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29 dicembre 2014 1 29 /12 /dicembre /2014 21:33

Poeta, saggista, epigrammista, politico italiano - nacque a Monsummano il 13 maggio del 1809 e morì a Firenze nel 1850. Frequenta a Firenze l'Istituto Zuccagni sotto le cure di Andrea Francioni, poi passa al Collegio di Pistoia e da Pistoia in quello di Lucca; nel 1826 inizia gli studi di giurisprudenza, il 18 giugno del 1834 all'età di 25 anni si laurea e prende il titolo di avvocato ma non eserciterà mai la professione preferendo dedicarsi alla letteratura e alla politica. Nel'autunno del 1845, dopo un soggiorno a La Spezia, si reca a Milano dove stringe amicizia con Alessandro Manzoni «quel tal Sandro autor di un romanzetto nel qual si tratta di Promessi Sposi». Nel 1847 viene nominato maggiore della Guardia Civica di Pescia dopo che era stata concessa la libertà di stampa. Partecipa in Toscana ai moti rivoluzionari del 1848 e sempre nello stesso anno viene eletto Accademico della Crusca e deputato all'assembela nazionale toscana per il collegio di Borgo a Buggiano. È esponente, insieme a Francesco Domenico Guerrazzi, del partito moderato e per questo viene accusato ingiustamente di essere un reazionario. Tutt'altro che conservatore il Giusti può definirsi un riformatore liberale mai incline agli estremismi e alle congiure. Durante il soggiorno milanese, viene influenzato dalla poesia del Porta e prende coscienza della brutalità della dominazione austriaca ed è proprio in questo contesto che nascono quei componimenti che lo studioso Luigi Galeazzo Tenconi ha definito giustamente "capolavori" della sua «terza ed ultima maniera che chiameremo politico-filosofica»: la Guerra, il Sant'Ambrogio, la Rassegnazione, la Repubblica. Nel 1849 viene confermato deputato dai suoi elettori sempre nel collegio di Borgo a Buggiano; con la fine della costituzione toscana e il ritorno  sul trono del Granduca Leopoldo, il Giusti decide di ritirarsi a vita privata. Colpito da tubercolosi polmonare si trasferisce a Montecatini per curarsi. Nell'inverno del 1849-50 è ospite nel palazzo dell'amico Gino Capponi. Il 31 marzo del 1850, vinto dal male, conclude la sua vita terrena a soli 41 anni. Le sue spoglie mortali riposano nel cimitero di San Miniato a Monte.

CARATTERI DELLA POESIA

Capace bozzettista seppe creare delle figure caricaturali memorabili che riassumevano tutti i vizi della società a lui contemporanea. Sotto la sua penna, usata come una spada, cadono pontefici, preti e bigotti,  estremisti rivoluzionari e despoti assolutisti, sbirri, opportunisti e voltagabbana ma soprattutto i dominatori stranieri che vedevano l'Italia come una preda da smembrare per i propri interessi. Ebbe parole di scherno e di disprezzo per tutti coloro che, pur di ottenere qualche vantaggio personale, chinavano il capo dinanzi al potente di turno. La sua poesia può definirsi senza tempo e per quanto contenga continui riferimenti storici alla sua epoca, resta un pungolo verso tutte quelle debolezze umane che puntualmente si manifestano in ogni periodo storico e in tutti i regimi. Oltre ad essere autore dei famosi "Scherzi" di cui annoveriamo: lo Stivale, una burlesca storia d'Italia di cui si ammira l'andamento brioso, la Guigliottina a vapore, Apologia del Lotto, il Brindisi di Girella, Gingillino, il «Delenda Carthago», Il Poeta e gli eroi di poltrona; nella sua produzione poetica vanno ricordate le poesie sentimentali come la commovente Ad una giovinetta e la delicatissima La Fiducia in Dio, scrisse poi dei gustosi epigrammi  e una raccolta di Proverbi toscani, è anche autore di un  un saggio sul Parini e di una Cronaca dei fatti di Toscana,scritta poco prima di morire tra il 1849 e il 1850. Gli storici della letteratura sono concordi nel riconoscere che i suoi capolavori possono essere considerati Sant'Ambrogio ispirata dall'insofferenza verso il dominio austriaco e II re Travicello ispirata ad una favola di Esopo.

 

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
28 dicembre 2014 7 28 /12 /dicembre /2014 23:27

1 Buonsenso, che fu già caposcuola,

Ora in parecchie scuole è morto affatto;

La Scienza sua figliola,

L'uccise, per veder come era fatto.

___________

2 Gino mio, l'ingegno umano

Partorì cose stupende,

Quando l'uomo ebbe tra mano

Meno libri e più faccende.

___________

3 Fare un libro è meno che niente,

Se il libro fatto non rifà la gente.

__________

 

4 Che fe' calare i Barbari tra noi?

Sempre gli Eunuchi da Narsete in poi.

 

__________________________________________

In questi quattro brevi componimenti poetici scritti a cavallo degli  anni 1848-1849,  traspare in tutta la sua evidenza lo stile  mordace ed arguto del Giusti che mal sopportando l'erudizione fine a se stessa, pensava  che  il compito precipuo dell'intellettuale fosse quello di contribuire a creare una coscienza  nazionale condvisa,

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
27 dicembre 2014 6 27 /12 /dicembre /2014 08:29

IL MOMENTOMO

1 Se ti dà l'animo

   D'andar pei chiostri

  Contando i tumuli

  Degli avi nostri,

  Vedrai l'immagine

  Di quattro o sei,

  Chiusi per grazia

  Ne' mausolei:

     Oggi ci insacca

     La carne a macca,

     In laide maschere

     Fidia si stracca.

2 Largo ai pettegoli

       Nani pomposi

       Che si scialacquano

       L'apoteosi.

       Non crepa un asino

       Che sia padrone

       D'andare al diavolo

       Senza iscrizione: 

           Dietro l'avello

           Di Macchiavello

           Dorme lo scheletro

           Di Steneterllo.

3 Commercio libero!

  Suoni il quattrino

  E poi s'avallano

  Chiesa e Casino.

  Si cola il merito

    A tutto staccio;

   Galloni e Panteon

   Sei crazie il braccio.

      Scappa di Duomo

     Un pover'uomo

     Che senta i brividi

     Di galantuomo.

4 O mangiamoccoli

      Che a fare un Santo

      Date ad intendere

      Di starci tanto!

      E poi nell'aula

      Devota al salmo

     L'infamia sdraiasi

     Di palmo in palmo!

         Ah l'aspersorio

         Per un mortorio

         Slarga al postribolo

         Anco il ciborio!

5 La bara, dicono,

   Ci porta al vero:

   Oh sì, fidatevi

   D'un cimitero!

   Un giorno i posteri

   Con labbra pie

   Biasciando il lastrico

   Delle bugie,

      Diranno: Oh gli avi

      Com'eran bravi!

      Che spose ingenue,

      Che babbi savi!

6 Un dotto transeat:

     Ma un'Eccellenza

     Tapparlo o povero,

     Certo è indecenza!

     Ribolla in lurida

     Fogna plebea

     Dal basso popolo

     La fricassea:

         Spalanca, o Morte,

         Vetrate e porte;

         Aria a un cadavere

         Che andava a Corte.

7 Così la postuma

        Boria si placa:

        E molti, a immagine

        Della lumaca,

        Dietro si lasciano

        Sul pavimento

        Impura striscia,

        Che pare argento.

           Ecco gli eroi

           Fatti per voi,

           Che a suon di chiacchiere

           Gabbate il poi.

8 Ma dall'elogio

     Chi ti assicura,

     O nato a vivere

     Senza impostura?

     Morto, e al biografo

     Cascato in mano,

     Nell'asma funebre

     D'un ciarlatano

         Menti costretto,

         E a tuo dispetto

         Imbrogli il pubblico

         Dal cataletto.

9 Perdio, la lapida

       Mi fa spavento!

       Vo' fare in lascito

       Nel testamento

       D'andar tra' cavoli

       Senza il qui giace.

       Lasciate il prossimo

       Marcire in pace,

           O parolai,

           O epigrafai,

           O vendi-lacrime,

           Sciupa-solai.

 

__________________________________________________________________

In questo componimento scritto nel 1841 il Giusti con la sua consueta ironia incline all'irriverenza, rappresenta abitudini e convenzioni  circa il modo di celebrare tutto ciò che è legato alla morte , abitudini che da sempre fanno parte del mondo degli uomini.Questa è la sostanza del componimento nel quale, tra il dissacrante e l'ironico, risalta l'insofferenza dello spirito libero nei confronti dell'ipocrisia e della miseria morale che circonda ogni rito funebre. La vanità dei ricchi non cessa neppure dopo il verificarsi della loro morte  sempre celebrata all'insegna della menzogna e dell'apparenza; i monumenti funebri sono l'esempio  di come gli uomini amino la pomposità e di come gli piace esaltare, attraverso gli epitaffi e le immagini,  anche persone che avevano condotto una vita del tutto ordinaria. La celebrazione del falso si manifesta in particolare nei cimiteri, luoghi per eccellenza di vanità, in cui i vivi attribuiscono ai defunti immeritate virtù mai da loro possedute. Se con la morte tutto si conclude per il defunto, per i vivi inizia invece un disprezzabile mercanteggiare attorno alle sue spoglie, amara osservazione che scaturisce da uno spirito libero che seppe cogliere in baleni di impressioni vizi, passioni e miserie degli uomini.

Caiomario

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Mementomo: forma italianizzata della locuzione latina memento homo, "ricordati, o uomo"; tra gli antichi romani era invece diffusa l'abitudine di utilizzare la locuzione memento mori, "ricordati che devi morire", locuzione che veniva sussurrata  continuamente a quel generale romano  che, ritornando da una vittoria, sfilava in corteo dinanzi alla folla esultante. Non cambia tuttavia il significato di entrambe le locuzioni: la vita è breve e l'uomo si deve ricordare che è destinato a morire.

1.- Se ti dà l'animo.....: se  hai voglia di andare per i chiostri, i chiostri erano i cortili dei conventi spesso circondati da un portico, all'interno dei chiostri venivano spesso tumulati i defunti che in vita occupavano o posizioni di rilievo o che si erano distinti per eccelse virtù. Vedrai l'immagine...: nei mausolei si vede l'immagine di pochi (quattro o sei) personaggi di un certo riguardo, ma accanto alle tombe di costoro vengono messi (Oggi c'insacca) anche defunti che non si sono distinti per particolari meriti o distinte virtù. L'abitudine di seppellire persone di poco valore nelle chiese era evidentemente  molto diffusa ai tempi del Giusti, che ironicamente osserva come lo scultore (Fidia) a forza di fare le immagini che gli vengono commissionate a iosa, si stanca.

2. - Largo ai pettegoli...: si faccia spazio nei mausolei alle persone di poco conto che amano avere iscrizioni pompose (Che si scialacquano/ L'apoteosi). Non vi è persona grossolana e ignorante (asino) che sia padrone di morire senza che abbia un'iscrizione: dietro la tomba di un Macchiavelli, riposa lo scheletro di un Stenterello ossia dietro la tomba di un personaggio importante si trova quella di una persona qualsiasi.

3. - Commercio libero! Si fa commercio di ogni cosa. Purchè si facciano le cose per denaro (Suoni il quattrino: propriamente la frase si riferisce al rumore emesso dalle monete che cozzano l'una contro l'altra), sia la Chiesa che i nobili si mettono d'accordo.-Si cola il merito/A tutto straccio: non si fa attenzione al merito, ma insegne e tempi nei quali sono sepolti personaggi insigni vengono vendute a metraggio.- La crazia era una moneta d'argento che circolava nel Granducato di Toscana al tempo in cui visse Giusti. - Scappa di Duomo/Un pover'uomo/Che senta i brividi/Di galantuomo: un uomo onesto e dabbene scappa dalla chiesa quando assiste a questo commercio.

4. - O mangiamoccoli...: O preti che fate capire quanto sia difficile riconoscere a una persona la grazia della santità, poi accettate che gente infame venga sepolta in chiesa. L'aspersorio, l'oggetto d'arredo utilizzato dai preti nelle funzioni religiose per spandere l'acqua benedetta, per quello che rende per un funerale, fa sì che entrino nella chiesa gente da postribolo.

5. - La bara, dicono/ Ci porta il vero...: I preti ci dicono che con la morte si perviene alla verità, fidatevi di un cimitero e vedrete quale castello di menzogne è stato eretto. Un giorno i posteri, passando sopra il pavimento lastricato da epigrafi bugiarde e leggendo le scritte sbiadite dal tempo, diranno:«Oh gli avi/Com'eran bravi!/Che spose ingenue/Che babbi savi!»

6.- Un dotto transeat...: possiamo ammettere che una persona dotta venga seppellita in questo modo ma è un'indecenza seppellirlo (tapparlo) come un povero.- Ribolla in lurida/Fogna plebea/Del basso popolo/ La Fricassea: marciscano in una lurida fossa comune i cadaveri dei plebei. - La Fricassea: è un termine generico con il quale vengono indicati una serie di ricette a base di carne tagliata a pezzetti che viene poi stufata  e infine condita con uova sbattute e limone. In questo contesto indica l'insieme indistinto dei cadaveri gettati in una fossa comune.- Spalanca o Morte...: apri o Morte vetrate e porte al cadavere di chi era abituato ad andare a corte.

7. - Così la postuma/Boria si placa...: In tal modo trova si calma la prosopopea postuma dei ricchi, molti dei quali  fanno come la lumaca lasciandosi dietro una striscia che poco a che fare con la nobiltà (Impura striscia,/Che pare d'argento.) - Ecco gli eroi....: ecco questa è proprio la razza di eroi che sembrano fatti  proprio per voi che attraverso gli encomi ingannate i vivi circa i meriti di siffatti defunti. Il bersaglio del poeta sono coloro i quali pronunciavano elogi per i morti, elogi  nei quali spesso venivano celebrate virtù e meriti mai posseduti dai defunti.

8.- Ma dall'elogio chi ti assicura...: Tu che sei nato per vivere senza l'inganno chi ti assicura che una volta morto, non cascherai nelle grinfie di un elogista che ti costringerà, tuo malgrado, a mentire dal catafalco.

9.- Perdio la lapida mi fa paura...: Perdio temo la lapide che verrà apposta quando sarò morto perchè si scriveranno cose menzognere. - Nel testamento/D'andar tra' cavoli/Senza il qui giace...: Vorrei essere sepolto senza epitaffio. Lasciate il prossimo che muoia in pace o parolai, compositori di epigrafi, venditori di lacrime e  voi che rovinate i pavimenti con le scritte commemorative.

 

 

     

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
17 dicembre 2014 3 17 /12 /dicembre /2014 07:58

IL POETA E GLI EROI DA POLTRONA

 

                POETA

Eroi, eroi,

      Che fate voi?

               EROI

Ponziamo il poi

              POETA

 (Meglio per noi!)

       O del presente che avete in mente?

             EROI

Un tutto o un niente.

           POETA

(Precisamente)

       Che brava gente!

        Dite, o l'Italia?

          EROI

L'abbiamo a balia.

        POETA

Balia pretesca,

      Liberalesca

      Nostra o tedesca?

      EROI

Vattel'a pesca

     POETA

Lo so. (Sta fresca!)

___________________________________

Ponziamo il poi...: il blaterare sul futuro  è un vizio antico che serve per distogliere l'attenzione dai problemi del presente; di "eroi" e parolai che passano il loro tempo a sollevare casi sul niente è purtroppo piena anche l'Italia attuale; ai tempi del Giusti (siamo nel 1844) i parolai da salotto, a quanto pare, erano parecchi.

O del presente...: Ma del presente cosa pensate? La risposta degli "eroi" è «Un tutto e un niente». Alla risposta Giusti apostrofa costoro con un ironico «Ah brava gente! ».

L'abbiamo a balia...: L'unica risposta che costori sanno dare alla domanda «Dite, o l'Italia? » è una risposta lapidaria quanto ovvia ed inutile: «L'abbiamo a balia» ossia "l'abbiamo sotto il controllo di altri", Giusti si riferisce  non solo alle poteneze europee che di fatto controllavano gli staterelli italiani ma anche al clero. Anche questa risposta è all'insegna dell'ironia dato che tanto le potenze straniere quanto il clero non si preoccupavano affatto di nutrire le popolazioni, la loro unica premura era quella di fare i propri interessi.

Lo so (Sta fresca!): Conclusione amara che possiamo così intendere: "Cara Italia, stai messa proprio bene nelle mani di tutti quelli che ti fanno da balia!".

 

    

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
12 dicembre 2014 5 12 /12 /dicembre /2014 21:04

I GRILLI

1 Del nostro Stivale

  Ai poveri nani

  Quel solito male

  Dei grilli romani

  In oggi daccapo

  Fa perdere il capo.

2 È vario il rumore:

   Chi predica l'ira,

   Chi raglia d'amore;

   Ma, gira e rigira,

   Rivogliono in fondo

   L'impero del mondo.

3 Nel nobile guitto,

  Che senza un quattrino,

  Ostenta il diritto

  D'andare al Casino,

  Vi trovo in idea,

  Bastardi d'Enea.

4 Non tanta grandezza,

   O seme d'eroi

   Tenuto a cavezza;

   Ritorna, se puoi,

   Padrone di te,

   O Popolo-Re.

_____________________________________

Giusti scrisse "I Grilli" nel 1845 in un periodo caratterizzato da frequenti agitazioni nazionali e liberali in Italia e in Europa; in Italia vi erano varie posizioni che suggerivano diverse soluzioni al problema italiano:  Giuseppe Mazzini  era fautore di una repubblica unitaria; Vincenzo Gioberti, l'esponente più importante dei moderati italiani era sostenitore di una federazione di stati a capo del quale doveva esservi il pontefice. Per Gioberti, infatti, il pontefice era l'unica autorità morale in grado di unificare  tutti gli italiani che, a prescindere dalle loro differenze di usi, costumi e dialetti, si riconoscevano nella comune religione cattolica. Tra i moderati italiani, oltre a Vincenzo Gioberti, gli attori che suggerirono altre soluzioni alla questione italiana furono: Cesare Balbo favorevole a una confederazione  di stati guidata dal Piemonte e Massimo D'Azeglio da sempre ostile alle congiure mazziniane e vicino al re di Sardegna. Oltre ai mazziniani e ai moderati, vi era poi la corrente democratica di cui l'esponente più importante fu il milanese Carlo Cattaneo che era a favore della realizzazione di una repubblica federalista dopo che il Lombardo-Veneto  si era distaccato gradualmente dall'Austria.

Il Giusti, spettatore partecipe degli accadimenti dell'epoca, non perse mai occasione per stigmatizzare il comportamento degli italiani che in quest'occasione definisce "poveri nani" perchè, pur divisi nel sostenere questa o quell'idea, coltivavano l'ambizione di tornare padroni del mondo, ma il Giusti  rivolgendosi ironicamente al popolo italiano gli dice:  "piuttosto che guardare ai fasti del passato, pensa a diventare prima padrone di te stesso affrancandoti dalle potenze straniere che ti tengono in schiavitù".

La storia ha la tendenza a ripetersi!

Caiomario

  

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
10 dicembre 2014 3 10 /12 /dicembre /2014 19:47

GLI UMANITARI

 

1 Ecco il Genio umanitario,
       Che del mondo stazionario
                   Unge le carrucole,
2 Per finir la vecchia lite,
        Tra noi, bestie incivilite,
                 Sempre un po' selvatiche,

3 Coll'idea d'essere Orfeo

      Vuol mestare in un cibreo

                 L'universo et reliqua.

4 Al ronzio di quella lira

       Ci uniremo, gira gira

                   Tutti in un gomitolo.

5 Varietà d'usi e di clima

       Le son fisime di prima:

                  È mutata l'aria.

6 I deserti, i monti, i mari

     Son confini dei lunari,

                 Sogni di geografi.

7 Col vapore e coi palloni

       Troveremo gli scorcioni

                     Anco nelle nuvole:

8 Ogni tanto se ci pare,

      Scapperemo a desinare

                   Sotto, qui agli Antipodi;

9 E ne' gemini emisferi

       Ci uniremo bianchi e neri:

                  Bene! che bei posteri!

10 Nascerà di cani e gatti

         Una razza di mulatti

                    Proprio in corpo e anima.

11 La scacchiera d'Arlecchino

         Sarà il nostro figurino,

                    Simbolo dell'indole.

12 (Già per questo il Gran Sultano

         Fe' la giubba al Mussulmano

                    A coda di rondine!)

13 Bel gabbione di fratelli!

        Di tirarci pe' capelli

                   Smettermo all'ultimo.

14 Sarà inutile il cannone:  

          Morirem d'indigestione,

                     Anzi di nullagine.

15 La fiaccona generale

        Per la storia universale

                  Farà molto comodo.

16 Io non so se il regno umano

        Deve aver Papa e sovrano

                    Ma, se ci hanno a essere,

17 Il Monarca sarà probo

       E discreto. un re del globo

                  Saprà star nei limiti.

18 Ed il capo della Fede?

        Consoliamoci, si crede

                   Che sarà cattolico.

19 Finirà, se Dio lo vuole,

         Questa guerra di parole,

                        Guerra da pettegoli.

20 Finirà. sarà parlata

         Una lingua mescolata

                     Tutta frasi aeree.

21 E già già da certi tali

         Nei poemi e nei giornali

                     Si comincia a scrivere.

22 Il puntiglio discortese

        Di tener dal suo paese,

                    Sparirà tra gli uomini.

23 Lo chez-vous d'un vagabondo

         Vorrò dire in questo mondo,

                     Non a casa al diavolo.

24 Tu, gelosa ipocondria,

       Che m'inchiodi a casa mia,

                   Escimi dal fegato;

25 E tu pur chetati, o Musa,

          Che mi secchi colla scusa

                     Dell'amor di patria.

26 Son figliuol dell'universo,

         E mi sembra tempo perso

                      Scriver per l'ITalia.

27 Cari miei concittadini,

        Non prendiamo per confini

                   L'Alpi e la Sicilia.

28 S'ha da star qui rattrappiti

         Sul terren che ci ha nutriti?

                       O che siam cavoli?

29 Qua o là nascere adesso,

          Figuratevi, è lo stesso:

                      Io mi credo Tartaro.

30 Perchè far razza tra noi?

          Non è scruplo da voi:

                    Abbracciamo i barbari!

31 Un pensier cosmopolita

         Ci moltiplichi la vita

                   E ci slarghi il cranio.

32 Il cuor nostro accartocciato,

        Nel sentirsi dilatato,

                   Cesserà di battere.

33 Così sia: certe battute

          Fanno male alla salute;

                      Ci è da dare il tisico.

34 Su venite, io sto per uno:

            Son di tutti e di nessuno;

                      Non mi vo' confondere.

35 Nella gran cittadinanza,

          Picchia e mena, ho la speranza

                       Di veder le scimmie.

36 Sì, sì, tutto un zibaldone:

        Alla barba di Platone,

                   Ecco la Repubblica!

 

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È il 1840 quando Giuseppe Giusti scrisse questo componimento "scherzoso" dedicato alle idee umanitarie che in quegli anni andavano diffondendosi; lo stile è quello della caricatura satirica in cui gli italiani sono presentati come un concentrato di volubilità dove prevalgono i parolai e i pettegoli. Davanti all'impossibilità di cambiare lo stato delle cose, egli auspica l'avvento di uno Stato universale nel quale cesseranno una volta per tutte le contrapposizioni egoistiche e ogni tipo di nazionalismo. I vizi degli italiani e della classe politica  che li governa, non sono però gli unici bersagli a cui il Giusti rivolge le sue critiche taglienti, infila (con la penna) anche i Francesi (lo chez-nous d'un vagabondo) che hanno l'abitudine di mettere  il proprio paese innanzi a tutti considerandolo il migliore del mondo. Lamentandosi che  lo scrivere per l'Italia è tempo perso, afferma di essere cittadino del mondo, ma, davanti a questa professione di fede, non bisogna lasciarsi trarre in inganno; lo schema seguito dal Giusti è quello del contraddire quello che ha affermato in precedenza: da una parte, infatti, abbraccia le istanze dell'amore universale (umanitarismo), ma dall'altra parte con un ironico invito ad abbracciare i barbari, critica l'inopportunità di simili dottrine in un momento in cui l'Italia è preda ambita di tanti invasori che hanno a cuore solo il loro interesse. Persa per persa la speranza di vedere cambiare l'ordine delle cose, non rimane quindi che confidare nell'avvento di uno zibaldone in cui tutto e tutti sono mischiati ed indistinti e dove persino alle scimmie viene data la cittadinanza.

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1 Ecco il Genio umanitario....:Il fecondo ingegno umano viene concepito dal Giusti come una facoltà che agisce meccanicamente sulla realtà del mondo, il mondo a sua volta lo  immagina come un insieme di cose che rimangono sempre uguali a se stesse (stazionario).

2 Per finire la vecchia lite: Per porre termine alla divisione che da sempre caratterizza gli uomini che continuano a rimanere preda degli istinti più bestiali. Gli uomini non sono altro che un misto di bestie incivilite e selvatiche.

3 Coll'idea di essere Orfeo: Concependo se stesso come un novello Orfeo,  l'ingegno umano plasma e mischia tutte le cose dell'universo. Orfeo è  propriamente il mitico poeta greco che discese negli Inferi  per trovare Euridice e conquistò le divinità infere con i suoi canti; qui il Giusti paragona la facoltà creatrice a quella di Orfeo inteso come plasmatore della materia.

4 Al ronzio di quella lira:  la lira era lo strumento musicale che accompagnava Orfeo quando declamava i suoi canti. Ci uniremo gira gira: gira e rigira alla fine noi uomini ci uniremo in un sol popolo.

5 Varietà d'usi e di clima.....:l'aria è cambiata le differenze sono fissazioni ingiustificate di prima che non hanno più ragione di esistere.

6 I deserti, i monti, i mari: i confini di prima sono solo fantasticherie dei geografi.

7 Col vapore e coi palloni: cone i mezzi alimentati a vapore e con i palloni, allude alle mongolfiere, troveremo le scorciatorie persino alle nuvole.

8 Ogni tanto, se ci pare...: Ogni tanto se ne abbiamo voglia andremo a mangiare nei due punti opposti del globo terrestre.

9 E ne' gemini emisferi......:e nei due emisferi gemelli ci uniremo bianchi e neri. Bene che bei discendenti nasceranno da quell'unione.

10 Nascerà di cani e gatti......: da uomini così diversi nascerà una razza di mulatti sianel corpo che nell'anima.

11 La scacchiera d'Arlecchino........: Il vestito d'Arlecchino sarà il modello del nostro carattere.

12 Già per questo il Gran Sultano.......: Adeguandosi allla nuova tendenza  anche il Gran Sultano ottomano ha adottato per il suo esercito la divisa a coda di rondine come quella degli europei. Giusti si riferisce al sultano turco Abdülmecid I che regnava nel 1840, data in cui fu scritto questo componimento.

13 Bel gabbione di fratelli...: Diventati tutti fratelli smetteremo di farci le guerre.

14 Sarà inutile il cannone...: il Giusti osserva con spirito ironico che con il sentimento di umanitarismo che caratterizzerà il vivere degli uomini saranno inutili le armi e finite tutte le contrapposizioni, moriremo di nullità a causa dell'ozio e dell'inerzia.

15 La fiaccona generale...:Ll'ozio generale farà molto comodo agli storici che non avranno nulla da raccontare.

16 Io non so se il regno umano...: Io non so se il nuovo Stato universale debba avere un monarca o il Papa, ma se proprio ci devono essere.

17 Il Monarca sarà...: Il Sovrano sarà onesto e discreto: un re del globo che si contraddistinguerà per il senso della misura.

18 Ed il Capo della Fede?...: E il Capo della Fede sarà universale; è evidente che non si tratta di un auspicio ma di un'ipotesi utopica e inverosimile visto che nell'umanità vi sono innumerevoli credi religiosi.

19 Finirà, se Dio lo vuole...:Finirà una volta per tutte questa guerra di parole, una guerra di pettegoli.

20 Finirà: sarà parlata...: Si parlerà una lingua dove vi saranno le influenze di tutti gli idiomi.

21 E già già da certi tali...:  Secondo il Tenconi, un altro illustre commentatore dell'opera del Giusti, queste strofe alluderebbero alla moda letteraria, già diffusa quando l'autore scrisse questa poesia, di utilizzare termini ed espressioni non conformi ai canoni della lingua italiana corretta.

22 Il puntiglio di paese..: Diventando tutti cittadini del mondo, finirà ogni tipo di nazionalismo.

23 Lo chez-nous d'un vagabondo...: l'autore si riferisce all'abitudine dei Francesi di mettere il proprio paese sopra tutti gli altri.

24 Tu, gelosa ipocondria...: il termine ipocondria viene utilizzato in maniera impropria, Giusti lo usa per indicare lo stato di malessere fisico e psichico che viveva a causa della sua salute cagionevole.

25 E tu chètati, o Musa...: E tu Musa ispiratrice (della mia poesia) lasciami in pace che mi infastidisci con la scusa dell'amor di patria spingendomi a scrivere poesie.

26 Son figluol dell'universo...: Sono cittadino del mondo e mi sembra tempo perso scrivere per l'Italia.

27 Cari miei concittadini...: Cari miei connazionali non cosideriamo come confini le Alpi e la Sicilia.

28 S'ha da star qui rattrappiti...:Non siamo dei cavoli per rimanere sempre fermi nello stesso luogo.

29 Qua o là nascere adesso...: Nascere in un posto o in un altro è lo stesso, io mi sento un Tartaro.

30 Perchè far razza tra noi?...: Per quale motivo dobbiamo fare tra noi una sola razza? Abbracciamo i barbari. Anche in queste parole traspare l'ironia nei confronti delle idee umanitarie che promuovono la fratellanza universale.

31 Un pensier cosmopolita...: Un ideale universale ci moltiplichi la vita e ci allarghi le vedute.

32 Il cuor nostro accartocciato...: il nostro cuore ripiegato nei nostri angusti interessi, smetterrà di battere sentendosi conquistato dal sentimento di amore universale.

33 Così sia: certe battute...:Così sia, certe affermazioni potrebbero essere molto dolorose, c'è da diventare tisici.

34 Su venite, io sto per uno...: Su venite, io sto con tutti e con nessuno.

35 Nella gran cittadinanza...:nel futuro Stato universale in cui saranno realizzate tante cose ho la speranza di vedere anche le scimmie.

36 Sì, sì, tutto un ziabaldone...: Questa repubblica sarà un gran contenitore in cui tutto sarà mischiato alla barba di Platone che pensò invece ad una repubblica ordinata.

 

Caiomario

                     

 

           

                     

         

    

 

    

 

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
8 dicembre 2014 1 08 /12 /dicembre /2014 11:37

LA FIDUCIA IN DIO

STATUA DEL BARTOLINI

1 Quasi oblïando la corporea salma,

   Rapita in Quei che volentier perdona,

   Sulle ginocchia il bel corpo abbandona

   Soavemente, e l'una e l'altra palma.

2 Un dolor stanco, una celeste calma

   Le appar diffusa in tutta la persona;

   Ma nella fronte che con Dio ragiona

   Balena l'immortal raggio dell'alma;

3 E par che dica: Se ogni dolce cosa

   M'inganna, e al tempo che sperai sereno

   Fuggir mi sento la vita affannosa,

4 Signor fidando, al tuo paterno seno

   L'anima mia ricorre, e si riposa

   In un affetto che non è terreno.

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Questo sonetto è una riflessione sulla morte suscitata dalla contemplazione della statua La Fiducia in Dio scolpita nel 1835 da Lorenzo Bartolini (1777-1850), allievo e amico di Antonio Canova e tuttora conservata presso il Museo Poldi Pezzoli di Milano.Rispetto allo spirito dei componimenti scherzosi che ha contraddistinto buona parte della produzione poetica del Giusti, in questo sonetto il poeta di Monsummano Terme ci consegna un momento di meditazione di rara intensità dove il tema metafisico si intreccia con quello del sentimento della fede. L'illustre studioso Pietro Fanfani, profondo conoscitore dell'opera del Giusti, commentò così questo sonetto: «La schietta ed elegante semplicità, le più gentili e soavi immagini poetiche, la purità dell'eloquio sono tali, che fanno degno il presente sonetto di esser noverato tra bellissimi di tutta la poesia italiana; nè saprei con qual altro tra gl'infiniti si potrebbe paragonarlo, se non con quello divinissimo del divino poeta:Tanto gentile e tanto onesta pare....”».

___________________________________________________________

 

1 Quei che volentier perdona: immagine poetica che si riferisce a Dio. L'espressione n fa venire a mente  Dante che chiama Dio "Quei: "Quei che dipinge lì, non ha chi'l guidi" (Par. XVIII, 109).

Sulle ginocchia che il bel corpo abbandona/Soavemente, e l'una e l'altra palma: la statua rappresenta una giovane donna inginocchiata che rivolge il viso e lo sguardo al cielo, le mani sono congiunte e appoggiate sulle ginocchia.

2 Un dolor stanco, una celeste calma/Le appare diffusa in tutta la persona:il volto della giovinetta è assorto, tutta la figura è abbandonata quasi persa nella fede in Dio.

3 E par che dica: la statua sembra viva e pare che parli e ragioni con Dio.

4 Signor, fidando, al tuo paterno seno.....: la giovinetta si abbandona al paterno seno di Dio, il senso di pace che l'immagine ci comunica è quello della perfetta comunione con il regno celeste.

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
4 dicembre 2014 4 04 /12 /dicembre /2014 10:15

LO STIVALE

 

1 Io non sono della solita vacchetta,

   Nè sono uno stival da contadino;

   E se paio tagliato coll'accetta,

   Chi lavorò non era un ciabattino:

   Mi fece a doppie suola e alla scudiera,

  E per servir da bosco e da riviera.

2 Dalla coscia giù giù fino al tallone

  Sempre all'umido sto senza marcire;

  Son buono a caccia e per menar di sprone,

  E molti ciuchi ve lo posson dire:

  Tacconato di solida impuntura,

  Ho l'orlo in cima e in mezzo la costura.

3 Ma l'infilarmi poi non è sì facile,

   Nè portar mi potrebbe ogni arfasatto:

   Anzi affatico e stroppio un piede gracile,

   E alla gamba dei più son disadattato;

   Portarmi molto non potè nessuno,

   M'hanno sempre portato un po' per uno.

4 Io qui non vi farò la litania

  Di quei che fur di me desiderosi:

  Ma così quae là per bizzarria

  Ne citerò soltanto i più famosi,

  Narrando come fui messo a soqquadro,

  E poi come passai da ladro in ladro.

5 Parrà cosa incredibile: una volta,

  Non so come, da me presi il galoppo,

  E corsi tutto il mondo a briglia sciolta;

  Ma camminar volendo un poco troppo,

  L'equilibrio perduto, il proprio peso

  In terra mi portò lungo e disteso.

6 Allora vi successe un parapiglia;

   E gente d'ogni risma e d'ogni conio

   Pioveano  di lontano le mille miglia,

   Per consiglio d'un Prete o del Demonio:

   Chi mi prese al gambale e chi alla fiocca,

   Gridandosi tra loro: bazza a chi tocca.

7 Volle il Prete a dispetto della Fede,

   Calzarmi coll'aiuto e da sè solo;

   Poi sentì che non fui fatto al suo piede,

   E allora qua e là mi dette a nolo:

   Ora alle mani del primo occupante

   Mi lascia e per lo più fa da tirante.

8 Facea col Prete a picca, e le calcagna

   Volea piantarci un bravazzon Tedesco,

   Ma più volte scappare in Alemagna

   Lo vidi sul caval di San Francesco:

   In seguito tornò; ci s'è spedato,

   Ma tutto fin a qui non m'ha infilato.

9 Per un secolo e più è rimasto vuoto,

  Cinsi la gamba a un semplice mercante;

  Mi riunse costui, mi tenne in moto,

  E seco mi portò fino in Levante:

  Ruvido sì,  ma non  mancava un ette,

  E di chiodi ferrato e di bullette.

10 Il mercante arricchì, credè decoro,

    Darmi un po' più di garbo e d'apparenza;

    Ebbi lo sprone, ebbi la nappa d'oro,

    Ma un tanto scapitai di consistenza;

    E gira, gira, veggo in conclusione

    Che le prime bullette eran più lontane.

11 In me non si vedea grinza nè spacco,

    Quando giù di ponente un birichino

    Da una galera mi saltò sul tacco,

    E si provò a ficcare anco il zampino;

    Ma largo largo non vi stette mai,

    Anzi un giorno a Palermo lo stroppiai.

12 Fra gli altri dielttanti oltramontani,

     Per infilarmi un certo re di picche

     Ci si messe co' piedi e colle mani;

     Ma poi rimase lì come berlicche,

     Quando un cappon, geloso del pollaio

     Gli minacciò di fare il campanaio.

13 Da bottega a compir la mia rovina

     Saltò fuori in quel tempo, o giù di lì,

     Un certo professor di medicina,

     Che per camparmi sulla buccia, ordì

     Una tela di cabale e d'inganni

     Che fu tessuta poi per trecent'anni.

14 Mi lisciò, mi coprì di bagatelle,

     E a forza d'ammollienti e d'impostura,

     Tanto raspò che mi strappò la pelle;

     E chi dopo di lui mi prese in cura,

     Mi concia tuttavia colla ricetta

     Di quella scuola iniqua e maledetta.

15 Ballottato così di mano in mano,

    Da una fitta d'arpie preso di mira,

    Ebbi a soffrire un Gallo e un Catalano

    Che si messero a fare a tira tira:

    Alfin fu Don Chisciotte il fortunato,

    Ma gli rimasi rotto e sbertucciato.

16 Chi m'ha veduto in piede a lui, mi dice

     Che lo Spagnuolo mi portò malissimo:

     M'insafardò di morchia e di vernice,

     Chiarissimo fui detto ed illustrissimo;

     Ma di sottecche adoperò la lima,

     E mi lasciò più sbrendoli di prima.

17 A mezza gamba, di color vermiglio,

    Per segno di grandezza e per memoria,

   M'era rimasto solamente un Giglio;

   Ma un Papa mulo, il diavol l'abbia in gloria,

   Ai barbari lo diè, con questo patto

   Di farne una corona a un suo mulatto.

18 Da quel momento ognuno in santa pace

    La lesina menando e la tanaglia,

    Cascai dalla padella nella brace:

    Vicerè, birri, e simile canaglia,

    Mi fecero angherie di nuova idea,

    Et diviserunt vestimenta mea.

19 Così passato d'una in altra zampa

    D'animalacci zotici e sversati,

    Venne a mancare in me la vecchia stampa

    Di quei piedi diritti e ben piantati,

    Co' quali, senza andar mai di traverso

    Il gran giro compiei dell'universo.

20 Oh povero stivale! ora confesso

     Che m'ha gabbato questa matta idea:

     Quand'era tempo d'andar da me stesso,

     Colle gambe degli altri andar volea;

     Ed oltre a ciò, la smania inopportuna

     Di mutar piede per mutar fortuna.

21 Lo sento e lo confesso; e nondimeno

     Mi trovo così tutto in isconquasso,

     Che par che sotto mi manchì il terreno

    Se mi provo ogni tanto a fare un passo;

    Chè, a forza di lasciarmi malmenare,

    Ho persa l'abitudine di andare.

22 Ma il più gran male me l'han fatto i preti,

     Razza maligna e senza discrezione;

     e l'ho con ceti grulli di poeti,

     Che in oggi si son dati al bacchettone:

    Non c'è Cristo che tenga: i Decretali

    Vietano ai preti di portar stivali.

23 E intanto eccomo qui roso e negletto

     Sbrancicato da tutti, e tutto mota;

     E qualche gamba da gran tempo aspetto

     Che mi levi di grinze e che mi scuota;

     Non tedesca, s'intende, nè francese,

     Ma una gamba vorrei del mio paese.

24 Una già n'assaggiai d'un certo Sere,

     Che, se non mi faceva il vagabondo,

     In me potea vantar di possedere

     Il più forte stival di mappamondo:

    Ah! una nevata in quelle corse strambe

    A mezza strada gli gelò le gambe.

25 Rifatto allora sulle vecchie forme,

     E riportato allo scorticatoio,

     Se fui di peso e di valore enorme,

     Mi resta a mala pena il primo cuoio;

     E per tapparmi i buchi nuovi e vecchi

     Ci vuol altro che spago e piantastecchi.

26 La spesa è forte, e lunga è la fatica:

     Bisogna ricucir brano per brano;

     Ripulir le pillacchere; all'antica

     Piantar chiodi e bullette, e poi pian piano

     Ringambalar la polpa ed il tomaio;

     Ma per pietà badate al calzolaio!

27 E poi vedete un po': qua son turchino,

     Là rosso e bianco, quassù giallo e nero;

     Insomma a toppe come un Arlecchino:

     Se volete rimettermi davvero,

     Fatemi, con prudenza e con amore,

     Tutto d'un pezzo e tutto d'un colore.

28 Scavizzolate all'ultimo se v'è

     Un uomo purchè sia, fuorchè poltrone;

     E se quando a costui mi trovo in piè,

     Si figurasse qualche buon padrone

     Di far con meco il solito mestiere,

     Lo piglieremo a calci nel sedere.

   

  

_______________________________________________

L'Italia che, per la sua forma, ricorda quella di uno stivale, racconta la sua storia; la finzione allegorica (Italia/stivale) è utilizzata dal Giusti per ripercorrere le principali vicende politiche  del passato che avevano portato l'talia ad essere un paese asservito agli interessi delle potenze straniere dopo la parentesi napoleonica che portatrice degli ideali della Rivoluzione francese aveva acceso tante speranze in molti italiani. La presenza di alcune imprecisioni storiche ma  non si può non concordare con  il Fanfani che su questo punto scrive: «Uno storico dirà che questo lavoro è molto difettoso, perchè ci è molta confusione, perchè si sono trascurati molti fatti gravissimi , e messi in campo altri di lieve importanza, saltandosi spesso di palo in frasca; il poeta, per altro, il letterato e il politico, si accorderanno a lodarne la fantasia, il brio, la elocuzione ed il senno». Va tuttavia rilevato che di questa imprecisione il Giusti era ben consapevole visto che nel componimento volle precisare la mancanza con queste parole: «Ma qui e là per bizzarria / Nè citerò soltanto i più famosi». La poesia è quindi una ricostruzione storica in chiave poetica, piacevole  per il lettore che ripassa fatti e vicende dove lo Stivale è il primo attore e i conquistatori stranieri che in tutte le epoche hanno cercato di dominare l'Italia, i comprimari, Comprimari dannosi ma mai quanto il governo dei preti, ritenuto dal Giusti, il più pernicioso di tutti i mali (Ma il male più grande me lo hanno fatto i preti, razza maligna e senza discrezione). Se i preti hanno sempre fatto male all'Italia, ancora peggiori sono stati, per l'autore, tutti quegli adulatori (E ce l'ho con certi grulli di poeti/Che in oggi si sono dati al bacchettone) che mostrarono una falsa devozione componendo inni sacri per compiacere le gerarchie ecclesiastiche.

_______________________________________________

1 Io non sono fatto della solita pelle di scarsa qualità (vacchetta), nè sono uno stivale da contadino e anche se sembro tagliato con l'accetta, chi mi fece non era un ciabattino, mi fece con la suola doppia e alla scudiera (gli stivali alla scudiera, erano quegli stivali che arrivavano sopra le ginocchia) per potere resistere alle prove più difficili in ogni condizione (E per servir da bosco e da riviera).

2 Dal nord al sud sempre circondato dal mare, sto senza marcire, e molti asini ve lo possono dire (secondo il Fanfani il poeta allude a quei principi indegni che governavano l'Italia):tacconato (annota il commentatore scelto da Gian Galeazzo Tenconi che si dicono  «tacconate quelle calzature a doppia suola tutte impuntite di forte spago l'una con l'altra, per modo che le anse o inginocchiature di esso vendono a toccar terra»  con una solida cucitura (allude ai monti), ho le Alpi in cima e gli Appennini al centro.

3 Ma governarmi non è così facile così come non mi potrebbe governare ogni volgare imbroglione (Arfasatto: «Dicesi famigliarmente de l'Uomo dappoco, tra il meschino e il triviale, ed anche d'un volgare raggiratore» Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico, Edizioni Fratelli Melita, Genova, 1990, p.78). Anzi affatico e faccio stancare un piede storpio (stroppio:il Giusti utilizza un termine dialettale diffuso nella lingua parlata di alcune regioni italiane) e non sono adatto alla gamba dei più; Nessuno potè governarmi  per lungo tempo, mi hanno sempre governato  in tanti per un periodo breve (M'hanno sempre portato un po' per uno).

4 Io non vi farò un elenco noioso (litania: «una serie di invocazioni a Dio, alla Madonna e ai Santi, in senso figurato filastrocca noiosa serie di nomi e di lamentele». Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, Milano 1963 p.452) di tutti coloro i quali furono desiderosi di conquistarmi, ma così qua e là a casaccio citerò soltanto i più famosi raccontando come fui messo a soqquadro e come passai di ladro in ladro.

5 Oggi potrebbe sembrare una cosa poco credibile, ma una volta, non so come, incomincia a correre al galoppo e corsi in tutto il mondo a briglia sciolta; ma per troppa ambizione, perduto l'equilibrio, il mio peso stesso mi portò a terra disteso (il Giusti dice che solo una volta l'Italia, riferendosi all'Impero Romano, conquistò il mondo, ma l'ambizione smisurata degli imperatori romani fu causa della sua rovina; sappiamo  oggiche furono molteplici le cause che determinarono la caduta dell'Impero Romano,  fra cui la rilassatezza dei costumi e la corruzione.

6 Allora accadde un gran trambusto (parapiglia: iniziarono le ruberie e l'Italia venne saccheggiata),  dietro consiglio di un Papa o di un Demonio gente di tutte le razze mi invase (il Giusti allude alle invasioni barbariche che resero l'Italia terra di nessuno; in alcuni casi lo straniero giunse in Italia chiamato dal Papa, da qui l'accostamento  del Papa al Demonio, ricorda il Fanfani che i Franchi vennero chiamati per liberare l'Italia dai Longobardi, riferendosi in particolare all'appoggio dato dal papato al re franco Carlo Magno). Chi conquistò una parte, chi un'altra, incitandosi a vicenda e gridandosi: buona fortuna (bazza a chi tocca: anche in questo caso ci viene in aiuto il Fanfani che annota: «Dicesi nel gioco dei Trionfi, quando senza trionfo si piglia la carta dell'avversario, Di qui bazza prendesi comunemente per buona fortuna».

7 Volle il Papa a dispetto della Fede (si noti che il Giusti utilizza la lettera maiuscola, contrapponendo il Papa alla Fede, un papato certamente più attento agli interessi del potere temporale che a quelli, a cui a buon titolo gli spettano, della Fede. L'autore si riferisce a Stefano II a cui vennero concessi nel 756 da parte di Pipino il Breve i territori che erano fino ad allora sotto il dominio longobardo. Come è noto non si trattò di un atto di liberalità ma di un atto politico in quanto Stefano II nel 754 lo incoronò re dopo che ebbe sconfitto Astolfo, re dei longobardi) governarmi coll'aiuto e senza; poi resosi conto che non era all'altezza (Poi sentì che non fui fatto al suo piede), ni diede in affitto qua e là (ossia divise l'Italia concedendo territori all'uno e all'altro: ora mi lascia sotto il governo del primo straniero occupante che viene, limitandosi a sostenere l'usurpatore di turno (e per lo più fa da tirante).

8 Un fanfarone Tedesco  che rivaleggiava con il Papa voleva stabilirsi  in Italia (le calcagna/ Volea piantarci), ma lo vidi più volte tornarsene in Germania con le pive nel sacco (il riferimento è a Federico Barbarossa). In seguito è tornato ma non è  mai riuscito a governare tutti i territori (In seguito tornò: ci si è spedato / Ma tutto fino a qui non m'ha infilato).

9 Per oltre un secolo rimasi libero dallo straniero (Per un secolo e più rimasto vuoto), fui sottomesso dalle repubbliche marinare che portarono il mio nome fino in Oriente. Duro sì, ma non mi mancava proprio nulla (non mancava un ette).

10 Le repubbliche marinare mi arricchirono, mi diedero decoro, mi diedero i simboli della nobiltà (Ebbi lo sprone, ebbi la nappa d'oro) ma dall'altra parte persi di potenza, e prova uno, prova l'altro arrivai alla conclusione che era meglio il primo mercante.

11 In me non si vedevano nè grinze nè rotture, quando da ponente un birichino (allude a Carlo d'Angiò) da una galera piombò nel taccò (si rifersice all'Italia meridionale) e anche lui ebbe mire di conquista, ma comodo comodo non stette mai, anzi un giorno lo ridussi in malo modo a Palermo ( si riferisce all'evento accaduto a Palermo nel 1282 meglio noto con il nome di Vespri siciliani).

12 Fra gli altri dilettanti venuti d'oltralpe (parla lo Stivale ma è il poeta che esprime il suo giudizio senza appello nei confronti di tutti gli stranieri che volevano dominare l'Italia), vi era un certo re di picche (si riferisce a Carlo VIII re di Francia che, senza successo, tentò nel 1494 di conquistare il Regno di Napoli, ma sconfitto, tornò in Francia) che tentò in tutti i modi di sottomettermi (Ci si messe co' piedi e colle mani), ma poi rimase lì a tergiversare (Ma poi rimase lì come berlicche), quando un cappone, geloso del suo pollaio  lo minaccò di fare il campanaio (Quando un cappone, geloso del pollaio: si riferisce a Pier Capponi che rispose con tono  di sfida alla frase minacciosa di Carlo VIII «allora noi suoneremo le nostre trombe» con la frase «e noi faremo suonare le nostre campane».

13 Da una bottega sbucò fuori un professor di medicina ( si riferisce a Cosimo de' Medici che da mercante abile e senza scrupoli, arrivò a governare Firenze) che per vivere alle mie spalle ordì una tela di inganni che durò poi per 300 anni.

14 Mi lisciò e mi coprì di cose di poco valore (bagatelle), e fingendo di trattarmi con tutte le attenzioni tanto raschiò che mi scorticò  la pelle (ossia: da un lato finse di essere premuroso nei miei confronti, ma dall'altra parte impose tante di quelle tasse che mi tolse ogni risorsa); dopo la Signoria dei Medici, venne un'altra casata (si riferisce ai Lorena) che usò  tuttavia gli stessi metodi di quella scuola ingiiusta e maledetta.

15 Sballottato così di mano in mano, preso di mira da un numero considerevole di arpie, soffrì  prima a causa di un Francese  (allude a Francesco I), poi di uno Spagnolo (si riferisce a Carlo V) che si affrontarono a lungo tra di loro per avermi; alla fine fu Carlo V (Don Chisciotte) il fortunato che ebbe la meglio, ma mi prese oramai sfiancato e senza risorse ( Ma gli rimasi rotto e sbertucciato).

16 Chi mi ha visto sotto il suo dominio ni dice che (Chi m'ha veduto in piede a lui, mi dice) che lo Spagnolo  mi governò malissimo, mi impiastricciò con la morchia (il residuo nerastro lasciato dall'olio d'oliva) e con la vernice, fui definito chiarissimo ed illustrissimo, ma di nascosto egli (Carlo V) mi spremette così tanto che mi lasciò  più povero di prima (E mi lasciò più sbréndoli di prima: letteralmmente: mi lasciò più straqcci di prima « sbréndolo/1pl. -i(region. tosc.) pezzo di vestito cascante; brandello Etimologia: ← affine a brandello e brindello.».http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=sbrendolo.

17 A mezza gamba, di color vermiglio mi è rimasto/Per segno di grandezza e per memoria/M'era rimasto solamente un Giglio;L'autore fa riferimento al giglio rosso simbolo della Repubblica fiorentina e quando parla del Papa mulo si riferisce a Clemente VII che si rivolse a Carlo V per fare insediare a Firenze Alessandro de' Medici detto "il Moro"  per via del colore della pelle (Giusti utilizza il termine mulatto per questo motivo).

18 Da quel momento in poi cascai dalla padella nella brace (in questa sestina l'autore utilizza due termini che si riferiscono agli attrezzi usati abitualmente da un calzolaio: la lesina e la tenaglia).  Vicerè, sbirri e canagli della stessa pasta fecero su di me nuovi soprusi e si divisero le mie vesti.

19 Così passato da un padrone ad un altro, gentaglia ingorante e rozza, mi venne a mancare la forma (la stampa) di quei piedi diritti e ben piantati (si riferisce ai Romani) con i quali senza mai andare di traverso, girai per tutto il mondo (Il gran giro compiei dell'universo).

20 Oh povero Stivale! ora confesso chi mi ha ingannato questa matta idea: quando era il momento di camminare con le mie gambe, ho voluto camminare con quelle degli altri e oltre a ciò ebbi la voglia inopportuna di cambiar padrone per trovare condizioni migliori (Ed oltre a ciò, la smania inopportuna/Di mutar piede per mutar fortuna).

21 Lo sento e lo ammetto; ciononostante mi trovo ridotto male (isconquasso) al punto che mi sembra che mi manchi la terra sotto i piedi, se provo ogni tanto a fare un passo (Se mi provo ogni tanto a fare un passo: il componimento fu scritto nel 1836 e l'autore allude ai tentativi di insurrezione e di fermento che già vi erano stati nella penisola italiana; Giustì morì nel 1850 e non potè quindi assistere a ciò che accadde nel 1859 nel Granducato di Toscana quando, in seguito alle spinte rivoluzionare, i Lorena furono costretti ad abdicare; da quel momento in poi cesserà definitivamente l'influenza degli Asburgo nel Granducato di Toscana); a forza di farmi malmenare ho perso l'abitudine a camminare da solo).

22 Ma il male più grande me lo hanno fatto i preti, razza maligna e senza discrezione (Giusti che non assunse mai posizioni giacobine, condivideva però lo spirito anticlericale dell'epoca, atteggiamento giustificato dal cattivo comportamento del papato che per secoli aveva pensato solo a rafforzare il proprio potere temporale con inganni e corruzioni, spesso stringendo alleanze con i più spietati sovrani stranieri). Ma in particolare ce l'ho soprattutto con quei poeti che si sono messi ad ostentare in maniera ipocrita una esagerata devozione. Non si può utilizzare il nome di Cristo per fare i propri interessi, il diritto canonico (I Decretali)  vieta che i preti debbano occuparsi del governo (Non c'è Cristo che tenga: i Decretali/vietano ai preti di portar stivali).

23 E intanto eccomi qui pieno di rancore e abbandonato, maltrattato da tutti e tutto pieno di fango (tutto mota), E da molto tempo attendo che qualche gamba  mi levi da queste grinze e che mi dia una scossa, non una gamba tedesca nè francese, ma italiana.

24 Una già ne provai di un certo Sere (allude a Napoleone Bonaparte) che se non avesse fatto il vagabondo (se non avesse deciso di andare in giro per l'Europa a far conquiste) si sarebbe potuto vantare di possedere il più forte paese del mondo. Ah! gli fu fatale la campagna di Russia (Ah! una nevata in quelle corse strambe/A mezza strada gli gelò le gambe).

25 Riportato allora nelle condizioni di prima (Rifatto allora sulle vecchie forme: dopo la caduta di Napoleone, nel Congesso di Vienna del 1815 venne deciso di restaurare il vecchio ordine e così tutti i despoti che erano stati spazzati via da Napoleone, tornarono a governare i lori stati. E se un tempo ebbi molta importanza, ora mi resta poco o nulla (Mi resta a mala pena il primo cuoio).  E per risolvere questa situazione ogni rimedio serve poco.

26 L'impresa è ardua, bisogna riunire tutti gli staterelli in un solo stato, sbarazzarsi di tutti gli schizzi di fango che mi sono stati gettati addosso, ma per carità fate attenzione a chi deve governare. (In queste strofe l'autore ricorre ancora all'allegoria dello stivale attingendo dalla terminologia che avrebbe usato un calzolaio dei  suoi tempi; parole come  bullette, tomaio e, nei versi sopra, tirante, piantastecchi sono oggi diventate desuete   nell'arte del cucire e del riparare le scarpe).

27 E poi fate un po' di attenzione: qua ho una bandiera di color turchino, là rosso bianca, quassù giallo e nero, insomma assomiglio alle toppe di Arleccchino. Se davvero volete rifarmi, rifatemi con prudenza e amore ma tutto d'un pezzo e dello stesso colore (la speranza di Giusti è quella di avere un unico stato sotto un'unica bandiera).

28 In ultimo scovate un uomo purchè non sia non sia un pusillanime; e nel caso in cui mi dovessi trovare governato da costui ed egli si dovesse comportare da tiranno come tutti gli altri (Di far con meco il solito mestiere) lo cacceremo via a calci nel sedere.

                                                   

Caiomario

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
29 novembre 2014 6 29 /11 /novembre /2014 05:26

LEGGE PENALE PER GLI IMPIEGATI

 

1 Il nostro sapientissimo Padrone

  Con venerato motuproprio impone,

  Che da oggi in avanti ogn'impiegato,

                Per il ben dello Stato,

2 ( Per dir come si dice) ari diritto;

       E in caso d'imperizia o di delitto,

       Lo vuol punito scrupolosamente

                      Colla legge seguente:

3 Se un real Segretario o Cameriere

      Tagliato, puta il caso, a barattiere,

       Ficca, a furia di brighe, in tutti i buchi

                      Un popolo di ciuchi;

4 Se un Cancellier devoto della zecca,

         Sulle volture o sul catasto lecca,

         E attacca una tal qual voracità

                         Alla Comunità;

5 Se a caso un Ispettor di polizia

         Sganascia o tiene il sacco; o se la spia

         Inventa, per non perder la pensione,

                       Una rivoluzione;

6 Son piccoli trascorsi perdonabili

      Dall'umana natura inseparabili,

      Nè sopra questi allungherà la mano

                      Il benigno Sovrano.

7 Ma nel delitto poi di peculato,

       Posto il vuoto di cassa a sindacato

       Chi avrà rubato tanto da campare

                     Sia lasciato svignare.

8 Chi avrà rubato poco, si perdoni,

     E tanto più se porta testimoni

     D'essersi a questi termini ridotto

                     Per il giuoco del Lotto.

9 Se un real Ingegnere o un Architetto

        Ci munge fino all'ultimo sacchetto,

        Per rimediare a questa bagatella

                       Si cresca una gabella.

10 Se saremo costretti a trapiantare

          Un Vicario bestiale o atrabiliare

          Tanto per dargli un saggio di rigore,

                          Sarà fatto Auditore.

11 Se un Consiglier civile o criminale

         Sbadiglierà sedendo in tribunale,

         Visto che lo sbadiglio è contagioso,

                        Si condanni al riposo.

12 Se poi barella, o spinge la bilancia

         A traboccar dal lato della mancia,

         Gli infliggeranno, in riga di galera,

                          Congedo e paga intera.

13 Se un Ministro riesce un po' animale,

         Siccome bazzicava il Principale,

         Titolo avrà di Consigliere emerito

                       E la croce del merito.

 

_________________________________________________________

METRICA: Strofe saffiche (tre endecasillabi e un settenario) articolate secondo lo schema. AA Bb.

Questa poesia venne scritta nel 1835, oggetto della satira sono gli impiegati e i funzionari statali disonesti; la situazione, descritta come sempre in modo scherzoso e ironico dal Giusti, è quella di una società fondamentalmente corrotta in cui gli individui che ricoprono cariche pubbliche, ricorrono a grandi e piccoli sotterfugi pur di raggiungere il proprio tornaconto personale come ad esempio gli sbirri che inventano l'esistenza di complotti e di atti di sovversione per essere premiati. L'autore propone di sanare gli errori e i vizi dei pubblici ufficiali suggerendo di ricorrere a dei "rimedi" paradossali, constatando però che nessuno, a partire dal Sovrano, pensa che possa esservi una soluzione davvero efficace e decisiva.

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Published by Caiomario - in Letteratura - Giuseppe Giusti
27 novembre 2014 4 27 /11 /novembre /2014 18:07

APOLOGIA DEL LOTTO

1 Don Luca, uomo rotto,

   Ma onesto Piovano,

  Ha un odio col Lotto

  Non troppo cristiano

  È roba da cani

  Dicendo a chi gioca

  Trastulla coll'oca

  I suoi popolani.

2 Don Luca, davvero

   È un gran galantuomo,

   Migliore del clero

   che bazzica in Duomo:

   ma è troppo esaltato,

   E crede che tocchi

   Ai preti aprir gli occhi

   Al mondo gabbato.

3 In oggi educare

  O almeno far vista,

  È moda; il collare

  Diventa utopista;

  E ognuno si scapa

  A far de' lunari,

 Guastando gli affari

 Del trono e del papa,

4 Il giuoco in complesso

   È un vizio bestiale,

   Ma il Lotto in sè stesso

   Ha un che di morale :

   Ci avvezza indovini,

   Pietosi di cuore ;

   Doventi un signore

   Con pochi quattrini.

5 Moltiplica i lumi,

   Divaga la fame,

   Pulisce i costumi

   Del basso bestiame.

   Di fatto lo Stato,

   Non punto corrivo,

   Se fosse nocivo

   L'avrebbe vietato.

6 Lasciate, balordi,

   Che il Lotto si spanda,

   Che Roma gli accordi

   La sua propaganda.

  Si gridi per via;

  Cristiani, un bel terno!

  S'aiuti il Governo

  Nell'opera pia.

7 Di Grecia, di Roma

   I regi sapienti

   Piantavan la soma

   Secondo le genti;

   E a norma del vizio

   Il morso e lo sprone :

   Che brave persone!

   Che re di giudizio!

8 Con aspri precetti

   Licurgo severo

   Corresse i difetti

   Del Greco leggiero,

   E Numa, con arte

   Di santa impostura,

   La buccia un po' dura

   Del popol di Marte.

9 O tisici servi

   Dal cor di coniglio

  Vi fodera i nervi :

  Un tempo corrotto,

  Perduta ogni fede,

  È gala se crede

  Nel giuoco del Lotto,

10 Lasciate giocare,

     Messer Galileo;

     Al verbo pensare

     Non v'è giubileo,

    Studiar l'infinito ?

    Che gusto imbecille !

    Se fo le sibille

    Non fo l'inquisito.

11 Un giuoco sì bello

    Bilancia il Vangelo

    E mette a duello

    L'inferno col cielo :

   Se il diavolo è astratto,

   Un'anima pia

    Implora l'estratto

   Coll'Ave Maria.

12 Per dote sperata

     Da pigra quintina

     La serve piccata

     Fa vento in cucina ;

     La pappa condita

     Cogli ambi segnati

     Sostenta la vita

     Di mille affamati.

13 Se passa la bara,

     Del morto ogni cosa

     Domandano a gara,

    Oh gente pietosa !

   Eh! un popol di scettici

   Non piange disgrazie,

   Ma giucoa le crazie

   Sui colpi apoplettici.

14 Se suonano a gonga

    Ci vedi la piena :

    Ma in quella vergogna

    Si specchia e si frena?

    Nel braccio ti dà

   La donna vicina,

   E dice. Berlina

   Che numero fa?

15 Ah! Viva la legge 

    Che il Lotto mantiene:

    Il capo del gregge

    Ci vuole un gran bene;

    I mali, i bisogni

    Degli asini vede,

    E  al fieno provvede 

   Col Libro de sogni.

16 Chi trovasi al verde

    L'ascriva a suo danno:

    Lo Stato ci perde,

    E tutti lo sanno.

    Lo stesso piovano,

    In fondo, è convinto

    Che a volte ci ha vinto

     Perfino il Sovrano.

17 Contento del mio,

     Nè punto nè poco,

     Per grazia di Dio,

     m'importa del giuoco;

      Ma certo, se un giorno

      Mi cresce la spesa,

      Galoppo all'impresa

      E strappo uno storno.

 

_________________________________________________________

METRICA: ottave di senari piani, rimati secondo lo schema ababcddc

Questa poesia venne scritta  nel 1838, ancora una volta Il Giusti utilizza l'arma della satira per mettere alla berlina vizi e comportamenti degli uomini comuni di cui condanna la propensione al gioco d'azzardo che in generale bolla come "vizio bestiale" , ma il gioco del Lotto ha, secondo il poeta, un qualcosa di morale in quanto ci abitua a diventare indovini dandoci la possibilità di poter diventare ricchi con pochi soldi. La poesia può essere divisa in due parti: nella prima parte il Giusti sembra difendere il gioco del Lotto affermando "Lasciate, balordi, Che il Lotto si spanda", ma si tratta di una finzione perchè poi manifesta il proprio giudizio in maniera inequivocabile: il gioco del Lotto è il mezzo attraverso il quale lo Stato alimenta i sogni del popolo suddito, ma lo Stato stesso con il Lotto ci perde.  Il Giusti però non dice in che cosa consista la perdita dello Stato, tuttavia è chiaro che egli non si riferisce alla perdita finanziaria, visto che da sempre lo Stato, rimpingua le casse dell'erario attraverso le lotterie, ma alla perdita della moralità dei propri sudditi che si rovinano giocando al Lotto sperando nella grande vincita che risolva una volta per tutte i propri problemi. Bisogna infine notare che il Giusti presenta sempre come macchiette tutti gli attori del tempo: sovrano, clero e popolo vengono ridicolizzati e accomunati nel vizio del gioco del Lotto a cui però non esclude di puntare, nel caso in cui  gli dovessero aumentare le spese.

_______________________________________________________

1 Don Luca (il poeta usa un nome di fantasia) uomo dai modi bruschi e spicciativi ma onesto parroco, ha nei confronti del Lotto, un sentimento di odio nei confronti del Lotto e dice a chi vi gioca che è roba da cani mentre diverte i suoi popolani con il gioco dell'oca.

2 Don Luca davvero è un gran galantuono, migliore del clero che frequenta la cattedrale cittadina, ma è troppo estremo nel suo giudizio (il Fanfani ha inteso il termine "esaltato" nel senso di ironico) e crede come tutti i preti che il suo compito debba essere quello di fare aprire gli occhi alla gente che viene imbrogliata.

3 Oggi è di moda educare o almeno far finta; i preti (il collare) diventano utopisti (nel senso che perseguono fini irrealizzabili). E ognuno si prodiga (si scapa) a elaborare teorie educative a vantaggio del popolo che mettono i bastoni tra le ruote al sovrano e al papa. Commentando questo passo Pietro Fanfani scrive «Forse il poeta alludeva, oltre che al Gioberti e al Ventura, grandi utopisti di quel tempo, al benefico Lambruschini, al piovano Malenotti, al padre Pendola, al padre Bernardino, e ad altri tali che su diedero pensiero di tale educazione ».

4 Il gioco in generale è un vizio bestiale ma il Lotto rispetto agli altri giochi ha una sua moralità in quanto ci abitua a prevedere il futuro e a essere generosi nello scambiare le informazioni l'un con l'altro ( il poeta allude alla complicità che vi è tra giocatori quando si devono scambiare informazioni sul significato dei numeri). Con il Lotto puoi diventare ricco giocando pochi soldi.

5 Il gioco del Lotto sviluppa l'intelligenza in quanto ognuno si deve sforzare ad interpretare i sogni, inganna la fame, rende i comportamenti del popolino meno avvezzi al vizio (pulisce i costumi). Di fatto lo Stato che non è solito chiudere un occhio, lo avrebbe vietato se fosse stato nocivo.

6 Lasciate balordi (Il poeta si rivolge a coloro che vogliono educare il popolo) che il Lotto si diffonda, che gli ecclesiastici gridino per la via pubblica "Cristiani è uscito un bel terno", si dia un aiuto al Governo a diffondere il gioco del Lotto (S'aiuti il Governo/ Nell'opera pia).

7 I sapienti governanti della Grecia e di Roma imponevano delle tasse (Piantavan la soma) secondo le caratteristiche dei loro sudditi; e a seconda dei vizi del popolo mettevano il morso per frenarli ( il poeta si riferisce all'arnese di ferro che si mette nella bocca dei cavalli per frenarli) oppure li  spronavano. Che persone sagge, che sovrani pieni di giudizio!

8 Con leggi dure Licurgo corresse i difetti del popolo greco che sempre dimostrò leggerezza, e Numa con l'arte della santa menzogna corresse il carattere un po' duro dei Romani.

9 O gente serva e  vigliacca (Dal cor di coniglio che non credi più a niente, è già festa se credi nel gioco del Lotto.

10 Lasciate giocare Galileo, non vi è perdono per chi pensa, studiare l'infinito? Che gusto imbecille, se mi preoccupo invece del futuro non rischio di essere inquisito.

11 Un gioco così bello bilancia la fede persa e mette in contrapposizione l'inferno con il cielo, infatti se il demonio non si manifesta svelando i numeri da giocare, un'anima devota recita un Ave Maria implorando che le venga svelato l'estratto.

12 La domestica spera di farsi la dote vincendo al lotto e per giocare fa la cresta sulla spesa (Fa vento in cucina). Cucinando cibi poco sostanziosi e sognando l ricavato delle vincite di un ambo dà da mangiare a mille affamati.

13 Se passa la bara, ognuno fa gara a domandare qualcosa sul morto. O che pesone pietose! Un popolo di indifferenti e poco avvezzo a credere, non piange le disgrazie ma scommette dei numeri giocando dei soldi su chi è morto di un colpo apoplettico (gioca le crazie: la crazia era una moneta in vigore al tempo in cui il poeta scrisse questa poesia).

14 Se suonano la campana per avvertire che c'è la gogna, vedi accorrere la gente, ma chi vede nell'usanza di mettere qualcuno alla berlina  come un monito? La donna che ti sta vicino, ti tocca un braccio e ti chiede "la berlina a che numero corrisponde?". 

15 Viva la legge che mantiene il Lotto, il sovrano ci vuole un gran bene, vede i mali e i bisogni degli asini e provvede ai loro bisogni con il libro dei sogni.

16 Chi si trova al verde, lo ascriva a suo danno: lo Stato ci perde con il gioco del Lotto, lo sanno tutti. Lo stesso parroco, in fondo è convinto che ha volte ha vinto al Lotto persino il Sovrano.

17 Io sono soddisfatto di quello che ho e non scommetto e per grazia di Dio poco mi importa del gioco, ma è certo che se un giorno mi dovessero crescere le spese, corro al banco del Lotto e strappo il biglietto. Il Fanfani spiega che «Quando è chiuso il termine di poter giocare, gli impresari dei vari banchi, o botteghini come prima si dicevano, giocano molti biglietti a proprio rischio; e ne espongono la lista fuori per allettare i giocatori, che così, ricomprandoli, possono giocare fino al momento delle estrazioni. Questi bigliettisi chiamano gli stormi; e si strappano, perchè, per avere il biglietto, si strappa dalla lista il numero d'ordine, e si mostra all'impresario».

 

 

 

  

 

  

 

 

 

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