
  •   "L'unico pregio del matrimonio è di rendere assolutamente necessaria per tutti e due una vita di inganno reciproco";
  •  "Il riso non è un brutto modo per cominciare un'amicizia, è sicuramente il miglior modo per finirla";
  •  "Influenzare qualcuno significa dargli la propria anima" ( Frase pronunciata da Lord Henry Wotton in presenza del pittore Basil che sta eseguendo il ritratto di Dorian Gray).




L'elenco potrebbe continuare, invito però il lettore a "sforzarsi" a rintracciare altre massime e a fare un esercizio utilissimo: prenderne nota; trovo che queste frasi possano essere utilissime in tanti contesti; "Il ritratto di Dorian Gray" non è solo un romanzo appassionante, è una stimolante lettura, un'ossessione che divora il lettore il quale cerca di cogliere una verità che alla fine sfugge come....la giovinezza perduta.

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Published by Caiomario - in Libri
11 luglio 2018 3 11 /07 /luglio /2018 06:49
Filosofi: Bruno Giordano

VITA, OPERE

Giordano Bruno (Nola, 1548-1600), entrò a diciotto anni a far parte dell'Ordine dei Domenicani  nei confronti del quale mostrò insofferenza per la disciplina e per l'indirizzo culturale. Nel 1576 abbandonò l'Ordine perché sospettato di posizioni eretiche  e incominciò a girare per l'Europa. Si recò in Svizzera a Ginevra dove ebbe contatti con la comunità calvinista e dove pare ne abbia parzialmente condiviso le posizioni, entrato in contrasto con le autorità ginevrine, si spostò  in Francia, a Parigi e a Tolosa dove compose la commedia Il candelaio, scrisse inoltre delle opere di arte mnemotecnica ispirate agli insegnamenti di Raimondo Lullo: De umbris idearum, Cantus circaeus , Sigillum sigillorum Dalla Francia si spostò in Inghilterra, Oxford e Londra furono i suoi luoghi di permanenza ove compose i dialoghi italiani: La cena de le ceneri, De la causa principio e uno, De l'infinito, universo e mondi, Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'asino cillenico, De gli eroici furori. Dopo il soggiorno inglese tornò in Francia dove entrato in contrasto con gli aristotelici si spostò a Praga e poi in Germania dove fu a Wittemberg, Helmstaedt e Francoforte dove pubblicò i poemetti latini: De minimo, De monade, De immenso et innumerabilibus e la ponderosa opera De imaginum compositione. Successivamente recatosi a Venezia su invito di Giovanni Francesco Mocenigo per insegnargli l'arte mnemotecnica, fu denunciato per eresia dallo stesso Mocenigo all'Inquisizione. Fu arrestato e processato e nonostante fece opera di sottomissione, la Repubblica di Venezia, dopo numerose pressioni delle autorità pontificie, lo consegnò al Sant'Uffizio. Venne trasferito a Roma dove venne imprigionato per otto anni al termine dei quali subì un processo per eresia, rifiutatosi di abiurare le proprie dottrine filosofiche, fu condannato al rogo. Morì arso vivo in Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600. 

IL PENSIERO

Nel pensiero filosofico di Bruno influenzato dalla tradizione platonica e dalla rivoluzione copernicana assume un ruolo di rilievo l'idea dell'Infinito dei mondi visti come parti animate di uno sconfinato organismo. La teoria cosmologica di Bruno  ponendosi contro la tradizione tolemaica e aristotelica, non poteva non entrare in contrasto con la posizione dottrinaria della teologia scolastica che la chiesa vedeva come coerente risposta alle Sacre Scritture. Il pensiero di Bruno espresso nel Del'infinito, universo mondi, è su questo punto molto chiaro: 

"Cossì non è più centro la terra che qualsivoglia altro corpo mondano, e non sono più certi determinati poli alla terra che la terra sia un certo e determinato polo a qualch'altro punto dell'etere e spacio mondano; e similmente di tutti gli altri corpi; li quali medesimi, per diversi riguardi, tutti sono e centri e punti e zenithi ed altre differenze. La terra dunque, non è assolutamente in mezzo all'universo, ma al riguardo di questa nostra reggione" (Dialogo II)

 

Chiarimento

Per la tradizione aristotelica il mondo era finito e diviso in sfere celesti mosse dal motore immobile (Dio) causa di tutti i movimenti; Bruno non nega che il principio e la causa dell''universo sia Dio ma afferma l'infinità del mondo. Dal punto di vista dottrinario si può dire oggi che è meno eretica la posizione di Bruno rispetto a quella di Aristotele il quale negava che Dio fosse il creatore dell'universo riservandogli il ruolo di regolatore dell'ordine dell'universo.

In base a tali presupposti, il principio e la causa dell'universo è l'Uno, la causa a cui fa riferimento Bruno non è la causa finale e formale della tradizione aristotelica ma la causa efficiente in base alla quale Dio (la forma) attraverso la sua facoltà principale l'intelletto  esplica la sua azione ovunque nell'universo. Il mondo o meglio i mondi hanno funzione di materia, Dio è la forma. Questo enorme organismo Dio-mondo può essere riassunto nell'espressione Deus sive natura, espressione che indica la perfetta coincidenza di Dio e della natura. Nella concezione di Bruno forma e materia non si pongono in un irriducibile dualismo come due sostanze diverse e separate ma come due facciate della stessa sostanza. La materia riceve l'energia infinita da Dio, a sua volta la natura informata dall'energia divina si manifesta in infinite forme.

Chiarimento

La concezione di un'Anima del mondo espressa da Bruno non è nuova, trae la sua origine dalla tradizione neoplatonica. Secondo questa concezione Dio è principio attivo dell'universo e nell'universo, Dio è artefice universale del divenire della cose e di tutti i fenomeni della natura. Bruno utilizza il termine Natura  naturans (Natura naturante,creante) per indicare Dio, mentre per la natura propriamente detta parla di natura naturata (natura creata e derivante da Dio in unità).

Il rapporto tra fede e ragione venne chiarito dallo stesso Bruno in occasione dei processi che subì per eresia, egli ribadì che il suo pensiero era la risultante di pura ragione ossia della sua indagine filosofica. Le conclusioni a cui arrivò il suo filosofare non poteva che porre Dio come agente intrinsecamente nei mondi, dall'altra parte sotto il profilo della fede a cui come credente si richiamava ammetteva l'esistenza di un Dio trascendente (Mens super omnia) Si tratta di una concezione che viene definita della doppia verità (1) a cui aderirono sia ambienti averroisti che aristotelici

Nell'approccio sopra descritto l'uomo è nella concezione di Bruno un momento dell'universo di cui ne ripete la struttura, l'intelletto dell'uomo è conforme alle situazioni in cui si trova il corpo ciò significa che l'anima dell'uomo è tale perché il corpo è umano ma se il corpo fosse quello di un cane l'anima sarebbe quella di un cane in quanto la facoltà intellettiva più che essere interna all'uomo è determinata dall'influsso dell'Intelletto universale. L'uomo trova la sua completezza nella Natura che è nel contempo la sorgente della sua origine e il suo fine, concetto che Bruno argomenta ricorrendo al mito di Atteone che, dopo avere visto Diana nuda mentre si faceva il bagno in una grotta, viene da lei tramutato in cervo vivendo immerso nella natura. La storia, come è noto, si conclude con la morte di Atteone sbranato dai suoi stessi cani, conclusione che è la metafora del cacciatore che si trasforma in preda. Bruno ricorrendo al mito di Atteone si fa sostenitore di una sorta di misticismo naturalistico in base al quale la contemplazione della natura ci porta ad essere noi stessi natura. Immergendosi nella natura e identificandosi in essa l'uomo avverte l'energia vitale dell'universo raggiungendo una condizione di slancio mistico che egli definisce di eroico furore.

L'esistenza della religione - secondo Bruno -  deriva proprio da questa immersione mistica nella natura, religione che si fonda sulla natura e si realizza nella natura. La religione a cui si riferisce Bruno è la religione naturale al di fuori della quale esistono le varie forme storiche delle religioni liquidate come un insieme di pratiche cultuali legate alle vicissitudini e alle abitudini di un popolo. Lo stesso cattolicesimo non è che una delle tante forme storiche delle religioni e quindi non può avere la pretesa di essere l'unica religione rivelata da Dio. Coerentemente a questa concezione Bruno, nell'opera lo Spaccio della bestia trionfante, mette in discussione il dogma del Verbo fatto carne  mentre si fa fautore di una religione razionale e naturale che ha come obiettivo quello di portare l'uomo nella natura. Il suo processo e la sua condanna avvenne proprio per avere sostenuto delle tesi che oltre a respingere ogni tipo di religione confessionale e dogmatismo, metteva in discussione i dogmi del Cristianesimo.  Nel clima generale dell'epoca, dominato dall'intransigenza religiosa l'esito tragico e doloroso fu per Bruno il rogo, esito che le leggi ecclesiastiche del tempo prevedevano per gli eretici. 

Con il rogo venne distrutto il corpo di Bruno ma non le sue idee che, rifiutate dai contemporanei  vennero  esaltate poi dai romantici tedeschi. Il primo filosofo che difese il pensiero di Bruno fu Jacobi, seguì poi Schelling e per finire Hegel; in tempi più recenti si è voluto trovare il significato del Rinascimento proprio nel pensiero  di Bruno ritenuto il campione di quel rinnovamento morale e intellettuale che fu una caratteristica tipica dello spirito rinascimentale.

 

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Note

1) Per approfondimenti si rimanda a Teoria della doppia verità

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Published by Caiomario - in Filosofi: Bruno Giordano
11 luglio 2018 3 11 /07 /luglio /2018 05:23
Poco o niente. Eravamo poveri. Torneremo poveri - Giampaolo Pansa



Pansa ha la capacità di saper leggere la realtà e non semplicemente di interpretarla, la sua "narrazione" suscita stupore ed è sempre spiazzante e al di là del fatto che i suoi libri riescano a raggiungere i primi posti delle classifiche dei libri più venduti, anche i detrattori sono costretti perciò ad ammettere che le  sue opere riescono ad attraversare la storia con gli occhi di chi vive e conosce la contemporaneità svelando al lettore eventi, fatti e circostanze non sempre "facili" da digerire. Purtroppo delle verità non possiamo sbarazzarci  soprattutto quando le nostre vicende individuali si intrecciano con il contesto storico del passato.È bene ricordarlo.

Il primo libro  di Pansa che ho letto è stato "Borghese mi ha detto" molto prima del successo editoriale che è seguito al "Sangue dei vinti", poi dopo averne apprezzato le verità scomode in esso contenute, non ho voluto perdere  l'appuntamento con "Sconosciuto 1945" e "Il Revisionista", per anni  ho seguito Pansa in quella straordinaria rubrica che è stata "Il Bestiario". Non mi stupisce pertanto la sua capacità di concentrare l'attenzione sulle pieghe nascoste della storia recentissima.
Non potevo mancare all'appuntamento di "Poco o niente. Eravamo poveri. Torneremo poveri" che può essere definito un libro di memoria e testimonianza ma nel contempo una straordinaria occasione per riflettere sulla situazione individuale e collettiva di un popolo che spesso dimentica da dove viene.

QUELLA STORIA COSÌ  PERSONALE E COSÌ COMUNE

Attingendo ancora una volta dal passato e avvalendosi dei ricordi familiari di un passato che in parte ha determinato il nostro temperamento, Pansa provoca degli interrogativi a cui probabilmente tutti gli "indignati" dovrebbero cercare di dare risposta e in primis le "mamme e i papà" di adolescenti cresciuti tra playstation, tv satellitare e telefono cellulare.
Ed è inevitabile arrivare a determinate conclusioni quando Pansa narra le vicende familiari di sua  nonna Caterina Zaffiro e del  padre Ernesto, non si può leggere questo "racconto" pensando che venga narrata  una storia, perchéle vicende narrate sono quelle della nostra storia. Un italiano non più giovanissimo come Pansa ha avuto il tempo di conoscere almeno cinque generazioni:quella dei nonni e dei genitori, la sua, quella dei figli e quella dei nipoti,  cinque generazioni che coprono almeno un secolo di storia, cento anni durante i quali si sono succeduti fatti ed eventi che costituiscono anche un incontro esistenziale e personalissimo con l'epopea di un popolo passato da un'economia di sussistenza (nel vero senso della parola) ad un'economia che è sempre più in stallo dopo avere attraversato le illusioni del miracolo economico.

ERAVAMO CONTADINI ED ANALFABETI E LA PAROLA "FAME" SIGNIFICAVA DAVVERO FAME......

Mentre l'Italia arretra, i bilanci sono disastrosi e la produttività registra un rallentamento preoccupante, è inevitabile confrontarci con il nostro passato, Pansa da parte sua lo fa partendo dal suo; riconoscersi nella storia da lui raccontata è altrettanto inevitabile quando si attinge a quelllo straordinario giacimento di memorie che sono i racconti familiari ascoltati innumerevoli volte da chi li ha vissuti e che fanno parte della vita di molti italiani.
L'incapacità di fare i conti con il proprio passato è un grande furto che ci siamo autoinflitti e che sta facendo molto male alle nuove generazioni, a mio parere la gravità della situazione mondiale e, nello specifico di quella italiana, sconta proprio questa incapacità di riflettere sul proprio passato.
Le vite dei nonni di Pansa erano le medesime dei nostri nonni costretti davvero a faticare come bestie per sopravvivere, basti solamente pensare alla parola "fame" che significava penuria, incapacità di mettere a tavola qualcosa da mangiare e quando si riusciva a farlo, l'alimentazione era costituita da pochi piatti che causavano delle forti carenze alimentari.
Polenta e fagioli, niente carne ed economia da baratto, questa era l'Italia degli inizi del Novecento.

LE DONNE FATTRICI

Molti ignorano e hanno rimosso le proprie origini, la parola "pezzente" ha perso il suo significato originario bisognerebbe davvero riscoprire il suo significato perchè quelle generazioni erano costituite da autentici "pezzenti" che non sapevano neanche cosa fossero le scarpe.
Quelle generazioni erano costituite da donne "fattrici" che per tutta la vita facevano solo due cose: mettevano al mondo figli e li crescevano (quando era possibile). Le famiglie contadine avevano bisogno di braccia e le "femmine" erano una iattura, era molto meglio avere un figlio maschio che poteva aiutare nei campi che una "femmina" da allevare, tutta quella economia dipendeva dai raccolti e la figura del mezzadro era quella più diffusa, quella generazione non era padrona di niente, non era padrona del suo tempo, dei prodotti coltivati (che doveva dividere con il "padrone") e non conosceva  l'espressione "tempo libero" (lusso piccolo borghese).
Il tempo era un tempo di lavoro, sempre!

NOI GENERAZIONE DELLE TELEVISIONI AL PLASMA.......

Ho cercato in tutti i modi di pensare al termine "fame" e non riesco ad immaginare la sensazione che si possa provare ad avere fame, non posso pensare che le bucce di patata possano essere riciclate, non riesco a pensare ad una casa senza bagno e senza frigorifero e, anche se ci penso, sono incapace di coglierne l'autentico significato della parola povertà..eppure non sono ricco, devo lavorare per vivere.
Ma so cosa significa lottare e inventarsi sempre nuove soluzioni ed adattarsi.
Ed è proprio la capacità di sapersi adattare quella che manca alla nostra generazione che vive di paure, paura di perdere lo stipendio fisso, paura di perdere le certezze (le proprie), i diritti acquisiti ( a scapito degli altri e anche dei propri figli che non hanno niente).

....TORNEREMO POVERI

È  una paura isterica, generazionale che possiamo definire "antropologica", occidentale, ma non è la paura di chi non ha niente ed è abituato a combattere, giorno dopo giorno, perché non ha niente da perdere ( Marx avrebbe detto: "se non le proprie catene), è la paura "bambocciona" del "tutto compreso", è la paura di perdere grandi e piccoli privilegi acquisiti. E' la paura che nasce da una totale incapacità di vedere il futuro, è il timore orribile di chi non ha un piano B per sopravvivere.
Per questo torneremo poveri!
La nonna di Pansa come tante altre donne di quella generazione era abituata a combattere ogni giorno, faceva una vita da bestia da soma, ma sapeva sopravvivere, non aveva sovrastrutture mentali, era abituata alla praticità, in quelle comunità c'era sicuramente la cooperazione e la solidarietà, nella nostra no.

NON CREDO

Non credo alla fame di chi reclama il proprio pezzo di ricchezza, non credo nella fame dei bambini a vita che non vanno via di casa perché c'è mammà che gli fa trovare il letto pronto e la biancheria pulita, non credo nella fame di coloro che possono permettersi di rifiutare un lavoro perché non è adatto alle proprie aspettative.....per questo torneremo poveri.

NON C'E' IL RIMPIANTO DEL PASSATO

Non c'è alcun rimpianto dei bei tempi andati, Pansa racconta le strazianti condizioni di quelle miserevole masse umane che erano già da oltre 40 anni sotto i Savoia e poi la storia di molti giovani contadini analfabeti che furono mandati a morire in quello che fu lo "scannatoio" più sanguinoso della storia, la Grande Guerra fino al Fascismo che seppe intercettare le delusioni scaturenti dalla Vittoria mutilata.
Ecco l'Italia proletaria, povera, poverissima ma che aveva la forza di affrontare la realtà anche con rabbia senza acquatarsi nelle elucubrazioni mentali del "come faremo".
Provo davvero un senso di insofferenza verso questa falsa fragilità che ha paura solo di perdere le comodità e mi riviene in mente Pasolini che come Pansa non era indulgente e sapeva provocare quelli che "stanno dalla parte della ragione" ma lo fanno con la tranquillità di avere sempre la minestra pronta.
Poco o niente scrive Pansa, troppo e tutto viene da dire per generazioni per le quali tutto è scontato e che non sanno mettere in discussione prima di tutto il proprio stile di vita.
Forse diventeremo poveri se non avremo la capacità di liberarci dai lacci e laccioli dell'indebitamento collettivo, delle macchine prese a rate (per dirla alla Guccini), dell'incapacità di sapersi adattare facendo anche il lavoro che non sognavamo.
Da sempre l'uomo ha aspirato a migliorare la propria condizione di vita, ma solo nella società postindustriale l'uomo fa le file per acquistare l'ultimo tablet.
E' pericoloso questo percorso ed è lo stesso che ha portato alla rovina la Grecia responsabile collettivamente delle proprie sorti, è vero il periodo raccontato da Pansa era popolato da poverissimi, ovunque era così, ma erano poveri che non avevano niente, oggi molti rischiano di diventare poveri perché hanno incominciato ad indebitarsi per acquistare ciò che non era necessario.

Ci hanno convinto che lo sviluppo è produrre beni e tutti (salvo qualche rarissima eccezione) sono stati contenti di produrre e consumare ciò che non serviva ed è anche per questo che diventeremo poveri.
Le domeniche pomeriggio le famiglie vanno nei centri commerciali ad acquistare i prodotti di terza e quarta gamma perchè durante la settimana mamma e papà non hanno tempo per cucinare per questo diventeremo poveri.
Riempiamo i cassonetti della Caritas di vestiti che non sono più di moda, per questo diventeremo poveri.
Viviamo una perenne infanzia per questo diventeremo poveri.




I popoli vecchi sono destinati a morire, gli individui che non sanno lottare sono destinati a soccombere, il futuro è sempre degli individui che lottano per conquistare nuove posizioni.

È  sempre stato così, la storia ci suggerisce quello che è accaduto, una civiltà pingue perde la sua aggressività originaria e muore, così è accaduto a Roma, ormai incapace di resistere ai barbari.....
 

È uno dei più bei libri che ho letto  e mi ha fatto pensare a quando, qualche generazione fa, i nostri avi erano sterratori, minatori, carrettieri e salariati giornalieri. Lo erano in Lombardia e in Calabria, in Sicilia e nel Veneto, vivevano in tristi tuguri e mangiavano un po' di granturco, si vestivano di cenci ed erano falcidiati dalla malaria......lottavano però e non erano indignati...lottavano... senza arrendersi.

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