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14 luglio 2018 6 14 /07 /luglio /2018 12:29

Sino al 1492 esistevano in America delle genti chiamate genericamente Amerindie (aztechi, maya, toltechi etc.) che costituivano il patrimonio umano e culturale di quelle terre. Sappiamo come le cose sono andate dopo quella data, da quel momento è iniziato il più straordinario processo di assimilazione, conversione e distruzione delle differenze che la storia dell'umanità abbia  mai conosciuto. Eppure la storia sembra che non abbia insegnato nulla, ci consideriamo ancora la culla della civiltà e crocevia delle culture, eppure abbiamo distrutto riti antichi, lingue e le radici di quel che rimane di una mescolanza che ha adottato da tempo l'ideologia dei conquistadores. All'epoca gli europei andavano in terre lontane per conquistare, oggi vi è una parte di europei che presa da un afflato di buon sentimento conquista e attrae non poveri ma persone che spesso provengono da aree cittadine dove non ci sono guerre e che vengono in Europa con il miraggio di ottenere solo vantaggi con poco sforzo. Ma non è così, ecco l'inganno, un inganno che farebbe sfigurare Cortès e i suoi conquistadores, è iniziato da tempo un processo di assimilazione subdolo che sta svuotando le terre africane. In nome di una supposta eguaglianza si vogliono globalizzare i comportamenti e quindi i valori. 

Uno straordinario antropologo, Tzevatan Todorov, ha scritto un libro intitolato "La conquista dell'America", questo libro è ancora la migliore narrazione che spiega come gli europei con l'intento di "comprendere" hanno determinato la distruzione quelle culture. Un altro aspetto - scrive Todorov- riguarda l'egualitarismo del cristianesimo che si basa su questo presupposto: «poiché Dio è il Dio di tutti, così tutti sono figli di Dio, senza differenze fra popoli e individui», (1) il cristianesimo -annota sempre Todorov- non lotta contro le ineguaglianze ma le legittima ritenendole giuste dinanzi all'unità di Cristo. Ovviamente occorre precisare che quando parliamo di cristianesimo ci dobbiamo riferire al sentimento religioso così come era vissuto dagli spagnoli. Oggi i nuovi conquistadores sono stati sostituiti da imbarcaderi che non hanno un minimo di cognizione di causa su cosa sia l'alterità, l'altro è uno di noi che più ci  assomiglia più assimila la nostra ideologia e più colma il senso di rimorso (tipicamente etnocentrico) per quello che gli europei, prima gli spagnoli e poi gli inglesi, hanno fatto in modo sistematico per secoli: estirpare, distruggere e assimilare. Todorov introduce il capitolo intitolato "Comprendere, prendere e distruggere" (2) osservando che Cortès comprende meglio la realtà atzeca più di quanto sia in grado di fare Menteczuma con quella spagnola. Tuttavia nonostante questa comprensione niente impedisce che si avvii una sistematica distruzione della civiltà azteca. Il primo elemento la comprensione è il presupposto della distruzione per cui sembra che sia proprio questa predisposizione degli spagnoli a capire le civiltà messicane ciò che determina la loro distruzione. 

Ecco affermarsi un nuovo colonialismo, quello della conquista delle menti che agisce in nome dell'eguaglianza. Un razzismo subdolo con l'alibi del "tutti uguali" in nome della fraternità universale.  I poveri, quelli veri, sono rimasti in Africa ma a quanto pare il rimorso dei sostenitori del nuovo etnocentrismo  scatta solo quando all'orizzonte si vedono gli imbarcaderi....poi tutti con lo smartphone simbolo delle nuove catene che ci rendono tutti eguali. Possiamo dedurre da tutto ciò che quando non si riconoscono le simmetriche differenze che naturalmente esistono vengono meno tutte le ragioni che rendono compatibile la coesistenza. La coesistenza è una lealtà verso il rispetto delle differenze, l'assimilazione è una forma coattiva e violenta fatta passare per integrazione. Ma se rinuncio alla mia storia e alle mie radici non sono integrato ma sono conquistato. La virtù del rispetto è non solo non fare del male ma anche fare del bene e quando un individuo viene solleticato a rinunciare a se stesso lo si getta nella disperazione illusoria dell'utopia. Cosa ha a che fare la libertà con questo progetto ideologico che combatte le identità? Questa idea manipolata della libertà è diventata la serva dei sostenitori del mondialismo ad oltranza che riconosce solo un'eguaglianza: quella dei detentori del capitale senza confini. Noi possiamo incontrare gli altri popoli a partire dalla nostra cultura questo non ci impedisce di incontrare gli altri, questo non significa chiudersi e rifiutare gli altri. Abbracciare senza rinnegare e fare in modo che ognuno abbia la sua patria questo è rispetto per l'alterità. Non importa ciò che si afferma come principio, il principio si deve concretizzare in comportamenti adeguati e la diversità è un valore.

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(1) Tzevatan Todorov, La conquista dell'America, Torino, 2014 p.130.

(2) Ibidem, p, 155.  

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10 luglio 2018 2 10 /07 /luglio /2018 12:11

Ripensare l'antropologia e in genere tutte le discipline demologiche comporta anche e soprattutto concepire il modo diverso il termine "tradizione". Questo termine per chi è abituato ad associarlo ad una parola come "folklore" (anzi folclore all'italiana) oggi appare un non senso in quanto non solo è mutato il modo di concepire l'antropologia ma è cambiata soprattutto l'attività degli studiosi di tradizioni popolari. Venute meno le  classi subalterne, soppiantate da ceti popolari attratti dalla cultura del consumo di massa, parlare di tradizione sembrerebbe un non senso considerando poi che vi è una parte di antropologi collaborativi e contigui con quel fenomeno che viene definito di patrimonializzazione della cultura materiale e immateriale etnografica. 

Nella situazione odierna l'UNESCO ha monopolizzato questa attività di salvaguardia della tradizione, ne detta tempi e modi e decide ciò che deve essere considerato "patrimonio dell'umanità"; questa attività di salvaguardia non è rivolta solo ai luoghi ma anche al complesso di beni materiali e immateriali che fanno parte della memoria collettiva dell'intera umanità. Si tratta di un'attività che pone il complesso del patrimonio etnografico da una realtà locale a una dimensione mondiale, un'attività che vista dal punto di vista della salvaguardia è positivo ma che presenta anche delle insidie se la si esamina seguendo le categorie dell'antropologia intesa come disciplina proiettata a spiegare la cultura delle classi subalterne. Se i ceti subalterni tradizionali non esistono più, pur permanendo le differenze, cosa è la tradizione e cosa si vuole salvare del passato? Non si tratta di una questione da poco perché la finalità dell'antropologia e degli studi demologici è mutata, tralasciamo l'attività accademica che coinvolge poche decine di persone e pensiamo invece a tutti coloro i quali volendosi definire "antropologi" si chiedono quale sia il compito dell'antropologo oggi.

La conversione a una forma di antropologia che collabora al processo di riconoscimento dei beni etnografici come patrimonio dell'umanità, può essere uno sbocco "lavorativo" ma dall'altra parte ci suggerisce qualche perplessità. Dalle grandi visioni di un Malinowki o di un Lèvi-Strauss a collaboratori della pro loco? Questo è il destino degli antropologi collaborativi? Quale spazio rimane alla critica? La riduzione allo stato di "tecnico"  e di "superperito" è questa la fine dell'antropologo moderno? Ma soprattutto questa nuova condizione ci porta ad un punto cruciale che non può essere eluso: quale credibilità ci può essere in questa attività se le risorse economiche arrivano da istituzioni con le quali bisogna, per ovvi motivi, evitare conflitti. Chi decide cos'è la tradizione?  L'antropologo contemporaneo e chi aspira ad esserlo non può eludere queste domande a meno non si abbandoni una volta per tutte la missione dell'antropologia con buona pace di tutti coloro che criticavano il collaborazionismo degli studiosi vissuti durante il fascismo, come ad esempio Raffaele Corso, che avrebbero avuto la colpa di presentare un folklore funzionale agli interessi del regime. La storia si fa beffe degli uomini e pare che oggi si stia facendo beffe di tutti coloro che hanno dileggiato molte delle nostri migliori menti che diedero un contributo importantissimo alla ricerca etnografica. 

 

 

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9 luglio 2018 1 09 /07 /luglio /2018 17:07

Nell'epoca dei formidabili cambiamenti come l'attuale assistiamo a continue e repentine trasformazioni che hanno determinato una profonda mutazione delle divisioni tra le classi sociali così come eravamo abituati a concepirle in base a dei paradigmi che sono oramai trapassati. Nelle discipline antropologiche e in particolare in quelle demologiche la distinzione tra classi egemoni e classi subalterne in base alla fortunata e nota connotazione che gli diede  A.M. Cirese, è oggi del tutto fuori luogo quando si tratta di descrivere le attuali situazioni di differenze presenti nelle società moderne. Perché le vecchie categorie gramsciane trasposte nelle discipline demo-antropologiche non sono più attuali? Semplicemente perché non esistono più  quelle classi subalterne a cui rivolgevano le loro indagini A.M. Cirese e i suoi "allievi", oggi le differenze esistono ma i ceti popolari non esistono più. La trasformazione antropologica è evidente e già quella straordinaria figura di intellettuale profeta che fu Pier Paolo Pasolini aveva compreso in quale direzione stava andando la riconquista della nuova libertà, I ceti popolari liberati  dalla dipendenza nei confronti delle classi egemoni sono stati conquistati da un nuovo padrone: il consumo. Da classi subalterne a classi di consumatori, questa è la trasmutazione antropologica che contraddistingue vasti strati della popolazione ormai convertiti ad una cultura di massa senza radici, sempre più eguale (nel desiderare gli oggetti - totem di affermazione sociale). 

E le differenze sociali? Esistono come esistevano un secolo fa ma si tratta di differenze che in qualche modo sono alimentate dagli stessi soggetti passivi che vivono nella dipendenza del consumo e  che si trascinano  soggiogati dal nuovo totalitarismo (molto democratico) che solletica l'dea del libero accesso alle risorse per tutti.  In questa trappola molto democratica sono caduti i nuovi schiavi del XX secolo compresi quelli che vengono chiamati migranti che spesso pensano di trovare nelle "magnifiche sorti e progressive" delle società moderne la soluzione alla propria indigenza economica. Agli schiavi interni dipendenti dai consumi si aggiungono gli schiavi esterni, entrambi continuano ad alimentare le differenze che sono il segno più evidente di una perdita totale della propria autonomia. Ecco l'innesto emotivo che alimenta la cultura di massa, una cultura interclassista che non vuole ceti popolari classi di consumatori. Dalla zappa allo smartphone ecco in sintesi la trasformazione antropologica avvenuta negli ultimi cinquant'anni. Dal consumo di prodotti al consumo di diritti la strada percorsa è stata breve.

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9 luglio 2018 1 09 /07 /luglio /2018 06:35
Ernesto De Martino: la teoria della presenza

La concezione gramsciana del folklore visto come una conseguenza dei rapporti tra le classi trovò ampio consenso in molti studiosi del secondo dopoguerra, la figura più rappresentativa di questo indirizzo di studi che riprese anche le indicazioni di Gramsci fu Ernesto de Martino che si dedicò ad un puntuale e metodico studio di classificazione della cultura magico-religiosa diffusa tra  i ceti subalterni del Sud Italia. Il retroterra ideologico dell'attività di de Martino non fu però solo Gramsci, un ruolo non secondario ebbe nella sua attività di studioso la filosofia storicista di Croce che come è noto aveva espresso un giudizio negativo nei confronti delle scienze sociali viste come false scienze i cui dati raccolti  potevano essere interpretati correttamente solo nella Storia. Se Croce però non era interessato alla cultura dei ceti popolari, de Martino, pur in dissenso con l'impostazione crociana ne accoglie un presupposto fondamentale: il giudizio critico che viene utilizzato come strumento utile a sottrarre gli studi sul folklore da una visione meramente naturalistica  e per ricondurli entro l'alveo del processo storico e delle sue dinamiche intese in senso gramsciano. Se Croce e Gramsci, seppur in modo diverso hanno costituito il retroterra ideologico di de Martino,  altrettanto influente fu Heidegger a  partire dal concetto di presenza inteso come esserci , concetto che riveste un ruolo centrale nella sua interpretazione del mondo magico-religioso dei contadini meridionali.

Secondo l'interpretazione di de Martino la cultura magico-religiosa delle classi popolari dell'Italia meridionale è una risposta alla loro condizione di subalternità nei confronti dei ceti dominanti. La persistenza di pratiche magico religiose (magismo) è vista come un momento storico nel quale si trova quella che lo stesso de Martino definì presenza,  la presenza è un'attitudine che permette di conservare nella propria coscienza una serie di ricordi e di esperienze che vengono ritenute funzionali per dare una risposta adeguata alle condizioni contingenti in cui ognuno si trova a vivere in altri termini gli individui delle classi popolari. La presenza è vista da de Martino anche come un elemento di resistenza che svolge una  funzione di opposizione alla penetrazione della cultura dominante, un esempio può venire dalle diffuse pratiche religiose in cui elementi provenienti dal paganesimo coesistono e si fondono con le pratiche cultuali cristiane. de Martino definisce la presenza come un "esserci"  in senso heideggeriano all'interno di un ambiente ricco di significati, ambiente che rivela inoltre un profondo radicamento dove il senso dell'esistenza individuale e collettiva è dato proprio dal momento religioso e magico.  In un mondo minacciato dall'insicurezza, le pratiche magico religiose svolgono un ruolo di difesa proiettando l'individuo in una dimensione metastorica nel senso che vive in una condizione come se fosse fuori della storia; in questo senso la "presenza" svolge un ruolo di fuga dalla realtà, dalla propria realtà individuale e collettiva ma questo ruolo entra in crisi nel momento in cui avvengono degli eventi traumatici e subentra il sentimento della paura, paura di perdere proprio quegli elementi che danno un significato al proprio vivere consentendo in tal modo che abbia il sopravvento lo smarrimento e l'insicurezza.

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8 luglio 2018 7 08 /07 /luglio /2018 06:02

L'uomo è un essere biologico e contemporaneamente un essere sociale - Claude Lévi-Strauss

Le strutture della parentela

Quando si parla di antropologia strutturalista è quasi automatico associarvi il nome di Claude Lévi-Strauss, lo studioso francese che ha fondato un metodo di approccio le cui  implicazioni  vanno ben al di là dell'antropologia culturale strettamente intesa  tanto che sarebbe più corretto parlare di strutturalismo come di una corrente di pensiero filosofica che ha avuto profonde influenze in diversi ambiti disciplinari: dalla linguistica alla letteratura, dalla filosofia alla sociologia Dal punto di vista delle fonti lo strutturalismo di Lévi- Strauss ha come punto di partenza le riflessioni del sociologo E. Durkheim e dell'antropologo F. Boas e le conclusioni a cui pervenne il linguista strutturalista R. Jakobson.

Claude Lévi-Strauss è stata un esponente di spicco della cultura europea della seconda metà del Novecento, la sua formazione di estrazione filosofica e sociologica ha senza dubbio influito nella formulazione della teoria strutturale della cultura. Il suo libro Le strutture elementari della parentela (1947), è ritenuto un testo fondamentale nella storia delle idee, una sorta di spartiacque di un nuovo modo di interpretare la cultura che, con Lévi-Strauss viene, vista come un complesso sistema simbolico necessario per la comunicazione. A Le strutture elementari della parentela, seguirono altre opere ritenute fondamentali nel settore dell'antropologia culturale: Tristi tropici (1955), Il pensiero selvaggio (1962) e i 4 volumi intitolati Mythologiques (1964-71).

 

L'analisi del linguaggio e le strutture elementari della parentela: Nell'affrontare lo studio delle strutture elementari della parentela Lévi-Strauss non fece un semplice elenco delle variabili esistenti seppur improntato da criteri di un'ordinata classificazione ma si pose come obiettivo quello di scoprire il principio sottostante da cui hanno origine gli stessi sistemi di parentela. Ma cosa sono i sistemi di parentela? Lévi-Strauss così li definisce:

"Intendiamo per strutture elementari della parentela i sistemi nei quali la nomenclatura permette di determinare immediatamente il giro dei parenti e quello degli affini; ossia i sistemi che prescrivono il matrimonio con un certo tipo di parenti; o, se si preferisce i sistemi che, pur definendo tutti i membri del gruppo come parenti, li distinguono in due categorie: coniugi possibili e coniugi proibiti. Riserviamo il nome di strutture complesse ai sistemi che si limitano di definire il giro dei parenti e che abbandonano ad altri meccanismi, economici e psicologici, il compito di procedere alla determinazione del coniuge. L'espressione « strutture elementari»   corrisponde dunque , in questo lavoro, a ciò che i sociologi chiamano abitualmente matrimonio preferenziale. (1)

Lèvi-Strauss è consapevole del fatto che una rigida distinzione tra i due sistemi non è possibile trovare sistemi di parentela che siano assolutamente elementari nel senso di matrimoni che si effettuano con il cugino prescritto. Come è noto Lèvi-Strauss elaborò la nota  teoria del matrimonio dei cugini incrociati in base alla quale individui di sesso maschile e femminile  appartenenti a due metà di un medesimo villaggio si sposano tra di loro dando origine da una intensa rete di scambi. Mentre nelle strutture elementari esiste una certa possibilità di scelta, questa è del tutto impossibile in strutture complesse dove la regola stabilisce in modo rigido che non si possono sposare individui appartenenti allo stesso gruppo biologico. Tuttavia - puntualizza Lèvi-Strauss - non è possibile nella pratica fare una netta contrapposizione tra i due sistemi in quanto esistono delle forme da lui definite ibride ed equivoche o perché i privilegi economici permettono di effettuare una scelta secondaria all'interno della categoria obbligatoria.

L'esigenza di esaminare i sistemi di parentela è legata all'esigenza di superare i limiti metodologici della sociologia comparativa. Lèvi-Strauss ne è consapevole al punto da dire in modo chiaro ed inequivocabile che i limiti della sociologia comparativa sono da un lato il fatto di isolare gli elementi dalla totalità privandoli di significato oppure di prendere in considerazione solo una parte di un determinato elemento. Il primo difetto viene imputato al Westermarck, il secondo al Durkheim, tuttavia per evitare questi inconvenienti, Levi-Strass afferma che bisogna seguire la strada tracciata da Marcell Mauss cogliendo le relazioni più complesse. Questioni metodologiche a parte, l'impianto concepito da Lévi- Strauss, pur tenendo in considerazione i contributi di altri studiosi è del tutto innovativo come appare del tutto originale la distinzione tra natura e cultura. L'opposizione tra cultura e natura - afferma lo studioso francese - non è né un dato oggettivo né un aspetto oggettivo dell'ordine del mondo, in realtà vi è una commistione tra il dato biologico costitutivo dell'essere umano e dell'aspetto culturale per cui le reazioni comportamentali di un determinato individuo dipendono sia dalle sue radici biologiche (natura) che da quelle sociali (cultura).

Per spiegare il meccanismo di come si formano i sistemi di parentela,  Lévi-Strauss parte dall'analisi strutturale del linguaggio tenendo in considerazione le conclusioni a cui arrivò lo Jakobson. Secondo Lévi-Strauss noi impariamo a esprimerci con le parole non attraverso un meccanismo di memorizzazione di un elenco chiuso di espressioni ma grazie a un processo che ci permette di sottoporre la materia prima del linguaggio  ad una trasformazione da cui si originano un numero illimitato di espressioni che hanno un significato compiuto. Il processo da cui si origina linguaggio non si impara semplicemente dal mondo empirico in altre parole va al di là della condizione esperienziale dell'individuo ma è una forma  a priori, è una sorta di principio regolatore di tutti i linguaggi possibili, già presente nell'intelletto  umano. È proprio questo principio regolatore esistente al livello inconscio che permette di creare non solo nuove espressioni e nuovi termini ma anche di apprendere lingue diverse. Lévi-Strauss tratta i rapporti sociali come un linguaggio costituito da simboli, questo linguaggio è un sistema di comunicazione che si manifesta  non solo attraverso gli aspetti verbali ma anche attraverso gli elementi empirici che costituiscono l'esperienza umana come possono essere ad esempio gli animali e le piante.  Ciascun settore dell'esperienza umana si presenta con delle categorie il cui significato non è immediatamente rilevabile ma che opportunamente decodificate si mostrano come basate sugli stessi principi regolatori da cui si origina il linguaggio. Questi principi regolatori sono delle costanti universali esistenti al livello inconscio riscontrabili in tutte le culture che  Lévi-Strauss denomina «categorie dello spirito umano». Volendo semplificare al massimo lo strutturalismo può essere definito come teoria degli opposti perché sono proprio gli opposti verbali e non verbali ciò che rivela il significato delle categorie invarianti della cultura. Sul piano filosofico la concezione di Lévi-Strauss segna uno stacco rispetto allo storicismo nella versione moderna che insiste sulla unicità e l'irripetibilità del fatto storico, per Lévi- Strauss al contrario un evento storico è una delle tante variabili in cui si possono presentare le categorie dello spirito umano, categorie che rimangono sempre uguali a se stesse, ovunque e in ogni cultura. Questa posizione porta a negare la visione della corrente evoluzionista per la quale la storia umana procede per fasi, questa visione bollata come "etnocentrica" è per Lévi-Strauss solo un modo per giustificare il proprio presente  facendo riferimento al passato.

Il metodo strutturalista venne applicato per studiare i sistemi elementari di parentela partendo dalla spiegazione del tabù dell'incesto che avrebbe un'origine culturale e non biologica e che si basa sull'idea che la proibizione di sposare donne consanguinee nasce dall'esigenza di comunicare con gruppi umani più vasti intessendo relazioni che sarebbe impossibile avere in un gruppo chiuso.

L'impostazione seguita da Lévi-Strauss ha cambiato profondamente la mentalità di tutti gli ambiti di ricerca che, dallo strutturalismo in poi,  non possono più prescindere dalle conclusioni a cui egli pervenne. Non bisogna dimenticare poi che l'influenza di Lévi-Strauss è stata così profonda e incisiva  su tutte le scienze umane che  qualsiasi studio sull'alterità, anche in un periodo come l'attuale in cui non esistono più "primitivi"  deve fare i conti con i punti fermi della linguistica strutturalista quando si tratta di analizzare il complesso dei linguaggi verbali e non verbali tipici di ogni sistema di comunicazione. 

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Note

1) Claude Lévi-Strauss, Le strutture della parentela,  Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1969 p.11.

 

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7 luglio 2018 6 07 /07 /luglio /2018 15:48

Nel settore delle discipline etnoantropologiche, con la denominazione di antropologia evoluzionistica detta anche dell'evoluzionismo antropologico ci si riferisce a quella corrente teorica, sviluppatasi alla fine dell'Ottocento, che si rifà al concetto di evoluzione di Charles Darwin, evoluzione che si presenta in modo graduale ed uniforme e che risponde ad alcune grandi leggi immutabili nel tempo.

Il presupposto che sta alla base della teoria evoluzionista è quello di vedere la storia umana come contrassegnata da fasi o stadi irreversibili che presentano ovunque la medesima concatenazione. Tuttavia per gli antropologi di questo approccio teorico l'evoluzione delle culture non procede ovunque nello stesso modo; a sostegno di questa tesi si faceva riferimento ai primitivi contemporanei che si troverebbero in una fase culturale del passato. 

Gli studiosi dell'evoluzionismo antropologico parlavano a tal proposito di sopravvivenze (survivals) presenti nelle società primitive contemporanee, sopravvivenze che come una sorta di fossile culturale avrebbero permesso di comprendere il passato. Il concetto di sopravvivenze elaborato dall'antropologo britannico E.B. Taylor nell'opera Primitive Culture ha avuto molto successo tra gli antropologi ottocenteschi e  si basa essenzialmente sull'idea che le origini dell'umanità siano da rinvenire in origini arcaiche di tipo magico-religioso e violento. Altro tratto caratteristico di questa concezione è il giudizio di valore dato alle sopravvivenze che secondo questi antropologi sono delle forme superstiziose tipiche dell'umanità che vive nel periodo primordiale. Proprio queste forme nascoste la cui origine violenta rimane nascosta e non è immediatamente rilevabile permetterebbe di spiegare molti fenomeni primo fra tutti quello religioso.  Tylor  sosteneva che tutte le religioni hanno attraversato una fase animistica che poi si sarebbe evoluta in forme più complesse. Ma come spiegare la genesi dell'animismo? Secondo Tylor l'idea animistica si forma nel pensiero individuale che riflette sulla morte, sul significato del mondo e dei sogni, si tratta di una riflessione non sofisticata ma è proprio da questo stadio originario che si sarebbero poi sviluppate le forme più complesse ed elaborate del pensiero religioso.

Tra gli esponenti dell'antropologia evoluzionista, oltre a Tylor vanno annoverati: Johann Jacob Bachofen noto soprattutto per essere stato l'autore di una importante opera sul matriarcato, Andrew Lang studioso di religioni primitive, John Lubbock autore di opere sull'origine della civiltà, Henry James Summer  Maine che si dedicò allo studio dell'origine dei sistemi giuridici,  Ferguson McLennan studioso dell'istituzione matrimoniale e John Lubbock autore di opere sull'origine della civiltà.

 

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7 luglio 2018 6 07 /07 /luglio /2018 07:31
Bronislaw Malinowki: Diary in the Strect Sense of the Term

Nel 1967  venne pubblicato uno scritto di Bronislaw Malinowki intitolato A Diary in the Strect Sense of the Term dove raccontò l'esperienza vissuta durante la sua permanenza nelle isole Tobriand. Si tratta di uno scritto dove questa esperienza appare in una prospettiva completamente diversa rispetto a quella che emerge nella celebre opera monografica intitolata Argonauti del Pacifico occidentale. In Diary in the Strect Sense of the Term Malinowki confessa tutto il suo disagio umano ed esistenziale vissuto e soprattutto ne esce un quadro di sostanziale rifiuto per il sistema di vita degli indigeni. In Diary esce fuori il vero Malinowki, l'uomo che soffre la solitudine e che ha seri problemi di comunicazione con i nativi che vede troppo lontani dal proprio modo di concepire la realtà. Come è noto, il metodo di Malinowki è stato preso a modello da generazioni di antropologi, modello che tra le altre cose presupponeva una perfetta identità con il punto di vista dell'osservato. Il mettersi dalla parte dei nativi era – secondo questa prospettiva - la conditio sine qua per poter svolgere un'indagine etnologica basata su criteri di imparzialità e di scientificita, come spiegare allora il successivo atteggiamento di Malinowki che, confessandosi, metteva in crisi questo modello? Tra i suoi allevi Diary venne accolto con sconcerto e creò un disorientamento che pose un problema non da poco: il Malinowki degli Argonauti del Pacifico occidentale raccontava la verità o fingeva di raccontarla? 

La questione messa in questi termini non permette di trovare una soluzione, bisogna invece fare un cambio di prospettiva ammettendo che nessuna ricerca sul campo è neutra, ma rappresenta sempre il punto di vista dell'etnologo che in quel momento osserva la realtà. Pertanto in base a questo "punto fermo" possiamo dire che il Malinowki degli Argonauti del Pacifico occidentale è vero come autore quanto lo è quello di Diary ma con un distinguo che bisogna tenere presente: ogni scritto teorico presenta una certa carica di artificiosità dovuta proprio al momento di rielaborazione che in quanto tale manca di quella spontaneità che invece è propria di chi vive una condizione autentica in cui non ci sono barriere interpretative. Il lavoro di ricostruzione etnografica è sempre una narrazione che per quanto impersonale rappresenta il punto di vista soggettivo dell'autore. Raccontare le culture non è un lavoro neutro e volenti o nolenti implica sempre una assunzione critica di quanto viene osservato.

 

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6 luglio 2018 5 06 /07 /luglio /2018 17:05
Bronislaw Malinowski: l'osservazione partecipante

Se James G. Frazer, autore de Il ramo d'oro,  è l'esponente più rappresentativo di quella che venne definita in modo sprezzante "antropologia da tavolino",  Bronislaw Malinowki (1884-1992) è, all'unanimità, ritenuto il fondatore dell'antropologia moderna grazie anche e soprattutto al metodo di studio da lui concepito  basato sulla ricerca diretta sul campo.  I due aspetti che contraddistinguono la tecnica adottata da Malinowski sono la permanenza del luogo oggetto di osservazione e il coinvolgimento personale; questa tecnica  di lavoro da lui stesso denominata dell' «osservazione partecipante», si fonda sul concetto in base al quale per studiare in modo appropriato una cultura bisogna viverla direttamente.

Questo metodo di lavoro etnografico si sviluppa in modo esattamente contrario rispetto a quello adottato da Frazer in quanto l'etnografo non solo deve vivere direttamente la realtà oggetto della sua indagine ma - secondo le indicazioni di Malinowki  non deve avere nessun rapporto con la propria condizione di vita originaria al fine di raggiungere un'immersione consapevole nella sua attività di ricerca.. Il tagliare i ponti con la propria realtà di origine non riguarda solo le condizioni materiali ma anche deve andare a coinvolgere la sfera esistenziale e privata. Secondo Mainowski entrando in un rapporto di totale sintonia con i nativi di questo o quel luogo si può raggiungere una forma di intesa oggettiva che non può essere raggiunta da chi, come gli antropologi da tavolino, utilizza invece fonti di seconda mano senza aver mai conosciuto la realtà di cui parla.

Il lavoro dell'etnografo deve – secondo le indicazioni di Malinowki – concentrarsi sugli aspetti della vita quotidiana dei nativi, aspetti di routine che comprendono tutta una serie di attività ordinarie e ripetitive quali ad esempio la giornata lavorativa di un individuo, il modo in cui si procaccia e prepara il cibo, le modalità con cui si dedica alla cura del corpo, il tono della voce quando conversa intorno ad un fuoco sino all'esame delle reazioni emotive che fanno parte della dinamica relazionale del gruppo sociale a cui quell'individuo appartiene.

In un periodo pionieristico dell'antropologia, le indicazioni di Malinowki costituirono una novità ma anche una rottura con quegli antropologi da lui ritenuti dilettanti impregnati di pregiudizi , atteggiamento questo frutto di una condotta superficiale in quanto  costoro - accusò l'antropologo polacco . non erano abituati al lavoro diretto sul campo. Un altro aspetto molto importante riguarda l'obiettivo dell'etnografia che secondo un'espressione notissima di Mlainowki deve essere in grado di cogliere il punto di vista dell' indigeno, per raggiungere questo obiettivo l'etnografia deve muoversi in due versanti che devono procedere di pari passo: l'osservazione partecipante e lo sviluppo teorico.

Infine è da rilevare che nella concezione antropologica di Malinowki non esistono aree di attività separate ed indipendenti,  il campo d'indagine di un etnografo non può prescindere dalla lettura di una determinata cultura in senso organicistico in cui il significato delle varie parti può essere afferrato e compreso solo se si coglie la relazioni di ogni singola parte con il tutto.

 

 

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Published by Caiomario - in Antropologia Culturale
4 luglio 2018 3 04 /07 /luglio /2018 16:33
Arthur de Gobineau e l'evoluzione della specie

Come è noto Arthur de Gobineau è l'autore dell'opera Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane, il titolo dell'opera inequivocabilmente anticipa i contenuti della sua teoria nei confronti della quale il giudizio negativo è pressoché unanime. Non vogliamo fare parte degli illuminati non perché condividiamo le posizioni di de Gobineau ma per il motivo semplicissimo che, almeno in ambito scientifico, sarebbe auspicabile più rigore anche quando si parla di un "reietto".  Le ragioni di questa damnatio memoriae sono diverse ma prima fra tutte sono da rintracciare nel pregiudizio che de Gobineau fosse un reazionario e che fosse nemico della tradizione illuminista. Niente di più falso. Che de Gobineau fosse un sostenitore del primato della razza bianca non è una novità mentre appare del tutto nuova l'idea di alcuni "studiosi" che vi sia una discontinuità tra il positivismo e l'illuminismo. Secondo costoro i positivisti avrebbero fatto una'irruzione nella storia con le loro teorie antropologiche in opposizione alle teorie (buone) delle magnifiche sorti e progressive di stampo illuminista.  Se vogliamo rintracciare non tanto le radici quanto degli anticipatore del pensiero di de Gobineau dovremmo prima di tutto citare Carlo Linneo il quale un secolo prima aveva proposto una classificazione della razza umana in termini evolutivi e progressivi, secondo tale classificazione alla base della scala vi è la scimmia mentre in quello più alto si trova l'uomo europeo. Tralasciamo le solite bollature di etnocentrismo che vengono dispensate a pensatori e scienziati  che essendo figli del loro tempo (cerchiamo di essere in modo tollerante se non hegeliani almeno crociani)  non potevano avere alcuna coscienza antropologica e concentriamoci invece sul fatto incontrovertibile che l'idea dell'evoluzione della specie è tipicamente illuminista e se vogliamo essere più precisi si tratta di un'idea che già troviamo in quel Giovanbattista Vico che non a torto viene ritenuto un antesignano della moderna antropologia. Il problema dell'evoluzione della specie è innegabilmente legata alla teoria Kant-Laplace delle nebulose i cui esiti, dobbiamo ammetterlo furono diversi,compresi quelli del positivismo più ortodosso a cui il de Gobineau può essere ascritto. Il pensiero umano è complesso e la storia delle idee dimostra che tutti gli anelli sono concatenati, quello che invece meraviglia è che vi siano ancora (e sono molti) coloro i quali vogliono spiegare con razionalità cartesiana fatti, pensieri ed idee che devono sempre essere inquadrati nel clima storico in cui si svilupparono. Ma a quanto pare coloro che ignorano questa verità hanno altri obiettivi che non sono certo quelli di spiegare i fatti.

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Published by Caiomario - in Antropologia Culturale
28 giugno 2018 4 28 /06 /giugno /2018 16:54

A partire dalla fine del'Ottocento si può dire che inizia la discussione moderna su temi come "civiltà" e "cultura", questa discussione ha dato poi origine ad una serie di discipline che vengono denominate "scienze demo-etno-antropologiche". L'antropologia, in particolare, pur non essendo sorta improvvisamente acquista a partire dal Novecento un suo status di disciplina autonoma svincolata dai tutti quei residui di tipo fisico che ne condizionavano l'impostazione, residui che sono più da rintracciare nell'illuminismo che nel positivismo; si pensi, ad esempio, ad un Blumenbach a cui va il merito di avere posto le basi della craniologia o a un Van der Hoeven personalità di rilievo nella comunità scientifica europea ottocentesca . Se non ci fossero state delle teorie che si basavano solo sulla conoscenza fisica dell'uomo, probabilmente apparirebbe meno marcata la differenza tra l'antropologia fisica ottocentesca e l'antropologia culturale così come  viene intesa nella cultura contemporanea.

Tenendo in considerazione che tutte le tendenze all'approfondimento nacquero e si svilupparono in un periodo molto fecondo per l'antropologia culturale, non si può fare a meno di notare che le più importati teorie antropologiche sono ancora un punto di riferimento per una disciplina che deve fare i conti con una realtà storica profondamente diversa rispetto a quella del primo Novecento.

Una delle colonne portanti dell'antropologia culturale è stato Bronislaw Malinowki che con la teoria nota come funzionalismo, fu determinante nella ridefinizione di termini come civiltà e  cultura. L'interpretazione antropologica di Malinowski è basata sul concetto di eredità sociale  che diventa sinonimo di cultura; in realtà Malinowki è determinante nell'avere introdotto nuove categorie interpretative spostando il problema della classificazione della società come un sistema interrelato di funzioni in cui i fatti acquistano significato solo se interpretati in un reticolo funzionale integrato che è anche rete di comunicazione e di passaggio di conoscenze. L'idea che l'uomo sia passato da una primitività naturale dell'istinto alla cultura intesa come insieme funzionale potrebbe sembrare un retaggio dell'evoluzionismo, ma in realtà Malinowki pur rifiutando l'idea del Naturmesch (l'uomo di natura)  spiega la società e le forme di aggregazione come l'obbligato passaggio per garantire l'autoconservazione (del singolo e del gruppo) e per rendere l'ambiente più accogliente (per il singolo e per il gruppo). La cultura è per Malinowski un impianto creato dall'uomo, la sua natura artificiosa la rende perfettamente funzionale alle esigenze dell'individuo e del gruppo, ma è la stessa cultura a generare nuovi bisogni; attraverso un processo di aggregazione stratificato si sviluppano valori, idee e religioni. La sfera spirituale che comprende religioni e magia svolge poi una funzione catartica permettendo all'individuo di allentare una situazione esistenziale conflittuale connaturata all'essere umano in quanto tale.

Il dibattito su cosa sia lo stato di natura e cosa sia una società civilizzata è anteriore a tutte le teorie antropologiche più recenti, possiamo paradossalmente dire che questo dibattito non si è concluso perché appassiona ancora oggi, nonostante si siano estinte da tempo le cosiddette "società primitive". Tuttavia non si può non riconoscere che la questione di una società globale piatta stia paradossalmente portando molti volenterosi almeno tentare di salvaguardare le differenze non solo individuali ma anche culturali. La fitta rete di relazioni tra individui appartenenti ad aree del pianeta distanti sembra averci condotto verso una visione culturale unica che ha irrimediabilmente distrutto la ricchezza delle diversità.

L'idea di progresso non può essere svincolata da quella di arretramento e se con Malinowki possiamo dire che la civiltà così come comunemente la si intende è solo un aspetto delle società più avanzate, dobbiamo anche ammettere che bisogna fare i conti con larghi strati della popolazione mondiale sempre più marginalizzati e attratti dalle lusinghe della cosiddetta civiltà occidentale. Non è concepibile il superamento di una società civilizzata senza pagare il prezzo di un arretramento tecnologico che nessuno vorrebbe ma è sicuramente il recupero della dimensione culturale e dell'eredità sociale  ciò che può permettere un recupero di quei valori umani originari che sono tipici delle comunità. Malinowski parlava di uomo come organismo palpitante, un uomo fatto di sangue, un uomo vivente, se non si tiene conto di questo aspetto lo sbocco inevitabile è la guerra permanente contro tutti con buona pace di....Hobbes  e dei traghettatori delle illusioni!

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